mercoledì 26 marzo 2014

IL TEMPO DEGLI AMANTI: KRAMAMUDRA



Kramamudrā è una delle tecniche  segrete dello yoga tantrico.
Oddio..."segrete" non è la parola giusta, non ci sono segreti nello yoga.
A pensarci bene non è neppure una tecnica, ma un qualcosa che avviene, mentre si fa l'amore.
Qualcosa di strano.
Il ventre della Yogini,  sulla linea che va dall'ombelico alla vagina (una linea detta in sanscrito कालक kālaka, come la pupilla, e il corvo femmina) comincia a vibrare, anzi a pulsare.
Una pulsazione regolare e , ben distinta dal battito cardiaco o dal ritmo della respirazione che scuote le gambe, le braccia, il collo e risuona, infine, nel pene e nel ventre dell'amante.
I due corpi si fanno uno e quell'uno inizia a muoversi come "un pesce appena pescato".
Questa danza involontaria scatena un'onda sottopelle, una curiosa sensazione di effervescenza, come se dai pori uscissero milioni di bollicine di champagne.
Se si riesce a "vedersi visti", ad ascoltare  l'energia senza farsi assorbire dal piacere, ed a farla circolare nei due corpi come fossero uno (e sono uno!) si fa l'esperienza del "Cuore della Yoginī", l'identità con il nucleo originario della creazione.
Quando si vive la danza della Kramamudrā, quell'alternarsi di espansione e assorbimento che sorprende gli amanti e annichilisce le individualità, cadono in mille pezzi la nostra idea del mondo, dell'essere umano, dello spazio e, soprattutto, del tempo. 
Il tempo si può dilatare e restringere a piacimento.
La sua plasticità è nota chiunque, almeno una volta, sia stato innamorato per davvero.
Le  ore sono minuti al fianco dell'Amata, e l'istante di un bacio dura mille anni.
Non sono i versi che avvolgono i Baci Perugina, ma  realtà, sperimentata e sperimentabile.
Quando, poi, gli innamorati sono due yogin che si donano l'una all'altro "senza nulla pretendere" il tempo scandito dal cuore della Dea, smette i costumi di scena e si mostra per ciò che è: Eternità...
Il sesso tantrico è la più alta forma di devozione: la donna perde se stessa, svelandosi Dea, e l'uomo, riconoscendola, non può far altro che adorarla. 
Bellissimo! Ma quant'è rara la vera unione di mente, parola e corpo! 
Quante sono le donne disposte a donarsi per davvero, come la Radha di Krishna, o la falena innamorata della fiamma? 
E quanti sono gli uomini capaci  di rinunciare al ridicolo orgoglio di maschio per farsi condurre dalla Donna, solo e unico Maestro, nella Terra dell'Oltre?



L'Unione perfetta è assai rara, fortuna che  lo yoga offre altri strumenti per sperimentare la relatività del Tempo.
Le unità di misura del tempo per lo yogi sono il प्राण prāṇa e lo क्षण kṣaṇa
प्राण prāṇa
 vuole dire un sacco di cose:
è  l'insieme delle energie vitali,  da cui dipendono icinque organi di percezione ed i cinque organi di azione  ed è quindi il vero padre della MANIFESTAZIONE.
Indica anche una specifica energia sottile o vento (prāṇa vāyu) legata alla respirazione.
Scritto con la prima A semplice (प्रण praṇa) indica l'Antico dei giorni, il senza tempo e senza forma, Kāma, il Desiderio 

Per lo yogin 
prāṇa è anche l'unità di tempo identificata con la durata di un ciclo respiratorio.
Un prāṇa è una respirazione. Se ci pensa è strano: ognuno di noi ha un proprio ritmo respiratorio, significa forse che il tempo degli antichi indiani variava da persona persona?
Un minuto indiano o vighati è l'insieme di  sei prāṇa.
60 vighati formano la mezz'ora indiana o ghadiya che equivale quindi  a 360 cicli respiratori.
C'è da dire che i termini mutano a seconda delle epoche e del luogo.
l'ora ordinaria, sessanta dei nostri minuti,  ad esempio è detta horā oppure  ghaṇṭā.
L'ora yogica invece è detta muhūrta.
Parola interessante, muhūrta, a seconda dei caso indica 720 cicli respiratori, un istante (nel ṛgveda è il battito di ciglia) o la sposa di Manu, l'Ordinatore.


Certo che gli indiani sono proprio strani.
Immaginiamo tre yogin che si danno appuntamento - "Ci vediamo al Tempio di Kali tra un ora"-
Un'ora yogica vale, in teoria, 720 cicli respiratori, quindi se uno dei tre fa una respirazione al minuto arriverà dopo dodici ore, un altro che respira, facciamo quattro volte al minuto, arriverà dopo tre ore, ed il terzo che respira, ad esempio, dieci volte al minuto, arriverà dopo poco più di un'ora.
Possibile?
E se il prāṇa, come misura di tempo, fosse la pulsazione del Kramamudrā? Se il Tempo fosse scandito dal ventre della Yogini?
Non sarò questo il significato del tamburello (o dei cembali) tenuto in mano dalle Yogini dell'iconografia tantrica?



क्रम krama significa ordine, sequenza, sistema, atto dell'andare.... In pratica è un insieme di eventi chiamati क्षण kṣaṇa.
Se gli kṣaṇa fossero notekrama sarebbe una melodia, un canto.
Ecco, forse è questo il vero segreto:
il Tempo è il canto d'Amore della  Dea!

lunedì 24 marzo 2014

HATHA YOGA: FAR SBOCCIARE IL LOTO


"Far sbocciare il loto dai mille petali" suona bene. 
In genere si pensa sia la poetica metafora di un particolare "stato coscienziale", quella non ben definita condizione di beatitudine, distacco e conoscenza intuitiva,  che viene chiamata da alcuni Realizzazione.
Una roba vaga, la Realizzazione, un enorme contenitore  in cui, ai nostri tempi, si ficca di tutto, dalle crisi mistiche, alle alterazioni percettive causate da squilibri ormonali. 
Nella piacevole nebbiolina che avvolge il mondo dello Yoga, del Tai Ji Quan e della Post New Age, le definizioni vaghe aiutano a creare vecchi/nuovi miti in grado di soddisfare il desiderio di sovrannaturale dell'uomo bambino.
Il "quotidiano" è noioso, e crudele, a volte, così  si sceglie il sovrannaturale inteso come qualcosa di più vero del vero, quale via di fuga dalla grigia realtà: le favole sono sempre (o quasi) più belle della vita vissuta.
Sovrannaturale (o soprannaturale) è un fenomeno che va oltre la natura ed è per ciò inconoscibile, inspiegabile.
Il nostro Dio ad esempio, il Dio dei cristiani, è al di là della natura, cioè sovrannaturale, e le sue manifestazioni più elevate, i miracoli, sono anch'esse al di là della natura.
L'unica maniera di spiegare i miracoli e di conoscere Dio, per un cristiano, è la Fede, una cosa che è anch'essa inspiegabile e quindi oltre la natura: o ce l'hai o non ce l'hai, la Fede, e se ce l'hai è perché Dio ti ha fatto la Grazia, roba comunque inspiegabile e "quindi"(?) sovrannaturale, al di là della Natura.
La Fede è uno strumento meraviglioso, non solo ti permette di spiegare tutto senza spremere le meningi, ma elimina i dubbi tagliando sul nascere ogni possibile  discussione.
Se io dico che su quell'albero c'è la Madonna e tu vedi solo rami, foglie e qualche insetto significa che io ho la Fede e tu no.
E se non ce l'hai, mi spiace assai per te,ma si sa, le ragioni divine sono imperscrutabili....




Se Dio è inconoscibile con i sensi e con la mente, e l'illuminazione è l'unione/Identità con Dio, per noi è logico supporre che "far sbocciare il Loto dai Mille Petali (sahasrāra cakra)" sia una metafora, un tentativo di raccontare con le parole qualcosa di inspiegabile e di non comunicabile, perché Trascendente, oltre la Natura.
L'Illuminazione avviene per Grazia Divina, nessuno può prevedere come e se avverrà.
Ma allora, mi chiedo, a che servono le pratiche fisiche - mantra, asana, mudra, yantra - descritte nei testi dello Yoga?
Secondo me c'è qualcosa che non va.
E i dubbi crescono se si traduce il termine sanscrito che  indica la condizione dell'illuminato, Sahaja.
सहज sahaja significa indiscutibilmente "Stato Naturale": per quale motivo uno stato di trascendenza, di "al di là della natura" viene chiamato "naturale"?
Che fanno gli indiani, ci pigliano in giro?
Non sarà invece che parlano di fenomeni fisici e di stati sperimentabili e spiegabili?
Nel video che ho messo all'inizio mostro due varianti di kapālāsana, la verticale sulla testa: nella prima ("uttāna" nella duplice accezione di "concavo" e "riverso sul retro, sulla schiena") il peso si appoggia sull'osso frontale provocando la stimolazione della zona corrispondente alla "fontanella anteriore", nella seconda, invece, ci si appoggia sulla "sutura sagittale" la linea di contatto tra le due ossa parietali con stimolazione del punto corrispondente al bregma o "fontanella posteriore".


Nel cranio umano ci sono sei "fontanelle", corrispondenti ai punti d'incontro delle  ossa piatte della calotta cranica ( osso frontale, ossa parietali ed osso occipitale).
Si chiamano fontanelle perché nel neonato pulsano, visibilmente, al ritmo delle "maree del liquido cerebrospinale", evidenziando il movimento delle diverse ossa della calotta cranica: le due parietali (ossa pari) si "aprono" verso l'esterno durante la inspirazione e si "chiudono" durante la espirazione, mentre frontale o occipitale si flettono durante la inspirazione e si allungano durante la espirazione.
Nell'adulto il movimento è ridotto, ma è ancora presente.
E se il loto che sboccia  fosse collegato all'accentuazione del movimento delle ossa craniche?
Kapālāsana è la "posizione di kapāla" che viene tradotto con"cranio" ma, significa anche "tazza", "guscio d'uovo" e "guscio di tartaruga".
Per coincidenza le ossa della testa viste dal basso, in sezione sembrano proprio  una tazza o  un anfora,



e, sempre per coincidenza il cranio di un bambino ricorda moltissimo un guscio d'uovo in procinto di aprirsi


o il guscio di una tartaruga




Coincidenze, appunto.
E se non lo fossero?
Se si trattasse, invece, di precise indicazioni in grado di svelare il valore "operativo", ad esempio, delle  posizioni  di equilibrio sulla testa? 
Le ossa del cranio danzano, naturalmente, e i loro movimenti si trasmettono alla colonna, al sacro, agli arti.
Se si diventa consapevoli dell'ampiezza e del ritmo dei "passi di danza", la nostra maniera di intendere gli asana, a cominciare dalle posizioni di equilibrio sulla testa, muterà completamente.
Qua sotto posto un video segnalatomi da Andrea Pagano, in cui si mostrano la direzione e il ritmo dei movimenti delle singole ossa...consiglio di guardarlo con molta attenzione....












venerdì 21 marzo 2014

STELLE, PERLE E VELENI: LA PRATICA DELL' YDAM





Se l'uomo vedesse le stelle una volta ogni cento anni conserverebbe il ricordo della città di Dio”.
L'ho letto da qualche parte, una trentina di anni fa.
Lo stupore svela la bellezza, la consuetudine la rende invisibile.
Da bambino, al tramonto, mi chiedevo cosa sarebbe successo se il sole si fermava, un attimo prima di sciogliersi nel mare d'oro.
La meraviglia del principio si sarebbe presto fatta panico.
Astrologi e profeti avrebbero gridato alla fine del mondo o all'arrivo di alieni dalle mani appiccicose, i padroni avrebbero donato soldi e gioielli ai servi, i timidi gridato il loro amore in piazza e mia mamma sarebbe andata a Venezia.
Poi, pian piano, il tempo avrebbe dipinto il prodigio di normalità.
Si abitua a tutto l'essere umano.
Dopo duecento anni mezzogiorno sarebbe stato un ricordo antico e chi avesse parlato di notti stellate un pazzo.
Solo ciò che si trasforma ci interessa: la bellezza dell'eterno, sempre uguale a se stessa non riusciamo proprio ad apprezzarla, forse ci annoia.
Dio è A-logico”, scrive Avalon, infinito come un oceano senza sponde: come potremmo, noi che viviamo di regole e confini, comprendere l'illimitato?
Senza i ricordi e le speranze non ci sarebbero né TU né IO.
E senza la morte, che ci dona la bellezza dell'effimero, lottare per il bene, la gloria, la ricchezza non avrebbe alcun senso.
Dio è oltre la morte, oltre il tempo, oltre lo spazio.
Dio è senza forma, e questo per noi vuol dire il Nulla.
Bisogna prendere confidenza con il vuoto se vogliamo conoscere Dio.
Nella pratica dell' Iṣṭadevatā (Ydam in tibetano), gli si disegna un corpo e lo piazziamo di fronte a noi o nel cuore o sulla testa.
In sanscrito la visualizzazione della divinità si chiama Samayasattva, la promessa dell'essenza.
Jñānasattva, invece, è quando la promessa (samaya) si fa conoscenza (jñāna)
Così come l'Attore, per vie misteriose, fa propri i gesti, le parole, i pensieri di Amleto lo yogin diviene il Dio da lui stesso sognato.
È solo un allenamento, un'educazione alla vacuità, ma ci si può far male.
La prima volta che ho praticato la meditazione sull'Ydam è stato nel 1996, con i monaci Gelugpa, 
La mia compagna di pratica era C.G. una danzatrice della scuola di Pina Bausch.
Ci eravamo seduti l'uno di fronte all'altra, armonizzato il respiro evisualizzato i cakra della tradizione tantrica [loto verde a trentadue petali ai genitali, giallo a sessaquattro petali all'ombelico, blu a otto petali al cuore, rosso a sedici petali alla gola, bianco a trentadue petali alla fronte]. Ad un certo punto senza volerlo, C.G. in forma di Tārā, si ficcò dentro di me e "si mise a curiosare nel mio pantano privato".


Le radici del corpo si indovinano dai tratti del viso: un naso pronunciato, uno zigomo sporgente o un occhio a mandorla ci raccontano storie che non sapremo mai.
È un mercante di ricordi, il volto: ogni tanto, raccatta un sorriso più antico di noi, e i sogni, gli amori, le facce di quelli che ci hanno preceduto, ci fanno compagnia per un tratto di strada.
La forma delle labbra, il colore dei capelli, la forza o la debolezza delle braccia vengono dagli incontri per caso di quelle donne e quegli uomini dai nomi sconosciuti.
Le radici dell'ego traspaiono, invece, dal gesto incontrollato e dalla “voce dal sen fuggita”, i monaci le chiamavano dug lnga, i cinque veleni:
  • ignoranza e stupidità;
  • odio e rabbia;
  • orgoglio e presunzione;
  • invidia e gelosia;
  • avidità e cieca passione.
Ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, prende le mosse da quelle “ emozioni negative”, che si incontrano, si sposano, si lasciano come gli antenati di carne.
Ma non è bello da dirsi.
Qui, alla luce, i vigliacchi, i violenti, gli arroganti devono sempre essere gli altri.
Le nostre meschinità le leghiamo a un sasso e le buttiamo giù, nel pantano e se un gesto brusco, una gomma bucata o un temporale estivo le riportano a galla, ci inventiamo dei padri nobili e chiamiamo onore l'orgoglio, giustizia l'odio e amore l'egoismo.
Quando il “dio persona”, l'Ydam, ci entra dentro, afferra le radici dell'ego e ce le sbatte in faccia.
La nostra mente si ritrova nuda, senza alibi, ed è allora che dà il meglio di sé: usa le emozioni negative per creare maschere terrificanti e ci fa credere siano altro da noi.
Sono tanti i libri di yoga che parlano del fenomeno della proiezione, ma una cosa è leggere, un'altra è vedere, all'improvviso, le persone amate mutarsi in mostri.
In stati di alterazione percettiva, per le droghe o le malattie, a volte, le emozioni negative vestono i panni di demoni usciti da chissà dove, troppo brutti per esser veri.
Pensarli frutto della pazzia o della chimica è facile e basta un raggio di sole per scacciarli.
Un abbraccio fraterno, il pianto di un bimbo, una risata improvvisa ci riportano alla “realtà” e loro, i demoni, possono reimmergersi, tranquilli, nel pantano interiore.
La meditazione e l'autoanalisi poi, rinforzano l'anima: se mi fosse apparso un drago rosso, con tre teste e sedici braccia, lo avrei ammansito con il respiro e il sapere dei segni.
Ma la mente è furba, gioca con i dettagli.
Per passare dal sorriso triste alla piega del sarcasmo basta un cambio di luce, e un pensiero, un solo pensiero, può trasformare uno sguardo inquieto in una belva assassina.
Quando C.G. mi entrò dentro provai gioia infinita, amore puro. Il giorno dopo ebbi paura.
Non riuscivo neppure a guardarla negli occhi.
C.G. era sempre la stessa, piccola, dolce magra, occhi color miele: non vedevo squame, né coda, né zampe pelose da fauno, niente.
Però mi faceva paura e dalla paura nasceva la rabbia.
Che strano!
Per spiegarmi cosa era successo Jinpa, il monaco che ci istruiva, fece l'esempio della perla.
All'inizio c'è un'infezione: un parassita, un pezzo di conchiglia, un grumo di sabbia che si infilano nella carne del mollusco.
Per limitare i danni l'animale avvolge l'intruso in decine di strati di madreperla, e dà loro forma sferica, forse perché più facile da espellere.
Il guscio dell'ostrica è l'aspetto esteriore dell'essere umano;
la parte molliccia, le due valve, sono l'interiorità - “Forse i due emisferi del cervello?”- la perla è la personalità, l'ego;
i grumi di sabbia e i pezzi di conchiglia sono, infine, i contenuti psichici legati alle cinque emozioni negative.
La perla non può esistere senza l'ostrica, mentre l'ostrica sarebbe ben felice di starsene a guazzetto senza infezioni.
Tutto molto chiaro, ma si può pensare ad un essere umano privo di ego?




Per la Psicanalisi, la “perla” della personalità è formata da tre strati:
l'Es, il pantano interiore dove galleggiano i contenuti psichici rimossi, l' Ego la parte conscia e il Super Io, il “gendarme” che argina e reprime gli impulsi vitali dell'inconscio.
L'essere umano di Freud rassomiglia a un campo di battaglia, da un lato le forze primordiali, scure e possenti come i Dānava, dall'altro i protettori dell'ordine e della legge, chiari e luminosi come i Deva, in mezzo, a beccarsi bastonate da una parte e dall'altra, il nostro piccolo io.
In teoria non c'è partita: le energie dell'Es sono la natura stessa, l'incredibile potenza che muove stelle e oceani mentre il Super Io da solo non riuscirebbe neppure a soffiar via una foglia morta.
In pratica il gendarme, con la scusa del potere destabilizzante del desiderio, non solo ci convince che è giusto reprimerlo, ma cancella dalla memoria gli eventi che potrebbero farci nascere dubbi in proposito.
Non so se i meccanismi della rimozione abbiano a che fare con i “cinque veleni” del buddismo, ma il fenomeno del Super Io, per come lo descriveva Freud, è comunque intrigante.
Dall'educazione, con le sue dinamiche di punizione e premio scaturirebbe una specie di entità sovrannaturale, un Dio personale che divide le cose in bene e male e con il suo ditone, ti indica un modello ideale, un te stesso bello, bravo e buono secondo i parametri dell'ambiente in cui vivi.
Più ti avvicini all'ideale e meglio stai.
Se ti ci allontani provi angoscia, vergogna, paura.
La pratica dell'Ydam, l'assorbimento quasi fisico di una forma che incarna tutto ciò che di bello e positivo riconosciamo in noi stessi, fa piazza pulita del Super Io e, magari per un istante, ci mostra la parte più antica di noi.
La reazione immediata è di sollievo, ci sembra di essere uno con l'universo, con il cuore straboccante di amore e comprensione verso tutto e tutti.
Poi, piano piano, i “parenti”, le abitudini mentali di una vita, si re-infilano nel vuoto lasciato dalla meditazione e, chiamandoci per nome, ci riportano i piedi per terra chi.
Tārā era entrata in me, mi ero guardato con i suoi occhi e lo spettacolo non mi era piaciuto affatto.
Fossi stato a teatro mi sarei alzato per uscire.
Forse avrei pure cercato di farmi ridare i soldi del biglietto, ma qui il protagonista, quel grottesco bambinone di ottanta chili, con le mutande bagnate e le mani nella marmellata, ero io: come facevo ad andarmene?
Mentre Jinpa parlava scoppiai a piangere.
Non piangevo più dai funerali di mia zia, nel '71.
O forse era il 72?
La sorella di mia mamma morì d'estate.
Si era ammalata dopo un viaggio in Grecia.
Nessuno ci ha mai detto di cosa.
Cominciò a camminare male, gli alluci si erano spostati all'infuori, accavallandosi con le altre dita.
Poi perse il legame tra i nomi e le cose: -“Dammi una sigaretta”- diceva a mia mamma.
La prendeva tra le dita e rimaneva a guardarla per cinque, dieci minuti.
Senza capire cosa fosse e cosa ci dovesse fare.
L'ultima volta che l'ho vista viva era in ospedale.
Sembrava felice, mi raccontò che il purè di patate si era messo a volare e che i palloncini di patate sono belli, più belli degli altri.
La sera del funerale si andò a cena dall'altro fratello di mia mamma.
Mi nascosi in camera con le cugine più piccole.
Sentendo i gemiti mio zio pensò che stessi piangendo, venne a prendermi e mi portò in sala.
Disse che non dovevo vergognarmi, che è giusto piangere quando se ne va una persona cara, anche gli uomini grandi piangono.
Chissà perché il mondo degli adulti è così lontano da quello dei bimbi.
Volevo tornare di là per sentire il profumo dei capelli delle mie cugine e quell'altro odore, quello che mi entrava nel cervello e mi riempiva la bocca di saliva.
Avevo le orecchie bollenti.
I grandi mi guardavano, cominciai a singhiozzare.
C.G. mi baciò sulla fronte.
Non so per quanto si rimase abbracciati.
Sentivo solo il suo respiro che si fondeva nel mio.
Non c'era altro.




Tab. 4 - Emozioni negative
EMOZIONI NEGATIVE
Pañca kleśaviṣa
ELEMENTI DIREZIONI DELLO SPAZIOe E COLORI DHYANI BUDDHA FAMIGLIA MISTICA
Avidyā o Moha.
Ignoranza, ottusità mentale
SPAZIO
CENTRO
(stella polare)
BIANCO
Vairocana
(Tārā bianca)
SAGGEZZA SIMILE ALLO SPAZIO
Hūṃ
Pratigha.
Rabbia, odio, avversione
ACQUA
EST

BLU
Akshobia
(Locanā)
SAGGEZZA DELLO SPECCHIO
Vajra
Īrṣyā.
Invidia, Gelosia
VENTO
NORD

VERDE
Amoghasiddhi
(Tārā verde)
SAGGEZZA DEL CONSEGUIMENTO
Siddhi
Rāga.
passione, desiderio compulsivo, brama
FUOCO
OVEST

ROSSO

Amitābha
(Pandara),
SAGGEZZA DELLA DISCRIMINAZIONE
Padma
Māna.
Orgoglio, arroganza, superbia
TERRA
SUD

GIALLO
Ratnasaṃbhava
(Mamaki)
SAGGEZZA DELL'EQUANIMITÀ
Guru



mercoledì 19 marzo 2014

IL SEGRETO DEGLI AMANTI DIVINI



Le rappresentazioni pittoriche dell'"Isola delle Gemme" sono sempre descrizioni dello Sri Yantra.
Quella che pubblico sotto è particolarmente interessante:



Ritrae sri bhagavatī (DURGA) e il suo sposo, sri bhagavat (SHIVA) che, muniti entrambi di archi e frecce, siedono tranquillamente su un cadavere.
La prima cosa su cui soffermarsi, secondo me, è il significato della parola bhavagat.
Di solito viene tradotto con "BEATO", ma anche con "ASSOLUTO", "DIO", "VENERABILE", "GLORIOSO".

Il suo significato letterale è un po' diverso:

वत् vat significa "COME", "IDENTICO A..." oppure, alla fine di una frase, "PIENO DI...".

भग bhaga invece vuol dire, senza ombra di dubbio, "VAGINA".

Bhagavat è quindi "COLUI CHE E' PIENO DI VAGINA/E" o che è "COME UNA VAGINA".
Di fatto ci troviamo di fronte ad un ritratto del SIGNOR PIENO DI VAGINE e della sua consorte.
Potrebbe sembrare uno scherzo, ma se si osserva bene il parasole sopra le loro teste si vedrà che è uno sri yantra tridimensionale.





Le vagine di cui sono pieni i due sposi sono i triangoli del Diagramma dell'Universo (TRIANGOLO = YONI).

Il cadavere sul quale sono seduti i due sposi è śiva śava, con शव śava che significa"CADAVERE", "CARCASSA"





sotto di lui si vedono, piccoli piccoli, gli dei più importanti del pantheon induista, a significare il loro essere una emissione, una derivazione in scala ridotta dei due "sposi divini".

Per cogliere il significato di śiva śava bisogna considerare che in sanscritto l'aspetto sonoro, grafico e simbolico delle lettere sono indissolubilmente legati.

La lettera I è una delle "TRE POTENZE ORIGINARIE:

अ a - la "POTENZA SUPREMA" -

इ i - la "POTENZA DEL DESIDERIO"-

उ u - la "POTENZA DELL'ESPANSIONE"-

Dalle tre potenze originarie nascono tutte le classi di sillabe consonantiche dell'alfabeto dell'alfabeto sanscrito:

dalla अ a nascono le consonanti gutturali (ka ecc.), dalla उ u le consonanti labiali (paecc.) e dalla इ i, che per questo è detta "TRIPLICE POTENZA" o "TRIPLICE VOLONTA'/DESIDERIO", le consonanti palatali, linguali e dentali (serie della ca, della ṭa e della ta). La lettera इ i, la TRIPLICE VOLONTA', ha la forma di un serpentello a tre spire "इ", ma quando viene inserito dopo una sillaba si trasforma in un bastone con una mezzaluna sopra, quasi un zampillo d'acqua che va a bagnare la lettera che la precede nell'emissione vocale, così, ad esempio "शव" śava con la "इ" idiviene "शिव" śiva:




So che queste deduzioni possono apparire cervellotiche, ma occorre considerare la scrittura sanscrita per quello che è, una lingua "POLISEMANTICA" chiamata देवनागरी devanāgarī [termine che può essere tradotto con CITTA' (nagarī) degli DEI (deva), "SCRITTURA DELLA CITTA' DEGLI DEI", "ERBA DEL GIOCO" o "FEMMINA MISTERIOSA"] che rappresenta un codice destinato a più livelli di comprensione.

La I, la TRIPLICE VOLONTA'/DESIDERIO, dà vita e capacità creativa al Cadavere.

A fianco dei due dei dell'Isola delle Gemme ci sono due ancelle che reggono uno scacciamosche.


Coppie di donne o uomini impegnati a far vento alle divinità si trovano spesso nelle rappresentazione tantriche e, di solito, non si dà loro troppa importanza, ma occorre tener presente che nell'arte sacra indiana (e non solo indiana) non c'è niente di casuale e trascurabile.
Nella foto sotto (segnalata da Andrea Pagano) che ritrae un dipinto su stoffa, si vede un tridente in mezzo a due occhi e due personaggi, uno blu ed uno bianco, intenti a far vento:




I due dipinti (l'Isola delle Gemme e il Tridente) sono interpretazioni diverse delle stesse soggetto, e danno, entrambi, INDICAZIONI TECNICHE, OPERATIVE sulla pratica dello Yoga.

Il "fare vento" indica che abbiamo a che fare con i "soffi vitali" (vāyu). i due personaggi che "portano" gli scacciamosche sono i "PORTATORI DI BASTONE", i soffi vitali che hanno il compito di risvegliare kuṇḍalinī e di portarla al cakra dell'ombelico, dove, da morbida e sinuosa che era, diverrà "dritta e rigida come un bastone".

Il tridente rappresenta la sillaba औ au che, ci dice Abhinavagupta () simboleggia l'abbraccio delle due divinità.

i due punti rossi incastonati nelle sfere dipinte tra le punte del tridente sono i due punti del visarga ":".

Gli occhi tra cui si innalza il tridente sono lo sguardo della Sposa, lo sguardo, perAbhinavagupta (Tantrasara) che riaccende il desiderio dell'amante ed è indicato dalla lettera स् s.

Come risultato abbiamo il mantra "segreto" सौः sauḥ.

Tre simboli diversi (l'Isola delle gemme, il Tridente e lo Yoni Lingam) rimandano al medesimo bija mantra:




Un suono che secondo i testi tantrici, l'uomo non può percepire senza l'aiuto della propria compagna, perchè è dal corpo della donna che viene emesso, spontaneamente, nell'istante che precede l'orgasmo.
A questo punto la traduzione letterale della parola bhagavat (solitamente tradotto con BEATO) ovvero COME LA VAGINA o PIENO DI VAGINA, assume significati assai importanti per i praticanti di Yoga.
Molte delle indicazioni "operative" contenute nei testi, nelle rappresentazioni pittoriche e scultoree, nei mantra, non vengono, di solito, comprese perchè siamo portati ad interpretarle con la zavorra della nostra cultura, decisamente maschilista. Siamo così condizionati dai nostri pregiudizi che anche i simboli più chiari ed espliciti vengono interpretati "alla rovescia".

Un esempio tra tutti: 
il Dio śiva che per noi rappresenta l'archetipo della virilità (il Lingam, il tridente, le mirabolanti performance erotiche con Sati e Parvati...) in realtà rappresenta la luna, per noi occidentali simbolo della femminilità. Basta guardare una sua qualunque rappresentazione o leggerne la descrizione sui testi per rendersene conto:


śiva è blu, come la luce lunare, danza con la grazia e la scioltezza di una ballerina dell'Opera e sfoggia un pacchianissimo fermacapelli d'argento a forma di luna crescente.
Se analizziamo i miti e i simboli indiani con le nostre categorie mentali rischiamo di recepire gli insegnamenti in maniera errata.
Le equivalenze LUNA= FEMMINILE e SOLE= MASCHILE e la dicotomia SOLE/MASCHIO/ATTIVITA' - LUNA/FEMMINA/PASSIVITA' che noi diamo per scontate, anzi archetipiche, non valgono per la filosofia che sta alla base dello Yoga, basata non sul dualismo, ma su quello che potremo definire TRINITARISMO.

L'ASSOLUTO è UNO (एकम् ekam) ma è anche TRINO.

La vita dell'universo è simboleggiata da un triangolo che ha per vertici il FUOCO, il SOLE e la LUNA







Il SOLE è काम kāma, ovvero la coppia di sposi dell'Isola delle Gemme,

la LUNA è शिव śiva e il FUOCO è शक्ति śakti.

L'impulso alla manifestazione dato da शक्ति śakti/FUOCO si esprime con un movimento antiorario che porta alla formazione del primo triangolo dello Sri Yantra, con il vertice in basso (FUOCO). Questo impulso antiorario che permane per inerzia nella rotazione dei pianeti, fa assumere simbolicamente a tutte e tre le "entità" il carattere di energia, śakti, che nel manifestato assume la forma delle tre kuṇḍalinī dette di Fuoco, Sole e Luna. La via dell'AMORE conosciuta in occidente come VIA DI EROS DIVINO sarebbe, simbolicamente, l'asse che lega il FUOCO del triangolo inferiore al vertice del triangolo superiore (kāma) e i veicoli per percorrerla sarebbero le tre kuṇḍalinī.Tutto questo impianto tra virgolette "teorico" viene espresso dal Kadi e dall'Hadi Mantra (i mantra dello Sri Yantra):

Nel kadi mantra (ka e ī la hrīm - ha sa ka ha la hrīm - sa ka la hrīm) il primo verso dedicato a kuṇḍalinī di Fuoco, viene spiegato così (vedi in questo blog " SRI VIDYA"):

ka è śiva/luna;

e è śakti/fuoco;

ī è kāma/sole;

la è kṣiti/terra nel senso di casa, patria;

hrīm è Durga nella forma di kuṇḍalinī.

Il primo verso indica la meta della pratica: un movimento in direzione oraria del KAMAKALA , una inversione del suo movimento "naturale" per"tornare a casa".

Nel secondo verso, dedicato a kuṇḍalinī di Sole, al praticante si suggerisce la maniera di invertire la "rotazione naturale" utilizzando le energie del corpo:

ha è ravi/dio del sole e "nadi di destra"del corpo umano;

sa è śītakiraṇa/luna, ma anche "colei che irradia fresco", le "nadi di sinistra del corpo umano";

ka è smāra, parola che indica il desiderio di appartenenza al dio dell'Amore;

ha è haṃsa/cigno cosmico che rappresenta i due lati del KAMAKALA: haṃ (suono del lato "solare", destra) e saḥ (suono del lato "lunare" sinistra);

la è śakra, altro nome di jyeṣṭha una delle tre dee del triangolo centrale dello sri yantra corrispondente a LAKSHMI e alla lettera "U" (le altre sono VAMA/SARASVATI , "A",e RAUDRI/PARVATI "I").

L'ultimo verso riguarda lo "sblocco dei tre nodi ("granthi") del corpo umano":

sa è para che sta per parabrahman o adi paraśakti e ci rimanda al nodo delmuladhara cakra, dove risiede la kuṇḍalinī dormiente e nel quale, simbolicamente, per il gioco di specchi della manifestazione, è contenuto lo yoni lingam che compare al vertice dello sri yantra;

ka è mara che qui é la forma terrifica di śiva detta rudra e, nel buddismo tibetano, mahākāla, e ci indica il "nodo della fronte", o meglio il palato molle, terzo nodo del corpo e dimora di rudra.

La infine è Hari/viṣṇu ad indicare il cuore, ultima destinazione di kuṇḍalinī dopo la sua "risalita".

Una risalita che indica a compimento il viaggio a ritroso dell'Essere Umano, verso la Dimora natia, luogo di RIPOSO di kuṇḍalinī e regno di Bhagavat "COLUI CHE COMPRENDE L'ESSENZA DELLA VAGINA".

shiva, visnu, brahma con UMA, LAKSHMI e SARASVATI

domenica 16 marzo 2014

KUNDALINI, LA MADRE DEI VENTI

...Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squadema:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, par tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume...”

[Dante – Paradiso ]



Ero un bambino quando ho cominciato a fare i conti con gli stati di alterazione, le visioni e i sogni premonitori.
Per un periodo ho persino pensato di essere Shiva.
Capita.
Quando ho lavorato con Jinpa e Dhosam, i monaci che mi hanno iniziato al mantra yoga, avevo già trentasei anni.
Non ero buddista e né lo sono adesso.
Non ho mai aderito a nessun credo religioso, se devo dire la verità, e non ho mai cercato Dio, pensavo fosse ovunque, qui ed ora.
Non ho nemmeno mai cercato un guru.
In fin dei conti non ho mai cercato niente.
E mi sono sentito raramente “a casa”.
Quella di essere altro da me o di essere stato altro da me, è una sensazione che mi accompagna da sempre, ma non mi piace parlare di reincarnazione.
Spesso chi è insoddisfatto della propria esistenza trova rifugio in ricordi letti sui libri e si crea vite passate terribili o meravigliose.
Sapere che si è stati re, eroi, maghi o assassini rende meno noiosa la vita quotidiana.
Con i monaci tibetani mi ero trovato subito a casa.
Avevo incontrato Dhosam, Jinpa e Puntsok, il thailandese, nel maggio del 1996.
Vivevo a Roma, all'epoca.
Mi avevano chiesto di danzare durante una sfilata di moda.
Filena, la regista, aveva proposto di rasarmi a zero e a me era sembrata una buona idea.
Se si è abituati a portare i capelli lunghi, con la testa nuda ci si sente pulcini bagnati.
Per superare l'imbarazzo andai a passeggiare per via Cola di Rienzo, in centro e, subito, incrociai tre monaci tibetani con tanto di tunica amaranto e mala al collo.
- “What are you doing dressed like this? “- mi disse il più anziano dei tre - “it's funny! “-
Gli altri due ridevano come scemi.
Hanno un senso dell'umorismo particolare i tibetani.
Salutai a mani giunte e cambiai strada.
Dopo quattro mesi un regista greco, Kalitsis, mi chiamò per girare un video sui Misteri Eleusini. Era l'inizio di un progetto che mi tenne occupato per due anni, e che, in un certo senso, mi ha cambiato la vita. Quando arrivai sul set, la Scarzuola di Monte Gabbione, in Umbria, Dhosam, Puntsok e Jinpa furono i primi a venirmi incontro: -”Where is your tunic? ”- Per i tibetani il caso non esiste.



Una volta, durante le prove, mi prese male.
Tre monaci suonavano.
Gli altri cantavano in tibetano e danzavano.
A me girava la testa, poi a un certo punto mi alzai di scatto e mi misi a cantare e a danzare con loro.
La cosa più naturale del mondo.
Il problema è che non so il tibetano.
Non so bene nemmeno l'inglese, a dir la verità.
Ninad, il mio compagno di stanza, mi guardava come se fossi uno yeti.
Mi prese paura, scappai fuori a cercare una sigaretta e un caffè e un telefono.
Volevo chiamare mia moglie e mia figlia... volevo essere sicuro di parlare in italiano.
Ero stordito.
I vestiti mi davano fastidio.
Corsi in bagno e mi buttai sotto la doccia.
Gelata.
La stanza da bagno è un luogo che ritorna spesso nelle mie esperienze di yogin.
Chissà, magari è un messaggio dell'inconscio.
Mi asciugai con calma, poi mi sdraiai sul pavimento a contare le respirazioni.
È un buon metodo per centrarsi.
Dopo un'oretta tornai nella sala.
Gli altri erano seduti, in cerchio, e recitavano il mantra di Tara verde, Oṃ Tāre Tuttāre Ture Svāhā.
Presi posto di fronte a Jinpa, come al solito.
Non stavo bene, ero inquieto.
Come quando mentre cammini per le strade della tua città, discorri con gli amici o fai l'amore, un dettaglio, minimo, ma irrimediabilmente estraneo ti rammenta che è un sogno.
E rimani a metà, allora, tra la voglia di svegliarti e quella di restare lì, in quella terra di confine dove tutti sembrano ombre:
quelli della città di sogno e quelli che vivono alla luce del giorno.
Gli occhi iniziarono a vedere due film diversi: a sinistra un uovo blu fatto da migliaia di uova più piccole che scivolavano nella testa, in gola, nel petto.
Sentivo una specie di bruciore sulla fronte.
Ma era fresco.
Un bruciore fresco.
Mezzo cervello riusciva ancora a pensare e a sentire quello che succedeva intorno a me, l'altra metà era piena dell'uovo blu.
Provai ad alzarmi, ma non riuscivo a muovermi e c'era qualcuno, dentro, che mi parlava ”- “alzati, dai...lo sappiamo che sai stare seduto in padmasana.” - decisi di stare fermo e di riempirmi dell'uovo blu.



Mettersi improvvisamente a parlare in tibetano, o credere di averlo fatto non è proprio una cosa normale, con Jinpa se ne discusse a lungo.
Mi parlò delle vite precedenti, di come era possibile indovinarle da certi segni sul corpo e dalla forma del cranio, mi disse che il movimento a spirale che avevo sentito sotto il sacro era proprio “lei”, Kuṇḍalinī, la madre dei venti.
L'esistenza umana , per lo yoga, è una danza senza fine.
Le energie vitali si rincorrono, si abbracciano, si sfuggono l'un l'altra.
Come serpenti innamorati.
In sanscrito prendono il nome di vāyu, come il dio vedico dell'Aria.
Ce ne sono cinque e cinque sono i corpi dell'uomo, uno dentro l'altro, come una matrioska.
Il primo corpo, quello di carne ed ossa, o d'argilla, per i vāyu è una sala da ballo.
Sembra che ascoltino musiche diverse e che ognuno danzi per conto suo seguendo l'estro del momento.
Ma quando si incontrano, le movenze credute casuali si svelano parte di un disegno sapiente.
È blu il centro della sala, come il loto segreto ad otto petali che sboccia nel cuore, Padme Nonpo lo chiamava Jinpa.
Agli angoli il giallo del loto dell'ombelico (Padma Serpo), il verde del ventre (Padma Giangu), il rosso della gola (padma dmar po) e il bianco della fronte (padma dkar po).
Danzano, da un angolo all'altro i cinque vāyu.
Uno alla volta o tutti insieme.
Ci sono nove porte, nella sala da ballo: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca e poi i genitali e l'ano.
Entrano ed escono da quelle, i danzatori sacri.
Il Prāna vāyu preferisce il naso e la bocca, balla disegnando una doppia spirale e lo sento quando respiro.
Lo sento nel cuore, nei polmoni, nella parola.
Dicono sia blu zaffiro, come lo Spazio.
Vyāna vāyu invece è vestito d'argento, penetra ovunque, come l'Aria, senza fretta si sposta in tutti gli angoli della sala.
È lento e maestoso, Vyāna, danzando al ritmo del giorno e della notte porta il sonno ed il risveglio.
Samāna, bianco come le neve, rende il sole cibo per le piante e le piante cibo per l'uomo, la sua è la danza che trasforma.
Sono energie uguali e contrarie gli ultimi vènti, Udāna e Apāna.
Il primo si muove verso il cielo, come il fuoco, il secondo scende giù cercando di trascinare gli altri verso la terra come l'acqua
É Udāna che ci accompagna oltre il corpo nella meditazione e nel deliquio che precede la morte.





venerdì 14 marzo 2014

IL SEGRETO DI MILAREPA



Ho un'idea!”- disse Marpa Lotsawa -" Io ti darò da mangiare e tu, in cambio, lavorerai per me. Costruirai una torre per mio figlio, Dharma Dode,  e quando l'avrai finita ti insegnerò i Tantra di Naropa”-.
Prese il bastone di bambù e tracciò per terra un grande cerchio: -”Qui, sul versante Ovest della montagna, innalzerai una torre rotonda”-.
Senza dire una parola, Milarepa cominciò a strappare le pietre alla montagna.
A levigarle, a montarle una sull'altra.
Qualche settimana dopo il Lama si presentò al cantiere.
- “Ho cambiato idea: questo posto non mi convince mica.
E non mi piacciono le torri rotonde. Rimetti le pietre al loro posto, poi va' sul versante Est e costruisci una torre a forma di mezzaluna!”-
Anche stavolta Mila ubbidì senza fiatare.
Passò quasi un mese.
““Quando ti ho chiesto di costruire in questo punto una torre a forma di mezzaluna dovevo proprio essere ubriaco”- disse Marpa -“Buttala giù, va sul versante Nord e costruisci una torre a base triangolare”-.
Trascorsi altri due mesi, il Maestro arrivò nel nuovo cantiere. Era furioso:
-”Maledetto stregone! Chi ti ha detto di costruire un diagramma magico nelle mie terre!
Distruggilo! Subito!”-
Dopo qualche tempo, accompagnato dalla moglie, Marpa, il Traduttore, portò Milarepa sul versante sud della montagna -Ecco, questo è un buon luogo. Costruisci una torre quadrata a nove piani e io ti insegnerò i tantra di Naropa”-.



I compiti che Marpa affida a Milarepa sono bizzarri, ma se si prende un buon testo sul tantrismo non è difficile sviscerare i simboli  geometrici e tradurli in un linguaggio comprensibile ai più.
Il cerchio rappresenta l'Aria, la mezzaluna l'Acqua, il triangolo il Fuoco ed il quadrato la Terra.
Bastano un po' di erudizione, un pizzico di intelligenza e balzano fuori i legami con l'Astrologia, l'Alchimia, la Fisica antica.
Ma capire non serve a niente!
I simboli non si spiegano: vanno lasciati cadere, con noncuranza, nel lago senza fondo in cui sguazzano i pensieri e le azioni compiute da generazioni senza tempo: l' inconscio
Tutto ciò che possiamo pensare o fare e tutto ciò che abbiamo pensato o fatto, sono già lì, da sempre.
In fondo la "Conoscenza" ce l'abbiamo nel palmo della mano, ma un'innata pigrizia ci porta a battere solo le "vie vecchie" ed a definire razionale e vero solo ciò che si incontra in quelle strade comode e conosciute.
Tutto il resto è irrazionale, o falso, o magico.
Un simbolo va lasciato cadere nel lago dell'inconscio.
Là si incontrano le potenze misteriose che, se portate alla luce del giorno, trasformano la mente e la realtà.
Un simbolo che non muta la percezione della realtà è senza vita.
Riportarlo alla coscienza vuol dire far increspare le "Acque Inferiori"(la Mezzaluna), con il Vento ( il Cerchio) della mente.
Il fuoco creato dalle emozioni, l'ardore,  (il Triangolo) illuminerà questa o quell'onda, creando una forma che corrisponde ad un'idea.
La Terra (il Quadrato), è il risultato: la manifestazione dell'idea come fenomeno psico-fisico.
La torre quadrata a nove piani, che Marpa fa costruire a Milarepa, è un Mandala, la mappa dell'Universo percepibile.
Ogni piano è uno dei "nove luoghi dello Sri yantra", i nove cakra della Sri Vidya
 (Perineo, Genitali, Ombelico, Cuore, Gola, Palato Molle, Punto tra le Sopracciglia, Corona, Fontanella)  Milarepa deve spezzarsi la schiena in giro per montagne e altipiani per imparare una lezione che sarebbe capita al volo da uno studente del ginnasio.
Non è mica stupido Milarepa! però ma  assumere “fisicamente” la lezione.
Deve morire per poter ricreare in sé e quindi comprendere, il processo della manifestazione.




Nello Yoga ogni cosa nasce dallo Spazio Infinito.
Dio stesso è Spazio infinito, incomprensibile e incommensurabile, come l'oceano senza sponde che bagna l'Isola delle Gemme, ma l'universo, la
sua manifestazione, per essere percepito, deve pur avere delle misure.
Dallo Spazio infinito nasce, nelle mente, lo spazio limitato con
i suoi punti cardinali (Est, Ovest, Nord e Sud) e l' alto e il basso.
Lo Spazio è la prima limitazione, il primo velo di Maya, e nasce dal desiderio del Dio per la sua Sposa.
La limitazione è creazione.
Lo spazio limitato contiene in sé una indefinita possibilità di architetture, una continua alternanza di pieni e vuoti generata dal potere del desiderio, Iccha Shakti.
Il ritmo è vibrazione e il seme di tutte le vibrazioni è AUM.
É il primo suono potenzialmente udibile, AUM, ma è inespresso.
la seconda limitazione è la possibilità di conoscenza, Jnana Shakti, la possibilità di udire il primo suono.
È l' Aria che conduce la vibrazione da un luogo all'altro.
Il Dio riconosce la Dea, e la desidera con gli occhi, con la pelle, con l'anima.
Il desiderio si fa passione, raga, e la passione è il Fuoco, la terza limitazione, la radice dell'Azione, Kriya Shakti.
Desiderio, Conoscenza, Azione.
Vuoto, Silenzio, Luce.
La conoscenza nasce dal desiderio, l'azione dalla conoscenza.
Nel momento in cui nasce "desiderio" (Kāma) l''Universo è già creato: c'è un prima, il Dio che dorme un sonno senza sogni, e c'è un dopo, il Dio che dimentica se stesso nel corpo della sua Sposa.
Nasce allora il Tempo, la quarta limitazione, il quarto velo della grande Dea.
Il Tempo è l'elemento Acqua.
È nel Tempo che sono conservati i pensieri, le azioni e i loro frutti.
“Inconscio” è solo un altro modo di chiamare il Tempo.
É un fiume, il Tempo e trascina i pensieri e le azioni come fossero ciottoli o rami spezzati.
È il tempo a creare Terra e in ogni porzione di Terra si ritrova un po' di Spazio e di Vento e di Fuoco e d'Acqua.
L'uomo è una porzione di Terra.
In lui, nel suo cuore, è racchiuso tutto il mistero della manifestazione.



Le orecchie, la bocca la capacità di esprimersi sono figlie dello Spazio.
La pelle, le mani, la voglia di conoscere, sono figlie dell'Aria.
Gli occhi, i piedi, l'impulso ad andare da un luogo all'altro, sono figli del Fuoco.
La lingua, i genitali, la volontà di creare sono figli dell'Acqua.
Quando l'energia vitale, la forza di coesione che tiene insieme la materia, abbandona il corpo, tutto ritorna a prima dell'inizio e la Terra si fa Acqua, l'Acqua si fa Fuoco e così via.
I sensi, per lo Yoga, discendono dagli Elementi.
Il moribondo smette di percepire con chiarezza il mondo esterno e sente, vede, tocca la furia degli elementi dentro di sé.
La Terra, la materia solida, si fa acqua e nel deliquio si sente l'odore acre della decomposizione e il sapore dei fluidi corporei.
Forme e colori si scontrano, si fondono si mutano l'una nell'altro.
La forza di disgregazione consuma il corpo dall'interno.
Si ascoltano suoni dimenticati e terribili. Poi tutto comincia a sfumare.
Dapprima sono gli odori a farsi meno intensi, poi i sapori.
Poi si smette di vedere.
Alla fine non rimane che un suono, il suono della vita.
Il suono che ci accompagna da sempre e che gli Yogi percepiscono in meditazione.
Ci si aggrappa inutilmente a quel suono come un naufrago all'albero spezzato della nave perduta.
Infine, il Silenzio.
E il vuoto.
Lo Spazio è un uovo blu dai contorni indefiniti.
Al centro un punto di luce bianca, accecante, luce che riempie e dà quiete.

So'Ham...Io sono questo.
Sa'ham...Io sono questa.