lunedì 30 giugno 2014

UNA SCIMMIA CHE GIOCA NELLA FORESTA - LA MENTE E LA DIMORA ETERNA

" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento.

Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte [...]" 



Shakyamuni -"Samyutta Nikaya"



Per indicare la mente gli yogin tibetani usano tre parole diverse: SémsYid eLo (blo).
Tutto ciò che riguarda le capacità diimmaginare, classificare, discriminare, il rimanere impressionati dagli impulsi esterni o al contrario essere distaccati, essere agitati, calmi, distratti ecc. è riferito alla mente Lo che in sanscrito potrebbe essere tradotto con Manas.



yid è invece l'intelletto puro, l'intuizione che arriva come una sciabolata di luce improvvisa, la capacità di deliberare decidere, senza scelta, senza ragionamenti sui pro e i contro...
Sèms è il principio vitale, la caratteristica di tutti gli esseri viventi.
Il principio coscienza che passa di corpo in corpo e di vita in vita per la teoria della reincarnazione, è detto Namshés considerato sinonimo di Séms ma che non gli corrisponde completamente.
Namshés è quello che in india è definito Jiva.
La meditazione serve a comprendere che SémsYid e Lo NON SONO FLUSSI DI ENERGIA o SISTEMI legati all'EGO  o identificati con l'EGO.
Dice Buddha (Samyutta Nikaya):

" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento.
Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte 
[...] "

Cosa significa?
Gli strumenti dell'essere umano, per lo Yoga, sono corpo/parola/mente, anzi l'essere umano è corpo/parola/mente.
In assenza anche di uno solo dei tre fattori (principi o elementi), che hanno caratteristiche diverse, non si può parlare di "Essere umano".




L'unica Realtà "permanente" per i tibetani è "Kun Ji Namparshespa" la DIMORA o RIFUGIO, che potremmo chiamare anche Brahman, o ālaya.
Kun Ji Namparshespa è un flusso ininterrotto nel quale galleggiano dei "quanti", o meglio dei grumi di "coscienza/conoscenza" che sono i fenomeni.
La vita di un singolo essere umano è uno di questi grumi di coscienza/conoscenza che nel fluire del fiume dell'Essere si incontra per caso con altri grumi di coscienza/conoscenza. 
L'acqua dell'eterno e infinito "Fiume di Prima dell'Inizio",  dal nostro punto di vista muta ad ogni istante perché chi osserva è la mente/scimmia.
Le neuro scienze hanno dimostrato che i processi legati al cervello, alla creazione di sinapsi, alla interpretazioni dei fenomeni, hanno una durata di qualche miliardesimo di secondo.
Se si porta l'attenzione sul corpo e sulla sua evoluzione, che pure sono legati a quei processi, si avrà la possibilità di osservare un fenomeno che si svolge in un tempo, come dice Shakyamuni, calcolabile in anni ("uno, due, cento").
Rispetto al flusso dell'essere sia il pensiero che il corpo sono fenomeniimpermanenti, sono cioè uguali dal punto di vista qualitativo, ma c'è una differenza quantitativa che possiamo utilizzare per "CONOSCERE".
I nostri pensieri, i desideri, le idee NON CI APPARTENGONO, sono come rami, foglie secche o pezzi di plastica che scorrono senza posa nel Kun Ji Namparshespa. 
Cercare le motivazioni profonde, le radici delle nostre idee, considerazioni, decisioni è IMPOSSIBILE, per lo Yoga.
Esaminare i propri pensieri alla ricerca della loro sorgente in una vita precedente, in uno shock infantile, in una conferma di teorie psicanalitiche, filosofiche o religiose, è inutile.
Questo non significa che  sia un esercizio inutile anche per  discipline con altre finalità, ma il fine dello Yoga, l'illuminazione, è la liberazione dai vincoli che ci impediscono di "lasciarci fluire nel fiume dell'Essere e scoprirsi uno con l'Essere" e questi vincoli non sono né soggettivi, né vaghi e indefiniti: sono I CINQUE VELI DELLA DEA, legati ai cinque elementi, ai cinque veleni (le cinque emozioni negative), ai cinque Dhyani Buddha o alle cinque teste di Shiva.
I cinque Veli o vincoli, sono:

1)La limitazione dello spazio
elemento Etere, 
Dhyani Buddha Vairochana (nei veda è figlio di Agni o di Visnu, ha quattro teste come Brahma), 
emozione negativa dell'Ottusità e dell'Ignoranza. 






2)La limitazione della Conoscenza o "Vidya", 
elemento Aria, 
Dhyani Buddha Amogasiddhi, 
emozione negativa dell'Invidia e della Gelosia. 







3) La limitazione della Passione
elemento Fuoco, 
Dhyani Buddha Amitabha (che significa "Luce - Bha - senza fine o senza morte"), 
emozione negativa della concupiscenza e del Desiderio di Possesso.






4) La limitazione del Tempo
elemento Acqua, 
Dhyani Buddha Akshobia
emozione negativa dell'Odio. 







5) La limitazione di Causa-Effetto
elemento Terra, 
Dhyani Buddha Ratnasambhava
emozione negativa dell'orgoglio e della presunzione. 




La meditazione sulla mente o sui contenuti psichici, usata come strumento in molte tecniche che confinano con lo yoga ma che sono legate alla via PSICOLOGICA, come l'ho definita a volte, secondo me è utile solo se, collegandola alla meditazione con seme su fenomeni fisici (yantra, suoni, processi fisiologici....) conduce al samadhi che è uno strumento di risoluzione dei vincoli o Veli della Dea.
Se invece si lavora sui propri pensieri alla ricerca di una ragione, un motivo, una sorgente, il risultato che otterremo sarà un pensiero anch'esso, mutevole alla velocità della luce e sottoposto al velo limitante della CAUSALITA'.
Con la meditazione sui "contenuti psichici" il meditante allena la mente e sviluppa la capacità di penetrare, per così dire alcuni strati di motivazioni, giustificazioni, ecc. ma partire da un pensiero per giungere ad un altro pensiero è come piantare del pane per ottenere del grano da cui produrre pane. 

domenica 29 giugno 2014

ADVAITA VEDANTA - IL MALE COME BLOCCO ENERGETICO

In sanscrito esiste un concetto di male chiamato पाप pāpa ed esiste un concetto di bene chiamato पुण्य puṇya.
Percorrendo il sentiero diretto o Pravṛtti il male, पाप pāpa, sarà tutto ciò che si oppone all'adempimento del nostro dharma ed all'ottenimento degli strumenti (अर्थ artha ) che ci permettono di soddisfare i nostri desideri (काम kāma).





Percorrendo il sentiero inverso, la via di ritorno o Nivṛtti, si è invece sulla via di rinuncia.
Il sentimento di Pietà nei confronti degli altri che assume una connotazione positiva nel sentiero diretto (pravṛtti) rappresenterà invece un problema per chi percorre la via a ritroso.Per questo motivo alcuni shakta o alcuniadvaitin vengono giudicati dagli altri insensibili, immorali (meglio sarebbe dire A-morali) o addirittura, falsi maestri. Argomento delicato...prendiamola alla lontana:
tra coloro che si interessano di advaita , si sente parlare spesso di वासना vāsanā  ( termine che indica sia impressioni inconsce sia un particolare metro poetico) e  di मनस् manas (mente) in termini negativi.
Questo porta a vedere nel manas qualcosa che ha a che vedere con il demonio e nelle vāsanā qualcosa che riguarda la tendenza al vizio o al peccato.
Si tratta un errore dato dall'approccio ad una filosofia non duale da parte di chi non ha una comprensione della realtà , dovuta a cultura e tendenze personali,  dualista, ovvero basata sulla contrapposizone bene-male, luce-ombra ecc..
Vāsanā, che potremmo rendere con idea, è tutta la conoscenza che nasce dalla memoria, mentre manas è semplicemente la mente percettiva, 
Non hanno nè possono avere nessuna connotazione positiva né negativa perché sono strumenti.
L'emozione che proviamo la prima volta che osserviamo il sorriso di un bimbo o la prima volta che baciamo una donna (o un uomo) è frutto del manas (nel senso che deriva da una percezione) e di vāsanā (nel senso che se non avessimo dentro di noi l'idea di quel sorriso e di quel primo bacio non potremmo goderne).
Il nostro stesso essere costituiti da mani, piedi, tronco testa, occhi bocca orecchie è frutto di vāsanā.
Se poi non ci fosse il manas non avremmo nessuna possibilità di percepire e quindi di discriminare tra bene e male e tra giusto e sbagliato.
Le vāsanā si devono consumare sulla via del ritorno, quando si è già portato a compimento il nostro karma-dharma, ed anche qui non devono avere una connotazione negativa, ma devono essere viste come impedimenti, una zavorra che ha perso progressivamente la sua funzione fino a rivelarsi inutile.
La roccia che impedisce all'acqua della sorgente di fluire, non è il male né il bene.

È solo una roccia, definirla male significa ragionare in termini dualistici.
L'affrontare l'advaita vedanta con una comprensione della realtà duale genera confusione e scatena  furiose e inutili discussioni tra praticanti di yoga e aspiranti filosofiSi arriva all'assurdo di vedere l'advaita vedanta in termini positivi e altre tecniche o pratiche o punti di vista in termini negativi o comunque inferiori.
Come se potesse esserci una guerra di religione o una disputa tra uno shakta ed un advaitin!
Shankara è uno shakta, un adoratore della Dea. Ognuno dei centri (math) da lui fondati è consacrato ad una forma della Dea e i suoi versi dedicati alla Dea sono tra i più belli della letteratura indiana.

Eppure nascono continuamente delle dispute. 
Il motivo è di ricercarsi nella difficoltà di molti a riconoscere il proprio livello coscienziale. 

Advaita è un livello, uno stato di coscienza, corrispondente allo Yogachara. Si deve aver praticante molto e bene, essere riusciti a trasformare la mente, a renderla "informale" con la pratica del samadhi: non si può scegliere di essere advaita, magari perchè suggestionati dalla lettura di un libro o dall'ascolto di una conferenza.Per motivi che ignoro in molti praticanti o semplici lettori di testi filosofici nasce il desiderio di essere advaita, quasi fosse la casacca di un club calcistico o un partito politico. E' una sciocchezza. L'unica via possibile nello yoga è quella di conoscere se stessi utilizzando i tre strumenti che la Natura ci ha messo a disposizione: CORPO, PAROLA e MENTE. ed occorre aver cura di tutti e tre, tenerli in ordine e lucidarli, così come l'artigiano e l'artista fanno con mazze, scalpelli, pennelli o chiavi inglesi. dalla conoscenza di sè insorge la conoscenza dell'universo. le etichette vanno bene nei supermercati, non nella pratica dello Yoga.

venerdì 27 giugno 2014

BAMBINE VIOLATE

Fine maggio.
Sera.
Con Roberta stiamo chiudendo la palestra.
Ci fermiamo un attimo a guardare  le tracce del tramonto.
Il cielo di Roma è ancora rosso, là in fondo.
Un bel rosso acceso.
Bello.
Lei arriva, di corsa, respiro pesante.
Potrebbe avere quindici, sedici anni.
Le occhiaie scure stonano con il viso d'angelo.
Roberta le dà un bicchier d'acqua.
Piano piano si calma,  balbetta qualcosa, dice che è tutto ok.
Il mio ennesimo viaggetto verso l'inferno  degli umani è cominciato così, con un tramonto ed una ragazzina in fuga.
Polizia e carabinieri non possono far niente, dicono, si è scoperto che l'angelo con le occhiaie è maggiorenne e se non c'è  fragranza di reato....
I centri d'ascolto ascoltano, si, ma con la segreteria telefonica.
le parrocchie sono deserte.
A tarda notte qualche spirito benigno ci fa incontrare M. una suora indiana.("Che ci fa una suora indiana in mezzo alla strada all'una di notte, sul raccordo anulare?").
Suor M. Si prende cura dell'angelo con le occhiaie, l'affida alle suore di madre Teresa.
Per qualche giorno starà al sicuro.
La mattina dopo mi sveglio di buon umore, ma dura poco.
Dai un'occhiata all'inferno dei viventi, una sola occhiata, e decine, centinaia di mani ti si aggrapperanno addosso in cerca di aiuto e le grida di dolore, troppo flebili per orecchie umane, ti risuonano nel cuore, straziandolo.
L'angelo con le occhiaie non è un caso raro.
Sono molte le ragazzine violentate e sfruttate da chi dovrebbe amarle e proteggerle.
Molte di più di quanto potessi immaginare.


Parlando con un sacerdote, S. ed un amico yogin, G. (che quasi per caso si è scoperto terapeuta), ho scoperto che almeno (ALMENO!!!) una donna su tre è stata oggetto di  abusi  sessuali nell'infanzia.
 Le più sfortunate vengono vendute al miglior offerente.
Per le altre la vita si trasformerà comunque  in una lotta contro l'universo maschile e, soprattutto, contro se stesse.



Non ne parlo spesso, ma sono un iniziato di Tara, un devoto della Dea.
Per me la Divinità è ovunque, ma è  attraverso il corpo, la voce, il gesto della Donna  che ci offre la possibilità di darLe una sbirciatina da vicino. La Donna "è" la Dea" e come tale va onorata, amata, rispettata.
Fino a poche settimane fa pensavo che i casi di bambine abusate da padri, zii e nonni fossero rari, qualche pazzo ci può stare.
Basterebbe scoprirli e curarli prima che facciano troppo del male, mi dicevo.
Adesso ho scoperto che è quasi la normalità.
Non si tratta quasi mai di violenza fisica, ma di qualcosa di molto più subdolo, invitano la bambina a giocare alla donna, a fare la brava,   la gratificano con i sorrisi se accetta l'inaccettabile, e la  puniscono con l'indifferenza o lo sguardo offeso se rifiuta.
Nelle donne adulte gli effetti di questi abusi  "non violenti" (tra virgolette, che sempre di violenza si tratta) sono devastanti: hanno un rapporto insano con i partner e, in corpi, spesso in apparenza sani, nascondono blocchi fisici mostruosi.
Quando è un padre, uno zio o un nonno a tradire la tua fiducia, ti trovi a dover odiare chi ami, e la bambina risolve questo conflitto, mi dice G., impedendo fisicamente l'espressione delle emozioni, con una serie di "nodi" e contratture, facilmente riconoscibili.
Sempre gli stessi "nodi" e contratture, nel 99% dei casi.
Spero che G.sbagli.
In tanti anni di insegnamento ho riscontrato molto spesso, quegli stessi blocchi che mi ha descritto, in molte donne.
Non mi è mai passato nemmeno per l'anticamera del cervello di ricercare l cause in esperienze tanto traumatiche.
E non  credo proprio di aver usato quel genere di comprensione e amorevole attenzione che certi casi richiederebbero.




Sono un po' angosciato, l'angelo con le occhiaie mi ha trascinato in un mondo oscuro di cui ignoravo o volevo ignorare l'esistenza: l'inferno quotidiano di donne cui la violenza maschile impedisce di essere intere.
E se penso che, forse, molte di loro, negli anni passati mi hanno chiesto, invano, di aiutarle l'angoscia aumenta.
A che serve tutta la mia conoscenza dello yoga, dei soffi vitali, delle tecniche respiratorie se non sono in neppure in grado di intuire i motivi profondi  di certi problemi energetici e posturali?
Si, spero  proprio che G. lo yogin terapeuta, ed S., il sacerdote, si sbaglino.
Se almeno un terzo delle bambine ha subito abusi sessuali nella casa di famiglia, significa, ovviamente che almeno un terzo dei padri, zii, nonni ha abusato di loro.
Non riesco neppure tanto ad arrabbiarmi, Di certo provo vergogna.
Ogni bambina è la Dea incarnata, una Donna intera, e uomini simili a me , quando non la uccidono o non ne vendono la carne al miglior offerente, le tagliano le ali.
Che vergogna!







martedì 24 giugno 2014

MA CHI ERA PATANJALI?


Qualcuno, credo fosse Einstein, ma potrei sbagliare, una volta disse che "il vero ricercatore è colui che si pone le domande stupide che  altri non hanno il coraggio di fare".
Io non so se sono un ricercatore autentico.
Di certo faccio spesso domande stupide.
Tempo fa mi sono chiesto: "Ma chi era Patanjali?".
Lo so che a qualcuno non parrà affatto una domanda cretina, visto che molti sono coloro che  non hanno neppure mai sentito parlare di Patanjali, ma per me, che pratico yoga da una vita e ho passato anni (non sto mica scherzando!) sugli Yoga Sutra è un po' come se un tifoso di calcio si chiedesse "Chi è Balotelli?".



Le notizie che ci danno gli studiosi più seri, o che così si definiscono, sono piuttosto vaghe.
Alcuni lo ritengono un personaggio mitico o un nom de Plume sotto il quale trovano dimora ricercatori di varie epoche.
Altri parlano di due Patanjali distinti, un grammatico, allievo di Pāṇini, ed uno Yogin maestro del maestro di Shankara Bhagavatpada.
Per i miei istruttori Patanjali, anzi Patañjali, che significa "Offerta Caduta dall'Alto" é il Nagaraja, il Re dei Naga, il serpentone che, dopo aver spiato da sotto le terga di Vishnu le danze di Shiva, decide di scendere sulla terra, nel ventre di una donna sterile, per insegnare lo Yoga agli uomini.



Certo, tutto è possibile, ma la storia dell'incarnazione del serpentone, plausibilissima nel mondo del Sogno e dell'allegoria, riportata sul piano grossolano, se non si fa atto di fede, pare, per lo meno, stravagante.
Comunque, ed è un fatto, Patanjali è sempre associato al Serpente.
Di solito lo si rappresenta come un monaco buddista - cranio pelato, grandi orecchie, sorriso enigmatico - pieno di code e teste di serpente come Shakyamuni nel momento della realizzazione:




Altre volte lo si trova rappresentato come un asceta freackettone, barbuto e capelluto, vagamente cristico:




Sembra quasi che ognuno si costruisca il proprio Patanjali personale, così come negli Yoga Sutra, a seconda delle credenze e delle finalità, ognuno vede un po' ciò che più gli fa comodo.
Ma sarà esistito davvero Patanjali?
Tempo fa ho fatto una ricerca sui siti di alcune università indiane e degli Usa, ed ho trovato decine di documenti e studi assai interessanti.

A quanto ho capito il Patanjali storico sarebbe uno dei Mahasiddha della tradizione Shaiva Siddhanta.
L'aspetto serpentino sarebbe dovuto al fatto che era un danzatore, così sciolto e morbido da essere paragonato ad un rettile.
Così come Vyaghrapada (Piede di Tigre) suo compagno di viaggi e di avventure, veniva assimilato alla tigre per la sua attitudine al combattimento (era un lottatore).
Sembra quasi troppo semplice...
Ma vediamo la storia:
Qualche secolo prima di Cristo ( N.B.le date riportate nei documenti che ho consultato sono abbastanza ballerine, si va dal 3.000 al 250 a.C. secondo i Nath questo dipende dalla longevità assicurata dallo Yoga, ma può darsi che col tempo i nomi Patanjali, Vyaghrapada ecc. abbiano finito per simboleggiare determinati stati coscienziali, siano diventati, cioè dei nomi spirituali) un gruppo di ricercatori si riunì nella foresta di Chidambaram.
Erano astronomi, medici, danzatori, musicisti e marzialista.
Sotto la guida di un maestro chiamato Nandi autore dei mille libri del Kamashastra (probabilmente si trattava di una donna: Nandi, che significa GIOIA è un nome femminile. Solo in epoca recente qualcuno che non conosceva il sanscrito affibbiò il nome Nandi al Toro di Shiva: improbabile che sia stato un indiano! Sarebbe come se noi chiamassimo uno stallone "Letizia" o "Graziosa").
Dalle loro ricerche nacquero lo Hatha Yoga, il Kalaripayattu e la danza classica indiana.
Che strano.
A me avevano sempre detto che di Patanjali non si sapeva niente e invece l'unica cosa che non è sicura è l'anno di nascita (ma sapendo che è stato il maestro del maestro di Shankara Bhavagatpada che, a prescindere da cosa dice Wikipedia, ha fondato il Math di Kanci tra il secondo e il terzo secolo a.C. si può ragionevolmente supporre che sia stato un contemporaneo di Socrate e Lao Tzu).
Patanjali nacque a cavallo del 400 a.C nella  città di Thiru-Gona-Malai, nell'attuale Sri Lanka.





Oltre agli Yoga sutra ha scritto diversi altri testi, tutt'ora reperibili, come il Charana Shrungarahita Stotram dedicato al Nataraja. 
Era uno Yogi tantrico, un maestro di danza ed un grande esperto di Ayurveda. 
La sua tomba è conservata nel tempio di Brahmapureeswarar






Di seguito trascrivo  un brano di un testo  di Tirumular (Tirumandiram) dove si parla della nascita del Natya Yoga LO YOGA DANZATO DA CUI DERIVA LO STILE DI DANZA CHIAMATO Bharata Natyam 


Nandhi arul Petra Nadharai Naadinom
Nandhigal Nalvar Siva Yoga MaaMuni
Mandru thozhuda Patañjali Vyakramar
Endrivar Ennodu (Thirumular) Enmarumaame
 

traduzione inglese: 
We sought the feet of the Lord who graced Nandikesvara
The Four Nandhis,
Sivayoga Muni, Patañjali, Vyaghrapada and I (Thirumoolar)
We were these eight.
 

Mi sembra chiaro che nel testo si parla di 8 allievi di Nandi: i quattro nandi, Shivayoga muni, Patanjali, Viaghrapada e Thirumular. 







Che Patanjali sia stato un alieno o l'incarnazione di un mitico serpente è ipotesi sicuramente interessante, ma, secondo me, è molto più affascinate pensare che facesse parte di un gruppo di "Ricercatori della Verità", persone in carne ed ossa  che dedicarono  la loro vita a studiare e sperimentare  tecniche finalizzate alla felicità dell'essere umano.






Cerco di riassumere i risultati delle mie ricerche: 

IV -III secolo a. C. 
Nel Tamil Nadu una "Yogini chiamata Nandi o Adinandinath mette su una scuola vicino all'attuale tempio di Shiva Nataraja, a Chidambaram. 
I suoi principali allievi sono Sivayoga Muni, Patañjali, Vyaghrapada, Thirumular e "i quattro Nandhi (probabilmente i figli di Nandinath) 
Parte dell'insegnamento si esprime danzando per cui lo yoga creato da quel gruppo (i maha Siddha fondatori  Siddha Siddhantha ) inizialmente si chiama Natya Yoga, yoga danzato o yoga della danza. 
Ognuno degli allievi sviluppa delle caratteristiche e dei poteri. 
Vyagrapada (piede di tigre) così chiamato probabilmente per la forza e l'agilità, crea le arti marziali del sud dell'india tirumular si dedica ai mantra e alla poesia (anche se ha scritto un trattato sullo yoga simile in tutto e per tutto agli yoga sutra, Patanjali (paragonato ad un serpente per la qualità dei movimenti) alla danza e alla medicina, gli altri non so..... 
A questo gruppo (soprattutto al guru Nandi divenuto così famoso da fornire il nome al veicolo di Shiva) si deve gran parte del kama shastra che nasce come descrizione degli insegnamenti di Shiva e Parvati agli esseri umani. 
Le posizioni di base del kamasutra, scritto qualche secolo dopo, sono riprese dalle tecniche di quella scuola, e sono 64 come i quadrati del manduka Mandala e gli esagrammi, 8 varianti delle 8 maniere di congiungere FUOCO (Parvati) e LUNA (Shiva)
Le basi delle tecniche tantriche dei nandinath erano la corrispondenza tra influssi planetari e sillabe dell'alfabeto e il desiderio come tecnica operativa per sviluppare l'energia da loro chiamata Virya dalla vitalità innata o Ojas









Ovviamente si tratta di una mia ipotesi, ma pensando che a qualcuno potrebbe venir voglia di verificare aggiungo un po' di bibliografia: 
Jonardon Ganeri, Artha: Meaning, Oxford University Press 2006, 1.2, p. 12 

S. Radhakrishnan, and C.A. Moore, (1957). A Source Book in Indian Philosophy. Princeton, New Jersey: Princeton University, ch. XIII, Yoga, p. 453 

Gavin A. Flood, 1996 

Mishra, Giridhar (1981). "प्रस्तावना [Introduction]" (in Sanskrit). अध्यात्मरामायणेऽपाणिनीयप्रयोगानां विमर्शः [Deliberation on non-Paninian usages in the Adhyatma Ramayana] (Ph.D.). Varanasi, India: Sampurnanand Sanskrit University. Retrieved May 21 2013. 

Srimad Bhagavatam: Glossary of Sanskrit Terms 
P.8 Shankaracharya by Prem Lata 

The Yoga Sutras of Patanjali, ed. James Haughton Woods, 1914, p. xv 

Patañjali; James Haughton Woods (transl.) (1914). 
The Yoga Sutras of Patañjali. Published for Harvard University by Ginn & Co. p. 434 

Mahābhāṣya, Joshi/Roodbergen: 1968, p. 68 

The word and the world: India's contribution to the study of language (1990). Bimal Krishna Matilal. Oxford. ISBN 0-19-562515-3.

Romila Thapar, Interpreting Early India. Oxford University Press, 1992, p.63 

Chryssides, George D. (1999-12-01). Exploring new religions. London: Cassell. pp. 293–301. ISBN 978-0-8264-5959-6. 

Tirumantiram A Tamil scriptural Classic. By Tirumular. Tamil Text with English Translation and Notes, B. Natarajan. Madras, Sri Ramakrishna Math, 1991, p.12. 

Vaiyapuripillai's History of Tamil Language and Literature (From the Beginning to 1000 A.D.), Madras, New Century Book House, 1988 (after the first edition of 1956), particularly footnote 1 on p.78. 

pp.xxix-xxx in a Preface (entitled Explanatory remarks about the Śaiva Siddhānta and its treatment in modern secondary literature) to The Parākhyatantra. A Scripture of the Śaiva Siddhānta, Dominic Goodall, Pondicherry, French Institute of Pondicherry and Ecole française d'Extrême-Orient, 2004. 

venerdì 20 giugno 2014

IL SESSO DEI NATH - HATHAYOGAPRADIPIKA





"[...]Che uomo e donna si esercitino a risucchiare sperma e  liquido vaginale mediante la contrazione dei muscoli sottili del pene e della vagina [...] 

[...] che l'uomo si eserciti a risucchiare lo sperma anche dopo che è stato versato all'interno della vagina[...]

[...] Il vero Yogin aspira con il pene [...] sia lo sperma che i fluidi sessuali femminili[...] 

[...] Dopo aver fatto l'amore, uomo e donna devono ungere i loro corpi con sperma e fluidi vaginali insieme e rimanere seduti in pace godendosi la loro gioia[...] 


[...] il controllo dei fluidi sessuali fa bene anche se c'è l'eiaculazione[....] 



[...] Lo sperma più buono è quello mediano.
Quello iniziale è troppo carico di bile e quello finale è povero di sostanze nutrienti [...]" 



Le frasi che ho citato non le ho rubate dalla delirante iniziazione dell'adolescente Justine immaginata dal Marchese de Sade.

E nemmeno da un manuale ad uso di incappucciati fautori di orge alla "Wide Shoot Eyes".



Sono dei sutra tratti dallo 
Haṭhayoga Pradīpikā (parte terza), uno dei più noti e citati manuali di Hatha Yoga.
La traduzione l'ho fatta io, ma mi pare in linea con quelle più diffuse, anche se spesso si usano perifrasi assai ardite per mescolare un po' le acque e non offendere la sensibilità di chi vive il sesso come una roba peccaminosa e i fluidi genitali come qualcosa di sporco. Ecco qua il testo originale in Devanagari  sanscrito traslitterato : 


मेहनेन शनैः सम्यगूर्ध्वाकुनछनमभ्यसेत | 
पुरुष्हो|अप्यथवा नारी वज्रोली-सिद्धिमाप्नुयात || ८५ || 

mehanena śanaiḥ samyaghūrdhvākuñchanamabhyaset | 
puruṣho|apyathavā nārī vajrolī-siddhimāpnuyāt || 85 || 




नारी-भगे पदद-बिन्दुमभ्यासेनोर्ध्वमाहरेत | 
छलितं छ निजं बिन्दुमूर्ध्वमाकॄष्ह्य रक्ष्हयेत || ८७ || 

nārī-bhaghe padad-bindumabhyāsenordhvamāharet | 
chalitaṃ cha nijaṃ bindumūrdhvamākṝṣhya rakṣhayet || 87 || 




ॠतुमत्या रजो|अप्येवं निजं बिन्दुं छ रक्ष्हयेत | 
मेढ्रेणाकर्ष्हयेदूर्ध्वं सम्यगभ्यास-योग-वित || ९१ || 

ṝtumatyā rajo|apyevaṃ nijaṃ binduṃ cha rakṣhayet |
meḍhreṇākarṣhayedūrdhvaṃ samyaghabhyāsa-yogha-vit || 91 || 




वज्रोली-मैथुनादूर्ध्वं सत्री-पुंसोः सवाङ्ग-लेपनम | 
आसीनयोः सुखेनैव मुक्त-वयापारयोः कष्हणात || ९३ || 

vajrolī-maithunādūrdhvaṃ strī-puṃsoḥ svānggha-lepanam | 
āsīnayoḥ sukhenaiva mukta-vyāpārayoḥ kṣhaṇāt || 93 || 



सहजोलिरियं परोक्ता शरद्धेया योगिभिः सदा | 
अयं शुभकरो योगो भोग-युक्तो|अपि मुक्तिदः || ९४ || 

sahajoliriyaṃ proktā śraddheyā yoghibhiḥ sadā | 
ayaṃ śubhakaro yogho bhogha-yukto|api muktidaḥ || 94 || 


अथ अमरोली 
पित्तोल्बणत्वात्प्रथमाम्बु-धारां 
विहाय निःसारतयान्त्यधाराम | 
निष्हेव्यते शीतल-मध्य-धारा 
कापालिके खण्डमते|अमरोली || ९६ || 

atha amarolī 
pittolbaṇatvātprathamāmbu-dhārāṃ 
vihāya niḥsāratayāntyadhārām | 
niṣhevyate śītala-madhya-dhārā 
kāpālike khaṇḍamate|amarolī || 96 || 




Quando ci sia accinge a studiare i testi fondamentali dello yoga bisogna mondare la mente dai preconcetti.
Solo così può avvicinarsi alla comprensione delle tecniche descritti in testi di 1000 o 2000 anni fa.
Haṭhayoga Pradīpikā è un testo Nath ed è tratto in buona parte dallo Haṭhayoga di Gorakhanath.
A volte mi viene il dubbio che  la maggior parte dei praticanti e degli insegnanti che dicono di averlo letto si siano fermati alle prime pagine, alla descrizione degli asana, tralasciando  la parte alchemica.
Se così fosse sarebbe un errore, perchè perché lo Yoga "è" una pratica alchemica.
La conoscenza anatomica dei Nath è sbalorditiva, ed il loro yoga è "roba pratica", che deve produrre degli effetti oggettivi, ovvero la trasformazione di Corpo, Parola e Mente.
Se non c'è trasformazione alchemica non c'è yoga.
Una trasformazione non solo della psiche e della percezione del mondo fenomenico, ma anche del corpo fisico.
Dice Tsong Ka Pa ("LA GRANDE ESPOSIZIONE DEL MANTRA SEGRETO"):

-"[...]La conoscenza [jñāna] è entrare nella Terra Pura con il corpo fisico"-




Un'altra cosa interessante dello Hathayogapradipika  è che alcuni brani hanno il potere di disciogliere come neve al sole alcuni dei luoghi comuni più in voga, prima tra tutti la infondata credenza che siano necessari un corpo ed un temperamento maschile per raggiungere la condizione di illuminato.
Nello yoga il ruolo della donna, in quanto incarnazione del Femminile, è fondamentale.
Nell'immagine sotto, proveniente dal tempio di Chidambaram, alla destra di uno Shiva danzante vediamo due dei grandi maestri dello yoga e della danza indiani, Patanjali (con la coda di serpente) e Vyagrapada (con le zampe di tigre) in un atteggiamento di devozione.
Dall'altra parte una donna. L'atteggiamento, gli abiti, la statura (superiore a quella dei due yogin) di questa incarnazione della Dea sembrano indicarcela come la maestra del gruppo.





Lo Hatha Yoga Pradipika, per uno yogin può rivelarsi una vera e propria miniera d'oro.

Traduco alcuni sutra della parte terza:

3.1
"Le teste dei naga sono il pilastro del mondo, con le sue montagne e foreste.
Allo stesso modo kundalini è il pilastro del tantra yoga
"



3.99
"La donna che acquisisce abilità nella pratica sessuale, aspira contraendo i muscoli sottili della vagina, lo sperma e trattiene i propri fluidi vaginali, è una yogini"


3.100
"Nel suo corpo non andrà perduta una solo goccia di fluido femminile. nel suo corpo il suono assumerà la forma del seme"


3.101
"Lo sperma e i fluidi vaginali mescolati all'interno del suo corpo, attraverso la pratica di Vajroli (Vajra vuol dire diamante, N.d.r.) portano alla realizzazione finale"


3.102
"E' una yogini colei che risucchia il proprio fluido vaginale verso l'alto.
Conosce il passato e il futuro e danza nel cielo
[cfr. Yoga Sutra 4,42]


3.103
"La perfezione del corpo [cfr. yoga sutra 3, 46] si ottiene con l'aspirazione dei fluidi vaginali e dello sperma.
Questo yoga porta alla realizzazione anche se si gode dell'orgasmo
"



Dunque per i Nath (Hatha Yoga Pradipika è testo della tradizione Nath) la donna che padroneggia le tecniche sessuali e "risucchia i propri fluidi genitali verso l'alto" è una Yogini (che non è il femminile di Yogin, ma significa incarnazione della Dea) ed una danzatrice del cielo (altro nome delle Dakini).





 Un'altra cosa interessante è che per lo Hatha Yoga Pradipika, isvariShakti e kundalini sono la stessa cosa.
Non è vero, come sostengono alcuni, che ci sono vari tipi di Yoga: lo Yoga è uno solo, cambiano i nomi:


3.104
"La tortuosa (Kutilangi), colei che si eleva ( Kundalini), il serpente femmina (Bhujangi), la Shakti, Isvari, Kundali, Arundhati non sono altro che sinonimi



Kundali nei testi tantrici, è spesso definita "la Vedova".

la sua attivazione mediante lo Hatha Yoga prende il nome  "stupro della Vedova" e l'ignoranza, di alcuni, ha portato a fantasticare su pratiche sessuali stravaganti o a credere che nel tantra si permetta o addirittura si consigli la violenza sulle donne.
Niente di più sbagliato: la Vedova è Shakti e il defunto, il mahāpreta è Shiva. 
Per "stupro della Vedova" si intende una tecnica di alchimia interiore che consiste nell'IMPEDIRE A KUNDALINI DI RIDISCENDERE VERSO GLI ORGANI GENITALI DOPO LA SUA ASCESA AL CHAKRA DELL'OMBELICO IN MODO DA FARLA RISALIRE AL CHAKRA DEL CUORE.

3.109
"Tra il Gange e lo Yamuna la giovane vedova è in ritiro.
Bisogna possederla e stuprarla.
Così si rivela il supremo seggio di Visnu




Nelle raffigurazioni tantriche, nel corpo dello yogin si dipinge spesso una spirale sotto l'ombelico e una giovane donna nuda che nuota sotto il plesso solare
Sopra all'altezza del cuore ci sono alcuni fiori di loto della tradizione tantrica (verde, giallo, blu, rosso, bianco a 32, 64, 8, 16 e 32 petali).

La giovane vedova è una modificazione della Kundalini che porta all'apertura dei cakra segreti, apertura conseguente allo scioglimento del nodo del Cuore (Visnu Granti).
Lo Hathayogapradipika è molto chiaro in proposito:


3.110

"Il Gange è Ida, Yamuna è Pingala, la giovane vedova è Kundalini"

Un altro brano molto interessante si trova nel capitolo quarto.
Molto spesso si tende a creare suddivisioni tra lo yogachara buddista, il raja yoga, lo yoga vedantico, lo yoga tantrico ecc. ecc.
Ho sempre avuto l'impressione, anche, e soprattutto, dopo aver avuto a che fare con buddhisti tibetani, yogin shaiva e devoti vaishnava, che si trattasse della stessa roba. Hatha Yoga Pradipica 4.2-4 ci dice che il Vuoto (sunya) dei buddhisti, il "Quarto" dei vedantini, il Sahaja dei tantrici sono parole che indicano esattamente lo stesso stato coscienziale:
Riporto il testo in devanagari e in sanscrito translitterato (IAST)




राज-योगः समाधिश्छ उन्मनी छ मनोन्मनी |

अमरत्वं लयस्तत्त्वं शून्याशून्यं परं पदम || ३ ||

अमनस्कं तथाद्वैतं निरालम्बं निरञ्जनम |

जीवन्मुक्तिश्छ सहजा तुर्या छेत्येक-वाछकाः || ४ || 


rāja-yoghaḥ samādhiścha unmanī cha manonmanī |

amaratvaṃ layastattvaṃ śūnyāśūnyaṃ paraṃ padam || 3 ||

amanaskaṃ tathādvaitaṃ nirālambaṃ nirañjanam |

jīvanmuktiścha sahajā turyā chetyeka-vāchakāḥ || 4 || 




Più o meno la traduzione è questa:


"Raja yoga, samadhi, estinguere il manas, andare oltre il manas, Realtà, Sunya.... stato del jivanmukta, sahaja, turiya... significano tutti la stessa cosa




Esiste un solo yoga.
Siamo noi che creiamo differenze.




martedì 17 giugno 2014

ANATOMIA DELL'ANGOSCIA



Che cosa è l'ANGOSCIA?
Kierkegaard la chiamava "il sentimento della possibilità".
Definizione intrigante.
Fa emergere un paradosso tipico della condizione umana: ha la sensazione, l'Uomo di condividere con gli dei, l'Uomo, il potere dell'infinita creatività, e, insieme, è schiacciato dal pensiero delle conseguenze delle sue azioni.
Un Dio annichilito, catturato dalla tela dei vincoli e delle leggi da lui stesso create.
Un Angelo luminoso, nato per le grandi altezze, e un ragno famelico che si ciba di se stesso.
Come siamo strani: aguzzini di noi stessi usiamo i nostri poteri per impedirci di volare.
Per impedirci di essere felici.






"Trovare giustificazioni non ti porterà cammelli in dono", diceva il Mullah Nassr Eddin, ma la mente ha il demoniaco potere di giustificare sia le azioni, sia  i blocchi che le impediscono, le azioni.
Quando la speranza di liberare, in un futuro possibile, i nostri desideri autentici e le nostre possibilità creative si scioglie nel fiume del Tempo esplode l'angoscia.
Brutta storia: non soddisfiamo i nostri bisogni più profondi per paura delle conseguenze del nostre agire e questo ci procura angoscia.
Al tempo stesso se abbiamo sacrificato la nostra felicità, per esempio, per rispettare i bisogni di persone che amiamo, o "dovremmo amare", può nascere un'insana avversione per i nostri cari, causa di sensi di colpa e ulteriore fonte di angoscia.
In passato ho avuto a che fare con persone, soprattutto donne devo dire, che vivono l'angoscia come una condizione naturale.
Spesso reagiscono indossando i panni dell'eroe [ ché di fatto lo sono, eroiche] indossano scudo e corazza, brandiscono la spada e si gettano stoicamente "contro  i colpi e i dardi dell'avversa fortuna".


In costoro l'angoscia diviene quasi una ragione di vita. e sin sentono gratificate  dall'idea di star facendo il proprio dovere, di lottare per il bene e il giusto.
Alla lunga, però la rinuncia alla gioia stringe il cuore in una morsa di gelo e le azioni più nobili (o che tali appaiono) generano infelicità.
Nei guerrieri dell'Angoscia e in chi li ama.
Vivere nell'Angoscia è devastante, da ogni gesto, ogni sorriso, ogni parola prima o poi emerge il sapore acre della morte.
Sarebbe bello spazzar via l'Angoscia dalla mente di chi amiamo.
Ma come fare?
Io non sono un medico né uno psicologo.
ma lavorando sul corpo mi sono fatto delle idee che forse potrebbero avere una loro utilità.
Questo coso qua sotto è il diaframma toracico.





Di solito si considera un muscolo, ma non è proprio esatto.
È una struttura complessa.Al centro, quella roba bianca che sembra il grasso della bistecca, c'è una zona tendinea chiamata “centro frenico” perché ci arrivano i nervi frenici, responsabili del suo movimento.
Dal centro bianco nascono delle fibre che vanno a formare tre diverse fasce muscolari: la prima (sternale) si attacca, in avanti alla “punta inferiore” dello sterno.
La seconda (costale), si infila tra le ultime sei costole (quelle che “nascono” dalle ultime sei vertebre dorsali).
La terza (lombare) si allunga in due “pilastri” di lunghezza diversa (il destro è più lungo del sinistro) che si ficcano nei dischi della seconda terza e quarta vertebra lombare.





Il bisteccone, che quasi sempre ci immaginiamo come una lamina o una fascia orizzontale  ha invece la forma di un elmo antico, un po' asimmetrico. 


La parte (cupola) destra che preme sul fegato è più alta della parte sinistra , che sotto di sé ha invece lo stomaco e la milza, più mobili del fegato.
Quando si inspira normalmente le due cupole si abbassano comprimendo gli organi dell'addome e dando l'impressione di un allargamento dell'addome.
Quando si espira le cupole si alzano e l'addome si rilassa
Il diaframma toracico oltre che a fegato, stomaco e milza è collegato direttamente a pericardio, sacco pleurico, peritoneo, duodeno, colon, ghiandole surrenali, reni e pancreas.
Non occorre essere medici per intuire che un suo cattivo funzionamento ha pesanti ripercussioni su tutto l'organismo.
Ma perché il diaframma funziona male?
Una cosa che molti non sanno è che il feto, nella pancia della mamma, non respira con i polmoni, ma con il cordone ombelicale che è un tubo legato alla placenta.
Dentro il tubo ci sono vene e arterie (tre in tutto, due in alcuni casi) che portano ossigeno e cibo direttamente nel corpo del bambino ed eliminano i rifiuti.


C'è un sistema circolatorio diverso dall'adulto.
Banalizzando si può dire cuore (che lavora a regime ridotto, diciamo al 40% delle sue possibilità) e polmoni ( che sono collassati) vengono bypassati mediante tre valvole (che si chiamano, credo, “dotti”) che verranno rese inoperose dopo la nascita.
Il diaframma che fa durante la respirazione prenatale?
Niente.
(In realtà forse per allenarsi il feto ingoia ogni tanto del liquido amniotico e lo dirige ai polmoni.... ma è poca roba, pare).
Subito dopo la nascita il cordone viene tagliato e annodato, la placenta non distribuisce più ossigeno e alimenti nel corpo e al bambino manca improvvisamente l'aria.
Benvenuto al mondo!
Abituato a sentire l'energia fluire liberamente dall'addome il bambino irrigidisce il diaframma nella posizione più alta possibile.
E' questo il motivo per cui un tempo, e qualche volta ancora oggi, gli si dava una sberla sulla schiena: per aprire i polmoni e far scendere forzatamente il diaframma.
Ecco la radice “antica” del suo cattivo funzionamento!
Il diaframma viene collegato alla paura di morire, all'angoscia, alla mancanza di aria e più si ha la paura di non respirare più si tende ad alzare le due cupole che premono sui polmoni, schiacciandoli, e sul cuore.

In teoria, mutando la tecnica respiratoria l'angoscia dovrebbe scemare.
Nella respirazione taoista, ad esempio, si  cerca  di mantenere le due cupole del diaframma nella posizione più bassa possibile, sia in inspirazione che in espirazione, in modo da eliminare o attenuare il riflesso dell'angoscia originaria.
Credo che la chiamino Respirazione Prenatale o Respirazione Paradossale.

 




Respirare come un feto.
Tornare nella condizione di PRIMA DELLA NASCITA significa riavvicinarsi allo stato naturale, alla condizione che in India è assimilata alla realizzazione.
Non è un caso che, nei Veda, uno degli appellativi del Brahman sia proprio "IL SENZA ANGOSCIA".
Imparare la "respirazione sottile" non  è difficilissimo: basta sapersi ascoltare e soprattutto amarsi.
Chi non si ama non potrà mai amare gli altri.
Non potrà mai amare la vita.
Riscaldare i cuori inverno e far deporre le armi ai "Guerrieri dell'Angoscia" è impresa ardua.
Lo Yoga e le tecniche Taoiste da sole non bastano.
Se si vuole aiutare chi rifiuta la vita occorre per un po' portare la sua croce e mostrargli con dolcezza, la Via della Gioia.