venerdì 23 maggio 2014

RAMAKRISHNA E IL MITO DEL VINCENTE

"L'Ego può essere utile, meglio farlo maturare che distruggerlo. Per stare nel mondo un po' di Ego
è indispensabile per proteggersi.
Basta però che tu non ti prenda troppo sul serio
e che tu sappia che è solo una maschera."
Sri Ramakrishna Paramahamsa


Estate 1886.
Mattina presto.
Gadadhar Chattopadhyay sta agonizzando.
Al piano di sotto Narendranath Dutta sta meditando con gli altri discepoli.
Improvvisamente spalanca gli occhi, Narendra, si prende la testa tra le mani e si mette a gridare 

-"Il mio corpo! Il mio corpo è scomparso!...Aiutatemi!"-.
Gli portano un bicchiere d'acqua.
Qualcuno ridacchia.
Barcollando Narendra sale le scale, entra in camera del Maestro 
" Ma è questo? Il samadhi è questo?"-
Gadadhar sorride, poi lo guarda fisso negli occhi 
-"Si.
Questa esperienza però non ti appartiene.
Appartiene a me. Tu adesso hai un altro lavoro da portare avanti
"- 

Questo racconto mi ha sempre incuriosito.
Narendranath, meglio conosciuto come Svami Vivekananda, è stato, forse, il primo Yogin indiano a portare in occidente la filosofia Vedanta.
Era ricco, colto, intelligente, sicuro di sé.
A leggere la sua biografia ci si sente dei pigmei, eccelleva in tutto: era grande atleta, un attore, un cantante, un poeta....
Le sue conferenze attiravano il meglio dell' intelligentzia dell'epoca, da Sara Bernhardt a Nikola Tesla.
Era un vincente Vivekananda, da ogni punto di vista.


-" Il mio corpo!
Il mio corpo è scomparso!...Aiutatemi!
"-
Che strano.
L'esperienza che suscitava terrore in Vivekananda è, dicono, assai comune nelle pratiche yoga.
Si tratta di uno stato chiamato, mi pare, Samadhi Savitarka, durante il quale il corpo viene percepito in maniera sottile, sempre più sottile.
Fin quasi a fondersi con l'ambiente.
La prima volta è inquietante: si sa di essere svegli ma pare di sognare.
L'aria si fa densa, ovattata e suoni e colori appaiono diversi dal solito.
Di una qualità diversa.
In Giappone è la condizione di base delle arti tradizionali, dalla Via della Spada al Teatro Noh, la chiamano "porsi al centro del Ponte di Prima dell'Inizio".
Svami Vivekananda era terrorizzato.
Strano.


Negli anni settanta, per i giovani, il "Libro" per antonomasia era Avere o Essere di Erich Fromm.
Ce lo portavamo dietro come fosse la bibbia o il Libretto Rosso di Mao.
Si citava nelle assemblee politiche e nelle serate di slogan e chitarra, con la bocca impastata di fumo e vino dolce.
L'uomo è infelice, diceva Fromm, perché ai bisogni fondamentali (le pulsioni istintive e le necessità psicologiche) se ne sono sostituiti altri, imposti dal mercato.
Per soddisfare il bisogno di relazione (la prima necessità psicologica secondo Fromm), l'uomo degli anni settanta doveva mostrare di possedere degli oggetti, delle cose.
A seconda dei gruppi o delle reti sociali a cui si voleva appartenere dovevamo esporre come stendardi un certo taglio di capelli, un paio di pantaloni, una lambretta, un'automobile, un LP....
A rileggerlo, oggi, il libro sembra un po' datato.
Si, è vero, c'è gente che fa follie per comprarsi un SUV o un Rolex, ma sono così tante le persone che si occupano di Discipline Olistiche, Tecniche di Integrazione Corpo-Mente, Ricerca del Sé che ormai, anche nella pubblicità delle mutande, si dice che Essere è la cosa più importante.
Ma cosa si intende per Essere?
Una definizione abbastanza comune, negli opuscoli informativi di discipline per la ricerca del Sé ecc..., è questa: "Portare alla luce e sviluppare pienamente le proprie potenzialità espressive, creative e produttive".
Chi non è d'accordo alzi la mano.
Negli anni settanta l'essere umano era frustrato, ansioso, insoddisfatto perché credeva, erroneamente, che possedere degli oggetti potesse condurlo alla Felicità.
Ai nostri giorni l'essere umano è frustrato, ansioso, insoddisfatto perché non è messo in grado di esprimere pienamente le proprie potenzialità.
Un bel passo in avanti.


"Nello scrigno del tuo cuore si nasconde un tesoro meraviglioso".
"Non cercare il tesoro in terre lontane, è sepolto nella cantina della tua casa".
"Conosci te stesso e conoscerai l'Universo". 

Bello.
Bellissimo.
Non pensare ad arricchirti, ad accumulare cose, scopri prima chi sei veramente, questo è il messaggio che si tenta di trasmettere in tutti, o quasi, i corsi, gli stage, le lezioni di Yoga e derivati.
Essere è più importante di avere, ormai lo sappiamo, e ci diamo tutti un gran daffare per scorgere, nel profondo del nostro animo, le tracce della Persona Divina sepolta dalle nostre meschinità, paure, incombenze quotidiane.
Siamo un popolo di Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi....
Basta cercare in fondo al cuore per trovare la Gioia e la Bellezza di Essere.
Essere.....Cosa?
Ovvio, Essere Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi....
Oh...oh...la solita mosca fastidiosa mi ricomincia a ronzare nelle orecchie.
E se Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi non fossero altro che il taglio di capelli, il paio di pantaloni, la lambretta, l'automobile, lo LP degli anni settanta sotto mentite spoglie?



Vivekananda era un vincente.
Aveva una sua idea di maestro, un uomo alla Gurudev, Rabindranath Tagore, bello, saggio, stimato, affascinante.
Quando incontrò Ramakrishna rimase sconvolto.
Ramakrishna era povero in canna (soffriva di una stravagante allergia al denaro: se prendeva una rupia in mano si ustionava), impulsivo, completamente fuori dalle regole.
Fuori di testa, direbbe qualcuno.
Era stato istruito ai tantra di Vishnu (le tecniche sessuali indo-tibetane) considerati disdicevoli nella società filo-inglese dell'epoca, e trattava la sua sposa, Sarada Devi come fosse la dea Kali (nel senso che la metteva sull'altare e pretendeva che gli altri le rendessero omaggio).
Una volta si mascherò da scimmia per sei mesi per "realizzare" Hanuman, un altra volta si convinse di essere Radha, la sposa di Krishna.
Vivekananda era infastidito dagli eccessi e dall'emotività senza controllo di Ramakrishna, dal suo non "sapersi portare" , direbbe mio padre.
Eppure ne era anche attratto.
Sentiva che c'era qualcosa, di vero, di Oltre, ma fino all'ultimo dubitò del suo maestro.


La cosa che più lo insospettiva era la tendenza all'estasi di Gadadhar: un volo di uccelli al tramonto, una turista americana dagli occhi color del Cielo e Ramakrishna entrava in samadhi, con gli occhi fissi e la faccia beata.
Vivekananda pensava che fingesse e dedicò parecchio tempo a cercare di dimostrare che gli altri discepoli, avvezzi a quelle esperienze, fossero tutti mistificatori o vittime della suggestione.
Da piccolo Narendranath Dutta aveva avuto la visione di un asceta alto, capelli scuri, naso camuso, avvolto nella luce.
Buddha Shakyamuni.
Pensava di avere in sé il "Vento di Buddha".
E forse era vero.
Ma il suo essere un vincente, il suo aver percepito la grandezza della propria anima, gli impedì, forse, di arrendersi totalmente alla vita, alla Dea.
Cercare se stessi, riconoscersi nell'immagine di luce che si staglia sulla parete oscura dell'inconscio, può essere pericoloso.
Quell'immagine, quella Persona con la P maiuscola, è il seme del nostro Ego.
l'Eroe, il Mago, la Strega Buona, la Guaritrice, il Maestro, l'Angelo Luminoso che si celano in noi, sono veri, reali, ma attaccarsi a loro senza aver fatto completamente i conti con le nostre pulsioni negative
(la rabbia, l'orgoglio, la sete di potere, la gelosia...) porta a vedere come nemici, sopraffattori e mistificatori tutti coloro che danno l'idea di non riconoscere la nostra natura luminosa.
Invece di Essere finiamo per tentare di dimostrare di Essere.
Poco prima della morte del suo maestro, il 16 agosto 1886, Vivekananda sperimentò il samadhi per la prima e ultima volta nella vita.
Si spaventò a morte.

-" Ma è questo? Il samadhi è questo?"-
Gadadhar sorride, poi lo guarda fisso negli occhi
-"Si. Questa esperienza però non ti appartiene.
Appartiene a me. Tu adesso hai un altro lavoro da portare avanti
"-

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