lunedì 24 giugno 2019

HAṂSA, L'OCA COSMICA






I versi dei Veda, dei Purāṇa, del Mahabharata sono poesia e scienza insieme, il che può forse apparire strano per noi abituati, erroneamente, a pensare che la scienza sia una roba fredda, razionale in antitesi con la passione creativa dell'artista. La poesia è rivelazione e può permettersi, oggi come cinquemila anni fa, di viaggiare oltre i confini della logica, in quegli spazi infiniti ai quali la mente, attonita, non può che arrendersi.
Una delle immagini poetiche più ricorrenti nei testi vedici è quella del Cigno[1] immerso in un fiume o in un Oceano di latte (vedi ad esempio Atharva Veda, XI,4,21). Significa tante cose il Cigno: è una delle costellazioni più luminose della Via Lattea (l'Oceano di Latte!), sicuro riferimento per gli antichi naviganti; è un asana dello Haṭhayoga; è l'uomo universale (il “Puruṣā”) ed è il Brahmān, l’Assoluto. Ma è anche la paura, l'ansia di incompiutezza che spinge l'essere umano a cercare delle stelle con cui orientarsi non solo nell'oceano indiano o oltre le colonne di Ercole, ma in quel fluire a-logico che chiamiamo vita.
Nella Muṇḍāka Upaniṣad (I,4-5) il Cigno viene trascinato via dalle acque di un fiume ed è solo, e spaventato, come il marinaio nel Maelström di Poe. Paura in sanscrito si dice bhaya,parola legata probabilmente l alla radice bhā che significa luce, luminescenza.
I Veda ci raccontano che la paura nasce con la consapevolezza (luce) di esistere: io sono qui, e come un guscio di noce vengo trascinato dalla corrente, sbattuto qua e là da onde che non posso controllare. Il cigno della Muṇḍāka Upaniṣad è così sorpreso da non riuscire neppure a volare o a nuotare. Le piume delle sue ali smisurate, al pari dei petali del loto, non temono certo l’acqua, ma lui, il cigno cosmico, non riesce neppure a ricordarsi chi è: dalla consapevolezza di esistere insorge la visione dell’abisso - “se adesso ci sono, esisto, vi sono luoghi, nel passato e nel futuro in cui non sono e non sarò mai…” - e le due forze, uguali e contrarie (essere e non-essere…), cancellano l’attitudine al nuoto e al volo. La paura di vivere nasce dalla consapevolezza di non poter dominare gli eventi, le passioni, i desideri. Di non poterli controllare con la volontà individuale. Ma l'individuo cos'è? Non è forse ciò che chiamiamo Ego? L'Ego è l'insieme delle relazioni con l'ambiente esterno, una serie di azioni e reazioni dovuti al contatto con qualcosa "altro da me", azioni e reazioni che, piano piano, come per magia, creano nella mente una specie di fantoccio, un vuoto simulacro del sé, intessuto con i fili della paura, dell’orgoglio, del desiderio.
Ciò che spinge a muoversi verso un oggetto sono la prefigurazione o il ricordo del piacere. Ciò che, invece, spinge a fuggire da un oggetto sono la possibilità o la memoria del dolore, ed in questa dinamica riconosciamo ciò che chiamiamo vita, una vita dominata dalla paura: paura di non raggiungere l’oggetto del desiderio, paura di perderlo, paura del dolore, paura della morte soprattutto.
Alla fine arriviamo sempre lì, al Grande Mistero. Gli dei indiani non sono immortali: nascono, vivono e muoiono esattamente come noi, e come noi sono dominati dalle passioni e dai lacciuoli dell’Ego. Śiva, il signore del Tempo, si è ritirato orgogliosamente in se stesso, illudendosi di poter fare a meno della Dea, ma la Dea “è” la Vita! Rifiutare di bere alla sua fonte, mettendo il cuore in inverno, non ci darà mai la felicità, la beatitudine assoluta (Ānanda) che per il Tantra spetta a tutti noi (uomini e dei) per dignità di nascita.
Il Cigno Cosmico dei Veda, a guardar bene ha tre possibilità: Può decidere di rimanere con le zampe a guazzetto trasformando la sua esistenza in una serie di escamotage per sopravvivere alla paura. Ma di certo, così, non sarà mai felice. Al limite può aspirare alla serenità, alla quiete, ma sarebbe come costringerlo, lui che è avvezzo alle tempeste, a godere dei pomeriggi televisivi sdraiato su un divano.
Oppure può spiccare il volo verso il cielo infinito. Come fanno gli yogin che mettono in dubbio la reale esistenza di quegli oggetti il cui contatto provoca azioni e reazioni. Chi ne fa le spese è (o dovrebbe essere) l'ego che vede le sue certezze svanire inesorabilmente. Svanisce l'idea/immagine che si ha di se stessi, e insieme vediamo modificarsi l'ambiente con le sue categorie di tempo e spazio. Ma la caduta di queste certezze (o il dubbio...) crea a volte ancora più paura, maggior consapevolezza di non essere padroni del nostro destino: nel cielo infinito non ci sono case, non ci sono volti familiari, non c'è niente che possa dare certezze e sicurezze. C’è solo il panico di chi improvvisamente si ritrova, da solo, in un deserto silenzioso o nell'oceano in tempesta. 
La terza ipotesi è quella di tuffarsi a volo d’angelo nel fiume dell’esistenza, arrendendosi all'onda fino a scoprirsi onda.



[1] In realtà sarebbe l’Oca Cosmica), ma è abitudine occidentale tradurre erroneamente, la parola haṃsa con Cigno.

mercoledì 19 giugno 2019

I VELI DELLA DEA - IL PARADISO DI TRISHANKU


Tratto da "ONDE DI LUCE - Iniziazione di uno Yogin occidentale" - libro in pubblicazione.

“Felice e beatissimo, sarai dio invece che mortale. Agnello caddi nel latte. Chi sei? Da dove sei? Sono figlio della Terra e del Cielo stellato”. 
Frammenti Orfici, fr. 32 Kern.


Lo yoga ci dice che siamo angeli caduti.
O dei annichiliti.
La liberazione, o la salvazione, della religione e della filosofia, è il ricordo di sé. È l'attimo in cui si è abbagliati dal riflesso della luce originaria che, da qualche parte, dentro di noi, continua a risplendere. Si dicono le stesse cose in Oriente, come da noi, ma se il Dio creatore dei cristiani invia il proprio figlio a morire sulla croce per i peccati dell'umanità e a spargere la grazia come fosse un profumo di cui, in fin dei conti, non si può fare a meno di godere, quello degli indiani dorme il sonno dei giusti, sulle acque scure dell'oceano dell'inizio. Non c'è nessun popolo eletto, per il sapere orientale. Nessun messia.
Ogni tanto scende sulla terra un Buddha, o un Avatar, ma il suo compito è di indicare la via, non di porgere la grazia.
I maestri insegnano, non salvano.
La consapevolezza della luce divina va conquistata. Come la spada. Bisogna estrarla, metallo grezzo, dalla madre terra, ripulirla e modellarla col potere del fuoco e del vento, temprarla con l'acqua e lucidarla con pietre che solo il maestro sa riconoscere e cogliere.
- “Tutti gli esseri sono in me” - dice Kṛṣṇa nella Bhagavadgītā - “ma io non sono in loro” -.
È questa l'intuizione, terribile e meravigliosa, dei filosofi indiani: Dio non alberga affatto dentro di noi.
E neppure è affacciato alla finestra dell'ultimo piano, pronto a correre giù per consolarci quando ci sbucciamo le ginocchia nei nostri giochi infantili. Dorme. E sogna di noi. La nostra vita, gli incontri, e le città, gli oceani, l'universo intero sono solo un sogno sognato dal Dio che dorme. La via della liberazione comincia da qui, da questa consapevolezza.
Ognuno di noi, anche nell'incubo peggiore, rivede un po' di se stesso. I fantasmi che paura e desiderio fanno muovere nei teatrini notturni ci guardano con i nostri occhi. Ed è nostra la voce con cui ci blandiscono o spaventano. Noi siano il sogno sognato da un dio che dorme, ma ne condividiamo la natura essenziale: il germe della creazione o tathāgatagarbha, per i buddisti.
Percepirlo è ciò che chiamano “conoscenza”.
Comprendere che brilla in noi allo stesso modo che in Śiva o in Buddha è la realizzazione. Il sogno del dio è Femmina. Lo chiamano Māyā, Śakti, o, i taoisti, “Femmina misteriosa”. Māyā costruisce e arreda il Gran Teatro dell'illusione. Poi riveste, con costumi ogni volta diversi, le marionette che Lei stessa ha costruito, e infonde loro l'energia per muoversi, amare, pensare. Se la percezione della scintilla divina è conoscenza, i veli con cui viene avvolta è l'ignoranza. Sono cinque i veli dell'essere umano: il primo è il corpo di carne, la materia che i ṛṣi, gli antichi veggenti, mettevano al servizio della Dea Terra.
Il secondo velo è l'energia vitale che fluisce come l'Acqua nei mari e nei fiumi. Il Terzo è la passione, il Fuoco. Poi c'è il potere della mente, la conoscenza, impalpabile come l'Aria. Infine la volontà che tenta, invano, di delimitare lo Spazio infinito. Nascondono la fiammella della creazione, i veli. Una fiammella che è la Dea stessa, il suo corpo nudo.
La via della liberazione, per lo yoga, è la Danza della Dea.
Ogni volta che ci mostra un brandello di verità facciamo un'esperienza che trasforma la mente, il corpo, la vita.
Si chiama iniziazione, l'esperienza, o samādhi, e dopo l’iniziazione assisti, puoi assistere, ad eventi che sembrano magia e ti sembra, ti può sembrare, di aver acquisito poteri paranormali. In realtà, come diceva il mio amico Ninad, si applica l'etichetta di paranormale in ragione della spiegazione di un fenomeno, non del fenomeno in sé. Se vedo un uomo che si butta in un burrone e plana come una rondine non credo ai miei occhi. Se l'uomo ha un deltaplano o un paracadute non ci vedo nulla di eccezionale. La mente umana vive di legami e di relazioni. Si passa più tempo a cercare di interpretare la vita che a viverla, è una cosa che mi ha sempre colpito. Se improvvisamente un paralitico si alza in piedi e comincia a camminare, l'attenzione di chi assiste si sposta, subito, dall'evento alle ragioni che lo hanno determinato: un miracolo, una naturale reazione dell'organismo, l’effetto ritardato di un farmaco oppure un tentativo di truffa.
Si discuterà fino a formulare una qualche ipotesi che i più riterranno soddisfacente.
Il nesso di causalità, niyati in sanscrito, è il quinto velo di Māyā, il primo a dover essere sollevato. Sollevare il velo della Dea è un'immagine poetica. Viene da pensare ad una donna, eternamente giovane e bella, vestita di seta leggera. Il samādhi, come un soffio di vento o un tocco lieve della mano, le scopre un seno o una coscia tornita, ubriacando di Bellezza e desiderio la mente dello yogin. Poetico, dicevo, ma impreciso: In sanscrito le cinque limitazioni non sono propriamente veli, si chiamano kañcuka, come le armature. Gli indiani e i tibetani raccontano un sacco di storie. Una per ogni gesto ed ogni parola. La storia dei kañcuka è quella dell'uomo che volle farsi Dio, Satyavrata. Ne parla il Ramāyāna. È una storia un po’ lunga, ma credo valga la pena di raccontarla:
Satyavrata è un guerriero, uno kṣatriya. Un giorno, decide di andare a vivere nel mondo degli Dei. Vuole andarci così com'è, in carne ed ossa, con la sua faccia, la spada, lo scudo e gli emblemi del suo lignaggio. Pare si usasse così, all'epoca. Va da un brāhmaṇa e comincia i preparativi per il viaggio, ma qualcosa va storto. Satyavrata si macchia di tre colpe gravi:
Prima manca di rispetto al padre, poi uccide la vacca del suo maestro e, infine, se la mangia, senza neppure fare riti di purificazione. In un colpo solo Satyavrata perde gli agi della corte e la chiave per entrare in paradiso. Perde persino il nome: da quel momento sarà chiamato Triśaṅku, parola che alcuni traducono con “tre peccati”, ma che indica invece il “gatto selvatico indiano”, una creatura indomabile, come indomabile era Satyavrata. Triśaṅku ha la testa dura. Ha sentito dire che esiste un'altra via per l'immortalità, la via delle droghe. Convince uno sciamano a insegnargli l'uso delle erbe sacre e varca la “Porta del Sole”, il cancello d'oro che separa il mondo degli uomini dal regno dei cieli. È uno kṣatriya, discendente della stirpe solare, Sūrya-vaṃśa e si ritrova Dio tra gli dei. Indra, il re del Cielo, è preoccupato. Un guerriero non può che combattere. Un principe non può che aspirare al trono. Per evitare una guerra, dagli esiti incerti, si crea per un paradiso artificiale, identico al Paradiso di Indra, in cui Triśaṅku potrà regnare fino alla fine dei tempi. Il problema è risolto, ma quella porta, quella via diretta dalla quale gli umani possono infilarsi senza troppe difficoltà nel regno dei cieli, in qualche modo va chiusa o, almeno, occultata. La Dea, l'infinita energia creatrice dell'universo, intesse allora con i fili colorati della Luce, del Silenzio e del Vuoto, cinque armature, i kañcuka. Cinque come i poteri della divinità secondo lo yoga.
Se la divinità è onnipresente (vyāpakatva), onnisciente (sarvajñatva), priva di desideri (pūrṇatva), eterna (nityatva), onnipotente (sarvakartṛtva) l'essere umano, da qui in poi sarà limitato dalle dimensioni (kalā = atomo), dalla conoscenza imperfetta (vidyā), dalla passione (rāga), dal tempo che scorre (kāla) e dalla necessità (niyati= principio di causalità).
La storia di Triśaṅku ci insegna che un tempo l'uomo era libero. Attorno a quello stato originario (lo Stato Naturale) la Dea tesse la prima armatura, il corpo del piacere supremo (ānanda). Dentro ci nasconde la nostalgia del cielo. Poi lo avvolge con la seconda armatura, il corpo del desiderio, l'anima, e sopra a quella l'armatura della mente, con la dannazione del dubbio e poi il corpo delle energie che freme al ritmo delle stagioni. Infine, racchiude il tutto nel corpo fisico, guaina di ossa, muscoli, carne e pelle. I fili con cui ha tessuto le cinque corazze li annoda al ventre, al cuore ed alla fronte, creando i tre granthi, i “nodi della conoscenza”. Infine, stanca per il lavoro, si addormenta, la Dea. O finge di dormire. Si arrotola in forma di serpente. Si arrotola su se stessa, per questo la chiamano kuṇḍalinī, l'anello. Si nasconde nell'ultima corazza e resta lì, in attesa che l'uomo la risvegli per svegliare se stesso. Solo lei può disfare la sua opera, sciogliendo ad uno ad uno i tre nodi della conoscenza. Come l'universo è fatto di cinque sfere, l'una dentro l'altra, l'uomo è un aggregato di cinque corpi. L'ultimo si chiama necessità, il primo libertà.
Il viaggio dello yoga comincia da qui, dalle corazze indossate l'una sull'altra e dai tre nodi (granthi) che le tengono assieme. Sciogliere i fili e vedere le armature disfarsi ad una ad una genera stupore, ma anche dolore.
Ogni filo è una faccia antica o la promessa di un sorriso.
Al dissolversi dei kañcuka speranze e ricordi scivolano via come rena di sogno. Milarepa, il grande yogin tibetano, dopo aver disciolto il nodo del ventre, cominciò a volare, come le aquile, le anatre selvatiche. Così, almeno, si racconta.
Io no, dopo quasi cinquanta anni di pratica, di ricerca e di insegnamento dello yoga non ho ancora imparato a volare. In compenso sono a riuscito a tracciare la mia linea di confine tra il prima e il dopo ed ho scoperto che sciogliere i veli della Dea vuol dire anche togliersi le maschere che il buon senso e ciò che chiamiamo cultura ci incollano sulla faccia. Ci sono le nostre piccole e grandi meschinità dietro quelle maschere. E rabbia, paura, invidia. Fa male assai togliersi le maschere, ma dopo, una volta tracciato il confine, attraverso il dolore si fanno strada la tenerezza e la compassione per se stessi. Sembra strano, ma se impari ad amare te stesso l’angoscia che ti accompagna da sempre piano piano svanisce e la naturale ansia di incompiutezza dell’essere umano si scioglie, come in una danza leggera.

lunedì 10 giugno 2019

GESTI DIVINI E DANZE SCONOSCIUTE




“Senza paura, senza scopo, senza sforzo, 
dallo Spazio vuoto lascia sgorgare gesti divini e danze sconosciute”.
Tantra della Ruota dei Tempi.



Per noi occidentali è difficle comprenderlo, ma nello Yoga le mudrā, esattamente come gli  āsana e le sequenze, non dovrebbero essere eseguite volontariamente, ma "dovrebbero insorgere come un fiore che sboccia".
Sentire le mani che si muovono da sole, animate da una volontà altra, è stravagante: danzano e l'energia che le muove è la stessa che spinge un fiore a sbocciare, inaspettato, su uno scoglio. Le Mudrā, i gesti che le mani, e a volte la lingua o il corpo intero, assumono nelle danze e nelle posizioni, non possono essere imitati, devono insorgere, come il desiderio. - Si danza con la vagina - diceva Marta Graham. Non è elegante, ma rende bene l'idea. Jinpa ci disse che ognuna delle dita ha un suo significato, un carattere e una qualità diversi.
Come i cinque elementi.
In sanscrito la qualità di un cibo, un fiore, una persona è detta rasa. Si traduce con sapore, ma somiglia di più all'inglese mood. Anche l'essenza di un canto antico, di una danza d'amore o di un grido di guerra è rasa. Ed è rasa l'emozione che nasce, come per magia, da quel canto, quella danza, quel grido. Rasa è il senso dell'Acqua, il quarto dei cinque elementi che costituiscono la materia.
Si torna sempre a bomba, nello yoga. Idee, gesti, simboli ci riportano al miracolo della creazione e alla corrispondenza, sbalorditiva nella sua prevedibilità, tra grande e piccolo, tra microcosmo e macrocosmo. La nostra mano contiene l'universo intero. Il potere generante dell'Acqua si riconosce nel quarto dito. Lo chiamano anulare perché indossa la fede d'oro degli sposi. Il medio è il Fuoco, il mignolo è la Terra e l'indice l'Aria. Il pollice, primo a dispiegarsi e ultimo a chiudersi nel pugno, è lo Spazio. Ogni elemento porta con sé un'energia, una percezione, una serie di organi del corpo.
Il potere dell'acqua è la generazione. L'Acqua è la memoria, e anche il sesso, e la lingua coi suoi cinque sapori.
Se rasa è il senso dell'Acqua, rūpa è quello di Agni, il Fuoco. Ha un nome segreto Agni. Nel ṛgveda lo chiamano Agre, movimento, lo dice Viśvāmitra, uno dei veggenti di Brahma:
-” Agre è il nome segreto di Agni. Così lo chiamano gli Dei. Vuol dire avanti, Agre. Quando ci muoviamo seguiamo Agni...” -
Ogni elemento è una divinità e ogni divinità ha un nome segreto che ne svela i poteri e ne indica la dimora.
Rupa, il senso del fuoco è lo spettacolo dell'esistenza, forma e colore. Risiede nell'occhio, porta della bellezza. Agre è invece la sua energia, quella che ci spinge verso la luce o l'oscurità. La sua dimora è nel piede.

L'odore della terra, essenza della materia, è chiamato gandha. Il profumo del narciso, che inebria Persefone, e la puzza di morte che la lega al regno sotterraneo di Ade sono entrambi gandha.

Sparśa è il respiro del vento sulla pelle, misura di dolore e piacere, ed è la mano che afferra e respinge.

Infine śabda, la vibrazione, madre dei sensi e degli elementi, che disegna l'orecchio ad immagine della spirale creativa, la forma dell'universo, e la gola e le corde che danno voce ai pensieri.

Tutto nell'universo è vibrazione, tutto è Om……il Do assoluto che genera i diversi toni della scala della creazione, Ham, Yam, Ram, Vam e Lam, i suoni dello Spazio, dell'Aria, del Fuoco, dell'Acqua, della Terra.
La loro eco si sente nelle dita, si avverte come un pizzicore, una puntura di spillo, un campo magnetico. Ham vibra nel pollice, Yam nell'indice e così via.
Intrecciandosi nelle mudrā, le dita creano forme ed energie sempre diverse. Ogni gesto è un canto antico, che evoca i bhūta, gli spiriti della natura, un canto a due voci: la prima, la mano destra, tiene il ritmo, l'altra improvvisa e tesse melodie senza tempo. Sono diverse, le due mani, per forma, abilità ed energia. Diverse e complementari. Alcuni affermano che la sinistra è la mano dell'artista e la destra quella dell'ingegnere. Oppure che l'una è femminile e l'altra maschile. Per lo yoga la cosa è un pochino più complessa e fa parte dell'insegnamento segreto.

Le tecniche operative, le “istruzioni per l'uso” di mudrā, mantra e posizioni, vengono sussurrate dal maestro nell'orecchio del discepolo. Dicono sia difficile che un non iniziato possa padroneggiare le “energie sottili”.
Si può obbiettare che siamo fatti tutti di cuore, visceri e cervello, e che niente, dall'inizio dei tempi, è stato studiato, analizzato, catalogato quanto l'essere umano.
Se l'intrecciare le dita o l'emettere dei suoni generasse eventi non ordinari o miracolose trasformazioni fisiche e psichiche, i nostri scienziati l'avrebbero scoperto da tempo, a prescindere da riti e cerimonie iniziatiche, ma gli scienziati non sempre tengono conto del fatto che lo Yoga è un arte e il corpo il suo strumento.  

Chiunque abbia danzato, dipinto un quadro o curato una rosa sa che ci sono dei segreti del mestiere, dettagli minimi, a volte, che possono apparire banali a chi li conosce, ma senza i quali l'opera non può giungere a compimento.
Di solito solo l'artista o l'artigiano esperto possono svelarli. Qualche volta il maestro si nasconde nelle pagine di un libro. Non è così raro: per ogni attività umana esistono manuali, ricettari e cataloghi illustrati e se si è svegli e fortunati si possono imparare i trucchi di un'arte senza nemmeno andar per botteghe, a patto di saper già danzare, dipingere o parlare la lingua dei fiori.

Ogni Arte ha il proprio gergo. Quello dello Yoga è il sāṃdhyābhāṣā, la lingua del crepuscolo (in tibetano dgongs-pa'i ske che vuol dire, più o meno, “espressione della conoscenza spirituale attraverso la gola”), una specie di crittografia a chiavi variabili.

Nel sāṃdhyābhāṣā niente è come sembra. Ci sono delle chiavi, prefissate, legate ai nomi degli dei e ai numeri sacri (3, 5 e 9, per esempio). Parole, lettere, diagrammi e mudrā a seconda della prossimità con le chiavi o della posizione nella pagina, assumono significati ogni volta diversi. I libri che ne parlano, sono scritti nella “lingua del crepuscolo.

La sillaba , ad esempio, che si legge KA, può rappresentare Śiva (nel ruolo del signore del tempo Kāla), la sua sposa, Kālī, oppure Kāma dall'arco fatato o magari è il suono iniziale di un mantra. Intelligenza e abilità mnemonica servono a poco, bisogna tirare a indovinare: il sāṃdhyābhāṣā è la lingua dell'intuizione e l'intuizione è come la mela di Newton, casca quando è matura, inutile aggirarsi intorno all'albero con l'aria assorta.

Dietro i versi d'amore dei libri indiani e tibetani si nasconde spesso la descrizione di tecniche di concentrazione, di emissione vocale, di percezione delle energie sottili. Ricordo dei versi di Śaṅkara dove la voce di una donna crea onde di energia:

- “Tu, Dea, per la mente del re dei poeti risplendi come la luce del mattino sui fior di loto. Sei il sole di porpora per gli uomini di pace che invocano il tuo nome.
Come l'amplesso per gli amanti, le parole sapienti di Sarasvatī, donano ai devoti onde di piacere” -

Il sole, il loto, il Re dei poeti, la Dea, le onde di piacere stanno lì, di certo, per dirci qualcosa. Li possiamo assemblare, interpretare, anagrammare in mille modi diversi. Solo su Sarasvatī si potrebbe passare una settimana: è la dea dell'eloquenza, ma il suo nome, che significa “colei che scorre”, è anche quello di uno dei fiumi sacri e un popolo, un ordine monastico, una scala musicale, una pianta.
Ogni tentativo sarà inutile: come si può sperare che le stelle ci insegnino la strada senza sapere i venti, né governare il timone? Brillano per tutti, le stelle, ma parlano solo ai marinai.


venerdì 7 giugno 2019

IL SATSANG DEL GIOVEDÌ - YOGA E ALCHIMIA



Ieri sera, nel consueto "Satsang del Giovedì" insieme a  Nunzio Lopizzo, Gabriele Gailli e Antonio Favuzzi, abbiamo parlato del "Terzo Occhio", la discussione si è allargata al rapporto tra Alchimia, Astrologia e Yoga e sono venuti fuori, secondo me,  spunti per riflessioni assai interessanti che, nei prossimi incontri mi piacerebbe trattare in modo  specifico.

Come sempre chiunque abbia voglia e tempo di esprimere le proprie idee in proposito è più che bene accetto.

Nella speranza di accendere una discussione in proposito ho buttato giù un po' di riflessioni sull'alchimia.

Un sorriso, 
P.


IL PAVONE





Il pavone è presente come simbolo nell'induismo, nel taoismo,nel buddismo zen e nell'alchimia occidentale.


Scrive un alchimista del '500,Gerhard Dorn
Questo uccello vola durante la notte senza ali. Alla prima rugiada del cielo, dopo un ininterrotto processo di cottura, ascendendo e discendendo, dapprima prende la forma di una testa di corvo, poi di una coda di pavone; le sue piume diventano bianchissime e profumate, e finalmente diviene rosso fuoco, mostrando il suo carattere focoso "

Il pavone rappresenta i mille colori che appaiono ad un certo punto della pratica.
si tratta di una delle fasi che l'alchimista incontra nella ricerca della pietra filosofale.

Nell'alchimia se ne individuano 5 simboleggiate da 5 animali (dalla gallina alla fenice) .

Il pavone è la fase dei colori.
Alcuni lo identificano con un samādhi savikalpa.
Gli oggetti esterni ci paiono essere più luminosi, i colori più vivi, le piante sembrano crescere più velocemente e sembra che crescano per noi.
Accade di pensare ad un animale o ad una persona ed ecco che compaiono.
I testi sacri ci sembrano improvvisamente chiari (e lo sono!) e si indovinano tracce e coincidenze che agli altri sembrano oscure.

Chiudendo gli occhi figure meravigliose e coloratissime compaiono nella nostra mente e visualizzando una dea o una figura mitica essa appare come fosse reale.
Il pavone rappresenta una fase "caleidoscopica" della pratica, è la meraviglia del mondo creato dalla Dea che si palesa davanti ai nostri occhi.
Tutto è meraviglioso e si ha l'idea di aver compreso in un istante tutto ciò che c'è da comprendere.
Questi stati a volte sono temporanei.
Può accadere che non tornino neppure più e ne resti solo il ricordo.
Da alcuni il ricordo è conservato come un segreto tesoro, da altri è trasformato in una sorta di nevrosi da "paradiso perduto" e la vita si trasforma in un'accanita ricerca di quello stato di beatitudine.
Lo stato del pavone può presentarsi più volte e può stabilizzarsi, cosa considerata dai taoisti, dagli alchimisti, dai ricercatori in genere un grave pericolo, la "grande acqua da attraversare" delle sentenze dell' I'CHING.
La vera luce è bianca, le mille luci colorate sono anch'esse un'illusione di maya.
Il praticante che incontra il pavone e non è preparato ad affrontarlo ,soprattutto nel caso in cui lo stato dei mille colori si presenti più volte e diventi stabile, può facilmente credere di essere uno spirito eletto,un grande guerriero, un dio.

"Indra può facilmente credere di essere il Brahman" (vedi Viṣṇu Purāṇa).

Dicono sia difficilissimo uscire illesi da questo stato.
Succede infatti che ciò che nasce nella mente prenda vita all'esterno (che sia apparenza fenomenica od illusione fa lo stesso), succede che compaiano alcuni siddhi o poteri.
Potere è la parola chiave di questo stato.
Se nella fase precedente, quella in cui lo psichico comincia a manifestarsi nel fisico, la parola chiave (per alcuni il nemico) è la paura , adesso può accadere di imbattersi nel potere.
Si dice molti di coloro che vengono reputati maestri spirituali e realizzati non siano mai andati oltre questo stato, lo stato del "pavone"degli alchimisti e dei taoisti.

Ci sono quattro tipi di silenzio, corrispondenti a quattro progressive realizzazioni:

il silenzio della calma della mente.
il silenzio della quiete della mente.
il silenzio della pace della mente.
il silenzio del vuoto.

Lo stato del Pavone è Fragore.

LA GALLINA





La figura che simboleggia l'intera opera alchemica è la gallina che cova.
cova 5 uova.
Le cinque uova sono le cinque trasformazioni o realizzazioni danno vita a 5 animali:

il corvo,
il cigno,
il basilisco,
il pellicano,
la fenice.

Il corvo è la prima fase, il nigredo:
l'alchimista muore al mondo.
La seconda fase è albedo ed è rappresentata dal cigno:
finisce la fase di purificazione e ci si accinge ad unire il principio maschile ed il principio femminile.
L'unione tra attivo e ricettivo, tra maschile e femminile è rappresentata dal basilisco.
metà uccello e metà serpente.

Portata a termine l'unione dei due subentra la quarta fase rappresentata dal pellicano, che si squarcia il petto per cibare i propri figli col sangue:
è detta fase della moltiplicazione.
La materia prima trasmutata dal facitore d'opera viene moltiplicata a volontà.

Il compimento dell'opera è simboleggiato dalla fenice, l'uccello mitico che rinasce dalle proprie ceneri.
il pavone, o la sua coda possono apparire prima o dopo la fase detta albedo.

Per sviscerare altri simboli: l giorno è  rappresentato dal gallo e la notte dalla civetta.

Il gallo con il torso d'uomo e due code di serpente è invece Abraxas, il Dio degli gnostici.
Se ci vogliamo soffermare sulle singole fasi diciamo che la Gallina è colei che "cova" e
il covare è un fornire, delicatamente energia sotto forma di calore.
Il primo uovo a schiudersi è il corvo, l'opera al nero, la fase di purificazione.





Ovviamente il lavoro dll'alchimista è con crogiolo, fuoco, elementi chimici, e l'opera al nero si chiama così perchè la "terra" usata inizialmente (e che dà il nome all'Alchimia) era la terra nera di una particolare zona dell'Egitto. La fase del Corvo, o Nigredo, e quello che alcuni praticanti di Yoga definiscono "Evacuazione".
e avviene (può avvenire) prima e dopo ogni esperienza che possiamo definire di rottura dei livelli dell'io (samadhi, satori....).
Man mano che procede il percorso verso una percezione pèiù sottile della realtà si possono ripetere più volte sia le fasi di  Evacuazione, sia le fasi del Pavone.
Nella fase del Corvo  corpo e mente cominciano a depurarsi.
L'evacuazione può essere un'esperienza terribile durante la quale molti aspiranti, se ben istruiti, cercano la solitudine e talvolta vanno in luoghi selvaggi evitando il contatto con altri e si esprime attraverso una serie di fenomeni e  processi fisici diversi per intensità da persona a persona:
Alcuni sono colpiti dalla diarrea, dal vomito, altri dall'emissione continua di sperma e sangue,altri ancora dall'incapacità di controllare la parola e gli istinti sessuali, dall'improvvisa conoscenza di lingue sconosciute, da fenomeni assimilabili al poltergeist.
Non ci sono regole fisse.
In alcuni gli effetti sono leggerissimi.
In altri sono molti e potenti.
Superata la fase di evacuazione e sopraggiunta, ad esempio, la calma della mente, si avverte una sensazione di pienezza:
è ciò che alcuni chiamano illuminazione, ma si tratta spesso di una , chiamiamola così, realizzazione parziale.

Rispetto allo stato precedente, alla confusione ed al dolore esperiti nella fase del Corvo, si tratta di uno stato eccezionale, collegato ad un miglior uso, della macchina corpo e della macchina mente.
In questo stato è facile credersi Buddha o Shiva o un bodhisattva o comunque un predestinato, e in qualche modo lo siamo, la realizzazione c'è stata e lo stato di beatitudine, quando non è stabilizzato, può ripetersi più e più volte: è  questo lo stato del Pavone.
Nel ripetersi di quel particolare stato che il realizzato parziale crede di vedere delle conferme al suo essere illuminato.
Crede con tutto il suo essere e in tutta sincerità di essere illuminato.
Ma è una beffa degli dei.
Quando uno stato di coscienza si è stabilizzato non si ha quasi più ricordo dello stato precedente,
l'eccezionale si fa   normale,  quotidiano.
Non si noterà più la maggior luminosità dei colori  o la sensazione che suoni e colori partano insieme dal centro del corpo della fase del Pavone, perché quella diviene, per noi, la realtà ordinaria.
Se entri in una stanza buia e accendi improvvisamente la luce, vedrai sedie e tavolo e mobili e quadri che prima non vedevi.
Magari immaginavi che vi fossero senza poterli vedere, con forme e colori diverse da quelli che hanno adesso.
Una volta che li hai visti anche se spegnerai di nuovo la luce conserverai il ricordo del reale.
Nella tua mente non vi sarà più la forma-colore irreale dei mobili su cui fantasticavi quando eri immerso nella oscurità.
Le esplosioni  (o realizzazioni) sono un progressivo svelarsi, un togliersi dei veli e lasciarli volare in alto spinti dal vento della vita.
Se la via è giusta non si perderà tempo a cercare di riafferrare un velo per rimetterselo addosso.
Si imparerà magari a "chiudere" e ad "aprire" certe porte per non rendersi "riconoscibili" .


HATHA YOGA E ALCHIMIA

Fase preliminare: la gallina
accingendosi ad assumere la posizione seduta il praticante esperto metterà in atto, talvolta inconsapevolmente una specie di rituale  per ottenere il giusto atteggiamento fisico ed interiore.
Addolcendo la respirazione assumerà una delle posizioni di meditazione (per esempio svastikasana, siddhasana, ardhapadmasana, padmasana o la posizione in ginocchio detta Seiza con i piedi in contatto e le ginocchia separate dalla distanza corrispondente ad un paio di pugni o di palmi aperti ).
Quindi , per allegerire il peso sulle articolazioni delle gambe e sulla zona lombare, porterà il peso in avanti fino a sollevare leggermente la zona del sacro.
Inspirando allungherà la nuca e tirerà leggermente in alto i muscoli dell'ano con il risultato di gonfiare il perineo.
a questo punto scenderà delicatamente , mantenendo la colonna in diagonale, con il bacino sui talloni (seiza) o per terra e/ o il perineo sul tallone sinistro (siddhasana) .
quindi stenderà la colonna portandola perpendicolare al suolo.
L'atteggiamento è quello della GALLINA che si predispone a covare l'uovo sia fisicamente (rigonfiamento del perineo) che psicologicamente (predisposizione all'ascolto).



fase 1: il corvo-nigredo.
Il praticante comincia a cercare di rallentare e sospendere il dialogo interiore.
man mano che la meidtazione si fa più profonda emergono contenuti psichici sempre più profondi e nascosti.
comincia una vera e propria lotta: è assai difficile lasciar passare contenuti legati all'emotività.
Soprattutto perchè i contrasti legati alla mente emotiva (diciamo manipura cakra e la zona che va dal plesso solare all'ombelico) ed inseminati dalla mente manasica (diciamo zona del petto e gola) "precipitano" nel Vishuddha cakra (zona degli inferi, sotto l'ombelico) manifestandosi sotto forma di tensioni muscolari, crampi, rigidità articolari.
"Lavorando" con pazienza e dolcezza il praticante può sciogliere questi nodi fisici provocando, talvolta, reazioni legate ai sistemi simpatico e parasimpatico.
Possono insorgere tremori, movimenti peristaltici,sensazioni di soffocamento e mancanza di respiro, tachicardia ed altri fenomeni che possonodistrarre il meditante.
Quando finalmente le tensioni sembrano essersi sciolte può accadere che il praticante non si riconosca più.
Tensioni muscolare o psichiche accumulate nel tempo finiscono per diventare parte integrante della personalità dell'individuo.
C'è una identificazione con le proprie "tensioni".
Assenza di tensioni può essere interpretata come assenza di forza, di energia,di "presenza".
Sopravviene la paura.
Gli attacchi di panico e lo scatenamento di stati nevrotici dovuti a questa sensazione di "vuoto" sono meno infrequenti di quanto si possa immaginare:
é la fase del corvo.


fase 2: il cigno-albedo.

Superata la notte buia del corvo la mente sembra pacificata.
Si sperimenta  la piacevole sensazione del dopo malattia, quando comincia la convalescenza.
Il corpo è in uno stato di dolce torpore.
Liberati dalle tensioni si cominciano ad avvertire con chiarezza delle energie sottili di cui ignoravamo l'esistenza.
Una luminescenza bianca sembra scaturire, ad occhi chiusi, dal centro della fronte, come una leggera febbre fredda.
Il rilassamento del muscoli della faccia e della testa porta ad avvertire le energie del cranio.
Capita di avere la percezione, precisa, del Cakra della corona, detto "Nirvāṇa Cakra" o cakra dai 100 petali: è il luogo, per lo yoga, dell'oceano di latte.
La sensazione è di grande quiete.
Un praticante può arrivare a questo stadio e rimanerci per sempre, immaginando magari di essere un realizzato o comunque un essere speciale.
Questa è la fase contro cui Milarepa metteva in guardia parlando di "Stagno di Samatā"
Sopra nirvana cakra si erge il grande Cigno bianco , l'oca cosmica l'haṃsa, ma in realtà il praticante può vederne solo le zampe;


è questa la fase in cui si sofferma la maggior parte dei praticanti, ignorando che si è solo a metà dell'opera e grande è il rischio di ricadere, di aderire nuovamente e pienamente al manifestato .


fase 3: il basilisco



Il Basilisco, o piccolo re, è il drago alchemico.
Il suo sguardo incenerisce , il suo alito avvelena.
Ha la testa di Gallo (il gallo è simbolo della luce solare ad indicare la sua luminosità), il corpo e le ali di drago (ad indicare la sua capacità di volare ovvero ascendere) e la coda di serpente.
Il Basilisco (che talvolta prende il posto del Pavone che per alcune scuole viene considerato  " l'animale intermedio, che può sorgere dopo qualsiasi delle fasi delle grande opera) è la rappresentazione della kuṇḍalinī.
il meditante dopo aver portato in quiete la mente ed il corpo può , spontaneamente o con tecniche specifiche, risvegliare il Potere del Serpente.

Se la fase del Corvo si accompagna alla Paura (primo pericolo per il praticante) la fase del Basilisco si accompagna al Potere (secondo pericolo).
Il serpente viene risvegliato nel perineo (l'uovo) alla base dell'osso sacro (filum terminale del midollo spinale) e viene avvertito come un onda di calore od energia che si muove in senso antiorario nella zona del perineo
Nello yoga delle energie questa sensazione è detta kuṇḍalinī rotonda.

Quando si parla di serpente si parla di una sensazione fisica, reale, fenomenica.
La risalita di kuṇḍalinī viene spesso percepita come una fascia ai due lati della colonna, larga un palmo che viene sollevata e riscaldata da un energia percepita come elettricità, calore o onda tellurica e si accompagna spesso allo sviluppo o ricordo di poteri psichici, a fenomeni di poltergeist o mutamenti della personalità, all'acquisizione di talenti insospettati.


La voglia di utilizzare poteri che non gli appartengono, modificando l'ordine naturale, può condurre il praticante alla follia ed alla morte.

fase 4 : il pavone.
Del pavone si è già parlato, è collegato alla fase del basilisco, può però emergere in ogni fase della grande opera.
Lo si può considerare talvolta come un segno, una conferma alla validità della pratica, ma è assai difficile staccarsi dalle piacevolezze delle "luci colorate" dei "suoni meravigliosi", della "consapevolezza di essere un Dio o un grande saggio o la reincarnazione di un grande guerriero.
Tutto l'universo sembra volersi piegare ai nostri voleri.
in un certo senso, a quel piano di coscienza, ciò è vero, ma guai a crederci!.


fase 5: il pellicano.

La leggenda vuole che il pellicano si squarci il petto per cibare, con il proprio sangue, i figli.
è un auto sacrificio.
Il praticante che ha esperito la quiete del Cigno ed il Potere del Basilisco comprende che deve completare l'Opera.
Fa  quindi ridiscendere kuṇḍalinī al Cuore.
Si squarcia il petto per cercare, nel profondo del suo cuore la sua vera essenza auto-luminosa e omni-pervadente.
Il potere del basilisco è legato all'energia (tapas?) del jīva, o anima individuata.
Qualunque siano le conferme ed i riconoscimenti ottenuti il praticante sa che deve rinunciare definitivamente.
Si annulla come individuo e scompare nell'infinitamente piccolo ed infinitamente grande.
Muore definitivamente a sé ed al mondo.


fase 6: la fenice.



La grande opera si è compiuta.
Rubedo.


Di seguito alcune citazioni che potrebbero far supporre l'identità delle tecniche operative occidentali (Alchimia) ed orientali (Yoga)



"Platone allude a quei miti orfici, secondo cui Dioniso viene sbranato dai Titani e risuscitato da Apollo.per questo afferma:"raccogliersi e racchiudersi in se stessi" ossia passare dalla vita titanica a quella unitaria.Anche Core viene portata nell'ade,però viene ricondotta alla luce da Demetra,per abitare dov'era prima"
Olimpiodoro



"Raggiunsi il limite della morte.
varcata la soglia di Proserpina fui condotto attraverso tutti gli elementi e poi feci ritorno.
Nel mezzo della notte vidi un sole irradiante di splendida luce.Mi presentai al cospetto degli dei superni e di quelli inferi e da vicino li adorai" 
Apuleio



"Però conosco un rito di Orfeo molto efficace,per cui il fuoco sale spontaneamente verso la testa e brucia da sotto il figlio monocolo della terra"
Euripide.




"Nell'ambito della magia spirituale non c'è niente di più efficace degli Inni di Orfeo, se si eseguono con il concorso di musica adatta, di un'opportuna disposizione dell'animo e delle altre circostanze ben note al saggio"
Pico della Mirandola.





"E così Asclepio, l'uomo è un magnum miraculum, un essere degno di reverenza e di onore.
Poichè egli perviene alla natura di divina come se fosse egli stesso un Dio; ha familiarità con la razza degli Dei sapendo di condividere con essi l'origine;
disprezza quella parte della sua natura che è soltanto umana perchè ha riposto la sua speranza nella divinità dell'altra parte di sé"
Ermete Trismegisto.



"la vita di Dioniso è il gioco e il piacere è il gioco dello specchio di Dioniso.
Perciò dicono che Efesto fece uno specchio per Dioniso e che il Dio, guardandovi dentro e contemplando la propria immagine, si gettò nella molteplicità
Proclo