7.08.2014

SPIRALI





Lo stato naturale (sahaja) è una condizione di libera e totale comunicazione.
Se pensiamo a ciascuno di noi come ad un campo morfico, una bolla di informazioni, il livello coscienziale dipenderà dall'ampiezza di questa bolla, ovvero dalla capacità di scambiare informazioni con il maggior numero possibile di esseri viventi.
Nell'illuminato il campo morfico è l'universo intero. Essendo l'illuminato o il liberato in vita, l'essere umano nel suo stato naturale, si deve praticare Yoga con la consapevolezza che la libera e totale comunicazione di energie (informazioni) dall'interno all'esterno sia uno stato accessibile a ciascuno di noi. 

Anzi, dovrebbe essere la condizione normale ("naturale") dell'Essere Umano.
la Non naturalità dibende dai "blocchi", dai contenuti psichici che impediscono parzialmente o totalmente il libero  fluire delle energie (informazioni). 





I blocchi psicofisici provengono, in genere, dalla "spirale centripeta del pensiero", una modalità "
non naturale", acquisita, di usare la mente.
In qualche modo, chissà quando e perché, l'essere umano ha imparato a recepire e trasmettere le informazioni in maniera obliqua o contraddittoria.
Itsuo Tsuda, in uno dei suoi libri, racconta un caso singolare trattato dal suo maestro Noguchi: un bambino, che non aveva mai dato segni di squilibrio psichico, improvvisamente comincia a gettare immondizia e cadaveri di animali nella stanza del fratello.

Noguchi scoprì che tutto era nato da un complimento
Un giorno la madre gli dice:

-"Come sei bravo tu.
Tuo fratello invece è proprio uno zozzone!
"-

Una frase, una frase sola, apparentemente inoffensiva può creare disastri.

Il bambino, probabilmente per la prima volta, fa caso alla differenza tra le due camere. 
Confronta la zozzeria del fratello con la propria pulizia, inizia discriminare tra bene e male, tra brutto e bello non in base ad una legge universale o qualche ideale estetico, ma usando come termine di paragone il giudizio della madre.
Se la madre avesse detto semplicemente -"Che bravo, è molto bello che a te piaccia la pulizia"- si sarebbe limitato a cercar di tener pulita la sua stanza o addirittura si sarebbe messo a pulire le altre stanze, perché la sua NATURAera tener pulito e in ordine.
Il riferimento al fratello ("Tuo fratello invece è proprio uno zozzone") insinua la malizia.
Nasce un qualcosa che non è nella sua natura, una diversa modalità o tecnica del pensare.
Se prima che la madre glielo facesse notare teneva pulita la sua stanza per il solo gusto di tenerla in ordine, adesso comincia ad agire per dimostrare di essere più pulito del frat
ello, di essere diverso.
Basta una frase o una sola parola per innescare, nella mente, la spirale centripetache allontana un essere umano dalla sua propria natura. 



Lavoro con le armi bianche da anni.
Mi piace e credo di essere abbastanza abile.
Supponiamo di parlare di spada con un gruppo di persone e supponiamo che io dica, citando un vecchio film: -"La spada è come il collo di una rondine, se la tieni stretta muore, se molli troppo la presa vola via"-
Uno dei presenti commenta la mia affermazione -"Si vede che non hai mai usato una spada in vita tua"-
Se in uno stato di "non vigilanza" faccio penetrare e agire quella frase nella mia mente, l'attenzione , mia e dei presentii, si sposterà dalla spada a me.
Punto nell'orgoglio potrei pensare "Perché questo afferma una falsità del genere?"
E magari comincerei a parlare delle mie esperienze precedenti, andrei a prendere video e foto, chiamerei qualcuno che possa testimoniare la mia abilità di spadaccino, o prenderei la spada con l'intenzione di dimostrare quanto sono bravo.
Se alla fine dimostrassi veramente di essere bravo e ricevessi gli applausi degli "spettatori"la frittata egotica sarebbe fatta.
Se in precedenza giocavo con la spada e ne parlavo per il solo piacere di farlo (cosa che in qualche modo è nella mia natura) adesso comincerei, probabilmente a giocarci ed a parlarne per ottenere l'apprezzamento altrui.



L'ego si sviluppa nella dinamica GRATIFICAZIONE - PUNIZIONE (Frustrazione).
Quando si parla Yoga o, come fanno alcuni, di "Filosofia Realizzativa" il discorso si fa più complesso, perché il fine dichiarato è la risoluzione dell'ego.  Facciamo un esempio: il discepolo X del  maestro di Yoga Y, un ricercatore serio, intelligente, preparato, diligente, sincero, mosso da quello che Raphael definisce "ardore realizzativo" per anni ed  anni sente il maestro Y ripetere  -"lo yoga è la pratica del Samadhi"-
Ma non ne ha mai fatto l'esperienza.
Sentendo e leggendo i racconti di altri che magari lui reputa più sciocchi o meno preparati o meno rispettosi del maestro, si sentirà frustrato.
La frustrazione (PUNIZIONE) avvierà una spirale centripeta che porterà alla rabbia ed alla insoddisfazione.
Inconsciamente con tutte le armi che ha a disposizione (logica, erudizione, titoli accademici...) cercherà di dimostrare che tutti coloro che affermano di averesperito il samadhi sono dei cialtroni o che il samadhi non è strumento essenziale ecc. ecc.
Anche qui c'è uno spostamento dell'obbiettivo .
All'inizio il discepolo è mosso dall'ardore realizzativo o dalla sete di conoscenza.
La ricerca fa parte della sua natura, ricerca perché non può farne a meno.
Quando comincia a farsi viva la frustrazione, il fine diviene  l'esperienza soggettiva del samadhi. 
Agli sforzi vani si accompagna l'aumento esponenziale della frustrazione e il  il fine ultimo diverrà il dimostrare che gli altri non sono ricercatori seri.



L'ego cerca sempre di affermare il suo essere unico.
Vuole  primeggiare perché si alimenta di gratificazioni e le gratificazioni giungono quando si vince, quando si è riconosciuti come il più buono, il più intelligente, il più furbo ecc. ecc.
Il discepolo X  non potendo dimostrare di essere il più qualcosa cercherà di dimostrare che nessun altro è più qualcosa di lui e maggiori saranno le sue qualità intellettuali e la sua erudizione maggiori saranno le possibilità di "successo".
L'esempio che ho fatto non è inventato: è la storia di uno dei più famosi yogin del XIX secolo, Vivekananda. Allievo del "folle amante della DeaRamakrishnaVivekananda, non avendo mai esperito il samadhi, per anni guardò con sospetto e sarcasmo le estasi del suo maestro e degli altri discepoli dandosi un gran daffare per dimostrare la cialtroneria di coloro che affermavano di aver "realizzato il Sé"

Quando finalmente, con Ramakrishna in punto di morte, visse uno stato di alterazione percettiva e di perdita della coscienza individuale si spaventò a morte (-"dov'è il mio corpo? Sento solo la mia testa....dove è finito il mio corpo..."-).
Appena fu in grado di camminare andò dal maestro che gli confermò la natura dell'esperienza e gli disse, più o meno: -"Adesso che sai cosa è l'esperienza del samadhi la custodisco io, tu hai altre cose da fare...." 



In qualche modo la spirale centripeta del pensiero, è contagiosa.

Quando si innesca quel particolare processo mentale ( 1)IO AMO TENER PULITO 2) SONO GRATIFICATO DAL MIO ESSERE PIU' PULITO DI ALTRI 3)SPORCO GLI ALTRI PER NON RISCHIARE DI NON RICEVERE PIU' LA GRATIFICAZIONE) si tirano fuori le parti peggiori di sé e degli altri.
Se nel tempo si è sviluppata una grande capacità di osservazione e si è mossi sostanzialmente da sentimenti di amore e benevolenza nei confronti dell'umanità il processo può rivelarsi positivo, ma se la capacità di osservazione è bassa e il desiderio primario, inconfessato, è quello di primeggiare o di mostrarsi non inferiori ad altri i risultati saranno nefasti.
La natura del praticante di Yoga è la liberazione.
La spirale centripeta, che spinge a cercare gratificazioni individuali o ad evitare che altri trovino gratificazioni non è naturale e, se spinta all'estremo, si trasforma nel seme della sofferenza e del dolore.

7.06.2014

DAKINI





Le Dakini sono Dee.
Le Dakini sono Donne.
Le Dakini sono Energie.
Letteralmente डाकिनी ḍākinī che viene tradotto con DANZATRICE DEL CIELO, è la compagna del ḍāka.
Parola che indica genericamente uno Yogin maschio, ma che sta per "GOBLIN", "spirito che si ciba di Carne Umana al servizio della dea KALI".

Padmasambhava, ad esempio, era un Daka.


Yeshe Tsogyal era la sua Dakini.

L'insegnamento dello Yoga come lo conosciamo oggi proviene quasi esclusivamente dagli ordini monastici che oltre ad essere prevalentemente in mano agli uomini, hanno anche per definizione, la necessità di sviluppare l'aspetto religioso, ma la tradizione dello Yoga ha anche un aspetto, per così dire, laico.
Se si legge con attenzione la biografia di Krishnamacharya( il "padre dello yoga moderno"da cui provengono il Vinyasa, l'Ashtanga, lo stile Ijengar e il Saluto al Sole che tutti noi, erroneamente, crediamo essere un antico rito vedico) si scoprirà che dopo essere stato mandato dal Raja di Mysore a studiare sette anni in Tibet viene rispedito in India dal suo maestro per trovare una compagna (sposò la sorella di Ijengar) perché "LO YOGI NON PUO' RAGGIUNGERE LA PERFEZIONE, SENZA UNA SPOSA. 




La carne umana di cui si nutrono il DAKA e la DAKINI è la loro stessa carne: unendosi sessualmente trascendono la condizione umana, creano l'ANDROGINO, il Dio riconosce la Dea e i due si uniscono: Shiva Shakti, Yub Yam, Amogasiddhi e Tara verde..... 


Le "Cinque Dakini",  spose mistiche o Paredre dei Dhyani Buddha, sono le cinque energie della natura, che nei mantra risuonano con i Bija LAM, VAM, RAM, YAM, HAM. 

I loro colori sono Bianco (la sposa di Vairochana), Rosso (la sposa di Amithaba),Blu (la sposa di Akshobia), Verde (la sposa di Amogasiddhi) e Giallo (la sposa diRatnasambhava). 

La Dakini Bianca è l'energia dello Spazio e del centro.


La Dakini Rossa è l'energia del Fuoco e dell'Ovest. 




La Dakini Blu è l'energia dell'Acqua e dell'Est.




La Dakini Verde è l'energia del Vento e del Nord.




La Dakini Gialla è l'energia della Terra e del Sud. 






Le Dakini non sono entità sovrannaturali o idee (almeno non solo) ma donne in carne ed ossa, come le cinque mogli di Padmasambhava (guru Rinpoche):

Mandarava di Zahor, detta la Principessa Bianca, 





Kalasiddhi, trovata neonata in un cimitero da Mandarava e cresciuta fino a diventare allieva e sposa di Padmasambhava,



la principessa Shakya Devi, figlia del Re del Nepal Shakya Devi,
 



la moglie dell'Imperatore del Tibet Yeshe Tsogyal.



e la senza casta Tashi Kyedren di solito rappresentata come una Tigre in cinta,

Ognuna di queste cinque donne (donne in carne ed ossa) rappresenta un  lignaggio femminile. Cinque dakini, cinque diverse linee di insegnamento di cui possiamo trovare traccia in tutte le discipline psicofisiche orientali. 

7.03.2014

PERCHE' FAI YOGA? LA TERRA DELL'OLTRE







-"Perché fai Yoga?" - 
Lo domando spesso ai miei allievi. 
E non è una domanda retorica.
Io non lo so perché da quarantanni mi annodo le gambe, recito mantra, ascolto la respirazione, medito.
Non ne ho idea.
E se rispondessi che per me il fine dello Yoga è la Liberazione, mentirei.
Liberazione da che?
Ammetto di non aver mai trovato risposte dentro di me.
Le ho cercate nei libri e nei discorsi altrui, come tutti, in fin dei conti.
Ogni scuola, ogni "lignaggio", ha un suo concetto di liberazione o illuminazione o realizzazione, e, alla fin fine, se si legge o si ascolta, di quello si tratta: diconcetti




monte Kailash

Uno dei più antichi insegnamenti buddisti, ripreso poi da Ramakrishna,Vivekananda e altri, è quello della doppia catena.
Esistono due catene che impediscono all'uomo di elevarsi da una condizione, giudicata dagli yogin miserevole: la prima è una catena di ferro, l'altra è una catena d'oro.
La catena di ferro sarebbe per alcuni, il male, l'altra il bene.
Da una parte l'assenza di regole e leggi che non siano la legge del più forte, l'immoralità, le pulsioni più basse, dall'altra le leggi della società civile, la moralità, l'aspirazione al bene comune.
Gli anelli della catena di ferro sono le azioni che produrrebbero "karma cattivo", quelli della catena dorata, invece, sono le azioni che portano "karma buono".
Ovviamente il ferro porta al regno dei demoni e l'oro al regno degli dei anche se ogni religione  definirà, poi, i due regni in maniera diversa, Inferno e Paradiso, ad esempio, oppure rinascita infausta o fortunata. 





Il dividere le azioni in buone e cattive e il promettere Inferno e sofferenza a chi non è bravo e Paradiso e beatitudine a chi lo è ha degli effetti positivi sulla vita quotidiana ed ha il merito di essere un insegnamento semplice e accessibile anche alle menti meno brillanti.
Se ad un bambino insegno che l'avarizia conduce a rinascere scarafaggio, e la generosità ad una futura vita da principe probabilmente comincerà a regalare i suoi giocattoli a destra e manca.
Le credenze consolatorie, le prefigurazioni di immaginifici Regni dei Cieli sono finalizzate a spingere, giustamente, gli esseri umani verso il Bene, inteso come moralità. Se proprio si deve scegliere è meglio  scegliere la catena d'oro!
Eppure gli yogin parlano di doppia catena di cui liberarsi, o di doppia spina da estrarre dalla carne.
Leggendo, ascoltando, praticando, al di là delle infinite discussioni sul rapporto tra oriente e occidente, sulle divergenze vere o presunte tra Vedanta e Tantra, sugli influssi taoisti sul buddismo tibetano, sulla differenza tra samadhi nirvikalpa esavikalpa mi sono fatto l'idea che esistano, grosso modo, due diverse concezioni, due linee di insegnamento che affermano cose affatto diverse.
Da una parte le teorie consolatorie, necessarie alla conservazione del mondo come lo conosciamo, dall'altro gli insegnamenti dell'al di là, dove "al di là" non è il regno della morte, ma il territorio dell'OLTRE, "la terra Misteriosa dalla quale nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno" di Amleto e dei cavalieri del Graal.
Anche Lao Tse, mi pare, parla della terra da cui non si può tornare.
E pure il tantrismo tibetano. 





L'insegnamento dell'Oltre (oltre le leggi fisiche, oltre le leggi dell'uomo, oltre le leggi degli dei) si accompagna a quelli, spesso fraintesi, della VIA DIRETTA e della NON AZIONE.
Per descrivere lo stato del realizzato, di colui che si è liberato di entrambe le catene, taoisti e buddisti fanno l'esempio del viaggiatore che si costruisce una zattera per passare il fiume e raggiungere un paese sconosciuto.
La zattera è il praticante e il praticante è la pratica (Il Sadhana è il sadhaka...).
Una volta superate le acque ("... come quei che con lena affannata, uscito fuor dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e guata...") e raggiunta la terra dell'oltre il viaggiatore che fa?
Prosegue il suo viaggio, lasciando la zattera sulla riva.
Non la porta con sé.
L'Al di là, la "Terra Misteriosa dalla quale nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno" viene spesso identificata con la Morte, ed ha un senso:nessuno torna indietroperché chi ha intrapreso il viaggio non esiste più.
L'incarnazione, intesa come presa di coscienza della propria individualità del proprio essere altro dalla natura, è dovuta, per il buddhismo Mahayana, alle cinque emozioni negative: 


Ignoranza. 
Odio e Rabbia. 
Gelosia e Invidia. 
Passione e Desiderio di possesso. 
Orgoglio e Superbia.

La pratica, il Sadhana, consiste nel riconoscere queste emozioni negative, nel trasformarle e nell'integrarle.
Per farlo occorre scendere nell'inconscio (dove germogliano i semi della manifestazione) catturare le forze considerate negative e condurle alla luce, alla coscienza, per scoprire che si tratta di ciò che un tempo chiamavamo divinità.
Le forze del male, gli Asura, sono le forze stesse della natura, l'energia della generazione.
Credersi altro dalla natura significa credersi altro da Sé e tutto ciò che ci spinge all'integrazione, viene visto come un pericolo per la nostra individualità.
E' l'Ego a creare il male.
Ma l'Ego, per lo Yoga, semplicemente non esiste.
La luce è sempre bianca, è la percezione, la mente, a scinderla illusoriamente e a farci apparire i mille e mille colori diversi.
Ma la  natura della luce è sempre uguale a se stessa.
La simbologia del tantrismo tibetano è assai precisa.
I cinque colori, bianco, blu, verde, rosso, giallo, rappresentano i cinque elementi (spazio, acqua,aria, fuoco, terra), le cinque percezioni (udito,gusto,tatto,vista,odorato), le cinque azioni (parlare, generare, afferrare, andare, evacuare), i cinque dhyani Buddha (Vairochana, Akshobia, Amogasiddhi, Amithaba, Ratnasambhava) e le cinque emozioni negative (ignoranza, odio, gelosia, passione, orgoglio). 

Ma simboleggiano anche le cinque dakini, o dee o Tara dei cinque colori, che unite ai loro sposi sanciscono l'integrazione tra forze inconsce e coscienza, tra bene e male, tra spirito e materia. 




Chi riconosce in sé le cinque emozioni negative, le trasforma per poi integrarle nella luce della coscienza, raggiunge lo stato della non azione.
Che non significa non muoversi, rimanere in uno stato di passività, dedicare la vita alla contemplazione, ma essere "Libero" da quelle emozioni negative che "danno sapore" a quelle azioni.
Yama e Nyama , gli insegnamenti cosiddetti etici di Dattatreya e Patanjali, non sono, per chi ha integrato le emozioni negative, dei "comandamenti", delle regole da osservare, ma sono lo stato naturale di chi ha raggiunto la Terra dell'oltre.
Se io sono "natura", se io sono "tutti gli esseri viventi", perché dovrei , volontariamente, arrecare del male a qualcuno? 

Perché dovrei cercare di appropriarmi dei beni altrui?
L'essereumano soffre perché è continuamente in lotta con l'ego.
E l'ego è intessuto dei fili delle emozioni negative.
Una volta che si è data forma a quelle emozioni e le si è condotte alla luce, le vediamo come un fiume, un fiume che rappresenta l'esistenza stessa.
Lo yogin attraversa quel fiume e giunge nella terra dell'Oltre.
Abbandona la sua zattera (la pratica) e "torna a casa".
La luce è tutta bianca.
Anzi è incolore.
E' l'ego a creare i colori.
I colori sono l'Ego.
Lo yoga è un viaggio senza ritorno, ad ogni tappa ( samadhi) mente, parola, corpo, pensiero, energia e materia, si trasformano fino a scoprirsi Uno e alla fine il viaggiatore semplicemente non c'è.
Come potrebbe tornare indietro?
Se lo yoga ha un fine è quello di permetterci di creare un confine, una linea che separa il prima dal dopo.
Il fiume che, nei racconti taoisti e buddisti, ci si accinge a superare, riflette la nostra faccia, i nostri occhi, la nostra memoria.
La zattera, la pratica, è ciò che purifica la memoria e purificare la memoria significa portare alla luce le emozioni, le pulsioni che si celano dietro ad ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, e riconoscerle come spose, sorelle, madri delle forze della creazione.
Se si purifica la memoria lo sguardo si spinge oltre, si fa profondo, sempre più profondo.
Guardare dentro o fuori non fa differenza per lo yogin.
E' lì, sulla riva del fiume, con la nostra zattera piena di tecniche e di parole che si deve tracciare la linea di confine.
Se specchiandosi nelle acque, ci pigliamo paura guardando il deserto silenzioso in fondo agli occhi, la memoria (le emozioni) prende il sopravvento e ci "reincarniamo" nel senso che torniamo a ricostruirci un ego, una parvenza di individualità.
Se decidiamo di continuare il viaggio ci troveremo nella terra dell'Oltre, dove sia il viaggio che il viaggiatore saranno forse, solo un vago ricordo, come "un sogno sognato da un ombra". 

7.01.2014

OM VUOL DIRE SI!


La mente corrisponde al bija mantra OM.
La parola al bija mantra AH.
Il corpo al bija mantra HUM




Oṃ ॐ è l'inizio del canto rituale (il rito è la manifestazione) ed è il canto stesso.
Per questo è detto udgītha.
Secondo la Chāndogya Upaniṣad ( I,1,5):

"vāg evark prāṇaḥ sāma om ity etad akṣaram udgīthaḥ tad vā etan mithunaṃ yad vāk ca prāṇaś cark ca sāma ca"

ovvero:
La parola (vāg) è ṛk (Ṛgveda, il libro degli inni), il prāṇa è sāman (Sāmaveda),udgītha è la sillaba Oṃ
Parola e prāṇa formano una coppia così come ṛk con sāman.


E ancora (I, 1, 8):

"tad vā etad anujñākṣaram yad dhi kiṃcānujānāty om ity eva tad āha eṣo eva samṛddhir yad anujñā samardhayitā ha vai kāmānāṃ bhavati ya etad evaṃ vidvān akṣaram udgītham upāste"

ovvero:
Questa sillaba significa dire si. 
Quando si vuole dire si a qualcosa si dice Oṃ
E  quello a cui si dice si verrà realizzato. 
Colui che conosce questo venera udgītha come la sillaba Oṃ e realizzerà i suoi desideri.

Oṃ è la mente ma è anche ciò che sta prima della mente.
Il simbolo con cui viene rappresentato, come del resto tutte le lettere sanscrite, può essere considerato un disegno, una specie di Yantra.

ॐ 
L'analisi del significato dei singoli tratti da cui è composto esprime i tre (quattro) stati di coscienza dell'uomo:
La linea curva inferiore rappresenta la A,  l'inizio, lo stato di veglia , il dio Brahmāinteso come forma dell'Assoluto nelle vesti del demiurgo o del legislatore; è detta anche akāra o akāram ed è collegata alla funzione della mente dettaahaṃkāra ("ciò che fa l'io").




La linea curva orizzontale, centrale, rappresenta la ovvero lo stato del sogno, il dio Viṣṇu inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che mantiene e preserva; è detta anche ukāra o ukāram ed è collegata alla funzione della mente detta Buddhi



La linea curva superiore rappresenta la M ovvero lo stato di sonno profondo, il diośiva inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che riassorbe la manifestazione; è detta anche makāra o makāram ed è relata alla funzione della mente detta Manas o alla mente in generale.
Il fatto che M sia in alto ed A sia in basso ricorda il concetto della manifestazione grossolana come specchio della manifestazione allo stato potenziale. (MUA -AUM) e le modalità di recitazione dell'AUM di cui parla Shankara nel commento ai Mandukyakarika ( dice più o meno Shankara: "che la A e la U insorgano e vengano riassorbiti dalla M")
Sopra le tre linee curve ci sono altri due simboli :

ॐ 

La mezzaluna detta नाद nāda, ed il punto detto बिन्दु bindu.
Questi due segni sono così importanti da meritarsi un'intera upanishad tutta per loro, la nādabindu upanishad.
Nāda è la vibrazione iniziale, il primo suono e tutti i suoni.
Rappresenta la Shakti nell'atto di dare inizio alla manifestazione.
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda rappresenta il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi.
E' il primo fremito, potenziale, creato dall'unione di Shiva e shakti nell'isola delle gemme.
Il Bindu rappresenta l'anusvāra, reso nella pronuncia con la nasalizzazione (esempio Aummnnnnng) o, meno spesso, con l'allungamento della vocale precedente.
L'anusvāra è Shiva in unione con Citshakti o Cit Rupini.
E' l'amplesso di Shiva e Shakti.
Nāda sono i fluidi vaginali della dea uniti allo sperma del Dio. 
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda Binduinsieme rappresentano il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi



Le tre lettere A, U ed M sono in qualche modo le radici di AH, HUM ed OM ovvero, Parola, Corpo e Mente. 
Esiste quindi un OM che tutto racchiude ed è lo spazio alogico che trova espressione nel punto (l'infinatamente piccolo relato all''infinitamente grande)
Esiste un OM potenziale che è il primo suono o prima vibrazione.
Esiste un OM che rappresenta la mente.
Nella recitazione del Mantra (qualsiasi mantra) questa differenziazione (apparente) viene manifestazta attraverso una triplice modalità di recitazione: mentale,bofonchiata (o silenziosa muovendo solo le labbra) ed udibile.
Come abbiamo visto il corpo è rappresentato da HUM.
HUM è il Varmabija, il bija mantra dell'armatura.
L'armatura è quella di Shiva nelle vesti del Bhairava, il nobile distruttore del male.
H qui sta per Hara cisoè Shiva.
U sta per Bhairava.
L'insieme nāda-bindu rappresenta l'assoluto che dissolve il male e la sofferenza.
AH è invece rappresentativo delle quattordici vocali.
Le vocali sono ciò che rende percepibili le consonanti e quindi rappresentano l'origine della manifestazione grossolana e della sua intelligibilità.
Ogni volta che portiamo le mani alla fronte (OM) , alla gola (AH)ed al cuore (HUM), rinnoviamo l'atto d'amore di Shiva e Shakti che dà il via alla manifestazione.
Ripetendo i tre bija uno di seguito all'altro può capitare di percepire un altro suono, simile ai gemiti dell'amata durante l'amplesso.
Questo suono si può forse rappresentare con le sillabe HA ed UM.
HAUM diviene così il mantra nascosto (uno dei8 mantra nascosti) della manifestazione.
H sta per Hara,
AU sta per sadashiva 
M indica lo spazio, il vuoto, Citakasha  ciò che i buddhisti chiamano śūnya o vuota pienezza.




6.30.2014

UNA SCIMMIA CHE GIOCA NELLA FORESTA - LA MENTE E LA DIMORA ETERNA

" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento.

Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte [...]" 



Shakyamuni -"Samyutta Nikaya"



Per indicare la mente gli yogin tibetani usano tre parole diverse: SémsYid eLo (blo).
Tutto ciò che riguarda le capacità diimmaginare, classificare, discriminare, il rimanere impressionati dagli impulsi esterni o al contrario essere distaccati, essere agitati, calmi, distratti ecc. è riferito alla mente Lo che in sanscrito potrebbe essere tradotto con Manas.



yid è invece l'intelletto puro, l'intuizione che arriva come una sciabolata di luce improvvisa, la capacità di deliberare decidere, senza scelta, senza ragionamenti sui pro e i contro...
Sèms è il principio vitale, la caratteristica di tutti gli esseri viventi.
Il principio coscienza che passa di corpo in corpo e di vita in vita per la teoria della reincarnazione, è detto Namshés considerato sinonimo di Séms ma che non gli corrisponde completamente.
Namshés è quello che in india è definito Jiva.
La meditazione serve a comprendere che SémsYid e Lo NON SONO FLUSSI DI ENERGIA o SISTEMI legati all'EGO  o identificati con l'EGO.
Dice Buddha (Samyutta Nikaya):

" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento.
Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte 
[...] "

Cosa significa?
Gli strumenti dell'essere umano, per lo Yoga, sono corpo/parola/mente, anzi l'essere umano è corpo/parola/mente.
In assenza anche di uno solo dei tre fattori (principi o elementi), che hanno caratteristiche diverse, non si può parlare di "Essere umano".




L'unica Realtà "permanente" per i tibetani è "Kun Ji Namparshespa" la DIMORA o RIFUGIO, che potremmo chiamare anche Brahman, o ālaya.
Kun Ji Namparshespa è un flusso ininterrotto nel quale galleggiano dei "quanti", o meglio dei grumi di "coscienza/conoscenza" che sono i fenomeni.
La vita di un singolo essere umano è uno di questi grumi di coscienza/conoscenza che nel fluire del fiume dell'Essere si incontra per caso con altri grumi di coscienza/conoscenza. 
L'acqua dell'eterno e infinito "Fiume di Prima dell'Inizio",  dal nostro punto di vista muta ad ogni istante perché chi osserva è la mente/scimmia.
Le neuro scienze hanno dimostrato che i processi legati al cervello, alla creazione di sinapsi, alla interpretazioni dei fenomeni, hanno una durata di qualche miliardesimo di secondo.
Se si porta l'attenzione sul corpo e sulla sua evoluzione, che pure sono legati a quei processi, si avrà la possibilità di osservare un fenomeno che si svolge in un tempo, come dice Shakyamuni, calcolabile in anni ("uno, due, cento").
Rispetto al flusso dell'essere sia il pensiero che il corpo sono fenomeniimpermanenti, sono cioè uguali dal punto di vista qualitativo, ma c'è una differenza quantitativa che possiamo utilizzare per "CONOSCERE".
I nostri pensieri, i desideri, le idee NON CI APPARTENGONO, sono come rami, foglie secche o pezzi di plastica che scorrono senza posa nel Kun Ji Namparshespa. 
Cercare le motivazioni profonde, le radici delle nostre idee, considerazioni, decisioni è IMPOSSIBILE, per lo Yoga.
Esaminare i propri pensieri alla ricerca della loro sorgente in una vita precedente, in uno shock infantile, in una conferma di teorie psicanalitiche, filosofiche o religiose, è inutile.
Questo non significa che  sia un esercizio inutile anche per  discipline con altre finalità, ma il fine dello Yoga, l'illuminazione, è la liberazione dai vincoli che ci impediscono di "lasciarci fluire nel fiume dell'Essere e scoprirsi uno con l'Essere" e questi vincoli non sono né soggettivi, né vaghi e indefiniti: sono I CINQUE VELI DELLA DEA, legati ai cinque elementi, ai cinque veleni (le cinque emozioni negative), ai cinque Dhyani Buddha o alle cinque teste di Shiva.
I cinque Veli o vincoli, sono:

1)La limitazione dello spazio
elemento Etere, 
Dhyani Buddha Vairochana (nei veda è figlio di Agni o di Visnu, ha quattro teste come Brahma), 
emozione negativa dell'Ottusità e dell'Ignoranza. 






2)La limitazione della Conoscenza o "Vidya", 
elemento Aria, 
Dhyani Buddha Amogasiddhi, 
emozione negativa dell'Invidia e della Gelosia. 







3) La limitazione della Passione
elemento Fuoco, 
Dhyani Buddha Amitabha (che significa "Luce - Bha - senza fine o senza morte"), 
emozione negativa della concupiscenza e del Desiderio di Possesso.






4) La limitazione del Tempo
elemento Acqua, 
Dhyani Buddha Akshobia
emozione negativa dell'Odio. 







5) La limitazione di Causa-Effetto
elemento Terra, 
Dhyani Buddha Ratnasambhava
emozione negativa dell'orgoglio e della presunzione. 




La meditazione sulla mente o sui contenuti psichici, usata come strumento in molte tecniche che confinano con lo yoga ma che sono legate alla via PSICOLOGICA, come l'ho definita a volte, secondo me è utile solo se, collegandola alla meditazione con seme su fenomeni fisici (yantra, suoni, processi fisiologici....) conduce al samadhi che è uno strumento di risoluzione dei vincoli o Veli della Dea.
Se invece si lavora sui propri pensieri alla ricerca di una ragione, un motivo, una sorgente, il risultato che otterremo sarà un pensiero anch'esso, mutevole alla velocità della luce e sottoposto al velo limitante della CAUSALITA'.
Con la meditazione sui "contenuti psichici" il meditante allena la mente e sviluppa la capacità di penetrare, per così dire alcuni strati di motivazioni, giustificazioni, ecc. ma partire da un pensiero per giungere ad un altro pensiero è come piantare del pane per ottenere del grano da cui produrre pane. 

6.29.2014

ADVAITA VEDANTA - IL MALE COME BLOCCO ENERGETICO

In sanscrito esiste un concetto di male chiamato पाप pāpa ed esiste un concetto di bene chiamato पुण्य puṇya.
Percorrendo il sentiero diretto o Pravṛtti il male, पाप pāpa, sarà tutto ciò che si oppone all'adempimento del nostro dharma ed all'ottenimento degli strumenti (अर्थ artha ) che ci permettono di soddisfare i nostri desideri (काम kāma).





Percorrendo il sentiero inverso, la via di ritorno o Nivṛtti, si è invece sulla via di rinuncia.
Il sentimento di Pietà nei confronti degli altri che assume una connotazione positiva nel sentiero diretto (pravṛtti) rappresenterà invece un problema per chi percorre la via a ritroso.Per questo motivo alcuni shakta o alcuniadvaitin vengono giudicati dagli altri insensibili, immorali (meglio sarebbe dire A-morali) o addirittura, falsi maestri. Argomento delicato...prendiamola alla lontana:
tra coloro che si interessano di advaita , si sente parlare spesso di वासना vāsanā  ( termine che indica sia impressioni inconsce sia un particolare metro poetico) e  di मनस् manas (mente) in termini negativi.
Questo porta a vedere nel manas qualcosa che ha a che vedere con il demonio e nelle vāsanā qualcosa che riguarda la tendenza al vizio o al peccato.
Si tratta un errore dato dall'approccio ad una filosofia non duale da parte di chi non ha una comprensione della realtà , dovuta a cultura e tendenze personali,  dualista, ovvero basata sulla contrapposizone bene-male, luce-ombra ecc..
Vāsanā, che potremmo rendere con idea, è tutta la conoscenza che nasce dalla memoria, mentre manas è semplicemente la mente percettiva, 
Non hanno nè possono avere nessuna connotazione positiva né negativa perché sono strumenti.
L'emozione che proviamo la prima volta che osserviamo il sorriso di un bimbo o la prima volta che baciamo una donna (o un uomo) è frutto del manas (nel senso che deriva da una percezione) e di vāsanā (nel senso che se non avessimo dentro di noi l'idea di quel sorriso e di quel primo bacio non potremmo goderne).
Il nostro stesso essere costituiti da mani, piedi, tronco testa, occhi bocca orecchie è frutto di vāsanā.
Se poi non ci fosse il manas non avremmo nessuna possibilità di percepire e quindi di discriminare tra bene e male e tra giusto e sbagliato.
Le vāsanā si devono consumare sulla via del ritorno, quando si è già portato a compimento il nostro karma-dharma, ed anche qui non devono avere una connotazione negativa, ma devono essere viste come impedimenti, una zavorra che ha perso progressivamente la sua funzione fino a rivelarsi inutile.
La roccia che impedisce all'acqua della sorgente di fluire, non è il male né il bene.

È solo una roccia, definirla male significa ragionare in termini dualistici.
L'affrontare l'advaita vedanta con una comprensione della realtà duale genera confusione e scatena  furiose e inutili discussioni tra praticanti di yoga e aspiranti filosofiSi arriva all'assurdo di vedere l'advaita vedanta in termini positivi e altre tecniche o pratiche o punti di vista in termini negativi o comunque inferiori.
Come se potesse esserci una guerra di religione o una disputa tra uno shakta ed un advaitin!
Shankara è uno shakta, un adoratore della Dea. Ognuno dei centri (math) da lui fondati è consacrato ad una forma della Dea e i suoi versi dedicati alla Dea sono tra i più belli della letteratura indiana.

Eppure nascono continuamente delle dispute. 
Il motivo è di ricercarsi nella difficoltà di molti a riconoscere il proprio livello coscienziale. 

Advaita è un livello, uno stato di coscienza, corrispondente allo Yogachara. Si deve aver praticante molto e bene, essere riusciti a trasformare la mente, a renderla "informale" con la pratica del samadhi: non si può scegliere di essere advaita, magari perchè suggestionati dalla lettura di un libro o dall'ascolto di una conferenza.Per motivi che ignoro in molti praticanti o semplici lettori di testi filosofici nasce il desiderio di essere advaita, quasi fosse la casacca di un club calcistico o un partito politico. E' una sciocchezza. L'unica via possibile nello yoga è quella di conoscere se stessi utilizzando i tre strumenti che la Natura ci ha messo a disposizione: CORPO, PAROLA e MENTE. ed occorre aver cura di tutti e tre, tenerli in ordine e lucidarli, così come l'artigiano e l'artista fanno con mazze, scalpelli, pennelli o chiavi inglesi. dalla conoscenza di sè insorge la conoscenza dell'universo. le etichette vanno bene nei supermercati, non nella pratica dello Yoga.

6.27.2014

BAMBINE VIOLATE

Fine maggio.
Sera.
Con Roberta stiamo chiudendo la palestra.
Ci fermiamo un attimo a guardare  le tracce del tramonto.
Il cielo di Roma è ancora rosso, là in fondo.
Un bel rosso acceso.
Bello.
Lei arriva, di corsa, respiro pesante.
Potrebbe avere quindici, sedici anni.
Le occhiaie scure stonano con il viso d'angelo.
Roberta le dà un bicchier d'acqua.
Piano piano si calma,  balbetta qualcosa, dice che è tutto ok.
Il mio ennesimo viaggetto verso l'inferno  degli umani è cominciato così, con un tramonto ed una ragazzina in fuga.
Polizia e carabinieri non possono far niente, dicono, si è scoperto che l'angelo con le occhiaie è maggiorenne e se non c'è  fragranza di reato....
I centri d'ascolto ascoltano, si, ma con la segreteria telefonica.
le parrocchie sono deserte.
A tarda notte qualche spirito benigno ci fa incontrare M. una suora indiana.("Che ci fa una suora indiana in mezzo alla strada all'una di notte, sul raccordo anulare?").
Suor M. Si prende cura dell'angelo con le occhiaie, l'affida alle suore di madre Teresa.
Per qualche giorno starà al sicuro.
La mattina dopo mi sveglio di buon umore, ma dura poco.
Dai un'occhiata all'inferno dei viventi, una sola occhiata, e decine, centinaia di mani ti si aggrapperanno addosso in cerca di aiuto e le grida di dolore, troppo flebili per orecchie umane, ti risuonano nel cuore, straziandolo.
L'angelo con le occhiaie non è un caso raro.
Sono molte le ragazzine violentate e sfruttate da chi dovrebbe amarle e proteggerle.
Molte di più di quanto potessi immaginare.


Parlando con un sacerdote, S. ed un amico yogin, G. (che quasi per caso si è scoperto terapeuta), ho scoperto che almeno (ALMENO!!!) una donna su tre è stata oggetto di  abusi  sessuali nell'infanzia.
 Le più sfortunate vengono vendute al miglior offerente.
Per le altre la vita si trasformerà comunque  in una lotta contro l'universo maschile e, soprattutto, contro se stesse.



Non ne parlo spesso, ma sono un iniziato di Tara, un devoto della Dea.
Per me la Divinità è ovunque, ma è  attraverso il corpo, la voce, il gesto della Donna  che ci offre la possibilità di darLe una sbirciatina da vicino. La Donna "è" la Dea" e come tale va onorata, amata, rispettata.
Fino a poche settimane fa pensavo che i casi di bambine abusate da padri, zii e nonni fossero rari, qualche pazzo ci può stare.
Basterebbe scoprirli e curarli prima che facciano troppo del male, mi dicevo.
Adesso ho scoperto che è quasi la normalità.
Non si tratta quasi mai di violenza fisica, ma di qualcosa di molto più subdolo, invitano la bambina a giocare alla donna, a fare la brava,   la gratificano con i sorrisi se accetta l'inaccettabile, e la  puniscono con l'indifferenza o lo sguardo offeso se rifiuta.
Nelle donne adulte gli effetti di questi abusi  "non violenti" (tra virgolette, che sempre di violenza si tratta) sono devastanti: hanno un rapporto insano con i partner e, in corpi, spesso in apparenza sani, nascondono blocchi fisici mostruosi.
Quando è un padre, uno zio o un nonno a tradire la tua fiducia, ti trovi a dover odiare chi ami, e la bambina risolve questo conflitto, mi dice G., impedendo fisicamente l'espressione delle emozioni, con una serie di "nodi" e contratture, facilmente riconoscibili.
Sempre gli stessi "nodi" e contratture, nel 99% dei casi.
Spero che G.sbagli.
In tanti anni di insegnamento ho riscontrato molto spesso, quegli stessi blocchi che mi ha descritto, in molte donne.
Non mi è mai passato nemmeno per l'anticamera del cervello di ricercare l cause in esperienze tanto traumatiche.
E non  credo proprio di aver usato quel genere di comprensione e amorevole attenzione che certi casi richiederebbero.




Sono un po' angosciato, l'angelo con le occhiaie mi ha trascinato in un mondo oscuro di cui ignoravo o volevo ignorare l'esistenza: l'inferno quotidiano di donne cui la violenza maschile impedisce di essere intere.
E se penso che, forse, molte di loro, negli anni passati mi hanno chiesto, invano, di aiutarle l'angoscia aumenta.
A che serve tutta la mia conoscenza dello yoga, dei soffi vitali, delle tecniche respiratorie se non sono in neppure in grado di intuire i motivi profondi  di certi problemi energetici e posturali?
Si, spero  proprio che G. lo yogin terapeuta, ed S., il sacerdote, si sbaglino.
Se almeno un terzo delle bambine ha subito abusi sessuali nella casa di famiglia, significa, ovviamente che almeno un terzo dei padri, zii, nonni ha abusato di loro.
Non riesco neppure tanto ad arrabbiarmi, Di certo provo vergogna.
Ogni bambina è la Dea incarnata, una Donna intera, e uomini simili a me , quando non la uccidono o non ne vendono la carne al miglior offerente, le tagliano le ali.
Che vergogna!







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