venerdì 12 luglio 2019

ŚIVA, AMON E IL RE DEI CERVI




Il calderone di Gundestrup è un manufatto celtico datato alla fine del II secolo a.C, ritrovato in Danimarca ma originario, probabilmente, del basso Danubio (odierna Bulgaria) La tecnica di lavorazione è riconosciuta come tracia, ma i motivi sono soprattutto celtici. Forse è finito a nord portato da chi fuggiva dalle invasioni romane. Nella foto è rappresentato il dio Cernunnos.
Il suo nome deriva dalla radice proto-indoeuropea krno da cui derivano il latino cornu, l'antico irlandese cern, arrivando fino all'italiano corno/corna. Cerno-on-os sarebbe quindi una divinità maschile cornuta. Viene a volte definito “Signore degli animali e delle forze della Natura”. Questo invece è uno dei cosiddetti sigilli della Valle dell'Indo:



Questi sigilli sono stati rinvenuti nei siti di Harappa e Mohenjo Daro (Pakistan) e sono datati dal 2300 al 1750 a.C.
In questo qui è rappresentato secondo alcuni studiosi, Śiva Paśupati. Śiva lo conosciamo tutti, ma in questo caso è forse più corretto parlare di proto-Śiva. Paśupati è epiteto che sta per "signore del bestiame". Le similitudini tra le due immagini sono sono incontestabili.
Sono molti coloro che si sorprendono dell’affinità tra le due immagini, ma basta allargare un po’ la visuale per trovare altre prove di un antica condivisione di simboli e credenze o addirittura, come si sussurra nelle scuole tantriche indiane (esperienza personale) di una antica cultura che dall’India si estendeva sino all’Egitto, alla Grecia e addirittura al Nord Europa.

Scrive ad esempio il vescovo Eusebio (praep. evang. 3, 11, 45, 3, ss.) riportando e forse banalizzando un testo di Porfirio: 
“Il demiurgo, che gli Egiziani chiamano Kneph, ha figura umana, ma la sua pelle è di colore blu scuro. Tiene in mano il segno geroglifico della vita ed uno scettro; sulla testa porta una corona di piume.
C’è la figura di una piuma sulla sua testa perché il Logos è difficile da trovare, è nascosto, invisibile; perché il dio produce la vita ed è re, perché si muove con raziocinio (Nous). Si dice che abbia emesso un uovo dalla bocca, dal quale sarebbe nato un dio che essi chiamano Phtha, ma i Greci Hephaistos (Efesto/Vulcano): interpretano inoltre l’uovo come l’universo. L’ovino è consacrato a questo dio perché gli antichi bevevano latte. Gli Egiziani hanno dato questa forma plastica all’universo: la statua ha forma umana, con i piedi in movimento; un mantello variopinto la avvolge da capo a piedi. Sulla testa c’è una sfera d’oro, che allude alla natura”.

Il testo si riferisce al dio km... ,nome che significa "colui che ha completato il suo tempo" conosciuto anche come Amun o Amon. La rappresentazione a cui si riferisce Porfirio è probabilmente questa: 




In apparenza non ha niente a che vedere con il Sigillo della Valle dell’Indo e con il Calderone danese, ma se si osserva con attenzione potremmo avere delle sorprese. 
Nell'immagine egizia il dio ha la testa di ariete e una corona sulla testa le cui "piume" (due per Porfirio che era allievo dell'egizio Plotino) una per Eusebio, sono in realtà due corna multicolori.  
Dal disco d'oro sotto le corna esce un Cobra, mentre sulla fronte della divinità femminile dietro di lui spicca un avvoltoio. 
Davanti c'è un altro dio con quattro corna e due serpenti in fronte, uno decorato con il simbolo della fertilità femminile (il ricciolo del cordone ombelicale e dei canali ovarici) e l'altro con il simbolo della fertilità maschile (forse il timo). 

Passiamo alle somiglianze:

1) tutti e tre gli dei hanno un copricapo con le corna. 
2) il dio del calderone nella mano destra ha un bracciale, ma se si osserva la forma avambraccio/bracciale si vedrà che ricordano la croce della vita stretta nella mano destra di Amon. 




3) nella mano sinistra il dio del calderone stringe un serpente ed Amon un bastone con la testa, credo, di gru. 
L'analogia serpente-bastone sacerdotale non è certo una novità tra gli egizi, basti pensare alle gesta di Mosè: 


4) gli animali del Calderone e del Sigillo di sono disposti nella stessa maniera, con gli erbivori a destra del dio e i carnivori alla sinistra, e i due primi carnivori sono rivolti nella stessa direzione (quello in alto volge le spalle alla divinità e quello in basso è rivolto verso di lui) .



Apparentemente, a parte i serpenti decorativi e la testa d'ariete del dio Amon, nella raffigurazione egizia non ci sono animali, ma basta portare lo sguardo sugli ideogrammi per vedere, leoni, uccelli e persino insetti in grande quantità. 




Sulla testa del dio di Harappa e sulla testa di Amon ci sono dei pittogrammi, probabilmente la spiegazione/descrizione dell'immagine. La scrittura di Harappa è assai simile ai geroglifici egizi…Nella raffigurazione del Dio del calderone non ci sono però né pittogrammi, né le figure antropomorfe che sono presenti invece nel sigillo di Harappa e nella raffigurazione di Amon. 

Ma in realtà  basta girare il calderone: 
Le figure a cavallo portano elmi decorati con un aquila (o un avvoltoio), un cinghiale, due corna e quella che pare una rappresentazione del cielo. Sulla destra di chi guarda ci sono poi tre personaggi intenti probabilmente a suonare degli strumenti a fiato la cui bocca è decorata a forma di drago o di altro animale e che a me ricordano i bastoni sacerdotali egizi. 




Anche il copricapo della figura gigantesca sulla sinistra (sempre di chi legge) ricorda un po' quello della seconda figura maschile, intenta ad offrire due vasi ad Amon/Km, della rappresentazione proveniente dalla cella del tempio di Abu Simbel :






Ruotando ancora il calderone si trova la rappresentazione della dea "Maeve":




La Dea è Circondata da un lupo, due chimere o grifoni alati e due a me pare, elefanti. 
Non so se in Danimarca, dove è stato trovato il calderone, o in Bulgaria dove si dice sia stato creato, nell'Età del Ferro ci fossero elefanti, ma, ad occhio, mi pare una cosa bizzarra. 

Sia la raffigurazione Egizia che quella celtica danno grande importanza al femminile.
Quella di Harappa no. Ma basta prendere un altro sigillo per trovare Śiva che, appena smontato da un  toro , si prostra ai piedi di una dea provvista anch'essa di corna (La sua sposa, immagino): 



Secondo me lo Śiva di Harappa, l'Amon di Abu Simbel e il Dio dei cervi celtico sono la stessa “persona”. E le raffigurazioni sono descrizione di pratiche che forse non è esatto definire cultuali o religiose, ma hanno a che vedere con quella che un tempo era Arte, o Scienza e descrivono tecniche operative legate alla Dottrina delle Vibrazioni.
Si tratta ovviamente di una semplice ipotesi, ma sarebbe bello poterla approfondire.
Un sorriso,
P.

giovedì 4 luglio 2019

LO YOGA E LA TENDENZA ALL'INFELICITÀ


मैत्री करुणा मुदितोपेक्षाणांसुखदुःख पुण्यापुण्यविषयाणां भावनातः चित्तप्रसादनम् ॥३३॥
maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam
33

Maitrī = “amicizia, convivialità, cordialità[1]”.
Karuṇā = “compassione”.
Mudita = “gioia”.
Upekṣā = “indifferenza”.
Sukha = “piacere, piacevole, confortevole”.
Dukha = “pena, dolore”.
Punya = “successo”.
Apunia = “fallimento”.
Viṣayā = “esperienza, oggetto dei sensi”[2].
Cittaprasādana = “purificare la mente, calmare la mente, rallegrare la mente”.

33.  La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento.



La pratica dello Yoga, in fondo, non è roba difficile secondo Patañjali, per purificare la mente è sufficiente coltivare la "Convivialità", la "Compassione", la "Gioia" e la tendenza a rimanere se stessi nel successo e nel fallimento.
Non è per niente difficile. 
Ma allora perché non siamo tutti illuminati? (lo so che negli ultimi anni c'è un inflazione di realizzati autonominatisi tali e di new guru multipass, ma la mia impressione è che spesso,  tra il dire e il fare ci sia di mezzo, in questo caso  un mare infinito).
Perché è così arduo imboccare, con sincerità e spontaneità, la via della Gioia e dell'Amore che nulla pretende?

Praticare yoga significa cercare di entrare in contatto con il proprio "Bambino Interiore" (perdonatemi il termine abusato), l'insieme delle forze primarie   della manifestazione che si cela nel  nostro inconscio. Alcuni lo chiamano śiva.
Il bambino interiore ha un potere infinito. Sarebbe in grado  di donarci la felicità eterna, ānanda, ma dorme, profondamente, dentro di noi, "attossicato" dai veleni della mente, le sovrastrutture culturali. 
La mente umana passa il suo tempo a progettare mirabolanti architetture di numeri e parole che le diano l'illusione di poter comprendere l'incomprensibile e limitare l 'infinito, nella speranza, vana, di sostituirsi al creatore.


 Il Bambino Interiore, la sorgente della Felicità,  ha un potere immenso, ma è appunto un bambino e di fronte alle ardite  teorie della mente, si annoia, comincia a sbadigliare  e, infine, si addormenta, di un sonno simile alla morte. Ecco...il Bambino Interiore possiamo veramente immaginarlo come una Sorgente, una sorgente d'acqua pura come il cristallo, dalle qualità meravigliose, una sorgente ostruita da detriti. 

Ovviamente la natura stessa dell'acqua la porterà prima o poi ad uscire all'esterno,il problema è come farla uscire, il prima possibile e senza danni. Non è dato di sapere, all'inizio, quale aspetto possa avere la barriera di detriti, è diversa per ciascuno di noi, mentre la sorgente è identica. 

Immaginiamo la barriera come un diga, di metallo e cemento:
un violento colpo di piccone potrebbe provocare una inondazione disastrosa, e il nostro piccolo ego, necessario alla sopravvivenza su Terra verrebbe spazzato via.

Lo yoga è una via per togliere i detriti e preparare il terreno all'arrivo (ché, ne siamo certi, prima o poi arriverà) dell'acqua della sorgente. 

Lo yoga ci insegna a costruire canali, ripulire anche il terreno , mettere delle tubature nei luoghi giusti. Non si sa quando e perché l'acqua sorgiva uscirà alla luce del sole, della coscienza, si sa solo che , al diminuire della barriera di detriti corrisponde l'aumentano le probabilità di attingere alla sorgente o di avere una visione della purezza delle acque, prima che il nostro corpo diventi cibo per vermi. 

"Il Maestro arriva quando il discepolo è pronto", si ripete spesso negli āśrama e nelle Scuole di Yoga, ma l'insegnamento non si riferisce ad una persona fisica (-"Né Guru né Maestri"-si dice nel tantrismo-"solo Amore"-), ma all'acqua della sorgente interiore. Se la  si vede o ci si bagna o ci si disseta  non possiamo avere dubbi, ma fino a quel momento non potremo, mai sapere se la via che percorriamo è quella giusta. Bisogna solo continuare  a praticare, senza fretta.

L'Acqua  di Vita arriverà quando è il momento e nel modo che preferisce. 
Il Bambino interiore è capriccioso e imprevedibile.


I testi tantrici e vedici  ci raccontano, con un linguaggio non letterario, ma fatto di poesia e immagini, le esperienze ed i percorsi psicologici di chi ha portato ed aiutato a portare  in altri, alla luce della coscienza  l'Acqua della Sorgente. Un autentico insegnante di Yoga, un maestro (con la M minuscola...)  non è chi ti dona l'illuminazione con lo schiocco delle dita, ma colui che, passo passo, può aiutarti a comprendere il vero significato dei simboli e a sviscerare le analogie tra il tuo percorso personale e quello degli antichi yogin. Il tuo percorso. 
Si legge nella Bhagavadgītā (III, 35):

"Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, 
che non il dharma di un altro, anche se perfettamente adempiuto. 

Meglio è morire nel perseguimento del proprio dharma 
che sopravvivere a quello di un altro". 


Ma attenzione ! 
Non c'è un rapporto di causa effetto  tra comprensione dei testi, pratica, e "risveglio del Bambino Interiore"!
Non è che leggendo e studiando a memoria tutti i testi tantrici e vedantici si ottenga automaticamente la Felicità Illimitata.
Non è che recitando milioni di volte un mantra tibetano faremo per certo conoscenza con il Bambino Interiore.
Lo scopo primario  dello yogin  deve essere quello di  conoscersi veramente, di tirar fuori i propri talenti e, soprattutto, le proprie meschinità. Per addentrarsi in quella entrarsi nella intricatissima foresta della personalità umana, scoprire la bocca ostruita della sorgente e liberarla dai detriti occorre,  si può contare solo sulle proprie forze e sui propri talenti. Che questi talenti o predisposizioni dipendano da vite precedenti, colpi di fortuna o patrimonio genetica, a questo punto del percorso, è cosa assolutamente irrilevante. La cosa più importante da capire è che senza compassione verso se stessi e una dose XXXL di Amore non si va da nessuna parte. 

Per praticare "davvero" Yoga, bisogna  utilizzare tutti i mezzi che la Natura ci ha messo  a disposizione: 

Se siamo sensibili al linguaggio del corpo fisico, all'arte del movimento, all'azione dovremo percorrere quella strada, la strada del Danzatore, dello Yoga come Arte.

Se siamo più sensibili alla voce del cuore, dell'amore inteso come fervore religioso dovremo percorrere quella strada, la strada del Monaco.

Se invece è la ricerca intellettuale, la logica, ciò che meglio ci riesce quella sarà la nostra strada, anche se è la più impervia delle tre.

Non si tratta di vie per la realizzazione, ma di metodi per ripulire la foresta e preparare il terreno alla fuoriuscita dell'acqua.

Quando comincerai ad avvicinarti alla sorgente cominceranno ad avvenire dei fatti, delle coincidenze significative, delle situazioni che pur se sempre nuove e diverse, avranno un sapore particolare ed impossibile da confondere. Ti parrà di vivere all'interno di una bolla, di una dimensione inconsueta, ma in qualche modo familiare, in cui tempo e spazio acquistano un senso diverso e la paura, che sempre ci accompagna nel quotidiano, lascia il posto alla gioia immotivata.

Ma prima di allora non può far altro che praticare, con pazienza, molta pazienza.
Si sa, la forza della natura prima o poi farà  uscire alla luce della coscienza l'Acqua della Sorgente, ma la natura non ha nessuna fretta, il suo tempo è l'Eternità


[1] Ho tradotto con “cordialità”, ma i significati di maitrī sono molteplici. Può significare “amicizia”, “benevolenza”, “convivialità” ecc. Insieme a karuṇā mudita e upekṣā forma i quattro Brahmavihāras, le quattro divine attitudini coltivando le quali il praticante si assicura la rinascita nel regno di Brahma.

[2] Viṣayā nella filosofia indiana viene inteso solitamente come “oggetto di godimento” o “oggetto di conoscenza”. Vedi le interpretazioni di Gauḍapāda, Māṭhara e Vācaspati a Sāṃkhyakārikā 11.

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