martedì 28 ottobre 2014

IL SAMADHI IN PATANJALI





Le disquisizioni tecniche, storiche o filologiche sui testi base dello Yoga, spesso annoiano.

Un tempo, durante gli stage e le lezioni, parlavo spesso delle scritture, dei significati letterali delle parole, delle loro interpretazioni in base alla fantasiosa etimologia indiana (Nirukta),  ma ho scoperta che la maggior parte degli ascoltatori si annoiava, si distraeva.
finivo per fare inutili monologhi che puzzavano di erudizione.
Col tempo la percentuale  di chiacchiere più o meno erudite è diminuita fino ad arrivare al minimo indispensabile.
Lo yoga è essenzialmente pratica.
Meglio, mille volte meglio  far sperimentare uno stato psicofisico anziché passar le ore a parlare di sesso degli angeli e a cercare perifrasi ad effetto per risvegliare un auditorio semiaddormentato.
Pure ogni tanto credo sia  bene puntualizzare qualche concetto di base,  rinfrescare un po' i fondamentali, che a lungo andare si rischia di dimenticare chi siamo e dove si va a parare.
Un sorriso, 
P.

Yoga Sutra I,17:

vitarka vichara ananda asmita rupa anugamat samprajnatah 

traduzione di Raphael: 

la condizione di conoscenza è quella accompagnata dall'argomentazione,dalla deliberazione. dalla beatitudine dal senso dell' "io sono". 

il Sutra I,17 descrive quattro tipi di samadhi. 
Il samadhi è conoscenza diretta della realtà. 
significa che non vi è distinzione tra OGGETTO di conoscenza e tra SOGGETTO conoscitore. 

per meglio comprendere è necesario esaminare i concetti di अस्ति asti - भाति bhāti - प्रिय priya 


प्रिय priya, dalla radice PRA che significa insorgere , sbocciare, è tutto ciò che è piacevole,bello a vedersi, amabile, adorabile,beato e portatore di beatitudine. 

भाति bhāti dalla radice bhā che significa luce, significa apparire sembrare, luccicare, scintillare ecc. 

अस्ति asti dalla radice AS che significa essere vuol dire Esso (lui, lei) E', ma anche esistere, essere stare... 

bhāti è la "luce propria" di un oggetto, ciò che dà origine alla forma con la quale lo si può "conoscere". 

la vera forma (स्वरूप svarūpa ) di un oggetto, sarà quindi la forma che appare senza sovrapposizioni mentali, come diretta emanazione della luce propria dell'oggetto, bhāti

Il samadhi con seme è quindi la conoscenza diretta che nasce dall'unione fusione del conoscente con l'oggetto di conoscenza. 
वितर्क vitarka 
significa argomento.In questo caso è il nome del tipo di samadhi che insorge dalla concentrazione su un pensiero particolare, un seme. 

per esempio medito su OM NAMAH SIVAYA, comincio ad intravedere la sua struttura triplice (nama= mondo delle forme, Ya = jiva individuato, Siva = assoluto) e la sua struttura quintuplice (NA- MA-SI-VA-YA) che rappresenta i cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione,mantenimento, velamento , grazia) fin quando i pensieri cominciano a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e la consapevolezza del voler conoscere-comprendere e la mente si identifica completamente nel mantra, che rimane come seme (pratyaya). 

विचार vicāra significa, idea, concetto. 
in questo caso è il nome dato al secondo tipo di samadhi. 
l'idea è ciò che sta "dietro all'oggetto. 
è il noumeno. 

la differenza tra il Vitarka samadhi ed ilvicāra samadhi è , banalizzando, una differenza di "spessore". 


Il primo (vitarka) indica un pensiero più grossolano, si utilizza cioè l'intelligenza ordinaria. 
per citare Dante si potrebbe parlare di "piena comprensione del linguaggio letterale". 
in un certo senso VITARKA è il samadhi della coscienza di veglia. 

Il secondo (vicāra) utilizza una intelligenza più sottile. 
l'intelligenza intuitiva che fa svelare , in un attimo, il significato di simboli ed allegorie.
Si potrebbe parlare di "piena comprensione del Linguaggio allegorico". 

se l'attenzione nel vitarka samadhi è su un oggetto, in vicāra vi è la possibilità di comprendere la reale natura di tutti gli oggetti. 

Vitarka è una freccia che centra il bersaglio stabilito. 
vicāra è la possibilità di tirare la freccia verso qualunque bersaglio . 
in un certo senso è il samadhi della coscienza di sogno. 


il terzo tipo di samadhi è आनन्द ānanda che significa gioia, beatitudine , grande piacere sessuale..., detto anche सानन्द sānanda 
è la beatitudine indifferenziata, è lo stato della conoscenza assoluta permeata dall'ignoranza assoluta. 
lo si può collegare allo stato coscenziale di Prajna o sonno profondo. 

il quarto stadio o tipo di samadhi è dettoअस्मिता asmitā ed è riferito con l'Uno, l'Essere, l'Antico dei giorni.Asmitā può essere tradotto con egoismo e rappresenta qui l'identità con Isvara . 


quattro specie di samadhi , quindi, (corrispondenti ai quattro dhyana del buddismo) che vengono definiti samprajñāta ovvero con conoscenza ad indicare che esistono ancora dei contenuti che possono essere ridotti alla dialettica Soggetto conoscitore-oggetto di conoscenza. 

ricapitolando avremo: 

vitarka o savitarka (corrispondente , credo,al primo "dhyana" del buddismo)collegato al ragionamento empirico, al linguaggio letterale ed allo stato detto visva stato di veglia 


vicāra o savicāra (corrsipondente al secondo dhyana del buddismo)collegato alla comprensione intuitiva (tipica ad esempio del fare arte), al linguaggio allegorico ed allo stato detto Taijasa 

ānanda o sānanda (corrispondente al terzo dhyana del buddismo) collegato all'identità con le idee/dei , al linguaggio morale ed allo stato detto prajña. 

asmitā o sasmitā (corrsipondente al quarto dhyana del buddismo) collegato all'identità con l'uno principiale, al linguaggio anangogico ed allo stato detto di Isvara. 


questi quattro livelli sono collegati tra loro nel senso che non si può accedere ad uno stato senza aver esperito e stabilizzato i precedenti. 

la stabilizzazione dei livelli del samadhi è chiamata Amākalā , uno dei nomi o poteri della Dea, che si potrebbe, secondo me, tradurre come Arte(कला kalā ) divina o arte dell'immortalità (अमर amara sta per immortale, eterno, dio) 

oltre questi quattro tipi o livelli del samadhi ve ne sono altri che si possono considerare dei "gradini" indispensabili a salire da un livello all'altro. 

si è detto ad esempio che il vitarka o savitarka samadhi è legato alla conoscenza/identificazione di/con un oggetto "grossolano" (un pensiero "grossolano") in un certo senso si tratta di un processo teso a svelare gli "effetti di un oggetto. 

quando la mente si identifica completamente con l'oggetto grossolano o il ragionamento empirico c'è uno stacco, un momento di (apparente?)assenza . 
si può fare l'esempio (banalizzando)di una persona completamente concentrata sulla soluzione di un problema matematico o un gioco enigmistico. 
il momento in cui ha o crede di aver colto la soluzione non ha le parole per dirlo. 
ma il ragionamento che lo ha condotto a tale soluzione cessa improvvisamente. 

il totale assorbimento nella soluzione del problema ed il conseguente isolamento da tutto ciò che può interferire con tale soluzione è definibile vitarka samadhi. 

il momento di cessazione dell'attività che precede il momento della espressione della soluzione è detto NIRVITARKA samadhi 
e patanjali lo cita nel sutra I,43; 

smriti partisuddhou svarupa sunyeva artha matra nirbasa nirvitarka 

nella traduzione di Raphael: 
Quando la memoria è purificata e la mente perde la sua propria forma e soltanto la conoscenza reale dell'oggetto (di concentrazione) risplende, si ha lo stato di concentrazione senza argomentazione (nirvitarka

in pratica si ha la "percezione" (?) della "vera forma" dell'oggetto e di ciò che di quella vera forma è "causa", 
ovvero ciò che prima abbiamo definito भाति bhāti, la luce propria di un oggetto, senza le sovrapposizioni create dalla mente. 


Nirvitarka samadhi, ovvero la conoscenza consapevolezza della vera "natura" di un oggetto conduce al samadhi detto vicāra o savicāra, la coscienza/conoscenza o la possibilità della coscienza/conoscenza della reale natura di tutti gli Oggetti. 

si è sul piano delle energie sottili, taijasa, il piano di sogno. 
anzi si può dire che savicāra è la piena coscienza di sogno. 
l'identificazione nella coscienza di sogno diviene in un certo senso "oggetto di conoscenza". 

il gradino successivo è nirvicāra, il momento in cui cessa anche il pensiero della identificazione con il piano delle energie sottili e conduce al sānanda samadhi caratterizzato dalla pura beatitudine. 
ovviamente anche il piacere/beatitudine, a sua volta, può divenire oggetto di conoscenza . 

quando cessa questa possibilità si ha ilnirānanda samadhi che conduce alla consapevolezza isvarica dell'IO SONO, o sasmitā samadhi. 

questi 7 livelli [sei per il vedanta nel quale (cfr. Indian Psychology, Volume 1, di Jadunath Sinha) Sānanda e nirānanda sono considerati un unico stato) rappresentano l'insieme dei samadhi samprajñāta o samadhi con conoscenza . 


la rivelazione della coscienza di vegliavitarka o savitarka samadhi è relata alla conoscenza dei Bhuta o elementi grossolani (etere,aria, fuoco,acqua, terra) ed al loro risolversi l'uno nell'altro(la terra si discioglie nell'acqua ecc.) 

la rivelazione della coscienza di sognovicāra savicāra samadhi è relata alla conoscenza dei Tanmatra ovvero gli elementi sottili (suono, sensazione tattile, luce/colore,sapore, odore

la rivelazione della coscienza di sonno profondo o della beatitudine che nasce dalla armonizzazione degli opposti ānandasānanda samadhi è relativa ai sensi ovvero alla possibilità di percepire ed interpretare gli elementi sottili 

la rivelazione dell'unità primordiale asmitāsasmitā samadhi è relativa alla comprensione di ahamkara come funzione e non come individualità. 

il tutto si può ridurre al processo introspettivo del Chi sono ovvero alla meditazione (cfr.samkara aparokshanobhuti) su Ko'ham (chi sono io) - Na'ham ( non sono) - -so'ham (sono questo). 

meditazione-concentrazione sugli elementi grossolani (vitarkaio non sono([i]na'ham) il corpo fisico.[/i] 

meditazione concentrazione sugli elementi sottili (vicāraio non sono il corpo energetico, le energie sottili, i movimenti emotivi. 
meditazione concetrazione sulla coscienza sensitiva (ānandaio non sono la mente che percepisce le diversità e la molteplicità. 

meditazione sull'IO sono (asmitaIo sono l'unità degli opposti. 

vitarka è ciò che coglie ASTI la qualità dell'esistenza negli oggetti grossolani (Asti-essenza-esistenza) ovvero la forma (RUPA) svelandone la vera forma osvarupa. 


vicāra è ciò che coglie la luce (bhati) che sottende agli oggetti grossolani svelandone il Nome (nama) ovvero il suono/luce che rende percpibile la forma. 

ānanda è ciò che coglie l'essenza di beatitudine (priya). 

venerdì 24 ottobre 2014

NON RIFIUTARE MAI L'OFFERTA D'AMORE: COSI' DICE LA LEGGE




Stamattina, appena sveglio, ho aperto a caso una raccolta di Upanishad. 
Un giochino che facevo spesso, tempo fa. 
Ho aperto il libro e poi, ad occhi chiusi, ho puntato l'indice. 
Stamattina ho trovato il canto d'Amore della Chandogya Upanishad (Tredicesimo Khanda). 
Ho tradotto io, canto d'Amore, in realtà si chiama Sāman Vāmadevya. 
So che le disquisizioni sui termini sanscriti e sui loro vari significati annoiano parecchio e da un po' di tempo, scrivendo di yoga, tento di parlare come mangio (esercizio di purificazione dai mirabili effetti, che consiglio vivamente...), ma in questo caso una disgressione piccola piccola, priva di pretese, forse potrebbe avere una sua qualche utilità. 
Sāman significa melodia, abbondanza, felicità, tranquillità. 
Vāmadevya, se non sbaglio, vuol dire "riferito a Vamadeva" che dovrebbe essere una delle cinque facce di Shiva, quella dolce e poetica che i rishi associavano all'Acqua e gli yogin tibetani al vento e al Nord (ci sono delle implicazioni alchemiche in questo, ma lasciamo stare) 

Il brano che ho "trovato" stamattina, secondo me è interessante assai. 
Lo incollo qua sotto senza commentarlo. 
Ah, credo che per comprenderlo pienamente siano necessarie delle spiegazioni. 
Il Saman, la melodia canto sacro dei Veda, è diviso come tutti i riti, in cinque fasi, chiamate Hinkara, Prastava, Udgitha, Pratihara e Nidhana. 

Hiṅkāra significa Tigre, ciò che emette il suono hiṅ (Hign) 
Prastāva significa Offerta, Introduzione, Proposta. 
Udgīta significa Canto, Canzone ed è una della maniere per indicare la sillaba AUM. 
Pratihāra significa Cancello, Porta, Tocco. 
Nidhana significa Fine, Conclusione, Annichilimento, Domicilio. 

Chandogya Upanishad 
Tredicesimo khanda: 
Hiṅkāra è quando Lui che la invita.
Prastāva è l'offerta d'Amore.
Quando i due l'uno all'altra si concedono è l'Udgīta.
In Pratihāra Lui giace su di Lei e
Nidhana, infine è l'orgasmo.
Coloro che sanno, sanno che nel Sāman Vāmadevya sono i fili con cui si intesse l'Amore.
Realizzano l'Amore, coloro che sanno, e generano altre vite che con l'amore ne generano altre.
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta.
Si vive a lungo e si è ricchi di discendenza ed armenti.
Ricchi di Gloria.
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: così dice la Legge.
 




Trovo bellissimo questo testo. 
E ci trovo anche una risposta a quello che mi chiedevo tempo fa, a proposito del Vesak, la notte in cui Buddha Shakyamuni torna sulla terra ad insegnare a donne e uomini "l'Assonanza delle Menti". 
Perché, mi dicevo, esiste la Dissonanza? 
Per quale motivo le corde coscienziali degli esseri umani, nati per intonare, assieme, il Canto della Creazione, si scordano, e danno vita a rumori stridenti che feriscono l'udito e gelano i cuori? 
La Donna e l'Uomo della Chandogya Upanishad rendono canto ogni azione. 
Un canto d'Amore, perché tutto l'Universo è intessuto d'Amore. 
L'Universo è Amore. 
Il problema è che non sappiamo più cantare. 
Leggendo più avanti (ventunesimo Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull'Arte del Canto. 
"Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte..."
"Le Sibilanti (Vam, Sham, Sam, per esempio) e le Aspirate ( Bha, Cha, Dha....) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via....."
" Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco...."
 

Interessante vero? 
La Chandogya ci insegna la Giusta Misura. 
Ci dice che occorre muoversi con circospezione nella "Spaventevole Simmetria dell'Universo". 
Un tono troppo alto, due sillabe sovrapposte e l'Armonia va a farsi friggere. 


Secondo la Chandogya ci sono sette diversi modi di intonare il Canto: 
Quello "Mugghiante", simile ai suoni degli animali è caro ad Agni il Dio del fuoco. 
Poi c'è quello "Indistinto" dedicato a Prajapati, il Signore delle Creature. 
Il Canto "Distinto" è di Soma, Divinità della Luna e dell'ebrezza, il "Canto Dolce e Delicato" di Vayu, Dio del Vento, il "Canto Delicato, ma Forte" di Indra, Dio delle tempeste. 
Simile al "Grido dell'Airone" è il Canto di Brihaspati, Dio della Pietà e della Devozione. 
Il settimo canto, da evitare con cura, è, infine, il Canto Stridente" di Varuna. 
Il mistero della Dissonanza, per me, si infittisce. 
Certo, non è che ciò che è scritto nei Veda (la Chandogya Upanishad fa parte del Samaveda, il Libro delle Melodie) debba essere accettato da tutti come Verità con la V maiuscola, ma, per chi pratica Yoga, può comunque stimolare delle riflessioni niente male. 
Banalizzando un po' l'Universo è Amore, e se l'essere umano considerasse ogni sua azione come un Canto Sacro la sua vita sarebbe piena, felice, degna di essere vissuta. 
Delle sette modalità di canto proposte dalla Chandogya solo una, quella "Stridente" crea conflitti (una possibilità su sette. ci sono più possibilità di azzeccare un numero gettando il dado). 
E com'è che scegliamo, spesso o sempre, proprio quella? 
Perché anziché godere della Grazia e della Bellezza che ci spettano (spetterebbero) per Natura, preferiamo una vita di sofferenza (Asaman direbbero i rishi vedici, non melodiosa)? 


Il Canto dei Veda è Magia. 
Può evocare Dei e portare qui ed ora il Regno dei Cieli. 
Cosa è che ci fa scegliere l'inferno? 
Quello che sto scrivendo, e pensando, è abbastanza terribile. 
Sicuramente non consolatorio: l'Essere Umano andrebbe quindi incontro alla malattia, la sofferenza, la morte per sua scelta? 
Ogni incontro, ogni dialogo, ogni sguardo è una possibilità di accordarsi all'Armonia dell'Universo. 
Ogni gesto potrebbe essere un atto d'amore, sacro di per sé. 
Cosa è che ci spinge, invece, a scegliere il "Canto Stridente"? 
A creare conflitti anziché arrendersi alla Gioia?
Rinunciare alla Gioia è il più grande crimine che l'essere umano possa compiere. 
L'universo intero si cela nel nostro cuore. 
E l'universo dei Veda è Gioia, ed Amore. 
Ogni volta che geliamo il cuore interrompiamo il flusso della vita e creiamo disarmonia. 
Di qualunque natura sia il motivo che ci spinge a non dare ascolto alle ragioni del cuore, ogni volta che non ci arrendiamo alla gioia commettiamo un crimine. 
Amare gli altri, fare il bene degli esseri senzienti sono slogan ipocriti se non abbiamo il coraggio di arrendersi alla nostra natura divina, alla Beatitudine Suprema. 
Coraggio. 
Forse è questa la chiave. 
L'essere umano ha Paura della Gioia. 
Pensa di non essere in grado di gestirla, o, intossicato dall'idea di un futuro, ha paura della sofferenza che proverebbe se quella Gioia finisse. 
Che deficienti siamo: creiamo l'inferno per paura della Gioia! 
Già, meglio soffrire che gioire, ché la sofferenza la conosciamo bene, mentre l'idea della Gioia Infinita, la sentiamo lontana, diversa da noi. 
Percorrere sempre le stesse vie rassicura, ci fa sentire a casa, anche se camminiamo su marciapiedi ingombri di rifiuti e per piazze illuminate dai falò delle speranze.