mercoledì 16 ottobre 2019

LO YOGA ATEISTICO - STORIA SEGRETA DELLO YOGA


"Storia segreta dello Yoga  - I miti dello Yoga Moderno tra Scienza, Devozione e ideologia" (https://www.amazon.it/dp/1697773559/ref=rdr_ext_sb_ti_hist_1) è il frutto di una ricerca di gruppo,nella quale abbiamo cercato di contestualizzare lo Yoga, confrontando le nostre credenze e le nostre conoscenze in materia con i documenti storici, i manufatti conservati nei musei indiani e le testimonianze islamiche,greche e britanniche. Alcune delle cose che abbiamo abbiamo raccontato nel libro già le sapevamo, altre le sospettavamo, ma molte sono state sorprese assolute,alcune divertenti altre, soprattutto per me, devastanti.

Non abbiamo l'ardire di pensare che la nostra sia una verità assoluta: abbiamo cercato di lavorare in maniera scientifica, documentando tutte le nostre affermazioni (ci sono otto pagine di bibliografia) e lo scienziato si sa, tende a cambiare idea in base a nuove scoperte archeologiche o a (dimostrate) teorie scientifiche innovative, per cui- chissà...- tra qualche anno potremmo tornare sui nostri passi e riscrivere il tutto, ma,per adesso,pensiamo sia il caso di discutere tutti insieme (sto parlando soprattutto dei praticanti e degli insegnanti di yoga)sui fatti documentati che abbiamo raccolto nel libro.



Cosa c'è di tanto sorprendente in ciò che abbiamo scoperto?
Per esempio:

1) che il sanscrito - tenendo conto della sua prima attestazione scritta, metodo utilizzato dalla scienza per verificare "l'età" di una lingua -  è relativamente moderno, assai più giovane del sumero, dell'ebraico, del greco o del latino.
2) che la mitica invasione da parte  degli Arii (o Ariani o Aryani) che 5.000 avrebbero scacciato i dravidiani dalla Valle dell'Indo dando inizio alla civiltà vedica è una favola inventata da uno studioso tedesco sulla base di un poema epico persiano del X secolo. 
3) che i primi tre veda sono stati messi per iscritto tra il II e il X secolo d.C. (il quarto pare sia assai più recente).
4) che gli yogin sono i custodi delle arti marziali indiani e, da sempre, oltre a combattere in difesa della loro patria, fanno gare ed esibizioni  di lotta e di yoga acrobatico (Malla-khamb).
5) che l'etereo Kṛṣṇa era il più grande lottatore di Malla-Yuddha (una specie di "vale tudo") dei suoi tempi e conquistò il suo regno a calci e pugni.


Ma la cosa fondamentale che abbiamo scoperto è l'esistenza di due yoga diversi: uno indiano - fondato sulle tecniche e i concetti filosofici sviluppati durante il medioevo - ed uno occidentale creato sulla base del brahmoismo - un vedanta riformato ed in un certo senso edulcorato ideato da  intellettuali bengalesi del XIX secolo come Mohan Roy e Debendrenath Tagore - del cristianesimo Unitariano - un movimento religioso assai importante nel XIX secolo - e di moderne tecniche psicofisiche occidentali.

Tutte le affermazioni che facciamo sul libro sono accompagnate dalle citazioni delle fonti documentali e riteniamo che, allo stato attuale delle ricerche storiche e archeologiche, siano indiscutibili, ma ci piacerebbe confrontarci con altri praticanti di yoga e ricercatori sia sulla base di eventuali documenti a noi ignoti, sia sulla base delle altrui credenze e delle opinioni personali.

Per cominciare ci piacerebbe discutere  della natura A-teistica dello Yoga,  inteso come darśana brahminico, un dato di fatto - a parer nostro - che si scontra con molte delle attuali credenze sullo yoga.
Ci piacerebbe  che i molti . immaginiamo -praticanti che non sono d'accordo intervenissero commentando questo post sia pubblicamente che eventualmente in privato (paoloproietti.rnk@gmail.com)

LO YOGA ATEISTICO

Lo stupore che coglie noi occidentali nello scoprire le abilità marziali e atletiche di Kṛṣṇa dipende, in buona parte, dalla nostre strutture mentali; la nostra maniera di conoscere e di interpretare la realtà, ci porta, infatti, automaticamente a trasformare la storia, i miti e i simboli delle altre civiltà per adeguarli alla nostra cultura e alle nostre credenze.

La nostra tendenza alla (involontaria) mistificazione della realtà è un effetto collaterale dello sviluppo della civiltà moderna. La civiltà occidentale, si è formata negli ultimi 2.500 anni sulla base di due grandi sistemi filosofico-religiosi, il pensiero platonico e il cristianesimo.

Questi due sistemi ci hanno insegnato a conoscere la realtà principalmente attraverso gli strumenti dell’analogia e della fede, ovvero privilegiando il pensiero astratto e l’intuizione rispetto alla percezione sensoriale.

Cercheremo di essere più chiari, partendo proprio dalle definizioni di Analogia e di Fede:

L’analogia, introdotta in filosofia da Platone, è 

un rapporto di somiglianza tra alcuni elementi costitutivi di due fatti od oggetti tale da far dedurre mentalmente la somiglianza tra i fatti e gli oggetti stessi[1]

In pratica l’analogia è il concetto matematico di proporzione (se a è uguale a b, e b è uguale a c allora c è uguale a d[2]) applicato alla conoscenza della realtà, e, in quanto processo matematico, riguardante il pensiero astratto, non ha bisogno di prove tangibili, non passa cioè attraverso i cinque sensi. Per fare un esempio: 

“Se i devoti di Kṛṣṇa sono monogami e diffondono un messaggio di pace e amore come i devoti di Cristo, Kṛṣṇa sarà simile o identico a Cristo”.

La fede è invece

 “l’accettazione di una realtà invisibile, la quale non risulta cioè immediatamente evidente e viene […] accolta come vera nonostante l’oscurità che l’avvolge[3];

in altre parole è la certezza di un sentire interiore, non comprovato da dati o fenomeni percepibili. 

Fede, per fare un esempio, è l’assenza di dubbio che, porta Giovanna d’Arco a prendere le armi dopo aver sentito, solo lei, una misteriosa voce che la invita a “salvare la Francia”.

La conoscenza della realtà attraverso la fede non ha bisogno di nessuna conferma sul piano pratico, anzi, chiedere delle prove tangibili di una verità rivelata nel cristianesimo è considerato offensivo, quasi blasfemo.

In pratica, quindi, nessuno dei due strumenti di conoscenza utilizzati, quasi automatica-mente, dalla mente dell’occiden-tale, ha bisogno di prove tangibili; il che significa, anche se può parere strano, che la conoscenza della realtà, per noi occidentali, non avviene attraverso la percezione, intesa come esperienza sensoriale, ma attraverso il ragionamento astratto o un’esperienza extra-sensoriale. 

In India, al contrario, la conoscenza della realtà comincia sempre dall’esperi-enza sensoriale, come afferma Buddha in un testo chiamato Kalama Sutta:

“Credete soltanto alle cose che avete sperimentato e, dopo averle attentamente esaminate, trovato ragionevoli e in grado di fare il vostro bene e quello degli altri"[4]

E la fede, come la intendiamo noi, è vista spesso come un ostacolo alla conoscenza, come ricorda ancora Buddha nello stesso testo:

“Non credete nelle cose che vi siete immaginati pensando che fosse un dio ad ispirarvi; non credete in nulla che si basi solo sull'autorità dei vostri maestri o dei preti.”

La necessità di affidarsi all’ esperienza sensoriale diretta o a fonti scritte di cui siano comprovate la provenienza e l’autorevolezza, è presente anche negli Yoga Sūtra di Patañjali (o più precisamente “Pātañjala yoga darśana”), punto di riferimento di quasi tutte le scuole di yoga attuali:

“Per retta conoscenza si intende ciò che proviene dall’esperienza diretta, dall’inferenza e dai testi sacri.”[5]

Questo diverso approccio alla conoscenza è ciò che ci spinge a trasformare, in buona fede il significato di miti, simboli e concetti, impedendoci di comprendere completamente la tradizione indiana.

Il primo e più evidente errore che facciamo, in virtù dell’innata tendenza all’analo-gia, riguarda l’Induismo.

Noi crediamo che sia una religione strutturata come la nostra e diamo per scontato, ad esempio, che i Brahmini siano come i nostri sacerdoti, ma in realtà nella tradizione indiana non esiste neppure la parola Induismo: si tratta di un termine usato dagli europei e dagli islamici per indicare un gruppo, assai variegato, di culti dedicati a una serie di divinità, energie, o esseri umani divinizzati.

 Potremmo dire che persino il termine India è stato inventato dagli occidentali, visto che gli indiani chiamano la loro nazione Bhārata.

Se l’induismo non è una religione come la nostra neppure i brahmini possono essere comparati con i nostri sacerdoti.

I brahmini, ad esempio, non vanno in seminario per rispondere ad una chiamata divina, ma sono gli appartenenti ad una casta, nel senso che uno è brahmino perché suo padre era brahmino, così come lo erano il nonno, il bisnonno ecc.

I brahmini nell’India tradizionale sono coloro che hanno accesso ai testi sacri e vengono educati a leggerli con la corretta pronuncia e la giusta metrica, e soprattutto a celebrare i saṃskāra i sedici rituali che nell’india tradizionale accompa-gnano gli eventi principali della vita dell’essere umano, dal concepimento, alla vecchiaia e alla morte. 

È il brahmino ad occuparsi dalla preparazione del rapporto sessuale dei coniugi (allestimento del luogo in cui avverrà il rapporto sessuale, ritualizzazione dei preliminari dell’accoppiamento, 
benedizione dell’atto sessuale), ed è ancora lui ad occuparsi dei defunti (preparazione del cadavere, cremazione, raccolta delle ossa, dispersione delle ceneri e purificazione della casa considerata inquinata, sia materialmente sia emotivamente, dalla morte).

Il brahmino quindi è il custode della conoscenza tradizionale, una conoscenza alla quale ha accesso per diritto di nascita e non per vocazione o per particolari meriti o inclinazioni. Una conoscenza che si basa su un sistema di regole sociali, leggi, teorie scientifiche e cosmologie, definito Sanātana Dharma (“filosofia perenne” o “legge senza tempo”).

Il Sanātana Dharma, che noi spesso confondiamo con la nostra idea di Induismo o di Yoga, non è né una religione, né un sistema univoco di interpretazione della realtà, ma è un qualcosa che non ha eguali nella cultura occidentale, qualcosa che comprende al tempo stesso i culti degli dei, i rituali religiosi e le interpretazioni “ateistiche” delle scuole filosofiche  chiamate yoga e sāṅkhya e quelle, sia teistiche che ateistiche della scuola chiamata mīmāṃsā.

No, non è un errore di battitura: per la tradizione indiana lo yoga è ateistico[6], nel senso che non contempla la presenza di un dio creatore, ma si occupa dello sviluppo delle potenzialità umane (fisiche, psichiche, mentali) e della possibilità di raggiungere uno stato di profonda beatitudine prima della morte fisica.

Il fatto che la pratica dello yoga sia accompagnata, nelle scuole e negli ashram, da immagini sacre, preghiere, e rituali che noi definiremmo religiosi, può generare dei dubbi, ma la verità che emerge in maniere evidente dalle scritture è che lo Yoga non è una religione, ma che entrambi, yoga e religione, fanno parte del sistema onnicomprensivo definito Sanātana Dharma.

Le “scritture”[7] del Sanātana Dharma sono un numero relativamente limitato di testi, ritenuti antichissimi, ma che nella forma attualmente conosciuta, risultano essere stati composti presumibilmente tra il I e il X secolo d.C.[8]

Questi testi vengono divisi in due categorie principali: śruti e smṛti.

La parola śruti - che significa “orecchio”, “ascolto”, “audizione”, ma viene interpretata come “frutto di ispirazione divina” – indica alcune decine di testi, di epoca e provenienza diverse, contenenti racconti mitici, disquisizioni filosofiche e cosmologie, e organizzati, in base ai temi trattati, in quattro gruppi, o volumi, chiamati Veda, e detti

 “Libro degli Inni”, “Libro delle Melodie”, “Libro delle Formule rituali”, “Libro delle Formule magiche”.

Ogni volume, o gruppo è formato da una Samhitā, che sarebbe il Veda vero e proprio, e un numero variabile di Brāhmaṇa (commentari del testo principale), Āraṇyaka (manuali ad uso degli eremiti delle foreste) e Upaniṣad (che potremmo definire “testimonianze di esperienze realizzative”) alcune delle quali, denominate Yoga Upaniṣad  descrivono posizioni, tecniche di respirazione e visualizzazioni praticate ancora oggi nelle scuole di yoga.(N.B. per i dettagli e i nomi in sanscrito vedi “Appendice 2: Le scritture dello Yoga”).

Smṛti invece significamemoria”, “rimembranza” e indica sette gruppi di testi che possiamo intendere come commenti, approfondimenti e manuali di applicazione dei quattro Veda originari, chiamati:

1)    Upaveda (manuali di applicazione del sapere vedico nella vita);

2)     Śāstra (trattati sulle più importanti arti della società vedica; per esempio Nāṭya-Śāstra o trattato sulla danza, Kāma-Śāstra o trattato sull’amore ecc.);

3)    Vedanga (manuali sulle discipline necessarie alla comprensione dei Veda, ovvero grammatica, etimologia ecc.);

4)     Darśana (“punti di vista filosofici”, scuole di interpretazione del sapere vedico);

5)    Itihāsa (poemi epici)[9];

6)    Purāṇa (“racconti antichi”, una serie di narrazioni simili a fiabe dedicati a varie divinità);

7)     Āgama (generalmente una serie di manuali pratici in forma di dialogo tra divinità).

Parlare in maniere esaudiente di tutte le categorie della Smṛti sarebbe interessante, ma richiederebbe troppo tempo; ai fini della nostra trattazione crediamo però sia opportuno descrivere, per quanto sinteticamente, almeno gli Upaveda e i Darśana.

Il gruppo degli Upaveda è composta di quattro raccolte di testi che riguardano le quattro arti fondamentali della cultura vedica ovvero:

-         l’Arte del tiro con l’Arco (Dhanurveda);
-         l’Arte della Musica e della Danza (Gāndharvaveda);
-         l’Arte della Spada (Sthapatyaveda);
-         L’Arte della Medicina (Āyurveda).

Anche solo dai titoli si può comprendere quanto sia importante ciò che nel primo capitolo abbiamo definito Ginnastica, nell’India tradizionale: 

due upaveda sono dedicati alla Arti marziali, uno alla Danza e nel quarto, lo Ayurveda si trovano moltissime indicazioni riguardanti posizioni di yoga ed esercizi ginnici (definiti vyāyāma, che potremmo tradurre con “ginnastica”, o malla che significa “atleta”, “atletico”, “lottatore”).

Per ciò che riguarda Di queste “scuole filosofiche” tre, Nyāya, Vaiśeṣika. Vedānta, pur non riferendosi a culti particolari sono da considerarsi “teistiche” nel senso che contemplano l’esistenza di un dio creatore, una, Mīmāṃsā, considera entrambi le posizioni, teistica e ateistica, e due, Sāṃkhya e Yoga, non contemplano l’esistenza di un dio creatore, per cui sono definite “ateistiche”.

Non contemplare l’esistenza di un dio creatore in un sistema filosofico non significa essere atei. L’ateo non crede all’esistenza di Dio, mentre nello Yoga tradizionale, è considerato parte integrante del Sanātana Dharma, in un certo senso non ci si pone il problema.

Lo Yoga tradizionale si interessa dell’essere umano e della sua evoluzione intesa come integrazione del piano fisico, del piano energetico e del piano spirituale, a prescindere dalla religione di appartenenza e delle credenze personali: uno yogin indiano può tranquillamente essere buddhista (come Gorakhnath), islamico (come Sai Baba di Shirdi), vaiṣṇava[10] (come Krishnamacharya), śaiva[11] (come Pattabhi Jois) o śakta[12] (come Ramakrishna).

Lo Yoga tradizionale, lo ribadiamo perché si tratta di un punto importantissimo, non contempla l’esistenza di un dio creatore e non è collegato a nessuno specifico culto religioso.

Lo Yoga è un percorso finalizzato alla realizzazione  che, fino alla fine del XIX secolo, prevedeva tre varianti principali:

1)     Lo Ṣaḍaṅga Yoga, ovvero lo Yoga in sei parti decritto in un testo di Gorakhnath, il Gorakṣaśataka (Gorakshashatakam), basato su sei tipi di esercizi psico-fisici finalizzati alla “utilizzazione” dell’energia chiamata kuṇḍalinī[13]: āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra (raccoglimento in sé), dhāraṇā (concentrazione), dhyāna (meditazione), samādhi.

2)    Il Caturaṅga Yoga, ovvero lo Yoga in quattro parti descritto in un testo di un allievo di Gorakhnath, Svātmārāma, lo Haṭhayogapradīpikā, che riprende lo Ṣaḍaṅga Yoga ma divide le tecniche solo in quattro categorie, āsana, prāṇāyāma, mudrā e samādhi[14].

3)    Il Saptāṅga Yoga, ovvero lo Yoga in sette parti descritto nella Gheraṇḍasaṃhitā, testo attribuito ad un maestro chiamato Gheranda appunto, che riprende e sviluppa gli insegnamenti del Ṣaḍaṅga Yoga aggiungendoci le tecniche di purificazione dello āyurveda. Le categorie del Saptāṅga Yoga sono: sat-karmāni (purificazione del corpo), āsana, mudrā, pratyāhāra prāṇāyāma, dhyāna e samādhi[15].

Secondo le ricerche di David Gordon White[16], il Darśana Yoga si basa per almeno settecento anni (dal XII al XIX secolo) sugli insegnamenti di Gorakhnath e dei suoi discepoli: si tratta di un sistema, ripetiamo, ateistico, in cui, a differenza di ciò che accade negli altri Darśana tradizionali, il lavoro sul corpo riveste un’importanza fondamentale.
 Per dare un’idea diremo che solo nella Gheraṇḍasaṃhitā sono descritte 32 posizioni fondamentali simili a quelle utilizzate dai lottatori (alcune delle quali assai impegnative come il “Pavone” e lo “Scorpione”), 19 pratiche di purificazioni tratte dall’āyurveda e 25 mudrā simili a quelle utilizzate dai danzatori.

Alla fine del XIX secolo, in concomitanza con i viaggi di Vivekananda negli Stati Uniti, Gorakhnath e i tre sentieri dello Yoga (Ṣaḍaṅga, Caturaṅga e Saptāṅga) in pratica vengono sostituiti dallo Aṣṭāṅga Yoga, lo yoga in otto parti di Patañjali, che sino ad allora non era stato mai citato trai testi di riferimento del Darśana Yoga.

Il grande successo incontrato dagli Yoga Sūtra di Patañjali in Europa e negli USA – successo dovuto all’enorme opera di diffusione e promozione messa in atto da Vivekananda e dalla Società Teosofica -  per un effetto “di rimbalzo” consueto nella storia dei rapporti culturali tra Oriente e Occidente, rese lo Aṣṭāṅga Yoga famosissimo anche in India.

Oggi, in occidente, i termini Ṣaḍaṅga Yoga, Caturaṅga Yoga e Saptāṅga Yoga sono praticamente sconosciuti, e il nome Gorakhnath è noto solo a pochi praticanti.
Visto che abbiamo toccato argomenti di non facile lettura, crediamo sia opportuno, per cercare di fare chiarezza, mettere in evidenza alcuni punti fondamentali:

1.      L’induismo non è una religione nella nostra accezione del termine, ma un insieme di culti e rituali che fanno parte di un più ampio sistema denominato Sanātana Dharma, o “filosofi perenne”, che integra regole e concetti riguardanti la scienza, la filosofia, l’organizzazione sociale l’arte e la religione.

2.     Nell’ambito del Sanātana Dharma lo Yoga, a prescindere dalle varie accezioni del termine, in ambito filosofico indica specificamente una dottrina ateistica che propone un percorso di realizzazione spirituale che parte da un lavoro sul corpo simile o identico a quello dei danzatori, dei lottatori e degli atleti.

3.     Lo Yoga fino al XIX secolo si è basato principalmente su tre linee di insegnamento denominate Ṣaḍaṅga Yoga, Caturaṅga Yoga e Saptāṅga Yoga basate su un dettagliato lavoro fisico, ed oggi conosciute solo da pochi addetti ai lavori.

Ma perché, viene da chiedersi, Gorakhnath e il suo Ṣaḍaṅga Yoga sono scomparsi dallo Yoga occidentale? 
Perché nessuno dei suoi cento libri è mai stato tradotto integralmente in italiano?
Come vedremo non è l’unico grande maestro ad essere caduto nel dimenticatoio: in tempi più recenti Anche Gopi Krishna (il wrestler illuminato studiato da James Hillman), Yogi Buaji (morto a 120 anni a New York poco tempo fa) e Maharishi Kartikeya (morto nel 1950 a 300 anni). Può darsi che si tratti di coincidenze o può darsi che si sia deciso, per una serie di validi motivi, di diffondere al grande pubblico solo determinate scuole di Yoga.
Non abbiamo riposte in proposito e in fondo riteniamo che indagare I motivi delle “sparizioni” sia irrilevante.
Quello che possiamo affermare con certezza è che Gorakhnath, Gopi krishna, Yogi Buaji e Maharishi Kartikeya provenivano da tradizioni simili, legate strettamente alle arti marziali e alla ginnastica indiana......

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[1] G. Devoto, G.C. Oli, Il dizionario della lingua italiana, Firenze 1990.
[2] Si tratta della tecnica dalla quale deriva il metodo che usiamo per calcolare la percentuale. Ad esempio:
8:2=100: x; da cui x=25%;
Che significa: se ho un totale di 8 mele in una cesta e ne mangio 2 se ne avessi avute 100 ne avrei mangiate 25. In pratica 8 e 100 sono “uguali” in quanto considerati entrambi TOTALI (8 è il totale reale e 100 è un totale ipotetico), 2 e 25 sono considerati a loro volta uguali. È facile comprendere che si tratta di un ragionamento astratto che non ha riferimento con la realtà oggettiva: 8 non è uguale a 100 e le mele mangiate sono solo 2 e non 25.
[3] Jean Galot, La Civiltà cattolica, Roma 1982.
[4] Buddha, Kamala Sutta, traduzione di Alexandra David Neel. Questo è il brano integrale: "Non dovete credere nella forza delle tradizioni, anche se sono tenute in grande considerazione per molte generazioni e in molti luoghi; non credete in una cosa semplicemente perché molti ne parlano; non credete basandovi unicamente sulle affermazioni degli antichi saggi; non credete nelle cose che vi siete immaginati pensando che fosse un dio ad ispirarvi; non credete in nulla che si basi solo sull'autorità dei vostri maestri o dei preti. Credete soltanto alle cose che avete sperimentato e, dopo averle attentamente esaminate, trovato ragionevoli e in grado di fare il vostro bene e quello degli altri

[5] Libro I, versetto 7:
प्रत्यक्षानुमानाअगमाः प्रमाणानि ॥७॥pratyakṣa-anumāna-āgamāḥ pramāṇāni 7
Dove:
Pratyakṣa = “percezione diretta, evidenza visiva”.
Anumāna = “inferenza, considerazione, riflessione”.
Āgama[5] = “testi rivelati, i quattro veda, la śruti”.
Pramāṇāni = plurale accusativo, nominativo e vocativo di pramāṇa, retta conoscenza”.
7.        Per retta conoscenza si intende ciò che proviene dall’esperienza diretta, dall’inferenza e dai testi sacri.

[8] Si dice che i Veda, ad esempio, siano stati scritti 3.000, 5.0000 o addirittura 20.000 anni fa. Ma di fatto le più antiche copie dei Veda esistenti sono conservate nel Bhandarkar Oriental Institute di Pune, nello Stato del Maharashtra.
[9] I poemi epici sono due:
-          Il Rāmāyaṇa, un poema epico di 24.000 versi scritto da tra il IV secolo a.C. e il III secolo d.C. dedicato alle gesta di Rāma;
-          Il Mahābhārata, un poema di 200.000 versi scritto tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C. dedicato a Kṛṣṇa.
[10] Devoto di Viṣṇu.
[11] Devoto di Śiva.
[12] Devoto della Śakti, intesa come dea o come energia primordiale.
[13] Fonte:
-          David Gordon White, YOGA IN PRACTICE. Princeton University Press (2012). ISBN 978-0-691-14085-8.
-          Mikel Burley, Haṭha-Yoga: its context, theory, and practice,  Motilal Banarsidass Publications., 2000. ISBN 978-81-208-1706-7.
[15] Fonte:
-          Op. Cit. Mikel Burley, Haṭha-Yoga: its context, theory, and practice, Motilal Banarsidass Publications. 2000. ISBN 978-81-208-1706-7.

[16] David Gordon White (Pittsfield, 3 settembre 1953), storico delle religioni statunitense è uno dei più conosciuti esperti di letteratura yoga viventi
Laureato in hindi presso la Hindu University di Benares, si è alla École Pratique des Hautes Études, a Parigi, negli anni 1977-1980 e 1985-1986. Nel 1988 si laurea in Storia delle Religioni presso la University of Chicago. Attualmente è docente di studi religiosi alla California University di Santa Barbara.

domenica 6 ottobre 2019

VANDE MATARAM - STORIA SEGRETA DELLO YOGA




Quello che segue è un estratto del primo capitolo di "STORIA SEGRETA DELLO YOGA - I Miti dello Yoga Moderno tra Scienza, Devozione e Ideologia", il libro che ho scritto questa estate in collaborazione con Andrea Pagano, Laura Nalin, Nunzio Lopizzo, Andrea Ferazzoli e Alex Coin.

"Storia Sereta dello Yoga" è il frutto di una ricerca cominciata, a dir la verità, nel 2007 con Andrea Pagano e i "fratelli del Gruppo Yoga Vedanta". Il nostro intento era quello di far luce ad alcune incongruenza che avevamo notato nei nostri studi: strane lacune, date che non tornavano, maestri misteriosamente scomparsi dalle librerie e dalla memoria degli yogin. Ricordo ad esempio i nostri - miei e di Andrea - tentativi di recuperare i libri Goraksha, il maestro dei maestri quasi sconosciuto in Occidente, oppure la strana vicenda di Dattatreya, ufficialmente yogin mitico vissuto, forse, 12.000 anni fa e a quanto scoprimmo, maestro medioevale autore degli Yoga Shastra, secondo alcuni la "Bibbia dello Yoga", mai tradotti in una lingua occidentale, o la ancora più strana storia di Dhirendra Brahmachary, considerato in India più grande maestro di Yoga del XX secolo,maestro di Yogi Bhajan e Indira Gandhi nonché istruttore, nel 1960, degli astronauti russi: i suoi libri o addirittura le notizie sulla sue vita, in occidente, sembravano svanite nel niente.
 Le domande senza risposta erano molte e molte le stranezze, poi finalmente, grazie al nuovo Team e, forse, anche al desiderio, delle università e dei ricercatori indiani, di cominciare a diffondere la "vera" storia dello Yoga Moderno, fatti, notizie e documenti sono emersi dai musei e dagli scaffali delle biblioteche indiane, e adesso siamo qua, con un'idea dello Yoga completamente diversa da quella che avevamo fino a pochi anni fa.
Anzi di uno Yoga diverso, né peggiore né migliore da quello che credevamo,semplicemente diverso. ,ma che ci restituisce appieno,  lo spessore di alcuni dei più grandi  maestri e  intellettuali indiani del XIX secolo, che non solo ci hanno donato lo Yoga Moderno, ma hanno sacrificato la loro vita alla causa di Bharati Mata, la Grande Madre India. Questo libro è dedicato a loro ai "Fighters of Freedom" come swami Vivekananda, Debenedrath Tagore, Aurobindo Goshe, Mohan Roy di cui solo oggi abbiamo compreso, appieno la grandezza.


Presentazione: Cosa è lo Yoga?



1 Gara di Mallakhamb, lo Yoga aereo indiano, il Mallakhamb è un antichissimo sport basato sugli allenamenti dei lottatori. Fonte: https://www.pinterest.it/pin/28429041370982938/ 


Ai nostri giorni con il termine Yoga si intendono una serie di attività che, pur vantando la medesima matrice culturale e condividendo terminologia, simbologia e riferimenti letterari, appaiono, ai non addetti ai lavori, come discipline affatto diverse.
In genere, banalizzando un po’, possiamo individuare quattro tipi di Yoga: 
1)    Uno Yoga fisico, basato principalmente su posture statiche, sequenze coreografiche ed esercizi respiratori (Haṭhayoga, Vinyāsa Yoga, Ashtanga Yoga ecc.);
2)    Uno Yoga intellettuale, basato su un tipo di speculazione simile, nelle modalità, a quella proposta in occidente dalla filosofia platonica, dalla teologia cristiana e dalla filosofia tedesca del XIX secolo (Jñāna Yoga);
3)    Uno Yoga religioso o devozionale che si propone di entrare in contatto o addirittura immedesimarsi con una particolare forma della divinità (Śiva, Viṣṇu, Kṛṣṇa…) e riprende, almeno in parte, forme e contenuti della religione cristiana e delle moderne correnti spirituali nate con la New Age (Bhakti Yoga e Karma Yoga);
4)    Uno Yoga “psicologico” che utilizza tecniche e modalità assai simili a quelle utilizzate dalle moderne scuole occidentali di derivazione freudiana o junghiana (New Gestalt, Costellazioni Familiari, PNL ecc.) o dalle moderne interpretazioni degli insegnamenti buddhisti (Mindfulness).
Questi quattro tipi di Yoga spesso sono mescolati o integrati tra loro, alcune volte sono rigidamente separati, altre ancora sono in aperto conflitto. Negli anni scorsi non era raro assistere a confronti anche accesi in cui i rappresentanti delle varie scuole si trovavano ad affermare reciprocamente la maggior aderenza del “loro Yoga” alla cosiddetta “Tradizione”, ma in genere le diverse interpretazioni dottrinali venivano tollerate, all’insegna del motto “lo Yoga è unione”.
Poi nel 2018, in Italia, l’idea di definire lo “Yoga fisico” “Ginnastica Yoga” e soprattutto, la decisione di organizzare delle competizioni per yogin –le Yoghiadi – hanno provocato una serie infinita di polemiche e aspri dibattiti. In alcuni casi si è arrivati ad accusare apertamente gli organizzatori delle gare di “tradimento dello spirito dello Yoga”.
Le motivazioni che hanno spinto non pochi praticanti ed insegnanti a reagire tanto duramente all’iniziativa delle Yoghiadi si possono riassumere in una frase:
“Il fine dello Yoga è la realizzazione del Sé”.
Da un certo punto di vista è ineccepibile: per realizzazione del Sé si intende l’annullamento dell’ego, con il disciogliersi dei desideri e della volontà di affermare la propria individualità in un Ente superiore–sia esso un dio, l’energia cosmica o l’anima universale – tutto ciò che coltiva lo spirito agonistico e la volontà di primeggiare è decisamente fuori luogo.
Per la maggioranza dei praticanti occidentali, soprattutto in Italia, le caratteristiche distintive di un yogin sono la non violenza, l’amorevolezza e la tolleranza, caratteristiche impossibili da coniugare con la competitività e con la voglia di primeggiare. Provate a immaginare un sadhu[1] magro come un’acciuga, che fa le flessioni sulle braccia per allenarsi prima di una gara di Yoga acrobatico, o uno swami[2] in perizoma, con il corpo unto di olio di sesamo, che, gridando “shanti, shanti shanti![3]”, tenta di strangolare un avversario in un incontro di lotta: sicuramente vi verrà da sorridere.
Questo dipende dal fatto che in Occidente uno yogin-atleta o, addirittura, uno yogin-guerriero sono una contraddizione in termini, un’immagine così paradossale da essere utilizzata nelle vignette satiriche o negli spettacoli comici. Un’immagine che però non corrisponde alla realtà dei fatti, ma è frutto di una conoscenza parziale della storia e della cultura indiane.
La verità, sospettata da molti e nascosta da alcuni, è che l’insegnamento di quello che in occidente è definito Yoga tradizionale, è frutto di un processo di trasformazione, o addirittura di mistificazione, operato negli ultimi 120 anni e legato agli avvenimenti che hanno condotto alla nascita dell’India moderna.
Nel corso della ricerca che ha condotto alla pubblicazione di questo libro abbiamo tentato di contestualizzare lo Yoga ponendolo nell’ambito in cui è nato e si è evoluto; per prima cosa abbiamo confrontato le informazioni in nostro possesso, ovvero quelle contenute nei testi di Yoga più noti e quelle provenienti dagli insegnamenti dei nostri maestri, con le fonti documentali e iconografiche, sia islamiche sia indiane sia greche.
Quasi immediatamente sono emerse inspiegabili incongruenze e coincidenze a dir poco singolari, e alla fine, dietro il velo dei miti, delle credenze e delle supposizioni ha cominciato ad affiorare una storia dello Yoga assai diversa da quella che spesso ci raccontano in Occidente.
Per capire la portata della manipolazione o comunque della non corretta informazione, basta prendere alcune immagini facilmente reperibili nei musei e nei siti web che si occupano di arte e storia dell’India.
Nell’immagine seguente ad esempio possiamo vedere la prima pagina del Malla Purāṇa, “L’antico racconto dell’atleta”, conservato al Bhandarker Oriental Research Institute di Pune. Si tratta di una copia risalente al 1731 di un documento probabilmente antichissimo (alcuni parlano del XII secolo) diviso in diciotto capitoli che descrivono con grande precisione la dieta, i rituali e le tecniche di allenamento di un lottatore professionista dell’India antica.


2 Frammento del Malla Purāṇa, l’antico racconto dell’atleta” conservato al Bhandarker Oriental Research Institute di Pune. Fonte https://www.grapplearts.com/the-ancient-vale-tudo-of-india-vajramushti/

In Occidente il Malla Purāṇa, a quanto ne sappiamo, non è mai stato pubblicato, e le prime notizie che lo riguardano si devono a Norman E. Sjoman, che ha avuto modo di studiarlo negli anni ’90.
Norman, uno studioso canadese laureato in sanscrito all’Università di Pune, praticante di Yoga Iyengar, in un libro pubblicato in India nel 1996, “The Yoga Tradition of the Mysore Palace[4], parla delle affinità tra gli esercizi del Malla Purāṇa e lo Yoga moderno, citando il “Saluto al Sole” ed una serie di diciotto āsana (posture) praticati ancora oggi nelle scuole di Yoga, che sarebbero descritti nell’antico manuale.


3 Quattro Brahmini e una giovane donna si allenano nei pressi di un tempio. Illustrazione settecentesca di un testo del XII secolo. Fonte: https://twitter.com/SchoolVedic/status/1000729650794934275

Già queste scarne notizie per noi sono di grande interesse, perché rivelano:
1)    L’esistenza di atleti professionisti nell’India antica;
2)    L’assenza, al contrario di ciò che pensiamo comunemente in Occidente, di una linea di demarcazione tra Yoga e Sport.

Ma il “Purāṇa dell’Atleta” ci riserva ben altre sorprese: innanzitutto è un libro rivelato da Kṛṣṇa ad una jāti (“famiglia”, “clan”) di Brahmini, e quindi può essere considerato un testo sacro, ovvero apauruṣeya, parola sanscrita che significa “non di origine umana”; In secondo luogo la jāti che lo ha custodito gelosamente per secoli, tramandandolo di padre in figlio, è quella dei brahmini Jyesthimalla, famosi almeno dal medioevo come atleti, guardie del corpo e guerrieri[5].

Visto che i brahmini sono, per noi, l’equivalente dei sacerdoti cristiani, facciamo fatica a credere ad un prete ginnasta o un prete guerriero, ma approfondendo le ricerche abbiamo scoperto che si tratta di figure tutt’altro che rare in India: si chiamano āyudhajīvin, parola che significa letteralmente “vivere con le proprie armi”.


4 Due brahmini impegnati in un incontro di lotta. Dai simboli disegnati sulla fronte si intuisce che si tratta di un prete shivaita (a sinistra) e di un prete vaishnava (a destra). Fonte: https://citytoday.news/vajramushti-kalaga-to-begin-in-a-while/


C’è una notevole differenza tra l’India reale e quella che ci insegnano nelle scuole di Yoga, e in certi casi nelle università, e i Jyesthimalla ne sono la prova vivente.
Abbiamo scritto vivente perché le scuole di lotta dei Jyesthimalla sono ancora attive nel Gujarat, nel Rajastan a Mysore e a Hyderabad, nel Telangara. Se ne visitassimo una le polemiche che si sono accese in Occidente sulla differenza tra Yoga e Sport probabilmente svanirebbero come neve al sole, perché potremmo vedere dei brahmini (i custodi della tradizione spirituale) che si allenano secondo le tecniche antiche, mescolando tranquillamente i riti alle divinità, le posture dello Yoga, la meditazione, il malla-khamba (lo Yoga aereo) e la ginnastica callistenica.
Ma andiamo avanti: l’immagine che segue è la copertina di una pubblicazione del 29 settembre del 1907. In basso si può vedere il nome di Aurobindo Ghose, uno dei maestri spirituali più famosi del ‘900, creatore dello “Yoga Integrale”. Il titolo Bande Mataram (Vande Mātaram in sanscrito)fa riferimento a una canzone presente in un romanzo del 1882, “Anandamath”, del poeta bengalese Bankim Chandra Chatterjee e nel film quasi omonimo – Anand math – girato nel 1952 dal regista indiano Hemen Gupta.




Vande Mātaram si può tradurre con “Salute a te Madre divina” e se leggiamo il testo, a prima vista pare uno dei molti canti devozionali che siamo abituati a sentire nelle scuole Yoga e negli Ashram:
“[…] Tu sei Durgā, Signora e Regina. Con i tuoi pugni pronti a colpire e la tua spada di luce. Tu sei Lakshmi seduta sul trono di Loto […]”.
Anandamath invece significa “Monastero della beatitudine”.
Nessuno di noi sinceramente, può trovare strano il fatto che un maestro di Yoga (Aurobindo, considerato un realizzato in vita dai suoi discepoli) sia collegato a un canto devozionale (“Salute a te Madre Divina”) e ad un racconto che parla di un “Monastero della Beatitudine”, ma il nostro punto di vista può cambiare repentinamente se scopriamo che:

1)    Vande Mātaram è “l’inno dei Combattenti della Libertà indiani” dichiarato dal governo, nel 1950 “Canzone Nazionale”, l’equivalente del “Va’ pensiero” per i patrioti risorgimentali o di “Bella Ciao” per i partigiani.
2)    La Madre Divina del titolo, chiamata anche Durgā o Lakshmi, non è la Madonna o la Dea madre, ma specificamente la Grande India.
3)    Il Monastero del racconto, Anandamath, è il covo di uno dei gruppi di sannyasin – in sanscrito saṃnyāsin - che, dopo la grande carestia bengalese del 1770, terrorizzarono gli inglesi con le loro azioni di guerriglia.

L’inno Vande Mātaram (o Bande Mataram) ha svolto un ruolo vitale nel movimento per l'indipendenza indiana. Fu cantato per la prima volta in un contesto politico da Rabindranath Tagore nella sessione del Congresso nazionale indiano del 1896[6].
Nel 1905 divenne la canzone simbolo dell’attivismo politico e del movimento di libertà indiano, intonata in tutte le riunioni politiche e nelle manifestazioni di strada[7] e Sri Aurobindo la definì "Inno nazionale del Bengala"[8]. Sia la canzone che il romanzo che narrava la gesta dei sannyasin - l’Anandamath - furono banditi dal governo britannico, e molti patrioti finirono nelle carceri coloniali solo per aver cantato il Vande Mātaram o aver diffuso il libro. Il divieto fu annullato solo con l’indipendenza dell’India, nel 1947.

Nel 1950 Vande Mātaram - depurata dei riferimenti alle divinità Hindu per non offendere i patrioti islamici - fu dichiarata la "canzone nazionale" della Repubblica dell'India[9]




Difficilmente sui libri di storia occidentali troverete traccia dei guerriglieri descritti nell’Anandamath: il primo studio pubblicato in occidente, a quanto ci risulta, è un saggio del 2005, pubblicato dalla Oxford University Press, intitolato “Anandamath, o La Sacra Confraternita” Gli inglesi definivano i patrioti sannyasin “Banditi”, esattamente come gli occupanti nazisti definivano i partigiani italiani e francesi, e li accusavano di atti di delinquenza comune, ma nei libri di storia indiani la loro lotta, è celebrata come l’inizio della Guerra d’Indipendenza, e viene definita “The Sannyasin Rebellion”, la rivolta dei sannyasin.

Dato che saṃnyāsin in sanscrito significa “rinunciante”, e indica lo yogin che si ritira nella foresta per dedicarsi alla meditazione e alla ricerca dell’unione con Dio, chi ha una conoscenza non superficiale dello Yoga, penserà, quasi sicuramente ad un equivoco - “Come è possibile che uno yogin si impegni in azioni di guerriglia, agguati e atti terroristici?” - ma basta fare una ricerca sulle poche pubblicazioni in lingua inglese dedicate ai “Combattenti per la Libertà bengalesi”[10] per fugare ogni possibile dubbio: i sannyasin di cui parla l’Anandamath, erano indubbiamente yogin, e, cosa che dà ancora più da pensare, le loro gesta rientrano nella millenaria tradizione dello Yoga.

Sono loro, gli yogin[11], i creatori e i custodi delle arti marziali indiane ed ogni qualvolta un invasore minaccia la Madre India, escono fuori dalle foreste, dalle caverne e dagli “Akhara” (gli Ashram dedicati specificamente allo studio della ginnastica e delle arti marziali) e si gettano contro il nemico, sia esso Alessandro Magno, i Mongoli, i Persiani o l’impero britannico.



7 Battaglia di Thanesar. Fonte: By Basawan - V&A Museum, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25559635


L’esistenza di formazioni militari di yogin e il timore che incutevano per la loro conoscenza delle arti marziali traspare chiaramente dalle testimonianze dei Mughal. Nell’immagine precedente ad esempio, è raffigurata la Battaglia di Thanesar avvenuta il 9 aprile del 1567 nei pressi del fiume Ghaggar-Hakra, nell’india Himalayana.
Da una parte c’erano le truppe del grande imperatore Mughal Akbar dall’altro un gruppo di yogin.
Nessuno sa di preciso quale sia stato l’andamento dello scontro, concluso con una pesante sconfitta dei sannyasin, ma la diversa entità dei due schieramenti e il diverso tipo di armi usati dai contendenti (dati trascritti con grande precisione dai Mughal) possono essere fonte di interessanti riflessioni:
L’esercito di Akbar era formato da 8.000 uomini dotati di cannoni, fucili a miccia e 75 elefanti da guerra. I sannyasin erano invece 800 ed erano armati, come sembra di capire dall’immagine, con dischi da guerra (cakra), mazze e tridenti rituali.
Nonostante l’enorme squilibrio tra le forze in campo, in nessun testo arabo o indiano si descrive la battaglia di Thanesar come un massacro; nessuno parla di un esagerato, e non onorevole, uso della forza contro dei poveri monaci erranti. Viene quasi da pensare che se avesse avuto a disposizione meno di 8.000 uomini armati di cannoni e fucili, Akbar si sarebbe ben guardato dall’affrontare i sannyasin. Del resto le abilità marziali degli yogin erano note agli islamici sin dal XII secolo, quando gli invasori persiani si trovarono a dover fronteggiare i Siddha Nath[12].
Alf Hiltebeitel, nel libro “Their name is Legion[13] e William Pinch nel suo “Warrior Ascetics and Indian Empires”, affermano che gli yogin guerrieri rappresentarono una spina nel fianco degli invasori islamici per cinque secoli e giocarono un ruolo chiave nell’avvento degli inglesi in India. Infine, nel XVIII secolo, delusi dalla politica dell’Impero britannico, presero le armi contro i nuovi invasori e dettero il via alla lotta per l’indipendenza che si sarebbe conclusa nel 1947.
Potremmo continuare a lungo, ma già così pare evidente che in Occidente, abbiamo una visione parziale dello Yoga e di ciò che possiamo definire Tradizione Hindu, basta elencare alcune delle notizie che abbiamo dato in questa presentazione per renderci conto delle nostre lacune;
Gli yogin occidentali, in genere:
-         Ignorano l’esistenza dei brahmini lottatori.
-         Ignorano che i sannyasin sono considerati i padri dell’India moderna (tanto è vero che a loro è dedicato l’inno nazionale dei patrioti indiani, il Vande Mātaram).
-         Non sanno che la Madre divina di cui parlano maestri moderni come Ramakrishna e Vivekananda, non è la Madonna, come, pensano in molti, né la personificazione dell’energia cosmica, ma è l’India liberata dal giogo degli invasori.
-          Non sanno che gli yogin erano i custodi delle arti marziali indiane e che almeno dal XII secolo erano organizzati in gruppi di guerriglieri.
Sono così tante le cose che non sappiamo o alle quali non abbiamo mai dato importanza, da aver costruito, negli ultimi cinquanta, cento anni, un’immagine dello Yoga decisamente diversa da quella che presumibilmente era in origine. Intendiamoci: la verità non è stata nascosta da nessuno: è scritta a chiare lettere nei musei e nei libri di storia e, per trovarla, basta semplicemente avere la volontà di cercarla. Noi ci abbiamo provato, e questo libro è il risultato della nostra ricerca. Non abbiamo certo la presunzione di pensare che la nostra sia una trattazione esaustiva, ma ci piacerebbe che i dati che abbiamo raccolto e le ipotesi che abbiamo formulato stimolassero delle discussioni finalizzate alla ricerca della verità, al di là di pregiudizi, credo religiosi e sovrastrutture culturali.



[1] Nome dei santi eremiti indiani
[2] Letteralmente “marito”, titolo attribuito agli appartenenti a determinati ordini religiosi indiani.
[3] Śānti in sanscrito significa “pace”.
[4] Norman E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace (2nd ed.). New Delhi, India: Abhinav Publications. (1999). ISBN 81-7017-389-2.
[5] Fonti:
-          Joseph S. Alter, "The sannyasi and the Indian wrestler: the anatomy of a relationship". American Ethnologist. 19 (2-May 1992). ISSN 0094-0496.
-          Joseph S.Alter, The Wrestler's Body: Identity and Ideology in North India. University of California Press.  (1992). ISBN 0-520-07697-4.
[6] Fonte:
-          National Song of India"Government of India. (Archived from the original on 15 January 2013).
[7][7] Fonte:
-          Diana L. EckIndia: A Sacred Geography. New York: Random House (Harmony Books). (2012) ISBN 978-0-385-53190-0.
[8] Sri Aurobindo commentando la sua versione in inglese di Vande mataram scrisse: "It is difficult to translate the National Anthem of Bengal into verse in another language owing to its unique union of sweetness, simple directness and high poetic force."
Fonte:
-           Bankim Chandra Chatterjee: Essays in Perspective, Sahitya Akademi, Delhi, 1994, p. 601.
[9] “Canzone nazionale” è il termine usato per distinguereVande Mataram dall’inno nazionale indiano che è “Jana Gana Mana”.
[10] Vedi:
-          Lorenzen, D.N. "Warrior Ascetics in Indian History". Journal of the American Oriental Society. 98 (1- 1978).
-          Marshall, P.J.. Bengal: the British Bridgehead. The New Cambridge History of India. Cambridge, UK: Cambridge University Press. (1987) ISBN 978-0-521-25330-7.
[11] Nei testi gli yogin combattenti sono indicati con vari nomi, a seconda del loro lignaggio e delle diverse divinità a cui erano devoti: Erano conosciuti con vari nomi, a seconda del lignaggio di appartenenza, per esempio Sannyasin, Natha Yogi, Naga Yogi, Gosain, Goswami, Bhairagi;
[12] William Pinch, Warrior Ascetics and Indian Empires, Cambridge University Press, (2012) ISBN 978-1107406377
[13] Alf Hiltebeitel, Their name is Legion, in Rethinking India's Oral and Classical Epics, University of Chicago Press, ISBN 978-0226340500,