venerdì 18 novembre 2016

ADDESTRARE L'INTUIZIONE




Uno dei principali problemi che si incontrano quando studiamo dei testi tantrici o vedantici, è quello delle traduzioni. In sanscrito si usano decine di parole differenti per indicare il medesimo concetto ed ognuna di esse ha sfumature diverse. 


Per noi, che leggiamo traduzioni in italiano tratte a loro volta da traduzioni in lingua inglese, cercare di capire cosa volessero dire davvero Shankara o Patanjali diventa un'impresa ardua.
Prendiamo il termine "realtà".
In sanscrito si  può dire:

तत्व tatva
अस्तिता astitā
भूतता bhūtatā
भाव bhāva
सत्य satya
सत्त्व sattva
बाह्यार्थ bāhyārtha

ecc. ecc.

In tutto ci saranno una trentina di vocaboli che vengono  tutti tradotti con realtà o con reale, ma poi, se si va ad approfondire si scopre che  अस्तिता astitā sta per "esistenza", "stare", भाव bhāva sta per "sentimento", "emozione" ecc., सत्य satya per "sincero", "genuino", "non artificioso" e così via.


Se in un testo  trovo che si deve discriminare tra ciò che è "bhāva" e ciò che non lo è,  e traduco con "discriminare tra reale e non reale" nessuno potrà dire che sbaglio, ma così facendo perdo la connotazione "emotiva e sentimentale" del termine.
In italiano abbiamo molti meno termini per indicare le sfumature e, alla fin fine si arriva a snaturare una dottrina che è stata scritta pensata in una lingua che ha più del doppio delle lettere a disposizione, e sfumature semantiche assai diverse dalla nostra.
Nei Purana si racconta di come il saggio Narada si vantasse della sua abilità di musico e come cantante.
Vishnu decise di dargli una lezione (lo trattava sempre duramente....) e lo condusse nel regno degli dei, nella casa della musica.

C'erano decine di divinità, maschili e femminili, con gli arti spezzati e i volti stravolti.

-"Che vi succede?"-
Chiese Narada
-"Ahinoi!" 
risposero le divinità
-"siamo i Raga e le Ragini.
Un cialtrone di nome Narada ci ha ridotto in questo modo con i suoi canti stonati"-


Narada si rese conto che la comprensione dei suoni e delle melodie era cosa assai più complessa. di quanto credesse.

Si inginocchiò dinanzi a Vishnu e lo implorò di insegnargli la musica.
La grammatica e l'etimologia indiana nascono come arti sacre.
I suoni non differiscono dalle lettere e l'intuizione porta a improvvisare su modi definiti, ma ognuno di questi modi e di questi suoni è soggetto a variazioni che sono difficili da percepire per noi occidentali che non abbiamo allenato l'orecchio a sentire, ad esempio, la differenza tra i quarti di tono.

Succede qualcosa di simile anche nella musica occidentale, ad onor del vero. .
Il Re diesis, sul pianoforte, corrisponde al Mi bemolle.
Si percepisce il medesimo suono, ma dovrebbero essere note diverse.

Se ci occupiamo di Yoga piuttosto che leggere libri su libri tradotti da occidentali che spesso non hanno mai praticato, sarebbe forse più sensato sviscerare un singolo versetto che ci ha particolarmente colpiti e analizzarne tutte le implicazioni, è così che si sviluppa l'intuizione necessaria a comprendere i testi.

Se la nostra conoscenza si basa solo su saggi critici scritti da autori occidentali, rischiamo di creare una nuova filosofia, basata magari su parole che i maestri indiani non si sono mai sognati di usare.

Prendere un sutra (o un mantra o un asana o l'immagine di una divinità) e studiarlo, comprenderlo, penetrarlo, sviscerarlo in tutte le sue possibilità, ascoltare come "risuonano" i significati nel nostro corpo e nella nostra "mitologia personale" credo sia un buon esercizio.
Forse più utile che leggere decine e decine di libri cercando in essi, magari, solo ciò che potrebbe confermare nostre idee pregresse.

RICONOSCIMENTI


"Senza paura, senza scopo, senza sforzo
lascia sgorgare dallo spazio vuoto
gesti divini e danze sconosciute
."
(Tantra della Ruota dei Tempi)


Sono sicuro che mia mamma mi darebbe uno "storcione" (uno schiaffo tra capo e collo) e mi direbbe -"Deh! un t'ho mi'a fatto gobbo!"-
Era la sua maniera per farmi i complimenti, per dirmi che era orgogliosa di me.
Se ne è andata l'anno scorso, a marzo, il giorno del suo compleanno.

Il mio secondo libro, "La lingua perduta dei Veggenti" sta andando alla grande e qualche giorno fa YOGA ALLIANCE® ITALIA - INTERNATIONAL mi ha inserito nella "Top Eleven" dei più illustri  maestri di yoga  contemporanei (http://www.yogaalliance.it/illustri-maestri-yoga.html ) assieme a personaggi del calibro di  Dharmachari Swami Maitreyananda, Shica Rea, Bikram Choudhury, Barone Baptiste...

 -"Deh! un t'ho mi'a fatto gobbo!"- direbbe mia mamma, e devo dire che, alla faccia dello yogico distacco e delle pratiche di annichilimento dell'ego, mi è difficile nascondere la soddisfazione.
Sono  riconoscimenti che fanno piacere, inutile negarlo.


Ma nello yoga esiste anche un altro genere di riconoscimenti...
Anni fa insieme ad un gruppo di yogin, marzialisti e psicologi, si dette vita al Gruppo Vedanta, 

Ci trovavamo in una cascina sugli appennini, a Borgotaro una volta ogni due o tre mesi, e stavamo insieme un week end lungo, dal venerdì alla domenica, per praticare, giocare e gozzovigliare insieme.

Con stupore, già dal primo incontro, assistemmo all'insorgere spontaneo, fenomeni che definimmo, al tempo, tradizionali.
Ci eravamo "riconosciuti".

Tutto  ciò che avevo letto e ascoltato nel passato, trovava espressione nelle dinamiche interne del gruppo.

L'incontro, il libero lasciarsi andare alla risonanza, il far vibrare le nostre "corde coscienziali", la parte più intima e nobile dell'essere umano, sembrava modificare tempo e spazio, rendendo consueti certi eventi che altrove avremmo definito paranormali.






Si parla molto di yoga come un insieme di tecniche, di teorie, di mantra.
Io stesso ne parlo e ne insegno, ma quando si lavora in un gruppo ciò a cui si assiste, se si riesce anche solo per un istante a non dare ascolto al continuo chiacchiericcio della nostra mente (al dialogo interiore) è una danza delle energie.

Un gruppo "tradizionale", un gruppo in cui ci si "riconosce" è un insieme che prescinde dalle individualità che ne fanno parte.

Ci si "riconosce" e se decidiamo di arrendersi  all'armonia dell'incontro, le individualità vengono trasformate, trasfigurate dall'esperienza.
Se non c'è trasformazione, anzi trasmutazione, non c'è Yoga.



Un gruppo tradizionale è un gruppo che si crea spontaneamente i cui componenti seguendo leggi misteriose, si riconoscono in ruoli precisi.

Quasi fossero tessere di un mosaico, separate dall'incuria e dal tempo, che un vento bizzarro riunisce improvvisamente.

Il vento che unisce un gruppo tradizionale può essere solo l'Amore, l'amore che nulla pretende, e nulla ha da dimostrare se non se stesso.



Per praticare, insieme, per cercare di modificare lo Spazio, è necessario mettersi in uno stato particolare, di recettività attiva.
Uno stato di Ascolto senza scelta.

Non è uno stato che si possa raggiungere con la volontà.
O meglio, di volontà si tratta, ma è quella della rosa che sboccia o dell'onda che, improvvisa, si alza sulle acque quiete.

Questo stato è un ricordarsi chi siamo, un riconoscimento, appunto.



 



Lo yoga procede per riconoscimenti, o iniziazioni, parole diverse per indicare la trasformazione della mente.

E' come se dovessimo imparare a far vibrare più velocemente i neuroni e le cellule di tutto il corpo per porsi nello stato di vuoto creativo tipico dell'Artista o dell'Amante.


Dal 1996 più o meno al 2000  ho fatto esperienze periodiche e molto intense con dei monaci tibetani della setta Gelugpa, quelli di Tsongkhapa.
Ci sono stati reciproci riconoscimenti, se così si può dire.

Il lavoro dei monaci tibetani (di quelli con i quali ho lavorato) è basato , secondo ciò che credo di aver appreso, quasi esclusivamente sulla percezione, trasformazione ed utilizzazione delle energie interiori.

Le manifestazioni di poteri psichici sono considerate parte integrante dell'istruzione e sono rimaste parte essenziale del mio lavoro.
Senza la percezione e l'utilizzazione delle energie sottili, secondo me, non c'è Yoga.

Le esperienze con i monaci furono assai intense.
Ad un certo punto, ebbi l'impressione di aver stabilizzato alcuni stati di coscienza che periodicamente comparivano sin da quando ero piccolo ed in alcuni casi erano stati fonte di sofferenza o , per lo meno , di squilibrio.

Il concetto che all'epoca più mi creava instabilità era quello del vuoto.
Penso che molti dei problemi e delle sensazioni di inadeguatezza dell'uomo siano dovuti al desiderio di fuggire quel vuoto interiore, adesso ho imparato che quella goccia di vuoto che compariva durante la meditazione e l'introspezione non debba essere fuggita o riempita , ma alimentata.
Il vuoto  deve prendere il posto della mente solo così si ha possibilità di cogliere l'essenziale, quell'energia che circola da uno all'altro e muta lo spazio circostante.

Quell'energia che chiamiamo Shakti, o semplicemente, la Dea.

giovedì 10 novembre 2016

PIEDE DI POLPO E CODA DI LUCERTOLA


.
Mi ricordo un'estate di quattordici, quindici anni fa.
Eravamo a Ansedonia, in Maremma, e  Angelica, mia figlia piccola, mi chiese di insegnarle a camminare sugli scogli.
 Io sono nato e cresciuto a Livorno, dove le onde ti pigliano a ceffoni e, se non stai, ti schiantano sui sassi scolpiti dal libeccio.
Camminare a piedi nudi sulle scogliere sin da bambini t'insegna a  riconoscere al volo gli scogli scivolosi,le conchiglie e i gusci di patella acuminati che possono ferire i piedi.
Per un livornese camminare sugli scogli è normale, ma Angelica era affascinata  dalla velocità con cui scendevo la scogliera che ci portava al mare.


-"Mi insegni a camminare sugli scogli?"-

Mica facile...Come si fa a trasmettere qualcosa che non sai come hai imparato?
 Mi inventai un linguaggio "scogliesco", roba che potevamo capire solo noi due.
 Le parlai  di sassi buoni e cattivi, di braccia usate come le ali del gabbiano , di piede come un polpo e di osso sacro come la coda di una lucertola.
Cercai le parole per raccontare un'esperienza assolutamente non verbale fatta di mille e mille cadute, graffi, salti goffi e tuffi .inaspettati.
Parole  indirizzate esclusivamente a mia figlia.
Solo lei era in grado di comprendere il vero significato di frasi come coda di lucertola e piede di polpo
Che piccola che era!!!
Domani compie venti anni. 
Non  credo si ricorderà di quel pomeriggio di quattordici, quindici anni fa, 
Ha vent'anni adesso, fa la danzatrice.
Io invece me lo ricordo bene.
Quel giorno, senza volerlo, mia figlia mi insegnò a non fidarmi delle parole scritte nei libri.




Chi come me, si occupa di Yoga e filosofia orientale  si sarà trovato ad usare, in lezioni, conferenze o discussioni tra amici, le parole dei maestri antichi, come  Buddha, Lao Tzu o Patanjali la cui  grandezza è tale  da farle risuonare l in tutti noi e tutti noi, a vari livelli, pensiamo di essere in grado di comprenderle.
Ma quei grandi probabilmente stavano comunicando a parole, le loro esperienze i ad un numero esiguo di discepoli,  o addirittura ad un solo discepolo.  Le cronache che parlano di folle oceaniche al seguito di Buddha o di Maestri moderni non devono trarre in inganno: Quelli sono i  devoti e gli allievi, non i discepoli.

Il devoto è il fedele,colui che riconosce (o crede di riconoscere) in un maestro il Principio divino, gode della sua presenza e si ciba delle sue parole a prescindere dal loro significato e dalla sua capacità di comprensione.

L'allievo è invece colui che che viene "allevato" da un istruttore, ed impara una serie di tecniche.

il Discepolo infine è colui che "discende" dal maestro, ovvero ne condivide l'essenza.

Per dare un'idea  Buddha  Shakyamuni aveva migliaia di devoti, una dozzina di allievi e un solo discepolo, Mahakashyapa. e solo lui, Mahakashyapa, era in grado di comprenderne gli insegnamenti.

Quando noi leggiamo una frase di Buddha abbiamo la presunzione di comprenderla perfettamente, e la ripetiamo, come fosse nostra,  ad altri mille convinti che tutti possano comprendere ciò che  era stato detto per uno su diecimila.
Solo l'Angelica di quattordici o quindici anni fa può sapere cosa significa davvero"piede di polpo" o "Coda di Lucertola". 
Solo Mahakashyapa può conoscere la vera essenza di Buddha Shakyamuni e noi non possiamo essere né Buddha né Mahakashyapa: possiamo essere solo noi stessi.




Tutti gli insegnamenti dello Yoga, la via per la felicità,  possono essere sintetizzati in tre parole:
Conoscere-Comprendere-Essere. 
Quel pomeriggio, ad Ansedonia, credo di aver capito   che non sono le Scritture  che dobbiamo conoscere e comprendere, né  le entità astratte che la mente crea per vincere la paura antica della Natura e della Morte, ma solo ed esclusivamente noi stessi.
La felicità dimora nel cuore dell'uomo, il dolore nella sua mente.








mercoledì 9 novembre 2016

LO YOGA, IL BAMBINO INTERIORE E LA SORGENTE DELLA VITA




 praticare yoga significa cercare di entrare in contatto con il proprio "Bambino Interiore", l'insieme delle forze primarie   della manifestazione che si cela nel  nostro inconscio.
Alcuni lo chiamano Shiva.
Il bambino interiore h il pot ma dorme di noi, annichilito dalle re di donarci la felicità eterna, ananda, ma dorme, profondamente, dentro di noi, "attossicato" dai veleni della mente, le sovrastrutture culturali. 
La mente umana passa il suo tempo a progettare mirabolanti architetture di numeri e parole che le diano l'illusione di poter comprendere l'incomprensibile e limitare l 'infinito, nella speranza, vana, di sostituirsi al creatore.


 Il Bambino Interiore, la sorgente della Felicità,  ha un potere immenso, ma è appunto un bambino e di fronte alle ardite  teorie della mente, si annoia, comincia a sbadigliare  e, infine, si addormenta, di un sonno simile alla morte.

Ecco... il Bambino Interiore possiamo veramente immaginarlo come una Sorgente,
 una sorgente d'acqua pura come il cristallo, dalle qualità meravigliose, una sorgente ostruita da detriti.
Ovviamente la natura stessa dell'acqua la porterà prima o poi ad uscire all'esterno,il problema è come farla uscire, il prima possibile e senza danni. 

Non è dato sapere, all'inizio, quale aspetto possa avere la barriera di detriti.
E' diversa per ciascuno di noi,mentre la sorgente è identica.

Immaginiamola come un diga, di metallo e cemento:
un violento colpo di piccone potrebbe provocare una inondazione disastrosa, e il nostro piccolo ego, necessario alla sopravvivenza su Terra verrebbe spazzato via.

Lo yoga è una via per togliere i detriti e preparare il terreno all'arrivo (ché, ne siamo certi, prima o poi arriverà) dell'acqua della sorgente. 

Lo yoga ci insegna a costruire canali, ripulire anche il terreno , mettere delle tubature nei luoghi giusti.

Non si sa quando e perché l'acqua sorgiva uscirà alla luce del sole, della coscienza,
si sa solo che ,al  diminuire della barriera di detriti corrisponde l'aumentano le probabilità di attingere alla sorgente o di avere una visione della purezza delle acque, prima che il nostro corpo diventi cibo per vermi.

"Il Maestro arriva quando il discepolo è pronto", si ripete spesso in Ashram e Scuole, ma l'insegnamento non si riferisce ad una persona fisica (-"Né Guru né Maestri"-si dice nel tantrismo-"solo Amore"), ma all'acqua della sorgente interiore.
Se la  si vede o ci si bagna o ci si disseta  non possiamo avere dubbi, ma fino a quel momento non potremo, mai sapere se la via che percorriamo è quella giusta. 

Bisogna solo continuare  a praticare, senza fretta..
L'Acqua  di Vita arriverà quando è il momento e nel modo che preferisce. 
Il Bambino interiore è capriccioso e imprevedibile.


I testi tantrici e vedici  ci raccontano, con un linguaggio non letterario, ma fatto di poesia e immagini, le esperienze ed i percorsi psicologici di chi ha portato ed aiutato a portare  altri, alla luce della coscienza  l'Acqua della Sorgente.
Un autentico insegnante di Yoga, un maestro (con la M minuscola...)  non è chi ti dona l'illuminazione con lo schiocco delle dita, ma colui che, passo passo, può aiutarti a comprendere il vero significato dei simboli e a sviscerare le analogie tra il tuo percorso personale e quello degli antichi yogin.
Il tuo percorso. 
Si legge nella Bhagavad Gita (III, 35):
"
"Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che non il dharma di un altro, anche se perfettamente adempiuto.
Meglio è morire nel perseguimento del proprio dharma che sopravvivere a quello di un altro". 

Ma attenzione !
Non c'è un rapporto di causa effetto  tra comprensione dei testi, pratica, e "risveglio del Bambino Interiore"!
Non è che leggendo e studiando a memoria tutti i testi tantrici e vedantici si ottenga automaticamente la Felicità Illimitata.
Non è che recitando milioni di volte un mantra tibetano faremo per certo conoscenza con il Bambino Interiore.
Lo scopo primario  dello yogin  deve essere quello di  conoscersi veramente, di tirar fuori i propri talenti e, soprattutto, le proprie meschinità.



Per addentrarsi in quella entrarsi nella intricatissima foresta della personalità umana, scoprire la bocca ostruita della sorgente e liberarla dai detriti occorre,  si può contare solo ulle proprie forze e sui propri talenti.
Che questi talenti o predisposizioni dipendano da vite precedenti,colpi di fortuna o patrimonio genetica, a questo punto del percorso, è cosa assolutamente irrilevante,la cosa più importante da capire è che senza compassione verso se stessi e una dose XXXL di Amore non si va da nessuna parte. 

Per praticare "davvero" Yoga, bisogna  utilizzare tutti i mezzi che la Natura ci ha messo  a disposizione.
Se siamo sensibili al linguaggio del corpo fisico, all'arte del movimento, all'azione dovremo percorrere quella strada, la strada del Danzatore, dello Yoga come Arte.

Se siamo più sensibili alla voce del cuore, dell'amore inteso come fervore religioso dovremo percorrere quella strada, la strada del Monaco.

Se invece è la ricerca intellettuale, la logica ciò che meglio ci riesce quella sarà la nostra strada, anche se è la più impervia delle tre.

Non si tratta di vie per la realizzazione, ma di metodi per ripulire la foresta e preparare il terreno alla fuoriuscita dell'acqua.

Quando comincerai ad avvicinarti alla sorgente cominceranno ad avvenire dei fatti, delle coincidenze significative, delle situazioni che pur se sempre nuove e diverse, avranno un sapore particolare ed impossibile da confondere..

Ti parrà di vivere all'interno di una bolla, di una dimensione inconsueta, ma in qualche modo familiare, in cui tempo e spazio acquistano un senso diverso e la paura, che sempre ci accompagna nel quotidiano, lascia il posto alla gioia immotivata.

Ma prima di allora non può far altro che praticare, con pazienza, molta pazienza.
Si sa, la forza della natura prima o poi farà  uscire alla luce della coscienza l'Acqua della Sorgente, ma la natura non ha nessuna fretta, il suo tempo è l'eternità.

martedì 8 novembre 2016

I CINQUE TIBETANI E LO YOGA DEI NATH




La Fonte dell'Eterna Giovinezza

Negli anni'30, ad Hollywood, Peter Kelder, dopo aver letto "Orizzonte perduto" di James Hilton (il romanzo in cui si parla della ricerca di Shangri-la) scrisse un soggetto cinematografico sul tema della  Fonte dell'Eterna Giovinezza.

La storia era banale:
un colonnello dell'esercito britannico, vecchio curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. 
Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli.

La storia, per  quegli anni, era, appunto, banale e gli Studios la rifiutano.

Nel 1939 Kelder ci scrive un libro e lo chiama "The Eye of Revelation".

Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites"

Il libro non è un capolavoro e cade nel dimenticatoio fin quando, negli anni 80, nell'epoca delle "Profezie di Celestino", un antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946.

"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller.

E' una storia meravigliosa.
Al giorno d'oggi  milioni di persone che praticano, studiano, insegnano i cinque riti tibetani credendo siano un'antichissima e segreta tecnica orientale mentre, probabilmente si tratta dello spezzone coreografico di un vecchio film in costume, che Kelder ha mescolato con qualche vaga nozione di Hatha yoga (nel libro si parla di sette cakra e e di vortici energetici).

Gli esercizi usciti dalla fantasia dello sceneggiatore americano dopo 70 anni sono diventati veri, più veri del vero.

Se nella stessa scuola di yoga di Roma o Milano si proponessero, contemporaneamente uno stage di yoga tantrico con un monaco Kagyu, ed uno sui Cinque Tibetani condotto da un ex agente immobiliare di Miami, quale sarebbe il più frequentato, secondo voi?

E' una storia fantastica.
Che può insegnarci molto.
I cinque tibetani nascono per il cinema.
Il loro fine è il successo e  sono stati concepiti per essere facilmente comunicabili.

Le pratiche yogiche nascono invece in ambienti ristretti, devono essere comunicate da maestro a discepolo e spesso, per vari motivi, vengono "secretate", cio: NON devono essere facilmente comunicabili.




Continuando così, tra dieci o vent'anni il falso facilmente comunicabile sarà ancora più vero e il vero , spesso segretato, scomparirà anche dai ricordi perché le case editrici, le palestre, le grandi scuole, lavorano per il profitto, ed il profitto ovviamente aumenta con l'aumentare del numero dei lettori e dei praticanti.

Se io gestissi una palestra e dovessi scegliere tra un corso sui cinque tibetani frequentato da 100 persone ed uno di meditazione mantrayana frequentato da tre persone ovviamente sceglierei il primo.
E' normale che sia così.
E' il mercato: bisogna dare ai clienti ciò che i clienti richiedono, bisogna fare ciò che piace ai clienti, non ciò che è vero.

E' la maniera di porgere un messaggio che è essenziale non il messaggio in sé e questo è valido in tutti i campi, anche nello Yoga, mi dicono.

"The Eye of Revelation - The Five Tibetan Rites of Rejuvenation". E' un titolo meraviglioso, chiaro e comprensibile.

"Glossa di Shankara al commento di Vyasa sugli aforismi di Patanjali" (uno dei testi più importanti della Yoga, a mio parere) è un titolo pessimo, oscuro e noioso.

Sinceramente, se doveste  scegliere tra uno dei due libri in base al titolo,  quale acquistereste?



Verità e comunicazione









La genesi dei Cinque tibetani è affascinante.

Non sto ironizzando.

Un soggetto cinematografico rifiutato dagli Studios di Hollywood, diviene un romanzetto d'avventura di scarso successo. Dopo sessant'anni il frutto della fantasia di un'oscuro sceneggiatore cinematografico si fa realtà, l'elisir di lunga vita da lui immaginato, cinque "esercizietti" facili facili messi in serie senza nessuna logica, viene bevuto da milioni di persone, pronte a testimoniare la validità del metodo, i positivi effetti sulla salute e sulla psiche ( che ci sono! Senza ombra di dubbio), le esperienze trascendentali innescate dalla pratica assidua.









I segreti del successo dei Cinque Riti Tibetani sono la facilità e l'immediatezza.
Il titolo è uno slogan pubblicitario di sicuro effetto:
"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation".

La lingua con cui è scritto è semplice e diretta, senza fronzoli e senza riferimenti a complicati concetti filosofici.

La sequenza di esercizi si impara in un quarto d'ora e non necessita di particolari doti di forza, scioltezza, resistenza, concentrazione.

Facilità è una delle parole chiave del mercato.


Per avere successo bisogna innanzitutto saper comunicare il messaggio che si vuole vendere.
Ma vendere non basta, bisogna "fidelizzare".

Bisogna cioè mantenere la clientela il più a lungo possibile, in modo da formare uno "zoccolo duro" che non solo rappresenta una sicurezza economica, ma, si dedicherà, spontaneamente e senza nemmeno pretendere un compenso, alla divulgazione del messaggio e alla promozione del prodotto.


Entrare in possesso, senza dannarsi troppo l'anima, di un "esoterica verità" tenuta segreta per millenni in un "segreto monastero himalayano", suscita sicuramente delle belle emozioni.

E una volta che si padroneggia l'antica tecnica segreta perché non rivelarla ad amici, parenti e conoscenti?


Dal punto di vista dell'abilità comunicativa e delle strategie di vendita, i possessori del brand "I CINQUE RITI TIBETANI" (è un marchio registrato, ovviamente, come COCA COLA e OMINO BIANCO) sono dei geni.

Hanno creato un impero sul nulla, senza far male a nessuno, senza rubare niente, senza nemmeno mentire sulle origini degli esercizi (è scritto dovunque, sul web, che il libro di Kelder è un romanzo).
 Tanto di cappello!

Spirale perversa

Però...però  questa bella storia, bella da molti punti di vista,  per noi che ci occupiamo di Yoga, può innescare una spirale perversa.

Se per esistere devo avere successo e se per avere successo devo comunicare messaggi facili, sempre più facili, se devo semplificare tecniche e nozioni per poter arrivare ad un pubblico sempre più vasto, non finirò per snaturare completamente la pratica?


Quando, negli anni '70 praticavamo insieme, 9 persone su dieci sedevano tranquillamente in padmasana (la posizione a gambe incrociate), anche per ore intere e la verticale sulla testa era considerata una posizione di routine.




In questi ultimi anni ho conosciuto, con stupore, non pochi insegnanti di yoga che, pur tenendo corsi regolari, non riescono a stare in padmasana con la schiena dritta e non sanno assumere correttamente shirshasana.


So che questo mi alienerà parecchie simpatie, ma purtroppo è un dato di fatto: la preparazione fisica dei praticanti e degli istruttori di yoga, a volte lascia assai a desiderare.


Per ciò che riguarda le basi teoretiche a son di proporre messaggi facili, di immediata comprensione, anche gli insegnanti rischiano di  perdere la capacità di sviscerare i testi dei maestri.


Si tirano spesso in ballo la devozione (l'ha detto Swami Tizio, l'ha detto Baba Sempronio...) o l'intuito (" Perchè studiare Patanjali o la Bhagavad Gita? Se una cosa mi risuona è vera), il che ha un senso, indubbiamente, ma, a mio parere, se ci si confronta con un testo "tecnico" come sono le upanishad la devozione e l'intuito lasciano il tempo che trovano.


Faccio un esempio pratico:

Negli anni '70 Babaji di Haidhakhan istruì in Nepal un gruppo di 8 discepoli allo yoga di Gorakanath.

Gli insegnamenti trascritti da Shri Shastri Vishnu Datt, erano impartiti in versi, nella lingua parlata sull'Himalaya ai tempi Gorakanath.

Leggo un brano a caso dalla traduzione di Gora Devi (i corsivi sono miei):

"[....]Tu hai conquistato il sonno, che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.

Quando il demone Madhukaitabb attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del Sonno

Allora lei svegliò Vishnù che lottò... contro Madhukaitabb.

Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul Sonno.

Chiunque conquista il Sonno conquista Mahakala.

I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!"


Se si ha una certa conoscenza dei Purana, del Vedanta, del Tantra e delle dinamiche dei Chakra (56 e 64 sono i marici o radianze, di due dei Chakra maggiori....) il brano appare relativamente chiaro, ma se ci si affida ad intuito e devozione secondo me non ci si cava un ragno dal buco.

Bisogna aver letto Shankara, il Sat Chakra Nirupana, le storie del Rishi Narada.

Bisogna conoscere la figura e il significato di Mahakala (forma di Shiva frequente nel tantrismo tibetano) ecc. ecc...

 Diciamoci a verità quanti insegnanti e praticanti di Yoga saranno non dico in grado di comprendere, ma interessati a sviscerare questo brano?
Uno su dieci?

L'immediatezza di testi come "I CINQUE TIBETANI" e il successo che ottengono, porta spesso gli istruttori a semplificare la loro prosa, ad evitare i riferimenti che appaiono, all'orecchio del praticante medio, difficili o "troppo connotati".

Da un certo punto di vista la semplificazione è una cosa positiva: se si evita di pretendere la schiene dritte nelle lezioni di Hatha Yoga, ed eliminiamo dal nostro vocabolario termini "astrusi", che non "risuonano" alle orecchie del praticante medio, sicuramente si allarga il numero delle persone che si avvicinano allo yoga, ma credo che si debba fare attenzione, perché modificando il linguaggio corporeo e vocale si finisce per modificare anche la nostra mente e soprattutto, le moalità e gli scopi dell'insegnamento originario.


Per molti istruttori l'essenziale è "creare una bella atmosfera", "sviluppare l'armonia di gruppo", "trasmettere un messaggio di pace e amore", "comunicare la propria idea del mondo e della vita".... tutte cose belle e positive, ma lo yoga i Shankara e Gorakhnath dov'è?


Il fatto che praticando I Cinque Tibetani ci si senta meglio non significa che si stia praticando Yoga.

Ci si sente meglio anche a praticare le danze afro-cubane, a fare sesso e a passare una giornata in piscina, ma nessun danzatore, amante o bagnante credo avrebbe l'ardire di paragonare la su pratica allo hathayoga.


A meno che non si definisca  Yoga tutto ciò che ci "fa star meglio".


Devo dire, che io non storgo il naso davanti alle necessità e alle leggi del mercato.
Oggi le paole Yoga, Tibet e  Rito, vanno per la maggiore e non vedo niente di male nell'utilizzarle per sbarcare il lunario.

Qualche hanno fa andava di moda lo Zen e sulla piazza c'erano migliaia di libri, corsi, conferenza dedicate allo zen:" Lo Zen e l'arte della motocicletta", "Lo Zen del sesso", "Lo Zen dell'unicnetto" ecc. ecc.
Oggi è la volta dello yoga: lo Yoga della risata, l'acro Yoga, Yoga dance, lo Yoga della sedia a sdraio ecc. ecc.

Il fenomeno di per sé non è negativo, anzi, molte di queste discipline hanno effetti positivi sulla salute e sulla psiche la mia, si badi bene,  e mi guardo bene dal muovere critiche agli istruttori di Yoga della risata o  dei Cinque tibetani: ben vengano persone che, con entusiasmo, si dedicano al benessere altrui!




Però mi piacerebbe che gli in e i pregnanti e i praticanti "anziani" di yoga facessero un piccolo test.

Rileggete il brano di Babaji:

"Tu hai conquistato il Sonno che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.
Quando il demone Madhukaitab attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del Sonno.
Allora lei svegliò Vishnù che che lottò contro Madhukaitabb.
Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul Sonno.
Chiunque conquista il Sonno conquista Mahakala.
I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!"




E ora leggetevi la prima parte del libro di Peter Kelder.


Sinceramente, tra le due storie, ambientate entrambe sull'Himalaya, vi "risuona di più" quella di Kamalo che canta come il Rishi Narada o quella del vecchio militare che scopre il segreto dell'eterna giovinezza?




Se il libro dello sceneggiatore californiano (di genitori olandesi) vi emoziona e vi intriga di più degli insegnamenti di Babaji Goraksha, considerato incarnazione di Samba Sada Shiva dagli yogin indiani, tibetani e nepalesi secondo me dovreste chiedervi:

"E' yoga quello che pratico e insegno?"









Il Manzo non Esiste

martedì 11 ottobre 2016

LA ZATTERA DI BUDDHA E LE ILLUSIONI DELLA MENTE

"Gorakhanath ha sconfitto il sonno.
La dea del sonno per paura di Gorakhanath,
si è nascosta nell'Oceano di Latte"
 
(Babaji di Hairakhan - "Le parole segrete di Gorakh") 

Immagine 

Un po' di tempo  fa ho avuto una lunga conversazione con una "collega". 
Conversazione interessante: oltre ad essere un'insegnante di Yoga è una scienziata (cioè ha una preparazione scientifica, a livello universitario, soprattutto per ciò che riguarda la biochimica).

 Si è parlato di rapporto tra asana e produzione di neuro-ormoni, di "pinealina" ecc. ecc. 
Correggo: conversazione molto interessante. 

Tornato a casa mi è venuta in mente la "zattera di Buddha che mi hanno raccontato i tibetani (o forse l'ho letta in un testo tibetano)". 
Non so perché, e a dir la verità non me lo chiedo neppure. 
E' da parecchio tempo che evito di cercare i legami tra azioni, parole dette, eventi esterni e le immagini o i suoni che insorgono nella mente. 

Penso sia una occupazione assai utile per chi si occupa di psicologia o, in genere, per chi cerca un sistema omnicomprensivo di interpretazione di una serie di fenomeni o della realtà in generale. 

Per ciò che mi riguarda credo sia una cosa da evitare: sono arrivato alla conclusione che è proprio la ricerca di legami e connessioni tra gli eventi esterni e l'insorgere di pensieri o emozioni a creare ciò che alcuni chiamano ego o personalità o ego+ superego ecc. ecc... 
Con "ecc. ecc." per chiarezza intendo tutta una serie di definizioni e teorie suggestive che tentano di spiegare i legami tra eventi esterni e fenomeni interiori. 

L'essere umano ha bisogno di sicurezze e, soprattutto, ha bisogno di alibi e giustificazioni: 
se ho uno scatto d'ira improvviso, nel giro di due minuti, o anche meno, la mia mente avrà già elaborato almeno tre, quattro teorie, più o meno plausibili, per giustificarlo: 

1)"E' lui, lei che mi ha fatto arrabbiare". 
2) "Marte è in cattivo aspetto con il mio sole". 
3) " Ho mangiato dei filetti di baccalà fritti e il mio fegato fa le bizze". 
4) "Ho una grande carica sessuale inespressa che ha dovuto trovare una via di sfogo"................................. 

L' espressione dell'ira , soprattutto tra chi si occupa di Yoga, è vista in maniera negativa. 
Va il sangue alla testa, mi si alza la pressione, i lineamenti si deformano e allora la mente, educata da una serie di teorie, alcune millenarie, altre non più vecchie di un paio di secoli, cerca un motivo, anzi un nemico cui attribuire la colpa dell'esplosione "funesta". 

Chi ci suggerisce di cercare un "NEMICO" è uno dei "guardiani" della mente: "il principio di causalità". 

-"Se è accaduto questo o quest'altro un motivo ci sarà!"-

Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase! 
Sembra così logica: "se pianti un seme nasce una pianta, se non pianti un seme non nasce nessuna pianta". 
E' ovvio. 

E allora se mi nasce un pensiero in testa ci sarà pure un legame con ciò che è accaduto prima, giusto? 
Il pensiero (l'emozione) è la pianta e l'evento è il seme. 

Il principio di causa effetto si applica a tutti i campi di esperienza: 
se mi capita qualcosa di fortunato dipende dagli astri, dalle vite precedenti, dall'amore di un defunto, dalla mia capacità di pensare positivo e così via. 

Dai! Sono giochini che facciamo tutti!

 E più si è intelligenti e più ci si perde nella ricerca delle cause: 

(A)Se mi sono rotto una caviglia,
 (B)ho messo male un piede. 
Se (C) ho messo male il piede significa che ero disattento. 
Se (D) ero disattento significa che la mia mente voleva dirmi qualcosa.
 Se (E)la mia mente voleva dirmi qualcosa deve essere importante per la mia evoluzione spirituale: (F)dovevo rompermi la caviglia perché devo fermarmi. 
(G) Devo fermarmi perché sto andando in una direzione sbagliata.
(H) Il mio rapporto di lavoro ( o di amore o di amicizia....) non funziona. Devo cambiare direzione.

 Alla fine tutto soddisfatto arriverò, magari, alla conclusione che mi sono rotto la caviglia perché un mese prima, sono stato scortese con il ragioniere che lavora nell'ufficio accanto.... 
Ma mi sto dilungando oltre misura, come al solito. 
Torniamo a bomba: 
L'altra sera, dopo una chiacchierata assai  interessante assai, sui rapporti tra pratica degli asana e neurormoni mi è venuta in mente la storia della "Zattera di Buddha" . 

Più che una storia è un'immagine: uno yogin che arriva con una zattera (o una barchetta malmessa) sulla sponde di un fiume (o la riva di un mare) dopo un viaggio che si suppone lungo e faticoso. 

Il fiume, per i tibetani è quello che separa il mondo ordinario dalla "TERRA DELL'OLTRE", la zattera sono le credenze, i sistemi di interpretazione, gli studi, la giusta e l'errata conoscenza, la memoria l'immaginazione, il sonno. 

Che farà il viaggiatore, giunto sulla sponda, prima di addentrarsi nella terra dell'oltre? 

Si caricherà forse la zattera sulle spalle? 

La metterà al sicuro per poterla, eventualmente, usare nel viaggio a ritroso? 

La trasformerà in legna da ardere? 

Lo Yoga è un viaggio verso la TERRA DELL'OLTRE, non sappiamo cosa ci aspetta al di là, ma sicuramente non ci caricheremo la zattera sulle spalle. 
Il mezzo che ci ha condotto alla TERRA DELL'OLTRE si trasformerebbe in un inutile fardello. 

Il principio di causalità, la pretesa che ogni fenomeno abbia una causa logica che io posso investigare e comprendere, fa parte del fardello: va abbandonato. 

E' difficile, e pure pericoloso se non "E' IL MOMENTO GIUSTO". 

Soprattutto è doloroso. 

Immagino un medico abituato a curare la sofferenza altrui. 
Se ti fa male la pancia ci sarà pure un motivo, o no? 
Troviamo il motivo e troveremo il rimedio.... 
E' logico. 
E' normale. 
Soprattutto funziona. 
QUASI sempre. 

In realtà, se prendiamo ad esempio la natura, se io pianto un seme non so che pianta crescerà e non so nemmeno se crescerà una pianta. 

Dipende, dalla terra, dal sole, dalla pioggia, dal vento, dagli insetti, dai passeri....Certo, con l'esperienza posso fare delle previsioni, ma avrò sempre e solo la possibilità che dal seme nasca una pianta, non la certezza

Se un nostro caro si ammala gravemente, cerchiamo innanzitutto, la causa della malattia.

 A seconda della mia cultura, delle mie credenze, cercherò una causa chimico-fisica, una tara ereditaria o un qualche nodo karmico. E se sono disperato chiederò la grazia al mio Dio, al mio Santo preferito, al mio Guru. 
Chiederò, alla scienza, all'astrologia, alla religione, che sia fatta luce, che qualcuno mi sveli la causa, perché se conosco la causa troverò il rimedio... 

Il principio di causalità più che una legge è uno scudo, una protezione che impedisce all'essere umano di impazzire. 

Senza principio di causalità non si possono costruire dei sistemi di interpretazione. 
Senza sistemi di interpretazione la mente non ha la possibilità di misurare, ovvero di conoscere con la mente , e il mondo ci appare come un oceano senza sponde, incommensurabile, inconoscibile. 

Per non smarrirsi di fronte all'abisso l'uomo deve trovare una CAUSA. 
Ed è una cosa buona e giusta. 

Però lo Yoga, che pure, per certi versi è un SISTEMA, a un certo punto ci dice di toglierci l'armatura

Si chiama proprio così il principio di causa effetto (e anche gli altri veli/principi da abbandonare: Tempo, Passione, Conoscenza, Spazio):armatura che in sanscrito si dice kañcuka

La zattera di Buddha, che ci conduce nella terra dell'oltre e poi va abbandonata, rappresenta le costruzioni della mente raziocinante. 

Che non sono brutte o malvagie o negative. 

Anzi: sono loro che ci hanno portato là, nella TERRA DELL'OLTRE. 

Ma adesso, per fortuna o purtroppo, vanno abbandonate, come inutile zavorra. 
Nella terra dell'oltre bisogna camminare con le nostre gambe. 
Portare sulle spalle, per paura o sentimentalismo, scienza e coscienza (ovvero:ERRATA CONOSCENZA, CORRETTA CONOSCENZA, IMMAGINAZIONE, MEMORIA e SONNO) renderebbe i nostri passi inutilmente pesanti.

Se si confrontano i cinque veli della Dea (kañcuka) con le cinque vṛtti di Patanjali forse il discorso ci apparirà più chiaro: 

( a sinistra scrivo il nome dei Veli della Dea secondo il Tantrismo, al centro l'Elemento della materia, corrispondente e a destra la vṛtti ) 

CAUSA/EFFETTO - TERRA - ERRATA CONOSCENZA 

TEMPO - ACQUA - MEMORIA 

PASSIONE - FUOCO - IMMAGINAZIONE 

CONOSCENZA - ARIA - CORRETTA CONOSCENZA 

SPAZIO - ETERE - SONNO 

-"Ciò che aiuta a vedere ci rende ciechi.
Ciò che impedisce di vedere ci mostra la via"
- 

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