giovedì 30 gennaio 2014

VEDERSI VISTI





"- Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni
 l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio - 

Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo".
Ryu No Kokyu

Lo Yoga è una danza, la danza degli Dei.
Non mi stanco mai di ripeterlo.
Eppure ogni volta che un gesto, ripetuto magari mille e mille volte, prende vita, mi sorprendo.
La vera bellezza è effimera.
Ed è insolita.
La perla di rugiada, al primo sole, emoziona più di un gioiello antico e la rosa che sboccia sulla pietra, inattesa e solitaria, irride, insieme, la roccia e l'artista più osannato.
All'improvviso, a volte, l'asana, la mudra o la sequenza si fanno danza, e il Corpo dello Yogin si scopre palcoscenico per il Nataraja e la sua Sposa. 
A volte, mica sempre. 
Gli Dei sono capricciosi forse, o forse siamo noi che non abbiamo ancora appreso a perfezione l'Arte della Resa.
Arrendersi alla Gravità è l'unico modo per spiccare il volo. 
Arrendersi alla saggezza antica del corpo è la sola via per uscirne, dal corpo, e per "vedersi visti".


In fondo la meditazione non è altro che farsi spettatori di sé, guardarsi come si guarda il campo scosso dal vento.
O  l'onda che si spinge fino in cielo per abbracciar la Terra.
Ecco il trucco!
Quando l'Asana, la Mudra, la sequenza si nutrono della nostalgia delle stelle come l'onda si nutre di quella della Terra, il gesto  si fa meditazione e lo Yoga Arte.
Le stelle, ancora loro.
Sono mesi che ricordo, leggo e scrivo di stelle, il piccolo grande segreto dello Yoga.
Per gli indiani dei Veda Shiva, il Nataraja è la costellazione di Orione e la sua cavalcatura è il Toro che gli si para di fronte.
La danza degli Dei è, anche, il girotondo, consolatorio, delle stelle.
Consolatorio, perché  è vero che 
"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio"
ma che angoscia sarebbe, notte dopo notte, annegare gli occhi  nel vuoto! 
Il sorriso della luna piena parrebbe triste e il disciogliersi delle sue sorelle puzzerebbe di morte, come il pesce vecchio.
Lo Yoga si fa Danza quando ci si arrende alle stelle.
 Lavorando in due il gioco dell'abbandono si fa più facile, ascolti te stesso e ascolti l'altro, il tuo respiro si fonde col suo e la pelle si fa sottile per meglio sentire  il gioco dei muscoli.
Ci si arrende all'altro come alla gravità e la bellezza, la grazia, sbocciano. Inconsapevolmente.
Involontariamente.


Non c'è volontà nella Bellezza. 
Volontà forse, con la maiuscola, ad intendere una Legge che non può  essere scritta né detta, ma nell'Arte non c'è spazio per l'IO VOGLIO: 
l'Onda della Bellezza è anarchica e bizzosa, come gli Dei o la donna che ami. Tu non puoi decidere quando inarcherà la schiena, come un drago antico, per slanciarsi verso il Cielo, verso le stelle, né puoi costringerla a rimanere al tuo fianco, quando il richiamo della sua casa di cristallo si farà risacca.
Puoi solo aspettare.



La Bellezza è Eterna, proprio perché effimera.
Su di Lei il Signore del tempo non ha  potere alcuno.
Quando arriva la riconosci subito.
 Il gesto, anche il più banale, si muta in poesia, si fa rotondo, morbido, dolce e sembra che dia luce.
Questo è proprio strano.
Però accade.
Sarà suggestione, ma quando ti "arrendi" il corpo pare più luminoso e il movimento, anche solo di una mano, disegna l'aria come fosse sabbia.
Forse al richiamo della Bellezza, le stelle nascoste in noi, nell'oscura memoria delle cellule, fanno capolino.
O magari è il corpo dello Yogin a rendere l'aria specchio, e la luce che si vede non è altro che il riflesso della Vita che sgorga dalla pelle, la carne i muscoli.


Quando dagli asana insorge la Danza degli Dei, lo spazio si fa denso e il corpo irradia luce. 
Normale per chi prende sul serio i versi antichi, straordinario per chi non sa che la Poesia è rivelazione e l'Arte  scienza. 
Gli dei dormono in noi e come i sogni si destano al primo sonno. 
Non il sonno del corpo, intendo, ma l'affievolirsi della presunzione, del credere che la volontà possa dominare la Natura.
Basta arrendersi alla saggezza del corpo e gli dei aprono gli occhi (i tuoi occhi!) per  mostrarti ciò che è.
Non la realtà fantastica e barocca della mente, ma proprio quello che è.
La mente umana è golosa di sistemi, calcoli e progetti. 
Il corpo, invece, vuole solo danzare.
Chi può biasimarlo? 
In fondo è nato per quello








domenica 26 gennaio 2014

LO YOGA, LA DANZA E IL CANTO DELLE STELLE



Lo Yoga è un'Arte.
Come la Poesia, la Scultura, la Musica.
Lo Yoga è Danza ed è sempre rappresentazione, della Vita (la Dea) e dell'Essere.
La Danza si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia.
Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni Asana, ogni sequenza hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e da cui i gesti insorgono.
Un asana che non suscita emozioni non è Yoga, perché è solo dalle emozione che può nascere 
तपस् Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione.
Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono  vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. 
Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia.
La melodia risuona nel cuore.
Quando si assume un asana si stabiliscono un inizio e una fine, ché l'asana è un rito.
Come il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale.
Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo di un asana, sono il ritmo, la successione di eventi (
क्रम krama) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi ma alla fine, il rito dello yoga porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (र Ra) e dello Stupore (ल La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo Yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista.
Senza Alchimia non c'è Arte. 
Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, l'acqua che arde l'Ego e lo dissolve. 
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. 
Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione.
L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Cogliere l'attimo? 
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro. 
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni.
Ne vale la pena?
Se si pratica yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore.
Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni.
Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille.
 Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come काम kāma, l'Antico dei Tempi.
La Città della Luce è la sua Radianza, कमा kamā, in sanscrito. 




-"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio"- 
Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La Città della Luce, l'Isola delle Gemme, la Città di Dio degli Yogin, sono proprio loro, le stelle.


Ovvio diranno alcuni, ma per me è una scoperta recente e casuale.
Nello Yoga molte posizioni hanno nomi di uccelli, Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba...
Le affinità degli asana con la forma, le qualità o la valenza simbolica degli animali, in certi casi evidenti, in altri assai meno, sono da sempre oggetto di studi e ricerche e se ne è scritto di tutto e di più, ma nessuno, a quanto so, ha mai collegato asana e animali alla volta celeste.
Qualche mese fa  ho cercato su Google "Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba" (avevo bisogno di mmagini per un video didattico di Hatha Yoga) ed è venuta fuori la Via Lattea.
Mi si è aperto un mondo: le sequenze e i miti sembrano rappresentare particolari asterismi e ogni asana corrisponde ad una costellazione o, a volte, come nel caso della Rana, ad una stella con particolari caratteristiche.
In alcuni casi, come per la postura della Colomba, kapotāsana, ogni giuntura corrisponde perfettamente ad una stella.
Troppo per essere una coincidenza.
-"L'intero universo è racchiuso nel cuore dell'Uomo"- dicono i Veda, e se lo dicessero non in senso figurato?




Tempo-Ritmo-Melodia... 
Iniziamo a "danzare" un asana: si ascolta il respiro, si sciolgono le articolazioni, ad una ad una, e si distendono i muscoli. 
L'ascolto interiore rallenta il pensiero ordinario, e piano piano si entra in una dimensione "altra" più rarefatta. 
Quando la posizione è perfetta si entra in risonanza con gli astri e ogni organo, ogni arto canta insieme ad una porzione di Cielo, la stessa che vedevano e cantavano i poeti dei Veda.
Nel farci stella o pianeta godiamo di un istante di Eternità, prendiamo confidenza con l'Assoluto e i nostri 30, 50, 100 anni di vita segnata da una insanabile ansia di incompiutezza, ci appaiono per ciò che sono, battito di ciglia, o fremito d'ali di farfalla. 
Bello, anzi bellissimo.
Ma c'è  qualcosa d'altro.
Un qualcosa che  si trova nelle parole, nascoste o incomprese, di Gorakhanath, di Narada o dell'anonimo rishi della Chandogya Upanishad.
Il canto delle stelle non è una poetica suggestione, né un trucco ad ingannare la mente, è una realtà fisica, una energia che penetra nella carne e, coreografa sapiente, fa danzare le nostre cellule al ritmo dell'universo.
Parlano di rigenerazione cellulare i Nath, di suono che produce una luce ed un calore interiori in grado di modificare il corpo fisico.
Lo spazio che ci circonda sarebbe pieno di energia vibrante, basterebbe "farsi femmina innanzi all'Universo", come dicono tantrici e taoisti, per sentirla discendere in noi, fino al cuore segreto delle cellule, formato da cavità in grado di risuonare (microtubuli intracellulari, li chiamano i biologi). 
Lo Hatha Yoga è l'Arte che scioglie i vincoli (i blocchi psicofisici) e ci permette di far risuonare il nostro spazio interiore con l'Universo intero.
Ma questo spazio interiore non è la Nostra Anima, la nostra coscienza, ma la coscienza di ogni singola cellula: è lì che si cela il segreto della Vita, è lì che giace la Dea addormentata. 

video: L'ASANA DELLA COLOMBA

venerdì 17 gennaio 2014

LO YOGA DA DIVANO E IL LETTO DEI MORTI




Cosa è lo Yoga? Boh.
 "Yoga è Danzare la Vita", come dico spesso, è una definizione bella e poetica ed ha il pregio di poter essere intesa in mille modi diversi, così tutti son contenti.
Certo se si ha intenzione di approfondire risulta un po' vaga.
La verità, secondo me, è che ci sono almeno due Yoga, uno edulcorato, fatto di espedienti letterari, yogini lycrate e piacevoli discussioni tra illuminati della porta accanto ( è fantastico: ci sono più maestri realizzati oggi in italia che nell'India dei Veda!) ed uno "altro", "tosto", riservato a coloro che cercano senza neppure chiedersi il perché.
C'è chi danza per esibirsi, chi per guadagnarsi il pane e chi, invece non può fare altrimenti: la danza è la sua natura. 
Se devo essere sincero lo Yoga tarocco, addolcito per i palati delicati del consumatore occidentale, a me non dispiace affatto.
Adoro immergermi in accese quanto inutili discussioni sui massimi sistemi, trovo spassose le conferenze, costosissime, e i libri dei nostrani Jivanmukta ("realizzati") e non disprezzo affatto le contorsioni sexy delle dee (goddess o devi, così si definiscono) di "Undressed Yoga". Anzi, credo davvero che siano un "inno alla vita", oltre che un piacere per gli occhi.



Però quando mi arriva una botta di yoga "tosto", quello di cui non si parla sui forum internettiani e sulle riviste patinate, ne riconosco immediatamente il sapore aspro e antico e mi succede una cosa strana, le chiacchiere sui massimi sistemi e le copertine patinate svaniscono.
Come i baci recenti, che la nostalgia del primo amore sfuma in rena di sogno.
Qualche giorno fa mi ha scritto Swayambu.
Un mio amico che invece di perder tempo con  dispute filosofiche e balli in maschera, insieme alla sua splendida compagna, se ne va a zonzo in India per templi e sacre montagne.
Swayambhu è uno yogin, ed è un Aghori, ma se glielo chiedete negherà finché non gli si bloccano le cervicali.
Dire che è un mio amico è riduttivo. 
Ci vediamo poco, è vero, ma se credessi alla reincarnazione direi che ci conosciamo da millenni.
Mi ha raccontato dello Shmashana di Tarapith, e mi ha ricordato la disperazione di Shiva per la morte di Sati, la prima moglie, il suo correre piangendo per l'Universo abbracciato al cadavere dell'amata, il corpo bellissimo della Dea poi fatto a pezzi e gettato sulla terra.
Gli antichi yogin costruirono un tempio per ogni brandello della dea, gli Shakti Pitha.
Ne esistono 51, o forse 54 o 108, non ricordo, ma quello di Tarapith si dice che sia il più sacro di tutti.
Raccontano che la Dea in forma di Tara vi sia apparsa in carne ed ossa almeno due volte: la prima, migliaia di anni fa, allo yogin Vashista, la seconda, nel XX secolo a Bhamakhepa (SIDDHA SADHAK SHRI BAM DEV), un maestro tantrico soprannominato il "Santo folle" o il "folle Amante della Dea.



Śmaśāna, letto dei morti, è il luogo dove gli Hindu cremano i cadaveri.
ma è anche un luogo di meditazione e i tantrika ci celebrano riti e cerimonie.
Sono strani gli indiani.


Swayambhu - "TARAPITH"




"A Tarapith siamo andati nello smashan a notte calata. 
Non era tardi, penso fossero le nove di sera. 
La moglie del mio amico indiano che era insieme a noi gli aveva affidato un messaggio per me. Non avrei dovuto pensare troppo perché non ero pronto (questo l'ho saputo il giorno dopo ) per lo smashan. 
Io ho camminato tranquillo e abbastanza rilassato nonostante lo spettacolo non fosse tra quelli più usuali. 
Tieni conto che questo smashan è molto importante. 
Ci sono sepolti molti importanti Yogin e tra questi Bom Dev, non ricordo bene il nome, l'unico dicono insieme a Ramakrisna ad avere visto la Dea.
Un posto quindi particolare. 
Comunque tutto bene. 
Solo che quando esco dallo smashan comincio ad avvertire una sensazione forte sulla fronte. 
Una sorta di pressione e la sensazione di come quando sei leggermente sballato.
Mi sono cagato sotto lì per lì. 
Poi sono andato a letto gestendo abbastanza bene la cosa. 
Pensavo la mattina che mi fosse passato tutto ma manco per il cazzo.
Siamo tornati nello smashan di giorno e tutto si è dissolto.
Non sono uno che si lascia suggestionare facilmente, e quindi posso dire che quella pressione non era un gioco della mente.
Ed allora cosa era?
La moglie del mio amico mi ha consigliato di pensare a Tarapith come ad una cosa del passato. 
Ovvio che è così.
Non ho dato di matto e nemmeno sono diventato un fakiro, ma di certo ho preso una bella e salutare sberla ed è per questo che ho dedicato una poesia a Tarapith.
Jai Tara Maa."



Tarapith 
( Smashan) 

La luce frenetica espulsa dai corpi sudati 
asseragliati nell'energia primitiva 
immobilizza lo spirito sul precipizio 
che gli atomi in subbuglio annusano 

Due passi e la bolla nera ti risucchia 

Dismesse le mille maschere del mosaico 
il corpo privo di peli 
la mente incatenata al palo di Ulisse 
inizia l'attimo predestinato 

Non pensare non pensare non pensare 
sussurra il mormorio lontano 
perso ma presente 
al cospetto di forme che scavano 
urla che ti accolgono 
cadaveri morti oliati per la festa dei folli 

Questo buio totale denso 
nel quale le membra lasciano impronte 
si nutre del potere che esala dalla terra 
dei miei fantasmi 
delle mie secolari paure 
in un via vai di mani aggrappate 
al flusso della vita 
alla speranza della morte 

Occhi neri parlano la lingua che non sapevi di conoscere 
fissando appuntamenti che non onorerai e
che le tempie devastate da una pressione sconosciuta 
ti consigliano di dimenticare 

Dimenticare? chi e che cosa? 
forse le fioche luci, la condanna senza parole, 
il sentiero disseminato di ossa e la loro energia, 
o forse qualcosa di più intimo 
quel barlume di te stesso 
riposto come un diamante nello scrigno serrato 

Uscito dalla bolla la luce abbaglia l'anima 
orfana di Tarapith ma ora essa stessa Tarapith 
ricongiunta con un ricordo 
esploso dall'intimità del tempo.

lunedì 13 gennaio 2014

EROS, IL DIO DELL'INIZIO

Non so se succede solo a me, forse lo fanno tutti, chissà, ma ho notato che quando mi metto a studiare qualcosa, dalla Storia dell' Arte, alla Chimica, alla Danza comincio dalla fine.
Vengo attratto dalle novità, gli studi più moderni, le ultime performance(s) poi, pian pianino, mi metto a frugare nel baule dei ricordi.
Viaggio a ritroso, insomma.
Non so perché lo faccio, forse ci vorrebbe qualche buon psicologo per capirlo, ma non è che mi interessi più di tanto e con la psicanalisi, annessi e connessi ho un pessimo rapporto, non mi fido.
Sarà perché la maggior parte dei "dottori dell'anima" che conosco sono più fuori di testa di me.
Comunque sia quando studio e ricerco vado a ritroso: comincio dalla fine e cerco di arrivare all'inizio.
Grazie a questa modalità, non so quanto inusuale, ho scoperto che andando avanti, progredendo, le tecniche e le basi teoriche si complicano.
Alcuni direbbero "si arricchiscono", ma a me pare che si facciano sempre più cervellotiche, astruse, fini a se stesse.
Ho l'impressione che all'inizio comandino il cuore, la passione, l'intuizione che arriva improvvisa come il fulmine d'estate, poi man mano che si va avanti la mente prende il sopravvento e al temporale d'agosto che sorprende e ristora si sostituisce la pioggerella uggiosa dell'autunno metropolitano.
"I veri moderni sono gli antichi" mi ripete spesso Andrea  citando Gino de Dominicis, e penso abbia ragione.
Lo yoga segue le stesse dinamiche della Pittura, della Chimica o della Danza.
Dai testi antichi trasudano una freschezza e una spontaneità, sconosciute agli autori moderni. 
Al cuore si sostituisce la mente, quasi che lo scopo non sia più quello di Essere, ma di costruire fantasmagoriche architetture di idee in una continua quanto assurda competizione con il creatore.
Negli ultimi anni mi sono fatto le chiappe quadrate a studiare centinaia di libri, articoli, opuscoli teoricamente ispirati ai quattro "Veda" della Tradizione indiana.
Ho cominciato a parlare in codice: buddhi, kosha, jnana, asparsa, brahman saguna, brahman nirguna... chi mi stava accanto non capiva una mazza e si preoccupava per la mia salute mentale, ma io, imperterrito continuavo nella speranza di trovare la chiave per aprire quella complicatissima serratura a codice numerico che mi avrebbe spalancato la porta della Verità.

Un giorno, mentre soddisfatto di me annaspavo tra libri, fotocopie, cenere d'incenso e bollette da pagare ho trovato un riferimento ad un verso del Rig Veda, il primo dei quattro libroni indiani: Libro X, capitolo 86, verso 16.
Andiamo a vedere.
Il più famoso e incensato traduttore dei Veda si chiama Griffith, Ralph T.H. Griffith.

Su internet si trovano tutte le sue traduzioni.
Trovo il libro (Mandala) X, il capitolo 86....ma il verso 16 non c'è, e manca anche il verso 17: dal verso 15 si passa direttamente al 18 (provare per credere - "SACRED TEXT").
Strano.
Un errore?
Un testo giunto incompleto?
Ovvio che mi incuriosisco! 
Comincio a cercare su internet, chiedo lumi a Claudio, un mio amico linguista con la fissa del sanscrito e finalmente svelo l'arcano: il testo non è giunto affatto incompleto, né si tratta di un errore, è che, per pudore, Griffith ed altri traduttori, hanno eliminato un paio di versi.
Nei sutra scomparsi Indrani, la moglie del re degli dei, si lamenta delle prestazioni sessuali del coniuge:

 -"Il cazzo dell'impotente ciondola, inutile tra le cosce, quello del potente si rizza e la mia fica pelosa lavora per lui"-

Indrani è una donna schietta.
In un altro brano ci spiega perché è la regina degli dei:

-"Nessuna donna ha un culo più bello del mio! Nessuna donna scopa bene come me! Nessuna donna alza le cosce come me!"-



Immagino che Griffith, figlio di un sacerdote, si sia trovato un po' a disagio e abbia deciso di glissare, e così l'altro traduttore storico dei testi sacri indiani, Friedrich Max Müller, amico della Regina Vittoria.
I due  pensarono fosse cose buona e giusta forzare un pochino le traduzioni strizzando l'occhio da un lato al moralismo vittoriano e dall'altro alla filosofia tedesca.
Niente di male, in fondo, solo che quasi tutti gli studiosi del XX secolo, non solo occidentali, hanno fatto riferimento alle loro opere e, anche nell'affrontare testi diversi dai Veda, hanno usato lo stesso metro: 
glissare sulle parti più imbarazzanti e andare incontro ai gusti e alle mode culturali della loro epoca.
Sicuramente ne sono venute fuori cose interessanti e stimolanti, ma, a son di nascondere, ricucire e interpretare  si è rischiato di smarrire il senso profondo degli insegnamenti vedici.
Per quanto mi riguarda mi sono sentito un po' preso per i fondelli, ma alla fine nel mio animo di complottista, l'idea, entusiasmante, che ci fossero ancora tante cose da scoprire e svelare nella filosofia indiana ha preso il sopravvento...



Prendo un testo che sto leggendo e rileggendo in questi giorni, R.V X-129, il "Canto della Creazione". 
Come riferimento ho preso la traduzione che ne dà una sanscritista tedesca, Maryla Falk ("IL MITO PSICOLOGICO NELL'INDIA ANTICA" - Adelphi Ed.)
L'ho confrontato con varie traduzioni, poi con l'aiuto dei dizionari on line ho provato a ritradurre l'inno per conto mio, parola per parola. 
Vediamolo: 

1) Non c'era l'Essere allora, né c'era il Non Essere.
Non c'era l'atmosfera né c'era la volta celeste al di là di essa: che cosa nascondeva? 
E dove? 
E nel rifugio [intimo] di che? 
Era forse un oceano il profondo abisso?

2) Non c'era morte allora né immortalità e dalla notte non era distinto il giorno. Respirava senza fiato quel qualcosa e al di fuori di esso non c'era nulla.

3) C'era solo l'oscurità. E tutto Questo era un inconsapevole ondeggiare nascosto dall'oscurità.
Quell'immenso che era racchiuso nell'esiguo [spazio del cuore] per la potenza del Tapas nacque.

4) Al di fuori si riversò all'inizio Kama, il desiderio.
La prima cosa a venir fuori dal Manas.
Fu scrutando nel cuore che saggi scoprirono l'identità [il legame] tra Essere e Non Essere.

5) La corda di questi [mondi] è posta di traverso. 
Cosa ci fu al di sopra e cosa ci fu al di sotto? 
Portatori di semi ci furono, e potenze. 
E al di sotto ciò che basta a se stesso, al di sopra la manifestazione.

6) Chi sa? 
Chi potrebbe dire da dove è sorta questa emanazione? 
Gli dei stessi sono venuti dopo la sua emissione, chi lo sa, dunque, da dove essa ebbe origine?

7) Colui che vigila sul creato, anche se avesse disposto lui la manifestazione, forse saprebbe o forse non saprebbe dire da dove ebbe origine la manifestazione.


Mi pare che il testo sia abbastanza chiaro.
All'inizio c'è l'immensità nell'esiguo spazio del cuore. 

La manifestazione ha effettivamente inizio quando dal Manas (parola che di solito viene tradotta con mente, ma qui, come nelle prime upanishad pare indicare soprattutto le emozioni) emerge Kama, il desiderio, Eros per i greci.
Da questa prima emissione si creano i mondi che sono una corda tesa tra un principio statico (colui che basta a se stesso) e un principio dinamico.
Gli Dei e Colui che vigila sul creato (il sole, forse?) vengono dopo, ma neppure loro sanno con certezza da dove provenga la manifestazione. 


L'inno della creazione del Rig Veda  ci dice che tutto nasce dal desiderio, Kama, la prima divinità, la più antica di tutte.
Il Dio creatore dei Purana che dorme sull'Oceano di prima dell'inizio, proviene da questi versi. 
Le tecniche tantriche basate sulle Potenze (le forme della Dea) e suile vibrazioni (i portatori di seme) provengono da questi versi (o viceversa...)

Il concetto buddista di vuoto creativo, da cui insorgono sia gli dei che la manifestazione, proviene da questi versi.
Non c'è nessuna volontà creatrice, nessun demiurgo e se anche ci fosse al poeta del Rig Veda non sembra importare più di tanto. 




Come l'onda di piena porta la vita sulle rive del fiume, Kama, il desiderio, riversandosi al di là dell'oscurità che tutto avvolge crea il mondo e lo sostiene.
Eros è il dio dell'inizio e dietro al suo agire non ci sono disegni complicati, ma solo un'infinita gioia creativa, alogica, amorale  e incomprensibile come la follia d'amore.




sabato 11 gennaio 2014

DANZARE LA VITA


La maggior parte delle concezioni spesso astruse o di difficile comprensione, che ci vengono propinate come sapere tradizionale, sono interpretazioni moderne o comunque posteriori all'elaborazione dei Veda e delle prime Upanishad.
 
Karma yoga, p.e, termine usato spesso nel senso di -"Sta zitto e pedala!"- a dir la verità sarebbe la via dei riti e delle formule magiche, e Maya, con cui si indica l'illusorietà della vita dell'Uomo,  un particolare potere del Dio degli Oceani, e re dei Naga, Varuna.
La Vita per lo Yoga non è illusione, anzi.
La vera "Liberazione", "Illuminazione", "Realizzazione" o come cavolo vogliamo chiamarla, secondo i testi consiste nel vivere pienamente la propria esistenza comprendendo l'identità tra saṃsāra, che viene tradotto con "PASSAGGIO DA UNO STATO ALL'ALTRO", ma significa 

INSIEME/CON [ saṃ ] l'ESSENZA [sāra
e nirvāṇa che viene tradotto con LIBERAZIONE, significa 
SENZA [ nir] MUSICA/VITA [vāṇa].
Quando sono vivo sono con l'Essenza, ovvero con la Vita, la Dea.
Quando muoio non c'è più vita e non si sente più il suono (musica) del respiro.
La vita umana è un percorso che dalla nascita, attraverso una serie di passaggi di stato ( infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) conduce alla morte.
I passaggi di stato sono saṃsāra e la morte è nirvāṇa.
Ma la morte non è il contrario della vita, anzi fa parte della Vita con la V maiuscola perché la Vita è l'unica vera Dea e prescinde dall'esistenza individuale. 

saṃsāra = esistenza terrena e nirvāṇa = morte, i Veda non ci dicono nulla di più e nulla di meno.

Chi si lega al fantasma dell'ego, e crede che la sua individualità sia un tesoro da custodire e proteggere, soffre della dipartita dei suoi cari (si sente abbandonato e quindi tradito) e dell'approssimarsi della sua. 

Chi invece si arrende alla Vita, unica Realtà, muore sereno.
Per chi ha fame di filosofie complicate, di misteri da svelare, di formule magiche che ti rendono ricco e famoso a studiare i Veda c'è da rimanere delusi: 


-"Ma come? Sembrano le cose che mi diceva Nonna Olga!"- 


Chi invece tenta di spazzar via i luoghi comuni e le credenze, sente pian pianino insorgere quella meraviglia (vismaya) di cui parlano gli insegnamenti tantrici.
Nei Veda Scienza e Poesia si rincorrono l'un l'altra, si avvinghiano, si lasciano e si riabbracciano come amanti vogliosi.
Non c'è differenza tra cuore, mente e corpo, c'è solo l'Essere Umano.
Nel Leggere il Rig Veda e le prime Upanishad, sono rimasto  colpito dal continuo alternarsi di pianti e sorrisi, dall
a leggerezza con cui vengono trattati i moti dell'animo, le gesta eroiche, le profonde riflessioni sulle origini del cosmo. 
Sono così noiose, al confronto, le nostre attuali erudite disquisizioni filosofiche!
Nel Rig Veda, per fare un esempio, Indra torna a casa dopo un epico combattimento con qualche Asura e trova la moglie Indrani, che si lamenta per le sue scarse prestazioni sessuali:


 -"Guarda caro mio, come ciondola tra le coscie, inutile, il pene dell'impotente! Quello del potente invece si rizza subito e la mia vagina pelosa lavora per lui!"-



Nella Chandogya, dopo aver descritto il complicato simbolismo del sole nella Madhu Vidya (Conoscenza del Miele) l'autore strizza l'occhio ai lettori: 

-"Oh fai attenzione che parlo di sole dell'alba, del mezzogiorno e del tramonto, ma il sole è uno soltanto e se ne sta lì, fermo, in mezzo al cielo..."-

Le parole degli autori dei Veda, leggere e potenti insieme, graffianti e cariche di umori, fanno trasparire un amore infinito per la Dea e per l'Essere Umano.
Erano saggi gli autori dei Veda, e il vero saggio danza la vita.
Chissà perché invece coloro che affermano di rifarsi alla Tradizione con la T maiuscola, al Sanathana Dharma, ai Veda, appunto, sono spesso così pesanti e, almeno in apparenza, lontani dalla Gioia e dall'Amore per la Vita. 
Il concetto di base dei Veda, come ho detto, è abbastanza semplice:

 "Se vuoi vincere la paura della morte e arrivare sereno alla fine dei tuoi giorni, devi comprendere che la Vita è qualcosa di più dell'esistenza individuale".

Per arrivare alla meta, una morte serena, i rishi ci danno una serie di consigli pratici, chiamiamole "tecniche operative", che ruotano intorno a tre parole che paiono personaggi dei fumetti: 


भक्ति bhakti, भुक्ति bhukti e मुक्ति mukti

[Piccola parentesi rima di affrontare il significato letterale delle tre parole : anche uno scemo si accorge che le tre parole sono bisillabiche e hanno in comune la parola kti, come śakti, rakti ecc.
La sillabakti indica nello yoga una particolare azione da compiere nella pratica e le sillabe che la precedono sono invece le vibrazioni che provengono, da particolare settori della sfera celeste detti in astronomia Nakshatra. I nakshatra sono 27 e le sillabe/vibrazioni sono quattro per ogni Nakshatra. In totale quindi abbiamo 27x4= 108 vibrazioni che rappresentano i 108 elementi della fisica vedica.
Chi vuole approfondire può cercare di mettere in collegamento le sillabe dei nakshatra con le costellazioni e gli asana dello hatha yoga: il risultato è stupefacente]


Bhakti letteralmente significa "ciò che appartiene a qualcosa d'altro", ma è anche "una linea che divide" o "una porzione di qualcosa". 

Bhukti è il "godimento", "l'utilizzazione di qualcosa", ma indica anche "il movimento che un pianeta compie in un giorno solare". 

Mukti, che generalmente viene tradotto con "liberazione", significa "abbandono", "gettato via", "spedito". 

Abbiamo visto che il fine dello yoga vedico è quello di liberarsi della paura della morte (mukti) e di assicurarsi una serena dipartita.




La via più semplice è quella di comportarsi bene, cercando di non far soffrire nessuno, condurre una vita onesta insomma, in modo da non aver nemici che ti rompono le balle quando stai per morire, né sensi di colpa che ti torturano mentre il Signore del Tempo bussa alla tua porta.
Ma non è che sia una via sempre affidabile.
Spesso ci si fanno dei nemici senza saperlo e altrettanto spesso i rimpianti per i "baci che non si è osato dare", ovvero la soddisfazione dei desideri che ci siamo negati per fare le persone brave, buone e oneste, torturano come e più dei sensi di colpa.
E allora entra in gioco Bhakti, l'appartenenza:

-"Non aver paura, non sei solo, abbi fede in Tizio, Caio o Sempronio e la luce che Egli/Ella/Loro faranno sbocciare nel tuo cuore ti condurrà alla gioia eterna, al paradiso o a una rinascita fortunata"-






Bhakti non è male, perché a chi non riesce proprio di abbandonarsi al flusso della Dea, cioè  buttar via la propria identità individuale, far parte di una congrega di eletti o di una comunità di simili appare un compromesso accettabile: nel feticcio che si costruisce, assieme, si ficcano tutte le qualità positive che l'essere umano può immaginare e si viene a creare un flusso virtuale che, comunque sia, alla fin fine andrà a sciogliersi nel fiume dell'Esistenza, nella Vita.
I problemi nascono quando si comincia a voler affermare la superiorità del proprio feticcio rispetto a quello altrui.
L'Ego si annulla sì (parzialmente) nella comunità dei fedeli o degli affiliati, ma a volte si proietta nella comunità stessa, sovrapponendosi al feticcio da adorare.
E allora vai con la lotte di religione, le discriminazioni, le sette segrete.
A volte i risultati della Bhakti sono paradossali,
Buddha Shakyamuni, che, ad esempio, nel Kamala Sutta (vedi "NON CREDETE") dà una visione corretta e ispirata dei primi insegnamenti vedici, viene trattato spesso da anti-tradizionale (contro i Veda) e finisce con il diventare oggetto di quella devozione contro la quale metteva in guardia i suoi discepoli.
Altre volte gli effetti  sono drammatici.
I massacri fatti in nome dell'Amore, le dispute teologiche risolte a colpi di spada o illuminate dal fosforo bianco sono i crimini più stupidi e orrendi che un essere umano possa compiere.
Le guerre per il cibo o per il petrolio sono assai più comprensibili delle guerre di religione.


A coloro infine che sembrano più disposti, per caso o per temperamento, ad abbandonarsi al flusso della Vita, i Veda propongono una serie di tecniche per rimuovere i "contenuti psichici", quelle sovrastrutture culturali che impediscono  di godere pienamente (bhukti) della propria esistenza.
Sul godere dobbiamo intenderci.
Non si tratta di dedicare la vita alla ricerca del piacere sensoriale.
Godere significa vivere intensamente ogni attimo, ogni evento, ogni incontro.
Anche la sofferenza per un piede rotto è bhukti.
Anche la tristezza per la scomparsa di un parente è bhukti.
Il segreto è non "stare sul pezzo".
Se muore il mio pappagallino ammaestrato piango.
Un istante dopo passa una ragazza bella da impazzire e io rido.
Questo è il distacco dalle emozioni!
Le emozioni e le percezioni per lo yoga sono strettamente connesse.
Senza emozione non c'è percezione, senza percezione non c'è vita.
Eliminare le emozioni non significa essere illuminati, ma essere diventati dei sassi o dei pezzi di ferro.
Significa aver gelato la vita che è in noi.
La vita, la Dea, è Kundalini di Fuoco, energia e calore.
Tentare di congelarla conduce nel deserto silenzioso di cui parlano certi mistici, un inferno di solitudine.
La tecnica più raffinata che ci hanno tramandato i poeti-scienziati dei Veda è lo Hatha Yoga.
Lo Hatha Yoga, alchimia interiore, porta alla trasformazione delle energie sottili e quindi del corpo fisico, oltre che della mente.
Alcuni storcono il naso quando leggono che lo Hatha yoga allontana le malattie e allunga la vita.
Bisogna dire che la longevità e la salute non sono il fine dello  yoga, ma vivere, in salute, 84, 103 o 130 anni (non sono numeri che mi invento, sono tratti dai testi) o addirittura ottenere l'immortalità del corpo, aumenta le possibilità di giungere alla realizzazione, la "vera" realizzazione non duale.
-"Conoscenza"- dice Tsong Ka pa - "è entrare nella Terra pura con il corpo fisico"-
La Terra Pura è la terra in cui non esiste l'angoscia, il paese della Gioia, la condizione naturale dell'uomo prima della "caduta".
La Caduta invece è la glorificazione dell'ego, la nascita della stolta credenza che l'individuo sia più importante della Vita.

L'Angelo caduto, il Dio annichilito è l'uomo che abbandona la Dea, fingendo di di non riconoscere 
-"I suoi occhi blu come il fiore di utpala, 
i suoi capelli neri come l'ala del corvo, 
le sue labbra rosse come il sole dell'alba"-.

mercoledì 8 gennaio 2014

LA RESURREZIONE DEL CAVALIERE OSCURO


Da bambino non sapevo correre.
Non voglio dire che correvo male o che non correvo veloce: non sapevo proprio correre.
Vedevo gli altri che lo facevano e allora ci provavo anch'io, ma non avendo assolutamente idea dell'azione del correre, provavo a muovere una parte del corpo alla volta, la mano si mette così, il polso cosà, poi la testa. 
Alla fine facevo la fine del millepiedi delle Upanishad, quello che cerca di mettere la coscienza in un paio di zampe alla volta  finendo per incespicare.
Correre per me non era naturale.
Però mi annodavo le gambe e mi mettevo in verticale a testa in giù come fossero le cose più facili del mondo.
Credevo pure di parlare con gli animali, soprattutto con le lucertole.
Non sto scherzando, nelle vacanze di Natale ne ho parlato a lungo con mia madre e mia sorella ed ho scoperto che erano tanto preoccupate per la mia salute psichica da chiamarmi, in segreto, l'alieno.
Quello che era normale per gli altri per me era fantascienza e viceversa.
Non è che ero scemo, quando ho cominciato ad andare a scuola pigliavo dei bei voti, però facevo fatica a capire e a fare cose che ai miei coetanei o a quelli della mia famiglia apparivano naturali, semplici, comprensibili.
Ogni volta che mi portavamo a messa, per esempio, per me era come andare su Marte. Non sapevo mai quando ci si dovesse alzare, sedere e inginocchiare e soprattutto non capivo una parola.
Ogni tanto chiedevo a mia sorella che è cinque anni più grande. Era un mito per me, mia sorella, bionda bionda, carina, stava simpatica a tutti, ma neppure lei mi sapeva rispondere. 
La visione delle vecchiette nero vestite che baciavano il crocifisso mi spaventava a morte, ma secondo me non ero io ad essere strano: come fa un bambino a credere che l'Amore sia rappresentato da quell'uomo straziato con i chiodi ficcati nella carne e il sangue che gli cola sul viso barbuto? 
Secondo me chi insegna catechismo dovrebbe tenerne conto.





Il mistero dell'alternarsi delle genuflessioni e delle sedute, comunque, non era nulla rispetto a quello dell'alternarsi delle emozioni.
Quando stavo con gli adulti non capivo mai quando si dovesse ridere o piangere e siccome mia mamma si dispiaceva aspettavo che qualcuno desse il la e cercavo di imitarlo.
A volte andava bene, altre beccavo un sacco di botte: pensavano li prendessi in giro.
Crescendo e poi invecchiando non è che le cose siano andate meglio, e lo yoga, secondo mia figlia maggiore, ha peggiorato la situazione.
Temo che ci sia qualche sinapsi che non si è attivata, nel mio cervello.
O forse sono semplicemente scemo, chissà.
Ricordo che la mia ex moglie si infastidiva quando le regalavo delle rose.
Quando ho smesso di farlo si è arrabbiata.
A quasi 54 anni, la metà della mia vita (ho sempre pensato che vivrò 108 anni, non chiedetemi perché) ho deciso di lasciar perdere per un po' i Veda, le Upanishad e i Tantra Shastra, per cercare di capire perché non capisco la gente.
O meglio perché la maggior parte delle persone reagisce in maniera, per me, incomprensibile, a certe parole o certi eventi.
Per prima cosa ho iniziato a leggere i best seller e a vedere i block buster in streaming (è la prima volta che uso questi tre termini nella stessa frase e ne sono molto orgoglioso)



Ho visto "Il Cavaliere Oscuro - il Ritorno", due volte, la prima in italiano e la seconda in inglese con i sottotitoli.
 Non  è che mi sia piaciuto, anzi, però volevo cercare di capire i motivi del suo successo globale.
La storia è abbastanza scema: un cattivo grosso e pelato cui sceneggiatori ispirati hanno dato, chissà perché,  il nome "distruzione" (Bane), vive nelle fogne insieme ad un gruppo di orfani che non si sa cosa facciano per tutto il film e a dei tizi, chiamati mercenari che Bane si diverte a cazzottare ogni tanto senza motivo. 
Quando Bane parla non si capisce nulla perché ha sempre la bocca tappata da una maschera tipo Annibal the Cannibal che gli impedisce anche di mangiare, ma non di essere, comunque sovrappeso. 
Batman invece vive in una specie di castello insieme al maggiordomo Michael Caine, che piange di commozione, ed è messo maluccio: ha appeso la mascherina al chiodo, è zoppo ha la barba lunga ed è decisamente depresso, ma quando il maggiordomo lo punge sull'orgoglio (-"Bane è più forte di te"-) si mette una protesi al ginocchio indossa la tutina di latex e facendo la voce rauca e profonda per darsi coraggio scende nelle fogne per sfidare il cattivo.
Bane lo massacra, gli spezza la schiena con un pugno e lo porta, credo, in Afganistan, in una prigione sotterranea chiamata il pozzo, dove non ci sono guardie e i detenuti per tutto il tempo mangiano bevono, e fanno progetti di fuga.
Michael Caine piange di commozione.
Viene trattato bene Batman: ha una cella privata con un maxi schermo a cristalli liquidi e viene affidato alle cure di un osteopata che lo rimette in sesto con una manata sulla colonna vertebrale e gli insegna come scappare dalla prigione.
Intanto "Distruzione", dopo aver intrappolato 3.000 poliziotti nelle fogne, svela il suo piano geniale: trasformare un reattore nucleare in una bomba e morire insieme a tutti gli abitanti di New York (che nel film chiamano Gotham City). Per la rabbia Batman si mette a fare le flessioni, poi scappa dal pozzo tra gli applausi dei detenuti, se ne va a piedi nel deserto e arriva in un giorno o due a New York, libera i poliziotti e spacca dalle botte Bane. A questo punto interviene Miranda Tate, una tizia che Batman si era scopato una decina di scene prima, accoltella l'Uomo Pipistrello, e dice: -"Io non sono Miranda, mi chiamo Talia e sono la figlia di Ra's al Ghul "- [E chi è Ra's al Ghul ?]
Miranda/Talia lascia Batman moribondo nelle mani di Bane e va ad innescare la Bomba che distruggerà tutti e tutto, ma interviene una che fa la ladra e la prostituta, la "Gatta", un bel personaggio: è vestita di Latex, ha i tacchi a spillo e si muove come la protagonista di un film sadomaso tedesco.




La Gatta uccide il cattivo con un cannone, Batman guarisce improvvisamente dalla coltellata e si lancia all'inseguimento di Miranda Talia che muore felice perché ha innescato la Bomba. Ma l'uomo pipistrello ha mille risorse, acciuffa l'ordigno e va a farsi esplodere in mezzo all'Oceano Atlantico salvando la città e i suoi abitanti.
Il finale è lieto:  gli orfani escono dalle fogne e vanno a vivere in casa di Batman. Batman risorge e, visibilmente ringiovanito, si fa vedere sul Ponte Vecchio a Firenze, in compagna della porno-ladra mentre Michael Caine piange di commozione.



Il Ritorno del Cavaliere Oscuro ha incassato più di un miliardo di dollari, alcuni lo hanno definito un capolavoro. 
Quando l'ho visto al cinema la gente applaudiva e qualche spettatore si è commosso.
Per me è un film stupido, pieno di incongruenze, ma evidentemente c'è qualcosa che smuove le emozioni della stragrande maggioranza delle persone e mi piacerebbe, in questo momento, riuscire a capire cosa è.
Il titolo originale è "The Dark Knight Rises", il Cavaliere Oscuro Risorge.
Batman è vecchio, con le ginocchia a pezzi, si scontra con Bane che è giovane e muscolato e ne esce con la schiena rotta.
Finisce all'inferno e risorge.
Alla gente non gliene importa niente di come ha fatto a tornare a casa a piedi dall'Afganistan, né di come mai improvvisamente diventa più forte dell'avversario, né di come riesce a salvarsi da una bomba al neutrone ( o al neutrino.... non ho capito bene) che gli esplode sotto le chiappe.
L'importante è che sia caduto e risorto.
Si dirà che quello dell'eroe che ottiene la vittoria dopo essere sceso agli inferi è un archetipo, un simbolo che vive, da sempre, nell'immaginario dell'essere umano: il nostro inconscio lo riconosce e lo fa "agire" stimolando le emozioni e favorendo l'immedesimazione in Batman.
Ma sarà davvero così?
Vedendo il film per la seconda volta mi sono accorto che l'Eroe vero è il cattivo, Bane.



Bane non ha secondi fine, non ha nessun interesse personale. Lotta contro l'ingiustizia ed è disposto ad immolarsi per un ideale.
Gli sceneggiatori hanno pure inserito una scena in cui Bane dimostra la sua bontà e il suo amore innocente, puro per Miranda/Talia, ma nessuno, mai parteggerà per lui.
Perché questo film ha così successo? Perché mostra la caduta e la risurrezione di un Eroe?
Non sarà invece che sottobanco smercia altri valori?
Batman, che possiede una fabbrica di armi, è bizzoso, orgoglioso, arrogante, ricco da far paura e si tromba pure le donne più belle del film che, vestite dichiaratamente come donne oggetto, si concedono per soldi e per interesse.
Ma soprattutto, pare che scenda in campo al solo scopo di dimostrare di essere lui il più forte.
Il dio della nostra epoca non è il denaro, è l'Ego.



Io ho sicuramente dei problemi di comprensione della realtà grossolana.
Ma, visto che pratico, studio e insegno Yoga, mi viene da chiedere: gli altri capiscono veramente di cosa si parla quando si discute di stato naturale, spontaneità, annichilimento dell'ego, comprensione delle emozioni negative?