venerdì 28 febbraio 2014

HATHA YOGA - LA DANZA DEI NAGA


I movimenti dello yogin sono quelli del serpente.
Anzi, del Nāga, che vuol dire cobra, in sanscrito, ma significa anche piombo.
É facile fondere il piombo, basta un fuocherello.
Scegli lo stampo e si fa angelo, soldato, cigno o fiore che sboccia.
La posizione, l'asana, c'è già, prima che lo yogin la assuma: è lo stampo, e lui è piombo fuso.
Non bisogna pensare a sedersi, ma lasciare che il corpo, liquido, entri in una forma che è lì, da sempre.
Se la posizione è perfetta, il respiro si fa dolce e naturale e la mente si quieta.
È questo lo yoga: giusta posizione, giusto respiro, giusto stato mentale.




Ma  Nāga (Cobra/Piombo), o bhujaṅga (Serpente/ amante), per lo haṭhayogin indicano anche una particolare "qualità del movimento", una maniera, difficilmente descrivibile a parole, di assecondare la gravità rendendo il gesto morbido ed elegante come, appunto, quello di un serpente che svolge le sue spire.
Il modo migliore di comprendere la "Danza dei Nāga"  è quello di lavorare a coppia.
L'ascolto reciproco, permette di svelare il gioco delle articolazioni, quel loro estendersi e ruotare al ritmo naturale del respiro (e dei flussi del liquido cerebrospinale....) che stimola il sistema linfatico (e non solo!) generando le sensazioni di piacere ed "effervescenza" che accompagnano la pratica dello Haṭhayoga.
Se, dopo aver assunto degli Asana, non si avverte una sottile e piacevole vibrazione interna e non muta la percezione dello spazio non si può parlare di Haṭhayoga.
Nella sequenza a due che propongo, ognuno dei due yogin assume posizioni diverse e complementari, nel senso che il gesto dell'uno sostiene e accompagna il gesto dell'altro. 
Si parte da śīrṣāsana (verticale sulla testa  e da ardha padmāsana (mezzo loto) [fig.1] per arrivare infine a nāgāsana combinato con uṣṭrāsana  [figg.21-22], per poi ripetere l'intera sequenza invertendo i ruoli.



 fig.1 





 fig. 2



 fig. 3


 fig. 4


 fig. 5



 fig. 6


  fig. 7


  fig. 8



 fig. 9




fig. 10



fig.11

  fig. 12


  fig. 13


  fig. 14


 fig.15



fig. 16


  fig. 17


 fig. 18




 fig. 19



  fig. 20



 fig. 21


fig. 22



foto  di Francesca Proietti

venerdì 21 febbraio 2014

LIBERARSI DAI VINCOLI



"Liberarsi dai vincoli" è un bello slogan.
Ma per uno yogin potrebbe essere qualcosa di più.
Se riuscissimo a togliere di mezzo le pastoie dei "sistemi culturali" forse potrebbe cominciare a comprendere davvero gli insegnamenti dello yoga.
Cosa sono i Sistemi Culturali?
Sono le creazioni della mente umana, i tentativi di far rientrare tutti i fenomeni in un terreno delimitato dalle credenze religiose, le idee filosofiche e le teorie pseudoscientifiche.
Se riuscissimo a leggere i testi di hatha Yoga facendo pulizia delle idee pregresse, senza tentare di trovare dei collegamenti con Platone e Jung, San Paolo e Freud, Di Caprio ed Blavatsky forse i misteri della meravigliosa Arte dello Hatha Yoga ci apparirebbero molto meno misteriosi.
La parola chiave dovrebbe essere semplicità. 



Sembra facile!
La nostra mente quando si legge un testo antico che ha una qualche attinenza con la filosofia e la religione, va in automatico e aggiunge una marea di contenuti e riferimenti moderni che all'autore apparirebbero per lo meno stravaganti.
Un tempo si usava il termine "contestualizzare". 

Ecco noi non contestualizziamo quasi mai gli insegnamenti dello yoga ma diamo per scontato che siano stati scritti da persone  un po' più ignorante di noi che condividevano in parte, la nostra attuale visione del mondo e la nostra cultura.
Il motivo di questo errore, grave, sta nella pretesa che le nostre credenze siano verità.
Diciamoci la verità: nessuno di noi, o quasi nessuno, pensa davvero che Patanjali o Goraksha avessero una conoscenza dell'anatomia, della biologia, della fisica paragonabili alle nostre.
Preferiamo pensare che siano degli dei incarnati, dei personaggi mitici o degli alieni.
Soffriamo di un complesso di superiorità nei confronti del passato.
Non siamo neppure sfiorati dall'idea che uno yogin di tremila o cinquemila anni fa avesse i nostri medesimi strumenti di conoscenza perché il concetto di progresso e di sviluppo infinito si sono ficcati nella nostra mente così profondamente da farci pensare che siano parte del codice genetico.
Semplicità dicevo, cercare di capire cosa dicono, prima di tutto in senso letterale, gli scritti dei maestri antichi.

Per dare un'idea di cosa intendo riporterò alcuni versi di un testo Shakta, lo śāktavijñāna di Somānanda.
Vediamo che dice: 



śāktavijñāna 4, 5, 6 - "Cinque dita sotto l'ombelico e due dita sopra l'organo sessuale, tra ombelico e genitali, si trova il bulbo conosciuto come cakrasthāna.
Quando si riesce a interrompere la respirazione ordinaria si si deve concentrare proprio sul bulbo.
Per penetrazione si intende l'aver padroneggiato appieno il movimento dell'energia in questo punto.
Il bulbo è diviso in due parti: una è triangolare, simile alla castagna d'acqua e l'altra che è sempre uguale a se stessa ha sei raggi o vertici.

7-Il bulbo ha l'aspetto di un fiore di melograno, è rosso [...].

8- bisogna portare l'attenzione su questo bulbo e nell'attimo in cui il respiro, che fino ad ora abbiamo ignorato, si ferma, si deve indovinare la sua direzione.

9- ciò che chiamiamo energia consiste in una risonanza, una vibrazione, non prodotta in maniera meccanica, che parte dal centro del bulbo. Se la disegnassimo sarebbe una linea dritta con le estremità, alto e basso, sinuose come un serpente.

10: Nel momento dell'immobilità [con l'arresto del respiro e la percezione della vibrazione] si percepisce come l'alto e il basso [della linea diritta] siano il sole e la luna e la vibrazione genera una energia luminosa.

11: espirando si facciano vibrare le sillabe oṃ akṣa hṛīṃ e si porti l'attenzione sull'energia che percepiremo dritta come un bastone[...]

14: una volta che l'energia è stabilizzato nel bulbo, la dobbiamo far risuonare nell'ombelico, poi nel cuore e nella gola. dalla gola passa poi immediatamente al palato molle.
[...]


Ora se a qualcuno di noi venisse in mente di paragonare il bulbo al muscolo pubo coccigeo e alle zone limitrofe, che si mettono a vibrare "senza ausilio meccanico" nell'attimo precedente all'orgasmo e lavorasse un pochino sul suono interiore e sugli ipertoni che si producono con il palato molle, ho idea che il testo diverrebbe di una chiarezza disarmante.
Niente energie misteriose, niente demoni, niente formule magiche.
Conoscenza anatomica, sensibilità e pratica delle vibrazioni.
Nient'altro.
Lo Yoga è un arte meravigliosa e le basi teoretiche sono semplici semplici, così semplici che le nostre menti complicate non riescono a crederci.

giovedì 20 febbraio 2014

EMPATÉIA O LA COMPRAVENDITA DELLE EMOZIONI


-"Non sei Empatico!"-
-"L'Empatia è alla base delle relazioni umane"-
-"La mancanza di Empatia rende crudeli!"-


Che strano che è il linguaggio umano.
Ci sono parole che sonnecchiano per decenni nei libri di medici, farmacisti o architetti e poi si svegliano, improvvisamente, e cominciano a viaggiare di bocca in bocca come avessero vita propria, assumendo significati nuovi, completamente svincolati, a volte, dal suono e dal senso originario.
Se digiti "Empatia" su Google, in  mezzo minuto arrivano un milione e trecentomila risultati.
Nei corsi di formazioni per manager, nelle classi di yoga, nelle sedute psicanalitiche, nei programmi televisivi non si fa altro che parlare di Empatia.
Non essere Empatici ai nostri giorni è una vera tragedia. 
Gli amici ti voltano le spalle, le/gli amanti ti abbandonano disgustati, una normale giornata di lavoro si trasforma in una Via Crucis.
Terribile.
Ma cosa significa Empatia?
Già, perché a dire il vero non è che si capisca bene: mettersi nei panni degli altri? 
Soffrire dei dolori altrui? 
Essere dotati di compassione? 
Saper risuonare al canto delle emozioni?




Negli anni '80, quando studiavo storia dell'Arte a Pisa, Empathy, per me e i miei compagni di corso, era la traduzione del termine tedesco Einfühlung, un neologismo coniato dal critico d'Arte Robert Vischer
Letteralmente significa UN (ein) CONTATTO (fühlung), ma per Visher indicava il processo di comprensione del "messaggio" di un quadro o di una scultura e, per allargamento semantico, la capacità di comprendere il valore simbolico della natura.

Einfühlung: usare l'immaginazione per entrare, un attimo, nell'animo di un pittore al fine di interpretare al meglio la sua opera.

In altre parole è una tecnica di interpretazione simbolica ideata per i critici d'Arte.
Gli inglesi tradussero Einfühlung con Empathy perché riscontrarono delle analogie tra il processo di interpretazione messo a punto da Visher e l'antica arte dell' empatéia (εμπαθεία), ovvero la capacità del cantore greco, di far risuonare assieme a quelle della lira, le corde emotive dello spettatore.
Perché, se ascolto la storia di Achille che piange sul cadavere di Patroclo mi commuovo (a volte)?
Di Achille, a dire il vero non m'importa un bel fico secco, non l'ho mai conosciuto, non sono mai stato innamorato di un guerriero acheo, né sono mai stato a Troia a fare a sassate e spadate per vendicare l'onore di un marito tradito.
Le lacrime non sono prodotte dal ricordo di una mia esperienza, ma da un ingrediente misterioso che Omero e l'attore che lo interpreta, sanno aggiungere al suono delle parole.



In trent'anni di teatro, di attori in grado di far piangere il pubblico con le parole ne avrò conosciuti forse una decina.
Non è una roba facile.
Eppure ad ascoltare quanto si dice in giro sembra che quasi tutti siano "empatici" .
E chi non lo è farebbe bene ad affidarsi alle cure di qualche specialista per imparare ad esserlo!
Strano.
L'inghippo nasce agli inizi del '900, quando un gruppo di psicologi e filosofi ispirati da Husserl e Wundt (si tratta dell'argomento del mio primo esame di psicologia, ne vado molto orgoglioso... ne  avevo messi due nel piano di studio) si inventa la Psicologia Sociale, ovvero lo studio dei rapporti tra il singolo e la comunità.
Einfühlung per gli psicologi, diventa la capacità, innata, dell'essere umano e di altri mammiferi, di comprendere le emozioni che stanno dietro alla mimica facciale o al gesto di altri individui della stessa specie.
Capacità innata, significa che fa parte ( o dovrebbe far parte, non dimentichiamoci che è una teoria...) del corredo genetico di una determinata specie.
In parole povere: il gatto muove la coda quando è nervoso, il cane quando è contento.
Fido vede Silvestro che scondinzola e si fionda a condividere le coccole, a Silvestro girano invece i maroni e lo graffia sul naso. cane e gatto diventano nemici.
Non si capiscono perché sono di due specie diverse, se fossero della stessa specie ci sarebbe, naturalmente, Einfühlung
Interessante.
Ricapitolando:
1) per un greco del IV sec, a.C. "Non sei Empatico" voleva dire "Non sei un bravo Attore".
2)Per uno studioso d'Arte dello scorso secolo il significato era "Non sei un un bravo Critico"
3)Per noi, oggi, significa "Non appartieni alla specie umana" o "Non appartieni a questa comunità sociale".
Ciò che indicava fino al secolo scorso, una qualità non comune, un talento eccezionale, ai nostri giorni è considerata una normale modalità di comunicazione. tanto normale da far apparire alieni coloro che vengono "accusati" di non possederla o di non farne uso.
A prescindere dall'uso scorretto che si fa della parola (la si usa come sinonimo di compassione, simpatia, capacità di accogliere ecc. ecc) essere empatici ai nostri giorni è diventato un imperativo morale.
Si fanno stage e corsi di formazione per apprendere l'Empatia.
Ecco qua (tratto da "Il mondo dell'empatia. Campi d'applicazione" di Federico Fortuna e Antonio Tiberio, Franco Angeli Editore): 

"Apprendere l'empatia - 
Selezionare insegnanti e allievi; 
Una scala di misurazione dell'empatia; 
Metodi di training; 
Esercizi per sviluppare l'empatia"

Empatia è  un metodo, che si apprende, per far passare il proprio messaggio nell'inconscio degli allievi, degli interlocutori, dei consumatori.
Si dirà che in fondo il fine è il medesimo dei Rapsodi e degli Aedi greci, che affinavano la propria sensibilità e le proprie capacità espressive per emozionare lo spettatore.
Ma c'è una differenza notevole, e coloro che si occupano di Yoga ne dovrebbero tener conto: teatro, musica, danza in origine erano ARTE SACRA.
L'interprete non portava la propria volontà individuale, ma "ASCOLTAVA E UBBIDIVA", sentiva le voci degli Dei, ovvero la legge della natura, e le riproponeva ( provava a riproporle...) pari pari.
Il messaggio che filtrava era un messaggio universale.
L'insegnante, il venditore, il politico odierni di solito cercano di trasmettere il proprio messaggio.
Essere empatico per un manager, significa entrare nella sfera emotiva di  sottoposti e clienti, imparare a comprendere eventuali segnali di disagio o apprezzamento, e convincerli della validità del messaggio suo e della sua azienda.
Essere empatici ai nostri giorni significa essere seduttivi, tanto è vero che nei "manuali tecnici" si studiano le dinamiche dell'innamoramento.
Ecco  dallo stesso testo di prima ( "Il mondo dell'empatia. Campi d'applicazione" di Federico Fortuna e Antonio Tiberio, Franco Angeli Editore) il brano che precede il capitolo sul Training Empatico:

"Lo sviluppo dell'empatia dalla nascita all'innamoramento:
Empatici si nasce o si diventa?
Le fasi dello sviluppo e la trasformazione dell'empatia; 

L'empatia tra genitori e figli; 
Le differenze dovute al sesso; 
Ulteriori contributi delle ricerche in campo evolutivo e sociale
L'empatia nelle relazioni d'amore
Empatia e amore; 
L'accuratezza empatica; 
L'empatia nella risoluzione dei conflitti di coppia; 
L'empatia prolunga l'amore; 
Quando l'amore supera l'empatia; 
Empatia e relazioni intime"

Non so se è chiaro: si studiano le dinamiche naturali dell'innamoramento e  si impara a ripresentarle in ambiti come l'imprenditoria o l'insegnamento dell'algebra, che con l'Amore fisico non dovrebbero avere niente a che vedere.
Per far passare meglio un messaggio imparo a farti innamorare riproponendo, artificiosamente, gesti, sguardi, toni della voce che insorgono, naturalmente, negli amanti.
Un simile training ha buone probabilità di condurre al successo, qualsiasi sia la nostra attività.
Ma sarebbe meglio tener lontani certi processi dalle scuole e dai corsi di yoga.
Chi insegna Yoga è, di solito (spero) anche un praticante. 
Sta lavorando per entrare in contatto con la propria vera natura.
Se segue il pensiero dominante e cerca di "apprendere l'Empatia" come la intendiamo ai nostri giorni, rischia di non saper più riconoscere i propri moti dell'animo.
Se buona parte della mia energia la dedico al cercare di indovinare qual'è il tuo punto debole, la breccia dalla quale posso far entrare il mio messaggio, e non sono sicuro del messaggio che devo far passare cosa otterrò alla fine?
Certo farò innamorare gli allievi.
Certo riuscirò a creare una buona energia nella classe o nella scuola o nel gruppo di meditazione, ma se non ho fatto ancora i conti con  con quelle sovrastrutture culturali (Cittavritti?) che impediscono il contatto con il vero Sé, alla fine che ne accadrà di me e dei miei allievi?
L'insegnante di Yoga dovrebbe essere colui che accompagna coloro che lo riconoscono come istruttore, in un viaggio a ritroso verso l'identità con il Principio, con Dio.
Questo è lo scopo dello Yoga.
Cerchiamo di non dimenticarcelo.


mercoledì 19 febbraio 2014

L'ISOLA DELLE GEMME - MAHASHIVARATRI 2014




Nello spazio infinito, 

bagnata dalle acque dell'Oceano di prima dell'inizio, 
c'è un'isola fatta di diamanti, perle e rubini.
È la dimora del Dio senza nome e della sua Sposa.
Dorme, il Dio senza nome. 

Un sonno senza sogni.
La Dea 
canta, piano piano. 
Gli occhi socchiusi e le gote arrossate dal desiderio.
E' un canto antico, più antico dell'Uomo: 

- “Ha Sa Ka La Hrim....... Ha Sa Ka Ha La Hrim......Sa ka la Hrim....” -

Poi si mette a danzare.
Una danza antica, più antica dell'Uomo.
Tutto iniziò così, con un canto e una danza.
Finalmente il Dio senza nome si sveglia,
tende la mano destra alla sua Sposa.
Lei, la Bella dei Tre mondi, sorride.
China la testa, e sorride.
Danzando si scioglie la veste di seta e broccato.
È bella la Dea.
Il corpo del Dio si riempie di Vita
La sposa si riempie di Lui.
-“Sa'ham”- Io sono Lei. 
- ”So'ham”- Io sono Lui.


domenica 9 febbraio 2014

GUERRIERI SENZA SPERANZA



Dog Soldiers, Soldati Cane.
Tra gli Cheyenne erano i guerrieri (e le guerriere: pare non facessero distinzione di sesso) più temuti e rispettati.  
In battaglia si legavano saldamente a un palo piantato per terra per poter lottare fino alla morte o alla vittoria senza possibilità di fuga.
Sugli altri l'effetto era devastante: pur di proteggerli i compagni di lotta sacrificavano la vita, e il passo dei nemici si faceva incerto, ché paura e ammirazione rendevano molli le ginocchia.
Corda, nodi e piolo tracciavano i confini della Terra senza Speranza.
Gli Cheyenne conoscevano bene i moti dell'animo.
Se nella vita quotidiana è lei, la speranza, a spingerci al di là dei dubbi e della sofferenza, in battaglia può essere un freno.
Chi è privo di speranza, non ha niente da perdere: niente  nostalgia del passato, niente sogno del futuro.
Niente.
Quella del Dog Soldier è azione pura, svincolata dal timore della sconfitta o dal sogno della vittoria.
Un'azione "senza scelta", per questo si ficca con prepotenza nell'inconscio.
L'essere umano decide di rado, in genere sceglie.
La scelta si opera con la mente: valutiamo i pro e i contro di una serie di opzioni, e poi puntiamo il dito su quella che ci appare migliore.
Chi decide non perde tempo a pensare: è l'istinto che lo guida (o l'intuito?) e seguirà la sua strada infischiandosene di risultati, critiche o apprezzamenti.
Nella decisione si è se stessi, nella scelta ciò che crediamo o vogliamo far credere di essere.
Il Dog Soldier indossa il guinzaglio per liberarsi dalle catene.
Gli alibi consolatori, le astuzie e i racconti della mente non trovano posto nella Terra senza Speranza: c'è spazio solo per lui (o lei), il piolo e la corda. 
Forse stramazzerà a terra alla prima freccia. 
Forse si inginocchierà piangendo in attesa della morte.
O magari lotterà come un bufalo infuriato, e al tramonto danzerà sui cadaveri dei nemici, chissà.
Nessuno può dirlo e di certo non sarà lui (o lei) a scegliere.




I Dog Soldiers non nascevano dalla mente di uno stratega, non erano frutto di discussioni tra capi tribù.
Arrivarono in sogno ad un giovane guerriero subito dopo la morte di Motzeyouf, "Dolce Medicina", il fondatore della Nazione Cheyenne.
Un sogno ripetuto per quattro notti di seguito e confermato poi da un evento prodigioso: un mattino centinaia e centinaia di cani, sbucati chissà da dove, si accucciarono, zitti zitti, ad ascoltare le parole del sognatore.
Che storia strana.
Per i popoli che vivevano in simbiosi con la terra il sognatore era l'individuo più autorevole e degno di rispetto perché portava agli altri la voce degli dei.
Noi, invece, siamo abituati a trattare i sognatori come fanciulli mai cresciuti, gente non seria, in fondo, perché poco incline al pensiero razionale.
"Non stare sempre con la testa tra le nuvole!", "Stai con i piedi per terra!" si dice a chi ascolta la voce degli dei.
La verità è che siamo diventati sordi.
E ciechi.
Il dualismo platonico e il principio di causalità insito nella psicologia freudiana hanno attecchito così profondamente  da farci sembrare leggende o fantasie le naturali facoltà dell'Essere Umano.
Cerco di spiegarmi meglio: nel leggere la storia del Dog Soldiers tutti noi, me compreso, cercheremo di capire il "perché".
Perché si legavano al Piolo?
Le risposte plausibili sono molte:
 1) perché, come ho pensato io, l'impatto emotivo metteva il nemico in uno stato di sudditanza psicologica.
2)Perché dovevano dar mostra di coraggio e sprezzo del pericolo.
3)Perché era una specie di iniziazione, una roba tipica di quei popoli selvaggi.....
Ma la verità è che lo facevano perché lo avevano sognato.
Punto.
La nostra "tecnica del pensare" ci impedisce di credere che un'azione o un modello di comportamento insorgano senza motivo o per ragioni che non riguardano la nostra storia, la cultura, la personalità.
Con Freud ci siamo abituati a ritenere che ogni nostro gesto o moto dell'anima abbia le proprie radici in un qualche episodio dell'infanzia o, con la nuova frontiera dell'ipnosi regressiva, addirittura in qualche vita precedente.
Con Platone abbiamo scisso la vita in spirito e materia, arrivando a pensare che tutto ciò che proviene dalla terra e dal corpo sia fango, veleno o catena.
Ma i nativi americani, gli aborigeni australiani, gli indiani dei Veda, i tibetani di Yeshe Tsogyal non li avevano mica letti Freud e Platone!
Noi moderni non riusciamo a capire il concetto di azione pura.
E questo porta allo sviluppo del pensiero obliquo.




La voce degli Dei è l'intuizione poetica, la rivelazione che non tollera dubbi o ripensamenti
L'essere umano non dovrebbe far altro che ascoltare ed ubbidire, ma il pensiero inibisce il movimento naturale e si mette alla ricerca di motivazioni, regole e risultati da conseguire.
Il Rishi, il veggente, nella nostra società diviene il visionario, un folle, insomma, a meno che non dica che si riferisce a qualcosa di alto, superiore, metafisico.
Allora viene accettato e chiamato artista.
Ma la sua funzione originaria, quella di trasmettere agli altri le leggi della natura è stata delegata ai mercanti.
L'unica intuizione valida, oggi, è quella che genera profitto e le previsioni sull'andamento della borsa hanno preso il posto delle profezie.
Fateci caso: i riti iniziatici delle società tradizionali e le "tecniche di ascolto" dello yoga e dello sciamanesimo sono oggetto di stage e corsi di formazione per manager e il Dog Soldier della nostra epoca è il Brocker che si lega al suo pc per lottare, fino alla morte, anche contro la logica e il buon senso.
Facile rendersi conto di questo stravagante spostamento di accento guardando film su Wall Street e documentari di denuncia, leggendo articoli sul gruppo Bildenberg o sul neocapitalismo, più difficile guardarsi in faccia e osservare come per noi, tutti noi, sia diventato difficile dar credito alle voci di dentro.
Le voci di dentro nascono dal nucleo primario delle emozioni, quelle energie creative che condividiamo con l'universo, ascoltarle significa ristabilire un filo diretto tra emozione ed azione, lasciandosi andare al flusso naturale, come il gabbiano si abbandona alle spirali del vento.
Voi conoscete qualcuno che si abbandona al flusso? 
Che mette da parte l'immagine di sé, gli obblighi sociali, gli interessi  personali per dar libera espressione alle emozioni?
Abbiamo messo il contagocce alla fonte della Vita aspettando il momento per farla zampillare di nuovo.
Domani o tra un anno.
Tanto che cambia?
Come siamo strani.
Facciamo progetti di vita invece di vivere e cerchiamo nel passato le emozioni che non riusciamo più a trovare nel presente.
Forse dovremmo piantare un piolo per terra e mandare la speranza oltre confine, ma sono sicuro ci metteremmo a calcolare la giusta lunghezza della corda o la forma più gradevole del piolo e a fare progetti per trarre un qualche profitto dall'idea.
Chissà, magari visto che la camminata sui carboni ardenti e il volo yogico sono un po' sfruttati quest'anno andrà di moda il "Dog Soldier". 
Meglio organizzarci prima che qualcuno ce la freghi, l'idea





mercoledì 5 febbraio 2014

EMOZIONI FOSSILI



"Ma quale distacco dalle emozioni!
Lo Yoga è Danzare la vita"
                                             Ryu no Kokyu       
                                   

Si può morire anche due, tre, dieci volte al giorno e rinascere nel sorriso di un bimbo o nel volo silenzioso del falco. 
Il ritmo della Vita è  proprio questo: un insensato  rincorrersi di piacere e dolore da cui, a volte si ha voglia di scappare, come il bagnante in fuga dall'Onda che devasta.
Altre, invece, con l'incoscienza dell'Amante, ci si abbandona al mare e allora,   per un attimo, uno solo, godiamo di quell'assurdo e luminoso silenzio che chiamiamo Gioia.
Chi non ne sa pensa che  il fine dello Yoga sia distaccarsi dalle emozioni, quasi fosse il fratello nobile dell'apatia.
E sono tanti a non sapere.
Inutile dir loro che è Śiva, il selvaggio "Re della danza", a portare lo Yoga agli uomini.





Quando la sua Sposa si toglie la vita, Śiva folle di dolore, si getta contro l'assemblea degli dei, li massacra a calci e pugni e devasta lo spazio sacro del rito. 
Poi prende il corpo dell'amata, lo stringe a sè e comincia a vagare per l'Universo. 
Śiva non accetta la morte e non accetta la fine di un Amore che non può non essere eterno: è un Dio, il dio dell'Oltre, e non ha passato né futuro,
come i bambini, che sono immortali fin quando non patiscono l'orrore dell'assenza. 
L'immagine di Śiva che vaga nel cielo stellato stringendo il cadavere di Satī è la più straziante dei Purana.
Lui, l'invincibile Signore del Tempo, Asura tra gli Dei e Dio tra i demoni, non sa far altro che piangere.
Distacco dalle emozioni?
Ma per favore!
Se il Mondo svanisse, qui ed ora, Śiva neppure se ne accorgerebbe
Ogni lacrima un ricordo.
Quando il corpo di Satī, fatto a brandelli dagli altri dei, cade sulla terra a renderla sacra, Śiva muore alla vita. 
Per il dolore diventa pietra, una colonna di pietra alta fino al cielo. 
I ricordi, anche quelli felici, si nascondono tra le ossa, i muscoli e le viscere, e si cibano l'uno dell'altro, ingrassano fino a impedire il gioco naturale delle emozioni, e dei gesti che dalle emozioni devono insorgere.






Da bambino pensavo che i ricordi se li portava via il libeccio, come i morti.
La risacca si lascia dietro un sacco di cose, mucchi di alghe, corde, ossa di pesce scolorite, che sole e salmastro incollano agli scogli.
Al tramonto si fanno facce, alberi o draghi antichi.
Sembrano lì da sempre.
Quasi ci si affeziona a quei guardiani scolpiti dal mare.
Poi l'onda del libeccio li strappa via.
Resta solo lei, l'Onda, che sbatte sulla scoglio e si ritrae, senza fretta.
Poi si alza per rovesciarsi di nuovo.
Lo Yoga strappa i ricordi dalla carne, come il libeccio, e ne  senti le onde nel respiro, nel cuore, nelle viscere.
La mente si fa ritmo e le emozioni, libere dal fardello della memoria, illuminano il gesto e lo sguardo.


A pensarci è proprio una roba strana!
Ogni emozione genera un ricordo tanto più ingombrante quanto più forte è l'emozione.
La morte di una persona cara, la fine di un amore, sono pietre piene di spigoli e muschio, e bastano una foto, il bianco desueto di un vestito trovato nell'armadio, un tono di voce, per aggiungere altri spigoli e altro muschio.
Se ne limiti lo spazio, è ovvio, la danza un tempo vorticosa delle energie vitali, perde slancio e vigore, come un giocattolo a molla che vada scaricandosi, e noi finiamo per crederci uno con il ricordo, diventiamo pietra, come Śiva.
Che l'emozione dia forma al corpo, riorganizzando ossa, muscoli e carne, è cosa nota: guarda lo sguardo acceso, il rossore delle guance e il passo leggero degli innamorati!
L'emozione della perdita irrigidisce, lo sappiamo bene, ma come prima amavamo chi ci ha lasciato, adesso amiamo il suo ricordo.
E amiamo il rinnovarsi della sofferenza, anzi ne diventiamo espressione.
Ecco cosa ci impedisce di vivere nel presente! 
Non la mente, ma il corpo. 
Le pietre dei ricordi si ficcano dentro ogni singola cellula, fino a soffocarci trasformando la vita in rappresentazione della vita.
Si può morire anche due, tre, dieci volte al giorno e rinascere nel sorriso di un bimbo o nel volo silenzioso del falco, ma la maggior parte di noi si immola al dio della memoria preferendo una morte sola, lenta e rassicurante.
È comprensibile: il dolore della perdita e la malattia dell'abbandono ci fanno sentire nobili.
Interpretare il ruolo dell'eroe drammatico, infelice per contratto, giustifica la nostra, di infelicità, e ci permette di continuare a vivere nel passato.
Anche il futuro è passato, per chi si alimenta di ricordi, ché la prefigurazione di ciò che non è ancora può sgorgare solo da ciò che è stato. 
Il ricordo è un emozione fossile.
Bello a vedersi, ma prova un po' a danzarci insieme! 
Il libeccio, si porta via, assieme, i morti e le pietre dei ricordi.
Possiamo lasciare che l'Onda e il Vento ci entrino in casa, distruggano le foto antiche e il mobilio di famiglia.
Oppure sbarriamo porte e finestre e saliamo sul tetto della torre di pietra per guardare la tempesta di lontano, circondati da alibi sensati e fantasmi affettuosi.
Sta a noi decidere.