venerdì 29 dicembre 2017

LA FAVOLA DEL FIGLIO DI DIO


Stamattina mi sono svegliato con una domanda scema in testa: "Se Gesù è nato a Betlemme perché si chiama Gesù di Nazareth?".
Probabilmente  ero condizionato dalla storia dello Jus Soli. Si insomma... se uno nasce a New York è newyorkese, se nasce a Rio de Janeiro è un carioca, Perché se uno nasce a Betlemme non è betlemmese, ma nazareno?
Una domanda scema, ma nemmeno troppo. Betlemme è in Giudea, a sud di Tel Aviv e Nareth è in Galilea, a Nord.
Distano 156 chilometri in linea d'aria, che, date le dimensioni dell'antico regno di Israele non è che siano pochissimi.
Ai tempi di Gesù l'antico regno era diviso in quattro territori diversi, con proprie leggi, governati dai figli e dalla sorella di Erode il Grande.
Giudea e Galilea erano, fatte le debite proporzioni, come le attuali Francia e Italia.
Lo so la cosa non è di nessuna importanza.
Quando si parla di religione  non è importante la geografia, ma la fede e l'aspetto mitico...
Comunque a me la domanda scema continuava a frullare in testa e,dopo il caffè, ho fatto delle ricerche su Google.
Ho scoperto che, secondo gli archeologi israeliani,l'insediamento più antico della città chiamata Nazareth risale al massimo al 300 d.C. 
Insomma Gesù sarebbe cresciuto in una città nata quasi tre secoli dopo la sua morte.
Vabbè.... chi sono frega.l'importante è l'aspetto simbolico. Il mito è più importante della storia.
Già...il mito... cosa èil mito?
Una specie di favola giusto?
Una favola che racchiude delle verità universali.
E la favola di Gesù è una bellissima favola.
Vediamo....
C'era una volta un dio onnipotente, immensamente saggio e buono, che quattro, cinquemila anni fa crea il primo uomo e la prima donna.
I due fanno un po' di guai e il dio immensamente saggio e buono li scaccia dal paradiso terrestre e li condanna al dolore e alla sofferenza, maledicendo tutti i loro figli, nipoti e bisnipoti che, anche se innocenti, porteranno l'onta del peccato originale (che tra parentesi io non ho mica mai capito qual'è...).

Dopo  qualche migliaio di anni decide di dare ai discendenti dei due reietti, la possibilità di redimersi, e manda giù sulla terra, in Israele, suo figlio.
Come fanno a redimersi gli umani?
Torturando e uccidendo il figlio di Dio. 

Ovviamente c'è un piano divino dietro a questo: il figlio resuscita e mostra agli esseri umani che ci si può riscattare soffrendo le pene dell'inferno, poi scompare in cielo risucchiato da una colonna di luce.

Gli adepti, pochi a dir la verità, del figlio scappano allora da Israele e vanno a Roma per portare la buona novella all'imperatore che per farli contenti li fa crocifiggere, bruciare vivi o mangiare dai leoni.

Poi i Romani si convertono alla buona novella, diventano cristiani, e per non far torto a nessuno cominciano a crocifiggere, bruciare e dare in pasto ai leoni anche gli arabi, gli ebrei e tutti coloro che non  riconoscono nelle loro spade la Grazia di Dio.

Beh, se quella di Gesù è una favola devo dire che è abbastanza strana, piena di incongruenze e soprattutto, di sangue, morte e distruzione.
Lo so, i teologi  potrebbero spiegare tutto citando passi biblici, Agostino  e maestro Eckart, ma a me, che di libri ne ho letti forse troppi, non è mica che mi convincano molto le parole dei teologi: parlano tanto di fede e di misteri e poi, mi pare, usano la mente per costruire incredibili architetture di concetti così lontani dalla carne e dal cuore da sembrare disumani, quasi fossero il frutto di qualche diavoleria meccanica, un terribile computer alla matrix.

A me piacerebbe un po' più di umanità, di realtà carnale e meno sofisticate perifrasi ad effetto per cercare di rendere logico ciò che evidentemente non lo è.
Per cui...si...alla fine credo che mi terrò la mia domanda cretina.
E aspetterò, con pazienza, che qualcuno mi spieghi perché hanno deciso di far vivere Gesù in una città che è nata trecento anni dopo la sua morte.
Non era meglio dire che era di Betlemme?




mercoledì 27 dicembre 2017

DELL'AMORE E DELLA MORTE - ESTASI E CONOSCENZA



L'11 gennaio  uscirà, in libreria, il mio ultimo libro, "ESTASI E CONOSCENZA" scritto a quattro mani con Laura Nalin.
Doveva uscire prima, in autunno, ma una svista del tipografo ha costretto l'editore a ristamparlo e a renderlo disponibile per quella data. L'11 gennaio è il compleanno di mio padre. Le coincidenze non esistono! 
O forse si, ma è bello pensare ad un ordine prestabilito, all'architettura, geniale,di un qualche mago , demiurgo, o spirito irriverente che gioca con i  numeri e le emozioni per ficcarci nell'orecchio la pulce dell'eterno,dellavita oltre la morte.      
Babbo compirebbe 94 anni, se fosse vivo.
Non so se sarebbe contento del libro...diciamo di sì,ma moderatamente. A lui interessavano, veramente,  la Juventus, lo star bene, il vino, il buon mangiare, ma soprattutto mia madre. Litigavano come pazzi e poi si addormentavano, mano nella mano, davanti alla televisione.
Sono stati insieme per 67 anni. Poi lui è morto, di una morte stupida, direbbe un romanziere in crisi di ispirazione.
Aveva sbattuto il ditone del piede contro un tavolo, era diventato nero,poi è andato in cancrena.
Quando hanno deciso di tagliarlo era troppo tardi. Era il 28 dicembre del 2015.
Era la prima volta che vedevo morire una persona cara.
Incredibilmente, quel corpo senza vita mi trasmise dolcezza, una dolcezza infinita, che roba strana!
Mamma ha resistito un paio di mesi. Poi ha spento l'interruttore.
"Estasi e Conoscenza" è un libro diverso dagli altri che ho scritto. C'è molta vita vissuta, le storie di Laura e di me, le nostre iniziazioni, e parlo anche di mio padre.
Non ne parlavo mai. Fino al momento della sua morte non ho capito la sua dolcezza, la sua maniera infantile di essere virile, e soprattutto non avevo capito quanto gli somigliavo.
Qua sotto incollo un testo dedicato a mio padre. fa parte di un altro libro, non ancora pubblicato, ma credo vada bene lo stesso.

Buona lettura... e buon anno.
Con Amore,
P.




"Una notte mi sveglio con la nausea, come  se avessi lo stomaco pieno d'acqua.
Mi metto a sedere sul letto e cerco di raddrizzare la schiena.
La nausea è collegata alle lombari, a volte basta mandarci l'aria per farla passare. Non è difficile, si visualizzano le vertebre e si immagina di stringerle ed espanderle a ritmo del respiro, ma stavolta è diverso.
Faccio fatica anche a tener su la testa, ho le vertigini.
Dallo stomaco l'acqua si sparge alle gambe, alle braccia, al torace.
Divento acqua.
I muscoli e le ossa non ci sono  più.
Penso a qualche virus o ai funghi che avevo mangiato a cena.
Dei funghi non mi sono mai fidato, non li capisco: non sono animali, non sono piante...non sono niente!
Però per far piacere al babbo li mangiavo lo stesso.
Era fissato, o così diceva. La domenica, quand'era tempo di porcini, si svegliava alle cinque, si mascherava da incursore dei parà e spariva per sei o sette ore nella macchia della Valle Benedetta. Andava sempre da solo. Diceva che  c'era un posto che conosceva solo lui, la “ fungaia di Elio”, e non voleva che nessuno glielo fregasse, ma secondo me era una scusa: nel '60 era in Aspromonte a dare la caccia ai latitanti, poi era successo qualcosa, l'avevano promosso e rispedito a Livorno, alla mensa della Questura.
Il suo segreto non era la fungaia, ma il coltello nascosto negli anfibi, l'odore della terra bagnata, i rovi che ti graffiano la faccia e nemmeno li senti. A volte è più facile sparare a qualcuno che confessare la noia del quotidiano.
Sono strani gli esseri umani.
Però i funghi li portava a casa davvero: a cassettate.
Mi metto a quattro zampe e mi trascino in bagno.
Penso che è meglio vomitare. Cerco di tirarmi in piedi, ma la gambe non reggono, casco con la testa sulla tazza del cesso.
Babbo si sveglia per il tonfo.
Lo ricordo mentre mi tira su e mi abbraccia forte
- “Sto morendo” - dico -”sta uscendo...” -
C'è qualcosa  che scivola via dai pori della pelle, una roba verdastra e appiccicosa che si sparge sul pavimento e risale sulle pareti, fino al soffitto.
Vedo le mattonelle bianche e lo smalto scrostato della vasca.
Una vasca troppo piccola.
Sto morendo....
Fino allora avevo sempre pensato alla morte come ad un evento grandioso: l'anima, nell’ansia di Dio, spiega le sue ali maestose e spezza  ad una ad una le catene  dei ricordi, i dolori, le rabbie, i sorrisi, per librarsi nello spazio infinito, e invece la mia, di anima, non solo era senza ali, ma aveva l'aspetto di maionese andata a male e i miei ultimi pensieri non erano rivolti ai grandi perché dell'esistenza, ma ad una vasca da bagno scrostata e troppo piccola.
Ripenso a Marpa e Milarepa, -“Se tu morissi prima del tempo uccideresti un dio”-
Mi portarono in ospedale: pressione, analisi del sangue, ECG, EEG....tutto a posto.
Io mi vedevo dall'alto, ma non era come nei libri e nei film.  La stanza sembrava il mare e le persone onde di luce. Bello.
Quando riscesi giù, sentì uno scossone, e un corrente fredda che mi usciva dalla fronte. Mi pareva di guardare due film diversi nello stesso momento.
A sinistra  un gruppo di donne, forse danzatrici indiane.
Ne distinguevo cinque, con le  vesti intonate al colore dei capelli, bellissime.
A destra lui, Milarepa, con la mano aperta attorno all’orecchio destro.
Aveva la pelle più scura di quanto immaginassi.
Sorrideva e in una lingua che non capivo mi invitava a seguirlo non so dove.
Poi una spada mi entrò nel tallone.
Un male da morire.
Gridai, credo.
Ricordo mia nonna in piedi, davanti a me, tutta contenta: mi aveva ficcato un ago da lana nel piede, come facevano durante la guerra per evitare di seppellire i vivi…"






venerdì 22 dicembre 2017

SHIVA E SHAKTI, LA LUNA E IL FUOCO








Shiva Ardhanari.

I due sposi divini uniti in un’unica forma (disegno di paolo Proietti)



La Via del Sesso per gli yogin, è la via maestra, la più alta e sublime, per riscoprirsi Uno con l'Universo.
Per noi occidentali invece diviene spesso un sentiero tortuoso, pieno di trabocchetti, false piste e botole segrete che non portano da nessuna parte.
Gli insegnamenti di kāma sono così lontani dalla nostra cultura che spesso, per evitare danni, i maestri indiani e tibetani preferiscono negarne l'esistenza o attribuir loro la patente di immoralità e perversione. A giudicare da quel che si legge in giro non è che abbiano tutti i torti: la sublime Via di Eros divino spesso viene degradata a una serie di tecniche per "scopare meglio", "durare di più", "avere più orgasmi", che, insomma...non è che siano cose negative, anzi, ma non sono le finalità ultime del Tantra.

Perché è così difficile comprendere gli insegnamenti tantrici?



Sicuramente l'atteggiamento morboso che abbiamo nei confronti del sesso giocano un ruolo importante.In secondo luogo bisogna tener conto della mistificazione e della manipolazione (o addirittura la riscrittura) dei testi tantrici, operata, a partire dal XVII secolo, dai missionari cristiani sbarcati al seguito della Compagnie delle Indie e, in seguito, dai traduttori di epoca vittoriana, ma il problema principale, secondo me, sta nelle nostre categorie mentali, nella nostra "tecnica del pensare".Gli occidentali, sono abituati a leggere i moti dell’animo, le dinamiche sociali e la realtà fisica sulla base delle teorie freudiane e junghiane.




Gli Dei, ad esempio, per noi saranno indiscutibilmente “Archetipi” e interpreteremo l’intera manifestazione come il rapporto tra due energie complementari, una femminile/passiva e ad una maschile/attiva.

Si è vero, per la cultura di matrice cristiana anche un principio Assoluto privo di connotazione di forma e genere, ma lo abbiamo allontanato dalla natura, relegandolo nella sfera metafisica, e lasciando a noi stessi la dualità come unico possibile punto di vista sulla Manifestazione.




Il Femminile,per noi, è la Luna, la Madre, l’Acqua, il Cerchio, il Cucchiaio e così via.

Il Maschile è invece il Sole, il Padre, il Fuoco. la Linea Retta, il Coltello….ci sembra così ovvio, da pensare che si tratti di una verità ontologica, valida per gli esseri umani di ogni luogo e di ogni tempo.




Purtroppo per noi gli antichi yogin ed i poeti dei Veda la pensavano in maniera diversa.




I loro Dei sono persone, in carne ed ossa, che nascono, vivono e muoiono, esattamente come noi e il loro Universo è regolato da tre forze non complementari: Fuoco, Sole e Luna.




Il Fuoco è una “forma” della Dea suprema, detta anche Śakti, Kuṇḍalinī, Durgā o Bhagavatī, e rappresenta l'energia attiva, il “soggetto che conosce” (o “che gode”: conoscenza e godimento sono sinonimi nel tantrismo) senza il quale, di fatto, non potrebbero esistere né Sole né Luna.


Il Sole, che indica l'azione del conoscere e del godere, è, invece una coppia di divinità Kāma e la sua Sposa Kāmeśvarī, anche se spesso, in dipinti e sculture lo si trova rappresentato dalla sola parte femminile essendo Kāma "anaṅga" ovvero “incorporeo”, “privo di parti”, “simile all'etere”.


La Luna, infine è il Dio Śiva , il “Corpo dell'Universo”, ovvero l'oggetto di conoscenza, o di godimento.




Per noi, abituati a vederlo come simbolo vivente della virilità (il suo emblema è il pene in erezione) è quasi impossibile identificare Śiva con la Luna

Da sempre, vediamo nel satellite argentato l’archetipo della femminilità, così come nel Sole riconosciamo il principio maschile, eppure non c’è possibilità di equivoco, tutta l'iconografia legata a Śiva ci parla della sua natura "lunare": ha la pelle bluastra, un spicchio d’argento trai capelli, gli zampilla acqua dalla testa (la Luna influenza le maree) vive trai ghiacci (la luce lunare non riscalda) e quando non balla o medita, giace cadavere, bianco come la neve, sotto la sua Sposa (il Fuoco!) che cerca di rianimarlo.




Śiva è la Luna, e, cosa per noi ancora più strana, in qualità di maschio, nel Sesso Sacro, interpreta il ruolo, passivo, dell’oggetto di godimento. L’inversione (rispetto a ciò che noi comunemente crediamo) delle energie e delle qualità maschili e femminili, è una delle caratteristiche principali delle tecniche sessuali.




“il maschio deve farsi femmina” – dicono spesso i maestri tantrici e taoisti – “ la femmina maschio ed entrambi siano femmine rispetto all'assoluto”.









LA DIVORATRICE DEL TEMPO

I canali energetici (nāḍī) e, le energie sottili.














Se, come dice il Tantra, il Microcosmo (corpo umano) e il Macrocosmo (Universo) sono in identità, le tre Energie che danno vita alla manifestazione si ripresenteranno tali e quali nel corpo fisico.

Nella fisiologia yoga, si parla di 72.000 canali (nāḍī), lungo i quali scorrono senza posa le Energie della Vita (vāyu ).




La prima, fondamentale, parte della pratica del Tantra Yoga, consiste nella percezione della circolazione di queste energie nelle nāḍī.




In una fase successiva si impara invece ad utilizzare queste energie indirizzandole nei tre canali fondamentali, corrispondenti, appunto, a Fuoco, Sole e Luna.




Nella parte sinistra del corpo, legata all’emisfero celebrale destro, troviamo Iḍā, il canale "lunare" in cui scorre energia fresca color bianco argento, o azzurra,, assimilata allo sperma e al latte materno.

A destra (emisfero celebrale sinistro) c’è piṅgala canale "solare", in cui scorre energia calda color rosso bruno, assimilata al sangue mestruale.




Il canale centrale, corrispondente al Fuoco, in cui scorre energia giallo oro, è chiamato suṣumṇā[1].




Vediamo cosa dice, a proposito delle tre nāḍī principali, uno dei testi più famosi dello yoga, lo Haṭhayogapradīpikā[2]:



"Sole e Luna regolano il tempo in forma di giorno e di notte.

Suṣumṇā nāḍī divora il tempo.

Vi ho rivelato il segreto più profondo: l'importanza suprema di suṣumṇā.

In questo corpo ci sono 72.000 nadi.

Tra questi suṣumṇā è la consorte di Śiva.

Tutto il resto è privo di significato".

(Haṭhayogapradīpikā, IV, 17-18):



Il versetto è parecchio interessante e, ad interpretarlo bene, può svelarci alcuni misteri, veri o presunti, dello Yoga tantrico.




Il Tempo (o meglio: la percezione dello scorrere del Tempo) , creato dai ritmi alterni della Luna (Iḍā/ Śiva/oggetto di godimento) e del Sole (Ppiṅgala/Kāma/atto sessuale), viene “divorato” dall’energia che scorre nel canale mediano detto Suṣumṇā, il Fuoco..




Il Fuoco è identificato, con a Sposa di Śiva (per curiosità uno dei significatio attribuibili alla parola Suṣumṇā è "naturalmente molto graziosa").




Divorare il Tempo significa arrestarne il fluire, annullandore la differenza tra passato, presente e futuro, in altre parole nella Dea, e nella Donna che ne è incarnazione, si nasconde il segreto dell’Immortalità.
















Indra, Śiva, Viṣṇu e Brahmā pregano la Dea Madre di svelar loro il segreto della Creazione.

La Dea risponde alle richieste dei quattro Dei bevendo sangue (mestruale) e suonando la Vīṇā, il più antico strumento a corde indiano, derivato dall’arpa egizia chiamata “Bin”. L’immagine esprime sia l’impossibilità del maschio di accedere ai segreti della creazione senza la Donna, sia la correlazione esistente tra la manifestazione e le vibrazioni sonore.







KRAMAMUDRA, IL SIGILLO DEGLI AMANTI



“Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria”. Abhinavagupta - Tantraloka XI, 29-33

Il tatto, per i tantrici, è il principe dei sensi .
Tutte le pratiche si basano sul "sentire", ovvero sul percepire il flusso di energie sottili, dove sottile va inteso nel senso letterale del termine: il flusso che scorre nei canali energetici (rappresentati graficamente come i petali dei cakra) viene descritto nei testi come "più sottile di un capello".

La sensibilità necessaria per le pratiche tantriche è quella, febbrile, della madre che avverte con i capezzoli il bisogno di latte del bambino prima ancora di udirne il pianto. Una sensibilità che è legata alla dolcezza, alla leggerezza, all'ascolto interiore. 

Tutto ciò che invece è connesso al possesso, alla brama di potere, all'invidia, alla gelosia diviene un'ostacolo perché crea quella che Abhinavagupta definisce "rugosità" (vedi Tantraloka XXVIII). 

La rugosità è sinonimo di contrazione, di blocchi che impediscono la libera espansione della coscienza.
I due amanti devono essere disposti ad annullarsi l'una nell'altro fino a fondersi in ciò che è definito kramamudrā, un termine tecnico che sta ad indicare l'insorgere di una vibrazione non volontaria dei corpi, il ritmo, alternato nell'uomo e nella donna, dell'assorbimento e dell'emergenza della coscienza di cui la penetrazione è una rappresentazione sul piano grossolano.

Kramamudrā è una specie di danza dei ventri una vibrazione sottile che partendo dall'ombelico (il muscolo puboccogigeo più probabilmente) mette in moto tutto l'asse dei diaframmi corporei ( pelvico, urogenitale, toracico, gola, palato molle), ed è il sintomo della risalita di kuṇḍalinī. 

Non si può imitare e non si può ricercare volontariamente: deve insorgere (parola che ricorre spesso nei testi) naturalmente, così come insorgono i gesti e i sospiri di piacere degli amanti. 

Detto così sembra facile, il problema nasce dalle strutture mentali degli occidentali che nella maggior parte dei casi, sono incapaci di liberarsi dai vincoli morali e culturali affidandosi completamente al sentire e al godere. 

La sensazione della risalita di kuṇḍalinī nelle pratiche sessuali è così sottile, dolce che basta un pensiero tra virgolette "negativo" per far "ridiscendere l'energia.

La frase FAR RIDISCENDERE L'ENERGIA non è una metafora.
Ecco un altro problema degli occidentali: spesso l'approccio con lo yoga è viziato dalle due tendenze eguali e di senso contrario, della devozione e della speculazione filosofica. 

L'approccio devozionale , per come lo intendo io, è quello che ti fa accettare per vere senza muovere un ciglio, le spiegazioni più assurde di tecniche e fenomeni. 

Per approccio filosofico intendo invece l'abitudine a interpretare i simboli e le immagini come metafore di qualcosa d'altro altrimenti inesprimibile. 
Bisogna tener conto che il tantra è un qualcosa di eminentemente pratico, basato sull'esperienza. 

Se si parla di un cakra, ad esempio il cakra della Gola, bisogna vederlo come una tavola anatomica e non come il simbolo di chissà quale verità metafisica. Ogni petalo indica una nadi ovvero un canale energetico, sottile come un capello, attraverso il quale si muovono le energie che SONO SEMPRE E COMUNQUE kuṇḍalinī, e le lettere iscritte nei petali ci danno la frequenza delle energie che scorrono in quelle nadi. 

Il triangolo centrale inscritto nel cakra ha una precisa corrispondenza sia nella fisiologia sottile (proiezione del KAMAKALA) sia nell'anatomia occidentale (ugola).

Il pericarpo (centro) è una sezione della VIA MEDIANA (interno della colonna), la sillaba che è iscritta al centro (HAṂ nel caso del cakra della gola) sta ad indicare la frequenza che "attiva" le energie dei singoli petali. 

Da ogni loto poi emanano i marīci o raggi luminosi.
Se le sillabe iscritte nei petali rappresentano le NOTE FONDAMENTALI della manifestazione, i marīci identificati a seconda delle scuole con una serie di divinità o con i "muni", combinandosi tra loro danno vita a tutte le possibili varianti dell'esistenza sia universale che individuale. 



La conoscenza dei marīci è fondamentale per il lavoro sulle energie sottili e per la comprensione dell'identità tra microcosmo e macrocosmo.

Sono 360 come i gradi dell'eclittica e i giorni dell'anno lunare e sono divisi in questo modo




FUOCO - 118 RAGGI:

Mūlādhāra, plesso del perineo - 56 raggi,

Svadhiṣṭhāna, plesso dei genitali - 62 raggi.



SOLE - 106 RAGGI:

Maṇipūra, plesso dell’ombelico - 52 raggi,

Anāhata, plesso del cuore - 54 raggi.



LUNA - 136 RAGGI:

Viśuddha, plesso della gola - 72 raggi,

Ājñā,plesso della fronte - 64 raggi.



I 360 marīci sono i raggi irradiati dalle Dea, e danno vita alle stagioni, agli stadi della vita, alle emozioni, i pensieri ecc. Ecc..

E marīci è anche il nome della Dea nell'atto di irradiare la manifestazione.

I tibetani la chiamano Ozer Chenma (Regina di luce) ovvero TARA.

Nello stato tra virgolette "normale" dell'essere umano, la RADIANZA della Dea in forma di marīci si disperde in tutte le attività di "CORPO/PAROLA/MENTE" , ma quando si scatena il desiderio sessuale i raggi si dirigono verso la "RUOTA CENTRALE", il cakra dell'ombelico, i cui dieci petali rappresentano i canali in cui scorrono i dieci "soffi vitali" fondamentali.

Il calore legato all'accendersi del desiderio così come il rossore delle guance, il turgore delle labbra, la maggior morbidezza della pelle e delle articolazioni, sono gli effetti della concentrazione delle energie "radianti" nel maṇipūra cakra.

E' Kuṇḍalinī che viene risvegliata dalla forza del desiderio. 

Le energie tendono a ridiscendere verso i cakra inferiori per dar luogo all'unione sessuale e all'emissione, l'orgasmo, che rappresenta un momento di "assorbimento" (samadhi) di uno o di entrambi gli amanti.

Anche nel caso di rapporti ripetuti e del rinnovarsi del desiderio, l’unione sessuale segue sempre la stessa dinamica: eccitazione (sguardi, carezze, baci....) - cambio della percezione –penetrazione - emissione. Può accadere, a volte di percepire un'attimo prima dell'orgasmo, una specie di lampo, una luce CHIARA, come la definiscono i buddisti, e questa chiara luce è la visione della radianza della dea. 

Per un istante gli amanti, o uno dei due, si immergono completamente in quella luce e nel suono che accompagna l'emissione (rappresentati nel tantra dalla sillaba aḥ ) perdendo il senso del tempo, dello spazio e dell'individualità. Ma si tratta appunto di un istante: kuṇḍalinī, si risveglia, attiva tutti gli organi del corpo e quindi ridiscende per assopirsi nuovamente dopo l'emissione, detta dai Tantrici "VELENO". 

Il lavoro che si compie nel tantrismo sessuale è quello di mantenere l'attenzione nello spazio tra la nascita del Desiderio e il Veleno, aumentando progressivamente l'eccitazione di kuṇḍalinī mediante processi definiti di FRIZIONE ed EFFERVESCENZA, fino ad alimentare sempre di più le energie delle dieci nadi del cakra dell'ombelico.

Ad un certo punto, nell'alternarsi di eccitazione/assorbimento nell'altro e riposo/assorbimento in sé, l'energia accumulata nella "RUOTA CENTRALE" è così potente da far "drizzare kuṇḍalinī (che prima di allora si muoveva a spirale) come un bastone". I venti o soffi vitali dell'ombelico assumono quindi il ruolo di "PORTATORI DI BASTONE" e vengono rappresentati pittoricamente come due servi intenti a far vento ai due amanti o alla Dea o al Tridente del Dio.

Nelle tecniche tantriche finalizzate a trasformare il rapporto sessuale nell'unione mistica con la divinità, bisogna apprendere l'Arte di raccogliere la "RADIANZA" della Dea nell'ombelico per permetterne la risalita. In altre parole si deve procedere alla trasformazione e al reindirizzamente dell'energia vitale, detta ojas ed alla sua utilizzazione consapevole da parte di entrambi gli amanti per raggiungere uno stato che potremmo definire di samadhi vigile, o samadhi stabilizzato.

Nella pratica per non disperdere l’energia con l’emissione, l’uomo deve combattere la tendenza ad accelerare il rtmo della penetrazione.

La donna invece deve resistere all’impulso di contrarre i muscoli delle cosce, delle braccia e delle spalle,Ogni volta che i due amanti sentono avvicinarsi l’eiaculazione maschile, devono ritornare all’ascolto della respirazione e alla percezione delle energie sottili dei cakra.

Dopo un po’ la sensazione di calore e pienezza della zona genitale, nell’uomo, comincia a spostarsi nella zona del sacro, trasformandosi in un sottile formicolio o in una leggera corrente elettrica. 

A questo punto deve visualizzare il pene all’interno della vagina. Quando la visualizzazione è corretta si percepisce un’ulteriore ondata di energia, assai leggera, che scorre nella zona inferiore del prepuzio, nel perineo e nell ano.

La visualizzazione successiva sarà quella di un tubo sottile e trasparente che dal glande si infila nel sacro e, scorrendo lungo la colonna vertebrale, arriva fino alla nuca.

L’energia tenderà a risalire naturalmente e ci si dovrà limitare ad assecondare il movimento naturale della “respirazione ossea” spostando leggermente il sacro indietro e il mento in avanti inspirando e distendendo i muscoli della nuca espirando.

La nostra compagna, percepito il cambio di ritmo, visualizzerà a sua volta un tubo sottile e trasparente che dal punto tra le sopracciglia risale alla fontanella per poi ridiscendere fino alla vagina.

La visualizzazione di solito è accompagnata da una sensazione di piacevole calore “vibrante” alla fronte e al petto.

Se si è in uno stato di “vigilanza” si può far circolare l’energia in questo modo:

- L’uomo inspirando conduce l’energia dal sacro al punto centrale delle scapole, in corrispondenza con il cuore. Espirando la conduce al punto in mezzo alla fronte e da lì alla bocca.

- La donna inspirando conduce l’energia dalla bocca al centro delle scapole (passando per il punto in mezzo alla fronte, la fontanella e la nuca). Ed espirando, dal cuore, la porta direttamente al pene del compagno.










[1] Credo sia opportuno ribadire, ancora una volta, la diversità tra il nostro sistema di interpretazione della realtà e quello tantrico: per lo yoga il  lato destro del corpo umano, collegato all'emisfero celebrale sinistro (il cervello "ingegnere") è la  parte  tra virgolette, “femminile” e “attiva”, mentre  il lato sinistro, collegato all'emisfero celebrale destro  (il cervello "poeta") è sempre tra virgolette, la parte “maschile”, e “passiva”.
[2] Haṭhayoga Pradīpikā è un testo di Haṭhayoga attribuito a Svātmārāma, discepolo di Gorakhnāth (XV sec.).  

lunedì 18 dicembre 2017

YOGA E ASTROLOGIA : LE BIZZARRE ANALOGIE TRA ASANA E COSTELLAZIONI.

Tutte le immagini sono tratte da "Hathayoga, la lingua perduta dei veggenti",edizioni Aldenia, Firenze 2016.




















Ieri sera, sono stato ad una conferenza di un astrologo famoso, "Simon and the stars".
Simpatico, Simon, misurato nelle risposte che gli astanti, moltissimi, gli facevano e bravo a tenere l'attenzione del pubblico per quasi due ore.
Ho avuto l'impressione che facesse molta attenzione a separare il suo specifico di astrologo dal campo della psicologia e della spiritualità, cosa che ho apprezzato assai: di questi tempi, zeppi di ragionieri che si scoprono sciamani nei week end e, impiegati dell'Istat che insegnano tantra tibetano nelle ferie estive, rimanere nei limiti delle proprie competenze è cosa buona e giusta. 
Oddio... a dir la verità ho conosciuto dei geometri che ne sapevano di Advaita Vedanta quanto e più di uno svami indiano, ma in genere, gli sciamani, gli yogin e i maghi improvvisati che ho conosciuto non mi hanno fatto una gran bella impressione...
"Dieci punti" a Simon!, quindi, che non si spaccia per maestro onnicomprensivo  (e chissà...magari lo potrebbe essere)...
Il senso della misura di Simon l'astrologo, contrapposto ai minestroni New Age che vanno di moda ai nostri giorni, mi ha messo una pulce nell'orecchio.
Si è agitata tutta la notte nel mio cranio pelato, la pulce, e mi ha graffiato un paio di Sinapsi.
Le storture New Age, con le loro insalate russe di Cristalloterapia, PNL, Costellazioni Familiari, Yoga, Astrologia Karmica, Qi Gong, Carte degli Angeli, Bagni di Gong, ufologia hanno portato i ricercatori tra virgolette seri, a specializzarsi, con il risultato di parcellizzare il sapere tradizionale.
Paradossalmente credo che il "Ricercatore serio" e lo pseudo santone New Age, siano animati entrambi da buoni propositi, ma che entrando in conflitto, sia pure bonariamente, per difendere i rispettivi punti di vista si allontanino, inconsapevolmente, dalla possibilità di comprendere gli insegnamenti antichi.
Perché se è vero che il New Ager olistico, spesso pecca in superficialità e, scegliendo solo tecniche e teorie che "GLI RISUONANO", rischia di non mettersi mai in discussione,fino a credersi un maestro illuminato, è anche vero che il ricercatore "serio", rinchiudendosi nella torre d'avorio delle sue conoscenze, rischia di perdere di vista il quadro generale, finendo per scambiare,al solito, il "DITO PER LA LUNA".
Nello yoga ad esempio, si sta assistendo ad una specializzazione sempre più spinta.
Ci sono gli specialisti dei mantra, gli specialisti degli asana, anzi di particolari asana, gli specialisti della meditazione, gli specialisti del Nidra yoga...
Tutti bravi e preparati,solitamente.
Ilproblema,secondo me, è che lo Yoga nasce come "Arte dell'Essere Umano" e quelle che erano un tempo Tecniche Operative destinate a questo o quel praticante per fare un passo in avanti nel viaggio dello Yoga, sono diventate discipline a se stanti, il cui fine è il miglioramento o addirittura la perfezione in quell'attività specifica.
Lo yoga è la pratica del samadhi, edil suo fine è Moksha, la Liberazione o Realizzazione.
Se è vero che l'importante è il viaggio e non la meta, è anche vero che se non si ha chiara la meta di un viaggio, si rischia di perdersi strada facendo.

Ma torniamo all'astrologia.
Lo Yoga, lo Hathayoga, ad esempio,è strettamente legato ai moti del Cosmo, ma occupati come siamo, noi Hathayogin, a specializzarci in questa o quella branca e ad inventare nuove etichette per attirare gli allievi, abbiamo perso di vista i fini della nostra disciplina e l'insieme delle conoscenze su cui si basa.

Gli asana ad esempio sono costellazioni e stelle, ma non se ne parla mai nelle scuole di yoga.
 Gli āsana tradizionali corrispondono, nel nome e nella forma, a particolari asterismi e il quadro  generale dello Yoga, se si tiene conto di questo,si fa molto più complesso e affascinante di quanto si possa credere: i mantra sarebbero il canto delle stelle e i gesti dello yogin la loro danza. 
Sotto questa luce le posizioni, e le costellazioni cui corrispondono sul piano macrocosmico, diventano sillabe di una lingua perduta, un codice grazie al quale, come insegnano i testi antichi, l’essere umano può attingere direttamente alle energie della creazione realizzando l’identità con l’Universo.

Non lo dice nessuno che gli āsana sono costellazioni, asterismi.
Io l'ho scoperto in maniera assolutamente casuale. 
Qualche anno fa, per un video didattico, sono andato a cercare, su Google, immagini di posizioni Yoga con nomi di uccelli.
Ho digitato “Pavone, Corvo, Cigno, Gru, Colomba...” e mi sono apparse le immagini della Via Lattea. La cosa mi ha incuriosito, ed ho provato a rintracciare nei testi indiani di astronomia, i nomi delle posture fondamentali. Ebbene, tutti gli āsana che conosco, da Trikonāsana (Posizione del Triangolo)a Maṇḍūkāsana (Posizione della Rana), da Garudāsana (Posizione dell’Aquila) alla Postura del Natarāja, corrispondono a stelle, costellazioni o asterismi.
Śiva, il Re della Danza (questo significa Natarāja) non è altri che Orione il Cacciatore. Per rendersene conto basta confrontare le immagini del Dio che Danza con quelle del Cacciatore innamorato delle Pleiadi:



Gli āsana sono corpi e fenomeni celesti e le sequenze tradizionali sono mappe del cielo, forse rotte di antichi naviganti.
A prescindere dagli eventuali risvolti pratici, è comunque bellissimo: ogni volta che assumiamo una serie di posizioni stiamo raccontando la storia di un viaggio!
Con le corrispondenze astrali lo Yoga si rivela immediatamente danza sacra e ci fa vivere con il corpo, fisicamente, quelle corrispondenze tra essere umano (Microcosmo) e Universo (Macrocosmo), che spesso prendiamo per metafore di stati di coscienza, o poetici tentativi di ovviare alla nostra ansia di incompiutezza.
Bellissimo.
Ma l'identità tra āsana e stelle è anche la chiave per cogliere il senso vero dello Yoga: lo svelamento della nostra origine celeste e la trasformazione insieme, del corpo e della mente.

Non solo gli asana sono stelle, ma la grafia sanscrita con cui vengono scritti, le collega direttamente alle costellazioni.

Prendiamo un āsana tradizionale, la posizione del corvo.
Corvo in sanscrito si dice kāka scritto, in devanāgarī[1]काक
Se leggiamo da sinistra a destra riconosceremo la sillaba ka: 
, poi la stanghetta verticale della a: का e infine di nuovo ka: काक . Ora disegniamo la posizione: 


e proviamo a ridurla ai tratti essenziali (un cerchio per la testa, una linea orizzontale per l'asse della colonna, una linea verticale per l'asse delle mani, una curva per il bacino):


Per trasformare il disegno nella sillaba ka basta aggiungere il trattino orizzontale che per gli indiani ha la stessa funzione del rigo superiore dei nostri quaderni a righe.




Se adesso confrontiamo la sillaba e la posizione con la costellazione del Corvo potremo trovare delle analogie singolari.


Bizzarro, vero? Nella posizione del Corvo come in tutti gli altri āsana tradizionali c’è una qualche relazione tra nome, la forma se ci mettiamo a giocare con le parole possiamo fare delle scoperte interessanti Prendiamo, sempre per divertirci, un'altra posizione della serie Rishikesh, Halāsana


Mi hanno sempre detto che Halāsana significa posizione dell'aratro, e in effetti la somiglianza con lo strumento agricolo è evidente.
Per divertirmi un po’ ho fatto una ricerca sui dizionari di sanscrito online[2] ed ho scoperto che per “aratro” in sanscrito si usano decine di termini diversi a seconda della forma e, probabilmente, della zona geografica. Si dice lāṅgala quando ha la forma di un arco, sīra quando si attacca ai buoi, godāraṇa quando è di metallo con la forma simile ad una vanga ecc. ecc.  Hala usato talvolta per aratro, è [anche] il nome di una costellazione di particolare importanza, l’Orsa Maggiore o Grande Carro[3].



Nel corso dell’anno le sette stelle dell’Orsa Maggiore, disegnano uno svastika[4], simbolo di gioia e prosperità[5] per induisti, buddisti e giainisti girando, in senso antiorario, attorno
 alla stella polare, o Polaris.









(L’Orsa Minore, chiamata dagli antichi greci “Ala del Dragone” o “Coda del Cane”,  è a sua volta formata da sette stelle, come sua sorella maggiore, stelle chiamate dagli astronomi indiani, che evidentemente non brillavano di originalità, saptaṛṣi, “i sette Veggenti”.
La Stella Polare in sanscrito è chiamata Dhruva Tārā, “stella fissa”[6], e le due Orse sono definite, anche, Saptaṛṣi Tārā Maṇḍala e Laghu Saptaṛṣi Tārā Maṇḍala, dove लघु Laghu significa “piccolo”, “leggero”, “non evidente”.
Nel cielo quindi ci sono, per gli antichi indiani, due gruppi di “Veggenti”, identici nella forma, di cui uno è meno visibile, nascosto[7], come i sette Veggenti e i sette “parenti rivali”, le potenze dei sensi e le potenze dell’azione)


Forse è per questo che in India le sette stelle dell’Orsa vengono chiamate saptaṛṣi[8], come i “sette Veggenti”, mitici autori dei Veda, che hanno cercato di tramandarci le tecniche per realizzare lo Stato naturale: indicano la giusta rotta ai naviganti così come i versi vedici tracciano la via per la conoscenza, invitandoci a fare un viaggio a ritroso nella nostra memoria genetica fino a scoprire che “Realizzazione”, “Illuminazione”, “Stato Naturale”, “Terra dell’Oltre” sono dei semi nascosti nel nostro inconscio, nel nostro sistema nervoso, nel nostro DNA.
E così come un profumo desueto ci riporta a vivere l’emozione del primo bacio o il dolore del primo addio, così una posizione, un gesto, un mantra, possono risvegliare in noi l’esperienza dell’identità con l’universo vissuta da uomini che oggi chiamiamo dei.
Lo Stato Naturale, per i Veggenti, è la condizione originale dell’essere umano.
“Oggi” - ci dicono - “l’uomo è schiavo, ma noi vi diamo la possibilità di liberarvi dall’angoscia e di tornare allo Stato Naturale in cui vivrete nella beatitudine e nell’armonia” -
Questa roba del “liberarsi dalle catene” ritorna spesso nello Yoga, e si ritrova nella maggior parte delle religioni e delle filosofie.
Ma di cosa siamo schiavi?
Della nostra mente?
Delle emozioni?
Della paura della morte?
Oppure, come dicono i “Complottisti” alla Icke, c’è qualcuno in carne ed ossa che ci tiene in uno stato di servitù?
Quando uandoVishnudevananda Saraswati insegnava la serie Rishikesh, insisteva molto sull’importanza della verticale sulla testa.
Secondo lui guardare il mondo alla rovescia serviva soprattutto ad imparare ad “uscire dal seminato”.
Cambiare prospettiva significa cambiare la realtà.
Lo sanno anche i ragazzini delle scuole medie: la forma di un oggetto dipende dal punto di vista dell’osservatore. Una verità banale dietro alla quale si nasconde l’insegnamento più grande degli “antichi Veggenti”.
Il viaggio dello Yoga, alla fine, non porta da nessuna parte.
Non si tratta di andare in un luogo diverso da quello in cui siamo: la “Terra dell’Oltre”, il “Paradiso Perduto”, l’Età dell’oro, sono qui ed ora.
Non bisogna cercare di cambiare il mondo, ma bisogna cambiare la nostra percezione del mondo.




[1]  देवनागरी devanāgarī,  letteralmente “scrittura della città degli dei” è un alfabeto alfasillabico (abugida) usato per trascrivere più di 120 lingue orientali. È una evoluzione dell’alfabeto brahmi, conosciuto almeno dal V secolo a.C., e considerato un adattamento indiano delle scritture semitiche.
[2] Spokensanskrit.de,  MONNIER-WILLIAMS, Cologne Sanskrit Project.
[3] In Gran Bretagna l’Orsa Maggiore è chiamata “Aratro”
[4] स्वस्तिक Svastika è un sostantivo maschile, come tutte le parole che, in sanscrito finiscono con la “a”. In italiano viene reso con “svastica” sostantivo femminile e tradotto a volte, erroneamente, con “felicità”.
[5] Il termine sanscrito svastika deriva da svastí (sostantivo neutro; benessere, successo, prosperità) a sua volta composto dal prefisso “su-“ (buono, bene; linguisticamente affine al greco ευ, “eu-“, con lo stesso significato) e da “asti” (coniugazione della radice verbale as: "essere"). Il suffisso “-ka” forma un diminutivo, per cui svastika è traducibile letteralmente come "essere il bene" o “essenza del bene”.
[6] ध्रुव Dhruva, nome di un bambino di stirpe reale trasformato in stella da Viṣṇu, significa stabile, permanente, ma indica anche la "punta del naso". तारा Tārā, letteralmente “stella”, è il nome della Dea Madre nella forma della Conoscenza.
[7] I Saptaṛṣi Tārā Maṇḍala sono molto importanti nello Yoga e nella cosmogonia hindu, vedi ad esempio Vishnu Purana IV, 24.105-106Matsya Purana, 273, 42-44Bhagvad Purana, XII, 2.27-32 ecc. ecc.
[8] I ऋषि ṛṣi, “veggenti” o “cantori ispirati”, sono esseri umani dotati degli stessi poteri delle divinità. Con il termine saptaṛṣi si intendono in genere, i sette saggi citati nella Bṛhadāraṇyaka upaniṣad, una delle upaniṣad  più antiche: Vaśiṣṭha,  BhāradvājaJamadagni, Gautama (o Maharṣiḥ Gotama), Atri, Viśvāmitra e Kaśyapa, ma i nomi variano a seconda dei testi ed ogni era ha i suoi ṛṣi che, tradizionalmente sono molti più di sette. Nei testi Hindu sono citate anche molte donne “veggenti”: Romasha, Lopamudra, Apala, Kadru, Visvavara, Ghosha, Juhu, Vagambhrini, Paulomi, Yami, Indrani, Savitri, Devajami, Nodha, AkrishtabhashaSikatanivavariGaupayana.