giovedì 27 giugno 2019

IL SACRIFICIO DI SATĪ






"Il Sacrificio di Satī", tratto da "Le dieci Forme della Dea", libro in preparazione.

Dopo l’apparizione di Uṣā, Brahmā, il Demiurgo, aveva creato una moglie per il figlio Dakṣaprajāpati, Prasūti, e aveva affidato loro l’incarico di generare delle spose per gli dei, i guardiani delle direzioni e i saggi veggenti. Fu così che Kama si sposò con Rati, la Passione, Agni con Svāhā, l’Offerta, e Candra, la Luna, con le 27 stelle sorelle.
Il Cosmo aveva ormai assunto la forma che ci è oggi familiare, ma giaceva in se stesso, immobile e inutile come un vascello nel deserto. Per far girare le ruote della Vita bisognava che Śiva uscisse dalla sua Quiete perfetta, arrendendosi alla Legge del desiderio.
Ispirata da Brahmā, Prasūti pregò, insieme al marito, la Grande Madre dell’Universo, la implorò di scendere nel suo ventre in forma di donna, la supplicò di donare il cuore al Naṭarāja.
- “E sia!” - disse la Dea – “ma ricordate: niente e nessuno dovrà mai mancarmi di rispetto! Niente e nessuno dovrà dimenticare, anche un solo istante, che io sono la Madre, la Signora degli Universi!” –
Negli indefiniti universi paralleli dei Veda gli dei, al pari degli umani, nascono muoiono e si reincarnano. Come per gli umani anche per ciascuno di loro c’è un destino, scritto da tempo immemore, al quale non possono sottrarsi. Lo chiamano Lila, il gioco, un gioco sempre diverso eppure uguale a se stesso. All’alba di ogni ciclo cosmico Brahmā tenta di dar vita al suo perfetto mondo ideale, e, inevitabilmente, la Dea arriva a ricordargli la legge del caos e del desiderio.
All’alba di ogni ciclo cosmico la Madre si fa bambina e poi donna per sposare il Naṭarāja. È per questo che il dio del tridente viene chiamato Sāṃba Sadāśiva, colui che è da sempre in unione con la Madre. Fu per Śiva che Satī, figlia di Dakṣa e Prasūti, discese nel mondo degli dei portandogli in dono i suoi occhi, neri come la notte di Brahmā, il suo sorriso, luce di mille stelle, e il suo cuore, il cuore della Yogini. Passava il tempo a invocare l’amato, Satī. Gli dedicava i suoi canti, le sue danze, le mille e mille ghirlande che intrecciava invocando il suo nome.
Un giorno, lei era ancora una ragazzina, l’asceta divino discese dal Monte Kailāsa e si presentò nella dimora del re Dakṣa per chiedergli la mano della figlia. Dakṣa si adombrò. L’idea di abbandonare la più bella delle sue figlie, incarnazione della Grande Madre, tra le braccia di Śiva, l’impuro, non gli piaceva affatto. Non solo “era vecchio”, ma se ne andava in giro nudo, coperto solo da un perizoma di pelle di tigre. I capelli sporchi di cenere e arricciati lo rendevano simile a un demone, e pure gli occhi parevano quelli di un demone.
Ne aveva solo due a quel tempo, due occhi così duri e selvaggi da far abbassar lo sguardo persino a Indra, il re guerriero. Ma la Dea non volle sentir ragioni - era per Śiva che si era incarnata, per fargli vivere la gioia dell’incontro e il dolore della perdita – e niente e nessuno le avrebbe impedito di sposarlo.
Il giorno delle nozze le divinità arrivarono dai mondi degli indefiniti universi paralleli con i loro carri dai colori sgargianti. Dietro di loro centinaia di apsaras vestite di seta preziosa, adorne d’oro, zaffiri, smeraldi danzavano al suono delle tablas, dei bansuri, delle vīṇā, gli antichi liuti cari alla dea Sarasvatī. Mentre i Brahmāni intonavano inni di buon auspicio, soffiavano nelle sacre conchiglie, innalzavano al cielo il canto di gioia di cembali e campane che scintillavano al sole dell’inizio, una meravigliosa processione di uccelli dai mille colori, insetti, elefanti, tigri e leoni seguiva i due sposi.
Com’era bella Satī! I suoi capelli, mossi dal soffio gentile di Vāyu, dio del vento, parevano le onde scure dell’Oceano infinito, il bindu sulla fronte era la luce del tramonto, i seni, gonfi di vita, erano il sole e la luna. Tutti cercavano i suoi occhi, trionfo di dolcezza, ma i suoi sguardi erano solo per Śiva, l’impuro.
I miti indiani somigliano ai monsoni scuri di pioggia che seminano vita e distruzione insieme, e alle foreste, immense dove il fiore più bello e la serpe più letale fanno a gara a chi veste i colori più sgargianti. Non esistono il bene e il male, e bellezza, orrore, gioia, rabbia, disperazione entrano in scena così, senza preavviso, senza seguire altra legge o regola che non siano quelle del Caso e del Desiderio.
Quando il padre Brahmā, felice per le nozze, si avvicina ai due sposi divini, la bellezza di Satī gli entra nella carne come un ferro rovente. Tenta, il Demiurgo, di riprendere il dominio di sé, di resistere all’eccitazione, come già aveva fatto con la danza di Uṣā, ma è troppo tardi. Folle di gelosia Śiva afferra la spada e, senza dire una parola gli taglia di netto una delle cinque teste.
Per questo Brahmā ne ha solo quattro, adesso. Si dice siano i quattro libri dei Veda, e i quattro Yuga, le diverse ere del ciclo cosmico. La quinta testa invece, si dice fosse il Tantra, il seme dell’immortalità, che da quel giorno appartiene solo a Śiva, e alla sua Sposa.
Nelle favole, nelle leggende, nelle storie raccontate nelle notti d’estate, quando il fuoco dà vita alle ombre e ai sogni bambini, si nascondono, spesso, le voci dei maestri antichi e verità dimenticate tornano a far capolino tra le false certezze delle scienza e della sterile erudizione. C’è stato un tempo, forse, in cui Scienza, Arte e Religione (Brahmā, Śiva e Viṣṇu?) solcavano assieme l’oceano dell’esistenza. Conoscevano la danza delle stelle e il vario dispiegarsi dei venti e delle onde. E insegnavano agli uomini le secche, i vulcani sommersi e gli approdi sicuri. Poi, tutt’a un tratto le loro vie separarono e lo scrigno dell’Arte - o Alchimia, come la chiamarono da noi – fu sepolto tra le nevi dell’Himālaya, alle pendici arse dal sole di Aruṇācala e sulle rive del fiume Narmadā, il grande serpente azzurro che taglia l’India in due, dall’Alba al Tramonto, prima di tuffarsi nel Golfo d’Arabia.
Il Tantra, via del corpo e delle emozioni, venne nascosto agli occhi dei più. Forse, chissà, pensarono fosse inadatto alla nuova civiltà, un nuovo mondo creato dalla mente umana a sua immagine e somiglianza, con palazzi sontuosi, mura di pietra e armi d’acciaio. E fuochi sempre accesi per vincere la paura della notte e dell’abisso, nome con cui, negli incubi, chiamiamo la Natura.
Dopo che Śiva si fu placato i due sposi partirono alla volta del monte Kailāsa. Come succede per le giovani coppie di innamorati, i primi tempi fu tutto rose e fiori: Śiva e Satī passano il tempo a fare l'amore su giacigli di foglie e nubi sulla cime dell'Himālaya, nei boschi o sulle rive di fiumi dall'acqua cristallina. Poi, improvvisa, la tragedia.
Dakṣa chiese a Bhṛgu, il grande astrologo, di celebrare uno Yajña, il sacro rituale del fuoco, ed invitò alla cerimonia saggi, eroi, sovrani e principesse dell’Universo intero. Invitò i musici celesti, i Gandharva, e le Apsaras, le sacre danzatrici della terra del Nord. Dalla città di cristallo sulla vetta del Meru discesero Indra, dio del Fulmine e la sua consorte, Indrāṇī dalla lingua tagliente e arrivarono anche Yama, Puṣān, Mitra, Varuṇa. Dakṣa invitò tutti i figli di Brahmā e di Aditi, dea della Terra.
Anzi quasi tutti. Śiva no.
 - “Dorme e fa l'amore all'aperto” – disse Dakṣa – “preferisce bere in teschi umani che in bicchieri di cristallo, si fa dei gran Chilum di erba e Hashish e preferisce coprire il corpo, forte e villoso, con un perizoma di pelle di tigre, invece di indossare le vesti eleganti e preziose che gli competerebbero.... E' decisamente non presentabile” - 
 Dadichi, il maestro della Madhu Vidyā (l’arte dell’Immortalità) protestò
– “Oh Prajapati! non ti conviene offendere il Naṭarāja, e Satī poi…ricordati che è tua figlia” - ma Dakṣa non volle sentir ragioni - “Satī ha modi più urbani, ma sarebbe imbarazzante pregarla di venire senza il marito…Meglio non invitare nessuno dei due…tanto se ne stanno sempre nei boschi a rotolarsi per terra... non se ne accorgeranno nemmeno..."
Quando le arrivò la notizia del grande Yajña Satī non si preoccupò neppure per un istante del mancato invito. Era la figlia preferita, incarnazione della Madre degli Universi, le formalità, tra lei, i genitori e le sorelle, erano prive di senso. Śiva la implorò di non partire, ma la Dea, si sa ha la testa dura, e dopo qualche giorno, scortata da Nandi, il toro bianco, e da un gruppo di devoti, si presentò alla dimora del padre.
- “Come osi presentarti a casa mia senza essere invitata?” - gridò Dakṣa appena la vide - “Tu… Tu che dividi il letto con un senza Dio! Tu che hai disonorato il mio nome unendoti al ripugnante Signore dei cimiteri!” - 
Ma come? Non erano stati Dakṣa e Prasūti a implorare la Dea di incarnarsi nel corpo di Satī? Non erano stati loro a pregarla di sposare Śiva? Per noi, poi, abituati a pensare l’induismo come una religione, alla stregua del cristianesimo o dell’ebraismo, l’accusa, rivolta a Śiva, di essere “un senza Dio” suona stonata come una campana di latta: come fa un dio ad essere ateo? Che razza di strana eresia è mai questa? Si è già detto: le storie indiane vanno al di là delle nostre capacità di comprensione. Sono piene di incongruenze, colpi di scena, e cambi di prospettiva. Bene e male, bello e brutto, sacro e profano non sono categorie ontologiche, ma terre dai confini incerti, che mutano bandiera ad ogni refolo di vento. La nostra mente non è attrezzata per viaggiare nell’incertezza e nell’ignoto.
In un mondo fatto di oceani senza sponde che sgorgano, per incanto, da un infinito vuoto creativo, logica e coerenza sono strumenti inutili. Meglio, molto meglio arrendersi alle fiabe. Come quando, in estate, alla luce delle stelle la risacca fa danzare le parole, il vino scioglie il ricordo e l’anima può riaprirsi alla gioia dello stupore. È allora che Maghi, fate, angeli e indovini si fanno sotto, coi loro segreti dimenticati, le nostre promesse tradite, i sorrisi perduti.  Dobbiamo arrenderci, senza esitare, ché col sole dell’alba la fiaba, rena di sogno, scorre via dalle mani. Tronchi sbiancati e stracci da cucina allora ripiglieranno il loro posto: angeli e fate si sa volano solo negli sguardi bambini.
- “Che tu sia maledetto Dakṣa, figlio di Brahmā” - Satī si avvicinò al padre, furibonda - “Il tuo orgoglio ti ha reso cieco. Hai dunque dimenticato chi son io? Il mio sposo, Signore del Tempo, porterà la morte e la distruzione nel tuo regno” -
Solo adesso Dakṣa riconobbe la Dea. Si gettò in ginocchio, fronte a terra, la implorò di perdonarlo e si mise a cantare il nome di Śiva. Ma fu inutile. Satī gli occhi rovesciati all’indietro, si gettò nel fuoco del sacrificio, chiuse le ruote dei chakra e si lasciò morire. Il racconto si fa confuso adesso. Secondo alcuni, alla notizia della morte della sua sposa, Śiva gridò. Con gli occhi sbarrati e le mani strette a pugno, gridò la sua rabbia e il suo dolore. E il grido prese la forma di un guerriero, un gigante con le unghie e la testa di leone, Vīrabhadra.
Per altri i guerrieri mostruosi erano due, Vīrabhadra e Bhadrakālī, e sarebbero nati dai capelli arricciati del Naṭarāja.
Per altri ancora, al grido di Śiva, i fantasmi dei guerrieri antichi sorsero dalla terra, e marciarono al suo comando verso il regno di Dakṣa. Di certo si sa che la rabbia di Śiva piombò sul luogo della cerimonia, seminando morte e distruzione, come aveva predetto Satī.
I soldati di Dakṣa e Bhṛgu furono massacrati e gli invitati vennero pestati a sangue. Indra, re del tuono, venne sollevato come un fuscello, gettato a terra e calpestato.  A Yama, dio della morte, ruppero l’osso del collo. Candra fu preso a calci e a Puṣān, dio del Sole, Śiva fece ingoiare i denti a suon di sberle. Dakṣa fu decapitato e la sua testa assieme alla barba di Bhṛgu fu issata sugli stendardi dei Bhūtagaṇa, le schiere di demoni e fantasmi al servizio di Śiva.
Si racconta che al sorgere della luna, dalla terra ubriaca di sangue, emerse un’antilope. Forse si era nascosta trai cadaveri per sfuggire all’orrore, o forse, chissà, era una creatura di sogno. L’animale balzò dinanzi a Śiva, quasi a sfidarlo, aspettò che lui imbracciasse arco e frecce e fuggì via scomparendo come la nebbia d’agosto, dietro al cadavere della Sposa.
Il corpo di Satī era intatto: le fiamme, devote alla Dea, si erano inchinate alla sua bellezza, le braci accendevano il suo sguardo e i capelli danzavano col vento. Śiva si placò, di colpo. Cominciò a carezzare il volto dell’amata.
Le baciava gli occhi, la chiamava per nome - “Perché non mi parli? Sei arrabbiata con me? Che ti ho fatto anima mia? “-
È come quella di un bimbo la mente del dio: in un batter di ciglia passa dalla rabbia alla quiete, dalla gioia alla disperazione.
Il tempo non esiste.
E neppure la morte.
Non c’è nessuna differenza, per un dio, tra il sonno e la morte: gli occhi si arrendono all’oscurità nella certezza del primo sole dell’alba. Che sia un nuovo giorno o una nuova vita, poco importa. Tutto è già stato scritto sul libro della creazione: Satī “deve” morire, per rinascere come Parvatī, la Donna intera, la madre di Skanda e Gaṇeśa, la Signora delle creature. Fa parte del “Gioco”, ma qualcosa si spezza nel cuore e nella mente di Śiva.
Nell’oceano infinito della creazione, l’esistenza - di un dio, di un demone o di un uomo – è come l’onda del libeccio che all’improvviso si alza, corre ad abbracciar la terra e si ritrae, senza fretta. Poi si alza per rovesciarsi di nuovo. La risacca però si lascia dietro un sacco di cose, chi è vissuto al mare lo sa bene: mucchi di alghe, corde, ossa di pesce scolorite che sole e salmastro incollano agli scogli. Al tramonto si fanno facce, alberi o draghi antichi. Sembrano lì da sempre. Guai se ci si affeziona a quei guardiani scolpiti dal mare. Prima o poi arriva l’onda del libeccio e li strappa via. Resta solo lei, l’onda, che sbatte sullo scoglio e si ritrae, senza fretta. Poi si alza per rovesciarsi di nuovo.
I baci, i sorrisi, i gemiti di Satī si sono incollati alle ossa, alla carne, alle viscere del Naṭarāja. Śiva piange. Nessuno aveva mai visto le lacrime di un dio prima di allora. Prima infila la testa di un caprone, sgozzato dalla sua furia omicida, sul corpo di Dakṣa, restituendolo alla vita. Poi riaccende il fuoco del sacrificio, a fingere che niente sia accaduto. Infine abbraccia il corpo dell’amata, lo stringe forte, e comincia a vagare nello Spazio infinito.
Perché la Dea torni alla vita incarnandosi in Parvatī, bisogna che la carne di Satī torni alla terra, ma l’energia vitale di Śiva e il fuoco del suo desiderio, impediscono al cadavere di decomporsi. Per questo Viṣṇu, protettore dell’ordine e del ritmo universale, lo insegue e comincia a tagliare il corpo della Sposa. Folle di dolore il Naṭarāja nemmeno se ne accorge. Cinquantuno pezzi caddero sulla terra - in India, in Nepal, in Tibet, in Pakistan, in Sri Lanka - ed uno nel mondo di mezzo, al di là dell’atmosfera. È lì che furono costruiti i santuari della Dea, gli Śakti Pīṭha.  E Śiva si scoprì solo, nell’universo. E spaventato, come il cigno della Muṇḍāka Upaniṣad. Piano piano, una nuova consapevolezza si fece strada nella sua mente. La Dea era discesa nel corpo di Satī per donarsi al Naṭarāja e lui non era stato in grado di proteggerla. All’inizio la cosa più importante gli era parsa la propria sofferenza e ne aveva dato la colpa a Dakṣa, dimentico delle promesse fatte alla Dea, a līlā l’incomprensibile gioco della Creazione; addirittura alla sua Sposa - “Si è uccisa per orgoglio! Teneva più al rispetto degli altri che al nostro amore!” - Poi comprese. Nel Tantra l’unità fondamentale è la coppia. La Donna, Vuoto creativo, è Energia Pura, fiume che scorre, ora dolce ora impetuoso, per generare e distruggere. Lui, l’Uomo, è la Forma, gli argini che contengono l’acqua di vita e la accompagnano curvandosi in dolci spire se la corrente si fa troppo forte. Rifiutandosi di seguirla nella casa del padre, Śiva aveva lasciato Satī a se stessa, esponendola alle offese di quella famiglia, la società, alla quale non apparteneva più. Il suo cuore si fece di pietra. Non è una metafora. Prima il suo cuore, poi le ossa, la carne, la pelle si indurirono, e Śiva divenne una colonna di pietra e di ghiaccio, alta e imponente come il monte Meru.
Per centinaia, migliaia di anni, Śiva, immerso nel ricordo di Satī, dormì di un sonno simile alla morte. Niente e nessuno sembrava poterlo destare dalla sua meditazione perfetta. A nulla valsero le dolci parole di Viṣṇu, i canti dei Gandharva, le danze delle Ḍākinī, le meravigliose signore degli elementi. Il Naṭarāja era pietra e ghiaccio. Infine la Dea rinacque in forma di Parvatī, la figlia della montagna e la luce, gentile delle stelle, iniziò a filtrare nelle pareti di roccia. Una goccia d’argento entrò nel suo cuore, poi un’altra e un’altra ancora e poi le gocce salirono alla gola, divennero lacrime, dolci e acide insieme, come il frutto del gelso. E Śiva fu colto dalla nostalgia delle stelle.

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