domenica 31 maggio 2020

"TANTRA CRISTIANO" - LA BIZZARRA STORIA DELLE AGAPETE






Quando parliamo di sessualità sacra o di “tantrismo sessuale”, il nostro pensiero vola subito a misteriosi templi hindu affollati da esotiche danzatrici dalle vesti, poche, multicolori, o ascose grotte dell’Himalaya con giovani scarmigliate, snelle e sensuali che abbracciano teneramente guru baffuti col sorriso buddhico d’ordinanza.

Mai e poi mai ci verrebbe in mente di associare i riti sessuali ai padri della chiesa cristiana o addirittura al misogino, si dice, san Paolo.

Eppure almeno fino al quarto secolo o addirittura – secondo le pochissime fonti rintracciabili sull'argomento – fino all'XI secolo esisteva una corrente tra virgolette “tantrica” interna al movimento cristiano.

A portare la sessualità sacra cristiana in occidente pare sia stato Simon mago, detto Faustus[1] che visse a Roma ai tempi di Claudio e Nerone e che, proprio per abitudine, sua e dei suoi discepoli, di praticare riti sessuali, verrà accusato di oscenità da Ireneo di Lione ed Epifanio di Salamina.

La favolistica cristiana ci descrive Simone come un mago di successo, una specie di Uri Geller del primo secolo, che stupiva le folle trasfigurandosi a comando – si dice fosse capace di assumere i tratti fisici di qualunque essere umano – e levandosi in volo come i fachiri indiani.

Secondo le fonti cristiane, si sarebbe innamorato della dottrina di Gesù e avrebbe chiesto il battesimo all’apostolo Filippo, dopo di ché avrebbe chiesto a Cefa – Pietro – di comprare il potere di infondere la grazia di Dio attraverso l’imposizione delle mani, facendo infuriare l’apostolo che se la legò al dito.

Un giorno a Roma, mentre Simone svolazzava suscitando grida di ammirazione tra i molti presenti, Cefa si sarebbe inginocchiato e avrebbe pregato il Signore di farlo cadere, senza fargli troppo male: “spezzagli solo la gamba in tre punti”, avrebbe chiesto il sant'uomo.

Simone cadde e poi se ne persero le tracce. Alcuni dicono che sia stato lapidato per le strade di Roma, altri che sarebbe morto in un sepolcro in cui si era fatto seppellire per mostrare che anche lui poteva resuscitare come il Cristo, ma di fatto non si sa né quando né dove sia morto.

La storia cristiana è divertente, ma pare che sia falsa come il suono di una campana di latta.

Innanzitutto Simone era un samaritano discepolo di Giovanni Battista, per cui difficilmente avrebbe chiesto di essere battezzato da uno dei dodici, e in secondo luogo veniva riconosciuto e riconosceva se stesso come “Potenza di Dio”; nel senso che era convinto di essere “il Signore” per cui non avrebbe mai cercato di comprare da altri un potere che pensava sgorgasse da lui.

Ma veniamo ai riti sessuali.
Simone andava in giro con una certa Elena di Tiro, che gli gnostici tradizionalmente descrivono come una donna bellissima e sensuale con i lunghi capelli biondo rossicci che le incorniciavano i lineamenti perfetti, assai simile alla Maddalena tramandata dalla pittura rinascimentale.

Simone l’aveva riscattata in un bordello siriano, perché l’aveva riconosciuta come incarnazione di Elena di Troia, considerata a sua volta dallo gnosticismo ellenistico incarnazione dell’Ennoia.

Per capire di cosa si sta parlando leggiamo un passo degli Atti degli Apostoli (VIII-9,10) in cui viene descritto Simone:

“In quel tempo vi era un tale, di nome Simone, che già da tempo esercitava le arti magiche, e faceva stupire la gente di Samaria, spacciandosi per un qualcosa di grande.
Tutti, dal più grande al più piccolo, lo ascoltavano, dicendo: Questi è la Potenza di Dio, quella che è chiamata la Grande”.

Simone era considerato la “Potenza” chiamata “Grande”, ovvero era considerato dai suoi, molti, discepoli il Cristo ed Elena era considerata Sophia.

Nella complicata cosmogonia gnostica la Monade – detta l’Uno, Theos, “Aion Teleos” (Eone Perfetto) -  comprende una parte maschile (la “Grande”) e una parte femminile detta Ennoia (Pensiero) o Charis (Grazia).

Le due parti della Monade concepiscono per emanazione delle coppie di “Eoni” o l’ultima delle quali è quella formata da Logos, detto anche Cristo, “Pensiero e Parola”, e “Sophia”, “Sapienza”.

Gli Eoni se ne stanno felici e tranquilli in un mondo spirituale detto Pleroma. Ma un giorno non si come né perché, Sophia- o Ennoia di cui Sophia è emanazione - “turba il Pleroma” - l’insieme dei poteri divini che abbiamo definito mondo spirituale – e genera il Demiurgo – un dio minore o un “mezzo dio” - che a sua volta genera il mondo materiale in cui le anime sono ridotte in schiavitù.

Sophia in un certo senso si arrende alla materia, ma riesce a instillare negli esseri umani una “scintilla di conoscenza” chiamata “pneuma” - che si potrebbe tradurre con “soffio vitale” – assimilata poi nel cristianesimo allo Spirito Santo.

Nella sua assoluta bontà l’Uno invia quindi sulla terra il Logos cui è affidato il compito della redenzione di Sophia, tramite, per così dire, l’attivazione del “pneuma” instillato negli esseri umani al momento della creazione.

Ecco quindi che la “salvazione”, ovvero la consapevolezza che l’adesione al mondo grossolano e la ricerca dei piaceri materiali portano alla dannazione, si attua attraverso “una trinità”, intesa come il primo Eone – il Padre – e le sue emanazioni Logos e la redenta Sophia, che sono appunto “emanazioni” dell’Uno e di Ennoia e quindi non sono diverse dall'Assoluto.

Simone ed Elena di Tiro erano dunque, secondo i loro discepoli, le incarnazioni terrene di Cristo e Sophia, e la loro unione, fisica, non era dettata da concupiscenza, ma era la ricostruzione dell’Ordine di prima che il Demiurgo creasse la manifestazione grossolana.

Trai cristiani le credenze legate a Simone ed Elena erano più popolari di quanto si possa pensare, tanto è vero che molti studiosi moderni avvicinano a Simone addirittura Paolo di Tarso – vedi ad esempio “Gnostic Paul” di Elaine H.Pages, Ed. Bloomsbury T & T Clark 1992 -  mettendo in evidenza le insospettate, per noi, tendenze gnostiche di Saulo.

Pare che Paolo definisse i riti sessuali, intesi come unione fisica tra due “eletti” o meglio due “pneumatici”, “Mistero della Chiesa” e si dice che all’apostolo convertito sulla via di Damasco sia da attribuibile l’istituto delle Agapete o Agapetae, (dal greco ἀγαπηταί, amate, dilette[2]), le giovani vergini che per dieci secoli hanno allietato le notti di alti prelati e dottori della Chiesa.

Si legge i nella “prima lettera ai Corinzi”:
“Non abbiamo forse noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”
(Corinzi 1- 9,4-5, traduzione CEI)

Il testo è alquanto interessante, perché ci rivela che Pietro e gli altri apostoli e “fratelli” di Cristo si accompagnavano con donne, cosa considerata naturale come il mangiare e il bere.

In teoria  le Agapetae erano delle giovani cristiane illibate, che convivevano con degli ecclesiastici per spirito di carità, occupandosi delle incombenze domestiche   e condividevano anche il letto, per mettere alla prova, si dice, la capacità di resistere alle tentazioni della carne, ma gli scandali e le voci di pratiche sessuali considerate innaturali[3] portarono alcuni vescovi, come san Girolamo (347-420), l’autore della bibbia in volgare, a denunciare apertamente le Agapetae come prostitute:

“Oh vergogna, oh infamia! Cosa orrida, ma vera! Donde viene alla Chiesa questa peste delle agapete? Donde queste mogli senza marito? E donde in fine questa nuova specie di puttaneggio?”
(Sofronio Eusebio Girolamo, Lettera a Eustochio,)

Per avere un quadro preciso della denuncia del vescovo Sophronius – San Girolamo – bisogna tener conto che all'epoca non era obbligatorio il celibato, anzi, i vescovi , preferibilmente, dovevano essere sposati, ed era molto acceso il dibattito sulla poligamia – o poliginia - che le frange cristiane più vicine al giudaismo originario ritenevano legittimata dalle scritture.

Si legge ad esempio, in Esodo 21, 10:

“Se si prende un’altra moglie […] non diminuirà il suo [della prima moglie] cibo, vestiti e diritti coniugali.”

E in Dt 21, 15-17:

“L’eredità spetta al primogenito anche se il padre odia la madre di quel figlio e ama di più un’altra moglie.”

Erano vietati l’adulterio - ovvero il fare sesso con una donna sposata con un altro uomo - e la poliandria – ovvero il matrimonio tra una donna e vari uomini – ma il sesso, come diremmo adesso, tra adulti consenzienti era considerato una cosa normale.

Per ciò che riguarda gli uomini di chiesa, soprattutto se anziani, sulla base degli insegnamenti paolini “dovevano” essere sposati e, a quanto è dato di capire, una vivace vita sessuale era considerata una protezione contro le tentazioni di Satana.

Lettera ai Corinzi 1, 7:

“[…] il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non vi private l’un l’altra, se non di comune accordo per un periodo di tempo limitato [da dedicare alla preghiera], ma poi tornate di nuovo insieme in modo che satana non vi tenti a causa della vostra mancanza di controllo.”

Il sesso non era affatto un tabù per i prelati dei primi secoli, ma i “piaceri della carne”, dovevano essere “sacralizzati” nel senso che i due amanti dovevano “essere uno” e appartenere l’uno all’altra.

Tornando alla Agapete, dalle scarne notizie che le riguardano non si riesce a capire chi siano. 

Le fonti cattoliche[4] ci informano che “le agapatae non vanno confuse con le Virgines (o mulieressubintroductae (parthenoi syneisaktai)” – le “vergini (o donne) introdotte di nascosto” -  ovvero con le giovani che convivevano con i chierici senza essere sposate.

Le relazioni sessuali degli ecclesiastici con le “mulieres subintroductae” vennero espressamente condannate dal Concilio di Nicea (325 d.C.):

“Questo grande sinodo proibisce assolutamente ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi e in genere a qualsiasi membro del clero di tenere delle donne di nascosto, a meno che non tratti della propria madre, di una sorella, di una zia, o di persone che siano al di sopra di ogni sospetto”
(Primo Concilio di Nicea, Delle donne che vivono nascostamente con i chierici)

Quando nel 380 Sophronius – San Girolamo – lancia parole di fuoco contro “la peste delle agapete […] nuova forma di puttaneggio” deve riferirsi a qualcosa di diverso dalle semplici relazioni sessuali non suggellate dal vincolo matrimoniale, qualcosa che non era proibito dalla chiesa, o che, per qualche motivo, era più forte delle proibizioni, tanto è vero che, nonostante gli scandali e le accuse di “oscenità”, al fenomeno  delle Agapete fu messa fine solo nel 1139, sotto il Pontificato di Innocenzo II, con il concilio Lateranense.[5]
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Dalle scarne notizie provenienti dalle fonti cattoliche sembra di capire che la differenza tra le Agapete – Agapetae -  e le “mulieres subintroductae” consisteva nel fatto che le prime avrebbero fatto voto di castità, ma se si studia la biografia di san Girolamo si score che esattamente nel periodo in cui inveiva contro “la nuova forma di puttaneggio” era responsabile di una comunità di vergini e giovani vedove romane, di nobili origini, che convivevano con lui che avevano fatto voto di castità. La morte della giovane Blesilla a causa, sembra, degli esercizi spirituali imposti da Girolamo, portò alla chiusura della comunità, ma il sant’uomo continuò ad accompagnarsi a giovani donne fino a morire, nel 420, tra le braccia dell’amata Paola.

Ma chi erano allora le Agapete?
A quanto sembra di capire, non erano né le mulieres subintroductae condannate dal Concilio di Nicea, né le vergini che convivevano con Girolamo ed i suoi colleghi devoti al celibato.

Le notizie che le riguardano, tutte di provenienza cattolica, sono, come abbiamo detto, piuttosto vaghe, ma nel Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da san Pietro ai nostri giorni” di Gaetano Moroni (1840), alla voce Agapete (pag. 115) si trova questa interessante definizione:

“Questa parola significa […] persone che si amano; e si diede in seguito ad un ramo dei gnostici che spargeano i loro errori sul declinare del quarto secolo. Secondo san Girolamo questa specie di setta era composta principalmente di donne le quali insegnavano che nulla esservi d’impuro per le coscienze pure, e s. Agostino assicura che queste aveano per costume di giurare, e spergiurare piuttosto che manifestare il secreto della loro setta.”

Quindi le Agapete “non” erano delle giovani vergini che convivevano castamente o meno, con gli ecclesiastici, ma erano le donne affiliate ad una setta gnostica che praticava riti sessuali ed è stata attiva nella chiesa cristiana almeno dalla fine del IV secolo al 1139, quando fu messa fuori legge dal Concilio Lateranense.

Una setta gnostica che praticava riti sessuali, come i discepoli di Simon Mago, le cui affiliate,  vedevano nel rapporto sessuale l’unione di Sophia con Cristo, o di Ennoia con l’Uno.

Sesso sacro, quindi, non fatto allo scopo di provare e donare piacere, ma per motivi, tra virgolette, magici.

Probabilmente la setta delle Agapete, e le sette gnostiche in genere esercitarono nel mondo cristiano un’influenza maggiore di quella che possiamo immaginare, e non ci sarebbe da stupirsi se le molte rappresentazioni artistiche di Maddalena che la mostrano discinta, sensuale e rossa di capelli, fossero un omaggio a queste misconosciute “sacerdotesse del sesso”, del cristianesimo primitivo.

 Come spesso accade nelle storie che riguardano la Chiesa, tutto è possibile, e la verità non emergerà mai, ma è forte il sospetto che la “nostra” religione sia, in origine, qualcosa di completamente diverso da ciò che ci raccontano.



[1] Vedi: L. Cerfaux, “La Gnose Simonienne”, in Recuel Cerfaux, Gambloux 1954.
[3] Vedi: San CiprianoEpistulae - A Pomponio, riguardo a certe vergini, LXI.4:                                                                                
“E non bisogna credere che può essere difesa a motivo del fatto che può essere esaminata per vedere se è, o meno, una vergine, dal momento che la mano e l'occhio delle ostetriche sono spesso ingannate, così che, perfino quando una donna sia trovata incorrotta in quella parte per cui è una donna, ella tuttavia può aver peccato con altre parti del corpo che possono essere corrotte senza che possano essere ispezionate. Già il semplice fatto dello stare insieme, il solo fatto di abbracciarsi, il sussurrarsi e baciarsi e l'indecoroso e folle sonno di due corpi che giacciono insieme, quanta vergogna e accusa tutto questo rivela? Se un marito tornando a casa trova la sua sposa a giacere con un altro, non cade in collera e rabbia fino a che, spinto dalla gelosia, giunge a impugnare la spada? Cosa dire allora di Cristo Nostro Signorenostro giudice, che vede giacere con un altro uomo la sua vergine, votata a lui e alla sua santità? Quanto potrà incollerirsi, e quali pene potrà minacciare per una impura copulazione di tal sorta! Perché è per lui, per la sua parola spirituale, per il giorno del Giudizio che verrà, che noi dobbiamo lavorare e impegnarci in ogni modo, affinché a ognuno dei nostri fratelli sia permesso di evitarlo. E così, sebbene sia necessario che tutti mantengano la disciplina, in qual misura è più necessario che lo facciano officianti e diaconi, che dovrebbero offrire un esempio e un modello di carattere e contegno? Come possono essi essere presi quali esempi di integrità e continenza, se il vero insegnamento di corruzione e vizio proviene proprio da loro?”

[4] Vedi la voce Agapetae in “Catholic Encyclopedia”, edizione orginale 1907-1914.

lunedì 18 maggio 2020

RESPIRAZIONE SOTTILE E "ATTIVAZIONE" DEL PLESSO SOLARE" - Lezione On Line del 18 Maggio 2020




In teoria non c'è niente di più facile che ascoltare il proprio ritmo respiratorio.
In pratica è facile riscontrato che per la maggior parte delle persone è cosa di una difficoltà inaudita.
Sembra incredibile, ma osservando o , in vari casi, "ascoltando con le mani" il ritmo respiratorio delle persone ci si rende conto che , in genere, il ritmo respiratorio è bloccato. Molti (moltissimi) alzano le spalle durante la fase inspiratoria. Molti contraggono i muscoli del collo.

Altri espirando, soffiano via l'aria come se fosse un veleno da espellere.
In alcuni casi, semplicemente appoggiando il palmo delle mani sul plesso solare, si avverte chiaramente un blocco del diaframma che produce una specie di doppio impulso, come se la inspirazione incontrasse un blocco in quella zona e si fosse costretti, dopo una prima parziale immissione di aria, a forzare la muscolatura del torace e dell'addome per avere la sensazione dei "polmoni pieni".
Certe tecniche più o meno innovative, come il Pilates producono in chi ha un ritmo respiratorio non naturale, degli effetti potenzialmente negativi perché si basano sulla contrazione della parete addominale.

Se la tensione provoca, inizialmente una sensazione di maggior vigore ed una postura più stabile, a lungo andare, può provocare danni di una certa entità.
Il corpo umano è impulsato da emozioni, sensazioni, pensieri, sentimenti, ma, alla fin fine è un “aggregato di elementi grossolani” che segue le leggi naturali.
Schiacciare gli organi interni contraendo i muscoli addominali non è cosa naturale.
Devono scendere nella parte più bassa del tronco ed avere , per così dire, un certo spazio a disposizione.
I muscoli, a loro volta, non devono mai essere sottoposti alla medesima tensione troppo a lungo.
Lo stato naturale è quello di un equilibrio tra tensione e rilassamento che non creato ma va “scoperto”.
Una tensione prolungata dell'addome, ad esempio, si ripercuote, tramite il "lunghissimo del collo"(il muscolo che collega la zona del sacro al cranio) ai muscoli sottili della testa.
Tendere troppo i grandi retti dell'addome produce da una parte una tensione eccessiva dei muscoli della nuca e di quei muscoli sottili che regolano il movimento delle ossa del cranio, e dall'altra un rilassamento eccessivo dei muscoli sottili del bacino (come il pettineo) che svolgono un ruolo fondamentale in tutti gli asana in posizione seduta o in ginocchio.

Ogni contrattura rappresenta un blocco che impedisce l'ascolto.

Prima di cominciare la pratica degli asana si dovrebbe scoprire la propria "velocità biologica", ovvero l'insieme di ritmi, tra loro connessi, che regolano le funzioni vitali del corpo umano.

La scoperta del proprio ritmo respiratorio per lo yogin è una necessità primaria.
Se non si "scopre" il proprio ritmo naturale gli esercizio che definiamo pranayama possono rivelarsi inutili, o addirittura possono avere un effetto negativo sull’organismo.

Ma come fa il praticante a verificare che il suo ritmo respiratorio sia quello "naturale"?

In fondo è assai semplice: se l'aria penetra dolcemente come acqua che scorre da una sorgente e si osservano l'espansione contemporanea (dolce e non forzata) del basso addome, della zona della cintura (all'altezza delle costole "vacanti") e del cinto scapolare, significa che il respiro è naturale.

Se il ritmo è naturale cambia completamente la percezione dell'aria che diviene fluida, viva, palpitate.

Chi "sa ascoltare” il respiro naturale sviluppa la capacità di "portare" l'aria su qualunque zona del corpo si concentri.

Se l'aspirante yogin, ad esempio, portando l'attenzione sulla parte destra del torace percepisce una delicata espansione esclusivamente in quella zona, immettendo l'aria, significa che sta imparando a respirare.

Per sensibilizzare il diaframma toracico bisogna attivare – per così dire – una zona di “vuoto” situata in corrispondenza con il plesso solare.

Quando l'essere umano percepisce il VUOTO dentro di sé (o fuori di sé) tende naturalmente a "riempirlo".
Se il vuoto mentale viene riempito da pensieri, il vuoto corporeo sarà riempito con tensioni muscolari di vario genere.

La cosa fondamentale da comprendere, per un praticante, è che il vuoto “non va riempito, ma va coltivato", la meditazione, ad esempio, on è altro che l’arte di coltivare il vuoto ma il vuoto fa paura e accade che persino un processo semplice come il rilassare la zona del plesso solare si trasformi, spesso, in un'esperienza dolorosa o addirittura terrificante.

Una tecnica per “ripulire” il plesso solare è quella di praticare la "respirazione sottile" tirando su contemporaneamente, in inspirazione, la lingua ed i muscoli dell'ano:

-         In posizione seduta, facendo attenzione a rilassare i muscoli del collo ed a spostare un po' in avanti la zona lombare, si visualizza un elastico che collega lo sterno all'ombelico.
-         Si appoggia la lingua sul palato molle (VELO PENDULO).
-         Inspirando in maniera sottile e delicata si tirano “su” i muscoli dell'ano e, contemporaneamente, facendo attenzione a non contrarre spalle e collo, si risucchia la lingua verso l'alto.
-         Espirando si stende leggermente la nuca verso l'alto (senza alzare le spalle) e si rilassa il bacino.

Il tirare verso l’alto i muscoli dell'ano provoca l'abbassamento del sacro.
Il tirare verso l’alto la lingua provoca l'innalzamento delle cervicali.

Il risultato è lo stiramento di tutta la colonna vertebrale in alto ed in basso.
Una volta padroneggiato il "doppio risucchio" si porta l’attenzione sulla fascia elastica che abbia visualizzato tra lo sterno e l’ombelico.

-         Inspirando l'elastico viene tirato allungando ed allargando la zona dello stomaco;
-         Espirando si immagina che si rilassi;

Si continua fin quando non si avverte calore nella zona dello stomaco e dell'ombelico e si sente l'estensione in orizzontale delle costole basse;
A quel punto:
-         Si inspira un pochino più profondamente e si trattiene l'aria per qualche secondo;
-         Espirando si rilassa progressivamente lo stomaco e si tirano verso l'alto dolcemente, la parte alta della schiena e la nuca;
Continuando a respirare in questa maniera si avvertirà ad un certo punto, in espirazione, la voglia di riportare verso l'alto il diaframma, e, in inspirazione la voglia di alzare e gonfiare il torace, ma dovremo resistere a quella che pare una reazione naturale: espirando dovremo cercare di mantenere il diaframma in basso ed espirando cercheremo di rilassare ancora di più addome e stomaco.

Alla fine la sensazione dovrebbe essere quella di aver perduto tono muscolare al ventre (si tratta di un riequilibrio in realtà) e di avere “un buco” all'altezza del plesso solare.

Potremmo avvertire delle vibrazioni, rumori addominali, dei movimenti incontrollati del diaframma e/o un lieve senso di nausea.

Continuando la pratica nei giorni successivi si finirà con l'avvertire probabilmente una sensazione di pienezza e di spostamento in avanti della zona dell'addome e dello stomaco.

domenica 17 maggio 2020

GINNASTICA YOGA - IL CONCETTO DI FLOW - CORSO DI FORMAZIONE ON LINE, 16-17 Maggio 2020





“Flow”, in italiano “flusso”, è una condizione caratterizzata dal totale coinvolgimento di “Corpo, Parola e Mente”.

Nello yoga, semplificando, si possono individuare tre principali caratteristiche:

1.     Focalizzazione sulla sequenza (o posizione);
2.     Identità tra pratica e obbiettivo da raggiungere;
3.     Positività e gratificazione nello svolgimento della sequenza.

La “teoria del Flusso” è stata elaborata nel XX secolo da un psicologo ungherese dal nome impronunciabile: Mihàly Csikszentmihàlyi.

Csikszentmihàlyi utilizzò per la prima volta il termine inglese “flow” in un libro del 1975 - “Beyond Boredom and Anxiety”, San Francisco, CA, Jossey-Bass (edizioni) ISBN O-87589-261-2 – per definire uno stato di coscienza descritto da molte delle persone da lui intervistate come “una corrente d’acqua che trascina”.

In due libri successivi[1] Csikszentmihàlyi introdusse il concetto di flusso come “esperienza ottimale”, ovvero un esperienza nel campo del lavoro, dello sport o della vita sociale, in cui le prestazioni raggiungono il culmine in una condizione di “apparente assenza di sforzo accompagnata da uno stato d’animo estremamente positivo”.

L’esperienza di flusso, secondo Csikszentmihàlyi e Jeanne Nakamura[2], è caratterizzata dai seguenti fattori:

1) Intense an focused concentration on the present”: Concentrazione totale sull’azione in un “limitato campo di attenzione” – per fare un esempio il calciatore che batte il calcio di rigore senza essere coinvolto né dal ricordo delle esperienze del passato, anche recentissimo, né dalle possibili conseguenze di un suo errore o di un suo successo;

2) Merging of Action and Awarness”: Integrazione o meglio “identificazione” di azione e consapevolezza – il soggetto è così assorbito nell’azione dall’identificarsi completamente in essa tanto da far apparire, a se stesso e agli altri, l’azione più complessa come “naturale”, “facile”;

3)  A loss of reflective self-consciouness”: Perdita dell’autoconsapevolezza – ovvero momentaneo annullamento dell’ego.

4)   A sense of personal control or agency over the situation or activity”: Senso di controllo – ovvero la percezione di poter dominare la situazione;

5) A distorsion of temporal experience, one’s subjective experience of time”: Distorsione del tempo – ovvero il tempo può apparentemente dilatarsi o contrarsi;

6) Experience of the activity as intrinsecally rewarding, also referred to as autotelic experience”: Esperienza “autotelica” – ovvero l’esperienza del piacere che nasce dal semplice agire, a prescindere dalle aspettative;


Questi sei aspetti possono separatamente essere riconosciuti in ogni genere di esperienza, ma la “Flow experience” è caratterizzata dalla combinazione di tutti e sei.
Kendra Chelly[3] aggiungerà poi  altri tre fattori:

7)  Immediate feedback”: Retroazione (feedback) – ovvero la capacità del soggetto di “autoregolarsi” tenendo conto istantaneamente delle modificazioni del suo “sistema corpo-mente” e degli effetti che produrranno tali modificazioni (esempio l’arciere che in maniera apparentemente istintiva varia impercettibilmente l’inclinazione della freccia o la tensione dell’arco per far fronte ad un improvviso colpo di vento ed arrivare a centrare il bersaglio);

8)Feeling the potential to succeed”: Essere consapevoli di avere le capacità di “portare a termine il compito” che potremmo interpretare come equilibrio tra sfida e capacità – ovvero il compito attribuito (azione ed obbiettivo) non deve essere né troppo facile (ci deve essere uno stimolo, una sfida), né troppo difficile (cercare di andare oltre le proprie capacità porta al logoramento delle energie psicofisiche);

9)  Feeling so engrossment in the experience, that other needs become negligible”: essere così assorbiti dall’esperienza da poter trascurare gli altri bisogni.

Le caratteristiche della “Esperienza ottimale” sono assimilabile a ciò che è definito in psicologia “Hyperfocus”.
Per Hyperfocus si intende una “intensa forma di concentrazione mentale o visualizzazione che focalizza la coscienza su un soggetto, un argomento o un compito” causando i fenomeni del “sogno ad occhi aperti”, della elaborazione di concetti, astratti, della creazione di leggende, miti e credenze.

È considerato uno dei sintomi dell’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione-Iperattività) e delle sindromi autistiche (ASD Autism Spectrum Disorder).

In pratica il FLOW e l’HYPERFOCUS sarebbero le due facce di un’unica condizione collegata alla “Brain lateralization”.

Per lateralizzazione si intende un processo genetico che porta un individuo a sviluppare due “emisomi” eguali e simmetrici distinguibili in destro e sinistro, con funzioni diverse.

Per ciò che riguarda il cervello si parla di:

- Un emisfero sinistro, cui competono funzioni logico-linguistiche e il pensiero analitico (scrittura, linguaggio, logica, pensiero lineare);

- Un emisfero destro, cui competono le funzioni visivo-spaziali, l’immaginative e il pensiero intuitivo (emozioni, creatività, consapevolezza spaziale, pensiero “olistico”).

I due emisferi sono in teoria perfettamente complementari, di fatto uno predomina sull’altro e la presa di coscienza di questa “dominanza emisferica” fa parte del processo di crescita dell’individuo che sulla maggior forza e quantità di uno dei due lati, ovvero la “consapevolezza della “lateralità”, fonda la sua capacità di agire nell’ambiente;

La consapevolezza della lateralizzazione è inerente al senso dell’equilibrio, alla coordinazione, alla capacità di leggere e scrivere.

Il concetto di spazio così acquisito porta anche alla evoluzione della vita affettiva generando:

- La “reversibilità spaziale” ovvero la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, sia fisicamente sia emotivamente;

-   La “reversibilità del pensiero ovvero la capacità di identificarsi con i sentimenti altrui e e di imparare a rispettare gli altri.

Quando il processo di lateralizzazione neon avviene in modo armonioso si assiste all'insorgenza di anomalie disturbi sia motori che mentali.

L’Hyperfocus sarebbe in pratica l’effetto di una anomalia che porta all'utilizzazione preferenziale, per così dire, dell’emisfero celebrale destro, con la perdita di rapporto con la realtà circostante.

Quando i risultati sono positivi e sono accompagnati da una sensazione di calma e benessere lo si definisce Flow, quando i risultati sono negativi e accompagnati da euforia seguita da ansia, irritabilità o disturbi comportamentali si definisce talvolta Hypomania.

Il fenomeno del Flow in altre parole può non essere positivo, perché talvolta provoca - o è provocato da - un allontanamento dalla realtà  accompagnato dall'insorgere di  patologie, di credenze e di stati di coscienza alterati, “tra veglia e sogno”.



[1] - Mihaly Csikszentmihaly, “Optimal Experience: Psycological Studies of Flow in Consciousness”, Cambridge University Press (1988).
- Mihàly Csikszentmihàlyi, “Flow: The Psychology of Optimal Experience”, New Yorg, Harper & Row (1990), ISBN 0-06-092043-2.
[2]  - J.Nakamura, M. Csikszentmihàlyii, “Flow Theory and Research”. In C.R. Snyder, Erik Wright and Shane J.Lopez (ed.). Handbook of Positive Psycology, Oxford University Press, ISBN 978-0-19-803094-2.
[3] Kendra Chelly, “What is Flow”. About Education. Retrived 30 marzo 2015.