mercoledì 22 maggio 2019

IL SATSANG DEL GIOVEDÌ - GLI OSTACOLI ALLA PRATICA





Il prossimo giovedì, insieme a Nunzio Lopizzo, Massimo Capuano e Corinna Fornasier parleremo, in diretta su Facebook, degli Ostacoli alla Pratica dello Yoga.
Parleremo della pratica personale, degli stati di alterazione percettiva  delle trasformazioni di mente, parola e corpo che accompagnano (o dovrebbero accompagnare) il percorso dello Yoga.
Talvolta le trasformazioni provocate dal sādhana sono poco evidenti, altre  hanno l'effetto di uno Tsunami sulle relazioni e sulla vita sociale.

La parola sādhan(sostantivo neutro... in italiano "IL" sādhana) significa "strumento" (la Toolbar dei programmi per PC in sanscrito  sarebbe sādhanaśalākā...) e, anche se ormai è di moda definirci Yogin o Yogi il praticante dovrebbe essere chiamato sādhaka che significa "colui che si addestra", "colui che impara ad usare gli strumenti".

La pratica quotidiana, di solito individuale, è la pratica autentica dell'aspirante yogin, una pratica che, vuoi per le istruzioni del maestro, vuoi per una serie di causalità (la "Grazia" arriva spesso in maniera insaspettata) a volte provoca dei "cambiamenti di stato", dei salti coscienziali che possono anche venir recepiti in maniera negativa da chi ci sta intorno.

Ciò che un tempo ci appariva familiare ci appare (può apparire) strano o distante e questo crea spesso un senso di inquietudine che spinge alcuni a rinunciare alla pratica, a renderla "segreta" o addirittura a rompere delle relazioni con  persone  care.

A dispetto dell'immagine  che ne dà il main stream, la vita dello yogin  (o meglio del sādhaka) non è tutta sorrisi buddhici, lacrime di dolce gratitudine e profumi di incenso: ogni esperienza "reale" si accompagna (può accompagnarsi a fasi "evacuazione", fisica e psichica, assai aspre e a lunghi periodi di straniamento durante i quali ci sentiamo alieni dal mondo conosciuto sino al giorno prima, e alieni appaiamo al mondo.

Sorgono emozioni sconosciute e la paura di non "ritrovarsi più", la paura di perdere ciò che si è costruito nella vita "ordinaria", spinge molti a sospendere la pratica quotidiana o ad edulcorarla.



Gli insegnamenti di Patañjali riguardo agli ostacoli alla pratica, sono assaiprecisi e circostanziati, ne parla in I,29-31, mentre nei successivi versetti discute degli "otto rimedi agli ostacoli".
Penso che sia utile darci un'occhiata:

ततः प्रत्यक्चेतनाधिगमोऽप्यन्तरायाभवश्च ॥२९॥
tataḥ pratyak-cetana-adhigamo-'py-antarāya-abhavaś-ca
29

Tatas = “da quello, da quel posto, in quel posto, quindi”.
Pratiak = “all’indietro, in direzione opposta”[1].
Cetana = “anima, mente, percipiente, senziente, cosciente”.
Pratyakcetana = “uno i cui pensieri sono rivolti a se stesso o alla propria interiorità”.
Adhigama = “acquisizione, realizzazione, l’atto di realizzare”.
Api = “anche”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.
Abhava = “distruzione, non esistenza, fine”.
Ca = “e, pure, entrambi, così come”.

12.  Da questo procedono la realizzazione della coscienza interiore e la rimozione degli ostacoli.


व्याधि स्त्यान संशय प्रमादाअलस्याविरति भ्रान्तिदर्शनालब्धभूमिकत्वानवस्थितत्वानि चित्तविक्षेपाः ते अन्तरायाः ॥३०॥
vyādhi styāna saṁśaya pramāda-ālasya-avirati bhrāntidarśana-alabdha-bhūmikatva-anavasthitatvāni citta-vikṣepāḥ te antarāyāḥ
30

Vyādhi = “malattia”[2].
Styāna = “rozzezza, rigidità”[3].
Saṁśaya = “dubbio”.
Pramāda = “negligenza”[4].
Ālasya = “pigrizia”.
Avirati = “smoderatezza, mancanza di controllo”[5].
Bhrāntidarśana = “errata percezione”.
Alabdha = “non ottenimento, non realizzazione”.
Bhūmi = “area, posizione, posto, territorio”.
Bhūmikā = “pavimento, suolo, storia, gradino, livello”.
Alabdhabhūmikatva = “impossibilità di realizzare alcuno stato della meditazione profonda”.
Anavasthitatva = “instabilità, mutevolezza, dissesto”.
Citta = “cuore, mente, ragione, intelligenza”.
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Te = “questi, quelli”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.


13.  Gli ostacoli che gettano la mente in una condizione di instabilità impedendole di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda sono questi:
Malattia, rigidità e rozzezza, dubbio, negligenza, pigrizia, smoderatezza, errata percezione della realtà.


दुःखदौर्मनस्याङ्गमेजयत्वश्वासप्रश्वासाः विक्षेप सहभुवः ॥३१॥
duḥkha-daurmanasya-aṅgamejayatva-śvāsapraśvāsāḥ vikṣepa sahabhuvaḥ
31

Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
Śvāsa = “sibilare, sbuffare, ansimare, disturbi del respiro, asma”.
Praśvāsā = “respirazione, inalazione”.
Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Sahabhuvaḥ = “accompagnando, che accompagnano”.

14.  I sintomi che accompagnano l’atto di gettare la mente in una condizione di instabilità sono: la sofferenza, la malinconia, il tremore del corpo e l’irregolarità del respiro.

Il tema fondamentale dei versetti 1.29-31 sono gli ostacoli legati all’instabilità della mente. Ostacoli che impediscono al praticante di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda.
Esistono cinque diverse condizioni della mente chiamate nel buddhismo delle origini cittabhūmi, o “territori della mente:

1.     Kṣipta, “confusione”.
2.     Mūḍha, “ottusità, stupidità”.
3.     Viksipta, “dispersione, agitazione”.
4.     Ekagra, “attenzione concentrata”.
5.     Niruddha, “controllo”.

Cinque territori nei quali il praticante vaga inconsapevolmente, mosso dagli stimoli esterni e dai residui contenuti psichici.
Lo yogin può cercare di rendere stabile la condizione di “controllo” (niruddha) passando attraverso la pratica, assidua, della “attenzione controllata”, esercitandosi nella concentrazione su un punto, un oggetto, un principio, un processo fisiologico o nella ripetizione di un mantra.
Ma fin quando non mente non sarà “purificata”, si incontreranno, durante la meditazione, una serie di ostacoli che per così dire, impediranno l’esperienza detta asaṁprajñāta (vipaśyana).
Gli ostacoli alla pratica, difficili da riconoscere in se stessi, provocano dei sintomi elencati da Patañjali in 1.31:

-      Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
-      Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
-      Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
-      Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”.

Patañjali non si riferisce ovviamente a sintomi, derivanti da problemi di natura fisica o psichica, che insorgono nella vita quotidiana durante le attività ordinarie, ma alle difficoltà che insorgono durante una seduta di meditazione.

Gli ostacoli elencati in 1.30 sono sei:

1.     Vyādhi. Nel Viṣṇu Purāṇa, vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.

2.     Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo” e indica sia la rigidità mentale, che la rigidità fisica.

3.     Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddhisti per i quali pramāda significa “non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari”.

4.     Avirati che viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.

5.     Ālasya = “pigrizia”.

6.     Bhrāntidarśana = “errata percezione”.

Malattia ed errata percezione della realtà rientrano nella sfera di ciò che negli insegnamenti tradizionali buddhisti viene definito “Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli”. Anche nel caso in cui si avesse accesso a quelle che vengono definite “tecniche operative”, ovvero le tecniche per rimuovere i contenuti psichici, le precarie condizioni fisiche ci impedirebbero di metterle in pratica, e “l’errata percezione della realtà”, dipendente sia da malattia (un daltonico scambierà un colore per un altro) sia da ignoranza ordinaria ci impedirà di comprendere veramente gli insegnamenti tradizionali. Spesso l'incapacità di applicare i rimedi, quando non ci sono impedimenti fisici, ovvero patologie importanti, è dovuta più che all'ignoranza alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.
I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso, cosa che ovviamente incute timore, e così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisiologici o il ripetere un mantra, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.

La rigidità è sia fisica che mentale.
La rigidità fisica è quella, ad esempio che impedisce di assumere le posizioni di meditazione e di mantenerle a lungo. La rigidità mentale è la tendenza a cristallizzarsi in credenze ed opinioni, ma in questo caso potrebbe riferirsi anche all’eccesso di disciplina, ovvero (sempre rifacendosi agli insegnamenti buddhisti) alla "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".
L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare. Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento. Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera pratica dello yoga, che consiste nel lasciarsi andare, nell'arrendersi alla propria natura, fino a riconoscersi uno con l’Universo. O meglio essere testimone di questo riconoscimento (“il Veggente che riposa in se stesso”)

L’incapacità di avere abitudini salubri e l’incontinenza fanno parte di ciò che possiamo definire “tendenza all’oblio”.
La tendenza all’oblio, nella pratica dello yoga, è assai difficile da inquadrare. È un fenomeno stravagante. Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Queste esperienze (samādhi) fanno parte del percorso dello yogin e sono dovute allo scioglimento di determinati blocchi o contenuti psichici. A volte, come si è detto, la risoluzione dei contenuti psichici è definitiva (asaṁprajñāta). Più di frequente è una condizione temporanea (saṁprajñāta). Esempio: faccio un periodo di ritiro o una pratica intensiva e percepisco lo scioglimento dei contenuti psichici come “fenomeno fisico”. Un'esperienza assai forte, una specie di intrusione del divino nella vita quotidiana. Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica. In poco tempo torno a vivere in uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un’ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice. Nel torpore e nell'agitazione mentale ci dominano prima e dopo l'oblio non è difficile abbandonarsi agli eccessi.
La pigrizia del praticante è abbastanza facile da riconoscere. Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di posture da effettuare ogni giorno. I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello. Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...

I versetti 1.29-31 parlano degli ostacoli alla pratica e dei sintomi che gli accompagnano. Gli ostacoli, condizioni ordinarie della mente non purificata, impediscono al meditante di sperimentare la condizione di coscienza/conoscenza definita e asaṁprajñāta (“L’altro tipo di coscienza/conoscenza di 1.18). Saṁprajñāta e asaṁprajñāta sono due diversi stadi della pratica meditativa identificabili, negli insegnamenti buddhisti, con śamatha (samatha) e vipaśyana (vipassanā). Il primo (saṁprajñāta) è una realizzazione “relativa”, nella quale il praticante è ancora legato al mondo dei nomi e delle forme e, quindi, in bilico tra lo stato colmo di beatitudine del realizzato e l’ansia di incompiutezza comune alla gran parte degli esseri umani.
Il secondo (asaṁprajñāta) è invece uno stato di infinita beatitudine, “senza ritorno”, la condizione del “liberato in vita”.





[1] Vedi Ṛg Veda e Atharva Veda.

[2] Nel Viṣṇu Purāṇa vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.
[3] Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo”.

[4] Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), “follia”, “malattia”, ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddisti per i quali pramāda significa non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari.

[5] Avirati viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.





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