sabato 26 ottobre 2019

E SE LO YOGA FOSSE SOLO "FISICO"? - STORIA SEGRETA DELLO YOGA

Gara di Kabaddi: gli attaccanti devono mostrare la capacità di controllare il respiro entrando nel campo dell'altra squadra, colpendo un avversario e ritornando nel proprio campo in apnea.



Il 1° febbraio del 2007, giorno del mio compleanno, mi arrivò, dono inaspettato, una cassa di libri, quasi tutti traduzioni di testi di Saṅkara e di altri autori di quella che allora mi sembrava una scuola filosofica: l'Advaita Vedānta, o Vedānta non duale. 
Tra le pagine della Bhagavadgītā c'era un biglietto: 

- “Caro fratello ti prego di accettare questi libri. Sono sempre appartenuti a te...” -

Era un dono di Premadharma Bodhananda, uno degli "uomini straordinari! che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia vita.

Cominciai a studiare come un forsennato, andavo anche al bagno con i libri di Saṅkara, mi sembrava di “essere tornato a casa

Un giorno, dopo un paio d'anni, Saṅkara mi apparve. 
Lo so che sembra strano, ma praticando Yoga ho vissuto spesso stati di alterazione percettiva con allucinazioni visive e uditive: luci colorate, simboli, suoni acuti come campanelli o cupi come un tuono d'inverno. 
Una volta mi è apparso un intero monastero tibetano con tanto di monaci in tonaca amaranto. 
Credo che si tratti di una elaborazione del cervello, di una qualche funzione del sistema nervoso centrale
quando metto a fuoco un insegnamento o intravedo la soluzione di un problema si forma, in meditazione, un'immagine tridimensionale (e tangibile, in molti casi), una proiezione delle mie riflessioni a cui sono avvezzo, forse sbagliando, a dar fiducia, quasi fosse uno spirito buono, o un maestro interiore. 

Comunque sia mi apparve Saṅkara. 
Ero sulla spiaggia di Ansedonia, seduto in padmāsana e “respiravo il mare” con gli occhi fissi sulla punta del naso. A un tratto, tipo venere che spunta dalle onde, esce dall'acqua un monaco śaiva con le vesti arancioni, tre linee bianche sulla fronte e una mālā di rudraska in mano. 

Camminava piano verso di me e sorrideva. 
Si fermò, per qualche istante, a un paio di metri e poi mi sparì dentro. Io lo sapevo che era una specie di allucinazione, ma in qualche modo la presi come un segno: pensai di aver compreso, o di essere sul punto di comprendere, dopo due anni di studio forsennato, gli insegnamenti dell'Advaita Vedānta. 



Ricordo che ero stupidamente felice.
Pensavo che sarebbe successo qualcosa, qualcosa di bello e di molto ma molto importante, e invece, di lì a poco, cominciarono i problemi. 

Su un sito internet indiano trovai una serie di testi di Saṅkara, mai tradotti in italiano, che parlavano di āsana, di kuṇḍalinī, di cakra…ovvero di corpo fisico. 
Quello che avevo studiato e continuai a studiare anche dopo, non “mi tornava più”. 
Quello che credevo il nucleo dell'insegnamento di Saṅkara, la teoria dell'Ajāti Vāda, del “Mai Nato” (così come me la avevano insegnata) che mi sembrava così profonda, logica, onnicomprensiva mi pareva mostrasse delle smagliature. 

Molti commentatori occidentali (e non solo) parlando dell'advaita vedānta mettono in risalto la scarsa importanza che questa scuola attribuisce alle pratiche dello haṭhayoga e del kuṇḍalinī yoga. 

Sulla base della teoria dell'illusione, il Māyāvāda, costoro arrivano ad abbracciare le idee di alcuni buddisti Theravāda o di alcuni neo-platonici che vedono il corpo come un inutile sacco pieno di fluidi corporei, ed a creare, infine, una contrapposizione tra il Vedānta Advaita e lo haṭhayoga, tra la pratica dell'auto-indagine tesa a mostrare l'inesistenza sostanziale, o l'apparenza fenomenica di tutto ciò che chiamiamo corpo, emozioni, individualità (il Ko'Ham) e le tecniche psicofisiche (āsana, mudrā, kriy). 

Il sistema interpretativo dell'advaita vedānta occidentalizzato strizza l'occhio a Platone e alla filosofia tedesca del XIX e XX secolo e lascia intendere che si può progredire nella via dello yoga e raggiungere la cosiddetta illuminazione senza perder tempo ad annodarsi le gambe e senza conoscere la complessa fisiologia sottile su cui si basa lo haṭhayoga.      . 

Lo Saṅkara dell'advaita vedānta “occidentalizzato” sembra insegnare la superiorità del lavoro di destrutturazione del pensiero sul mero lavoro fisico ricreando, paradossalmente (advaita vuol dire non duale) la dicotomia corpo-mente o materia-spirito che caratterizza l'insegnamento cattolico in cui siamo nati e cresciuti. 

E' facile che un intellettuale occidentale si innamori di questa teoria affascinante (e non priva di effetti sul comportamento e sulla personalità dei praticanti), ed è anche possibile che qualcuno raggiunga la cosiddetta illuminazione o realizzazione o comunque stati di coscienza tra virgolette”elevati”, seguendo questi insegnamenti. 
Ma, non è l'insegnamento di Saṅkara

A molti questo non interesserà affatto, anzi il commento più comune sarà, probabilmente, “e allora?”, ma per me in qualche modo si tratta di una rivelazione dagli effetti devastanti. 

Molto di ciò che ho letto, studiato e anche scritto negli anni passati, si basava sulla differenza sostanziale, almeno a livello qualitativo, tra il lavoro  dell'advaita vedānta  e quello dello haṭhayoga

La pratica fisica, lo haṭhayoga , credevo, poteva essere al massimo, un punto di partenza, “una scala verso il Rāja yoga” (il sistema di Patañjali, maestro del maestro del maestro - così mi dicevano -  di Saṅkara), il figlio di un dio minore.

E invece la via di Saṅkara (vedi lo Saṅkaravija di Ānanda giri o il commento all'Ānandalahari di Pandit Ānanda Shastri) era proprio quella: lo Haṭhayoga   con tanto di Cakra, Nāḍī e Kuṇḍalinī che sale. 

Il commento del capostipite della Advaita Vedānta alla Bhagavadgītā, mai pubblicato in Italia, ne è, secondo me, una prova inconfutabile:

“[...] messo sotto controllo il fiore di loto del cuore, si raggiunge Bhūmi e attraverso la via mediana che porta verso l'alto, dopo aver posto Prāṇa tra le sopracciglia, si raggiunge lo splendente Puruṣa che emana luce” Saṅkara (Bhagavadpāda – commento alla Bhagavadgītā VIII, 9,10.) 

 Saṅkara era allievo di Gauḍapādācārya:




Un maestro i cui testi più importanti (mai tradotti in Italiano) sono: 

1) il Subha Godaya Stuti, in cui si descrive il triplice aspetto di Kuṇḍalinī (Fuoco, Sole e Luna) e la sua risalita attraverso la pratica del “mantra supremo di Kāma (Ka E Ī I La Hrīṃ - Ha Sa Ka Ha La Hrīṃ - Sa Ka La Hrīṃ  .
 2) L'Uttara Gīta Bhāṣya, in cui si spiegano gli insegnamenti di Haṭhayoga      impartiti da Kṛṣṇa ad Ārjūna.

 3) Il Durgā Saptaśatikā in cui si tessono le doti di Durgā e si descrive la sua vittoria contro il demone Mahiṣāsura. In questi tre testi è contenuta l'essenza del Samāyācara, o meglio  sarebbe dire, del Tantra. 

Gauḍapāda era uno yogin del Kashmir (o del Bengala secondo alcune fonti) ed era un maestro delle pratiche di Kuṇḍalinī. 
Saṅkara era un suo allievo ed era un maestro della via dei Mantra. 
Per molti questo non significherà niente, ma per me è assai importante. 

Significa che le dotte disquisizioni e gli accesi dibattiti sulle differenze tra
Tantra, yoga “fisico “, yoga “spirituale” e vedānta che riempiono i forum di filosofia, i libri delle case editrici specializzate e riecheggiano nelle conferenze e nelle lezioni delle scuole di yoga sono completamente campate in aria. 

La verità dei testi e semplice e chiara: la linea di insegnamento di quello che noi chiamiamo advaita vedānta è la stessa dello haṭhayoga di Gorakanath.

Lo yoga di Patañjali, Gauḍapāda, Saṅkara è lo stesso yoga insegnato dai siddha nath: Āsana, Mantra, Mudrā, Cakra, Nāḍī, Kuṇḍalinī...questo, e solo questo, secondo le ricerche che abbiamo fatto (vedi "Storia Segreta dello Yoga" https://www.amazon.it/dp/1697773559) è lo Yoga come veniva inteso sino al XIX secolo.


Che poi sia lecito o meno definire Yoga delle pratiche derivate da concezioni particolari o inventate di sana pianta è un altro discorso, che a me interessa relativamente poco. Come relativamente poco mi interessano i motivi che hanno spinto molti a scindere e dividere ciò che appare, sin dall'inizio, come un unico sistema.

È possibile, secondo voi che lo yoga sia uno solo e che si basi sulla pratica di āsana, mudrā, mantra e sulla conoscenza della fisiologia sottile?

Io non ho una risposta certa…ma mi piacerebbe parlarne, testi alla mano, con insegnanti, praticanti e appassionati di yoga.

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