mercoledì 24 gennaio 2018

TANTRA - OLTRE I VELI DELL'ILLUSIONE





"Ciò che è celebrato come fonte del flusso universale che spande la felicità è chiamato organo genitale, ma ha per essenza la via mediana"

(Jayaratha, Tantralokaviveka)[1]



Nel tantrismo sessuale l'accento è posto, ovviamente e senza possibilità di dubbio, sugli organi genitali (upastha), definiti spesso vajra (diamante) e padma (loto). In tutte o quasi le immagini tantriche il pene e la vagina sono posti in grande evidenza, ma bisogna considerare che si tratta di organi sessuali "sacralizzati" o "divinizzati".

Scrive Abhinavagupta[2] (Tantraloka V, 122)


"l'insieme degli organi divinizzati risiede senza sforzo in questo regno pieno di felicità, quello di una coscienza perpetuamente emergente".

Il turgore degli organi è l'aspetto visibile di vīryā, energia sessuale, ed è sacro di per sé, perché vīryā è una forma della Dea, ma ovviamente non basta avere il sesso turgido per essere un tantrico. Il vero yogin è colui che, colmo di questa potenza e, liberato dai vincoli (le cause di "contrazione", ovvero la gelosia, la brama di possesso, la lussuria, i vincoli imposti dalla religione e dalla morale corrente) vive ogni esperienza immerso nel flusso di piacere che si trasforma "in un atto vibrante (spanda che significa “impulso”, “vibrazione”), la presa di coscienza di un qualcosa che sfugge ai limiti di spazio e tempo".

Accrescere la propria energia sessuale significa, nel tantra, accrescere la capacità di vivere pienamente fino a raggiungere lo stato della felicità senza limiti definito sahaja, o stato naturale.

Scrive ancora Abhinavagupta, nella traduzione dalla Silburn (Paratrisikavivarana 49,50)

"Mancare di virilità significa mancare di vita, mancare della capacità di meravigliarsi [caratteristica] dell'essere dotato di cuore [sahṛdaya che significa "sensibile" "empatico", "di buon cuore"], immerso nel fervore e la cui potenza virile è in effervescenza, perché solo il cuore che fortifica questa potenza è capace di meraviglia".


È evidente che la nostra idea di virilità è assai diversa da quella dei maestri tantrici. Essere virili significa per Abhinavagupta essere dotati della capacità di meravigliarsi tipica del bambino. Il quieto stupore, il trasporto misurato degli amanti indiani vuole rappresentare non l'assenza di passione, ma l'effervescenza sottile della potenza sessuale quando la si usa per espandere gli organi sensoriali e, quindi, la coscienza.
Effervescenza, espansione, rapimento, meraviglia… nei testi tantrici queste parole ricorrono continuamente, e sono parole che fanno a pugni con l'immagine dello yogin come un asceta tutto assorbito in se stesso e occupato ad ottenere il distacco dai sensi. Per il tantra il distacco non è distacco dall'oggetto percepito, ma dal desiderio di possederlo e di esserne posseduti. Bloccare, arrestare, fermare sono invece verbi che non compaiono nel vocabolario del tantrismo, le cui tecniche si basano sulla leggerezza e sulla dolcezza, sull'abbandono controllato (nel senso di cosciente) al flusso del piacere. Cogliere "la potenza virile nell'atto di zampillare" ad esempio non significare impedire l'emissione dello sperma senza tener conto dei bisogni della nostra partner, come credono in molti.

Ciò che va bloccato o interrotto non è il processo naturale dell'eiaculazione, ma la dinamica nascita del desiderio - soddisfazione - morte del desiderio.


L'effervescenza dell'energia sessuale, che produce lo stato definito “il ruggito dello yogin”, può nascere solo dalla libertà. Il tantrico non ricerca il piacere, ma ne viene sorpreso. Con l'animo del fanciullo, o dell'artista, scopre la bellezza di un suono, di un colore, del volo di un gabbiano in maniera “tattile” e se ne stupisce. Questa specie di sinestesia e il divertito distacco che la accompagna, sono trai sintomi di quella che viene chiamata Ascesa di Kuṇḍalinī,
Il suono dei cembali durante la meditazione o una pietanza gustosa vengono "sentiti" come una carezza o un soffio di vento. Probabilmente la danza e i corpi dei danzatori sono così frequenti nelle rappresentazioni pittoriche, nelle sculture e nella simbologia tantriche perché rendono visibile l'invisibile, quella carezza divina che sfiora il corpo e il cuore dello yogin nello stato di ānanda, in ogni momento della sua esistenza.

Paradossalmente l'espansione dei sensi causata dall'accumulo di energia sessuale porta all'assorbimento nel Sé.

La diversa "qualità" degli stimoli sensoriali, permette di penetrare l'essenza dell'oggetto che li provoca favorendo l'identificazione dello yogin con la percezione (azione del godere) e con l'oggetto percepito (oggetto di godimento): è questa l’esperienza che viene definita Samadhi.

Il Samadhi è lo strumento che scioglie i cinque veli della Grande Dea dell’Illusione.

Nello Yoga ogni cosa nasce dallo Spazio Infinito.

La Dea stessa è Spazio infinito, incomprensibile e incommensurabile, come l'Oceano senza Sponde che bagna l'Isola delle Gemme, il talamo degli amanti divini.

Ma l'Universo, per essere percepito, deve avere delle misure.

Dallo Spazio illimitato nasce, nella mente, lo spazio limitato dai punti cardinali (Est, Ovest, Nord e Sud), dall' alto e dal basso.

È il primo velo di Māyā e viene generato dal desiderio della Dea di risvegliare il suo Sposo.

La limitazione è creazione.

Lo spazio limitato contiene in sé una indefinita possibilità di architetture, generata dal potere del desiderio, Icchā Shakti.

La continua alternanza di pieno e vuoto e chiaro e scuro che chiamiamo esistenza è ritmo ed il ritmo è vibrazione.

Il seme di tutte le vibrazioni, il primo suono potenzialmente udibile, ma ancora inespresso, è rappresentato nell’Isola delle Gemme, dalle tre vocali A, I ed U.



La seconda limitazione è la conoscenza, Vidya, la possibilità di udire il primo suono. È l'Aria che conduce la vibrazione da un luogo all'altro.

La dea prende il nome di Jnana śakti. Il Dio la riconosce e la desidera con gli occhi, con la pelle, con l'anima. Il desiderio si fa passione, raga, e la passione è il Fuoco, il terzo velo limitante, radice dell'Azione, Kriya Shakti.

Desiderio, Conoscenza, Azione. La conoscenza nasce dal desiderio, l'azione dalla conoscenza, di fatto l'Universo è creato: c'è un prima, il Dio che dorme un sonno senza sogni e c'è un dopo, il Dio che dimentica se stesso nel corpo della Sposa.

Nasce allora il Tempo, la quarta limitazione, il quarto velo della grande Dea.

Il Tempo è il fiume che trascina i pensieri, le azioni e i loro frutti come fossero ciottoli, o rami spezzati

Alcuni lo chiamano inconscio.

È il Tempo a creare la Terra e in ogni porzione di Terra si ritrova un po' di Spazio e di Vento e di Fuoco e d'Acqua.

Pure l Uomo è una porzione di Terra, ma racchiude in sé l'intera manifestazione.

Le orecchie, la bocca la capacità di esprimersi sono figlie dello Spazio.

La pelle, le mani, la voglia di conoscere, sono figlie dell'Aria.

Gli occhi, i piedi, l'impulso ad andare da un luogo all'altro, sono figli del Fuoco.

La lingua, i genitali, la volontà di creare sono figli dell'Acqua.

Quando i cinque vāyu, la forza di coesione che tiene insieme la materia, abbandonano il corpo, nel samadhi come nella morte, tutto ritorna a prima dell'inizio e la Terra si fa Acqua, l'Acqua si fa Fuoco e così via.

Come il moribondo, lo yogin smette di percepire con chiarezza il mondo esterno e sente, vede, tocca la furia degli elementi dentro di sé.

La materia solida diviene liquida e nell’estasi si sentono l'odore della Terra bagnata e il sapore dei fluidi corporei.

Forma e colore si scontrano, si fondono, si mutano l'una nell'altro.

La forza di disgregazione consuma il corpo dall'interno.

Si ascoltano suoni dimenticati e meravigliosi.

Poi tutto sfuma.

Dapprima sono gli odori a farsi meno intensi, poi i sapori.

Poi si smette di vedere.

Alla fine non rimane che un suono, il suono della vita.

Il suono che ci accompagna da sempre e che gli yogin percepiscono in meditazione. Ci si aggrappa a quel suono e ci si fa strada nel vuoto.

E nel vuoto si torna a vedere, ma si vede dentro.

Lo Spazio è un uovo blu dai contorni indefiniti.

Al centro un punto di luce bianca, accecante, luce che riempie e dà quiete.

So’ham …Io sono Lei, So'Ham...Io sono Lui.






[1] Jayaratha - Tantralokaviveka vol. III, pag. 430, citato da Lilian Silburn in "LA KUNDALINI O L'ENERGIA DEL PROFONDO “-ed. Adelphi


[2] Abhinavagupta (950 circa – 1020 circa) è stato uno dei più grandi filosofi, mistici ed esteti dell'India. Fu yogin, musicista, poeta e drammaturgo. La sua opera più famosa è il Tantrāloka, un trattato sugli aspetti teorici pratici del Tantrismo.

lunedì 22 gennaio 2018

Lo Hathayoga è Tantra: l'Alchimia dello Hathayogapradipika



Aum shrim hrim klim glaum gam ganapataye vara varada sarva janamme vashamanaya svaha


Si dice spesso che le tecniche operative dello yoga, ovvero le pratiche potenzialmente in grado di trasformare Corpo, Parola e Mente, siano segrete o nascoste.
Certo, non è impossibile che in qualche tempietto sperduto sulle montagne del Nepal o tra le foreste del Tamil Nadu ci siano dei libri o degli oggetti in grado di dare poteri incredibili a chi li legge o possiede, come le pietre di Shankara dei film di Indiana Jones, ma a volte penso che sia tutto scritto a chiare lettere e che la segretezza o l'esoterismo dipendano dalla nostra incapacità di vedere e dalla nostra ignoranza.
Spesso, negli ultimi anni, ho rintracciato insegnamenti alchemici creduti perduti in testi facilmente reperibili nelle libreria e nelle scuole di yoga.
Prendiamo ad esempio un versetto dello Hathayogapradipika, il 27° del IV capitolo:

मूर्छ्छितो हरते वयाधीन्मॄतो जीवयति सवयम |
बद्धः खेछरतां धत्ते रसो वायुश्छ पार्वति || २७ ||

mūrchchito harate vyādhīnmṝto jīvayati svayam |
baddhaḥ khecharatāṃ dhatte raso vāyuścha pārvati || 27 ||


Di solito si traduce così:
"Pârvati! Mercurio e il respiro, quando sono stabili, regolari, portano via le malattie ed il morto in sé ritorna in vita.
Dal loro controllo si ottiene kechara".


La traduzione si sa è sempre interpretazione, ed interpretare i versetti in sanscrito non è mai facilissimo.
Andando " a braccio" la parola khecharatāṃ viene da ख kha (seconda sillaba del chakra del cuore) che significa vuoto, cielo, etere, ma indica anche cavità del corpo e  da चर cara che significa "colui che investiga, che spia, che cammina".
Letteralmente Khecarata  sarebbe quindi colui che cammina nel cielo, lo Skywalker, termine che potrebbe indicare  l'iniziato o colui che ha determinati poteri psichici.
Andando avanti nella traduzione vedremo che
dhatte vuol dire ottenuto, assunto,
svayam vuol dire se stesso,
jīvayati vuol dire tornare in vita,
.vyādhī vuol dire malattia,
harate vuol dire rubare,

Per ciò che riguarda बद्धः baddhaḥ  diciamo che बाध bādha vuol dire ostacolo, guaio ecc. e
Baddha-jiva è il jiva (anima individuale) condizionato dai tattva (principi della manifestazione, gli elementi, ad esempio).
मृत mṛta significa morto-defunto
मूर्च्छित mūrcchita significa privo di coscienza,  e मूर्छित mūrchita significa svenuto, intontito, stupefatto.
रस rasa  parola comunemente usata per indicare i sapori, le essenze e i sentimenti, qui indica il mercurio, termine che ci conduce inevitabilmente all'Alchimia.



Mercurio inteso come pianeta  in India è Budha बुध , figlio della Luna ed è sposo di Ilā meglio conosciuta come Idā, dea del linguaggio, figlia e istruttrice di Manu il legislatore e questo a chi si intende di esoterismo occidentale, potrebbe dare altre indicazioni interessanti.
Ma torniamo al versetto:

"Pârvati! Mercurio e il respiro, quando sono stabili, regolari, portano via le malattie ed il morto in sé ritorna in vita.
Dal loro controllo si ottiene kechara".

Il Mercurio del versetto è il figlio di Shiva e Parvati, Gaṇeśa (Ganesha) letteralmente signore ( iśa) delle schiere (gaṇa).
Le schiere dei Marut.




Il simbolismo è complesso: i Marut, parola che indica contemporaneamente i "venti" e l'oro, sono coloro che compongono la schiera (marutgana) di fulmini e  monsoni che accompagna Indra, signore delle tempeste, nelle sue innumerevoli battaglie, ma sono da sempre al servizio di Ganesha.
Nei veda se ne trovano a volte 108, altre 60.
Sono dei nanetti orrendi, che gridano in maniera insopportabile,"Forme Pensiero" secondo alcune interpretazioni, responsabili, se lasciate a se stesse, di dolore e malattie, portatrici di realizzazioni e poteri psichici se guidate con saggezza.
In mano hanno la clava  di Vayu Dio del vento, e sono adornati da monili d'oro e da un cordone Brahminico fatto di serpenti.
Quando si pone al comando dei Marut, Ganesha viene chiamato Ganapathi, colui che conduce le schiere.
Ganapathi "Vinayaka" ha due spose, "Siddhi" e "Buddhi", "Potere Psichico" ed "Intuito Sovraconscio".

..Ma veniamo all'interpretazione "alchemica" del versetto dell'Hathayogapradipika:

Dalla gola, vishudda chakra normalmente, discende il nettare lunare (ACQUA/MERCURIO/TIGRE)


 che viene bruciato dall'energia dell'Ombelico (FUOCO/ZOLFO/DRAGONE).


Il nettare, che è ciò che ci tiene in vita, non è illimitato e quando si è completamente dissolto l'essere umano muore.
Lo yogin  tramite asana, mantra, mudra e kriya, cerca di invertire il processo naturale conducendo  il nettare, purificato dal Fuoco, di nuovo in alto, alla gola ed alla testa.
Per far questo utilizza varie tecniche tra cui viparita karani mudra , una specie di candela, che non è né un asana né una mudra, ma un processo prima dinamico che parte dalla posizione del cadavere shavasana, l'asana  che LIBERA LE SCHIERE DEI MARUT che accompagnano Ganaphati verso le sue spose Siddhi e Buddhi.
A questo punto bisogna introdurre altri riferimenti: il Mercurio rappresenta "anche" la mente sensoriale o Manas, che ha una qualche relazione con il  chakra della gola e si manifesta pienamente nel secondo chakra (Svadhistana Chakra).
Buddhi, o intuito sovraconscio ha sede in un chakra che porta il suo nome, situato sopra il punto della fronte, ma è in relazione con il chakra dei 10 maestri o nabhi chakra, posto all'ombelico.
Le Siddhi dimorano invece negli otto petali del chakra segreto del cuore, o hrit chakradetto anche "Diagramma delle perversioni"




Aggiungiamo adesso un altro tassello, indispensabile alla piena comprensione del versetto:
si è detto che rasa è il mercurio in senso di nettare,seme, ambrosia, e questo nettare è il responsabile delle emozioni, dette in sanscrito, guarda caso Rasa.
Le emozioni principali, quelle che possono e devono essere trasmesse e recepite nelle arti della danza e della musica, sono 8, ognuna delle quali collegata ad una forma della divinità e ad un colore:

Śringāram (शृन्गारं) amore, attrazione, Visnu color verde chiaro

Hāsyam (हास्यं) gioia, ilarità, Pramata color bianco.

Raudram (रौद्रं) furia, rabbia, Rudra color rosso.

Kārunyam (करुणं) , compassione, misercordia , Yama color grigio.

Bībhatsam (बीभत्सं) disgusto, avversione, Siva color blu

Bhayānakaram (भयानकं) orrore, terrore, Kala color nero

Vīram (वीरं) coraggio eroismo, Indra, giallastro.

Adbhutam (अद्भुतं) meraviglia, Brahma, color giallo.

śāṃtam (शांतम्) pace tranquillità, Visnu color blu.

Il mercurio mente sensoriale scende dal chakra della gola a quello dell'ombelico e i rasa "impulsati" dalle percezioni sensoriali, vengono trasformati in  Bhava (sentimenti, ma sarebbe più indicata la parola inglese mood), che si manifestano al chakra dei genitali  o svadhistana chakra,e sono le matrici delle nostre azioni e quindi del karma :

Rati . amore
Hasya . ilarità, riso.
Soka .dolore
Krodha. rabbia
Utsaha . energia
Bhaya . terrore.
Jugupsa . disgusto
Vismaya . stupore, meraviglia.


In termini di alchimia occidentale  Mercurio e Zolfo, si sposano e il risultato-figlio-sale si manifesta come forma/stampo in svadisthana chakra (acque inferiori) da cui emerge l'io illusorio agito dalle emozioni.


La rettificazione mercuriale consiste nell'inversione del flusso delle energie, in modo da sostituire all'io illusorio, schiavo dei Marut, l'IO DIVINO, signore dei Marut (Ganesha in quanto figlio di Shiva "é"Shiva)
Mercurio, come si è visto, è anche lo sposo di Ida che altri non è se non il canale in cui circolano tutte le energie della parte sinistra del corpo (emisfero celebrale destro), bianco/argento come la luna.
Lo Zolfo invece corrisponde a Pingala, il canale  in cui circolano tutte le energie della parte destra del corpo (emisfero sinistro), rosso e/o giallo/rossiccio.
I due canali si intrecciano in corrispondenza del chakra della fronte, ājñā.



Quando i due flussi sono equilibrati si stabilisce un flusso regolare  delle correnti bipolari contenute in sushumna, il canale centrale.
Quando si attua l'inversione, in qualche modo, l'ACQUA (canale di sinistra) sale attivando la cosiddetta MENTE ANALOGICA, e il FUOCO (canale di destra) discende.

 Kechari mudra è, infine, la manovra con la quale spostando la lingua sul palato molle  si unisce il chakra della Gola vishuddhi,  con quello della fronte  ājñā con attivazione di talu cakra, il chakra del palato molle).Il risultato è l'apertura di un canale detto shankini nadi, che permette di riportare l'energia "rettificata" al cuore, fine ultimo dello Hatha Yoga.

LO SWAMI PALLIDO








E se lo Yoga Moderno lo avessero inventato gli occidentali?
partendo da questa ipotesi, assurda,Laura ed io abbiamo fatto delle scoperte. Alcune interessanti, altre divertenti, altre decisamente sconvolgenti.
La dimostrazione per assurdo, ovvero il partire da una ipotesi inverosimile per dimostrare la validità del suo contrario, è un procedimento assai comune nella filosofia e nella scienza dei secoli passati.
Esempio: decido di dimostrare che l'Uomo è andato sulla Luna, verità inoppugnabile .per la scienza ufficiale, e parto dall'ipotesi opposta, ovvero "l'Uomo NON è mai andato sulla Luna" . Comincio a cercare le prove della mia ipotesi "assurda", vaglio i documenti e le testimonianze, cerco i motivi per cui migliaia di scienziati, militari e privati cittadini avrebbero messo in scena dei viaggi fasulli,ecc. ecc.
Di solito la dimostrazione per assurdo porta a confermare l'Ipotesi originaria.Nel caso dei viaggi sulla  Luna la conclusione potrebbe essere : "NON è vero che l'Uomo NON è andato sulla Luna, quindi l'Uomo è andato sulla Luna".
Chiaro?
Dunque partendo dall'ipotesi, assurda, "lo Yoga Moderno NON è nato in India, ma in Occidente", Laura ed io abbiamo cominciato una serie di ricerche che ci hanno portato a fare scoperte, come dicevamo, interessanti e/o divertenti e/o sconvolgenti.
Ovviamente non abbiamo trovato, per fortuna...., le prove di chissà quali manipolazioni e truffe. Lo Yoga è nato e si sviluppato, senza ombra di dubbio, nel sub continente indiano,  ma è molto, molto probabile che ,nella trasmissione degli insegnamenti vedici e tantrici ad un certo punto della storia dell'umanità, siano intervenuti studiosi e ricercatori occidentali, trasformando in maniera sostanziale alcune  tecniche e alcuni principi fondamentali.
Ci abbiamo scritto pure un libro di 130 pagine, zeppo di vecchie foto e copie di documenti antichi: 

"LO SWAMI PALLIDO, STORIA DEI GESUITI CHE INVENTARONO LO YOGA".



Ovviamente il titolo del libro ( che è auto-pubblicato e si può leggere gratuitamente su Amazon Kindle) è provocatorio, nessuno ha inventato niente di santa pianta, ma,secondo noi, ciò che oggi chiamiamo Yoga, sia nella versione più fisica attribuita a Krishnamacharya, Iyengar e Patthabhi Jois, sia nella versione più filosofica, che fa riferimento all'Advaita Vedanta di Ramakrishna, Ramana Maharishi e Nisargadatta, è stato influenzato da misconosciuti ricercatori occidentali,in gran parte appartenenti alla Compagnia di Gesù.
I primi maestri misconosciuti di cui ci siamo occupati sono due gesuiti francesi, Padre Amiot e Padre Cibot.
I due,in missione nella Cina del '700, introdussero in Europa la Ginnastica per la salute. dei monaci taoista, chiamata all'epoca Cong-Fou, disegnando le posizioni e dando le proprie interpretazioni del lavoro che oggi chiamiamo "sottile" sull'energia, i meridiani, i cakra ecosì via.


Il loro lavoro entusiasmò uno spadaccino svedese, Henrik Ling, che creò, ispirandosi dichiaratamente al Cong-Fou dei gesuiti francesi, una scuola di educazione fisica in cui insegnava Ginnastica estetica (quella che oggi chiamiamo Callisthenc), Ginnastica medica  e Ginnastica militare.
Il metodo di Ling ebbe un successo clamoroso e venne studiato nelle accademie militari di tutta europa. nacquero scuole di Ginnastica svedese un po'ovunque, e danzatori e acrobati dei vaudeville e dei circhi equestri iniziarono ad allenarsi secondo i dettami della Cong-fou verniciato all'europea da Ling (sono parole sue e dei suoi allievi).
Grazie ai Militari britannici di stanza a Mysore, la Ginnastica di Ling arrivò a Krishnamacharya, che intenzionato a modernizzare lo Yoga indiano,mescolò posizioni, coreografie e metodi di allenamene "Callisthenici" alle  tecniche tradizionali.
Non ci credete?
Guardate le foto:
la prima è una coreografia degli allievi di Krishnamacharya negli anni '30.  



La seconda è una coreografia di militari irlandesi dei primi del '900.



Qua sotto vediamo nelprimo scatto invece  Krishnamacharya, in piedi a sinistra, che osserva le evoluzioni dei suoi allievi,  e nel secondo, a sinistra, un insegnante di ginnastica svedese che osserva le evoluzioni dei suoi allievi.



In quest'altra immagine vediamo invece un giovanissimo Iyengar:


E di seguito, un ballerino di Vaudeville di fine '800: notate qualche somiglianza?

la documentazione fotografica è ricchissima. Quesyo è un allievo di krishnamacharya, annin '30.


E questa una ballerina franzese di fino '800.


Se nella nostra dimostrazione per assurdo ci basassimo solo sulle fonti iconografiche dovremmo ammettere, contro ogni aspettativa, che.. sì, lo Yoga Moderno è nato in occidente.
Le foto di ginnasti e danzatori occidentali del XVIII e XIX secolo, impegnati in quelli che  trenta o quaranta o cinquanta anni dopo saranno gli asana e le sequenze dello Yoga Moderno.
Una specie di Ginnastica Svedese verniciata all'Indiana.
ovviamente si tratta solo di una divertita provocazione, ma potrebbe essere interessante che no, Laura ed io,i e i nostri colleghi insegnanti di Yoga cominciassimo a studiare seriamente le tecniche della ginnastica Callisthenica di Ling confrontandole con i metodi e i principi fondamentali dello Yoga. Potrebbe essere un esercizio assai utile....
Per ciò che riguarda lo yoga tra virgolette "filosofico", leggete questi nomi:

-         

Lahiri Mahasaya (1828 – 1895)

Paramhamsa Ramakrishna (1836 – 1886).

- Swami Vivekananda (1863 – 1902).

- Sri Aurobindo (1872- 1950)

- Sri Yukteswar Giri (1855 – 1936)

- Paramhamsa Yogananda ((1893 – 1952)

- A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896 – 1977).

Si tratta dei più famosi, per noi, maestri di Yoga dell'XIX e XX secolo, coloro che hanno portato in occidente lo Yoga nei suoi tre rami Jnana (Conoscenza), Bhakti (devozione) Karma (Lavoro/Servizio)

Swami Prabhupada è il fondatore del Movimento degli Hare krishna.

Yogananda, allievo di Yukteswari e di Lahiri Mahasaya, è il fondatore della “Self-Realization Fellowship” e l’autore di “Autobiografia di uno Yogi”,il libro che ha introdotto il mito dell’immortale Babaji in Occidente.

Aurobindo è il fondatore dello Yoga Integrale.

Swami Vivekananda, allievo di Ramakrishna, è il fondatore della Ramakrishna Mission ed il primo ad aver introdotto l’Advaita Vedanta negli Stati Uniti.

Bene, sono tutti Bengalesi e tutti legati al Brahmonismo, l'induismo Riformato di Debrendenath Tagore, padre del poeta Rabindranath,
Andando a leggere i principi base del Brahmonismo e la sua storia si fa una scoperta singolare e,per certi versi sconvolgente.
Il Brahmonismo,religione monoteista, avversa alle caste, agli "idoli di pietra" e ai rituali tradizionali Induisti, prende gran parte della sua dottrina da un padre gesuita del XVII secolo, Roberto de Nobili.


Iniziato all'Advaita vedanta da Shivadharma, il nostro conterraneo costruì un ashram in cui insegnava filosofia indiana e teologia cristiana.
Fondò anche un ordine monastico, quello dei Pandaraswami,o "mariti pallidi".
Già,perchè il termine Swami prima di lui voleva dire quasi esclusivamente "marito", "compagno".
I Pandaraswami si vestivano di Ocra o arancione, avevano zoccoli di legno, e insegnavano che la Trimurtì era la Santissima Trinità,  e che Sat Chit Ananda era il nome del Dio unico Inconoscibile.
L'acume l'acume e il sapere filosofico di de Nobili lo portarono ad essere assai apprezzato dagli Shankaracharya.
Per riunire la Teologia cattolica con i principi del Vedanta si inserì una serie di concetti e tecniche cristiane nello Yoga degli shankaracharya, come alcuni degli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, ovviamente verniciati all'indiana, e prendendo spunto da una serie di leggende riguardanti l'arriva di san Tommaso in India (lo chiamano Mar Toma) si inventò o adattò una storia, plausibile tra l'altro,  secondo la quale Gesù avrebbe studiato in un monastero advaita e che Shankara, il fondatore dell'ordine degli Shankaracharya, sarebbe  nato, induista, in una comunità cristiana ed avrebbe mutuato dal cristianesimo gran parte delle sue teorie.

Straordinario, secondo noi.
Ecco perché certi principi dell'advaita Vedanta somigliano così tanto alla filosofia platonica o alla metafisica cristiani!
Sono gli stessi!

Ovviamente si tratta di un gioco, di una provocazione intellettuale, ma,pure, i documenti dell'epoca sono assai chiari. de Nobili è studiato ancora oggi nelle università cattoliche ed è considerato il Padre della Teologia Contemporanea.
Un altro Pandaraswami,  Costanzo Breschi, ormai conosciuto solo con il suo nome indiano, Viramuniram, è considerato ilpadre della letteratura Tamil.
Secondo noi sarebbe interessante riflettere anche su questo, sull'influenza, provata, dei Padri  Gesuiti nella nascita dei moderni movimenti spirituali ispirati allo Yoga.

Un sorriso,
Paolo











venerdì 19 gennaio 2018

ESTASI E CONOSCENZA - L'UNIVERSO MUSICALE



L’UNIVERSO MUSICALE
Il suono interiore e la teoria delle dimensioni spirituali
(tratto da "ESTASI E CONOSCENZA", di Paolo Proietti e Laura Nalin. Edizioni Aldenia, Firenze 2018)

"Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul sonno. Chiunque conquista il sonno conquista Mahakala.”
 (Hairakhan Baba – GORAKSHVANI, I SEGRETI DI GURU GORAKHNATH – J.Amba Edizioni)


La Teoria della Dottrina delle Vibrazioni non è facilissima da comprendere, ma può essere utile dare qualche indicazione di massima. Diciamo che la manifestazione, per il Sanātana Dharma, nasce da un suono originario da cui, a cascata, discenderebbero le note (svara) e le lettere dell'alfabeto sanscrito.
Le singole note e/o sillabe unendosi in frasi costituirebbero i vari mondi e i vari esseri viventi, sia quelli percettibili che quelli non percettibili a livello ordinario, dando vita a un universo pluridimensionale, o “Multiverso”.
La prima dimensione, chiamata Pinda è quella fisica, grossolana, che percepiamo allo stato di veglia. Pinda corrisponde, grosso modo, ai cinque corpi, alle 72.000 nāḍī e ai sei chakra principali (perineo, genitali, ombelico, cuore, gola, punto tra le sopracciglia).
Dopo Pinda troviamo una serie di dimensioni progressivamente più sottili sperimentabili dallo yogin solo dopo la "apertura del cakra dei mille petali" (localizzato nella zona della fontanella posteriore, il “sincipite”), porta d'accesso alla seconda dimensione, o prima dimensione spirituale.
Le dimensioni sono viste come luoghi diversi (loka, che vuol dire "stanza", "paese" o khaṇḍ che sta per porzione, frazione, continente) in ognuno dei quali regna una diversa forma della divinità, o puruṣa, caratterizzata da uno specifico suono, o frequenza vibratoria. Per giungere prima a disciogliersi e poi a identificarsi con il divino, l'anima deve passare da una dimensione all'altra, sperimentandone i diversi suoni e le “luci/colori” legate ad essi.
Si tratta di un viaggio a ritroso verso la vibrazione originaria, che lo yogin, compie attraverso una serie di modificazioni della mente (Mente/Parola/Corpo per essere precisi) chiamate, come si è visto, samādhi.
Si sale di piano in piano, di gradino in gradino, seguendo una particolare "corrente vibrazionale" che, a seconda delle proprie tendenze e delle tecniche che utilizza, verrà percepita come una serie di diversi Flussi o Onde…
Ci sono, secondo la tradizione indiana, tre flussi principali sono rappresentati da tre suoni, i bija mantra (o sillabe seme, nel senso che sono i semi dei mantra, delle parole e di determinate esperienze fisiche) aiṃ, śrīṃ e hrīṃ:

1) corrente sonora (la Grande Madre "Silenzio" corrispondente a Sarasvatī, dea del Desiderio, della Parola e della Musica, bija mantraaiṃ).

2) Corrente luminosa (la Grande Madre "Luce", Lakṣmī dea della Conoscenza, della Gioia e della Prosperità, bija mantra śrīṃ).


3) Corrente del vuoto (la Grande "Madre Vuoto", Durgā/Umā, la "difficile da Conoscere dea dell’Azione, bija mantra hrīṃ)
Il viaggio a ritroso parte dalla dimensione terrena detta Pinda e arriva sino al regno senza nome, Anami, passando per sette tappe intermedie, ognuna delle quali è caratterizzata da suoni e luci/colori particolari.
Il praticante si accorge del momento di passaggio dal mutare del suono interiore, un suono non collegato al respiro né al battito cardiaco, che sembra provenire dall'interno e che si percepisce, allo stato ordinario, semplicemente tappando le orecchie nel momento in cui si sospende il respiro.
Cominciamo dai suoni che “risolvono” le guaine del corpo fisico o che della loro risoluzione sono i segnali:
La prima è la guaina del corpo di carne ed ossa. 
Il raggiungimento della piena consapevolezza di questa "guaina" dovrebbe corrispondere ad un suono simile al rombo del tuono.
Il secondo suono (guaina delle energie) dovrebbe ricordare il rumore delle onde del mare
Il terzo suono (guaina mentale) è (dovrebbe essere) simile al tintinnio delle campane.
Il quarto suono (guaina dell'intuito sovra conscio) è simile allo scorrere dell'acqua di un ruscello.
Il quinto suono, simile al suono del flauto, avverte il praticante dell'entrata nella prima dimensione spirituale, legata alla cosiddetta "guaina della beatitudine" e a quella che alcuni definiscono "apertura del chakra dei mille petali". Si tratta di quella che per l’esoterismo occidentale è la dimensione dei viaggi astrali,
Il sesto suono (la seconda dimensione spirituale, detta Trikuti (i tre monti d’oro dell’induismo: Meru, Sumeru e Kailash, che corrispondono grosso modo al tunnel di luce descritto da coloro che hanno fatto esperienze di “pre-morte”) o Brahmanda (sfera di Brahma), dovrebbe ricordare un vento potente.
Il settimo suono (che ci avverte dell'entrata nella terza dimensione spirituale, detta Daswan Swar, che corrisponde al lago di Amrita, il “paradiso di Śiva”) è simile al ronzio delle api, o al frinire di grilli e cicale.
A questo punto l'anima, nel suo viaggio a ritroso verso la "Sorgente Divina”, si ritrova al cospetto di Mahakaal, il Guardiano della Porta”. Il Regno di Mahakaal è il Deserto Silenzioso, o il Paese del “Vuoto Nero". Si dice non vi sia nessun suono, nel Regno di Mahakaal, né alcun stimolo visivo. Bisogna solo aspettare, tentando di sopravvivere all'angoscia ed al terrore.
I pochi che riescono a superare il Regno del Silenzio, sentono un suono paradisiaco (è il caso di dirlo...) di mille e mille strumenti a corda: è questo il segnale dell'accesso a Bhanwar Gupha, la "caverna roteante", una specie di “Buco Nero” al cui interno lo yogin avrebbe la visione di cinque “uova cosmiche”, corrispondenti a cinque “universi musicali” enormemente più estesi del nostro.
A grandi linee, per lo Yoga, il nostro è quindi un Multiverso Musicale, formato da diversi piani, o sfere come direbbe Pitagora, corrispondenti a diversi livelli vibrazionali. C'è un centro, una sorgente da cui le vibrazioni hanno origine. Più ci si allontana dal centro e meno alta è la frequenza delle vibrazioni.
Lo yogin attraverso la pratica del Samādhi può compiere un viaggio a ritroso verso la Sorgente, passando di piano in piano.
Ad ogni "passaggio di stato", il praticante percepisce (percepirebbe…) suoni interiori (ed effetti luminosi) particolari che lo informano del livello coscienziale raggiunto. 
Superata la “Caverna Roteante” si entra nel Sach Khand, il “Reame della Verità”, il luogo in cui, avverrebbe l’autentica unione dell’anima individuale con la divinità. Sarebbe questo il luogo della realizzazione finale o, come dicono alcuni, della definitiva rottura della catena delle Rinascite.
Ci sono altre tre dimensioni, chiamate Alakh o regno del Primo Suono (Adi Shabda), Agam, il regno del "Suono senza Suono" e Anami, letteralmente “il Senza Nome”, il "Regno della Meraviglia” cui corrisponderebbero il Suono originario e il "vero nome di Dio", che, secondo il Surat Shabda Yoga sarebbe “Swami Radha”.

Tab. 1 – Le prime sette dimensioni e i Suoni Interiori secondo il Surat Shabda Yoga
DIMENSIONE
REGNO
SUONO INTERIORE
Piano fisico
Pinda
Tuono, onde del mare, campanelli, acqua che scorre.
Primo livello spirituale, cakra dei “Mille Petali”
Brahmanda
Flauto, campane e conchiglie.
Secondo livello spirituale
Trikuti
(le tre montagne d’oro)
Vento, tuoni e tamburi
Terzo livello spirituale
Daswan Swar
(Il lago di nettare)
Ronzio di api e frinire di grilli e cicale, Sarangi (violino) e Sitar (Liuto).

Deserto Silenzioso
Maha Sunna, Regno di Mahakaal
Nessun suono
Quarto livello spirituale
Bhanwar Gupha, (Caverna Roteante)
Melodie di strumenti a corde, melodie di Bansuri (Flauti).
Quinto livello spirituale
Sach Khand
Musica della Vīṇā (liuto) e della Titti (cornamusa).



martedì 9 gennaio 2018

ESTASI E CONOSCENZA - SOGNI LUCIDI



L’INVERSIONE DELL’ACQUA E DEL FUOCO
Sogni lucidi
(tratto da "Estasi e Conoscenza",di Paolo Proietti e Laura Nalin. Edizioni Aldenia, Firenze 2018)

“In alto la dimora del Fuoco.
In basso la dimora dell’Acqua.”
(Morihei Ueshiba)



Rimasi in contatto con i monaci Gelugpa fino al 2000, poi più niente, sparirono dalla mia vita improvvisamente, così come vi erano entrati. Mi dissero che Dhosam era stato nominato Ghesce[1] e si era trasferito in un monastero in Vermont. Di Jinpa non ho più avuto notizie.
Nel 2010 feci un sogno strano, un sogno lucido. Era stato Jinpa, nel 1996, ad insegnarmi a distinguere i “Sogni Veri”, come li chiamava lui, dai frutti dell’immaginazione: quando sei testimone e attore del sogno e puoi vedere te stesso come fossi il protagonista di un film puoi star sicuro che si tratta di una fantasia ricostruita dalla mente. Se hai invece una percezione di te stesso come nel mondo di veglia si tratta di un ricordo o, comunque, di un qualcosa che può rivelarsi importante per il tuo cammino spirituale.
Nel mio sogno ero lucido, sapevo di sognare, ma, come nella vita ordinaria, potevo vedere di me stesso, abbassando lo sguardo, solo il naso, le braccia, e la parte davanti del corpo. Ero vestito come un monaco tibetano e mi stavo inerpicando su un sentiero di montagna insieme ad una ragazzina, anche lei con la tunica amaranto. Non sembrava tibetana.
Aveva la pelle scura, ma i lineamenti erano quelli delle donne Thai, con le labbra carnose, gli zigomi alti e gli occhi grandi e scuri. I capelli erano ricci, e scomposti, cosa che nel sogno mi sembrava normale, ma, a ripensarci era parecchio bizzarra (quando mai si è vista una orientale con i riccioli?). Stavamo scherzando in una lingua che non conosco. La terra era rossastra, e anche le rocce. Arrivati all’entrata di una grotta, sento i lamenti del nostro maestro (nel sogno sapevo che era lui) e qui il ricordo si fa confuso. Qualcuno lo aveva ferito, c’era un coltello, strano, con la lama larga e ricurva. Il mio io di sogno era furibondo. Prendo il coltello e colpisco una roccia che, a sorpresa si apre in due come un’ostrica. Dentro ci sono le immagini di noi tre, il maestro, la ragazza ed io, nelle vite precedenti, sempre insieme. Il maestro a volte aveva la barba bianca e i capelli lunghi come i guru dei santini, altre era calvo, ma era sempre lo stesso. Ricordo di aver sentito degli spari. Esco dalla grotta e mi trovo davanti un sacco di soldati vestiti come gli esploratori dei fumetti dell’Uomo Mascherato. Parlano in inglese. Distinguo le parole Young Husband, giovane marito. Sparano. L’ultima immagine che ho prima di svegliarmi è quella di una specie di castello con le mura bianche e i tetti rossi.
A quei tempi seguivo gli insegnamenti dell’Advaita Vedanta sotto la guida di Premadharma, un personaggio stravagante, amico personale dello Śaṅkarācārya[2] di Kanci. Lo definivo “il mio riferimento”, come si usava dire allora. Gli telefonai per raccontargli il sogno e lui dopo avermi fatto la solita ramanzina - “le vite presenti e passate sono un’apparenza fenomenica… I sogni non esistono…L’unica realtà è il Brahman…mantieni stabilmente la mente sul Brahman…” - mi disse che, quando avrebbe trovato il tempo, mi avrebbe scritto. La mail arrivò dopo un paio di giorni. Le parole di PD erano, come sempre bellissime, ma non certo di immediata comprensione:
- “Si usava un tempo legare un fratello e una sorella per la vita. “- scriveva Premadharma - “Si attuava l'inversione fra fuoco e acqua.
Era uno dei primi passi per la completezza.
Ma solo se questa completezza doveva essere applicata.
Era un evento raro.
Attuare l'inversione.
Essere acqua, trovarne l'essenza acciaio, tornare alla madre e da questa al padre.
E questo si dissolve verso l'alto per tornare come acqua.
Il cerchio è perfezione, è punto.
Lo percorro in un senso o nell'altro.
Se sei il cerchio sei il centro.
Se sei il centro sei il cerchio.
Non c'è "una" via, ci sono tutte le vie sul cerchio.
La spada serve per entrare nel cerchio dove non serve più alcuna spada.
Sguaino la spada, non cerco il suo bersaglio, non sono l'artefice del movimento, è la spada che mi muove, è la spada che è uscita dal fodero.
E' nel cerchio che crea che mi trovo, uscire ed entrare dal fodero.
L'inizio e la fine coincidono, nel loro coincidere "giace" l'intero universo lungo il cerchio creato.
La spada entra nel fodero. La spada esce dal fodero.
Da quell'unico fodero escono mille spade.
Quell'unica spada entra in mille foderi.
L'uno e il molteplice.
Eppure sono una spada e un fodero nel presente.
E sono sempre uno in ogni presente.
Nel divenire essi sono mille e mille che si incontrano tutti non a caso.
Ma sono sempre la spada, fatta di un'anima e di un fodero.” –



IL GIOVANE MARITO E IL MASSACRO DI GURU
L’ipotesi della reincarnazione

“La spada entra nel fodero. La spada esce dal fodero.
Da quell'unico fodero escono mille spade.
Quell'unica spada entra in mille foderi.”
(Premadharma, maggio 2010)



Se la vita “è il sogno sognato da un dio che dorme”, come dicono i poeti indiani, le vere o presunte vite precedenti sono un sogno al quadrato. Perdere tempo ed energie ad inseguire improbabili tracce di esistenze passate, per un ricercatore, è attività inutile, se non dannosa. L’ho sempre detto ai miei allievi, però la ragazzina con i capelli ricci, la conchiglia delle incarnazioni e il castello bianco continuavano a graffiarmi le sinapsi. Feci una ricerca immagini su Google, Tibet + castello, e, lo so che può sembrare assurdo, trovai immediatamente la fortezza bianca con i tetti rossi che avevo sognato: il Gyantse Dzong, o Fortezza di Gyantse. Ero emozionato, in barba all’atteggiamento distaccato che mi aveva suggerito di assumere PD, e quando lessi la storia del Castello Bianco cominciai a dondolarmi sulla sedia come un bimbo che sta per aprire i regali di natale.

Nel 1904 le truppe anglo-indiane agli ordini di Francis Edward Younghusband (Young Husband!) erano entrati in Tibet, avevano occupato il Gyantse Dzong e prima di marciare verso Lhasa avevano pensato bene di massacrare migliaia di monaci tibetani.
Quando, continuando le ricerche scoprii che la guardia scelta di Younghusband era formata da Gurkha nepalesi, e che molti monaci erano stati sgozzati con i loro Kukri, gli strani coltelli dalla lama ricurva uguali uguali a quello del mio sogno, non ebbi più dubbi.
I ricordi di vite precedenti, i déjà vu, le precognizioni possono essere spiegate in decine di maniere diverse, senza bisogno di aggrapparsi al paranormale o al Misticismo Quantico tanto di moda ai nostri tempi. Forse avevo visto e dimenticato qualche documentario da bambino, o magari avevo sfogliato distrattamente qualche rivista tipo “Storia Illustrata” che parlava del “massacro di Guru” (nome con cui sono ricordate le gesta di Younghusband), ma in quel momento ero intimamente convinto di essere la reincarnazione di un monaco tantrico ucciso nel 1904.
Quando sfioriamo la dimensione magica si entra in uno stato alterato. Una semplice assonanza di parole, o un vago sentore di familiarità si trasforma in coincidenza significativa e tutti gli eventi singolari, strani o inspiegabili che la mente bambina ha accatastato nella memoria in attesa di risposte, improvvisamente si legano tra di loro seguendo una logica che, magari solo per noi, assume l’aspetto della verità incontrovertibile.
Ma la ragazzina con i ricci e la faccia da dea birmana che fine aveva fatto?
- “Si usava un tempo legare un fratello e una sorella per la vita. “-  aveva scritto PD - “Si attuava l'inversione fra fuoco e acqua. Era uno dei primi passi per la completezza. Ma solo se questa completezza doveva essere applicata. Era un evento raro. ”-






[1] Il termine Ghesce indica un maestro di Dharma. In tibetano significa «dottore in studi buddhisti», ed è comunemente usato nella scuola Gelugpa. Considerato il più alto titolo di studio possibile, viene conseguito dopo quindici o venticinque anni di studio, secondo la specializzazione che il candidato desidera conseguire. Comprende tre livelli: Dorampa, Tsogrampa e Lharampa.
[2] Śaṅkarācārya, "maestro Shankara", è il titolo con il quale sono chiamati i capi dei quattro monasteri che la tradizione Advaita vuole fondati da Adi Shankara e per tale motivo considerati le più alte autorità spirituali dell'Induismo.
Il primo Shankaracharya della storia fu - secondo la tradizione induista - lo stesso Adi Shankara che fondò in India quattro monasteri (detti matha o mutt) in corrispondenza dei quattro punti cardinali:
A nord il monastero di Joshimath detto Jyotish Peetham o Uttaramnaya matha “monastero del nord");
A est il monastero di Puri detto Govardhan Peetham o Purvamnaya matha “monastero dell'est");
A ovest il monastero di Dwarka detto Sharada Peetham o Paschimamnaya matha ("monastero dell'ovest");
A sud il monastero di Sringeri detto anch'esso Sharada Peetham o Dakshinamnaya matha (“monastero del sud").
A questi quattro monasteri originari si è aggiunto in seguito quello di Kanchi dove, secondo la tradizione locale, sarebbe morto Adi Shankara.