lunedì 3 novembre 2014

LA MADRE DEI VENTI



“...Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squadema:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, par tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume...”
[Dante – Paradiso ]




Ero un bambino quando ho cominciato a fare i conti con gli stati di alterazione, le
visioni e i sogni premonitori.
Per un periodo ho persino pensato di essere Shiva.
Capita.
Quando ho lavorato con monaci Gelugpa  avevo già trentasei anni.
Non ero buddista e né lo sono adesso.
Non ho mai aderito a nessun credo religioso, se devo dire la verità, e non ho mai
cercato Dio, pensavo fosse ovunque, qui ed ora.
Non ho nemmeno mai cercato un guru.
In fin dei conti non ho mai cercato niente.
E mi sono sentito raramente “a casa”.
Quella di essere altro da me o di essere stato altro da me, è una sensazione che mi
accompagna da sempre, ma non mi piace parlare di reincarnazione.
Spesso chi è insoddisfatto della propria esistenza trova rifugio in ricordi letti sui libri
e si crea vite passate terribili o meravigliose.
Sapere che si è morti re, eroi, maghi o assassini rende meno noiosa la vita quotidiana.
Con i monaci mi ero trovato subito a casa.
Avevo incontrato i monaci,  Dhosam, Jinpa e Puntsok, il thailandese, tre mesi prima di lavorarci.
Vivevo a Roma, all'epoca.
Mi avevano chiesto di danzare durante una sfilata di moda.
Filena, la regista, aveva proposto di rasarmi a zero e a me era sembrata una buona
idea.
Se si è abituati a portare i capelli lunghi, con la testa nuda ci si sente pulcini bagnati.
Per superare l'imbarazzo andai a passeggiare per via Cola di Rienzo, in centro e,
subito, incrociai tre monaci tibetani con tanto di tunica amaranto e mala al collo.
- “What are you doing dressed like this? “- mi disse il più anziano dei tre - “it's
funny! “-
Gli altri due ridevano come scemi.
Hanno un senso dell'umorismo particolare i tibetani.
Salutai a mani giunte e cambiai strada.
Quando, a settembre li reincontrai alla Scarzuola di Montegabbione, dove dovevo girare un video con un registra greco, Kalitsis, Dhosam, Puntsok e Jinpa furono i primi a venirmi incontro: -”Where is your tunic? ”-
Per i tibetani il caso non esiste.
Una volta mi misi improvvisamente a parlare tibetano, o forse ho solo creduto di farlo, sentivo una spirale di energia al sacro e le parole uscivano come acqua da una sorgente.
Ne parlai con Jinpa.
Mi parlò delle vite precedenti, di come era possibile indovinarle da certi segni sul
corpo e dalla forma del cranio, mi disse che il movimento a spirale che avevo sentito
sotto il sacro era proprio “lei”, Kuṇḍalinī, la madre dei venti.
L'esistenza umana , per lo yoga, è una danza senza fine.
Le energie vitali si rincorrono, si abbracciano, si sfuggono l'un l'altra.
Come serpenti innamorati.
In sanscrito prendono il nome di vāyu, come il dio vedico dell'Aria.
Ce ne sono cinque e cinque sono i corpi dell'uomo, uno dentro l'altro, come una
matrioska.
Il primo corpo, quello di carne ed ossa, o d'argilla, per i vāyu è una sala da ballo.
Sembra che ascoltino musiche diverse e che ognuno danzi per conto suo seguendo
l'estro del momento.
Ma quando si incontrano, le movenze credute casuali si svelano parte di un disegno
sapiente.
È blu il centro della sala, come il loto segreto ad otto petali che sboccia nel cuore,
Padme Nonpo lo chiamava Jinpa.
Agli angoli il giallo del loto dell'ombelico (Padma Serpo), il verde del ventre (Padma
Giangu), il rosso della gola (padma dmar po) e il bianco della fronte (padma dkar
po).
Danzano, da un angolo all'altro i cinque vāyu.
Uno alla volta o tutti insieme.
Ci sono nove porte, nella sala da ballo: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca e poi
i genitali e l'ano.
Entrano ed escono da quelle, i danzatori sacri.
Il Prāna vāyu preferisce il naso e la bocca, balla disegnando una doppia spirale e lo
sento quando respiro.
Lo sento nel cuore, nei polmoni, nella parola.
Dicono sia blu zaffiro, come lo Spazio.
Vyāna vāyu invece è vestito d'argento, penetra ovunque, come l'Aria, senza fretta si
sposta in tutti gli angoli della sala.
È lento e maestoso, Vyāna, danzando al ritmo del giorno e della notte porta il sonno
ed il risveglio.
Samāna, bianco come le neve, rende il sole cibo per le piante e le piante cibo per
l'uomo, la sua è la danza che trasforma.
Sono energie uguali e contrarie gli ultimi vènti, Udāna e Apāna.
Il primo si muove verso il cielo, come il fuoco, il secondo scende giù cercando di
trascinare gli altri verso la terra come l'acqua
É Udāna che ci accompagna oltre il corpo nella meditazione e nel deliquio che
precede la morte.

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