martedì 1 dicembre 2015

LE CINQUE REALIZZAZIONI E LA FUGA DAL FEMMINILE

"Nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia.
Nella società moderna si dice che è l'individuo.
Nella natura è la coppia.
L'unità per l'essere umano è la coppia.
La potenza dell'amore si esprime quando ci si annulla l'uno nell'altro."


Ryu no Kokyu


Il balcone di mia nonna; è estate, una cinquantina di anni fa.
Uno scarabeo, si è posato sul vaso di "miseria", quella pianta con le foglie lunghe che cresce anche sui sassi.
Nel ricordo è d'oro, lo scarabeo, e sembra che mi guardi.
Mi perdo.
Dimenticarsi di sé rende invisibili, così almeno la pensavo a quei tempi.
In cucina mia mamma e mia nonna parlano di cose di donne.
Sono preoccupate per una coppia di parenti, sposati da anni: -"Lei è una calda"- dice mia nonna -"lui un pole mi'a continuà a chiacchierà..." -
Che strano.
La mia generazione è cresciuta con "Comizi d'amore" di Pasolini, con l'immagine di una donna da liberare, sfruttata da un maschio ottuso e da una società che la vuole o mamma o santa o puttana.
Al riparo da orecchie maschili, dimentiche di me, mia mamma e mia nonna parlavano tranquillamente e pure con un certo orgoglio, di sessualità femminile.
Dare della frigida ad una delle donne di casa era un'offesa da lavare col sangue.
Non sto scherzando: mia nonna, mia mamma e mia zia menavano come carrettieri.
Boh...forse erano strane loro.
Non erano molto cattoliche è vero.
Andavano a messa, e non tutti gli anni, solo per Natale e Pasqua.
Ma, a ripensarci c'è qualcosa che non mi torna.
Mi sembra che fossero donne orgogliose della propria femminilità e assai coscienti del loro corpo.
Forse ricordo male.
Famiglia di umili origini, la mia, come scriverebbe un appuntato dei carabinieri con ambizioni di scrittore.
Le donne lavoravano tutte.
Badavano anche ai figli, alla casa e cucinavano.
Nessuna di loro pensava di essere una schiava.
O almeno non l'ho mai sentito dire.
Oggi la donna ha l'ansia di liberarsi dal giogo della coppia, della famiglia e di auto-affermarsi.
E ne ha ben ragione.
Il femminicidio, la violenza psicologica o lo sfruttamento del lavoro femminile non sono certo invenzioni letterarie, ma pure mi ronza qualcosa nelle orecchie, una qualche nota stonata.
Cinquant'anni fa, nella Livorno della mia infanzia, se mio padre avesse preso a schiaffi mamma, le donne di casa lo avrebbero massacrato a calci e pugni.
Non andavano mica per il sottile.




Ho assistito negli ultimi tempi ad una marea di discussioni tra coppie di amici, tutte simili a quelle che avevo con la mia ex moglie.
Addirittura le stesse parole: "Ho bisogno di respirare, mi soffochi" , "Non ho spazio vitale", "Non sono un buco...."
Il problema principale è la sensazione di oppressione che avvolge la donna, all'interno della coppia, il suo doversi occupare di tutto e di più, il suo non aver spazio per se stessa, il suo non sentirsi realizzata.
La coppia è diventata la tomba dell'individualità, e se una donna, già stanca per il superlavoro si sente sottostimata, se non si sente rispettata come persona come può condividere amore, affetto e sesso con il suo uomo?
Soprattutto il sesso, di cui si parla sin troppo, è divenuto un problema:
come fa una "donna moderna" dopo aver accompagnato i figli a scuola, aver passato sei-otto ore in ufficio, essersi messa a cucinare diventare improvvisamente amante appassionata?
"Non sono un Buco!"
Da un lato l'uomo, dipinto spesso come una specie di bestiolina acefala che vuole solo mettere il pisello da qualche parte, dall'altro la donna che "come fa?"
Corre di qui, corre di là.... e poi vuoi che diventi di colpo Messalina?
Ma dai.
Mia Nonna è morta da parecchi anni.
Credo che se avesse sentito una giovane moglie dire al marito -"Non sono mica un buco"- l'avrebbe guardata strana e poi avrebbe ribattuto, ridendo: 

-"Deh! grazie ar Cielo no! Ce n'hai due di bu'i, e pure du belle puppe!"
Sicuramente era una donna all'antica, direbbe ancora il carabiniere letterato, vissuta in un ambiente particolare.
Ma a volte mi viene il sospetto che ci sia qualcosa di innaturale, tra di noi, nella maniera di vivere il rapporto di coppia, la famiglia, il rapporto con i figli.




In natura , anche se pare un paradosso, l'unità fondamentale è la coppia.
La vita comincia dal due.
Due cellule si fondono e comincia un processo di sviluppo esponenziale: 2 alle seconda, alla terza, alla quarta..
Quando si è creato gruppo di 32 cellule si può cominciare a parlare di un essere vivente come lo pensiamo noi, un individuo in nuce.
La base della vita è la fusione tra due enti.
Una fusione che avviene per Amore e genera Amore.
Per noi che ci occupiamo di yoga e che ce la meniamo continuamente con Shiva e Shakti, Yin e Yang e compagnia bella dovrebbe essere un dato di fatto. 



Parliamo di realizzazione.
Nel Sanathana Dharma (la filosofia eterna che sta alla base dello yoga) se ne distinguono cinque tipi o livelli che rappresentano cinque diversi gradi di amore tra due esseri:


sālokya mukti ad esempio significa, condividere lo stesso piano di esistenza , lo stesso mondo, con la divinità, ed è la realizzazione dell'Amore tra gli amici, per dare un'idea Krishna ed Arjuna.


sāmīpya significa vicinanza con Dio ed è la realizzazione dell'Amore del Servitore per il Signore, Hanuman e Rama.

sārūpya o meglio īśvara-sārūpya, significa invece avere "le stesse caratteristiche fisiche del Dio, compresi i lineamenti, il numero di braccia, il vestito, ed è la realizzazione dell'Amore tra genitore e Figlio.

sārsti avere le stesse ricchezze, poteri, potenza del Signore è invece la realizzazione dell'Amore tra coniugi.


sāyujya o ekatva, la fusione con il divino, è infine la realizzazione dell'Amore tra gli amanti, l'Amore senza vincoli, al di là di ogni limite. L'Amore di Radha e Krishna.

Ogni livello di realizzazione implica la fusione e l'abbandono in un altro essere.
Mi pare evidente.
Per scoprirsi Uno con l'Universo occorre prima imparare a fondersi con altri esseri umani.
E qui casca l'asino.
Negli ultimi cinquanta, cento anni le nostre idee sulla coppia, la famiglia, il lavoro, il rapporto genitori figli, si sono completamente trasformate.
La banalizzazione del lavoro di Freud ha creato dei mostri.
L'individuo ha diritto alla felicità, ovvio, e questa felicità coinciderebbe con lo sviluppo dell'autostima ed il pieno sviluppo delle proprie possibilità creative.
Bello e sacrosanto.
Ma perché la maggior parte delle persone lamenta insicurezza, incapacità di gestire le relazioni, insoddisfazione?
Secondo le nuove teorie (dall'onto-psicologia, alle costellazioni familiari ecc. ecc.) la colpa è, generalmente, dei genitori, soprattutto della madre.
Se a cinquant'anni uno si reputa un fallito la colpa non è sua o della sfiga, ma dei suoi vecchi, e deve elaborare un metodo per liberarsi della, sempre devastante, educazione che ha ricevuto.
Non so se vi rendete conto: i genitori, coloro che ci hanno dato la vita, sono stati trasformati nei nemici primi della nostra realizzazione individuale.
Sarà anche vero, ma a me pare un pochino innaturale. 



La chiave per la realizzazione individuale di solito è il lavoro.
Soprattutto per la donna, che dopo millenni di sfruttamento e di scarsa considerazione, ha il pieno diritto di realizzarsi nel lavoro.
Cosa sacrosanta, ribadisco.
Ma aspetta un attimo....
Se non sbaglio, un tempo il lavoro era uno strumento.
Cioè si lavorava per garantire a se stessi, al proprio compagno/compagna ai propri figli (e alla propria comunità) la sopravvivenza in un ambiente sicuro e gradevole.
Si lavorava per assicurarsi una casa e il cibo in maniera da potersi fondere con chi si amava.
Adesso il lavoro, quando lo si ha...., è la misura della propria capacità di affermarsi, di distinguersi dagli altri e QUINDI (?) di essere felici.



Lo so che quanto dico apparirà reazionario, cinque anni fa non avrei mai fatto un discorso simile.
Ma visto che lo sto pensando lo scrivo.
Facciamo un esempio: una donna si innamora, il suo corpo vuole un figlio dal corpo dell'uomo di cui si è innamorata.
L'universo intero complotta per farli unire, ma lei rifiuta perché è un ostacolo alla sua carriera (l'esempio vale anche al contrario).
Vi rendete conto che ci appare normale?
Nel nostro tempo appare normale che una donna rinunci ad essere madre o un uomo rinunci ad essere padre, per rincorrere il successo professionale.
Si parla, in questi casi, di scelte sofferte od obbligate (e spesso è vero, la mia ex moglie, danzatrice, dopo la prima figlia restò disoccupata per un anno)
Ai tempi di mia nonna, nell'ambiente proletario in cui mia nonna viveva, l'amore anche fisico, tra coniugi, e l'amore tra genitori e figli, erano la cosa più importante e lo scopo del lavoro era quello di proteggere questo amore.
Al giorno d'oggi, a parte i casi in cui è in gioco la sopravvivenza, la realizzazione personale nel lavoro e il prestigio sociale sembrano invece più importanti di tutto, anche dell'amore.
L'individuo viene prima della coppia.
E se fosse questo il motivo principe dell'infelicità?

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