sabato 30 marzo 2019

PSICOLOGIA DELLO YOGA: LO STATO NATURALE E LA SPIRALE CENTRIPETA




Ciò che nello Yoga si definisce Stato Naturale (sahaja) è una condizione di libera e totale comunicazione.

Se pensiamo a ciascuno di noi come ad un campo morfico, una bolla di informazioni, il livello coscienziale dipenderà dall'ampiezza di questa bolla, ovvero dalla capacità di scambiare informazioni con il maggior numero possibile di esseri viventi.

Nell'illuminato il campo morfico è l'universo intero. 
Essendo l'Illuminato l'Essere Umano nel suo Stato Naturale, si deve praticare Yoga con la consapevolezza che la Realizzazione - ovvero la libera e totale comunicazione di energie (informazioni) dall'interno all'esterno - sia uno stato accessibile a ciascuno di noi. 
Anzi, "dovrebbe essere" la condizione normale ("naturale") dell'Essere Umano, una condizione di felicità e soddisfazione assai lontana dall'ansia di compiutezza che ci affligge, 



La "Anormalità" e la sofferenza che ne consegue, dipendono dai "blocchi", dai contenuti psichici che impediscono parzialmente o totalmente il libero  fluire delle energie (informazioni). 


I blocchi psicofisici provengono, in genere, dalla "spirale centripeta del pensiero", una modalità "non naturale", acquisita, di usare la mente.


In qualche modo, chissà quando e perché, l'essere umano ha imparato a recepire e trasmettere le informazioni in maniera obliqua o contraddittoria.
Itsuo Tsuda, in uno dei suoi libri, racconta un caso singolare trattato dal suo maestro Noguchi: un bambino, che non aveva mai dato segni di squilibrio psichico, improvvisamente comincia a gettare immondizia e cadaveri di animali nella stanza del fratello. Noguchi scoprì che tutto era nato da un complimento. Strano vero? Una frase, una frase sola, apparentemente inoffensiva può creare disastri.


Un giorno la madre gli dice :

-"Come sei bravo tu. Tuo fratello invece è proprio uno zozzone!"-





e l bambino, probabilmente per la prima volta, fa caso alla differenza tra le due camere. Confronta la zozzeria del fratello con la propria pulizia, inizia discriminare tra bene e male, tra brutto e bello non in base ad una legge universale o qualche ideale estetico, ma usando come termine di paragone il giudizio della madre.

Se la madre avesse detto semplicemente 

-"Che bravo, è molto bello che a te piaccia la pulizia"- 

si sarebbe limitato a cercar di tener pulita la sua stanza o addirittura si sarebbe messo a pulire le altre stanze, perché la sua NATURA era tener pulito e in ordine.

Il riferimento al fratello (-"Tuo fratello invece è proprio uno zozzone"-) insinua la malizia. Nasce un qualcosa che non è nella sua natura, una diversa modalità o tecnica del pensare.

Se prima che la madre glielo facesse notare teneva pulita la sua stanza per il solo gusto di tenerla in ordine, adesso comincia ad agire per dimostrare di essere più pulito del fratello, di essere diverso.


Basta una frase o una sola parola per innescare, nella mente, la spirale centripeta che allontana un essere umano dalla sua propria natura. 






Cerchiamo di capire meglio: 
Io lavoro con le armi bianche da anni. Mi piace e credo di essere abbastanza abile. Supponiamo di parlare di spada con un gruppo di persone e supponiamo che io dica, citando un vecchio film: 

-"La spada è come il collo di una rondine, se la tieni stretta muore, 
se molli troppo la presa vola via"-

Uno dei presenti - supponiamo - commenta la mia affermazione con sarcasmo:

 -"Si vede che non hai mai usato una spada in vita tua"-

Se in uno stato di "non vigilanza" faccio penetrare e agire quella frase nella mia mente, l'attenzione , mia e dei presentii, si sposterà dalla spada a me.

Punto nell'orgoglio potrei pensare:

-"Perché questo afferma una falsità del genere?"-

e magari comincerei a parlare delle mie esperienze precedenti, andrei a prendere video e foto, chiamerei qualcuno che possa testimoniare la mia abilità di spadaccino, o prenderei la spada con l'intenzione di dimostrare quanto sono bravo.

Se alla fine dimostrassi veramente di essere bravo e ricevessi gli applausi degli "spettatori" la frittata egotica sarebbe fatta.

Se in precedenza giocavo con la spada e ne parlavo per il solo piacere di farlo (cosa che in qualche modo è nella mia natura) adesso comincerei, probabilmente a giocarci ed a parlarne per ottenere l'apprezzamento altrui.

L'ego si sviluppa nella dinamica GRATIFICAZIONE - PUNIZIONE (Frustrazione).






Quando si parla Yoga o, come fanno alcuni, di "Filosofia Realizzativa" il discorso si fa più complesso, perché il fine dichiarato è duplice: occorre  risolvere l'ego per poi coagularlo attorno ad una "Mente Informale".

Facciamo un esempio (si tratta di un evento realmente accaduto): 

il discepolo X del  maestro di Yoga Y, un ricercatore serio, intelligente, preparato, diligente, sincero, mosso da quello che Raphael definisce "ardore realizzativo" per anni ed  anni sente il maestro Y ripetere :

-"lo yoga è la pratica del Samadhi"-

ma non ne ha mai fatto l'esperienza.

Sentendo e leggendo i racconti di altri che magari lui reputa più sciocchi o meno preparati o meno rispettosi del maestro, si sentirà frustrato.
La frustrazione (PUNIZIONE) innesca una spirale centripeta che porterà alla rabbia ed alla insoddisfazione.

Inconsciamente con tutte le armi che ha a disposizione (logica, erudizione, titoli accademici...) cercherà di dimostrare che tutti coloro che affermano di aver esperito il samadhi sono dei cialtroni o che il samadhi non è strumento essenziale ecc. ecc.

Anche qui c'è uno spostamento dell'obbiettivo: all'inizio il discepolo è mosso dall'ardore realizzativo o dalla sete di conoscenza.

La ricerca fa parte della sua natura, ricerca perché non può farne a meno.

Quando comincia a farsi viva la frustrazione, il fine diviene  l'esperienza soggettiva del samadhi. 

Agli sforzi vani si accompagna l'aumento esponenziale della frustrazione e il  il fine ultimo diverrà il dimostrare che gli altri non sono ricercatori seri.




L'ego cerca sempre di affermare il suo essere unico.
Vuole  primeggiare perché si alimenta di gratificazioni e le gratificazioni giungono quando si vince, quando si è riconosciuti come il più buono, il più intelligente, il più furbo ecc. ecc.

Il discepolo X  non potendo dimostrare di essere il più qualcosa cercherà di dimostrare che nessun altro è più qualcosa di lui e maggiori saranno le sue qualità intellettuali e la sua erudizione maggiori saranno le possibilità di "successo".

L'esempio che ho fatto  è la storia di uno dei più famosi yogin del XIX secolo, Vivekananda

Allievo del "folle amante della DeaRamakrishna Vivekananda, non avendo mai esperito il samadhi, per anni guardò con sospetto e sarcasmo le estasi del suo maestro e degli altri discepoli dandosi un gran daffare per dimostrare la cialtroneria di coloro che affermavano di aver "realizzato il Sé"


Quando finalmente, con Ramakrishna in punto di morte, visse uno stato di alterazione percettiva e di perdita della coscienza individuale si spaventò a morte 
-"Dov'è il mio corpo?"- 

gridava incapace di muoversi 

-" Sento solo la mia testa....dove è finito il mio corpo..."-

Appena fu in grado di camminare andò dal maestro che gli confermò la natura dell'esperienza e gli disse, più o meno: 

-"Adesso che sai cosa è l'esperienza del samadhi la custodisco io, tu hai altre cose da fare...." 




In qualche modo la spirale centripeta del pensiero, è contagiosa.

Quando si innesca quel particolare processo mentale ( 1)IO AMO TENER PULITO 2) SONO GRATIFICATO DAL MIO ESSERE PIU' PULITO DI ALTRI 3)SPORCO GLI ALTRI PER NON RISCHIARE DI NON RICEVERE PIU' LA GRATIFICAZIONE) si tirano fuori le parti peggiori di sé e degli altri.

Se nel tempo si è sviluppata una grande capacità di osservazione e si è mossi sostanzialmente da sentimenti di amore e benevolenza nei confronti dell'umanità il processo può rivelarsi positivo, ma se la capacità di osservazione è bassa e il desiderio primario, inconfessato, è quello di primeggiare o di mostrarsi non inferiori ad altri i risultati saranno nefasti.

La natura del praticante di Yoga è la liberazione.

La spirale centripeta, che spinge a cercare gratificazioni individuali o ad evitare che altri trovino gratificazioni non è naturale e, se spinta all'estremo, si trasforma nel seme della sofferenza e del dolore.

giovedì 21 marzo 2019

VIVERE NEL PRESENTE: IL BISOGNO DI "ESSERE QUALCUNO"




La nostra visione del mondo e delle cose è assai limitata.
La nostra vita è un film, lo si dice spesso, di cui ciascuno di noi è, nel contempo, regista e protagonista. 
Ma c'è anche un altro dettaglio: si gira tutto in "soggettiva". 



Se nei sogni, a volte, pur se evanescenti come la promessa di non bere fatta da un alcolizzato, appariamo insieme agli altri personaggi, nella vita di tutti i giorni non ci vediamo ed ascoltiamo mai.

Possiamo solo osservare la nostra immagine riflessa in uno specchio o sorprenderci del tono strano della nostra voce registrata, ma il nostro vero sguardo e la nostra vera voce non li ascoltiamo e vediamo mai.

Se siamo in dodici seduti in una stanza, ciascuno di noi vedrà 12 scene diverse.
Cambia la prospettiva: se Fabio è alla sinistra di Laura e Sandro alla sua destra, parlando di lei, nei loro successivi racconti, ne descriveranno due profili diversi.


Cambiano i personaggi:
Fabio vedrà gli altri undici e non se stesso e così Sandro, e Laura e Andrea.
Osservazione ovvia e banale.

Ce ne è un'altra, altrettanta banale:
la visione del mondo di ciascuno di noi, dipende anche dall'ambito culturale ovvero dall'insieme di stimoli che si sono ricevuti in virtù dell'appartenenza ad una famiglia, a un ceto sociale, a una generazione, e questo, in aggiunta alla forzata differenza di prospettiva dovuta all'individualità, conduce alla creazione di una mitologia personale




Lo yoga è un Arte, e come tutte le arti attinge, invece alla Mitologia universale, agli Archetipi.
La sostituzione di questi con simboli che hanno valore limitato ad ambiti più o meno ristretti è uno dei motivi delle difficoltà di comprensione.

Comprensione delle testimonianze altrui, comprensione degli insegnamenti antichi, comprensione di Sé.
Tempo fa eravamo, Laura ed io, a cena con A. P. e  con la sua compagna.

Dopo una profonda meditazione sulle qualità organolettiche del Primitivo del Salento, Andrea ha cominciato a raccontare dei suoi nonni e bisnonni. Storie degne di Conrad o di Corto Maltese, con l'aggravante che non sono frutto di fantasia, ma sono vere, confermate da cronache, libri e nomi sulle lapidi.

Io, per non essere da meno, ho raccontato  della mia bisnonna, sposata con un ferroviere anarchico nella maremma del primo novecento. Una vita di stenti. Undici figli ha avuto e  sette sono morti di malaria.
A più di novantanni gridava e bestemmiava contro l'ingiusta morte che voleva portarsela via così giovane.

Sicuramente non è un esempio di yogico distacco, ma pensarci bene, il suo gridare, come la Desdemona di Shakespeare, "mezz'ora, mezz'ora ancora....un bacio un bacio ancora...", la sua speranza di godere per qualche istante in più, di un raggio di sole, del volo di un gabbiano o del cicaleccio dei bimbi  in strada, ci avvicinano ad uno dei segreti meglio custoditi della filosofia orientale.


Perché ci si incarna? 

Perché ci si getta nella catena del samsara, il ciclo delle rinascite?

La risposta è semplice:
perché la vita è meravigliosa. Perché è quello, vivere, il Bello in Sé.

-"Non vedo differenza tra uomo e donna"- 
diceva Yeshe Dawa, la prima incarnazione di Tara 

-" Sono diversi come l'acqua dall'onda... E non vedo differenza tra Samsara e Nirvana"-

Amare la vita per ciò che è, un lampo di bellezza, è un segreto piccolo piccolo.


Disse un'altra cosa interessante A.
Ci raccontò di un film sulla Tatcher che non ho visto, con Meryl Streep.

Pare che il personaggio dica, ad un certo punto: -" Mi pare che oggi ci sia un sacco di gente che vuole essere qualcuno. Ai miei tempi si pensava a fare qualcosa"-

Questo è un punto fondamentale.
Anche per lo Yoga.

Il desiderio di essere qualcuno è un ostacolo quasi insormontabile per il praticante, perché è  entrato così profondamente nell'immaginario collettivo ed  è stato così impregnato di valori positivi, da essere ormai invisibile.

Anche se si dice di scrivere e parlare di yoga per testimoniare o condividere, sotto sotto, in molti di noi, c'è il desiderio che venga riconosciuta la nostra non ordinarietà.

Ci si appropria di tecniche, idee, teorie elaborate da altri e le difendiamo a spada tratta come se fosse questione di vita o di morte,e ci amareggiamo quando il nostro dire o il fare, che riteniamo degno di plauso e sorrisi di approvazione, passa inosservato o è soggetto a critica.

Alla fine si passa più tempo a difendere opinioni nostre o altrui che a godere della vita.

Ci impegnamo di più a lottare contro chi sembra minacciare la nostra autostima che a godere della natura e del vario combinarsi di energie, colori ed emozioni.

Vogliamo sentirci bravi, indispensabili, autorevoli e non riusciamo a vedere che si tratta di un ostacolo, perché ci hanno insegnato che lo scopo  della vita è essere qualcuno



Nella mitologia individuale dei nostri tempi, l'eroe che va nel regno degli inferi e torna dopo aver catturato il daimon, viene sostituito da Valentino Rossi, Ronaldo o Steve Jobs

Il metro di giudizio della validità di una pratica, è diventato il successo, planetario, o meno.

 Se si è degli sportivi professionisti o dei manager o dei politici va anche bene, ma nel cercare di seguire il percorso tracciato da ShankaraPatanjali Buddha Shakyamuni il desiderio di "ESSERE QUALCUNO"  può diventare una catena di acciaio inossidabile.

Non è raro trovare, su internet, segnalazioni di corsi di Yoga, Meditazione, Mindfulness o Analisi dell'Enneagramma che promettono di far intravedere la via che porta al successo personale.
Va bene. Va tutto bene, ma bisogna essere consci del fatto che lo Yoga, o il Taoismo, o lo Zen, pur non considerando assolutamente negativo il raggiungimento del successo personale, mettono in guardia contro la sua ricerca.

Credere di essere "Qualcuno", voler affermare a tutti costi la propria individualità, lottare per accrescere l'autostima, serve a pensare di essere unici, mentre ciò che è unico, invece, è questa vita, qui ed ora.

La vita umana è un'occasione, ed è maledettamente bella, come la Deacon i capelli neri come l'ala del corvo, e gli occhi blu come il fiore di utpala.

Cercare di affermare la propria individualità porta a desiderare di essere "più qualcosa" degli altri e ad assumere atteggiamenti contraddittori che da un lato sono finalizzati all'ottenimento del favore altrui, dall'altro conducono a forme di protesta o di ribellione.

Il satanista che rovescia la croce e si scaglia contro il Dio della Bibbia, è un cattolico, che urla la propria volontà di essere riconosciuto diverso, originale, particolare. 
Solo un cattolico può essere un satanista.

Chi non lo è vedendo una croce rovesciata, può, al limite, spiacersi perché offende dei devoti, ma l'immagina non gli smuoverà niente. Nessuna emozione particolare. 

Ogni volta che ci si allontana dalla vita o si cerca di cambiarla, si va sul sentiero della magia, intesa come tentativo di modificare la realtà.


Lo yoga non è magia.

La magia vuole mutare la realtà, lo yoga vuole penetrarla, con dolcezza.
Prima bisogna riconoscerla, poi spogliarla dei veli dell'illusione, e infine ci si può unire a Lei, nella danza senza fine della Vita. 



La morte è all'altro capo del filo della nascita, ma il filo è un trattino trascurabile.
Uno dei mille e mille fili che formano il tappeto, meravigliosamente decorato, dell'esistenza.

Autostima, ricchezza, successo sono considerati valori positivi, ma bisognerebbe analizzarli a mente fredda.

L'autostima ad esempio cosa è?
Il rapporto tra IO PERCEPITO e IO IDEALE. E che accade se il mio IO IDEALE è Steve Jobs?
Che ne so delle sue emozioni, delle sue paure, dei desideri?

Si tratta di un nome legato a una mela.

Posso mitizzare le sue capacità imprenditoriali o il suo aver rivoluzionato il sistema delle comunicazioni. Oppure posso criticarlo per aver rubato idee altrui, portando a prova la tecnologia militare degli anni sessanta, per esempio.

O, ancora posso più meno sinceramente, compatirlo, pensando che è uno che per tutta la vita ha lavorato per 12 ore al giorno per accumulare una fortuna che non si è goduto perché, pur non avendo fumato neppure una sigaretta in vita sua, è stato stroncato dal cancro.

Ma lui è comunque lui.
Il film della sua vita non potrò mai viverlo da protagonista.

Si parla continuamente di "vivere nel presente", ma poi si fanno continuamente dei piani per il futuro e si studiano le mosse per cercare di ottenere il successo e la considerazione altrui.
Si cerca di mutare la realtà.

Si cerca di "fare magia", e nel momento in cui la vita non risponde alle nostre aspettative, ai nostri progetti, ci arrabbiamo, ci deprimiamo, ci sentiamo abbandonati.

In fondo siamo solo dei maghi frustrati e un po' idioti così impegnati nella ricerca della considerazione altrui da non vedere i tesori che ci passano vicino.
Basterebbe allungare la mano per essere felici, ma non ne siamo capaci.
Preferiamo vivere nel desiderio di essere qualcuno e nella paura della morte nostra e delle persone che amiamo. Morte non vista come un passaggio di stato, ma come la fine della nostra individualità, delle nostre possibilità di successo e di affermazione.

Sono migliaia di anni che upanishad e derivati ci dicono che i nemici dell'uomo sono il MIO e l'IO e noi siamo ancora qui, a chiamarci yogin e a a cercare l'affermazione personale, arrabbiandoci se non vengono riconosciute le qualità che "noi" attribuiamo alla "nostra" presunta, meravigliosa individualità.

mercoledì 20 marzo 2019

SPAZIO E VUOTO – PRESENZA E NON PRESENZA




"Cessa di associare all'etere ([1]) i molteplici upādhi [2]come ad esempio la brocca, il vaso, il granaio, l'astuccio per gli aghi ecc., perché l'etere è uno e non molteplice; così il Supremo, quando è libero dalle sovrapposizioni dell'io, ecc., in verità è Uno."
(Śaṅkara, Vivekacudamani, 385. Traduzione di Raphael)

Il Movimento Naturale è il movimento dello Stato Naturale, o Sahaja, e dagli artisti marziali cinesi e giapponesi è associato alla Giusta Azione degli insegnamenti buddhisti. Il movimento naturale richiederà ovviamente un Giusto rapporto con lo Spazio, dal quale deriva ciò che, nella danza, nel teatro e nelle arti marziali, viene definito “Presenza”. Per apprendere il giusto rapporto con lo Spazio occorre comprendere il significato di Spazio e di Vuoto. Qual è la differenza tra Spazio e Vuoto? Anche se spesso vengono intesi nella stessa maniera, dovremmo considerare lo Spazio come uno dei cinque elementi costitutivi della materia ed il Vuoto come concetto filosofico astratto o come una qualità dello Spazio. Quando si afferma che una stanza è vuota si qualifica lo Spazio. Nella frase "questo spazio è vuoto" Vuoto è inteso come aggettivo qualificativo e quindi è attributo di Spazio. Se invece si parla di Vuoto in sé lo si intende come assenza di qualcosa.

Lo Spazio è Presenza, il Vuoto, come lo si intende comunemente, è Assenza.

La parola sanscrita शून्य śūnya che traduciamo di solito con Vuoto ha moltissimi significati: zero matematico, libero, vacante, assente, vergine, annullato, abbandonato, deserto, ma nel linguaggio comune è sempre una QUALIFICAZIONE DELLO SPAZIO. Lo Spazio interno, ad esempio, di una teiera può essere vuoto o pieno, ma questo non muterà la forma di porcellana, ovvero il corpo fisico di una teiera.

Il corpo fisico/teiera è pṛthvī.
Il corpo interno/tè è prakṛti.

Il tè può essere caldo o freddo o tiepido. Può essere nero, verde, rosso, bianco. Può essere gradevole o sgradevole. Comunque sia viene preparato, fatto riposare e bevuto (o, a volte, se fa schifo, gettato nel lavandino), così come il destino dell'individuo, a prescindere dai suoi lineamenti, dalla sua cultura, dalle sue doti umane, è quello di nascere, crescere, morire. L'unica differenza è che il tè non si lamenta, mentre l’essere umano invece si lamenta continuamente delle limitazioni alla propria voglia di vivere in eterno, alla propria voglia di non soffrire, alla propria voglia di possedere tutto ciò che può dargli piacere o serenità. E si interroga sui motivi di tali limitazioni. Queste limitazioni vengono chiamate, in sanscrito कञ्चुक kañcuka che significa "giacca”, "blusa", "giubba", ma che, anticamente era usato per “armatura” o “corazza”.
Nella mitologia Indiana i cinque kañcuka sono in effetti delle armature costruite con un duplice scopo:

1-      Difendere gli dei dai mortali che, per caso o in maniera "artificiale" giungessero nel loro regno mettendone in discussione il potere;
2-      Proteggere i mortali giunti nei regni celesti dagli effetti di una pesante ricaduta.

Nel Ramayana si narra la storia di uno di costoro, il principe Satyavrata detto Trishanku. Satyavrata è uno क्षत्रिय kṣatriya che decide di ascendere al regno degli dei. A causa pare di tre peccati (manca di rispetto al padre, uccide una vacca sacra che apparteneva al suo maestro e ne mangia le carni senza fare riti purificatori), si cimenta nella via delle droghe e riesce a salire con il "corpo fisico" nel Paradiso di Indra, ben deciso a rimanervi ed a far valere le sue doti guerriere. Il Re degli dei pensa inizialmente di fargli guerra, ma essendo Trishanku un discendente della Stirpe Solare (Sūryavaṃśa) le sorti di un eventuale conflitto sarebbero stati assai incerte. Per evitare rischi gli dei decidono di costruire per Satyavrata un Paradiso artificiale uguale uguale a quello di Indra, e, nel caso di una sua possibile ricaduta gli si donano cinque armature: i kañcuka. I kañcuka hanno il compito di impedire l'entrata dell’essere umano con il suo corpo fisico, nel Regno dei Cieli. Solo chi ha risolto le Guaine corporee (koṣa) può passare indenne dalla "porta d'oro".  Sono cinque i kañcuka, come cinque sono i poteri della divinità:

Se il Divino è ONNIPRESENTE (vyāpakatva) il mondo umano è caratterizzato dalla LIMITATEZZA DELLO SPAZIO (कला kalā, atomo), ovvero dal porre l'attenzione sul particolare.
Se il Divino è ONNISCIENTE (sarvajñatva) l'essere umano è caratterizzato dalla CONOSCENZA DISCRIMINANTE (विद्या vidyā[3].
Se il Divino è COMPLETO IN SÈ (pūrṇatva), l'umano sarà limitato da PASSIONE E DESIDERIO (राग rāga).
 Se il Divino è ETERNO (nityatva), l'umano sarà limitato dal TEMPO (काल kāla).
Se il Divino è ONNIPOTENTE (sarvakartṛtva), l'umano sarà limitato dal principio di necessità o principio di causa effetto (नियति niyati).

La madre dei cinque veli limitanti è माया māyā ovvero kuṇḍalinī e la risalita di kuṇḍalinī equivale allo scioglimento dei cinque veli limitanti.
Se non ci fossero i veli di māyā non esisterebbero il TEMPO né lo SPAZIO; non esisterebbe il PRINCIPIO DI CAUSA EFFETTO né la PASSIONE; non esisterebbe l'individuo. Senza il principio di determinazione spaziale come potrei sapere, guardando l'amata negli occhi chi di noi due è IO? Non potrei sapere se IO sono colui che guarda o colei che è guardata. Senza Māyā, la “Dea”, l’individualità non avrebbe modo di esistere.

Ramakrishna affermava che Māyā opera nel mondo in due modi diversi, definiti “avidyāmāyā” e “vidyāmāyā”. 

Avidyāmāyā, che rappresenta le forze tra virgolette oscure della creazione (passioni sfrenate, ingordigia, lussuria, crudeltà, ecc.) sostiene il sistema del mondo ai livelli più bassi. Sarebbe questa la causa del vagare dell’uomo nel ciclo della nascita e della morte. Vidyāmāyā, al contrario, sarebbe la forza più alta della creazione, ispiratrice delle virtù spirituali, le qualità illuminanti, la gentilezza, la purezza, l’amore, la devozione. Vidyāmāyā eleva l’uomo ai livelli più alti di consapevolezza e, con il suo aiuto, l’uomo si libera da avidyāmāyā e diviene māyātita, libero da Māyā. Questi due aspetti, apparentemente contraddittori della Dea sono due dei cinque poteri divini:

Creazione,
Conservazione.
Dissoluzione,
Grazia,
Velamento.

Vidyāmāyā sarebbe il potere della Grazia, ciò che rivela la natura intrinseca dei fenomeni e il “Bene in sé” da cui ha origine la manifestazione. Avidyāmāyā sarebbe invece il potere del Velamento, ovvero la capacità di creare i cinque veli (kañcuka). Bisogna fare attenzione a non identificare i due poteri divini di Grazia e Velamento con il Bene e il Male. Vidyāmāyā è “il cielo terso di un mattino d’autunno”, Avidyāmāyā è “il gioco delle nuvole ora bianche o dorate dalla luce del sole, ora scure e gravide di pioggia”. Il sole splende sempre e comunque, a prescindere dallo spettacolo delle nubi. Il doppio potere divino di Grazia e Occultamento si manifesta attraverso la creazione e lo svelamento dei cinque kañcuka associati ai cinque elementi primari:

La limitatezza dello Spazio kalā, associata, ovviamente, allo Spazio.
La Conoscenza vidyā, associata all’Aria.
La Passione rāga, associata al Fuoco.
Il Tempo kāla, associato all’Acqua.
Il principio di causa-effetto niyati, associato alla Terra.

Possiamo chiamare il primo velo Determinazione dello Spazio. Dalla Determinazione dello Spazio “procede” la limitazione della Conoscenza e del desiderio di conoscere:

-"Se io sono qui, in questo punto, lì in quel punto c'è qualcosa d'altro. Cosa è quel qualcosa d'altro?"-.

Dalla limitazione della Conoscenza procede la Brama di Possesso/passione:

-"Quel qualcosa d'altro è diverso da me, voglio conoscerlo per comprendere in cosa è diverso da me, ma visto che resta in me la consapevolezza dell'unità conoscerlo significa appropriarsene"-.

Dal desiderio di possedere procede la determinazione del Tempo, cioè del movimento nello Spazio:

-"Se voglio impossessarmi di quel qualcosa d'altro che è Lì dovrò spostarmi da Qui a Lì cosicché Dopo avrò qualcosa che non avevo Prima ".

Dalla determinazione del tempo procede il principio di causa-effetto o consequenzialità:

-"Io sono qui, vedo l'oggetto, mi muovo per conoscerlo/possederlo, grazie all'azione Io sarò IO + L'OGGETTO DI CONOSCENZA. L’io di prima sarà quindi altro dall'io di adesso. Il movimento è l'effetto e il desiderio la causa. L'io di adesso è l'effetto e l'io di prima è la causa..."-.

I 5 veli formano quello che nel Vedanta è chiamato जीवात्मन् jīvātman, l'anima individuata detta anche अणु पुरुष aṇu puruṣa (atomo, particella elementare della materia). Il jīvātman non può fare a meno di incarnarsi, non può fare a meno di agire perché la sua natura è Azione. Può essere agito, può agire in linea con la Legge (giusta azione), può comprendere la natura dei veli limitanti, ma quei veli sono il jīvātman stesso. Cercare di comprendere la natura di Māyā con la Mente umana è impossibile: intuito sovra-conscio, mente percettiva, sensi, organi d'azione sono essi stessi determinati dai veli di Māyā. Taluni pensano che il termine Māyā indichi l'illusorietà della sfera materiale e teorizzano una dicotomia tra Spirito e Materia, intendendo per spirito ciò che riguarda il sentire o il pensare e per materia "la carne". Le parole carne, carnalità, sensualità assumono per costoro una valenza negativa. Ma ciò che chiamiamo Buddhi ad esempio (o Intuito sovra-conscio, espressione più alta della mente umana) è determinazione dei cinque veli di māyā al pari di un corpo flessuoso e di due labbra turgide. Non c’è, a livello oggettivo nessuna differenza tra l'attrazione per un simbolo religioso o per un idea filosofica e l'attrazione per il corpo dell'amante. Si tratta in entrambi i casi di un processo innescato da Amore e desiderio. Si tratta di due diverse modalità espressive della Dea, di fenomeni che appartengono entrambi alla sfera di prakṛti. I cinque veli di Māyā sono la stoffa di cui è costituito l’essere umano nella sua interezza. Corpo, Parola e Mente. La risalita di kuṇḍalinī è la dissoluzione dei cinque veli ovvero la realizzazione della Libertà Assoluta.


[1] आकाश ākāśa nell'originale ovvero Spazio, Cielo ecc.
[2] उपाधि upādhi = titolo, circostanza, condizione, sostituto, pseudonimo...)
[3] Può sembrar strano che vidyā venga considerata una limitazione, ma questo dipende dal nostro pensiero incapace di pensare in termini non duali. Si è tentati di considerare vidyā in termini positivi ed avidyā in termini negativi senza considerare che Avidyā è determinazione di vidyā e viceversa, così come il chiaro è determinazione dello scuro ecc.…

giovedì 7 marzo 2019

L’UTILIZZAZIONE DEL PIACERE NEL TANTRA


                                             
“Con tre dita sparsi sulla mia vagina il polline di loto e con un’intensa danza serpentina, offrii il mio mandala al mandala del corpo del Guru.
[…] Buddha, Eroe del Puro Piacere, fai di me ciò che vuoi.
Guru, Signore del Puro Piacere, con forza e gioia, ti chiedo di spargere il tuo seme nel mio mandala interiore”.

(Yeshe Tsogyal – LA TERZA INIZIAZIONE)

La Meditazione a Coppia può essere considerata una delle fasi preliminari del “Maithuna”, il rito sessuale tantrico, e consiste nella visualizzazione del partner come un divinità.

Si tratta di una pratica detta Samayasattva (dove samaya significa "voto", "promessa", e sattva “essenza”, “creatura”, “ectoplasma”) che consiste nel visualizzare il partner come una divinità.

Una definizione accettabile della pratica di Samayasattva potrebbe essere “ricreare dinanzi a sé, mediante la visualizzazione, l'immagine della Divinità preferita (in sanscrito Iṣṭadevatā, in tibetano YIḍām)”.

Samayasattva ha il fine di creare uno “Shock Informativo”, mettendo i praticanti nella condizione di “vedersi visti”.

Cominciamo con il metterci uno di fronte all’altra, ad occhi chiusi.

Uniamo il palmo delle mani (la sinistra sotto la destra del partner e viceversa) e, cerchiamo di percepire il ritmo respiratorio dell’altro attraverso i micro movimenti delle dita e del palmo delle mani.

Disegniamo nella mente il suo corpo, gli occhi, le labbra, il volto, il collo, la linea delle spalle…

Dobbiamo ricostruire il maggior numero di dettagli possibile, il più piccolo neo, o la ruga d’espressione: più precisa è la visualizzazione e più potente sarà l’effetto della pratica.

Immaginiamo adesso che l’aria sia un fluido denso come il mercurio del termometro.

Inspirando il fluido scorre lungo il nostro braccio sinistro, dalla mano al cuore, espirando dal cuore, attraverso il braccio destro, penetra nel corpo del partner.

Dopo qualche minuto dovremmo percepire una leggera vibrazione sottopelle, un fremito sottile.

Verrà quasi naturale aprire gli occhi, la percezione delle energie sottili soprattutto per chi è agli inizi, è un’esperienza sorprendente.

Questo, è un punto fondamentale: lo stupore (in sanscrito vismaya, “meraviglia”, o vimāya, “oltre il velo dell’Illusione”) è il filo conduttore di tutta la pratica tantrica.





Lo scopo del tantra è quello di sciogliere i vincoli morali, sociali e culturali, di cancellare le sovrastrutture mentali che ci impediscono di “vedere la realtà”.

Il vero yogin è come un bambino, pronto a cogliere, in ogni istante, la Bellezza e l’Amore che pervadono la Creazione, a riconoscere il “sorriso della Dea” nel volo di un gabbiano o nel sole dell’alba che muta in perla la goccia di rugiada.

O nel corpo dell’amata.

Apriamo gli occhi e cerchiamo nello sguardo del partner la nostra forma, il nostro volto. Inspiriamo dai suoi occhi e nei suoi occhi espiriamo.

Dopo un po’ avremo la sensazione del “vedersi visti”, come se la forma, idealizzata, dell’amata (amato) fosse penetrata in noi e ci “osservasse da dentro”.

Il “vedersi visti” la fase detta jñānasattva, “essenza della conoscenza”.

L’Amata (l’Amato) si è trasformata nel nostro “Dio personale” e ci mostra la possibilità di riconoscersi in Lei (Lui): Sa'haṃ, io sono Lei, So'haṃ, io sono Lui.




"Ciò che è celebrato come fonte del flusso universale che spande la felicità è chiamato organo genitale, ma ha per essenza la via mediana".
(Jayaratha, TANTRALOKAVIVEKA)[1]

La meditazione a coppia può essere sia un esercizio fine a se stesso, sia un preliminare all’unione fisica.

La felicità sessuale viene prodotta dalla “Bolla” e, contemporaneamente, la alimenta.

Pur senza scendere in particolari che alcuni potrebbero definire “arditi” o “scabrosi” mi sembra utile dare alcune indicazioni di massima sull’aspetto erotico delle pratiche tantriche.

La posizione più usata nelle pratiche tantriche è quella del doppio loto, con la donna seduta sulle cosce dell’uomo, ma, visto per alcuni può risultare difficile da mantenere per lungo tempo si può scegliere una qualsiasi posizione alternativa, che risulti comoda per entrambi.

L’importante è che ci sia il contatto o la prossimità delle zone fisiche corrispondenti ai cakra.

La scelta della giusta postura è assai importante.

Se può essere divertente sperimentare posizioni nuove ed originali, dobbiamo fare attenzione a non scambiare la pratica tantrica con la volgarizzazione del kāmasūtra giunta in occidente.

Senza la visualizzazione e l’utilizzazione delle correnti di energia sottile, in sanscrito kriyā, le posizioni del sesso tantrico sono solo una piacevole ginnastica.

Una volta Creata la Bolla, uomo e donna devono impegnarsi a sviluppare la capacità di percepire e “indirizzare” la circolazione delle energie sottili, dette in sanscrito vāyu o prāṇa.

Nei testi si parla di dieci vāyu (vènti), responsabili di tutte le funzioni vitali dell’essere umano.

I vāyu scorrono in settanta duemila canali (nāḍī), identificabili in buona parte con le vene, i nervi e i vasi linfatici.

Diciamo che se il corpo umano fosse un territorio, le nāḍī sarebbero i fiumi e i torrenti e i vāyu l’acqua che vi scorre.

Le sorgenti, le foci e i luoghi in cui i corsi d’acqua si uniscono vengono chiamati cakra.



Nel corpo umano ci sono moltissimi cakra, non solo i sette fondamentali, a volte si lavora su tredici cakra, altre su nove, altre sui cinque che si fanno corrispondere agli elementi fondamentali della fisica antica: Spazio, Aria, Fuoco, Acqua e Terra.

Vediamo adesso una delle tecniche per armonizzare i cakra prima dell’unione sessuale:

Nella posizione del doppio loto, abbracciandosi con dolcezza, si visualizza, nell’ordine:

1-    Un canale di luce bianca che unisce i punti tra le sopracciglia
2-    Un canale di luce rossa che unisce i punti della gola (laringe)
3-    Un canale di luce verde che unisce i genitali
4-    Un canale di luce gialla che unisce gli ombelichi
5-    Un canale di luce blu che unisce i cuori.

Inspirando immaginiamo di assorbire, alla fronte, l’energia “bianca” del partner e gliela restituiamo espirando.

Lo stesso faremo con l’energia rossa alla gola, l’energia verde ai genitali ecc.

La visualizzazione va ripetuta fin quando non si comincia ad avvertire una sensazione fisica nei vari punti.

Le sensazioni sono soggettive, si può percepire un formicolio, una pressione, un campo magnetico, un aumento o una diminuzione di temperatura… l’importante è che ci sia una sensazione diversa, non consueta.

Una volta armonizzati i cakra si può passare all’unione vera e propria.

Sia che i genitali siano solo in contatto sia che ci sia la penetrazione completa, l’uomo dovrà visualizzare, inspirando, una corrente fresca (o un fluido color argento della stessa densità del mercurio del termometro) che entra nel glande, arriva al sacro e risale lungo la colonna vertebrale fino alla radice del naso.

Espirando emetterà una energia calda, solare, dorata che uscendo dalla bocca (o dal punto in mezzo alla fronte) entrerà nella bocca o nel punto in mezzo alla fronte della sua compagna.

La donna visualizza invece una corrente di energia calda (o un fluido color oro) che entra dalla bocca (o dal punto tra le sopracciglia), sale alla fontanella, passa alla nuca e discende fino alla vagina trasformandosi progressivamente in energia fresca, lunare, coloro argento.

È importante notare che l’energia femminile è fresca ed ascendente, mentre l’energia maschile è calda e discendente.



Dopo un po’ si avrà la sensazione che i due corpi si siano uniti in un’unica forma, una specie di uovo palpitante.

La percezione dell’Uovo Palpitante è uno dei segnali che indicano l’ingresso nella dimensione della “Bolla”.

Nella Bolla la qualità del rapporto sessuale muta radicalmente, e si sviluppa una sensibilità nuova che i tantrici definiscono “effervescenza”.

La sensazione è che milioni di bollicine di champagne escano continuamente dai pori della pelle, aumentando a dismisura la sensibilità tattile e, quindi, le possibilità del piacere.

Il corpo sembra più morbido, quasi liquido ed una leggera carezza o un bacio appena accennato possono dare un godimento impensabile in condizioni ordinarie.


Non si può, tuttavia, non tener conto del fatto che nel tantrismo sessuale l'accento è posto, ovviamente e senza possibilità di dubbio, sugli organi genitali (upastha), definiti spesso vajra (diamante) e padma (loto).
In tutte o quasi le immagini tantriche il pene e la vagina sono posti in grande evidenza, ma bisogna considerare che si tratta di organi sessuali "sacralizzati" o "divinizzati".
Scrive il maestro tantrico Abhinavagupta[2] (Tantraloka V, 122):

"l'insieme degli organi divinizzati risiede senza sforzo in questo regno pieno di felicità, quello di una coscienza perpetuamente emergente”.

Il turgore degli organi è l'aspetto visibile di vīryā, energia sessuale, ed è sacro di per sé, perché vīryā è una forma della Dea, ma ovviamente non basta avere il sesso turgido per essere un tantrico.

Il vero yogin, per Abhinavagupta, è colui che, colmo di questa potenza e, liberato dai vincoli (ovvero le cause di "contrazione" rappresentate dai cinque veleni – Rabbia,  Gelosia, Brama di Possesso, Presunzione, Ignoranza – e  dai limiti imposti dalla religione e dalla morale corrente) vive ogni esperienza immerso nel flusso di piacere che si trasforma "in un atto vibrante (spanda che significa “impulso”, “vibrazione”), la presa di coscienza di un qualcosa che sfugge ai limiti di spazio e tempo".

Non ci vuole molto per riconoscere in queste parole (la presa di coscienza di un qualcosa che sfugge ai limiti di spazio e tempo) la Bolla di cui parliamo Laura ed io!

In più Abhinavagupta dà un'altra indicazione utile alla creazione e al mantenimento della Bolla: bisogna incrementare l’energia sessuale.

Accrescere la propria energia sessuale significa, nel tantrismo, accrescere la capacità di vivere pienamente fino a raggiungere lo stato della felicità senza limiti definito sahaja, o stato naturale.

Scrive ancora Abhinavagupta, nella traduzione dalla Silburn (Paratrisikavivarana 49,50):

"Mancare di virilità significa mancare di vita, mancare della capacità di meravigliarsi [caratteristica] dell'essere dotato di cuore [sahṛdaya che significa "sensibile" "empatico", "di buon cuore"], immerso nel fervore e la cui potenza virile è in effervescenza, perché solo il cuore che fortifica questa potenza è capace di meraviglia"



Questo brano è molto importante, soprattutto per gli uomini.
Se si vuole approfondire la via del Tantra bisogna comprendere che la nostra idea di virilità è assai diversa da quella dei maestri tantrici.

Essere virili significa per Abhinavagupta essere dotati della capacità di meravigliarsi tipica del bambino.

Il quieto stupore, il trasporto misurato degli amanti indiani vuole rappresentare non l'assenza di passione, ma l'effervescenza sottile della potenza sessuale quando la si usa per espandere gli organi sensoriali e, quindi la coscienza. 



Effervescenza, espansione, rapimento, meraviglia sono tra i termini più usati nel tantrismo.

Sono parole che fanno a pugni con l'idea che abbiamo dello yogin, tutto assorbito in se stesso e occupato ad ottenere il distacco dai sensi:
Per il tantra il distacco non è distacco dall'oggetto percepito, ma dal desiderio di possederlo e di esserne posseduti.

Bloccare, arrestare, fermare sono invece parole che non compaiono mai nel vocabolario del tantrismo, le cui tecniche si basano sulla leggerezza e sulla dolcezza, sull'abbandono controllato (nel senso di cosciente) al flusso del piacere.

Cogliere "la potenza virile nell'atto di zampillare" ad esempio non significare impedire l'emissione dello sperma senza tener conto dei bisogni della nostra partner, come credono in molti.

Ciò che va bloccato o interrotto non è il processo naturale dell'eiaculazione, ma la dinamica nascita del desiderio - soddisfazione - morte del desiderio.




“Tra l’ano e l’organo sessuale c’è il trikona circondato da tre cerchi. E qui, nel triangolo ci sono uno, due, tre nodi di [questo sostegno] radicale. In mezzo ai tre nodi si trova un loto i cui quattro petali sono rivolti verso il basso. Là, al centro del pericarpo è situata una conchiglia, estremamente sottile, come uno stelo di loto, in cui riposa l’energia kuṇḍalinī, l’attorcigliata, simile ad un giovane germoglio. Questa assunto l’aspetto di due, tre canali (nāḍī), dopo essere penetrata nella coscienza, è addormentata”
(Gorakanath - ĀMARAUGHAŚĀSANA, 60. Traduzione di Lilian Silburn)

Il desiderio sessuale, cui è collegata la possibilità di perpetuare la vita umana sulla terra, è energia creativa allo stato puro e se la si vuole utilizzare per aprire la porta segreta che conduce alla Bolla della Beatitudine (la “decima porta” che conduce alla “via mediana” di cui parlano molti testi tantrici) occorre utilizzarla con molta cautela.

Immaginiamo che il ventre e il bacino siano una pentola a pressione piena d’acqua. Il desiderio sessuale è la scintilla con cui accendo il gas.

Le carezze, i baci, lo sfregamento dei corpi e, in seguito, i movimenti sempre più rapidi della penetrazione sono il fuoco che aumenta la temperatura e, quindi, accelera il movimento delle molecole d’acqua nella pentola.

Più sale la temperatura e più aumenta la turbolenza delle molecole d’acqua che, trasformandosi in vapore aumentano la pressione interna della pentola.
Quando la pressione interna aumenta si apre la valvola sul coperchio (“valvola di esercizio”) e, accompagnata da un suono acuto, esce una colonna di vapore.


L’emissione del vapore corrisponde all’emissione dello sperma, ovvero alla conclusione del rapporto e alla fine del desiderio.

Se la valvola posta sul coperchio della pentola a pressione fosse otturata, la pentola si trasformerebbe in una bomba. E’ per questo che i costruttori hanno inserito una valvola di sicurezza, un diaframma che esplode quando la pressione interna diviene eccessiva.

Anche nel corpo umano, per il Tantra, ci sono due valvole, poste alla base dei genitali.
La prima, la valvola principale, si apre, nel maschio, per far uscire lo sperma quando, durante il rapporto sessuale, la temperatura interna supera i 39°, e nella femmina per permettere allo sperma di raggiungere l’utero.

La seconda valvola, quella di sicurezza, permette di indirizzare l’energia sessuale verso l’alto, verso la colonna vertebrale, innestando dei processi psicofisici indicati spesso come “risalita di Kuṇḍalinī”.

Alcuni ritengono che per aprire la “valvola di sicurezza” nel maschio sia sufficiente bloccare il flusso di sperma, strizzando la base del pene o il perineo, o raffreddare i testicoli con del ghiaccio, ma, secondo noi gli unici effetti che si possono ottenere arrestando meccanicamente l’emissione di sperma sono dei danni alla prostata ed una vaga sensazione di forza e potenza dovuta in gran parte a fattori psicologici e, in minima parte, all’eccesso di testosterone in circolazione nel corpo.

Ciò che deve risalire nel canale mediano non è lo sperma, ma la vibrazione del desiderio.

Il lavoro necessario per aprire la “porta segreta” è molto più sottile e delicato di quanto si possa pensare.

La dinamica eccitazione - penetrazione - emissione di sperma corrisponde ad un processo fisiologico, naturale, finalizzato al mantenimento della specie umana.

Le pratiche sessuali tantriche si basano invece sull’inversione del processo naturale e la conoscenza necessaria per attuare questa “‘inversione dell’acqua e del fuoco”, come viene spesso definita, non è cosa che si possa imparare in poco tempo, affidandosi a letture approssimative o all’istinto.

L’uomo e la donna sono dotati di caratteristiche opposte e complementari. I canali sottili (le nāḍī) dell’uomo sono stretti e rigidi e la maggior parte dell’energia che vi circola, ojas (termine che si può tradurre con vitalità o forza) tende naturalmente verso l’esterno.

I canali sottili della donna sono invece morbidi ed ampi e l’energia che vi circola, definita genericamente prāṇa, tende all’interiorizzazione.

Per cercare di capire cosa significhi possiamo provare ad osservare l’istintivo armonizzarsi dei respiri e dei gemiti durante il rapporto sessuale.

Solitamente l´uomo tende ad inspirare quando il pene esce dalla vagina e ad espirare ed emettere suoni nella fase di penetrazione.

La donna, all´inverso, espira e geme, in linea di massima, nella fase di “vuoto”.
Se si considera la respirazione come una modalità di comunicazione la fase inspiratoria corrisponderà all´ascolto e la fase espiratoria all´espressione. L’uomo esprime la propria interiorità, ovvero conduce le energie dal centro all’esterno, durante le fasi di pieno (penetrazione).

La donna all’inverso esprime la propria interiorità durante le fasi di vuoto.







Il triangolo formato dal muscolo “trasverso superficiale del perineo” (in realtà due muscoli gemelli che si uniscono al centro fibroso tendineo del perineo) e dai due muscoli «ischio cavernosi» è la dimora di kuṇḍalinī, il luogo dal quale comincia il viaggio a ritroso delle energie.

Secondo i testi tantrici questo triangolo (trikona) va ruotato e fatto salire verso i cakra superiori.

Per capire cosa significa bisogna considerare il ruolo della base del triangolo, il muscolo trasverso del perineo, nella dinamica dell’orgasmo.

L’orgasmo, sia nell’uomo che nella donna, si manifesta, con una serie di contrazioni ritmiche involontarie di muscoli e organi interni accompagnate da tremori, scosse e spasmi muscolari di varia intensità.

La base del triangolo perineale (detto anche trigono ischio-cavernoso) ha l’aspetto di una corda elastica formata da due muscoli gemelli che si uniscono al centro tendineo del perineo, base del sistema connettivo del corpo.

Quando la “corda” è ben tesa amplifica le vibrazioni provenienti dalla zona genitale prodotte dal ritmo della penetrazione, dalla masturbazione, o dallo sfregamento, e le trasmette agli organi interni tramite il tessuto connettivo[3].
A loro volta le vibrazioni provenienti dagli organi interni saranno amplificate e trasmesse agli organi genitali.

Il contemporaneo movimento delle energie dall’interno all’esterno e dall’esterno all’interno provocherà un’intensa vibrazione del triangolo perineale che si sposterà ritmicamente, in alto e in basso rispetto al proprio asse, sempre più rapidamente, fino al momento dell’orgasmo.


Sensibilizzare il triangolo perineale, significa avere la possibilità di indirizzare le vibrazioni, a piacimento, verso i genitali, la colonna vertebrale o gli organi interni.

“[…] Tra ombelico e genitali, si trova il bulbo conosciuto come cakrasthāna.
[…] Ciò che chiamiamo energia consiste in una risonanza, una vibrazione, non prodotta in maniera meccanica, che parte dal centro del bulbo. [Se la disegnassimo sarebbe] una linea dritta con le estremità, alto e basso, sinuose come un serpente.”

(Somānanda - ŚĀKTAVIJÑĀNA 4, 9[4])

Nella donna come nell’uomo gli organi sessuali compaiono al centro di una zona triangolare i cui lati sono formati dal muscolo “tra­sverso superficiale del perineo” e dai due muscoli “ischio cavernosi” e il cui vertice, nella donna, coincide con il glande della clitoride.

Basterebbe evidenziare i muscoli trasversi superficiali e i muscoli Ischio cavernosi, per far apparire un triangolo equilatero, detto a volte Triangolo della Dea, o Triangolo dell’Amore, che riveste un’importanza fondamentale nelle pratiche sessuali tantriche.

Vediamo adesso un esercizio per sensibilizzare il Pavimento Pelvico:

Ci sediamo su una sedia (o per terra per chi è abituato alla posizione a gambe incrociate) e spostiamo il peso prima su un gluteo poi sull’altro in modo da identificare le ossa ischiatiche. Le percepiremo come due palline da golf.

Inspirando spostiamo l’osso pubico e l’ombelico in avanti e il sacro indietro. Espirando torniamo in asse.
Dopo 9, 18…108 cicli respiratori, ci fermiamo e visualizziamo un triangolo formato dai due ischi (le “palline da golf”) e l’osso pubico.

Immaginiamo adesso che il triangolo sia di un materiale elastico: inspirando lo spingiamo delicatamente verso il basso, come se vi appoggiassimo una palla, espirando rilascio e “la palla viene spinta verso l’alto”.

Dopo 9, 18…108 cicli respiratori dovremmo percepire una sensazione di forza e di maggior “pienezza” del pavimento pelvico. Appoggiamo quindi il dito medio sul perineo, il disco fibroso alla base del triangolo. In espirazione si preme dolcemente, in espirazione si allenta la pressione (sempre per 9,18…108 cicli respiratori).

Quando la zona è sensibilizzata (percepiremo delle correnti di energia sotto forma di formicolio o vibrazioni di varia intensità) cominciamo a muovere un muscolo alla volta (parte destra del trasverso perineale, parte sinistra, ischio cavernoso destro, ischio cavernoso sinistro).

Quando abbiamo preso confidenza con le diverse possibilità di movimento de i lati del triangolo, si prova a spostarne il vertice verso l’alto in inspirazione e verso il basso in espirazione.

Una volta padroneggiato il movimento, lo si velocizza fin quando ponendo il palmo della mano tra l’ombelico e l’osso pubico, non si avvertiranno delle contrazioni ritmiche spontanee - ovvero non prodotte dal movimento volontario - ed un leggero aumento della temperatura.

A questo punto, mantenendo il “triangolo” nella posizione con il vertice in alto, si distendono contemporaneamente la nuca verso l’alto e l’osso sacro verso il basso.

Se l’esercizio è stata fatto correttamente si percepirà un notevole aumento dell’energia (calore, formicolio) nella zona lombare e nel zona genitale.




Una volta identificato il triangolo pelvico lo si può cominciare ad allenare in questo modo:

In posizione seduta o in piedi con le gambe larghe quanto le anche inspirando si tira verso l’alto il pubococcigeo.

Durante l‘apnea naturale si mantiene la contrazione.
Espirando si rilassa.

Si ripete l’esercizio per 9,18...108 volte facendo attenzione a non contrarre i muscoli del collo e della nuca, e poi ci si ferma per qualche minuto, immobili a occhi chiusi, per ascoltare gli effetti dell’esercizio.

La sensazione che si dovrebbe provare è di un qualcosa, un fluido o una corrente elettrica, che sale lungo la colonna vertebrale. Sensazione che, se si lavora in piedi, può essere accentuata dal movimento delle gambe che si rilassano dolcemente durante la espirazione e si stendono, altrettanto dolcemente, durante la inspirazione.

Queste contrazioni ritmiche del pubococcigeo sono le medesime che partono, spontaneamente, poco prima e durante l’orgasmo.
Il ritmo di quelle contrazioni spontanee è, secondo il Tantra, il ritmo biologico che lega l’individuo, all’Universo

Se, nel ripetere l’esercizio precedente, si appoggia la lingua sul palato durante la inspirazione e la si fa discendere, rilassata, durante la espirazione, si potrà avvertire, oltre ad un accumulo della saliva, una specie di pressione o formicolio alle narici, al punto al centro della fronte, alla base del naso e alla fossetta tra naso e labbro superiore, e al palato molle, che è un centro importantissimo nello yoga tantrico.

Dopo un po’ si comincerà ad avvertire distintamente l’energia che dal perineo sale fino alla fontanella.



La sensazione dovuta alla percezione di questa energia varia da individuo a individuo, ma sembra una specie di formicolio o una leggera effervescenza, come se dai pori della pelle uscissero delle bollicine di champagne.

“Gli organi della vista, dell’udito, del gusto e dell’olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell’illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell’energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria”.

(Abhinavagupta - TANTRALOKA XI, 29-33)

Il tatto, per i tantrici, è il principe dei sensi. Tutte le pratiche sessuali si basano sul “sentire”, ovvero sul percepire il flusso di energie sottili, dove sottile va inteso nel senso letterale del termine.

Alcuni dei canali energetici (nāḍī) in cui scorrono i “vènti vitali” sono, dicono i testi tantrici, “più sottili di un capello”.

La sensibilità necessaria per le pratiche tantriche è quella, febbrile, della madre che avverte con i capezzoli il bisogno di latte del bambino prima ancora di udirne il pianto.

Una sensibilità che è legata alla dolcezza, alla leggerezza, all’ascolto interiore.
Tutto ciò che invece è connesso al possesso, alla brama di potere, all’invidia, alla gelosia diviene un ostacolo perché crea quella che Abhinavagupta definisce “rugosità” (vedi Tantraloka XXVIII).



La rugosità, che ha a che vedere con la non consapevolezza delle “cinque emozioni negative”, è sinonimo di contrazione, di blocchi psicofisici che impediscono la libera espansione della coscienza.

I due amanti devono essere disposti ad annullarsi l’una nell’altro fino a fondersi in ciò che è definito kramamudrā.

Kramamudrā è un termine tecnico che sta ad indicare l’insorgere di una particolarissima vibrazione non volontaria dei corpi, di cui la penetrazione, ovvero il ritmo, alternato nell’uomo e nella donna, dell’assorbimento e dell’emergenza della coscienza sarebbe una rappresentazione sul piano grossolano.

Kramamudrā è una specie di danza dei ventri, una vibrazione sottile che partendo dall’ombelico (il muscolo pubococcigeo più probabilmente) mette in moto tutto l’asse dei diaframmi corporei (pelvico, urogenitale, toracico, gola, palato molle, tentorio).

Una vibrazione che non si può imitare e non si può ricercare volontariamente, ma deve insorgere naturalmente, così come insorgono i gesti e i sospiri di piacere degli amanti.

La sensazione della Kramamudrā, sintomo della risalita di kuṇḍalinī nelle pratiche sessuali, è così sottile e dolce che basta un pensiero tra virgolette “negativo” per farla svanire.

Vediamo adesso cosa significa “far risalire” o “far ridiscendere” kuṇḍalinī.
Il calore legato all’accendersi del desiderio così come il rossore delle guance, il turgore delle labbra, la maggior morbidezza della pelle e delle articolazioni, sono gli effetti della concentrazione delle energie radianti nel maṇipūra cakra (plesso dell’ombelico).



In altre parole Kuṇḍalinī risvegliata dalla forza del desiderio, si sposta “fisicamente” nella zona dell’ombelico.

Le energie tendono quindi, naturalmente, a ridiscendere verso i cakra inferiori per dar luogo all’unione sessuale e all’emissione, l’orgasmo, che può rappresentare un momento di “assorbimento” (samādhi) di uno o di entrambi gli amanti.

Anche nel caso di rapporti ripetuti e del rinnovarsi del desiderio, l’unione sessuale segue sempre la stessa dinamica:
- eccitazione (sguardi, carezze, baci...);
- cambio della percezione;
- penetrazione;
- emissione.

Può accadere, a volte di percepire un attimo prima dell’orgasmo, una specie di lampo, una luce chiara, come la definiscono i buddisti.

La chiara luce è la visione della radianza della Dea, ovvero un barlume di “Realtà” non mediata dalla mente.

Per un istante gli amanti, o uno dei due, si immergono completamente in quella luce e nel suono che accompagna l’emissione (identificato con la sillaba AḤ o visarga, che significa, appunto, “emissione”) perdendo il senso del tempo, dello spazio e dell’individualità.

Si tratta, appunto, di un istante: kuṇḍalinī, come si è detto, si risveglia, attiva tutti gli organi del corpo e quindi ridiscende per assopirsi nuovamente dopo l’emissione, detta per questo, dai Tantrici, “veleno della mortalità”.



Agli amanti tantrici viene richiesto di mantenere l’attenzione nello spazio intermedio tra la nascita del Desiderio e la produzione del veleno, inserendo nella dinamica naturale del rapporto, dei “momenti di riposo” o meglio di “assorbimento in sé”.

L’assorbimento in sé permette di rinnovare il desiderio prima che sia sopraggiunto l’orgasmo, aumentando progressivamente l’eccitazione di kuṇḍalinī mediante processi definiti di “frizione ed effervescenza”, alimentando sempre più le energie che scorrono nella zona dell’ombelico, chiamate a volte “i dieci venti” o “i dieci maestri”[5].

Ad un certo punto, nell’alternarsi di eccitazione/assorbimento nell’altro e riposo/assorbimento in sé, secondo i testi tantrici l’energia accumulata nella “ruota centrale” (il cakra dell’ombelico) è così potente da far “drizzare kuṇḍalinī (che prima di allora si muoveva a spirale) come un bastone”.

Si tratta di un processo fisico che viene percepito come un allungamento della colonna vertebrale dal sacro sino al centro delle scapole accompagnato dalla strana sensazione che l’osso pubico e lo sterno si allontanino l’uno dall’altro, verso il basso e verso l’alto.

I dieci venti o soffi vitali dell’ombelico, in questa fase della pratica, sono chiamati “portatori di bastone” e vengono rappresentati pittoricamente come due servi, o due ancelle, intenti a far vento ai due Amanti, alla Dea o al Tridente di Śiva.

Nelle tecniche tantriche finalizzate a trasformare il rapporto sessuale nell’unione mistica con la divinità, bisogna apprendere l’Arte di raccogliere l’energia del desiderio nell’ombelico per permetterne la risalita.



In altre parole affinché gli amanti possano utilizzare consapevolmente il piacere e il desiderio, si deve procedere alla trasformazione e al re-indirizzamento dell’energia vitale, detta ojas.

Questo re-indirizzamento dell’energia permetterà di raggiungere uno stato definito samādhi vigile, o samādhi stabilizzato.

Nella pratica, per non disperdere l’energia con l’emissione, l’uomo deve combattere la tendenza ad accelerare il ritmo della penetrazione.

La donna invece deve resistere all’impulso di contrarre i muscoli delle cosce, delle braccia e delle spalle.



Ogni volta che i due amanti sentono avvicinarsi l’eiaculazione maschile, devono ritornare all’ascolto della respirazione e alla percezione delle energie sottili dei cakra.

Dopo un po’ la sensazione di calore e pienezza della zona genitale, nell’uomo, comincia a spostarsi nella zona del sacro, trasformandosi in un sottile formicolio o in una leggera corrente elettrica o nella sensazione di punture di spilli o nella percezione di un fluido denso e plastico.

A questo punto si deve visualizzare il pene all’interno della vagina.
In genere si percepirà un’ulteriore ondata di energia che scorrerà nella zona inferiore del prepuzio, sulle pareti della vagina, nel perineo e nell’ano.

La visualizzazione successiva sarà quella di un tubo sottile e trasparente che dal glande si infila nel sacro e, scorrendo lungo la colonna vertebrale, arriva fino alla nuca.

L’energia, nell’uomo, tenderà a risalire naturalmente e ci si dovrà limitare ad assecondare il movimento naturale della “respirazione ossea[6]” spostando leggermente il sacro indietro e il mento in avanti inspirando e distendendo i muscoli della nuca espirando.

La donna, percepito il cambio di ritmo, visualizzerà a sua volta un tubo sottile e trasparente che dal punto tra le sopracciglia risale alla fontanella per poi ridiscendere fino alla vagina.

La visualizzazione di solito è accompagnata da una sensazione di piacevole calore “vibrante” alla fronte e al petto.


Se si è in uno stato di “attenzione vigile” si può far circolare l’energia in questo modo:

L’uomo inspirando conduce l’energia dal sacro al punto centrale delle scapole, in corrispondenza con il cuore.
Espirando la conduce al punto in mezzo alla fronte e da lì alla bocca.

La donna inspirando conduce l’energia al centro delle scapole (passando per il punto in mezzo alla fronte, la fontanella e la nuca). Ed espirando, dal cuore, la porta direttamente al pene del compagno.













[1] Jayaratha - Tantralokaviveka vol. III, pag. 430, citato da Lilian Silburn in "LA KUNDALINI O L'ENERGIA DEL PROFONDO"- ed.Adelphi
[2] Abhinavagupta (950 circa – 1020 circa) è stato uno dei più grandi filosofi, mistici ed esteti dell'India. Fu yogin, musicista, poeta e drammaturgo. La sua opera più famosa è il Tantrāloka, un trattato sugli aspetti tecnici e pratici del Tantrismo. 
[3] Il tessuto connettivo è formato da tre fasce sovrapposte, la più profonda delle quali avvolge gli organi interni e l’asse dei sei diaframmi, ovvero: diaframma pelvico, diaframma urogenitale, diaframma toracico, gola, palato molle e tentorio.
[4] Vedi: Lilian Silburn - KUNDALINI O L’ENERGIA DEL PROFONDO.
[5] Il cakra dell’ombelico, detto Manipura cakra, o “Ruota della Città delle Gemme”, è rappresentato come un fiore di loto a dieci petali. Ogni petalo è una delle dieci nāḍī in cui scorrono i dieci vayu (venti o soffi) fondamentali.
[6] Vedi HATHA YOGA LA LINGUA PERDUTA DEI VEGGENTI – Aldenia Edizioni, Firenze 2016