venerdì 29 novembre 2019

LETTERA APERTA AD UN MAESTRO TAROCCO


Caro Maestro "X" -non preoccuparti, non dirò il tuo nome neppure sotto tortura - i due tizi della foto sono due saṃnyāsin appartenenti ad un antico lignaggio indiano, lo stesso del quale tu, con giustificato orgoglio, porti il nome.
Quando, qualche anno fa ci siamo conosciuti,  il tuo aspetto da orsetto buono, il tuo calore umano e la semplicità del tuo linguaggio mi hanno fatto subito simpatia : -"ma guarda come è alla mano questo maestro" - dissi a Laura, la mia compagna - "è così simpatico e disponibile!".

A dir la verità avevo notato delle strane lacune e delle incongruenze nel tuo dire - nomi di posizioni assai bizzarri, errori nella pronuncia del sanscrito - ma, sai com'è, mi hanno insegnato che la mente di un illuminato o di un grande iniziato è insondabile per noi semplici praticanti, per cui passai sopra a quelle che rispetto alle tue doti umane, consideravo delle inezie,

E così, negli anni seguenti al nostro incontro, ho continuato a dire un gran bene di te e delle tue capacità, mi fidavo soprattutto della prima positivissima  impressione che mi avevi fatto.

Anche adesso, nonostante ciò che è accaduto ieri, non riesco a non provare una sincera simpatia nei tuoi confronti.

Già, che è successo ieri?
Te lo racconto in breve: un mio amico, uno yogin sudamericano a cui avevo parlato di te, mi ha inviato  una foto che, secondo lui ti riprendeva nell'atto di celebrare un rito del fuoco in un āśrama.
Foto bellissima, solo che non eri tu: il maestro della foto era molto più grosso, barbuto e capelluto. 
All'inizio ho pensato ad un errore del mio amico, ma quando lui mi ha inviato altre, molte altre foto, ho cominciato a sospettare che c'era qualcosa che non andava.

Ho fatto delle ricerche accurate ed ho scoperto, con dolore all'inizio, che i titoli di cui ti fregi sono fasulli e che la tua entrata nel mondo dello yoga è assai più recente di quanto mai potessi credere.

Certo, la durata degli studi nel nostro campo ha una importanza relativa, si sa che uno può stare trent'anni ai piedi del maestro senza capire una mazza e un altro può raggiungere l'illuminazione grazie ad una zoccolata (lo racconta il capostipite del lignaggio a cui dici di appartenere...), ma insomma, dai, un minimo di studio quando si lavora con la mente e il corpo altrui sarebbe auspicabile.

Cosī ieri ho scoperto che, fino a prova contraria (che spero ardentemente di acquisire) tu stai usando titoli che non ti appartengono e insegni discipline a cui hai dedicato meno anni di studio di molti miei allievi del corso di formazione.

In altre parole sei un Maestro Tarocco. 
Questo non significa che tu non faccia del bene agli altri e magari è anche possibile che grazie a qualche divina ispirazione i tuoi insegnamenti abbiano, a lungo andare delle conseguenze positive sui tuoi molti allievi, ma che bisogno avevi di adottare nomi e titoli che non ti appartengono?

Il mio istruttore, Lobsang Jinpa danzatore tcham della setta Gelugpa (Tibetan Camp n.1, Dharmasala) mi ripeteva sempre che il comandamento più importante da rispettare, tra monaci e yogin, era quello di non mentire sul proprio livello spirituale.
Forse era una sua personale interpretazione, ma da da allora (era il 1996) questa cosa del non spacciarsi per altro da sé mi è rimasta nella testa.

Per carità...non sto certo affermando che tu dovresti comportarti come cerco di comportarmi io!
Ci mancherebbe altro.
Ognuno ha una sua personale visione del karma e del giusto agire, per cui, ognuno deve essere libero di comportarsi come preferisce, ma, appurato che sei un Maestro Tarocco (fino a prova contraria, ripeto,prova che mi piacerebbe tanto avere sotto gli occhi) mi viene voglia di dirti di non spararle troppo grosse.

Un maestro si assume il karma degli allievi e se il rapporto guru-discepolo è viziato da una menzogna originaria credo ci siano buone possibilità che prima o poi emergano dei problemi di varia natura.

Mi viene voglia di dirti, ripeto, di non spararle troppo grosse, ma ovviamente devi continuare a fare ciò che credi sia meglio per te e "per gli altri esseri senzienti".

Per quanto riguarda i sentimenti che provo per te ti assicuro che non è cambiato niente, i rapporti umani prescindono dai titoli e dalle competenze, che tu sia un grande maestro illuminato o un idraulico di Varazze travestito da guru per me fa poca differenza:  mi sei simpatico a prescindere.

Certo se penso che un ricercatore serio come Carlo Patrian è morto, si dice, in totale povertà e che tu guadagni più di un manager di una multi-nazionale un pochino mi viene da incazzarmi, ma  è solo un attimo, ti assicuro.

In realtà ti ammiro: hai costruito un personaggio credibile e vai avanti per la tua strada con le spalle dritte e la faccia tosta di un consumato attore.

Tra l'altro non stai facendo niente di illegale: con la legislazione italiana se io domani, assumessi, per ridere, il nome di  "Ryu no Kokyu, incarnazione del 18° mahasiddha e protettore del Buddha, maestro dell'arte del bastone e della circolazione delle energie sottili" nessuno potrebbe dire niente di niente.
Per cui ti auguro che la tua carriera di maestro tarocco possa durare ancora a lungo e che tu possa prendere il successo come occasione per far del bene agli altri.

Insomma, l'unica cosa che adesso è cambiata è che "io so che tu sai che io so", per il resto tutto è rimasto come prima.
Mi piacerebbe che da oggi in poi tu non le sparassi tanto grosse, ma, come ti ho già detto, ognuno deve fare conti con il proprio karma ed ognuno decide da solo cosa sia giusto e sbagliato.
Un sorriso,
Ryu no Kokyu

domenica 17 novembre 2019

LA FEROCIA DI KṚṢṆA - STORIA SEGRETA DELLO YOGA



Durante le ricerche che hanno condotto allapubblicazione di "Storia Segreta dello Yoga" (https://www.amazon.it/STORIA-SEGRETA-DELLO-YOGA-Devozione-ebook/dp/B07YRVQPVQ) siamo rimasti colpiti dalla differenze esistente tra la storia "reale" dello yoga e dell'India - quella almeno che emerge dai documenti e dai reperti archeologici - e ciò che ci viene raccontato nelle scuole di yoga e, a quanto sappiamo, in diverse università.

Una differenza che diventa abissale quando si parla di personaggi come Kṛṣṇa:

 In  Occidente viene visto come un giovane dio efebico e giocoso, che, al pari di Gesù, si sacrifica per il bene dell'umanità, mentre in India è un  lottatore professionista, che passai primi decenni  della sua vita a rompere teste, spezzare tibia e massacrare a pugni e calci gli avversari, con una ferocia impressionante.

Di seguito incolliamo uno dei capitoli che abbiamo dedicato a Kṛṣṇa nel nostro libro.
Ci piacerebbe che i nostri colleghi - insegnanti, praticanti e studiosi di Yoga - lo leggessero e lo commentassero.

Un sorriso,
P.


KṚṢṆA, “THE WRESTLER”



42 Kṛṣṇa (secondo da sinistra) e il fratellastro Balarāma impegnati in un incontro di lotta a squadre. Miniatura tratta da un manoscritto del XVII secolo conservato al Metropolitan Museum di New York. Fonte: https://www.metmuseum.org/Collections/search-

In India il termine Malla-Yuddha, o semplicemente “wrestling” per gli anglofoni, evoca l’immagine di “giovani uomini in perizoma, unti di olio di sesamo e senape, che si affrontano nelle fosse di fango situate nelle tradizionali palestre dette Akhara, davanti ad una moltitudine di tifosi entusiasti[1]. Si tratta di uno sport da combattimento brutale, senza esclusione di colpi, che richiede coraggio, forza, agilità e conoscenza dei punti vitali (i marma).
L’allenamento dei lottatori indiani –che in genere, a prescindere dagli orientamenti religiosi, sono carnivori[2] - si basa su tre diversi tipi di esercizi:

-         Una specie di Yoga dinamico - assai simile agli esercizi che oggi, nelle moderne tecniche di allenamento occidentali, vengono definiti “Natural Movement” e “Animal Locomotion” - per sviluppare agilità e flessibilità;
-         La pratica del “Malla-khamba” o Yoga acrobatico - considerato anche uno sport a sé stante - che consiste nell’assumere degli āsana su un palo di legno o appesi a corde.
-         Esercizi con clave, sfere e dischi di pietra per lo sviluppo della forza.



43 Lottatore indiano si allena con il disco di pietra. Fonte: https://i.pinimg.com/736x/e7/f8/4b/e7f84b67d7a37a8c14191373dab2066f.jpg


Per un occidentale questi omoni, grandi mangiatori di carne, che si allenano otto ore al giorno per sviluppare i muscoli sono agli antipodi dello yogin e del maestro spirituale. Nessuno di noi potrebbe immaginare, ad esempio, l’efebico Kṛṣṇa, lucido di sudore e olio di sesamo afferrare al collo un avversario e rotolarsi nel fango per finirlo a calci e pugni.
Kṛṣṇa, lo sanno anche coloro che non si occupano di Yoga, veste abiti di seta profumati, indossa ghirlande di fiori e suona, col il suo magico flauto, melodie dolcissime piegando la testa e il corpo come un giunco mosso dal vento.
Kṛṣṇa è il bambino goloso di burro beniamino delle madri del suo paesello, che ridono, beate, delle sue burle. Le giovani donne accorrono al suono del suo flauto per danzare insieme a lui e la bellissima Rādhā passa le ore a carezzargli i bei boccoli neri.
Gli “Hare Krishna” che dagli anni ’60 colorano le nostre città con gli abiti ocra e arancio, i loro canti devozionali e le loro danze allegre, hanno contribuito non poco al successo, in occidente, di questo dio fanciullo, dolce e benevolo, venuto a sacrificarsi per amore dell’umanità.
Il soave Kṛṣṇa, forse anche per l’assonanza con Cristo, è entrato nel cuore di molti occidentali come emblema dell’amore in tutte le sue declinazioni: amore per la madre, amore per il coniuge, amore per i figli, amore per l’umanità, amore per tutte le creature.


44 Kṛṣṇa suona il flauto per Rādhā. Fonte: https://www.quora.com/Why-does-Lord-Krishna-always-hold-a-flute


Kṛṣṇa e i campioni di Malla-Yuddha sembrano appartenere a due culture, anzi a due mondi, completamente diversi, ma, è sufficiente sfogliare due dei principali testi della tradizione indiana, il Bhāgavata Purāṇa[3], e il Mahābhārata (conosciuto anche come Kṛṣṇaveda) per renderci conto, una volta di più, dell’enorme differenza che corre tra la nostra visione della storia e della filosofia dell’India e l’India reale:

Il dolce pastorello, tutto sorrisi e moine, era infatti, al di là di ogni possibile dubbio, il più grande lottatore dei suoi tempi. La sua fama, le sue ricchezze, addirittura il suo regno li avrebbe conquistati grazie alla forza sovrumana e all’abilità dimostrate sia nel combattimenti sia nel Jallikattu, la lotta con i tori ancora praticata nel moderno Tamil.


45 Krishna kills Kamsa" By Martadas Pirbudial - http://www.ebay.com/itm/India-Old-Litho-KRISHNA-KILLS-KANSA-2639-/400331809585?pt=LH_DefaultDomain_0&hash=item5d35a2a331, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22395572


Una delle più famose imprese di Kṛṣṇa, ad esempio, è l’uccisione del “Tiranno Kaṃsa”, una storia famosissima in India, raccontata anche nei libri per bambini e nelle fiction televisive. La trama è assai semplice:

Kaṃsa, re di Vrishni organizza nella capitale del suo regno, Mathura, un torneo di lotta a squadre, a cui partecipano anche Kṛṣṇa e il fratellastro Balarāma. I due affrontano Chanura e Mustika, i due campioni locali, sconfiggendoli facilmente. Quindi Kṛṣṇa si lancia su un infuriato Kaṃsa, e lo massacra senza pietà, a pugni nudi[4].

 In India Kṛṣṇa, che noi automaticamente assimiliamo alla figura compassionevole di Cristo, è un lottatore feroce che ammazza gli avversari a calci, pugni e ginocchiate. I suoi devoti raccontano che lui esercita così la sua opera salvifica, spaccando ossa e teste, e che tutti coloro che vengono massacrati nei suoi innumerevoli incontri di lotta muoiono felici, e lo ringraziano perché lo hanno riconosciuto come incarnazione di Viṣṇu.

Dal Mahābhārata si scopre anche che è un feroce cacciatore: insieme al nipote Ārjūna dà fuoco ad una foresta e scanna senza pietà tutti gli animali in fuga.
Fare una lista degli uomini, dei demoni massacrati (e quindi salvati) dai suoi calci e dai suoi pugni è un’impresa improba. Ne citeremo solo alcuni[5]

-          Pūtanā (parola che significa “putrefazione”). Tenta di avvelenarlo con il latte e viene strangolata da un Kṛṣṇa ancora bambino.
-       Trinavita (o Tṛnavṛta) che si presenta in forma di tornado, viene preso al collo e schiacciato a terra.
-         Aghāsura, fratello maggiore di Pūtanā, è un gigantesco serpente che finisce soffocato e con la testa rotta.
-         Dheruka, invece è un “asino”, che combatte contro Kṛṣṇa e il fratellastro. Grande lottatore dà un calcio volante al petto di Balarāma, ma questi gli afferra le gambe, lo fa roteare e lo schianta contro un albero.
-         Ariṣṭāsura va a sfidare il “pastorello” dopo essersi trasformato in un gigantesco toro. Kṛṣṇa lo afferra per lo corna, lo rovescia a terra e lo tempesta di calci. Quando l’altro è ormai privo di sensi gli strappa le corna e lo uccide.
-         Keśi, assume la forma di un cavallo enorme, veloce come il vento. Tenta di colpire il nostro eroe con le zampe davanti, ma questi lo afferra per le zampe posteriori - come aveva fatto Balarāma con Dheruka - e lo lancia a grande distanza. Keśi si rialza, e cerca di mordere Kṛṣṇa, che con un diretto gli spacca tutti i denti e poi lo costringe a terra con una presa di strangolamento. Il cavallo cerca ancora di colpirlo con i suoi calci, ma ormai è finita: anche lui è costretto ad abbandonare le sue spoglie terrene.

Uno dei pochi a cui il “dio bambino” risparmia la vita è Jambavana, il re degli orsi, uno degli eroi del Rāmāyaṇa. L’incontro durò 28 giorni, alla fine l’orso, esausto, si gettò a terra, ammettendo la sconfitta e riconobbe Kṛṣṇa come incarnazione di Rāma[6].

Siamo sicuri che molti, leggendo queste storie si stupiranno e le giudicheranno poco credibili, ma la letteratura indiana, dal Bhāgavata Purāṇa al Viṣṇu Purāṇa, dalla Bhagavad Gītā al Ghata Jātaka[7],non lascia dubbi: la vita di Kṛṣṇa è un susseguirsi di combattimenti e il tempo che passa nelle “fosse di fango” - i ring dell’epoca - è di gran lunga maggiore di quello trascorso nella foresta a suonare il flauto. Lo riconoscono, implicitamente, anche i pacifici Hare Krishna: i loro libri devozionali sono pieni di raccapriccianti scene di combattimento.

Ecco alcuni esempi:

1)      Kṛṣṇa spezza i denti del “Cavallo” e lo atterra con un calcio al ventre:




2)    Kṛṣṇa entra nella bocca del “Serpente” prima di soffocarlo e spaccargli la testa.



3)    Kṛṣṇa uccide la “Gru” (il demone uccello Bakāsura).





4)    Kṛṣṇa atterra il “Toro” prima di ucciderlo sotto lo sguardo amorevole di pavoni e colombe.




Non ci sono molti dubbi sul fatto che Kṛṣṇa fosse un lottatore di Malla-Yuddha, la sua forza e la sua ferocia sono riconosciute anche dai buddhisti: nel testo che abbiamo già citato, il Ghata Jātaka[8], si racconta di come Kṛṣṇa e i suoi “nove fratelli” facessero parte di una famiglia di wrestler e di come abbiano conquistato il regno di Kaṃsa grazie alla loro abilità di lottatori.

Che Kṛṣṇa abbia ottenuto ricchezze, amore e gloria eterna grazie al Malla-Yuddha è cosa più che plausibile in un paese in cui la lotta era considerata un’arte sacra, e questo, facciamo attenzione, non toglierebbe assolutamente niente alla sua grandezza, anzi. Kṛṣṇa in India non è considerato un dio nell’accezione occidentale del termine, ma un pūrṇa puruṣa, un “essere umano intero”, ovvero una persona, nata, vissuta e morta, che ha realizzato tutte le sue potenzialità.

Kṛṣṇa non è Cristo, non è sceso sulla terra per sacrificarsi in nome dell’umanità, ma è un povero contadino che grazie alla sua forza e alla sua abilità diviene il più grande lottatore della sua epoca, il più grande seduttore - si dice abbia avuto duecento mogli - e infine il sovrano di un regno prosperoso; Kṛṣṇa è una figura da mitizzare e da tramandare ai posteri perché ha realizzato tutti gli scopi dell’esistenza - puruṣārtha – diventando un esempio per le future generazioni.


Diceva Vivekananda ai suoi allievi:

“You will understand the Gita better with your biceps, your muscles, a little stronger. You will understand the mighty genius and the mighty strength of Kṛṣṇa better with a little of strong blood in you.”

I muscoli, i bicipiti e il sangue che scorre forte nelle vene possono essere strumenti per la comprensione delle scritture. Non bisogna “studiare Kṛṣṇa”, dice Vivekananda, bisogna “realizzarlo” rivivendo attraverso lo sport le sue gesta. La competizione, in quest’ottica, diviene una rappresentazione rituale delle gesta degli antichi eroi, un “gioco” nel quale non esistono nemici, ma compagni di viaggio grazie ai quali possiamo riconoscerei nostri limiti e sviluppare le nostre potenzialità.


[1] Stiamo citando il giornalista indiano Devdutt Pattanaik (https://www.mid-day.com/articles/devdutt-pattanaik-krishna-the-wrestler/17259162).
[2] Per fare un esempio: l “Grande Gama”, il più famoso campione indiano del XX secolo, ogni giorno beveva 10 litri di latte e mezzo litro di Ghee (burro chiarificato) con pasta di mandorle, mangiava 4 chili di frutta di stagione, 2,4 chili di burro, e, tra una seduta di allenamento e l’altra, divorava due piatti di carne di montone e sei piatti di pollo cucinato con curry, cipolle e spezie a volontà.
[3] Il Bhagavati Purāṇa, (letteralmente "Il Purāṇa dei seguaci del Bhagavat") conosciuto anche come Śrīmad Bhāgavatam, è uno dei testi sacri della tradizione induista.
Attribuito a Vyasa, autore del Mahābhārata, è composto da 14.579 strofe divise in dodici sezioni o canti. Il tema centrale dell'opera è Viṣṇu/Kṛṣṇa qui inteso come il Bhagavat, Dio, la Persona suprema.
Il primo canto fornisce un elenco degli avatara di Viṣṇu, ed i canti successivi ne descrivono in dettaglio le caratteristiche ed i līlā (passatempi); il decimo e l'undicesimo canto offrono una narrazione dettagliata dell'apparizione di Kṛṣṇa, dei suoi passatempi a Vrindavana e delle sue istruzioni ad alcuni devoti. Il canto finale, il dodicesimo, anticipa l'avvento dell'età del Kali yuga (l'era attuale, in accordo con il ciclo induista), e la futura distruzione dell'universo materiale da parte di Kalki.
S
[4] Fonte:
-          Dhallapiccola Anna, Dictionary of Hindu Lore and Legend. ISBN 0-500-51088-1.
-          George M. Williams. Handbook of Hindu Mythology. Oxford University Press. p. 178. ISBN 978-0-19-533261-2.
-           John Stratton Hawley; Donna Marie Wulff. The Divine Consort: Rādhā and the Goddesses of India. Motilal Banarsidass (1982). p. 374. ISBN 978-0-89581-102-8.
-           Aiyangar Narayan. Essays on Indo-Aryan Mythology-Vol. Asian Educational Services. p. 503. (1901) ISBN 978-81-206-0140-6.
[5] La narrazione dei combattimenti e la precisa descrizione delle mosse dei lottatori ci ha fatto venire in mente un’ipotesi bizzarra: nella nostra pur limitata esperienza negli sport da combattimento indiani abbiamo incontrato molte tecniche e posizioni con nomi animali. Nel Kalari Payattu ad esempio, si parla di nove posture (vadivu) principali - Cavallo, Elefante, Gatto, Serpente, Cinghiale, Pavone, Pesce, Gallo e Leone – e lo stesso accade se non sbagliamo, in tutti gli altri sport da combattimento, comprese le discipline cinesi, giapponesi e occidentali. Non sarà, ci è venuto da pensare, che i nomi ridondanti dei demoni uccisi o sconfitti dal Signore Kṛṣṇa non indichino in realtà le tecniche usate dai suoi avversari? Chi conosce un minimo la Boxe e il Wrestling moderni sa che è abitudine dare ai fighters dei soprannomi che ricordano le loro caratteristiche fisiche o le loro tecniche preferite come “Toro scatenato”, “Tiger mask”, The Rock”, “The Snake” …perché non supporre che anche nell’India antica vigesse questa abitudine? Non vogliamo certo offendere i devoti di Kṛṣṇa, ma a noi che fatichiamo a credere a demoni che si trasformano in animali mostruosi o in turbini di vento, non dispiace affatto l’idea che “Orso”, “Toro”, Cavallo Selvaggio”, “Gru”, “Asino”, “Serpente” siano semplicemente i Nick name di antichi lottatori, famosi per il loro coraggio, per la loro forza e, a volte, magari per la loro ferocia.

[6] Fonti:
-          Patricia Turner, Charles Russell Coulter. Dictionary of ancient deities. 2001, page 248
-          ^ Magnotti, Angela; rews. "Jambavan Fights Krishna (Syamantaka Mani Legend, Part 5)".

[7] I Jātaka sono I racconti delle vite precedenti di Buddha. Il Ghana Jātaka narra le vicende di Kṛṣṇa considerato una precedente incarnazione di Buddha.
[8] Fonti:
-          Cowell, E.B.Cowell, E.B. The Jataka or Stories of the Buddha's Former Births, Vol.1-6, Cambridge at the University Press.(1895)
-          Francis, Henry Thomas. Jātaka tales, Cambridge: University Press. (1916)