lunedì 23 dicembre 2019

KALIYUGA: I CICLI COSMICI NELLA FILOSOFICA INDIANA




Per la filosofia indiana il tempo è diviso in quattro periodi chiamati yuga:
1.   Il Kṛtayuga, della durata di 1.728.000 anni;
2.  Il Tretāyuga, della durata di 1.296.000 anni;
3.  Il Dvāparayuga della durata di 864.000 anni;
4.  Il Kaliyuga della durata di 432.000 anni;
In ogni periodo successivo al Kṛtayuga l’uomo vivrebbe in una condizione peggiore, allontanandosi progressivamente dalla legge divina, rappresentata da un bovino - chiamato dharma - che perde via via l’appoggio di una delle quattro zampe (quattro zampe poggiate a terra nel primo yuga, tre nel secondo, due nel terzo e solo una nel quarto). Il ciclo temporale sarebbe quindi caratterizzato da un progressivo deterioramento della condizione umana – sia fisica che spirituale -  così che potremmo definire i vari yuga “età dell’Oro” dell’umanità, età dell’Argento”, “età del Bronzo” ed “età del Ferro”
Attualmente vivremmo nel quarto periodo o Kali yuga, che sarebbe cominciato il giorno della morte di Kṛṣṇa, il 18 febbraio del 3102 e terminerà nel 428.899 d.C. con l’avvento di Kalki, ultima incarnazione di Viṣṇu, che in sella ad un bianco destriero distruggerà “l’impero del male”- ovvero la nostra civiltà - con la sua spada fiammeggiante.
La suddivisione del tempo nei quattro yuga, il numero degli anni di cui sono composti e le notizie riguardanti Kṛṣṇa e Kalki in genere provengono da particolari interpretazioni di testi medioevali, come il Bhāgavata Purāṇa, composto, nella forma attualmente conosciuta, al più tardi nel X secolo d.C., e il Viṣṇu Purāṇa – risalente al IV secolo d.C., e da molti vengono considerate come realtà storica.

Per ciò che ci riguarda non abbiamo intenzione né di entrare nell'ambito della fede e della religione, né di parlare delle evidenze storiche e archeologiche, ma vorremmo aggiungere dei dettagli, alle teorie sugli yuga che si leggono sui libri di yoga, e cercare di chiarire alcuni lati che talvolta appaiono oscuri.
Innanzitutto è bene sapere che la parola “कलि kali” che contraddistingue la nostra era non è riferita alla dea काली kālī, ma significa “boccio”, “germoglio” ed è usata per indicare il numero “1” o comunque il più basso punteggio ottenibile nel gioco dei dadi:

-       Kṛta è il punteggio più alto raggiungibile;
-       Tretā il secondo;
-       Dvāpa il terzo;
-       Kali – appunto – il più basso.

Un’altra cosa importante da sapere è che il numero degli anni che compongono i quattro yuga hanno dei significati simbolici.
In un brano dello Śukla Yajurveda - Śatapatha Brāhmaṇa (X.4.2.23) – si dice che il ṛgveda è composto da 12.000 “bṛhatī” – versi di 36 sillabe - corrispondenti a 10.800 – versi di “4x10” sillabe.
Il che significa che in tutto il ṛgveda ci sono:
12.000x36=432.000 sillabe
Oppure:
10.800x40=432.000 sillabe.
432.000 è esattamente la durata in anni umani del kali yuga; possibile che sia un caso, o un segno divino, ma potrebbe essere anche il segno di una serie di corrispondenze matematiche non trovate, ma costruite o suggerite dai saggi per mostrare corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo, mondo degli uomini e mondo degli dei.
Tornando ai cicli del tempo, se teniamo conto che युग yuga nell'astrologia indiana indica simbolicamente sia il numero 4 sia il numero 12 e che, come abbiamo visto kali indica il numero 1 o comunque il numero più basso ottenibile nel gioco dei dadi, ecco che forse potrebbe farsi spazio una diversa interpretazione della teoria degli yuga.
Ciò che diremo adesso, per alcuni potrà sembrare cervellotico ma bisogna tener conto che gli indiani hanno sempre avuto una grande passione per la matematica e per i numeri.
Come abbiamo visto il kali yuga, l’era in cui viviamo, è composto da 432.000 anni umani.
Se moltiplichiamo 432.000 x 2 avremo 864.000 ovvero il numero degli anni del Dvāpa yuga.
Moltiplicando invece kali (unità di base) per 3 e per 4 otterremo il numero degli anni del Tretā yuga e del Kṛta yuga:
432.000x3=1.296.000
432.000x4=1.728.000
Se poi sommiamo tutte e quattro le cifre otteniamo la durata di un ciclo cosmico, o Mahāyuga:
432.000+864.000+1.296.000+1.728.000=4.320.000 anni.
Proviamo adesso ad addizionare tra loro i numeri che compongono ciascuna cifra, fino ad ottenere un numero compreso tra 1 e 10:
4+3+2=9;
8+6+4=18; 1+8=9
1+2+9+6=18; 1+8=9
1+7+2+8=18; 1+8=9.
Ad essere sinceri più che una rappresentazione realistica del cosmo sembra un gioco matematico sulle proprietà del numero 9[1].
Tra l’altro ognuno dei quattro yuga è diviso a sua volta in tre fasi, che potremmo definire “alba”, “giorno” e “tramonto”.
1.  Kṛtayuga, della durata di 1.728.000 anni così suddivisi:
-       144.000 anni di alba;
-       1.440.000 anni di giorno;
-       144.000 anni di tramonto.

2.  Il Tretāyuga, della durata di 1.296.000 anni;
-       108.000 anni di alba;
-       1.080.000 anni di giorno;
-       108.000 anni di tramonto.

3.  Dvāparayuga della durata di 864.000 anni:
-       72.000 anni di alba;
-       720.000 anni di giorno;
-       72.000 anni di tramonto.

4.  Kaliyuga della durata di 432.000 anni:
-       36.000 anni di alba;
-       360.000 anni di giorno;
-       36.000 anni di tramonto.
Inutile dire che anche questa ulteriore suddivisione sembra fatta appositamente per continuare a giocare con il numero 9 ed i suoi multipli: il totale delle albe ad esempio assomma a 360.000 anni, come quello dei tramonti mentre il totale dei giorni è 3.600.000.
L’idea è che si sia voluta creare una “architettura” del tempo perfettamente simmetrica, basata sulle interessanti proprietà di alcuni numeri come 9, 12, 108 e 360.
Il cielo degli indiani, come quello dei greci, è una sfera perfetta, sulla quale è disegnata l’eclittica, un cerchio di diametro pari alla distanza media tra terra e sole che rappresenta il percorso apparente del sole. A cavallo dell’Eclittica sono sistemate le 12 costellazioni zodiacali, identiche alle nostre le 27 case lunari, i nakṣatra.
L’eclittica ha, ovviamente 360°, uno per ogni giorno dell’anno umano.
Cercare di ricostruire i calcoli fatti dai saggi indiani per costruire la loro perfetta cosmogonia, non è affatto difficile:
360x12x100=432.000
360x12x200=864.000
360x12x300=1.296.000
360x12x400=1.728.000
360x12x1000=4.320.000.
Le straordinarie coincidenze numeriche potrebbero continuare: 
un ciclo cosmico ad esempio è formato da 4.320.000 anni umani, ovvero 12.000 anni divini essendo un anno degli uomini equivalente ad un giorno degli dei, per cui 4.320.000/360=12.000.
L’insieme di 71 cicli cosmici (ogni ciclo cosmico è composto dai quattro yuga) forma un “manvantara” o “età di Manu”.
Il Manvantara corrisponde quindi a 71x12.000=852.000 anni divini ovvero a 852.000x360=306.720.000 anni umani.
14 manvantara formano un kalpa che quindi avrà una durata di circa 12.000.000 di anni divini (852.000x14=11.928.000 anni divini) ovvero circa 4.320.000.000 anni umani (in realtà 4.294.080.000 anni umani).
2 kalpa formano un giorno ed una notte di Brahma pari quindi a circa 24.000.000 di anni divini e circa 8.420.000.000 di anni umani.
Questa organizzazione del tempo cosmico, opinione personale, evidente creazione di una mente umana,  potrebbe essere una ritualizzazione (kalpa significa “idea”, “rito”) ad uso dei brahmini, una ritualizzazione tesa a mettere in relazione, forse, la recitazione dei quattro veda con gli yuga e i quattro stati di coscienza dell’uomo (veglia, sogno, sonno profondo e “quarto stato”) che non sappiamo quanto possa essere messa in relazione con le odierne concezioni astronomiche.
Tra il XIX e il XX secolo gli astronomi indiani, nel tentativo di dare scientificità alle concezioni astronomiche tradizionali cercarono di correre ai ripari.
Yuketswara Giri, il maestro di Yogananda formulò l’ipotesi che i calcoli fossero stati sbagliati volutamente dall’astrologo Aryabhatta e ritenendo improbabile che Kṛṣṇa fosse vissuto e morto nel 3.000 a.C. posticipò di quasi 2.500 anni la sua data di morte (che inizialmente si riteneva avvenuta il 18 febbraio del 3102) e quindi l’inizio del Kali Yuga.
Scriveva Yuketswara giri (“The Holy Science” 1894):
"Gli almanacchi indù non indicano correttamente che oggi [1894 d.C.] il mondo si trova nell'era del Dvāpara Sandhi. Gli astronomi e gli astrologi che compilano gli almanacchi, essendo stati fuorviati dalle annotazioni errate di alcuni studiosi di sanscrito (ad esempio Kulluka Bhatta) vissuti nell'oscura età del Kali Yuga, sostengono che la durata di tale yuga sia di 432.000 anni, che fino ad oggi (1894 d.C.) siano trascorsi soltanto 4.994 anni dal suo inizio e che ne debbano passare ancora 427.006. Una cupa prospettiva, fortunatamente inesatta! [...] L'errore degli almanacchi venne individuato da alcuni esperti dell'epoca, i quali scoprirono che i calcoli degli antichi Rishi avevano fissato la durata di un Kali Yuga in soli 1.200 anni. Ma poiché il loro “intelletto non era ancora sufficientemente evoluto, essi riuscirono soltanto ad individuare l'errore, ma non le cause che lo avevano determinato. Per risolvere il problema partirono dall'ipotesi che i 1.200 anni della durata effettiva del Kali Yuga non corrispondessero ai normali anni della nostra terra, ma andassero intesi come altrettanti anni divini (daiva, ovvero "anni degli Dèi"), suddivisi in 12 mesi daiva, ciascuno di 30 giorni daiva; un giorno daiva corrispondeva quindi a un normale anno solare della nostra Terra. Pertanto, secondo il parere di quegli esperti, i 1.200 anni del Kali Yuga equivalevano quindi a 432.000 anni terrestri.”
Yuketswara riteneva che la durata effettiva degli yuga fosse quella rappresentata dagli anni degli dei e abbozzò una struttura temporale ispirata al cosiddetto “Anno Platonico” occidentale.
Per Yuketsvara il kali yuga era cominciato nel VI secolo a.C (periodo in cui riteneva possibile fossero avvenuti gli eventi narrati nel mahābhārata) e si sarebbe conclusa dopo 1.200 anni, tra il VI e il VII secolo d.C.
In quel periodo sarebbe cominciato un Kali Yuga ascendente sempre della durata di 1.200 anni che avrebbe avuto termine più o meno all'epoca del cosiddetto “Rinascimento bengalese” (XIX secolo).
Adesso saremmo, per Yuketsvara nell'età del bronzo “ascendente” che continuerà per altri due millenni prima di lasciare il passo all'età dell’argento ascendente (3.600 anni) e infine all'età dell’Oro ascendente (4.800 anni) alla quale seguiranno una nuova età dell’oro (stavolta discendente) una nuova età dell’argento ecc.fino a costituire un ciclo cosmico di 24.000 anni.
Le teorie di Yuketsvara nascevano, come si è detto, dal tentativo di mettere d’accordo l’astrologia tradizionale indiane con il concetto occidentale di “Anno Platonico”.
L’Anno Platonico o “Anno Perfetto” è l’effetto della “precessione degli equinozi”, un fenomeno intuito da Platone e misurato per la prima volta da Ipparco di Nicea nel II secolo a.C.
L’equinozio di primavera è il momento in cui il sole sorge esattamente dall'Est celeste, ed è facilmente riconoscibile in quanto il giorno e la notte hanno una identica durata ed Ipparco per primo chiamò “Ariete” l’insieme di stelle nel cui campo il sole “dava l’impressione” sorgere il primo giorno di Primavera.
Il gruppo di stelle che chiamiamo “Costellazione dell’Ariete” ad ogni equinozio di primavera sembra abbassarsi sempre di più verso l’orizzonte.
Si tratta dello spostamento dei poli celesti rispetto all'eclittica sulla quale si immagina che giacciano le costellazioni, in ragione di 1° ogni 70-72 o a volte 73 anni.
La precessione degli equinozi porta ad uno slittamento apparente, in senso orario, della posizione delle cosiddette stelle fisse per cui, ad esempio, il polo nord celeste, indicato oggi dalla stella Polare (Polaris), tra più o meno 13.000 sarà indicato dalla stella Vega. e tra circa 25.900 anni tornerà ad essere indicato dalla stella Polare.
Per dare un’idea se al tempo di Cristo il sole all'alba del primo giorno di primavera sembrava sorgere nella costellazione dell’Ariete, al giorno d’oggi sorge nella costellazione dei Pesci, così come 4.000 anni fa sorgeva nel segno del toro, 6.000 anni fa in quello dei Gemelli ecc. ecc.
La modificazione apparente della posizione del Sole il primo giorno di primavera in occidente dà luogo alle 12“Ere” - come l’era dell’Acquario – una per ogni segno zodiacale.
Visto che le stelle si spostano – sempre apparentemente – di un grado ogni 70-72 anni, approssimando si dice che ogni era ha la durata di 72 anni per 30°= 1.260 anni per cui dopo 12x1.260=25.920 anni le stelle occuperebbero, dal punto di vista dell’osservatore terrestre, la stessa posizione.
I dati non sono precisi, l’Anno Perfetto può giungere dopo 25.700 o 25.800 o 26.000 anni, ma si tratta di un fenomeno così affascinante da aver dato luogo a varie credenze come la new Age (che sarebbe l’età dell’Acquario, cominciata secondo i massoni, se non sbaglio nel febbraio 1950).
Yuketswara adattò la teoria degli yuga al fenomeno della precessione degli equinozi creando un “Ciclo” di 24.000 anni.
Tenendo conto che nei suoi scritti prendeva come riferimento, probabilmente il calendario indiano che vede l’anno 0 nel 72 d.C. avremo questa organizzazione temporale in 24.000 anni:
-       Età dell’Oro discendente – 4.800 anni dall’8400 a.C. al 3600 a.C.
-       Età dell’Argento discendente – 3.600 anni -  dal 6600 a.C. al 3000 a.C.
-       Età del Bronzo discendente – 2.400 anni – dal 3000 a.C. al 600 a.C.
-       Età del ferro discendente - 1.200 anni – dal 600 a.C al 600 d.C.
-     Età del Ferro discendente - 1.200 anni - dal 600  al 1200 era cristiana.
-       Età del Bronzo ascendente – 2.400 anni – dal 1200 d.C. al 3600 d.C.
-       Età dell’Argento ascendente – 3.600 anni – dal 3600 d.C. al 8200 d.C.
-       Età dell’Oro ascendente – 4.800 anni – dal 8200 d.C. al 13000 d.C.
Il punto più alto della civiltà umana secondo Yukeswara si sarebbe raggiunto tra il 12.000 e l’11.000 a.C. Nel 600 d.C., epoca in cui sarebbe morto Kṛṣṇa, ci sarebbe l’inizio di un nuovo ciclo storico che dovrebbe portarci ad una nuova età dell’Oro.
Sui rapporti di questa teoria con i dati scientifici sarebbe molto da dire:
Nel 1894 il fenomeno della precessione degli equinozi era un fatto acclarato e l’idea di cicli temporali di 24.000 anni (o di 15.000 come avevano azzardato i greci ai tempi di Platone) non ha nessun genere di fondamento. L’anno solare poi, non dura 360 giorni come stabilità dagli antichi astrologi indiani, ma una media di 365,256363051 giorni per cui “la spaventevole simmetria” dei cicli cosmici indiani è tale solo sulla carta.
Probabilmente la teoria degli Yuga riguarda la realtà dei riti e dei sacrifici, e nel rito si crea non un immagine realistica dell’universo, ma una sua rappre-sentazione artistica.

Che tale rappresentazione artistica possa avere degli effetti sulla psiche e possa portare, nella particolari condizioni in cui si svolge il rito, il praticante a stati più elevati o comunque diversi di coscienza è possibile, o addirittura probabile, ma crediamo, opinione personale, che non si debbano prendere i dati di Yuketswara per realtà storica e scientifica.









[1] Ogni numero superiore a 1 moltiplicato per 9 dà come risultato un numero a più cifre addizionando le quali si finisce per avere come risultato 9. Esempio: 432x9=3.888; 3+8+8+8=27; 2+7=9.


venerdì 20 dicembre 2019

LA SCIENZA DELLO YOGA (2) - PERCEZIONE DELLE ENERGIE SOTTILI


Dopo la pubblicazione del mio post sul prāasayama - LA SCIENZA DELLO YOGA (1) -
 ho avuto uno scambio di opinioni con un altro insegnante, M.T.

Dalla nostra discussione mi è parso di capire che molti di coloro che parlano di energie sottili - kuṇḍalinī, vāyu, prāṇa – in realtà non le hanno mai percepite.

Ciò che definiamo “energia sottile” non è la vaga sensazione o l’onnipresente, e non descrivibile, energia cosmica della new age, ma un qualcosa di reale, oggettivo, che sta alla base della pratica dello haṭhayoga.

Senza la percezione delle energie sottili diventa difficile, se non impossibile, comprendere pienamente la pratica degli āsana e delle mudrā, perché la “valenza operativa” dello yoga consiste sulla possibilità di intervenire sul sistema linfatico, il sistema circolatorio, il sistema nervoso e il sistema endocrino, per mezzo di una serie di tecniche che necessitano, appunto della percezione e dell’utilizzazione delle energie sottili.

Le tecniche respiratorie – apnea, inversione o comunque alterazione del ciclo nasale, allungamento delle fasi di inspirazione o di espirazione o entrambe ecc. - servono per mutare la chimica del corpo.

L’espirazione forzata chiamata kapālabhātī, ad esempio è finalizzata alla diminuzione della percentuale di CO2 nel sangue inducendo nel praticante lo stato detto “ipocapnia”.

I sintomi della ipocapnia indotta da kapālabhātī sono:
1.     Riduzione della frequenza del respiro;
2.     Accelerazione della frequenza cardiaca;
3.   Leggera alterazione cerebrale con vaso costrizione e produzione di effetti visivi anomali.
4.     Insorgere di uno stato di eccitazione mentale o di leggera ansietà.

Un altro esercizio respiratorio molto praticato nello yoga è bhastrika che consiste in veloci inspirazioni ed espirazioni forzate.
In questo secondo caso alla diminuzione della concentrazione di CO2 si accompagna la diminuzione della concentrazione di ossigeno nel sangue.

Visto che nel corpo umano la necessità di assumere ossigeno viene indotta dall'aumento della percentuale di anidride carbonica, essendoci poca CO2 nel sangue il praticante non sentirà la necessità di inspirare più profondamente e sperimenterà i sintomi di una leggera “ipossia”, ovvero di una diminuzione della percentuale di ossigeno nel sangue.

I sintomi dell’ipossia sono:
1. Progressivo abbassamento della frequenza dei battiti cardiaci (dopo un iniziale aumento);
2.  La diminuzione del metabolismo, con una sensazione di tranquillità e sonnolenza:
3. La sensazione di leggera ebrezza (successiva alla sonnolenza) con distorsioni percettive;
4.  Restringimento del campo visivo.

L’apnea forzata, assai utilizzata anche in molti esercizi respiratori di base (esempio:si inspira in 4 tempi, si trattiene l’aria per 64 tempi e si espira per 16 tempi) provoca infine ipercapnia, ovvero un aumento della percentuale di anidride carbonica, con l’insorgere di un leggero stato di letargia, ovvero:
1.     Sonnolenza;
2.     Scarsa reattività agli stimoli esterni;
3.     Diminuizione dell’attività mentale.

È ovvio che questi esercizi vanno praticati con cautela e vanno appresi da istruttori esperti che, se sono autentici haṭhayogin, saranno consci delle possibili utilizzazioni degli effetti di ipocapnia, ipossia e ipercapnia.

L’aumento della percezione della propria vitalità, gli effetti luminosi, o sonori, che portano il praticante a portare l’attenzione “all'interno del proprio corpo”, il rilassamento e la diminuzione di attività psichica che predispongono alla meditazione possono essere indotti negli allievi al fine di migliorare il loro rapporto con il corpo, aumentando le capacità di “ascolto interiore”, ridurre il livello di stress e permettere loro di usufruire della pratica fisica per migliorare innanzitutto il proprio stato di salute.

Ma, ovviamente, collegare gli stati indotti dalle tecniche respiratorie a pratiche e credenze religiose può al contrario, secondo me, portare degli effetti negativi, con l’insorgere di disturbi cognitivi e fisici di vario genere.
La sensazione di piacevolezza derivante da una seduta di meditazione o da una riuscita pratica di prāṇāyāma, dipendono dall'alchimia del corpo umano, e non, ad esempio, dalla fede in un guru o in un maestro spirituale.

Un conto è, per esempio la preghiera, intesa come atto di devozione, un altro è quello di affrontare gli esercizi dello yoga alchemico – elaborazione medioevale del sapere vedico – animati dalla fede cieca.

Un ricercatore conscio del lavoro “alchemico” che sta facendo, riuscirà a rendersi conto dei limiti cui può spingersi con se stesso o con gli allievi, durante la pratica di esercizi non esattamente innocui come le tecniche di prāṇāyāma.

Un devoto animato da fede cieca potrebbe da un lato invece avere il desiderio di spingersi oltre i limiti stabiliti dalla propria anatomia e dal proprio stato di salute, dall'altro potrebbe arrivare a collegare ad esempio, le distorsioni percettive causate dalla diminuzione della percentuale di ossigeno, con visioni celestiali o messaggi di esseri di altre dimensioni.

Per ciò che riguarda gli āsana bisogna essere coscienti che i tratta in genere di tecniche per favorire il flusso dei cinque principali fluidi del corpo umano:
-         Sangue venoso;
-         Sangue arterioso;
-         Linfa;
-         Liquido sinoviale;
-         Liquido cefalo-brachidiano o cerebro-spinale .

Di questi il più importante dal punto di vista yogico è la linfa, detta un tempo “sangue bianco”, che grazie all'enorme diffusione di vasi linfatici nel corpo umano interagisce con tutti gli altri fluidi corporei.

Gli effetti piacevoli riscontrati dopo una buona pratica di haṭhayoga sono attribuibili in gran parte al miglioramento della circolazione dei fluidi corporei.

L’aumento della scioltezza articolare ad esempio, sarò dovuto in genere, alla migliore distribuzione del liquido sinoviale.

Avete fatto caso alla facilità con cui, durante un’intensa, e ben condotta, pratica di yoga, “scrocchiano” le vertebre e le articolazioni?
Lo “scrocchio” è dovuto all'esplosione di bolle d’aria contenute nel liquido sinoviale.
Quando le due estremità di un articolazione sono mal disposte o comunque sottoposte ad una eccessiva pressione, il liquido sinoviale – responsabile della scioltezza articolare – è mal distribuito e ristagna, creando delle bolle d’aria.
Allungando le due estremità dell’articolazione con gli esercizi yoga si crea una zona di “vuoto”, le bolle scoppiano e l’articolazione, dopo il crack, ritorna al suo stata naturale.

Per far vuoto tra le due estremità dell’articolazione si dovrà lavorare sul processo di contrazione e rilassamento dei muscoli, processo legato indissolubilmente alla circolazione del liquido linfatico.

Il flusso linfatico a sua volta dipende dal funzionamento dei diaframmi (diaframma toracico, diaframma urogenitale, diaframma della sella turcica ecc.) delle vere e proprie pompe che hanno la funzione di regolare la pressione delle zone in cui si trovano in genere i gruppi di linfonodi.

La linfa non si muove autonomamente nel corpo, ma ha bisogno di una sollecitazione esterna. La pressione all'interno dei vasi linfatici è assai bassa, per cui di fronte ad una resistenza causata da una contrazione muscolare o a una rigidità dei diaframmi crea a sua volta dei ristagni.

La maggior parte degli āsana sono finalizzati all'aumento della pressione nei canali linfatici tramite la riduzione delle tensioni presenti nel sistema fasciale, strettamente connesso all'asse dei diaframmi.

Il movimento fisico, i bandha, l’uso di manipolazioni e la respirazione “consapevole” tipici delle tecniche yoga, aumentano la pressione nei vasi linfatici favorendo la circolazione della linfa e, di conseguenza, di tutti i fluidi corporei e del sistema endocrino.

L’altro sistema su cui lavora lo Yoga è il sistema nervoso, e si suppone che uno yogin sviluppi a tal punto le capacità percettive da riuscire ad avvertire il passaggio delle informazioni elettrochimiche dalla periferia al cervello (funzione afferente dei nervi) e dal cervello alla periferia (funzione efferente)

Lo haṭhayogin in altre parole deve padroneggiare la tecnica dell'ascolto interiore (che non ha niente a che vedere con l'esame di coscienza o l'auto-analisi!), spostando l'attenzione della mente sulla percezione interna o enterocettività fino a sviluppare progressivamente una sensibilità "febbrile" per le percezioni tattili in modo da percepire lo scorrere dei fluidi corporei, il loro stagnarsi, e addirittura lo scorrere delle informazioni lungo i nervi.

Sono queste le energie sottili di cui si parla nello Yoga: I fluidi corporei e le correnti di informazioni nervose.

Il vero yogin dovrebbe essere in grado di percepire la quantità di ossigeno (prāṇa), azoto ecc. che circola nel suo corpo, il flusso del liquido linfatico o quello del liquido cerebro spinale, e dovrebbe conoscere le tecniche per aumentare o diminuire la percentuale dei gas e la velocità dei fluidi corporei e gli effetti che tali mutamenti hanno sul corpo.

Il primo passo per la corretta pratica dello yoga sarà quindi, come abbiamo detto, quello di sviluppare l’ascolto interiore inteso come percezione delle energie sottili, una specie di tatto interno.

All'inizio si sentiranno dei leggeri formicolii, sensazioni di caldo e freddo che si spostano da una parte all'altra del corpo ecc. In seguito si diventerà in grado di percepire la circolazione dei fluidi come vibrazioni, imparando a distinguerne il ritmo e la direzione.


Si tratta di un lavoro di base che, a quanto mi è dato di capire (ma spero di essere in errore) non viene fatto in tutti i corsi e le scuole.
Ho pensato pensato quindi di pubblicare la descrizione alcuni esercizi sulla percezione delle energie sottili che di solito propongo ai nostri allievi.

ESERCIZI DI PERCEZIONE DELLE ENERGIE SOTTILI


Le tecniche per imparare a percepire le energie sottili si basano  su azioni fisiche (digito pressione, massaggio a sfregamento, massaggio percussione) unite al controllo/ascolto della respirazione.

A volte si fa uso di visualizzazioni, emissione di suoni e di un particolare uso del dialogo interiore simile a quello del Training Autogeno di Schultz.

Facciamo un esempio pratico (le varianti sono moltissime):

-         In piedi o seduti in una posizione comoda si scuotono le mani e le braccia per attivare la circolazione sanguigna;
-         Si rilassano le spalle ruotandole avanti ed in dietro, sollevandole e facendole cadere ripetutamente;
-         Quando le mani e le braccia sono "calde" con le dita della mano destra (o il contrario, di solito si considera la mano destra maschile e la mano sinistra femminile) si preme l'unghia del pollice sinistro inspirando e si allenta la presa espirando;
-         Si ripete un certo numero di volte (in genere nove o un multiplo di nove) fin quando non si avverte nel pollice una sensazione "diversa" (sembra più leggero o più pesante o più caldo o più freddo...);
-         Si ripete con ciascun dito della mano sinistra;
-         Poi si preme il centro del palmo della mano con le stesse modalità;
-         Si valuta la differenza tra la "sensazione" della mano sinistra e la sensazione della mano destra e si passa alla visualizzazione;
-         Si immaginano le ossa della mano sinistra (quella "sensibilizzata") con più precisione possibile, come se le si disegnasse nella mente;
-         Inspirando si immagina che le ossa vengano compresse da una fascia elastica ed espirando si "lascia la presa";
-         Proseguendo si immagina che le ossa divengano sempre più morbide ed elastiche;
-         Dopo un po’ si dovrebbe avvertire un formicolio e/o un senso di pesantezza e/o un aumento di calore e/o punture di spillo ai polpastrelli ed al centro del palmo;
-         Si valuta la differenza con la mano non sensibilizzata e quindi si ripete l'operazione con l'altra mano:
-         Per "aumentare" la sensazione si possono unire i palmi delle mani davanti al petto (con i gomiti rilassati e le dita verso l'alto) e si può immaginare di inspirare dal palmo (immaginando un foro elastico che si apre conducendo l'aria nei polmoni attraverso le braccia) e di espirare attraverso le dita;
-         Dopo nove o multipli di nove (fino a 108) respirazioni, si allargano lentamente e dolcemente le mani (sembrerà, avolte, che i palmi si siano incollati tra di loro) e si pongono ad una distanza (tra loro) di tre, quattro centimetri, con le dita rivolte in avanti, orizzontalmente.
-         Si visualizza tra i due palmi una sostanza elastica ed appiccicosa: Inspirando (dolcemente, senza rumore, pensando di prendere l'aria ad un cm dalla punta del naso) immagino di volere allargare le mani verso l'esterno ma di non riuscirci (la sostanza appiccicosa le tiene ferme);
-         Espirando (dolcemente senza rumore, pensando di mandare l'aria ad un centimetro dalla punta del naso) immagino di voler avvicinare i palmi delle mani ma di non riuscirci a causa della massa elastica;
-         Dopo nove (diciotto, ventisette...108) ripetizioni si dovrebbero percepire contemporaneamente l'energia repulsiva e l'energia di attrazione.

La percezione delle due forze contrapposte nelle mani non è frutto di suggestione, ma è un "fenomeno" non casuale e ripetibile, a patto che non si abbiano delle tensioni eccessive alle mani ed alle spalle o problemi legati alla funzione afferente del sistema nervoso.

I nervi sono formati da fibre diverse chiamate efferenti ed afferenti:
Le fibre efferenti sono quelle che partono dal cervello ed arrivano alla periferia ovvero alle terminazioni nervose.
Le fibre afferenti sono invece quelle che dalla periferia arrivano al cervello.

I nervi delle zone più sensibili (mani, piedi, labbra, genitali) sono composti sia da fibre afferenti che da fibre efferenti.

La presa di coscienza - fosse pure suggestione - della possibilità di percepire contemporaneamente queste due diverse "vibrazioni"(correnti elettriche), provoca uno sviluppo della sensibilità, intesa come creazione di nuove sinapsi (reti di neuroni) e quindi come sviluppo di una sempre maggiore sensibilità.

L'esercizio della percezione delle tensioni contrapposte sviluppa il "senso interno" ovvero la capacità di "ascolto" (nella fisiologia occidentale si parlerebbe di propriocettori ed enterocettori).

Una volta sviluppata la capacità di ascolto nelle mani si può lavorare con il resto del corpo applicando il medesimo procedimento descritto per le dita e per i palmi delle mani, continuando a lavorare con le visualizzazioni e il "dialogo interiore".

Per dialogo interiore intendo esattamente il parlare (senza emettere suoni) con se stessi, scrivendo nella mente o articolando mentalmente lettera per lettera frasi "evocative" come: "le mie mani sono calde e pesanti", "la mia gola è rilassata e le parole sgorgano come acqua da una sorgente", ecc.

Facciamo adesso un esempio di "visualizzazione" abbinata al “dialogo interiore”:
-         Immagino che alla radice del naso vi sia un foro elastico (una vagina il più delle volte);
-         Inspirando immagino che l'aria entri sotto forma di luce bianca o dorata, oppure di fumo bianco, oppure di liquido piacevole alla vista e al tatto (oro liquido, miele ecc.);
-         Inspiro (dolcemente e sottilmente) e la luce d'oro (o l'elisir) penetra nel foro alla radice del naso;
-         Trattengo il fiato per un paio di secondi ed immagino che la luce si muova nel cranio illuminandolo dall'interno (e/o pulendolo dalle impurità come un getto d'acqua toglie il fango dalle scarpe);
-         Espirando "osservo" la luce che esce dal foro della fronte.
-         Continuo (9, 18…108 cicli respiratori) fin quando non avverto una sensazione "insolita" alla fronte ed alla testa: formicolii, leggerezza, calore, pressioni leggere, piacevoli e ritmiche [N.B.. se si avvertono sensazioni negative o dolorose si deve interrompere immediatamente la pratica];
-         Porto l'attenzione sulla sensazione della fronte e comincio il dialogo interiore: inspirando penso o disegno nella mente (per esempio) "LA (MIA) MENTE E' CALMA";
-         In apnea penso o disegno nella mente (per esempio) "E";
-         Espirando penso o disegno nella mente (per esempio) " RILASSATA".
-         Il tutto continuando a seguire il percorso della luce (o dell'elisir) che penetra nella mente per poi uscire e allontanarsi verso l'orizzonte.
-         Una volta constatato un cambio dello stato psicofisico (calma, aumento delle sensazioni al cranio, alla nuca, alla fronte, rilassamento dei muscoli del viso) porto l'attenzione alla gola;
-         Immagino un foro elastico (una vagina) e ripeto il ciclo di respirazioni con la visualizzazione della luce d'oro o dell'elisir.
-         Quando avvero una sensazione insolita e non spiacevole all'altezza della gola, comincio il dialogo interiore scegliendo una frase che sia per me evocativa (p.e. ”la mia gola è aperta e rilassata... le parole sgorgano come acqua da una sorgente);

In seguito passo a considerare il centro del petto con le stesse modalità ("Il mio cuore batte lento e potente") la zona dello stomaco (“lo stomaco è rilassato”, “fegato e milza sono umidi e rilassati” ecc.), la zona sotto l'ombelico (“il mio ventre è elastico e pieno di energia”) e la zona dei genitali.

Qui si può provare ad immaginare che l'aria, inspirando, entri dal glande (del pene o del clitoride) e riempia la zona dei genitali e del perineo, ed espirando si visualizza la sua risalita lungo la colonna attraverso l'osso sacro.

Il dialogo interiore deve riguardare i genitali (per esempio "i miei genitali sono caldi e pesanti"), quando si avverte un aumento di calore, formicolii, vibrazioni nella zona del basso ventre, del pene o della vagina (sensazione che viene accentuata se inspirando si “tirano su” i muscoli dell'ano) si può procedere alla visualizzazione dell’energia -corrente argentata, della stessa densità del mercurio del termometro –che sale dal sacro sino alla nuca.