mercoledì 5 febbraio 2014

EMOZIONI FOSSILI



"Ma quale distacco dalle emozioni!
Lo Yoga è Danzare la vita"
                                             Ryu no Kokyu       
                                   

Si può morire anche due, tre, dieci volte al giorno e rinascere nel sorriso di un bimbo o nel volo silenzioso del falco. 
Il ritmo della Vita è  proprio questo: un insensato  rincorrersi di piacere e dolore da cui, a volte si ha voglia di scappare, come il bagnante in fuga dall'Onda che devasta.
Altre, invece, con l'incoscienza dell'Amante, ci si abbandona al mare e allora,   per un attimo, uno solo, godiamo di quell'assurdo e luminoso silenzio che chiamiamo Gioia.
Chi non ne sa pensa che  il fine dello Yoga sia distaccarsi dalle emozioni, quasi fosse il fratello nobile dell'apatia.
E sono tanti a non sapere.
Inutile dir loro che è Śiva, il selvaggio "Re della danza", a portare lo Yoga agli uomini.





Quando la sua Sposa si toglie la vita, Śiva folle di dolore, si getta contro l'assemblea degli dei, li massacra a calci e pugni e devasta lo spazio sacro del rito. 
Poi prende il corpo dell'amata, lo stringe a sè e comincia a vagare per l'Universo. 
Śiva non accetta la morte e non accetta la fine di un Amore che non può non essere eterno: è un Dio, il dio dell'Oltre, e non ha passato né futuro,
come i bambini, che sono immortali fin quando non patiscono l'orrore dell'assenza. 
L'immagine di Śiva che vaga nel cielo stellato stringendo il cadavere di Satī è la più straziante dei Purana.
Lui, l'invincibile Signore del Tempo, Asura tra gli Dei e Dio tra i demoni, non sa far altro che piangere.
Distacco dalle emozioni?
Ma per favore!
Se il Mondo svanisse, qui ed ora, Śiva neppure se ne accorgerebbe
Ogni lacrima un ricordo.
Quando il corpo di Satī, fatto a brandelli dagli altri dei, cade sulla terra a renderla sacra, Śiva muore alla vita. 
Per il dolore diventa pietra, una colonna di pietra alta fino al cielo. 
I ricordi, anche quelli felici, si nascondono tra le ossa, i muscoli e le viscere, e si cibano l'uno dell'altro, ingrassano fino a impedire il gioco naturale delle emozioni, e dei gesti che dalle emozioni devono insorgere.






Da bambino pensavo che i ricordi se li portava via il libeccio, come i morti.
La risacca si lascia dietro un sacco di cose, mucchi di alghe, corde, ossa di pesce scolorite, che sole e salmastro incollano agli scogli.
Al tramonto si fanno facce, alberi o draghi antichi.
Sembrano lì da sempre.
Quasi ci si affeziona a quei guardiani scolpiti dal mare.
Poi l'onda del libeccio li strappa via.
Resta solo lei, l'Onda, che sbatte sulla scoglio e si ritrae, senza fretta.
Poi si alza per rovesciarsi di nuovo.
Lo Yoga strappa i ricordi dalla carne, come il libeccio, e ne  senti le onde nel respiro, nel cuore, nelle viscere.
La mente si fa ritmo e le emozioni, libere dal fardello della memoria, illuminano il gesto e lo sguardo.


A pensarci è proprio una roba strana!
Ogni emozione genera un ricordo tanto più ingombrante quanto più forte è l'emozione.
La morte di una persona cara, la fine di un amore, sono pietre piene di spigoli e muschio, e bastano una foto, il bianco desueto di un vestito trovato nell'armadio, un tono di voce, per aggiungere altri spigoli e altro muschio.
Se ne limiti lo spazio, è ovvio, la danza un tempo vorticosa delle energie vitali, perde slancio e vigore, come un giocattolo a molla che vada scaricandosi, e noi finiamo per crederci uno con il ricordo, diventiamo pietra, come Śiva.
Che l'emozione dia forma al corpo, riorganizzando ossa, muscoli e carne, è cosa nota: guarda lo sguardo acceso, il rossore delle guance e il passo leggero degli innamorati!
L'emozione della perdita irrigidisce, lo sappiamo bene, ma come prima amavamo chi ci ha lasciato, adesso amiamo il suo ricordo.
E amiamo il rinnovarsi della sofferenza, anzi ne diventiamo espressione.
Ecco cosa ci impedisce di vivere nel presente! 
Non la mente, ma il corpo. 
Le pietre dei ricordi si ficcano dentro ogni singola cellula, fino a soffocarci trasformando la vita in rappresentazione della vita.
Si può morire anche due, tre, dieci volte al giorno e rinascere nel sorriso di un bimbo o nel volo silenzioso del falco, ma la maggior parte di noi si immola al dio della memoria preferendo una morte sola, lenta e rassicurante.
È comprensibile: il dolore della perdita e la malattia dell'abbandono ci fanno sentire nobili.
Interpretare il ruolo dell'eroe drammatico, infelice per contratto, giustifica la nostra, di infelicità, e ci permette di continuare a vivere nel passato.
Anche il futuro è passato, per chi si alimenta di ricordi, ché la prefigurazione di ciò che non è ancora può sgorgare solo da ciò che è stato. 
Il ricordo è un emozione fossile.
Bello a vedersi, ma prova un po' a danzarci insieme! 
Il libeccio, si porta via, assieme, i morti e le pietre dei ricordi.
Possiamo lasciare che l'Onda e il Vento ci entrino in casa, distruggano le foto antiche e il mobilio di famiglia.
Oppure sbarriamo porte e finestre e saliamo sul tetto della torre di pietra per guardare la tempesta di lontano, circondati da alibi sensati e fantasmi affettuosi.
Sta a noi decidere.










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