giovedì 23 febbraio 2017

SHAMATHA, L'OBLIO E GLI OTTO RIMEDI DEL BUDDHA




Shamatha
(शमथ śamatha), Scinè e Rujing sono parole che in Sanscrito, in tibetano e in cinese indicano la stessa cosa: uno stato psicofisico di piacevole  rilassamento attivo, nel  quale immergersi prima di praticare lo Yoga o le tecniche psicofisiche cinesi (Qi Gong Nei dan e Taiji Quan, per esempio).
In genere nelle scuole di Yoga se ne parla poco, e se qualche allievo zelante ne chiede notizie si risponde con il sorriso buddhico d'ordinanza (che non fa mai male) o con dei gran giri di parole vuote.
La ragione del silenzio che circonda Shanmatha è semplice assai:  parlarne con chiarezza  significherebbe rischiare di urtare la sensibilità di molti praticanti, e di vedere, ahimè, ridotto drasticamente il numero di allievi.

Descrivere Shamatha a parole è difficile. Qualcuno lo traduce con  Quiete, altri con Silenzio Interiore.
Gli Hathayogin usano al suo posto la parola Sukha ("piacere", "delizia" ), ma la triste verità è che Shamatha si può solo sperimentare e se non lo si sperimenta non otterremo nessun risultato dalla pratica.
Hai voglia te, ad annodarti le gambe e passare le ore a testa in giù.
Hai voglia a chiuderti le narici una alla volta e trattenere il fiato.
Hai voglia a ripetere diecimila volte un mantra o a passare le ore ad ascoltare il flusso dei pensieri!
Se non pratico nello stato di  Shamatha  non otterrò un fico secco, a parte qualche generico benefico effetto sul corpo e sulla psiche che arriverebbe anche se ballassi il Mambo o giocassi a freccette con costanza.

La ritrosia  di molti maestri ed insegnanti a parlare di Shamatha ha portato ad una proliferazione di "illuminati": essendo infatti una condizione non rarissima ma nemmeno comune, chi la sperimenta senza mai averne sentito parlare la identifica con la Realizzazione di cui parlano i testi antichi e, in buona fede, immagina di essere un grande Guru, un santo o un Unto dal signore.
Un fenomeno non recentissimo, tanto è vero che persino Milarepa, il grande yogin tibetano, metteva in guardia contro le illusioni realizzazioni: " Se ti fermi allo stagno di Shamatha non vedrai mai sbocciare il fiore di Vipassana"



Non si può raccontare a parole cosa sia Shamatha, però i buddhisti  ci danno una mano indicando una serie di ostacoli da superare (per sperimentare Shamatha)  e i metodi con cui superarli.

Parlano di cinque ostacoli principali:


1) Pigrizia.

2) Oblio.

3) Torpore e agitazione mentale.

4) Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o impedimenti fisici.

5) Eccesso di disciplina, ovvero la  rigidità e la "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".



La pigrizia è abbastanza facile da riconoscere.

Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di asana.

I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello.

Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...



L'oblio ,nella pratica dello yoga, è più difficile da inquadrare.
E' un fenomeno stravagante.
Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Alcuni ne parlano come di una necessità (Gli dedica un paio di pagine anche Borges nell'Aleph)

Le esperienze di cui sto parlando fanno parte del percorso dello yogin e  sono dovute allo scioglimenti di determinati blocchi o contenuti psichici.

A volte la risoluzione dei contenuti psichici (ottenibile con i mantra, con gli asana, con la meditazione o con l'uso di particolari sostanze chimiche) è definitiva.

Più di frequente è una condizione temporanea.

Esempio: faccio un periodo di ritiro o uno stage intensivo e percepisco lo scioglimento dei nodi come fenomeno psico-fisico. Un'esperienza assai forte, una vera e propria intrusione del Divino nella vita quotidiana.

Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica.

In poco tempo torno a vivere iin uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice.




Il torpore e l'agitazione mentale sono gli stati che ci dominano prima e dopo l'oblio.




L'incapacità di applicare i rimedi è dovuta  più che all'ignoranza ,alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.

I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso,  e chi ce lo fa fare di Morire in piedi? Mica siamo scemi!


E così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisici, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.

L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare.


Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento.
Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera  pratica dello yoga, che consiste nel  lasciarsi andare,nell'arrendersi.


I rimedi , le maniera per superare questi ostacoli si possono riassumere in  8 categorie:




1) La Fede-fiducia, ovvero la consapevolezza di esistere e  di non vivere in quello stato che ci spetterebbe per la nostra dignità di esseri umani unita alla fiducia nelle parole di chi, come Buddha Shakyamuni, Lao Tzu o Milarepa afferma sia possibile uscire dall'ansia di incompiutezza che ci affligge

2)L'Aspirazione alla Realizzazione, ovvero il desiderio di realizzare  quello stato di cui hanno raccontato Buddha, Lao Tzu od altri.

3) L'Entusiasmo, ovvero la gioia del praticare, l'amore per il "lavoro" e la condivisione con gli altri.

4))La Flessibilità, ovvero l'elasticità di corpo e mente, l'imparare che , Mente, Parola e Corpo sono una cosa sola e che , una volta messa a fuoco l'aspirazione alla realizzazione, si fanno docili strumenti nelle nostre mani.

5) Il Ricordo di Sé, ovvero l'elaborare una serie di tecniche fisiche o psichiche per riportare la mente a quegli stati vissuti in certi momenti della pratica.
La ritualizzazione della pratica degli asana, della meditazione, della recitazione dei mantra.
La creazione, seppur per pochi istanti, di uno spazio sacro in cui ritrovare la propria natura, la propria essenza.

6) L'Introspezione, la capacità di analizzare i propri pensieri,  di leggere le vere motivazioni delle nostre azioni riconoscendo nelle nostre "emozioni negative" (rabbia, invidia ecc.) ciò che ci impedisce di lasciar riposare la mente nel suo stato naturale e insieme ciò che ci identifica come persone.
(Basterebbero  pochi minuti al giorno, pochi attimi di riflessione e di osservazione delle proprie pulsioni, desideri, paure e di come questi siano le sorgenti del nostro agire)

7) La Conoscenza dei metodi per allontanare gli ostacoli e la capacità/possibilità di applicarli (in altre parole bisogna studiare i testi tradizionali....)


8) La Stabilità: ovvero, una volta sperimentato Shamatha, il riconoscere lo stato meditativo e il tentare di riportarlo nella vita quotidiana, così come si riconosce quel particolare stato di rilassamento attivo che ci permettere di assumere posizioni particolari senza rigidità e senza sforzo.




I rimedi, se applicati costantemente condurrebbero alla stabilizzazione di Shamatha, alla vera pratica e, quindi allo sviluppo di una serie di poteri che possiamo definire come:



1) il Potere dell'Ascolto.

2) Il Potere della Contemplazione.

3) Il Potere della Presenza.

4)Il Potere dell'Auto-osservazione (esperienza del testimone)

5) Il Potere della Gioia che implica, per i buddhisti la capacità di dedicare la pratica al bene di tutti gli esseri senzienti.

6) il Potere della Familiarità, ovvero il prendere confidenza con certi stati psico fisici fino all'ottenimento dello stato  definito non dualità.






Se si esaminano uno per uno i cinque ostacoli sarà facile riconoscerli negli atteggiamenti che, in varie fasi del nostro percorso abbiamo assunto o assumono i nostri compagni di viaggio.


L'Oblio, che coglie coloro  hanno condiviso con noi certe esperienze, è, per me il più doloroso.

Lo yoga, per come lo intendo io, è amore, amore che nulla pretende, dialogo tra cuore e cuore .

Quando si innesta la dinamica dell'Incontro, dell'accordo armonico tra coscienze, si trasfigurano il volto e il corpo. Si trasformano lo spazio e il tempo

L'ego si annichilisce nell'ansia di unirsi all'amato, colui (colei) che sta condividendo con noi l'Esperienza.

Esperienza con la E maiuscola, l'esperienza della trasmutazione.
Il Fuoco divino sopito in noi, viene risvegliato ed è luce e calore.
E' un fuoco sacro che va alimentato con moderazione.
Se divampasse, raccontano le storie antiche, si rischierebbe di bruciare e risolversi gli uni negli altri, di svanire prima del tempo.
Se lo si trascurasse si spegnerebbe, lasciandoci, nel tempo, solo un vago ricordo, come un sogno sognato in un sogno.

Dei cinque ostacoli di cui parla il buddhismo mahayana
 ( 1) Pigrizia. 2) Oblio. 3) Torpore e agitazione mentale. 4) L'incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o altro. 5) L'eccesso di disciplina)

Ne riconosco, in me solo quattro.
In certi momenti sono stato pigro, in altri la mia mente è caduta in uno stato di incontenibile agitazione, un ansia incomprensibile.

Un paio di volte mi sono trovato solo a dover affrontare certi stati di alterazione percettiva senza saper come controllarli, come ritrovare quella parvenza di normalità che permette di sopravvivere in un mondo che lascia pochi spazi all'intrusione del divino nella vita quotidiana.

Altre ancora mi sono auto imposto, sconsideratamente, regole troppo dure e quel che è peggio ho cercato di imporle a chi viveva con me.

Ma l'oblio, mi pare proprio che non mi appartenga.

Ricordo di aver sentito   la mia vita come fosse scissa, in maniera quasi schizofrenica, tra sogno e veglia, e ricordo di aver vissuto la creazione di un ponte tra le due diverse sponde, con stati psichici e fisici di cui solo dopo avrei letto sui libri, istanti in cui , per magia, gesti divini e danze sconosciute scuotono il corpo e si sa senza sapere.

Lo yoga è il tentativo di  integrare quelli stati nella vita di tutti i giorni e di rendere fermo e stabile il ricordo di quegli istanti

L'esperienza del Bello è effimera, come la goccia di rugiada che si fa perla al sole del mattino e  insolita, come il fiore che nasce sullo scoglio.
Va integrata nella vita di tutti giorni.
Rimanere in quello stato di quieta leggerezza chiamata Shamatha spesso si fa limite.
Ci si sente scemi. Non si ha voglia né di andare avanti né di tornare a terra.
La foglia che danza verso terra o l'onda del mare ci rapiscono e ci si fa foglia e onda.
Ci si sente soli, a volte, ma talvolta accade, per magia, che altri si trovino con noi nell'attimo in cui i due mondi si uniscono e le due luci si fondono nei colori antichi del crepuscolo.

E allora i loro occhi sono i miei occhi, il loro cuore è la mia musica, io sono loro.

Se si vive sul ponte di prima dell'inizio, a metà strada tra il sogno e la veglia, senza la gioia dell'Incontro che senso avrebbe continuare a parlare, discutere, studiare, insegnare?
La bellezza è effimera e insolita. La bellezza è una modalità che corpo e mente possono imparare.

In molti gli istanti di bellezza, l'unione dei cuori, il darsi senza nulla pretendere, vengono, giustamente, per sopravvivere, presi e assorbiti
E dimenticati. L'oblio è come la neve, stempera suoni e colori.
 Chi non è capace di oblio, nel riconoscere nello sguardo altrui il crepuscolo che inghiotte e protegge,  sente , a volte, nascere in sé dolore e nostalgia.


La nostalgia del cielo.

sabato 4 febbraio 2017

IN-UTILITÀ DELLA MEDITAZIONE





A che serve la meditazione?
Si è vero, scimmiottando i monaci zen si dice spesso che non serve a niente, anzi che non deve servire a niente, ma una finalità la dovrà pure avere, altrimenti tutti coloro che si iscrivono ad un corso di meditazione, o acquistano un manuale di meditazione dovrebbero essere dei deficienti.
Se spilucchiamo un po' trai testi di yoga, Yoga Sutra ad esempio, si scopre che prima di meditare bisogna purificare una roba detta चित्त citta, oppure che meditare è lo stato in cui चित्त citta è purificata.

Volendo sapere a che serve la meditazione, il primo passo sarà, ovviamente, scoprire cosa significa citta.
Usualmente viene tradotto con "mente", ma visto che io preferisco trovare i significati da solo ( non perché non mi fidi, per carità, ma perché cercare di capire una cosa da soli può essere un buon metodo per allontanarsi dal pericolo dei luoghi comuni) sono andato sul vocabolario a controllare.
Una mossa che non è stata di grande aiuto.
Ho scoperto infatti che Citta infatti vuol dire un sacco di cose, troppe per i miei gusti: scopo, desiderio, intelligenza, conoscenza, cuore, memoria ecc.ecc.
Allargando la ricerca alle parole composte, però, credo di aver trovato il bandolo della matassa:
cittacaura (si pronuncia cittaciaura) nel linguaggio comune significa "amante", anzi l'amata/o, o "ladro (caura) del cuore (citta)".



Bene.
Adesso è più chiaro: citta, forse, è l'insieme delle facoltà che chiamiamo pensare, volere, sentire...
Se mi innamoro citta, viene rapito (ah. piccola parentesi: le parole sanscrite con la A finale ho scoperto che sono maschili, Citta è neutro ma per consuetudine le parole neutre con la A, come asana si considerano maschili) completamente dall'amata/o.
In altre parole tutte le mie energie sono concentrate sull'oggetto del mio amore.
Ok. non abbiamo ancora capito cosa è la meditazione, e a che cosa serve, ma visto che è uno stato collegato alla "PURIFICAZIONE DI CITTA" possiamo dire che CONCENTRARE CITTA su un oggetto NON è meditazione.
Ovvero se mi concentro su un punto, un disegno, una statua, un mantra, un processo fisico (come la respirazione, ad esempio) non sto meditando, mi sto "concentrando"
La concentrazione nello yoga viene chiamata धारणा dhāraṇā, che è una tecnica che "precede la meditazione".
Se mi "concentro" proietto all'esterno o nel mio corpo fisico tutta la mia attenzione, ovvero tutte le facoltà che abbiamo chiamato pensare, volere, sentire...
Meditare quindi deve essere qualcosa che NON HA a che fare con la proiezione di quelle facoltà.
Ma che cavolo è allora?
Vediamo... Qual'è quello stato, sperimentabile da tutti noi, in cui, pur essendo vivo e vegeto, non faccio uso delle normali facoltà del pensare, del volere e del sentire?
Ovvio, il Sonno Profondo!
Quando dormiamo senza sogni noi non proiettiamo niente, siamo vivi, ma non ne abbiamo coscienza.
E allora per caso, la meditazione non sarà il sonno profondo?
Se così fosse per quale motivo dovremmo imparare a meditare?
Basterebbe andare a letto. Giusto?
Evidentemente non è così, ci deve essere qualcosa in più.
Ma il sonno profondo può essere una chiave per cominciare a capire cosa si fa quando si medita veramente.
Io dormo.
Sono in camera mia, nel mio letto eppure è come se non ci fossi.
Diciamo che sono contemporaneamente nel letto e da qualche altra parte, di cui non conserverò nessun ricordo quando mi sveglio.
Ecco! La meditazione è essere in quella "qualche altra parte" da svegli....
A questo punto conviene parlare delle definizioni di VIRTUALE e REALE.
Virtuale è ciò che è apparenza fenomenica, ovvero tutto quello che "ora c'è" e "ora non c'è", quello che cambia nel tempo e nello spazio, insomma.
Reale è invece quello che non muta, che resta costante nel tempo e nello spazio.
In sostanza possiamo definire virtuale tutto ciò che ha coordinate spaziali e temporali.
Per capire basta vedere gli oggetti come eventi: una sedia di legno è una sedia di legno, ma dieci anni fa era un albero, venti anni fa era un seme e tra cent'anni sarà segatura.
La sedia è una sedia ed è "qui" solo per me che la sto osservando adesso.
Ma se l'avessi osservata quarant'anni fa sarebbe stata, magari, un albero in Norvegia.
Mi pare abbastanza logico.
Ma torniamo al sonno.
Sono stanco, mi addormento, sogno e poi la coscienza se ne va da qualche parte.
Al risveglio "se tutto è andato bene" mi sento riposato e pieno di energie.
Evidentemente è successo qualcosa.
Devo aver attinto energia da "qualche parte".
Da una "SORGENTE" di qualche genere.
Non sarà che la meditazione sia un mezzo per attingere coscientemente energia da questa "SORGENTE"?



Se così fosse bisognerebbe pensare alla possibilità che meditando si debba entrare in un territorio assai strano, senza coordinate di spazio e di tempo, nel quale si trova una Sorgente inesauribile, la Fonte della Vita.
Domanda: ma perché dobbiamo utilizzare delle tecniche per bere ad una Fonte alla quale siamo connessi naturalmente?
Evidentemente c'è qualcosa o qualcuno che nelle condizioni ordinarie ci impedisce di bere.
Se ritorniamo un attimo al discorso di cittacaura, ladro del cuore, potremmo dire che una delle cose che impediscono di accedere alla Sorgente è il nostro essere "rapiti" dagli oggetti esterni, ovvero dalla realtà VIRTUALE.
Il pretendere che questi oggetti virtuali siano Reali, ovvero che non dipendano dalle coordinate spazio-temporali, è quello che nello yoga si chiama ATTACCAMENTO.
L'attaccamento genera sofferenza.
Ovviamente.
Un oggetto è un'evento.
Muta forma nel tempo e nello spazio.
Se arrivo a credere che la mia felicità sia legata alla forma dell'oggetto, non potrò che rimanere deluso.
Ricapitoliamo:
1) Meditare serve a connettersi consapevolmente con la Fonte della Vita alla quale abbiamo (dovremmo avere....) accesso naturalmente durante il sonno profondo.
2)Il territorio in cui si trova la Fonte della Vita non ha coordinate spazio-temporali o, comunque, ha coordinate spazio-temporali diverse da quelle ordinarie.
3) Questo territorio è Reale mentre ciò che definiamo vita quotidiana è Virtuale (perché muta al variare del punto di vista, non perché non esista in sé)
Adesso rimane solo da chiarire come si fa ad eliminare quel qualcosa o qualcuno che ci impedisce un accesso costante e consapevole alla Fonte della Vita.
Lo yoga propone una serie di metodi: asana, sequenze,mantra, mudra, yantra.
Non so se ciò voglia dire che prima di meditare si debba per forza, che so, imparare a mettersi a testa in giù, ma credo, comunque, sia una indicazione di cui tener conto.