venerdì 11 settembre 2015

QI GONG: LA POSTURA DI BASE E GLI OTTO CANALI STRAORDINARI

Postura di base: 
1) spalle rilassate, gomiti bassi. scapole che si adagiano sulla schiena (significa che non devono mai sporgere e devi sentirle basse all'altezza delle ultime costole).
2)I glutei bassi ( significa che le lombari e l'osso sacro devono essere rilassati verso il basso).



3)Sospendi il sincipite ( sincipite è il punto più alto della testa, sospendere il sincipite significa che i muscoli del collo devono essere allungati e rilassati, la testa in delicato equilibrio sull'asse cervicale 
prova ad allenarti tenendo un libro o un bastone in equilibrio sulla testa)

4) L'addome deve essere sempre rilassato e il Dan tien inferiore (2° Chakra) va pensato in relazione con il punto in mezzo alle scapole. 

5)) Gambe rilassate (l'idea è di di tenere qualcosa di morbido tra le cosce), con 
le ginocchia morbide (ma non troppo) e la linea della rotula che non deve mai andare oltre la linea delle dita del piede. 
Il centro del ginocchio deve avere come riferimento il punto tra il secondo e il terzo dito del piede. 
Il corpo deve poggiare sul plesso venoso del metatarso, nel punto che i cinesi chiamano "fonte gorgogliante" ( guarda la pianta del piede: il plesso venoso del metatarso forma una specie di mezzaluna, pensa di poggiare il peso sul punto centrale della mezzaluna). 




Nella pratica del qi gong in movimento si comincia con movimenti semplici senza portare l'attenzione sulla  respirazione, almeno all'inizio.
Per quanto riguarda il movimento nello spazio un esercizio interessante è quello di provare a "disegnare" il corpo in mezzo ad un cubo.
Pensa tre piani orizzontali: uno è la faccia superiore del cubo uno la faccia inferiore e uno è il piano centrale che passa per il dan tien inferiore.
Dividi ogni faccia del cubo in otto parti e scrivi i punti cardinali su ogni faccia tenendo presente che il sud è in avanti e/o in alto.
Cerca la maniera più logica per collegare ogni articolazione con tutti i punti che hai disegnato.

Tieni conto che il movimento del corpo segue sempre la legge del tre.
Corpo, Braccia, gambe.
Anca, ginocchio, caviglia.
Scapola, gomito, polso.
Il punto centrale funge sempre da timone nel senso che la direzione del movimento del braccio, ad esempio è data dal gomito,la direzione del movimento della gamba è data dal ginocchio.
Tieni conto del "diagramma della creazione e della distruzione dei 5 elementi":


Diagramma di generazione dei 5 elementi
Il Fuoco( Rosso,in alto, rappresenta il Sud) genera la Terra. 
La Terra( Giallo) genera il Metallo ( Ovest). 
Il Metallo(Bianco) genera l'Acqua (Nord). 
L'Acqua (nero)genera il Legno(Est). 
Il Legno (Verde)genera Il Fuoco. 

Diagramma della distruzione dei 5 elementi
Il Fuoco Fonde il Metallo.Il Metallo taglia il Legno. 
Il Legno penetra nella Terra. 
La Terra blocca l'Acqua. 
L'Acqua spegne il Fuoco. 

La terra è il centro e rappresenta uno dei 5 spostamenti. 
Rifletti per trovare gli altri 4. 





Una cosa essenziale è quella che si chiama  zheng li.
Si può tradurre con "percezione delle tensioni contrapposte".
in pratica se muovi una mano, rilassata, verso l'alto devi avvertire il peso dell'aria con la parte superiore e la tensione verso il basso con la parte inferiore.
La sensazione delle mani (che si può sviluppare con appositi esercizi di visualizzazione) all'inizio è quella di pesantezza e calore, poi diventa come una puntura di spilli o una specie di debole corrente elettrica, infine ti sembrerà di muoverti in una specie di fluido vischioso.
La sensazione dello Zheng li col tempo deve passare a tutto il corpo. 
Ogni esercizio di qi gong o di taijiquan è inutile se non c'è il passaggio di energia negli "otto canali psichici" in cui scorrono con determinate direzioni ed intensità quelli che nello yoga vengono definiti 5 vayu. 




I canali psichici sono otto:

1) canale dell'energia femminile, ascendente: dal 2° Chakra al 6° Chakra passando dall'osso sacro e dalla spina dorsale.

2) canale dell'energia maschile, discendente: dal 6° Chakra al secondo passando lungo la parte anteriore del corpo.

3) canale della cintura: dall'undicesima dorsale all'all'undicesima dorsale passando sotto le costole e sullo stomaco.. come una cintura legata sotto il torace.

4) canale interno: dal perineo al plesso solare passando dall'interno del corpo in verticale.

5) canali destro e sinistro positivi delle gambe:
da sotto l'ombelico sino alla pianta del piede passando dall'anca e dall'esterno della gamba.

6) canali destro e sinistro negativi delle gambe:
Dalla pianta del piede fino a sotto l'ombelico passando per l'interno delle gambe e dall'inguine.

7) canale positivo destro e sinistro delle braccia:
dal cuore al palmo delle mani passando per l'esterno delle braccia e il dorso delle mani.

8 ) canale negativo destro e sinistro delle braccia:
dal palmo delle mani fino al cuore passando per l'interno delle braccia e le ascelle.

Piccolo esercizio per i canali delle braccia: 
inspirando visualizza l'energia che dal centro del petto passa alla spalla , all'esterno del braccio alla punta del gomito all'esterno dell'avambraccio, al dorso delle mani, alle dita e infine al centro del palmo della mano.
Espirando immagina l'energia che dal palmo della mano passa all'interno del polso, all'interno del gomito all, all'interno del braccio, all'ascella fino ad arrivare al centro del petto.
Dopo un pò dovresti sentire una specie di leggerissima vibrazione.
per acuire la sensazione concentrati sulla pesantezza delle mani .
Inspirando immagina che le ossa delle mani vengano contratte (come una spugna che si strizza).
Espirando immagina che le ossa si " espandano". 




Nel libro "I Classici del t'ai Chi" di Waysun Liao,Ubaldini editore c'è una sequenza posizioni che descrive in appendice al libro è molto simile, non identica, alla forma che pratico quotidianamente.
L'ho imparata ad Hong kong nel 1990.
Tieni presente che  ogni maestro adatta le forme e le posizioni alla propria anatomia e al proprio temperamento.
Il tai Chi chuan come arte marziale si comincia a studiare in Cina , pare, dopo un minimo di sei anni di studio di un'altra arte marziale  (H'sing I o Pa Kua).
Quando avrai imparato a perfezione le posizioni potrai cominciare a seguire il percorso dell'energia in ogni posizione, inizialmente facendo coincidere il ritmo dell'energia con quello della respirazione.
Quando sarai più esperto non dovrai più controllare il respiro.
Quando avrai messo insieme tutte le posizioni e le indicazioni su come assumerle ed avrai la padronanza della forma, incontrerai probabilmente qualche buon insegnante che ti dirà che la forma è solo uno specchietto per le allodole.... ma questo potrai capirlo solo dopo averla imparata alla perfezione.

mercoledì 9 settembre 2015

ADVAITA VEDANTA: LE QUATTRO DIMORE DELL'ESSERE

Alzi la mano chi non ha mai avuto sogni o visioni di vite precedente.
Alzi la mano chi non ha mai pensato,una volta nella vita, di essere stato cento o mille anni fa un re, un guerriero, una maga, un brigante o una prostituta.
La maggior parte di noi crede nella re-incarnazione, la possibilità dell'individuo di vivere in epoche diverse e in corpi diversi, nell'ambito di un processo evolutivo definito karma.
E tutti noi crediamo che Karma e re-incarnazione siano i pilastri delle filosofie orientali.
In effetti è così, ma anche no.


Per il Buddismo tantrico tibetano, ad esempio, in genere non ci si reincarna, ma si RINASCE.
I re-incarnati autentici sono pochini, sono quelli che, riconosciuti come tali, vengono insigniti del titolo di Tulku.
Ma in tutte le filosofie orientali, se si studiano con attenzione, il discorso della re-incarnazione è un tantino è più complicato di quello che si crede comunemente.
Nel continente indiano si parla ad esempio di ALAYA, un gigantesco serbatoio di esperienze al quale è possibile accedere per connettersi con questo o quel maestro, con questa o quella idea. 
I ricordi di vite precedenti, le suggestive visioni che ci proiettano in un passato mai vissuto in realtà non apparterrebbero alla nostra anima individuale, ma all'universo, anzi all'Essere.
La teoria  delle vite successive intese come una specie di scuola in cui si è promossi o rimandati fino al momento dell'illuminazione è riservata alle religioni i cui intenti, in genere, sono consolatori: se uno ha una vita sfigata non gli puoi mica dire che alla morte, a livello individuale, finisce tutto!
Né che rischia in una successiva, possibile ma poco probabile incarnazione, di incontrare la stessa sfiga che lo ha tormentato qui ed ora.
L'evoluzione è un concetto umano e l'Universo non è che prenda troppo sul serio le elaborazioni della nostra mente....
Nello Yoga, e in particolare nell'Advaita Vedanta, a dir la verità c'è si una specie di evoluzione, ma si tratta di un cambio di percezione della realtà manifesta, non di una serie di promozioni dovute a meriti particolari.



Si dice, nell'Advaita Vedanta che l'Uomo abiti in quattro case contemporaneamente. 
La prima, che abita e "vive" allo stato di veglia, è la dimora del corpo fisico

La seconda, stato di sogno è la dimora del corpo psichico.


la terza,  stato di sonno profondo è la dimora del corpo causale


e la quarta, la più misteriosa la dimora del corpo germinale




Il corpo psichico ha a che vedere con ciò che alcuni chiamano anima pur non coincidendo propriamente con essa. 

Il corpo causale con ciò che alcuni chiamano spirito. 
Quando si parla di ascesi, di salita, di scalata si parla per metafore, si usano parole che come tali, appartenendo alla sfera del fisico, non possono che dare un'idea approssimativa della realtà delle altre "dimore". 
Forse, più che di ascesa termine che presuppone la verticalità di un percorso, (quello che va  dalla prima alla quarta dimora) che non può avere coordinate spaziali o temporali, dovremo parlare di successive dissoluzioni e manifestazioni. 
Il corpo psichico ad esempio, tende "naturalmente" a manifestarsi nel fisico. 
Ma si devono sciogliere degli accumuli di grasso, dei detriti. 
Occorre sciogliere dei nodi (granthi)

Potremmo considerare il corpo fisico come una maschera che si è incollata al volto del mascheraio, una maschera che insieme vela ed esprime.
E' impossibile strapparla in una volta sola (cioè è possibile forse con l'uso di certe sostanze psicotrope e con certe pratiche sciamaniche, ma nella maggior parte dei casi ciò conduce alla follia o alla morte prematura) e quindi si procede ad un lavoro certosino lungo, anni, decenni o eoni(!) 
Immaginiamo che il corpo psichico sia una sostanza liquida e luminosa, l'acqua di vita di cui parlano molti testi. 
Il lavoro di scioglimento dei nodi provoca a volte delle fuoriuscite di "acqua di vita" che si manifestano nel corpo fisico. 
Gurdjieff definisce queste fuoriuscite centro magnetico. 
Altri "qualificazione", altri "genio del Buddha", altri voci interiori.
Il termine campo magnetico non è male, perché in effetti queste fuoriuscite di psichico vengono attratte da manifestazioni simili come i piccoli magneti vengono attratti dai grandi magneti (certo occorre rispettare le modalità positivo-negativo/attivo-passivo ma questa è un altra storia).
Il libro scritto dal maestro o da chi è stato vicino al maestro, quella data tecnica, quel canto, quella persona attrarranno lo yogin "qualificato" , cioè pronto a ricevere "quel particolare insegnamento"come il richiamo attrae le quaglie. 

Le modalità con cui queste "particelle di psichico" vengono attratte da questo o quel ramo tradizionale dipendono da quella cosa che alcuni chiamano ricordi ed altri reincarnazione. 
Ma probabilmente non c'è nessuna reincarnazione come la si intende comunemente. 
Non c'è nessun Paolo che è morto 100 anni fa che si reincarna in un Paolo di oggi. 

E' il karma che si reincarna. 
Sono i residui coscienziali che galleggiano nell'oceano, infinito, dei gesti e dei pensieri (Alaya) che si reincarnano, non l'individuo.

sabato 5 settembre 2015

ADVAITA VEDANTA: LO YOGA DEL VERME ED IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO



Sarà che non mi interessavo più dell'argomento da qualche anno.
Sarà che sempre più maestri neo advaita si avventurano in Italia, ma mi pare che l'interesse verso la filosofia di Shankara negli ultimi tempi si sia risvegliato.
Nei simposi, nei forum di yoga, nelle conferenze e negli stage si parla sempre più spesso di Advaita Vedanta e si discute spesso di Jnana Yoga, Karma Yoga e di differenza trai vari "Marga" o sentieri. A volte vecchi e nuovi "esperti" azzardano anche delle interpretazioni, brillanti o bizzarre delle Upanishad o della Bhagavat Gita.
Mi sembra una cosa buona e giusta, però vorrei però mettere in evidenza il problema del linguaggio...








Lavoro sul corpo, pratico e insegno da quarant'anni e, naturalmente, sono molto più a mio agio con articolazioni, muscoli, sistema respiratorio che con le disquisizioni filosofiche basate sui testi ( o sulle interpretazioni dei testi fatte da altri...).
Però dal 1996 al 2006 ho studiato con molta attenzione (direi con devozione) i testi buddisti (soprattutto del buddismo tibetano) e dal 2006 al 2012 sempre con molta attenzione (devozione, direi anche in questo caso) ho studiato i testi dell'Advaita Vedanta.
Per evitare inutili polemiche e non generare altrettanto inutili discussioni, dirò che non sto parlando di iniziazioni, insegnamenti diretti ed esperienze non ordinarie.
Vorrei parlare di testi e di parole scritte con altre parole scritte.
Quello che credo di aver capito in questi anni di studio approfondito è che c'è una certa confusione sul significato dei concetti di karma o jnana o vidya dovuta ad un mutamento di significato, forse voluto, forse casuale, delle parole chiave.
Questo karma yoga di cui si parla spesso ad esempio, è karma yoga o kārma yoga? Sarebbe meglio controllare nei testi antichi, translitterati in IAST o ASCII, perché, anche se kārma (con l'accento diacritico= AA) può essere considerato un aggettivo relativo a karma (azione, attività) e, quindi, essere tradotto con laborioso.
 Pare (ovviamente potrei sbagliare...ma ne dubito) che per gli autori dei testi antichi la parola kārma avesse altri significati tra cui (ho preso la definizione da un dizionario online, Spoken Sanskrit così chi vuole può verificare facilmente) "appartenente ad un verme" (kṛmi). 

Lo "yoga del verme" sarebbe lo yoga dei riti, nei quali l'officiante deve compiere "azioni esteriori" (sacrifici, recitazione di mantra, mudra, canti) e contemporaneamente applicare le "kriya" ovvero le "azioni interiori" tese a smuovere le energie visualizzate come "fluidi con la stessa densità del mercurio del termometro" (un immagine che usavano Satyananda e Shivananda), vermi, insomma.
Chi volesse verificare può cercare chandogya upanishad III,1, 4 - VI, 10, 1 e seguenti.
In quel testo si parla con dovizia di particolari delle kriya (kriyāvantaḥ e kriyāvān) intese come le tecniche di "sacrificio interno" necessarie per giungere all'identità con lo yākṣa brahman secondo gli insegnamenti dell'unico ṛṣi cioè kaśyapa.
Troppo cervellotico e difficile da capire? 
Probabilmente si, ma credo sarebbe interessante approfondire.
Gli yākṣa sono gli spiriti che gestiscono i segreti della terra (come gli gnomi e i folletti...) e kaśyapa non è proprio un sacerdote o un veggente, ma è Acharya Canada il più grande scienziato del primo millennio a.C., colui che ha teorizzato e misurato la forza di gravità 2.600 anni prima di Galileo.



Secondo me se si mettono insieme:
1) Il Brahman degli spiriti della Terra;
2) la forza di gravità.
3) i vermi (fluidi corporei e non solo) che vengono 
(4)"sacrificati" per entrare in identità con il brahman degli spiriti della terra, viene fuori un'idea del karma yoga un pochino diversa da quella che ne abbiamo e di cui, di solito, parliamo.

Karma Yoga è diventato per noi lo yoga del "lavorare senza attendersi frutti" mentre per i testi vedici era esattamente il contrario: lo yoga delle "tecniche per ottenere dei frutti".
Lo slittamento semantico, il cambio di significato di una parola o di un concetto, è cosa abbastanza normale.
Vagina ad esempio, significa fodero, ma se vado da una ragazza con un coltello e le dico che bisogna infilarlo nella vagina non credo la piglierebbe troppo bene.
La parola ha cambiato significato.
Ciò non toglie che, se trovassimo un testo in latino in cui la parola vagina viene utilizzata propriamente nel senso di fodero di un pugnale o di una spada, e traducessimo con "organo sessuale femminile" saremmo degli idioti.
Giusto?
Ben vengano le discussioni su jnana yoga e karma yoga tra vecchi e nuovi esperti di advaita vedanta ( tra parentesi: Shankara non dice da nessuna parte che la sua filosofia è advaita vedanta, lui la chiama uttara mimansa o mayavada....) ma facciamo attenzione a non mescolare i significati che diamo adesso a quelle parole con quelli che avevano all'epoca in cui sono state scritte le upanishad, se no si rischia di far la figura di quelli che traducono fodero con vagina o fischi con fiaschi.

ADVAITA VEDANTA: LA LEGGE DEL CINQUE

Una parola che ho incontrato spesso nei testi indiani è विस्मय vismaya.
Vuol dire "stupore", "meraviglia", "restare attoniti" ed è lo stato d'animo di chi comincia ad approfondire la via dello yoga.
-" vismayo yogabhūmikāḥ "- si legge negli Shiva Sutra, ovvero lo stupore pervade il cammino [ "bhūmikā" significa "step", "parti", "terreno"] dello yoga, e devo ammettere che più pratico e studio e più provo meraviglia.
L'impianto teorico dello yoga, è pazzesco: ogni gesto corrisponde ad un'energia del cosmo, ogni asana ad una costellazione, ogni parte del corpo ad un suono e ad un elemento della natura, ma ancora più pazzesco è scoprire che queste corrispondenze sono reali, sperimentabili, oggettive.



Nei testi vedantici, ad esempio, si parla di cinque azioni fondamentali associate ai cinque elementi: 

1) afferrare - Aria;
2) muoversi - Fuoco; 
3) parlare - Etere;
4) defecare - Terra; 
5)procreare - Acqua.



Tutte le altre le azioni dell'essere umano sono proiezioni/evoluzioni di queste cinque.
Ogni azione sarà resa possibile da un organo particolare: l'organo dell'afferrare è la mano, l'organo del muoversi (l'andare)il piede, l'organo del mangiare la bocca, l'organo del defecare l'ano e l'organo del procreare il sesso.
Ma la mano può servire anche per lanciare qualcosa, per carezzare, per muoversi (se sono carponi  ad esempio).
Il piede a sua volta serve anche per lanciare, ma lo si può usare anche (perché no?) per carezzare.
Con la bocca si mangia ma si può anche lanciare qualcosa (quando vomito o quando sputo) o afferrare (quando mordo qualcuno o qualcosa).
Ogni organo d'azione può svolgere una serie di funzioni che sono una combinazione delle cinque azioni principali e 
può compiere azioni verso l'esterno e verso l'interno.
La mano afferra e quindi porta qualcosa dall'esterno all'interno, oppure lancia (e quindi porta qualcosa dall'interno all'esterno)
Ogni organo d'azione ha una duplice funzione che possiamo collegare al ritmo esterno-interno.


Ognuna delle cinque azioni si può definire a sua volta una proiezione/evoluzione dell'azione primaria: respirare.

Tutti gli organi d'azione, alla fin fine, sono figli dell'Aria detta in sanscrito वायु vāyu o प्राण prāṇa e il loro, chiamiamolo così, centro di comando o centro motore e in un corpo particolare, detto prāṇomayakośa, o guaina/ involucro (kośa) fatta di (mayaprāna.
L'essere umano per gli yogin, è costituito da cinque diversi corpi, o guaine o involucri, detti appunto kośa, infilati uno dentro l'altro come le bambole della matrioska.
Ci sono una guaina fisica ( il "veicolo" ossa, muscoli, pelle...), una delle energie (la guaina del prana), una delle percezioni (guaina del manas), una dell'intuizione (guaina di buddhi) ed una della "beatitudine"(ananda). 
La guaina fisica dipenderà ovviamente dalla guaina dell'azione, quella dell'azione dalla guaina della percezione e così via.
L'interdipendenza dei kośa è cosa ovvia: se non percepissi un oggetto , ad esempio, come potrei afferrarlo?
Per afferrare un oggetto devo averne percepita la presenza:
devo averlo visto o devo aver ascoltato il suono che fa.
Devo avere poi la possibilità di sentirne il peso e la consistenza con le dita ed il palmo: se non ci fosse il senso del tatto non potrei mai afferrare qualcosa.
La capacità di azione, la guaina delle energie, dipenda dalla capacità di percepire.
La capacità di percezione risiede nella guaina (kośa) delle percezioni, ovvero mano (मनस् manas)- maya kośa, formata dalla mente percettiva e dai cinque organi di senso: udito, tatto,vista, gusto, odorato.

L'Udito è la capacità di percepire il suono.
Il Tatto è la capacità di percepire la superficie (ruvido-liscio), il peso (pesante-leggero), la temperatura (caldo- freddo), la consistenza (duro-morbido) di un oggetto.
La Vista è la capacità di percepire la luce ed il colore (bianco-giallo-rosso-blu....).
Il Gusto è la capacità di percepire il sapore (dolce-amaro-acido....)
L'Olfatto è, infine, la capacità di percepire gli odori.
E' particolare, il senso dell'olfatto: gli odori sono in realtà delle particelle di materia che vengono assorbite direttamente dal cervello.
Il nervo olfattivo, infatti, è diverso da tutti gli altri: è una propaggine degli emisferi celebrali che si spinge, attraverso le nari, quasi all'esterno del corpo.


L'Olfatto è  indissolubilmente legato all'elemento Terra,
così come il gusto è legato all'elemento Acqua, la vista all'elemento Fuoco, Il tatto all'elemento Aria ed il Suono all'elemento Etere.
Strana cosa queste della percezione...
Se  siamo in dieci persone in una stanza buia ed accendo una lampada, tutte e dieci vedranno la stanza illuminarsi, 
ma ognuna di esse vedrà cose diverse: tutti gli altri ad esempio vedranno il mio volto e i miei occhi, ma io non potrò vedermeli. 
E questo vale per ciascun "veggente", ognuno percepisce una realtà diversa e nessuno è in grado di percepire la realtà come la vede un altro.
Ma torniamo agli elementi, che cosa sono?
Sulla spiaggia, di notte, avrò possibilità di sperimentare direttamente le qualità dell'Acqua (il mare davanti a me), della Terra (la sabbia), del Fuoco (il falò che ho acceso), dell'Aria (la brezza notturna).
E lo Spazio?
Se ci rifletto un pochino  dovrò ammettere che tutti gli altri elementi dipendono dallo Spazio mentre lo Spazio non dipende da essi.
Non solo.
Il fuoco potrà essere spento dall'acqua.
Per Terra si intende tutto ciò che è allo stato solido.
Per Acqua tutto ciò che è allo stato liquido.
Per Aria tutto ciò che è allo stato gassoso.
Per Fuoco tutto ciò che ha le caratteristiche di luminosità e calore.

Dell'acqua messa a bollire sul fuoco diventerà Calda (Il calore è caratteristica del fuoco) e ciò significa che contiene nella sua struttura interna "un po' di fuoco".
Se verso del sale (terra) nell'acqua questo vi si discioglierà mostrando la sua capacità di farsi Acqua.
L'Aria sotto forma di vento potrà smuovere le onde, spostare la sabbia, ravvivare o spegnere il fuoco.
A sua volta il Fuoco produce Aria.
Basta mettere un pezzetto di carta sopra un falò per accorgersi della spinta verso l'alto causata dalle fiamme e chi ha avuto la sventura di assistere ad una valanga potrà testimoniare che anche la terra produce Aria e così l'acqua di una cascata.

In ogni elemento c'è una porzione degli altri e l'esistenza di ogni elemento è condizionata dall'esistenza degli altri.
Ogni elemento dipende dagli altri quattro, a parte lo Spazio आकाश ākāśa, il più misterioso principio della natura.
Lo Spazio è indefinibile e non dipende in nessun modo dagli altri elementi
Anche se frasi come "non c'è più spazio" o c'è poco spazio" sono di uso comune, è evidente che lo Spazio non può essere, veramente, limitato in alcun modo.
Lo Spazio è indeterminabile e senza Spazio nessun fenomeno potrebbe aver luogo.

Se riprendiamo l'esempio  del Tè e della Teiera fatto spesso dagli insegnanti advaitai vedremo che l'unica cosa che differenzia lo Spazio "contenuto" in una teiera da quello "contenuto"in una stanza sarà dato dal contenuto: preparare il tè sul pavimento di una stanza non mi darà modo di berlo.
La possibilità di preparare e assumere la bevanda calda in qualche modo qualifica in maniera diversa lo spazio della teiera e quello della stanza.
D'altra parte se la teiera non fosse riempita con acqua calda e foglie di tè non potrebbe svolgere la sua funzione.
La "teiera" corpo umano è riempita delle esperienze del piacere, del dolore, della rabbia ecc.
Per usare termini della filosofia indiana, l'involucro (kośā) potrebbe essere considerato espressione di पृथ्वी pṛthvī, il contenuto di प्रकृति prakṛti:
Lo spazio, che viene qualificato dalla forma in base alla sua capacità ( o volontà?( di ospitare e rendere fruibile il contenuto, potrebbe invece essere assimilato a पुरुष puruṣa.

Il sentire, il deliberare, l'agire sarebbero quindi frutto della prakṛti e così come il tè non è fruibile se non nella teiera, dentro il corpo umano non potrà che alloggiare il jiva individuato. 
L'anima umana è tale solo perché è contenuta nel corpo. 
Non ci può essere anima senza corpo e non ci può essere corpo senza anima.
E così come il tè può essere nero, verde , di buona qualità o cattiva qualità, così l'essere umano apparirà di volta in volta, biondo, moro, grasso, magro bello, brutto, buono cattivo, ma lo spazio interno non verrà in nessun modo condizionato dalle qualità fisiche, dalla cultura o dal carattere  dell'individuo.
Lo Spazio è illimitato, indeterminabile e privo di relazioni con gli altri principi della manifestazione



ADVAITA VEDANTA: IL SAMADHI

Il samadhi è strumento di conoscenza,
Pensarlo come un punto d'arrivo si dice sia un errore abbastanza comune, tanto che in alcune scuole sia visto come realizzazione.
Patanjali nel libro terzo degli yoga sutra, chiarisce che il Samadhi è परिणाम pariṇāma, parola che significa cambio, modificazione, alterazione.





Ma cosa è il samadhi
Meditiamo su un punto di luce.
All'inizio si avranno tutta una serie di pensieri che riguarderanno sia il punto di luce che eventuali stimoli esterni.
Poi, piano piano la mente porterà la totale attenzione sul punto di luce e si trasformerà, apparentemente , nel punto di luce.
Supponiamo che questa apparente trasformazione si esprima con la visione di una specie di uovo luminoso e palpitante che emerge dall'oscurità.
Se osservo l'uovo palpitante che emerge dallo spazio si tratterà di una "meditazione con seme".
Ci sarà un soggetto percepente (io che guardo) e ci sarà l'oggetto percepito (l'uovo).
Ad un tratto questa distinzione scompare e si perde la coscienza della distinzione.La mente dopo un periodo più o meno lungo riprenderà il sopravvento ed esaminerà, con sorpresa alcune modificazioni percettive: non si avrà, ad esempio, la sensazione del corpo.
Oppure si percepirà l'interno del nostro cranio come un insieme di gocce di luce, oppure ancora non si avvertirà differenza tra lo spazio interno ed esterno ecc. ecc.
La sensazione di piacere potrà essere assai forte e cercando di ritornare nello stato di veglia ci si troverà immersi in un mondo nuovo, l'aria potrà sembrare densa come gli oggetti grossolani o questi potranno sembrare sottili come l'aria.
Il corpo apparirà più leggero o addirittura si avrà difficoltà a muoversi.
I colori ed i rumori saranno in genere più vivi e si avrà la possibilità di udire suoni mai uditi prima e colori mai visti primi.
Si potrà avere la sensazione di vivere contemporaneamente nel passato e nel presente o nel sogno e nella veglia.
Si avrà la consapevolezza di un qualcosa che è accaduto senza sapere che cosa sia accaduto.
Si potrà avere la sensazione di poter fare qualsiasi cosa e di poter comprendere qualsiasi cosa.
Uno stato di alterazione che può durare da pochi minuti a mesi interi e che può spaventare, se non si sa di che si tratta.
Una volta che l'oblio ci ha ricondotti alla piena coscienza di veglia,  quello stato potrà diventare una fonte di desiderio.
Ciò che dovrebbe sapere il meditante è che la pratica consiste nel prendere confidenza non con questo stato (collegato in alcuni casi alla manifestazione di siddhi o poteri psichici), ma con il momento in cui, dopo la scomparsa (nel caso che abbiamo fatto in precedenza, per fare un esempio) della percezione dell'uovo di luce (e prima dell'insorgere della volontà di esaminare il proprio stato o la propria posizione o la propria percezione) non si è coscienti di ciò che accade.
Quell'attimo di apparente "non esserci" è ciò che viene definito क्षण kṣaṇa, "la fessura in cui neppure un capello può entrare" di cui parlano i samurai.
Questa sensazione non sensazione, di cui lo stato di alterazione successivo altro non è (apparentemente?) che una conseguenza, è il flusso निरोध nirodha, la condizione in cui "la mente riposa in se stessa".

venerdì 4 settembre 2015

ADVAITA VEDANTA: LO YOGA SENZA SOSTEGNI (ASPARSA)



Qualche giorno fa a Cisternino, vicino all'Ashram di Babaji ho partecipato ad un incontro conferenza di Avasa, un maestro che mi è stato presentato come un illuminato advaitin, cioè di qualcuno che avrebbe realizzato la condizione di annichilimento dell'ego e di identità con l'Assoluto descritta dal filosofo indiano Shankaracharya nel Vivekacudamani. uno dei testi fondamentali dell'Advaita Vedanta.
Avasa è un omino molto affascinante, dotato probabilmente di poteri psichici, ma sentendolo parlare mi sono chiesto cosa diavolo c'entri il suo lavoro con l'Advaita Vedanta.
Mi è venuto in mente che forse la maggior parte delle persone non sa veramente cosa sia l'Advaita Vedanta ed allora, con l'umiltà di chi sa di non essere un illuminato e la presunzione di chi ha studiato e praticato advaita Vedanta per anni,ho deciso di mettere per scritto un po' di notizie e riflessioni.
In questo secondo articolo sull'Advaita vorrei introdurre l'Asparsa Yoga, o Yoga senza sostegni, e la divisione tra Teoria dell'Emanazione  e teoria dell'Evoluzione.
 Tutti sistemi e i punti di vista filosofici indiani (e non solo) si possono inserire in due Dottrine fondamentali: pariṇāma vāda che è la teoria dell'EMANAZIONE
e āraṃbha vāda che è la teoria dell'EVOLUZIONE.
Ad esse o ad una combinazione delle due possono essere ricondotti tutti i diversi "rami tradizionali" anche se all'osservatore acuto, tali dottrine possono apparire "insoddisfacenti" perché, entrambe, legate alle coordinate spaziotemporali.
Per la Teoria dell'EMANAZIONE (pariṇāma vāda) la manifestazione è il prodotto della Condensazione del raggio di luce/coscienza che proviene da una sorgente, da un "centro".
La realizzazione sarebbe quindi Il "risultato" (EFFETTO) di un viaggio a ritroso dal momento attuale (fine della manifestazione/condensazione) al Centro.
Centro nel quale l'uomo si scoprirebbe in identità con il divino (o in unione o sullo stesso piano o con la medesima forma del divino a seconda dei vari punti di vista)
Per la Teoria dell'EVOLUZIONE (āraṃbha vāda) la manifestazione tende invece al perfezionamento spirituale.
La realizzazione sarebbe  qui il "risultato" di un viaggio in avanti dal momento attuale (inizio del processo evolutivo) al "traguardo", il punto in cui l'uomo si scopre  in identità con il divino (o in unione o sullo stesso piano o con la medesima forma del divino a seconda dei vari punti di vista).
Sono teorie "insoddisfacenti" (tra virgolette) poiché entrambe risultano dipendenti dalle nozioni di tempo e spazio: per la Dottrina dell'Emanazione l'Adesso è peggiore del Prima e migliore del Dopo.
Per la Dottrina dell'Evoluzione l'Adesso è migliore del Prima e peggiore del Dopo.
L'uomo, per entrambe le dottrine, parte dalla situazione attuale .
Diciamo che il passato è alla sinistra ed il futuro alla destra.



A - emanazione - B - evoluzione - C

Il viaggio del discepolo, per la teoria dell'Emanazione dovrebbe condurre da B ad A, da destra a sinistra, dal presente al passato.

Per la teoria dell'Evoluzione dovrebbe, invece, condurre da B a C, da sinistra a destra, dal presente al futuro.
E' evidente che entrambe le dottrine hanno in loro il seme della dualità: se per realizzarmi devo andare da destra a sinistra, dal presente al futuro, il futuro sarà Bene ed il passato Meno Bene o Male.
Se per realizzarmi devo muovermi dal presente verso il passato il passato sarà Bene ed il futuro sarà Meno Bene o Male. 
Se consideriamo l'assoluto come qualcosa di illimitato, incommensurabile non potrà ovviamente essere relativo al tempo ed allo spazio.
Ciò che è relativo non può essere assoluto.

Sembra molto logico.
Ciò che è incommensurabile non può, appunto essere misurato, e lo strumento di conoscenza della Mente è Misura.
La Mente è in grado di produrre ed immagazzinare immagini.
La visione di un film sullo schermo bianco è resa possibile dal proiettore.
Ma se nel proiettore non fossero inserite delle immagini legate tra loro in un ordine predefinito (da sinistra a destra in senso orario per dare l'illusione del movimento) lo spettatore vedrebbe solo uno schermo bianco illuminato da luce bianca...
Passato, presente e futuro, sinistra, centro e destra sono costruzioni mentali e vengono "inserite" nella nostra mente per poter perpetuare l'idea che l'umanità ha della manifestazione.
Il viaggio del discepolo è diretto sempre verso la sorgente.
Verso il punto principiale, che è costante, ovvero oggettivo.
L'inizio, la direzione e la fine di un viaggio dipendono da percezioni soggettive.


"Se da Napoli decido di andare a Roma, il viaggio può essere sia un viaggio a ritroso (nel caso sia nato a Roma , mi sia trasferito a Napoli e decida di "tornare a casa") sia un viaggio in avanti (nel caso sia nato a Napoli e decida di andare a Roma), ma la meta e l'atto del viaggiare saranno gli stessi".

Per la teoria dell'Evoluzione e per la Teoria dell'Emanazione il punto di partenza (lo stato attuale del discepolo) ed il punto d'arrivo (identità con l'assoluto) sono gli stessi.
Ciò che muta e conduce a posizioni tra loro conflittuali è la rappresentazione grafica delle due teorie, una rappresentazione che è necessaria per rendere le due teorie accessibili alla mente umana.
La mente è Misura.
Se qui c'è uno stato di insoddisfazione e dolore è ovvio che dovrò andare da un'altra parte per tentare di placare l'ansia di incompiutezza.
Se non mi sposto fisicamente dovrò innescare dei movimenti psichici che diano comunque la sensazione dell'andare, la percezione del viaggio.
Ecco che le due dottrine mi procurano i mezzi necessari per avvicinarmi alla conoscenza del Reale.
L'ideale di un passato mitico, di una sorgente luminosa dalla quale è scaturita la manifestazione durante un processo di condensazione e l'ideale di un futuro popolato da bambini con gli occhi d'oro che indicano la "Via" per trasformare l'angoscia in beatitudine suprema si equivalgono.
Sono sostegni per la mente bambina dell'uomo.
Sono, in fondo, necessari ed hanno un loro grado di realtà, nel senso che producono dei frutti.
Scrive Plotino: "i
l Magistero non va oltre questo limite, di additare cioè , la via ed il viaggio, ma la visione è già tutta un'opera personale di colui che ha voluto contemplare"
Un maestro  (ATTENZIONE peril Vedanta Advaita il Maestro in fondo NON ESISTE chi parla per lui è l'Unico, il Guru, l'ESSERE....) darà delle indicazioni che l'aspirante filosofo riterrà valide o meno valide a seconda di quello che alcuni definiscono "il suo livello coscienziale", ovvero la direzione che i suoi moti psichici, la sua cultura, la sua costituzione fisica (?) gli hanno indicato.
Dibattere se una teoria sia più nobile o più giusta di un'altra o peggio tentare di convincere qualcuno della superiorità delle proprie credenze, del proprio guru, del proprio lignaggio, è un assurdità.
Dire come accennava Avasa che il Dalai Lama non è un illuminato, o che i discepoli di Babaji non comprendono il rito del fuoco è atteggiamento Duale che non ha niente a che vedere con l'Advaita.Ciò non significa che si possa dire e fare tutto ciò che passa per la mente e definirlo conoscenza tradizionale, o conoscenza yogica o  illuminazione conoscenza tout court, ma pure occorre considerare che non esiste non può esistere una via o una credenza superiore ad altre essendo la Realtà Unica.
Le dottrine, le pratiche, gli esercizi,le scritture sono dei sostegni, degli appigli cui la mente può afferrarsi per non esplodere a contatto con la Verità.
Esiste però uno Yoga senza sostegni.
Lo Yoga di Gaudapada e Samkara, che chiamiamo spesso Advaita Vedanta, è detto Asparsa, dove स्पर्श sparśa significa Tocco, Contatto ma anche Toccante nel senso di commovente o emotivamente coinvolgente.
Asparśa, con la privativa, sarà  ciò che non ha possibilità di contatto, senza appigli, senza nessuna possibilità di coinvolgimento fisico, emotivo, sentimentale, mentale....Lo si può esprimere in una conferenza o in uno stage?

giovedì 3 settembre 2015

ADVAITA VEDANTA?

Quest'anno prima al Sand di Titignano,poi al Festival Vegano di Sarzana e poi a Cisternino, in Puglia, ho ascoltato delle cose bizzarre sull'advaita vedanta. Diciamo che è un termine che oggi, soprattutto in america, va assai di moda, ma le elucubrazioni di molti degli studiosi, maestri e filosofi che ho conosciuto mi pare che abbiano un po' poco a che vedere con la filosofia di Shankara Bhagavadpada,padre riconosciuto dell'Advaita Vedanta. Alcuni lo trasformano in una specie di nichilismo idealista, per cui niente di ciò che si vede e si tocca ha esistenza propria, tutto è un'illusione ecc. ecc. Altri, suggestionati forse da alcune teorie del buddismo theravada, considerano il corpo un inutile involucro pieno di sangue, urina e feci e finiscono per  trasformare la filosofia di Shankara, in una specie di regno della logica contrapposto al mondo della materia, brutto sporco e cattivo.
Ovviamente non mi sento il portatore della verità Advaita, nè uno strenuo difensore dell'ortodossia shankariana, ma visto che ho studiato e praticato a lungo gli insegnamenti degli shankaracharya (sette anni per la precisione) mi è parso utile cominciare a mettere per scritto alcune mie riflessioni sui temi secondo me fondamentali del MayaVada (così Shankara definiva la sua "visione filosofica dei Veda) o Uttara Mimansa. 
Comincerò parlando di Quantità e Qualità.


Credo che si dovrebbero considerare alcuni punti essenziali che sfuggono, talvolta, allo studioso o al "simpatizzante" occidentali.
Advaita vedanta è la filosofia del "non due".
Non si tratta di discriminare ciò che è non reale da ciò che lo è e non c'è un "uno" contrapposto ai molti.
L'Advaita Vedanta è al di là del numero e delle qualità.
Nel riportare le parole, spesso intraducibili, di Shankara si creano definizioni anche belle, ma non esattissime che generano interpretazioni tanto suggestive quanto campate in aria.
Advaita innanzitutto è, per lo yoga, uno stato o meglio una delle possibilità dell'essere umano nel suo divenire (tanto per citare Guenon), e questo stato viene reso in italiano con le parole "coscienza eterna e onnipervasiva". 

Onnipervasiva significa che pervade ovvero che entra/penetra/fa parte di ogni cosa. 
Coscienza significa che c'è un qualcosa che sa di esistere ed è in grado di conoscere (quindi tra virgolette di "discriminare"). 
Eterna vuol dire che è al di là del tempo e tutto ciò che è al di là del tempo, per noi, è A-Logico. Possiamo ripetere le parole "eterno", "infinito" o "onnipervasiva" milioni di volte, ma non riusciremo mai a comprendere veramente cosa significano, perché la mente umana non è attrezzata per farlo!
Per noi  esiste solo ciò che ha un inizio ed una fine, e possiamo conoscere solo qualcosa che è diverso da noi o diverso da qualcosa che già conosciamo.
Non è colpa nostra! La nostra mente è fatta così. Questo significa che non abbiamo la minima possibilità di capire cosa sia Advaita. Possiamo leggere tutti i libri del mondo, ma se non scopriamo come modificare prima la nostra "tecnica del pensare" e poi la nostra mente, non caveremo un ragno dal buco.
Tutto ciò che è percezione dipende dalla mente che, anche se confondiamo i termini, è cosa diversa dalla coscienza.
Per l'advaita vedanta la mente è "una forza inconscia" che limita (apparentemente) la coscienza illimitata, ma questa forza inconscia è una espressione della Dea.
Per essere più chiaro: non è che il corpo o un qualsiasi fenomeno fisico (rupa, artha) siano illusori o siano più o meno reali dello spirito, delle idee, dei pensieri (nama, shabda), per Shankara, non hanno esistenza propria nel senso che sono "causati" da qualcosa d'altro.
Shankara dice che c'è la possibilità di riconoscersi/realizzarsi/identificarsi in quel qualcosa d'altro, nella causa prima, o "causa incausata" [per usare una definizione che piace ai filosofi e fa incazzare tutti gli altri].
Beh! non è, per quel che ne so, che Buddha Shakyamuni o Lao Tsu dicessero cose tanto diverse, ma questo non è importante, adesso. 
Torniamo all'advaita. Né Shankara, né nessuno dei suoi allievi ha mai definito illusorio un fenomeno: è l'identificazione che non è reale, non la mente o il senso dell'ego o il corpo in sé.
La pratica dell'Ishtadevata (che fa parte del sadhana advaita ) consiste nel limitare la "coscienza eterna ed onnipervasiva" di cui si parlava prima in una statua, un dipinto o un'immagine creata dalla nostra mente.
Ora, diciamocelo, pensiamo davvero che gli yogin e i preti che fanno le puja alle varie divinità siano dei deficienti? Pensiamo che un essere umano di intelligenza media possa veramente credere che Dio, "quel" Dio, l'Assoluto, infinito ed eterno creatore possa essere rinchiuso in una statuetta di bronzo? Si tratta di un gioco, di un trucco per la mente: se riesco a farle credere che in quella statuetta c'è la divinità nella quale (mi hanno detto) deve identificarsi, piano piano realizzerà la possibilità di non essere identificata con il corpo, con le emozioni ecc.
Limitare la coscienza assoluta in una immagine di Vishnu o nella mente del singolo è esattamente la stessa cosa...
Questo non significa che l'immagine di Visnu o la "mia"mente non esistano. 
Discriminazione, per Shankara, consiste nel comprendere che non c'è differenza tra l'oggetto percepito e colui che percepisce: guardo l'immagine di Vishnu e utilizzo delle tecniche (mantra, asana, mudra, dhyana) per identificarmi con "quel" Vishnu.
"Discriminazione", se si parla di advaita vedanta, non è una facoltà della mente, ma un allenamento, un esercizio che serve a preparare la trasformazione" della "tecnica del pensare" e della mente. Non c'è un qualcosa che sia più reale di qualcosa d'altro. Il sadhana advaita passa attraverso il riconoscimento della non realtà delle identificazioni e delle differenze, attraverso l'identificazione e la differenza .
L'occidentale è  molto affezionato alla propria mente ed al proprio ego.
Spesso li santifica. Q
uando entra i contatto con le discipline orientali tende, all'opposto, a disprezzarli e a demonizzarli. Non so perché accada. Di certo so che la demonizzazione del corpo, dell'io o della mente non hanno niente a che fare con Shankara e l'advaita vedanta.
Il concetto fondamentale del "monismo shankariano" è che non c'è differenza tra nome e forma, tra nome e nome e tra forma e forma
Forma e nome sono reali ed esistono sin dal momento in cui uno pensa "io sono".
Credere che la "discriminazione di cui si parla nello yoga, sia l'azione di un io percepente che discrimina tra oggetti interni od esterni scegliendo quello che è più reale o meno reale" è un errore  Discriminare significa comprendere l'illusorietà delle differenze, non l'illusorietà dei fenomeni.
L'energia che mi spinge a comprendere un sutra di Shankara è la stessa che mi porta a leggerlo ed è la stessa che mi porta a fare la cacca.
E l'odore della cacca viene percepito esattamente grazie alla stessa energia.
Ci sono tecniche indo-tibetane o taoiste per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile il processo delle funzioni evacuatorie. 
Hanno la medesima rilevanza e la medesima potenzialità delle tecniche per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile l'insorgere del pensiero e delle emozioni.
Non importa l'azione in sé quanto la qualità dell'azione.

giovedì 13 agosto 2015

GORAKSHA, IL MAHANATH



La mia fissazione per Babaji e il Gorakhvani ["I segreti di Guru Gorakh"- un libriccino di qualche decina di pagine edito da J.Amba editrice] è cominciata nel luglio 2012, quando sono entrato per la prima volta nell'Ashram Bhole Baba, a Cisternino (nella Val d'Itria). Appena mi ha visto Rupchand, uno dei discepoli storici di Babaji di Hairakhan (uno di coloro che ne ha ascoltato direttamente gli insegnamenti per intenderci), mi ha guardato negli occhi e, praticamente senza dire una parola, si è alzato ha preso un libro dallo shop dell'Ashram e me lo ha regalato. 
II libro era, appunto, il Gorakhvani, resoconto scritto delle istruzioni impartite da Babaji a Shri Shastri Vishnu Datt. 
Secondo me si tratta di un testo straordinario, che descrive il percorso della realizzazione secondo gli insegnamenti Nath, attraverso una serie di simboli presi dai Veda, dai Purana, dal kundalini yoga, dal tantrismo tibetano... Dopo qualche giorno, Rupchand mi ha presentato Lisetta Carmi, la fondatrice dell'Ashram e poi insieme a lei, un'altra allieva"anziana" e la mia amica Ivana, mi ha portato nella "stanza del maestro", una cameretta con il suo letto, un paio dei sandali, una fotografia in bianco e nero che sta misteriosamente virando in oro e argento, e il bastone che Babaji che usava, credo, per passeggiare. 
Non so perchè Rupchand mi abbia fatto questi doni (penso che non siano moltissimi coloro cui è stato permesso di entrare nella stanza di Babaji), ma so che per me è stata un'esperienza sconvolgente. Niente a che vedere con la devozione o quel senso di pace e amore che aleggia nell'Ashram come in molti altri luoghi di culto. E' stata un esperienza fisica, fatta di percezioni e di "trasformazioni". Soprattutto è stato un esperienza "ripetibile" perchè i fenomeni si sono riprodotti, identici, ogni volta sono tornato all'ashram. 
Credo che dietro lo Yoga dei Nath ci sia una scienza più antica di quanto possiamo immaginare. E credo che Babaji, in quanto MahaNath (il Grande Nath, che si potrebbe tradurre con "GRANDE SPIRITO PROTETTORE" o "GRANDE MAESTRO CHE PROTEGGE") con le sue parole abbia tentato di aprire uno spiraglio sulle vere origini e i veri scopi dello yoga o per meglio dire sulle vere origini e i veri scopi dell'essere umano.
babaji


IL GORAKSHVANI
Negli anni '70 Babaji di Hairakhan istruì in Nepal un gruppo di 8 discepoli allo yoga di Gorakanath. Gli insegnamenti, trascritti da Shri Shastri Vishnu Datt, erano impartiti in versi, nella lingua dei sadhu e dei cantastorie dell'Himalaya.
Ne leggo un brano dalla traduzione di Gora Devi ("Gorakhvani - i segreti di guru Gorakhnath" J. Amba Edizioni):

".... Tu hai conquistato  il sonno [Nidra], che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.
Quando il demone Ma
dhukaitabb attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del sonno [Nidra Devi]Allora lei svegliò Vishnù che lottò [...] contro Madhukaitabb. Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul sonno [Nidra]Chiunque conquista il sonno [Nidra] conquista Mahakala. I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath. Tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!" 
In quarant'anni di pratica dello yoga ho letto e studiato decine  di libri di filosofia indiana. Le storie, i simboli, i loro sorprendenti collegamenti con l'anatomia e i moti celesti mi sono diventati, con il tempo, familiari. Di solito, non fatico molto a trovare delle chiavi di interpretazione, ma questo testo mi ha veramente "spiazzato"  e non solo per il suo tono misterioso, ma, soprattutto, perchè l'autore è Babaji di Hairakhan, il "Guru della semplicità".
Si dice che l'insegnamento di un Maestro agisca "a vari livelli coscienziali", ovvero che abbia validità ed efficacia a prescindere dalla cultura, dalla sensibilità, dall'intelligenza e dall'intuito dell'ascoltatore. Le parole e le frasi sarebbero solo un mezzo attraverso il quale viene trasmessa l'energia divina detta śakti o kuṇḍalinī, per cui, alla fin fine, il loro significato letterale avrebbe un'importanza relativa. Probabilmente è vero: il devoto, colui che ha fede in un Maestro e lo considera una diretta espressione della divinità, non ha bisogno di capire o di studiare, semplicemente apre  il cuore... 
Se un maestro è "IL" Maestro, che dica "Ambarabàcicciccò" o "Tu hai conquistato  il sonno [Nidra], che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte " il risultato dovrebbe essere lo stesso: la śakti circola "a prescindere". 
Perché, allora, Babaji  parla in maniera tanto complicata?
Chi è Madhukaitabb
i cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini? 
Cosa significa "Chiunque conquista Nidra (il sonno) conquista Mahakala [il "Signore del tempo", una forma di śiva molto comune nei testi e nei rituali tibetani]" ?
babaji
Gli insegnamenti dati da Babaji a Shri Shastri e agli altri sette discepoli, non sono insegnamenti "ordinari": gli sta passando lo Yoga dei Nath, l'essenza del Tantrismo. Il"Gorakhvani" è un testo prezioso e trovo incredibile che sia così poco noto e studiato, ma forse anche questo ha un senso...
Riprendiamo il brano che ho citato all'inizio e vediamo di capirci qualcosa [le parentesi quadre sono mie]:
".... Tu hai conquistato  il sonno [Nidra], che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu. Quando il demone Madhukaitabb attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del sonno [Nidra Devi]Allora lei svegliò Vishnù che lottò [...] contro Madhukaitabb. Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul sonno [Nidra]Chiunque conquista il sonno [Nidra] conquista Mahakala. I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath. Tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!
Come prima cosa dobbiamo armarci di pazienza e di un buon dizionario. E tener conto del fatto che nei testi operativi del tantrismo, cioè nei manuali pratici, non c'è niente di casuale:
- i numeri, i nomi, le immagini suggerite fanno sempre riferimento a tecniche (kriyā) e/o ad elementi di fisiologia sottile (vayucakra e nadi).
- L'identità di macrocosmo e microcosmo per gli yogin è una verità assodata: i processi energetici e gli organi del corpo sono sempre riferiti ai moti celesti e agli astri e viceversa.
Ma veniamo all'analisi del testo: "il sonno nascosto nell'Oceano di Latte". nidra, è  lo stato in cui troviamo Viṣṇu all'inizio di uno dei miti indiani della Creazione (vedi BHAGAVATA PURANA ): 
vishnu

Per farla breve sull'oceano di prima dell'inizio [ l'Oceano di Latteviṣṇu è immerso nel sonno [nidra, o più correttamente "yoga nidra"] sotto lo sguardo della sua sposa [lakṣmī, la "luminosa"]. Dal suo ombelico [ dal  III cakra detto nabhi  che significa "mozzo della ruota" o  maṇipūra,"città dei gioielli" o "centro dei dieci maestri"] sboccia un fiore di loto luminoso sul quale siede brahmā, con i suoi quattro libri sacri [i veda].  Improvvisamente da un orecchio di viṣṇu escono fuori due demoni, madhukaiṭabha, che rubano i quattro veda e li nascondono nelle profondità dell'Oceano di Latte. Viṣṇu  si sveglia, si trasforma in  hayagrīva ["collo di cavallo"], uccide i due demoni, li smembra in "2 x 6 pezzi"[due teste, due busti, quattro braccia, quattro gambe] e restituisce a brahmā  i quattro veda.
Come si vede il Mito cui accenna Babaji è già di per sè molto complesso. Solo sul nome dei due demoni si potrebbe scrivere un trattato:
मधु madhu significa "miele" e कैटभ kaiṭabha è uno dei nomi di durgā, la "Grande Dea", la madre dell'Universo.
Facciamo molta attenzione a questi particolari: i demoni che ESCONO DALL'ORECCHIO di viṣṇu si chiamano MIELE DELLA DEA MADRE.
Se poi analizziamo le parole sillaba per sillaba  si possono fare altre scoperte interessanti: prendiamo l'epiteto di durgākaiṭabha.
कै kai sta per SUONO, con riferimento alla sillaba inscritta nel primo petalo del cakra del cuore  [NB. su ogni petalo dei cakra tradizionali è inscritta una sillaba dell'alfabeto sanscrito. Nei dodici petali del  cakra del cuore (anāhata) sono inscritte le prime dodici consonanti e la prima, in senso orario e dall'alto in basso, è appunto ka].
ट ṭa significa invece sia  SUONO che GIURAMENTO che QUARTO, con riferimento alla sillaba inscritta nell'11 petalo del cakra del cuore
भा bhā sta, infine, per LUCE, con riferimento alla sillaba bha inscritta nel secondo dei sei petali del cakra dei genitali (svadhiṣṭhāna).
Tradurre kaiṭabha con "  giuramento della LUCE/SUONO" o "il quarto che è luce e suono assieme" non sarebbe tanto campato in aria....
Dunque, ricapitolando, abbiamo un Dio Supremo  immerso nello Yoga Nidra (che non è un sonno normale, ma una tecnica yogica) sotto gli occhi vigili della sua sposa (la DEA DELLA LUCE, lakṣmī). Dal suo ombelico esce un loto sul quale siede brahmā(l'ordinatore) che con l'aiuto dei quattro veda (la LEGGE universale trasposta nel linguaggio scritto) crea il mondo. Dalle sue orecchie (di viṣṇu) esce invece IL MIELE DELLA DEA, che ad intuito, è un suono, o una vibrazione, o un canto CHE IN QUALCHE MODO SI CONTRAPPONE AL LINGUAGGIO SCRITTO, AL LINGUAGGIO RAZIONALE.
Il testo di Babaji è complesso e ovviamente lo è anche il lavoro di interpretazione. Prima di andare avanti  è meglio sottolineare alcuni dettagli:
1)il SONNO CHE GORAKHANATH SCONFIGGE è lo stesso che dà inizio alla creazione dell'Universo.
2) il  testo di babaji è pieno zeppo di riferimento a suoni, canti, strumenti e note musicali.
Il segreto di Gorakhanath è nel suono, o meglio nella Vibrazione e si può comprendere solo mettendo in relazione "fisicamente" l'UNIVERSO, il NOSTRO MONDO  e il CORPO UMANO.
Una verità che, probabilmente, è suggerita anche dall saluto dei nath ADESH, parola che "loro" traducono con: il JIVA, l'ATMAN e il BRAHMAN sono UNO.

IL SIGNORE DEL TEMPO
Nel "Gorakhvani" ("I SEGRETI DI GURU GORAKHNATH" - J.Amba edizioni) Babaji di Hairakhan insegna lo Yoga dei Nath.
babaji
Il Gorakhvani, tenendo conto della semplicità del Babaji "pubblico", è decisamente strano. E' pieno zeppo di citazioni delle scritture indiane (Veda e Purana), metafore tipiche del tantrismo e riferimenti alla numerologia. Ogni parola sembra contenere un insegnamento e il testo lo ribadisce spesso:
"Ascolta Kamalo [....]Le mie parole sono i miei grandi Mantra."
 Alcune frasi sono ripetute in maniera quasi ossessiva, secondo la tecnica dei cantastorie e dei poeti "a braccio". Ce ne è una in particolare, che riecheggia quasi in ogni pagina:
"Gorakhnath ha ottenuto la vittoria sul sonno".
Non è difficile intuire che si tratta di un espediente per portare l'attenzione del lettore/ascoltatore sul tema fondamentale dell'opera. E' una cosa comune nella filosofia indiana. Nelle tecniche di interpretazione dei testi sacri [NB: l'interpretazione fa parte del sadhana dell'Advaita Vedanta secondo gli insegnamenti diShankaracharya] per ripetizione si intende la Pratica del Temaअभ्यास abhyāsa.  In ambito tradizionale (Veda, Upaveda, Vedanta) il Tema viene ripetuto, tante volte (9, 18...108 ) da diventare un elemento ritmico. Se il Gorakhvani fosse un testo vedantico, il verso"Gorakhnath ha ottenuto la vittoria sul sonno" sarebbe senza dubbio. il TEMA della trattazione. Il Tema(abhyāsa), nel Vedanta, è collegato al Frutto (फल phala फलम् phalam ) ovvero agli effetti sperimentabili con la pratica. Babaji è molto chiaro in proposito:
"Chiunque conquista il sonno conquista Mahakal".
Mahakal è il "Signore del Tempo", da lui  scaturiscono i ritmi del cielo e le stagioni e le stagioni dell'uomo. Nel corpo, i ritmi sono scanditi dal fluire delle energie sottili nellenadi di destra [piṅgala nadi nella quale scorre "kuṇḍalinī di SOLE"] e di sinistra [iḍā nadi, nella quale scorre "kuṇḍalinī di LUNA"]. La"terza forma della Dea Serpente",kuṇḍalinī di FUOCO, è  la Divoratrice  del Tempo. nello Hatha Yoga, kuṇḍalinī di FUOCO, dopo aver dissolto e integrato SOLE e LUNA, risale al loto dei mille petali per poi ridiscendere fino al perineo, dando vita alla danza sacra della creazione.




Nel Gorakhvani, Babaji ci insegna che per sconfiggere MAHAKAL, il signore del tempo, ovvero per far innalzare e ridiscendere kuṇḍalinī di fuoco, bisogna "sconfiggere la Signora del Sonnoe questa, secondo me è la chiave per comprendere l'intero testo, ma prima di andare a conoscere la "Signora del Sonno" (ūrmyā, la dea vedica della notte) vorrei esporre una mia tesi: il Gorakhvani è un'upaniṣad, ovvero la testimonianza di una realizzazione e, assieme, un manuale d'istruzione. Per tentare di dimostrarlo devo, mio malgrado, accennare al sadhanavedantico e al tarka (il lavoro di riflessione, discussione  e commento dei testi). Quando ne parlo, nelle lezioni e negli stage, il livello di attenzione scende vertiginosamente. Alcuni escono per improvvise necessità fisiologiche, altri mimetizzano gli sbadigli con smorfie mostruose, altri ancora, i più rispettosi, chiudono gli occhi fingendo di meditare. Di certo, almeno in parte, il calo di attenzione è spiegabile con il mio eloquio (diciamo che non ho il dono della sintesi...), ma ho il sospetto che dipenda anche da un'idea dello yoga un po' troppo naive in base alla quale si scambia l'esigenza della semplicità con il rifiuto dell'erudizione. Yogin come Abhinavagupta, Gorakanath o Shankara si intendono di anatomia, astronomia, grammatica, musica, danza ecc. ecc. Sono artisti e scienziati. Nello Yoga la semplicità, la naturalezza e la spontaneità, salvo casi eccezionali,  vanno acquisite con lo studio e la pratica costante.




Ma torniamo al Gorakhvani: se è un libro "sacro" tradizionale,  non va solo letto: va "PRATICATO". 
La tecnica di interpretazione e di "fruizione" di un testo tradizionale si basa su cinque "strumenti": śravaṇa (ascolto), manana (meditazione nel senso di comprensione letterale e riflessione), nididhyasanam (letteralmente "sedersi  a guardare il tesoro", la meditazione vera e propria) e samadhi (lo stato in cui "la mente riposa in se stessa"). L'ascolto, śravaṇa, di un libro consiste nel verificare se sia "tradizionale" o meno. Si tratta, cioè, di fare una prima lettura verificando la presenza di alcuni requisiti: se lo scritto[o l'esposizione orale] li possiede tutti è  considerato "operativo". Diciamo la verità: se un testo piace e colpisce la mente e il cuore chi se frega se è considerato un testo "tradizionale" o no! E se non piace non ci sarà nessuno che riuscirà mai a farcelo piacere, e quindi comprendere, veramente. Quello di cui stiamo parlando, però è un caso particolare. si dice che Babaji di Hairakhan abbia lasciato solo tre insegnamenti: il karma Yoga inteso come  il lavorare senza curarsi delle ricompense, la ripetizione del "NOME" [OM NAMAH SHIVAYA] e il sacrificio del fuoco. Il Gorakhvani, pieno di riferimenti alle pratiche alchemiche e alle scritture potrebbe essere il suo quarto dono. Studiarlo e analizzarlo come si fa [o si dovrebbe fare] con le upaniṣad  potrebbe riservare delle sorprese.
 I requisiti di un testo tradizionale sono 6:
INIZIO E FINE  -  RIPETIZIONE - UNICITA' - FRUTTO -  ELOGIO - VERIFICA,
e secondo me il Gorakhvani li possiede tutti. 
Per dare un'idea del lavoro che ho fatto sul testo ho preparato uno schema nel quale, alla breve descrizione di ognuno dei sei requisiti corrisponde una citazione tratta dal testo di Babaji:
1) INIZIO E FINE (उपक्रम upakrama e उपसंहार upasaṃhā) significa che in un testo tradizionale l'inizio e la fine di ogni singolo capitolo devono essere legati tra loro ed esporre con chiarezza il tema trattato
Gorakhvani, pg. 55, inizio capitolo -
"[...] 1 settembre 1976, mattino. Gorakhnath parla.
 Ascolta attentamente Kamalo. 
Ora ti darò gli insegnamenti segreti[....].
Pg. 61 fine capitolo -

" Le mie parole sono i miei grandi mantra[...] 
Gorakh adesso se ne va nel nord dell'Himalaya. 
Oggi la gente riposerà qui".

2) RIPETIZIONE DEL TEMA  (अभ्यास abhyāsa), come ho già scritto il tema del Gorakhvani è
"la sconfitta del Sonno"

3) UNICITA' E STRANEZZA (अपूर्वता apūrvatā), un testo deve essere originale e deve al tempo non essere in contrasto con la "Filosofia perenne" (Sanatana Dharma), nel caso del Gorakhvani non mi sembra ci possano essere dubbi.

4) FRUTTO, RISULTATO PREVISTO (फल phala o फलम् phalam), nel Gorakhvani il frutto è
"la conquista del Tempo"

5) ELOGIO, CELEBRAZIONE (अर्थवाद arthavāda).
Gorakhvani (p.e.) pg. 63:
Vieni Maestro Gorakh, 
mi inchino a te ripetutamente. 
Tu sei il supporto dei tre mondi, 
dei nove luoghi segreti, 
e dei quattordici regni"

6) VERIFICA LOGICA (उपपत्ति upapatti), ovvero la dimostrazione attraverso il ragionamento e la citazione di eventi passati e di brani delle scritture, della validità delle tecniche esposte nel testo.
Gorakhvani, (p.e.) pg. 71:
"[...] Immergiti in quel lago d'amore, Kamalo, 
dove risiede il Signore Samba Sada Shiva. 
Io ho dato questo nettare d'amore al re Gopichand,
 l'ho dato a Chandraval, a Bhartri."

babaji
 Il Gorakhvani, per quel che mi riguarda, è un testo sacro, la testimonianza di una realizzazione e, assieme , un manuale d'istruzione. Comprenderlo significa acquisire la conoscenza dello Yoga dei Nath. Così, almeno, dice Babaji:

Dhanyan, Almora, 2 ottobre 1976
"[...] Kamalo dice:
Balihari Shri Gorakh Baba, vittoria a te!
Tu hai dato così tanti insegnamenti 
in così poco tempo.
L'intero Universo nel cuore
medita ai tuoi piedi
-Shri Gorakh dice:
-Sei stato meraviglioso Kamalo.
In un momento hai rubato 
tutta la conoscenza di Gorakh."


  

TECNICHE OPERATIVE 
Il Gorakhvani è un testo, tra virgolette, "operativo", contiene sia le tecniche che  la descrizione degli effetti sperimentabili. 
Il problema è che è scritto in un linguaggio per addetti ai lavori e fa riferimento a miti simboli così lontani dalla nostra cultura da sembrare indecifrabili. 
Però, come ho già scritto, se ci armiamo di pazienza e di un buon dizionario possiamo farci un'idea di ciò che Babji  ha voluto trasmetterci. 

Riprendiamo il brano che avevo citato in precedenza  e analizziamolo nei dettagli:
[NB. le parentesi quadre sono mie. Ho segnato, con i numeri tra parentesi, alcuni punti secondo me fondamentali che, man mano, cercherò di approfondire]
"[...] I più grandi yogi e le yogini si inchinano giorno e notte. Essi pregano: "Vieni maestro Gorakh(1).
Liberaci per favore dai legami. Tu hai conquistato il sonno [nidrā](2), che per paura di te fu nascosto nell'Oceano di Latte (3) e dato a Vishnù.
Quando il demone Madukaitabb(4) attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la "Dea del Sonno" [nidrā devi].
Allora lei [nidrā devi] svegliò Vishnù che lottò [...] contro Madhukaitabb.
Gorakhanath ha ottenuto la vittoria sul sonno [nidrā]. Chiunque conquista il sonno conquista Mahakala(5).
I cinquantasei Kalwa e le sessaquattro yogini(6) esclamano: "Jai Jai Guru Gorakhnath. Tu sei il Mahanath dei Nath [...].
Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada (7), come hai cantato bene!"

vishnu killed madhu kaitabha
Vishnu uccide Madhu-Kaithabha

(1)BABAJI E' GORAKANATH
Babaji e Gorakhanath sono,in un certo senso, le stessa persona. Gorakhanath è un personaggio storico. 
Conosciuto anche come Goraksha, Gorkha o Korakka Siddhar è il fondatore dello hatha Yoga ed è considerato un maestro illuminato in gran parte dei paesi orientali: i Gurka, i temibili guerrieri nepalesi, ad esempio, si chiamano così in suo onore, ne Kashmir è visto come il padre nobile del Sikhismo e nel Tamil Nadu viene celebrato come uno dei Siddha di Chidambaram, il "gruppo di ricercatori" formato da  Patanjali, Viaghrapada, Tirumular, Boghanathar ecc. che avrebbe dato vita allo Yoga, alla Danza, alla Medicina e alle Arti Marziali indiane. 
Gorakh ha scritto decine di libri, sulle posizioni, le mudra, le kriya, Kundalini e l'alchimia interiore, le cui stesure originali, in buona parte, sono conservate nel Museo del Rajastan.
gorakh
Goraksha

Se l'esistenza di Gorakhanath è testimoniata da una miriade di documenti, la sua data di nascita  è invece dubbia. Secondo alcune fonti è vissuto tremila anni fa, secondo altri  tra il V e il III sec. a.C. e per altri ancora nel X secolo d.C.. 
La presenza, documentata, di Gorakhanath in epoche così diverse si può spiegare in almeno due modi:
1) E' vissuto migliaia di anni grazie alla capacità di rigenerazione cellulare che i Siddha  affermano di aver sviluppato con il loro Yoga (Tirumular, nel suo libro Tirumantiram afferma di avere tremila anni!).
2) Il suo nome e la sua identità si sono trasmessi di generazione e generazione per ragioni  di "lignaggio".
navnath
I nove immortali del lignaggio Nath

Il lignaggio (in sanscrito "paramparā" o "sampradāya") è una catena ininterrotta di insegnamenti diretti  da insegnante [guru, che significa grande, coraggioso, violento...] ad allievo [śiṣya che significa "rabbia","passione"...]. Quando un discepolo acquisisce lo stato coscienziale [la conoscenza, i poteri, il carisma...] di un maestro del passato ne assume anche l'identità. Per ciò che riguarda il maestro di Gorakhanath alcuni testi si dice sia stato Matsiendranath, " il Pesce", in altri Boghanatar, "l'Alchimista".
boghanatar
Boghanathar

Suppongo che Matsyendranath e Boghanathar siano la stessa persona. E questo potrebbe spiegare il motivo per cui Babaji nel Gorakhvani,"parla con la voce di Gorakhanath": Babaji  è Gorakhanath! Prima di divenire immortale, come vuole la tradizione dei Siddha e dei Nath, Babaji, infatti, era uno yogin chiamato Nagaraji [parola che può significare sia "Re dei Naga/Cobra" sia  "Naga/Cobra del palato molle"] ed era allievo, appunto, di Boghanathar. Gorakanath e Babaji Nagaraji, quindi o sono la stessa persona o,  sono allievi dello stesso maestro, che per lo yoga è come dire "fratelli di sangue"
babaji nagaraji
babaji nagaraji

(2) LA DEA DEL FIORE CHE SBOCCIA
L'abitudine, non solo italiana, di tradurre Nidrā con "sonno" impedisce la piena comprensione del testo: Nidrā devi non è la Dea del sonno così come yoga nidrā non è lo yoga del sonno. SONNO in sanscrito, di solito si dice supti o svapna. La parola निद्रा nidrā invece indica lo "stato nascente di un fiore", il momento esatto in cui sta per sbocciare. In altre parole è IL MISTERIOSO POTERE CREATIVO DELLA TERRA E DELLA DONNA che permette alla vita di sbocciare nell''oscurità e nel silenzio del VENTRE e dei MONDI SOTTERRANEI. Per allargamento semantico è anche "l'ozio creativo". Nella scienza delle lettere indiana निद्रा nidrā è il nome segreto della lettera भ bha, inscritta nel terzo petalo del cakra dei genitali, che sta per "luce","scintillio","irraggiamento"...Per tornare al nostro testo bisogna considerare che quando Babaji parla di nidra non si riferisce al "dormire", ma allo yoga nidra [una tecnica per indurre quello stato meditativo o premeditativo simile a ciò che i buddisti chiamanosamatā] e quando parla di nidrā devi intende la divinità vedica chiamata ūrmyā.
vishnu
Vishnu in Yoga Nidra

La dea ūrmyā è la gemella della "Signora dell'Alba", uṣā. E qui la faccenda si complica. Babaji e i Nath, sfuggono alle differenze dottrinali, alle chiese, alle distinzioni tra scuole e stili cui siamo abituati. Per loro lo yoga è uno. Il "sistema" dei Nath è impressionante: basta socchiudere una porta per trovare improvvisamente  spiegazioni chiare di simboli e tecniche prima incomprensibili  e per svelare i legami, stupefacenti, tra realtà apparentemente lontane tra loro. Gli insegnamenti che credo di aver  colto [a volte grazie al caso e, almeno in un caso, al sogno] nel testo di Babaji sono difficili  da comprendere se non ha si ha un minimo di conoscenza della cultura vedica, del tantrismo e del buddismo tibetano, ma proverò ad essere il più chiaro possibile.
Cominciamo dal nome della Dea che Gorakhnath "sconfigge" o "conquista": ūrmyā, letteralmente, è la SIGNORA ONDULATA o la SIGNORA DELL'ONDA. Onda in sanscrito si dice ūrmi, ma nel tantrismo è il NOME MISTICO DELLA LETTERA ū. per molti questo non significherà niente, per chi conosce un pochino la scienza delle lettere [cfr. Giuseppe Tucci - Teoria e Pratica del Mandala - Ubaldini editore] sa che rappresenta una DELLE POTENZE PRIMARIE DELLA CREAZIONE. L'universo dello Yoga è musica allo stato puro. vibrazioni che si danzano nello spazio infinito, si incontrano e creano accordi o disaccordi. Le potenze primarie sono sei, le prime tre vocali o vibrazioni, le potenze "del giorno" a-i-u  e la loro eco, le potenze della notte" ā-ī-ū. Ognuno di loro è l'iniziale di una parola che esprime gli effetti che la potenza ha sulla manifestazione e sull'essere umano.
a=anuttara, la SUPREMA,
i= icchā, il DESIDERIO,
u= unmeṣa, l'ESPANSIONE,
ā= ānanda, la BEATITUDINE,
ī = īṣaṇā, la POTENZA CREATRICE,
ū = ūrmi, l'ONDA.
Queste sei potenze danzano nell'OCEANO DI PRIMA DELL'INIZIO (Oceano di Latte), anzi "SONO" l'Oceano di Latte. Il suono che genera il loro fluire infinito è il pranava ॐ AUM. Quando si RIPOSANO si scontrano e danno vita a tutte le lettere dell'alfabeto sanscrito che rappresentano LE VIBRAZIONI DELLA MATERIA E DI TUTTI I FENOMENI. In altre parole l'alfabeto sanscrito è l'UNIVERSO. Queste vibrazioni sono le divinità del pantheon indiano. La dea ūrmyā, che nella traduzione del testo di Babaji è chiamata DEA DELLA NOTTE è la potenza dell'ONDA [ū = ūrmi], l'ONDA sorella e compagna della Potenza dell'ESPANSIONE [u= unmeṣa].
Nelle varie tradizioni la Potenza dell'ONDA e la Potenza dell'ESPANSIONE assumono nomi diversi, ma sono sempre rappresentate nella stessa maniera: ūrmyā in India anche detta maa kalaratri [una delle nove forme di durgā] e alakṣmī e in Tibet è Palden Lhamola protettrice dei Lama e degli insegnamenti di Buddha.
palden lhamo

La "DEA DEL SONNO" cavalca un mulo magico [ha un terzo occhio che gli permette di vedere attraverso il tempo e lo spazio] che NUOTA IN UN OCEANO DI SANGUE. Nel tantrismo tibetano è la SPOSA DI MAHAKALA, il SIGNORE DEL TEMPO, e a questo punto i versi di Babaji assumono un significato diverso. Rivediamoli un attimo:
"[...] Tu hai conquistato il sonno [nidrā](2), che per paura di te fu nascosto nell'Oceano di Latte (3) e dato a Vishnù[...]
Gorakhanath ha ottenuto la vittoria sul sonno [nidrā]. Chiunque conquista il sonno conquista Mahakala(5)[...]"
Mahākāla, letteralmente "grande nero" è, sia in Tibet che in Giappone,  il guardiano del buddismo. Mi sono chiesto:"Perchè Babaji identifica la realizzazione con la conquista del Guardiano del Buddismo e della sua Sposa?". La risposta, come spesso accade quando si parla di yoga, è venuta dal dizionario: Mahākāla è il GONPO, il protettore, traduzione tibetana della parola sanscrita Nāth. In altre parole NATH, MAHAKALA e SHIVA è esattamente la stessa cosa. Nath è colui che si identifica con lo SHIVA SENZA TEMPO, lo śiva che giace cadavere prima che la Dea lo risvegli con la sua danza.
shiva kali

Per identificarsi con śiva, ovvero CONQUISTARE MAHAKALA, bisogna prima conquistare NIDRA DEVI, la dea del "fiore che sboccia", perchè lei è la śakti.
Ma perchè NIDRA DEVI si nasconde nell'Oceano di latte [punto (3)]?
Nel tantrismo per latte si intendono sia il latte materno [strīkṣīra o "acqua della signora] sia il sangue mestruale [jīvarakta o "sangue dell'anima"]. L'OCEANO di LATTE in cui si nasconde il potere creativo della donna [nidrā] è BIANCO e ROSSO come il Latte e il sangue mestruale che  sono legati dal segreto della fecondità: quando esce il LATTE DEL SENO non esce il LATTE DELLA VAGINA e viceversa. Entrambi, sangue e latte, nascondono il segreto della vita. 
Veniamo adesso alla domanda più importante: Come si fa a carpire il segreto della Vita?
Babaji ce lo dice con queste parole:
 " Vieni kamalo [uno dei nomi con cui chiamava il suo allievo Shastri], quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada(7), come hai cantato bene!
Narada, che viene citato nel testo moltissime volte, oltre ad essere il protagonista di molte storie e leggende popolari, è il più grande studioso e interprete indiano di Vedanga, i manuali di applicazione dei Veda. Nel NARADA PURANA insegna a leggere i Veda tenendo conto dei legami che esistono tra danza, musica, recitazione, metro poetico e astronomia. In pratica il Narada Purana è un trattato di scienza delle vibrazioni. I numeri 56 e 64 ad esempio, che vengono ripetuti continuamente da Babaji ( [...] i cinquantasei kalwa e le 64 yogini [...]) fanno riferimento sia a due particolari metri poetici [ cioè al ritmo della recitazione...] sia al numero di raggi creativi cakra del perineo e del cakra della fronte. Bisogna considerare che i cakra, rappresentati come fiori di loto, non hanno solo un certo numero dei petali, ma anche dei raggi di creazione o "risonanze" (nada). In pratica ogni cakra se, stimolato nella maniera giusta, risuona a determinate frequenze. Un gruppo di frequenze crea una melodia, o una stanza poetica, non riproducibile "volontariamente". Ad ognuna di queste melodie, corrisponde una diversa forma della divinità. Per essere più chiari:  OM NAMAH SHIVAYA, se recitato con la giusta intonazione e la giusta metrica, non è il mantra di śiva, "è" śiva!
SHIVA
Prima di approfondire ulteriormente il testo secondo me occorre fissare e tenere a mente alcuni punti:
- Babaji è  Gorakhanath (o ne è l'incarnazione o ne ha condiviso l'istruzione come abbiamo chiarito sopra).
- Il lavoro che propone nel Gorakhvani è basato sulla scienza delle vibrazioni (questo lo chiariremo in seguito, per basti notare l'insistenza sul canto e la musica e i continui riferimenti al Rishi Narada che è colui che, nel Narada Purana, spiega l'importanza della musica, del metro poetico e della recitazione nei veda).
- Lo yoga dei Siddha Nath è molto più antico di ciò che crediamo ed è alla base dello hatha Yoga, dell'alchimia taoista e del tantrismo tibetano.

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