giovedì 22 novembre 2018

ELOGIO DELLA GINNASTICA YOGA



Credo che dal prossimo anno presenterò tutte le mie lezioni,corsi e seminari sotto l'etichetta "Ginnastica Yoga".
Si tratta di una definizione che ha il merito di essere semplice e sincera. Lo yogin è un Gymnosofista (così veniva definito lo Yoga nel secolo scorso, "Gymnosophia") e visto che nel mercato della spiritualità esistono ormai centinaia di Yoga diversi, spesso in contraddizione tra loro, il ritorno alla chiarezza e alla semplicità mi pare cosa buona e giusta.

Lo Yoga, l'Arte dell'Essere Umano, applicazione pratica degli insegnamenti del  Sanātana Dharma (la Filosofia Perenne indiana), si è trasformato in una desinenza, o, talvolta, in un suffisso che ha lo  scopo di attrarre nuovi potenziali consumatori del lucroso mercato della spiritualità.
Negli anni '70 era accaduto con la parola zen:
ce n'era per tutti i gusti, dai motociclisti, ai tennisti, ai teatranti, agli aspiranti scrittori...tutti facevano, a loro dire, meditazione Zen e la applicavano alle più diverse attività.
Oggi è il momento dello Yoga.  
La cosa in sé non è né giusta né sbagliata. Si tratta semplicemente di un fatto, un fenomeno sociale di cui non possiamo non tener conto.
Un consumatore di arti spiritual-olistiche orientaleggianti cerca lo Yoga che più gli assomiglia e  il mercato si adegua.
Quelli più "fisicati" si butteranno nello Ashtanga, nel Power o nell'Acro-Yoga. 
Quelli affascinati dalle ginnastiche dolci occidentali si iscriveranno a corsi di Yin Yoga, Mindful Yoga, Yoga Pilates (o Yogilates) e Yoga Posturale.
Quelli che hanno la passione per la filosofia verranno attratti dall'Advaita Vedanta (spesso nella versione reinventata dagli psicologi americani), dallo Yoga tibetano e da quei corsi che hanno nel titolo un'altra parola magica del Business Olistico: Meditazione.
Poi c'è lo Yoga Sciamanico, lo Yoga dei Simboli, lo Yoga dei Cinque Tibetani, lo Yoga della Risata ecc. ecc. ecc. 
Insomma ad ognuno il suo Yoga.

Io, come ho già detto, preferisco la definizione Ginnastica Yoga (o Gymnosphia), perché è chiara, semplice e sincera:
Ai miei corsi facciamo una serie di esercizi fisici (ginnastica) ovvero posizioni, sequenze, gesti, tecniche respiratorie.
Lavoriamo sulla percezione e utilizzazione delle energie sottili.
Studiamo una serie di testi filosofici.
E l'insieme di tutte e tre queste componenti del nostro lavoro deve (dovrebbe) portare ad una serie di trasformazioni fisiche,psichiche e mentali.
Ginnastica Yoga, quindi.

Poi tra di noi, in privato, ce lo possiamo anche dire che lo Yoga è uno solo, e potremmo anche parlare dei rischi dell'adesione al mercato della spiritualità.
Già, rischi, perché a furia di inventare nuove discipline e di mescolare tecniche e concetti per incontrare il favore del pubblico può accadere che molti pratichino o addirittura insegnino Yoga senza neppure aver mai letto una yoga upaniṣad o un āgama e spaccino per antiche tecniche tradizionali uno serie di esercizi psicofisici, magari ottimi per la salute e per l'umore, ma affini allo Yoga quanto il ping pong lo è alla caccia grossa.   

Guardate questa fotografia: 


Il capellone in mutande sono io negli anni '70. A giudicare dalla forma degli scogli ero in Capraia durante uno dei "ritiri Yoga spontanei" in cui venivo coinvolto da un gruppo assai variegato di praticanti: c'erano dei discepoli di Babaji, degli "Orange", un paio di Hare Krishna, alcuni aurobindiani e  un gruppo di "scappati di casa" di ritorno dall'India.
Periodicamente ci trovavamo sull'isola e passavamo una settimana o due a fare "esercizi di ginnastica", meditazione, visualizzazioni varie e a parlare, di notte, davanti al fuoco degli insegnamenti di questo o quel maestro. I più preparati tiravano fuori dei testi, in inglese, che avevano portato dall'India, e si discuteva, a volte per ore, di Sanātana Dharma, di Veda, di Dei, demoni ed eroi.
Le credenze e le opinioni erano diverse, ma ricordo che tutti conoscevamo e praticavamo gli āsana di base, avevamo idee precise sui cakra e stavamo seduti, a volte per ore, a meditare nella posizione del loto. 
Tutto questo lo chiamavamo semplicemente Yoga e a nessuno di noi  sarebbe mai venuto in mente di chiedere ad un altro "Che Yoga fai?
Perché lo Yoga è (o forse era?) uno. 


Ma torniamo alle  yoga upaniṣad.
Con sincerità: ne avete mai sentito parlare?
E se si ne avete mai studiata una?
Le upaniṣad considerate tradizionali  sono 108 e sono divise in gruppi: 
1) upaniṣad principali.
2) upaniṣad della rinuncia.
3) upaniṣad dello Yoga.
4) upaniṣad sui principi universali.

A questi quattro gruppi se ne aggiungono altri di carattere religioso, ma a noi adesso interessano quelle sullo Yoga, che sono una ventina (diciassette secondo alcuni commentatori) e descrivono il percorso yogico alla realizzazione.
Un percorso precisissimo scandito da esercizi di ginnastica, tecniche di respirazione, visualizzazioni e meditazione.
Esercizi, tecniche e visualizzazioni che, a parte qualche dettaglio, sono sempre gli stessi e che sono descritti con un linguaggio chiaro e semplice.
Un linguaggio che non si presta assolutamente a interpretazioni metaforiche o teologiche.
Volete un esempio?
Ho sottomano la traduzione delle 108 upaniṣad fatta da Parama-Karuna-Devi, una maestra Hindu di origine italiana e ne trascrivo alcuni brani, pregando i miei colleghi insegnanti e i praticanti dei mille e mille stili di Yoga, di leggerli con attenzione (N.B. l'autrice per sua scelta non usa la traslitterazione IAST, per cui, ad esempio upaniṣad viene reso con UPANISHAD, śiva con SHIVA ecc.).

Ecco due versetti della varāha upaniṣad:

"Gli asana [fondamentali] sono 11: chakra, padma, kurma, mayura, kukkuta, vira, svastika, bhadra, simha, mukta e gomukha. (5,15-16)"

Mi pare abbastanza chiaro,o no? 
Per la varāha upaniṣad, che è parte integrante dello Yajurveda, per intraprendere il percorso verso la realizzazione il praticante deve saper assumere almeno  undici āsana trai quali:

1) cakrāsana

2) padmāsana 


3) kurmāsana


4) Mayurāsana


5) kukkuṭāsana



Si tratta di esercizi di Ginnastica, Ginnastica Yoga, che secondo un testo tradizionale indiano sono "fondamentali" per uno Yogin.

Si badi bene: le upaniṣad non sono manuali per acrobati di strada o ginnasti da esibizione, ma sono istruzioni per la realizzazione secondo il cammino dello Yoga!
Pensate che la varāha upaniṣad sia un caso isolato?
Macchè! Posizioni considerate difficili come il Pavone (Mayurāsana) sono ritenute fondamentali per quasi tutte le Yoga upaniṣad.
Questo significa, senza se e senza ma, che quello che un tempo veniva chiamato Yoga era una disciplina con dei "fondamentali", come il Basket (avete mai sentito parlare di un cestista che non sa palleggiare?) o la Boxe (avete mai sentito parlare di un pugile che non sa tirare pugni?), e che tra questi fondamentali c'erano (ci sono) alcuni esercizi, relativamente complessi, di "ginnastica".

Al giorno d'oggi, a quanto vedo e leggo, in molti dei mille e mille corsi etichettati come Yoga coloro che sanno eseguire il ponte sulle braccia, la verticale sulla testa o il Pavone, non è che siano moltissimi.
Addirittura si sente dire spesso che non è necessario assumere  padmāsana, la posizione del loto e che, anzi, è meglio non farla per evitare danni alle ginocchia e "il re degli āsana, la verticale sulla testa, è diventato un optional, buono per le esibizioni.
Insomma, visto gli āsana considerati fondamentali nelle upaniṣad vengono lasciate ai "ginnasti", ben venga la "Ginnastica Yoga"!

Ma leggiamo un altro brano della varāha upaniṣad:


 "Il pranayama deve essere praticato ripetutamente nell'ordine seguente: Inspirare, trattenere il respiro ed espirare. 
Il lavoro principale del pranayama è sulle nadi, i canali di energia (5,18) 

Il corpo di ogni essere senziente è lungo 96 dita.
Nel centro del corpo, due dita sopra l'ano e due dita sotto l'organo genitale SI TROVA Il Centro del Corpo, Chiamato Muladhara. (5.19) 

Nove dita sopra i genitali c'è un centro di nadi di forma ovale, di quattro dita per lato, circondato da grasso, carne, ossa e sangue. In esso si trova un nadi chakra con 10 raggi, dove risiede Kundali, che sostiene il corpo.
Il volto di Kundali copre il Brahmarandhra ("apertura di Brahma") sul canale detto Sushumna. Ai lati del Sushumna si trovano le nadi chiamate Alambusa e Kuhu. (5,20-23) 

I due raggi successivi sono Varuna e Yasasvini. Sul raggio sud del Sushumna c'è Pingala.
Sui due raggi successi vi ci sono Pusha e Payasvini, mentre ad ovest del Sushumna c'è la nadi chiamata Sarasvati. (5,24-26)

 Il raggio successivo è Hastijihva, poi c'è Visvodara.
In questi raggi della ruota, le 10 nadi trasportano i 10 vayu da sinistra a Destra (in senso orario), intrecciate come fili di un tessuto. Hanno colori differenti (5,27-28)".

Mi pare che il messaggio che ci vogliono trasmettere le Yoga upaniṣad, ovvero i manuali pratici dello Yoga, sia abbastanza chiaro:
Uno yogin, per essere considerato tale, deve essere un ginnasta e un esperto di alchimia interiore.
Ciò non significa  che il benessere psichico e mentale non si possa ottenere in altro modo, né che non esistano altri modi per "realizzare il proprio Sé", come va di moda dire adesso.

Ma ciò che si chiamava Yoga fino a poco tempo fa, era questo: Ginnastica, Alchimia interiore, Meditazione e conoscenza dei testi tradizionali.

A me piace, oggi, chiamarlo Gymnosophia, o Ginnastica Yoga, mi suona bene.
Ma mi piacerebbe anche che i miei amici insegnanti e praticanti di discipline con il suffisso (o il "prefisso") Yoga leggessero quando hanno tempo, le Yoga upaniṣad.

Così, tanto per sapere cosa si intendeva per Yoga fino a qualche decennio fa, quando annodarsi le gambe a fior di loto, tenendo la schiena eretta, era considerato indispensabile per poter meditare e la verticale sulla testa non era l'evoluzione di un esibizionista, ma una tecnica operativa per stimolare precisi canali energetici e trasformare la percezione del proprio corpo e della realtà manifesta.

Un sorriso, 
P.










giovedì 15 novembre 2018

DEDICATO AGLI ALLIEVI DI CITRA YOGA : L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL'APPARIRE



Il primo biennio di Citra Yoga Padova si avvia alla conclusione.
Il prossimo fine settimana e il week end del 1° dicembre saranno gli ultimi due incontri prima dell'esame finale, due incontri fondamentali.
Per me sarà emozionante e, per certi versi, doloroso. Il rapporto tra insegnante e allievo è anche, e soprattutto, un rapporto d'amore. Già per cosa si insegna Yoga se non per amore?
Nessuno, a parte pochissime eccezioni, è mai divenuto ricco insegnando Yoga.
Si insegna per condividere le proprie esperienze, la propria idea del mondo e della natura.
Si insegna convinti, anche quando si sbaglia, di agire "per il bene degli esseri senzienti".


Il tema di base dei due workshop sarà la pratica della serie Rishikesh, la sequenza di dodici posizioni resa famosa da Swami Shivananda, ma in realtà si tratta di molto di più.

Personalmente, cercherò, con tutti i miei limiti di conoscenza e di comunicazione, di trasmettere agli allievi quella che secondo me è la vera essenza dello Haṭhayoga.
Quello che ho appreso in 46 anni di pratica e di studio con persone ben più degne di me dell'appellativo di maestro.
Due anni, ahimè, sono veramente pochi per imparare ad insegnare Yoga, lo sappiamo tutti. 

Per imparare a lavorare con le energie sottili ci ho messo quasi dieci anni, e sempre sotto la guida di un unico maestro, e i rudimenti dell'Advaita Vedanta li ho appresi in sette anni di studio e pratica assai intensi, ma erano altri tempi, oggi dobbiamo confrontarci con il mercato della spiritualità, e in un mondo in cui, per prendere la patente di insegnante di Yoga, è sufficiente frequentare venti giorni di stage intensivi o 200 ore di corsi, una scuola della durata di 10 o 15 anni fallirebbe nel giro di tre giorni.

Quando, tre anni fa, Chiara Mancini (www. madreterraitalia.it) mi propose di mettere su un corso di formazione, il primo problema che mi posi fu questo:
Come si fa a sintetizzare e trasmettere in 500 ore l'esperienza di quasi 50 anni di pratica?
Così ho deciso di cominciare dal basso, dalle tecniche puramente fisiche, cercando ogni volta di dare degli input, di far affiorare l'esistenza di un piano di coscienza più elevato, o comunque diverso.
Cercando nel contempo, di individuare quali erano, secondo me, i talenti dei singoli allievi, le loro "qualificazioni", per cercare di indirizzarli verso le tecniche o le scuole più adatte a loro.

Adesso il percorso è terminato, e mi trovo (ci troviamo) a tirare tutti i fili per vedere se la trama è stata ben tessuta, nella speranza che gli allievi siano in grado di arricchirla con i loro ricami personali.
Nella speranza che trovino una loro via individuale al sapere tradizionale.


  
"Per dar vita ad un solo gesto", diceva un mio antico maestro, "ci vuole un anno", chissà se dopo 500 ore gli allievi di Citra Yoga saranno in grado di sviscerare tutte le valenze fisiche, simboliche ed energetiche anche di una sola posizione!
Tremo un po' all'idea, ma pure so che non è nemmeno  questo l'essenziale.
Non è questo ciò che ho cercato veramente di trasmettere.

Il vero fine dello Yoga è lo Stato Naturale dell'Essere Umano, il sahaja, e per ottenerlo bisogna acquisire la spontaneità del gesto e della parola, la libertà dai vincoli culturali e dalle catene della mente, la capacità di assumere il sapore, rasa, delle esperienze e restituirle al mondo così come il fiore restituisce con profumo e colori, la gioia del respiro, il calore della terra e la luce dell'alba, che l'hanno nutrito e sostenuto.

In altri termini Sahaja, Svecchācāra, Sama e Samarasa, le quattro parole d'ordine del Tantra, ché lo Haṭhayoga è Tantra.

Facile a dirsi...
Ma forse il metterlo in pratica è meno difficile di ciò che si creda, basta arrendersi a Satya,  alla ricerca di ciò che è autentico, vero, sincero.

Anzi...basterebbe arrendersi a Satya, ma nel nostro mondo in cui ciò che conta pare solo l'apparire la ricerca dell'autenticità può essere vista con sospetto, anzi può essere considerata negativa.

Quello attuale è un mondo dove con le più fantasiose giustificazioni si premia colui che finge di essere altro da sé, si insegna che è cosa buona e giusta non dire ciò che si pensa e si assumono in pubblico, come fossero costumi di scena, i modelli di comportamento di altri, giudicati più affascinanti o di successo, riservando lo spettacolo di sé alle quattro mura della nostra tana o ai pochi fortunati (o sfortunati, dipende dai punti di vista...) che giudichiamo veramente intimi.

Ecco, agli allevi di Citra Yoga vorrei essere stato in grado di trasmettere questo messaggio: 

Giù le maschere! 
Lo Yoga è un'amante gelosa, non ammette ipocrisie e menzogne.

Dopo quasi cinquant'anni che pratico e studio non ho molte certezze, anzi quelle che avevo si sono smarrite per strada.
Mi chiamano maestro (è scritto pure nei diplomi) ma non so se sono un bravo insegnante.
Non so se ho compreso veramente gli insegnamenti dei miei maestri né se loro fossero veramente Maestri.

Non posso dire con certezza cosa accadrà dopo la morte o chi sono stato nelle vite precedenti, non so neppure se esistono vite precedenti.
Ho una sola certezza: quella di dover ricercare sempre e comunque l'autenticità e la spontaneità.
Autenticità e spontaneità nel gesto, nella parola, nel pensiero.
Anche in tempi come questi, in cui il relativismo impera sovrano e sembrano plausibili tutto e il contrario di tutto, la verità mantiene un sapore inconfondibile e spazza via, in un'istante,  le fantasie e le credenze consolatorie di cui ci cibiamo per sopravvivere.

Eh sì... le credenze ci fanno sopravvivere, ma si può vivere pienamente solo nella verità.
Giù le maschere, "Citrini" e cercate sempre la Verità. Solo così potrete comprendere veramente cosa sia lo Yoga.
E solo chi lo comprende può insegnarlo.


Prima o poi penso che renderò pubbliche, ad uso e consumo di yogin e aspiranti tali, le mail, i messaggi e le conversazioni private che ci scambiamo Laura, io ed i nostri amici/fratelli del Gruppo Vedanta, lo storico, per me, gruppo di "ricercatori della verità" nato agli inizi del secolo. 
Si tratta di persone vere, se li cercate sul web, compaiono sempre con i loro nomi e cognomi (a volte le iniziali): Fabio Cozzi (Fabio, nei Forum di Yoga), Gianni Bencista (GB), Onofrio Amendola...
Depurate dalle mie scurrilità labroniche (ammetto che per salvaguardare l'onore di madri, sorelle, ascendenze e discendenze varie in pubblico tengo a bada le tentazioni linguistiche livornesi), le nostre conversazioni private mostrerebbero un elemento straordinario: sono esattamente come quelle pubbliche.

Ad occhio mostrarsi per ciò che si è (o almeno il provarci) dovrebbe essere la norma, soprattutto in un ambito come quello yogico in cui si fa un gran parlare dello "spogliarsi delle sovrastrutture", del "ricordarsi di Sé", di "ricercare lo stato naturale" e bla e bla e bla...E invece no. 
Ci si nasconde di continuo, dietro libri scritti da altri, dietro sorrisi buddhici e frasi fatte. 
Ci si comporta esattamente come i politici e le star hollywoodiane, costretti dal loro ruolo ad avere due facce, a controllare gesti e parole per la paura di perdere il favore dell'elettore o del pubblico, o per timore di offrire il fianco ai detrattori. 
Per me è assurdo, e mi piacerebbe lo fosse anche per i futuri insegnati di Citra Yoga.


Forse la mia ricerca della verità e dell'autenticità dipende,come la scurrilità dai miei antenati livornesi, che al mare non gli si può mica mostrare due facce! 
Vaglielo un po' a dire al Libeccio che sei Nostromo e timoniere esperto se hai conosciuto l'onda solo nei racconti per bambini! 
Ti prende per le orecchie e ti sbatte il muso sugli scogli.
Senza nemmeno darti il tempo di capire che sei un idiota.
Senza pietà ché la natura è impietosa
.

Con lo Yoga è lo stesso:
Cercate la verità in ogni gesto, in ogni pensiero, in ogni parola, senza paura del giudizio altrui.
Non nascondetevi dietro frasi fatte lette sui libri altrui.
Non fatevi belli con i nomi altisonanti di maestri visti in cartolina.
 
Lo yoga è il tentativo di realizzare in vita quello che s'incontrerà comunque nel sonno della morte. 
Solo che allora la paura, l'orrore e il rimpianto ci renderanno ciechi, muti e folli e Lei, la Dea, la Nera Signora, ci sbatterà il muso sugli scogli. 





Il tempo perduto a inventar ciance, a rivendere per proprie storie altrui, a vendicare le offese subite da un ego inesistente non si recupera più. 

Pensate alla fatica che fanno, molti praticanti per far finta di essere altro da sé in un mondo, quello dello yoga, in cui bisognerebbe innanzitutto mostrarsi agli altri per quel che si è (o si crede di essere). 

Sapete qual'è il motivo di tanto inutile lavoro? La passione di essere un'altro
Ma perché non dedicarsi alla nobile arte del teatro, allora? 
 
Lì è semplice: c'è un sipario che si apre, tu interpreti un ruolo, ma poi c'è il buio, gli applausi e tu ti spogli della maschera per mostrarti al pubblico così come sei, con la tua faccia, le tue rughe, lo sguardo da bambino insicuro che hanno tutti gli attori. 

Per essere Yogin bisogni avere il coraggio di mostrarsi come si è, con la propria faccia, con le proprie naturali meschinità umane, con i brufoli e le rughe, come fanno i teatranti inchinandosi, con rispetto, agli applausi del pubblico che ha finto di credere al loro dichiarato mentire. 

Bisogna essere nudi per incamminarsi sulla via dello Yoga
Spero che lo abbiate compreso "Citrini", e spero che cercherete di farlo comprendere anche ai vostri, futuri, allievi.

Siate leggeri, anche col cuore, con il sorriso lieve di chi non ha niente da temere perché, in fondo, è solo un gioco
Con Amore,
P.



«Questi nostri attori erano spiriti, e tutti si sono dissolti nell'aria, nell’aria sottile come loro. E come il fragile edificio di questa favola, si dissolveranno un giorno le torri orgogliose che toccano con la loro cima le nubi, gli splendidi palazzi e i templi solenni - si dissolverà lo stesso globo immenso della terra, con tutta la vita che contiene. E come questo spettacolo senza realtà che ora è svanito, tutto il mondo scomparirà nel nulla senza lasciare dietro di sé neppure il vapore di una nube. Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è cinta di sonno». 
Shakespeare - "La Tempesta".






domenica 11 novembre 2018

LO YOGA È UN’ARTE






"Un'opera, una volta terminata, mi deve sorprendere e rimandarmi più energie di quante ne ho impiegate per realizzarla. 
L'opera in questo modo è anti-entropica e contraddice il secondo principio della termodinamica, e si riappropria così del problema della morte e dell'immortalità del corpo senza delegarlo alla scienza".

"Oggi, tra i tanti 'rovesciamenti', si perpetua anche nell'arte una percezione del tempo rovesciata; l'arte e gli artisti contemporanei infatti si considerano e sono considerati moderni, mentre venendo dopo tutto ciò che li precede dovrebbero sapere di essere più antichi".

(Gino De Dominicis) 

Fine d’anno col botto per Citra Yoga Padova, il corso di formazione di Haṭhayoga e Mindfulness che conduco assieme a Chiara Mancini e alla mia compagna, Laura Nalin.
Gli week end del 17-18 novembre e del 1-2 dicembre avremo gli ultimi stage del primo biennio, dedicati entrambi, oltre che al Mindful yoga, alla simbologia e alla pratica della serie Rishikesh e alle stupefacenti relazioni tra le posizioni e le costellazioni, e nel mezzo (il 24 e25 novembre) proporremo agli allievi del nuovo corso un lavoro sui rapporti tra Haṭhayoga e Danza ( info@madreterraitalia.it ).

Mi piacerebbe molto che insegnanti di altre scuole e praticanti esperti partecipassero ai tre incontri, facendoci poi partecipi delle considerazioni e riflessioni in proposito, perché, nel loro insieme, i tre stage esprimono perfettamente uno dei principi fondamentali di Citra Yoga:
Lo yoga è un Arte


Per me è un fatto acclarato, ma ho il sospetto che ce ne dimentichiamo spesso. 
Leggendo le riflessioni di artisti di tutti i tempi e confrontandole con gli scritti di alcuni maestri di yoga o intellettuali che si occupano di discipline orientali, mi viene da pensare che, per qualche motivo, in occidente la ricerca spirituale sia stata spesso delegata a scultori e pittori.
Ma non è la cosa più importante, nè ho voglia di dibatterne.
L'essenziale è che lo yoga è un arte e come tale ha bisogno di una tecnica, ovvero:

1.      Gli strumenti del mestiere.
2.      La capacità di usare gli strumenti.
3.      La capacità di accedere al mondo dell’intuizione, in altre parole la Rivelazione

Già…se non c’è la Rivelazione, Se non c'è quel momento magico in cui la mente sembra smarrirsi in luoghi lontani, per poi tornare a casa brandendo, come una spada, un frammento di verità, la pratica resta monca, sterile come una vigna di plastica, bella a vedersi ma incapace di dar vino.

La Rivelazione è la fine di un percorso che nell'Arte è eguale allo Yoga, lo Haṭhayoga (inteso come tecnica tantrica). 
Cambiano solo i nomi, le parole. 
In sanscrito sono: 

सहज sahaja;
स्वेच्छाचार svecchācāra;
सम sama;
समरस samarasa.

Sahaja è lo stato naturale il corpo/parola/mente libero di scambiare energia con l'universo.
Senza ostacoli, blocchi, pregiudizi.
 Svecchācāra è lo stato della libertà. Libertà di agire senza essere vincolati dalle leggi fisiche e umane. 
Sama è l'identità, essere uno con l'assoluto o, essendo la realtà il sogno sognato dal Dio, essere uno con qualsiasi essere in cui percepiamo il riflesso divino.
Samarasa è l'orgasmo degli amanti divini, il provare in un istante (o per l'eternità...ma che differenza c'è?) assieme, la beatitudine suprema.

L'artista viaggia oltre le consuetudini, le credenze, l'ego stesso.
Va oltre i limiti e si trova Uno con una porzione della verità. 
Di ritorno dal viaggio nel paese che non c'è, dà forma al divino, al Reale, con un'oggetto o un'idea che racchiude in sé le energie antiche della creazione. 




Lo Yoga è Arte. Giotto, Leonardo, Michelangelo son sempre stati Giotto, Leonardo, Michelangelo ma quante ore hanno passato nella bottega dei loro maestri a mescolar colori, pulire pennelli, spazzar via dal pavimento la polvere di marmo?

Chi come me ha avuto la fortuna immensa di guadagnarsi il pane facendo l'artista, sa che il processo creativo, parte dalla costrizione, dai limiti, dai confini.
Prima di dipingere bisogna imparare a disegnare, prima di disegnare bisogna imparare a squadrare il foglio e prima di squadrare il foglio bisogna imparare ad usare la matita, la squadra e il compasso.
Quanta fatica fa un danzatore per far sembrare naturale un singolo passo di danza! E poi improvvisamente, dopo anni, di sbarra e di sudore, ecco che il gesto sboccia, improvviso. 
Sembra magia. 
Poco importa se il miracolo avviene dinanzi al pubblico, per strada o al chiuso di una stanza, senz'altri spettatori che la pareti bianche. 
Il danzatore comprende e vive come una Grazia divina quel passo nato chissà da dove.

Lo Yoga è Arte.
Perché non dovrebbe seguire lo stesso percorso della Musica, della Danza, delle Pitture? 
Come si fa a pensare che la Rivelazione, la capacità di insufflare in un singolo gesto o suono o cellula le indicibili potenze della natura, possa avvenire senza prima imparare i fondamentali, i segreti del mestiere? 
Sento parlare di samadhi in tre giorni di ritiro, di realizzazione del sé in stage intensivi, di corsi per l'illuminazione facile…
Ognuno crede in ciò che più gli fa comodo, ma se così fosse, se bastassero tre giorni di ritiro per raggiungere(?) l'illuminazione, nel campo dell'Arte si sarebbe tutti Picasso appena preso un pennello in mano!
Lo Yoga è pratica costante, dedizione e aspirazione febbrile alla Libertà, ricordando sempre che camminiamo nel cortile di un tempio invisibile chiamato Tradizione, calcando le orme dei maestri antichi.
Già perché come dice l’artista Gianni de Dominicis sono loro, gli Antichi, i veri moderni.





giovedì 8 novembre 2018

LA VERA STORIA DEI CINQUE TIBETANI


Ricostruzione in studio dell'Himalaya per il film "The Razor's Edge".


La prossima settimana  dovrebbe essere disponibile su Amazon il mio nuovo libro dal titolo "BABAJI e I CINQUE TIBETANI - IL SONNO DELLA TRADIZIONE NEL MERCATO DELLA SPIRITUALITÀ".

Come si comprende dal titolo l'argomento è lo Yoga Tradizionale, ma la prima parte è dedicata agli esercizi per la salute chiamati appunto "Cinque Riti Tibetani". Non è la prima volta che me ne occupo, ma in precedenza ne avevo scritto solo sul blog o su forum di Yoga.
Un libro ovviamente ha un respiro diverso, cosa che mi ha dato la possibilità di trattare l'argomento con più accuratezza. 
Spero che la lettura possa essere stimolante sia per coloro che praticano e insegnano i "Cinque Riti", sia per coloro che ne sentono parlare per la prima volta.
Un sorriso,
P.

LA FONTE DELL'ETERNA GIOVINEZZA



Dopo l’enorme successo di “Orizzonte Perduto” gli Studi hollywoodiani si misero alla ricerca di storie simili. La maggior parte delle pellicole non ebbe fortuna. Alcune, come “Il Filo del Rasoio” del 1946, tratto da un romanzo di Somerset Maugham, ebbero invece un buon riscontro di critica e pubblico. Il plot è simile a quello di Orizzonte Perduto, con un mix di storie d’amore, esotismo e una spruzzata di filosofia orientale, ma è sviluppato in chiave più “intimistica” ed esplora temi religiosi e filosofici che il Film di Frank Capra sfiorava appena.
Il protagonista, aitante rampollo della ricca borghesia americana, in piena crisi esistenziale, lascia la ricca fidanzata e, dopo aver fatto il minatore in Europa, finisce in India, dove grazie agli insegnamenti di un santone da fumetto raggiunge l’illuminazione in una specie di baita svizzera misteriosamente comparsa sull’Himalaya.
“The Razor’s Edge” ebbe un discreto successo di cassetta soprattutto grazie ai due protagonisti, Tyron Power e Anne Baxter) e vinse un Oscar e due Golden Globe.
Molti altri film sullo stesso tema restarono sulla carta. Tra questi una sceneggiatura del giovane scrittore Peter Kelder sul tema della Fonte dell’Eterna Giovinezza.
Lo script fu rifiutato dai produttori perché pur essendo sfacciatamente ispirato a “Orizzonte perduto”, era privo degli ingredienti indispensabili per piacere al pubblico americano: non c’erano né storie d’amore contrastate né morti misteriose.
La storia, a dir la verità era piuttosto banale:

“Il colonnello Bradford, un ufficiale dell'esercito britannico in età da pensione, curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli. 

Nel 1939 Kelder trasforma la sceneggiatura in un libro e lo chiama "The Eye of Revelation". Pure questo, pubblicato da the New Era Press of Burbank, California 1939, è un flop, ma il nostro eroe non si dà per vinto,
Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo seducente: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites"


Copie delle prime edizioni del libro di Kelder recuperate dall’antiquario jerry  Watts, titolare di “Jerry’s Rare Book” Fonte: http://jr-books.com/index.html

Il libro, pubblicato stavolta da Mid-Day Press, Los Angeles 1946, non è quel che si dice un capolavoro cade nel dimenticatoio fino agli anni ‘80. Siamo nell’ epoca delle "Profezie di Celestino", dello Yoga Non Yoga di Esalen e della “Consapevolezza” venduta un tanto al chilo.


L’antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946, la legge e ha un’illuminazione: “The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller, e i “Cinque Riti Tibetani”, in realtà, probabilmente, esercizi tratti dalla routine di fitness degli attori hollywoodiani degli anni ’30, con l’autorevolezza che deriva dall’etichetta di “antico sapere tibetano” spopolano nelle palestre e nelle scuole di Yoga, senza che nessuno si chieda niente della loro origine e dei motivi della loro decantata influenza sul sistema endocrino.
Jerry Watt è un abile commerciante, sa che nell’epoca di Internet basterebbe fare una ricerca su Wikipedia per scoprire che il Colonnello Bradford è un personaggio letterario nato dalla fantasia di uno sceneggiatore poco talentuoso, e così sul suo sito, http://jr-books.com/, per dare credibilità alla favola dei cinque tibetani, spiega che in realtà Bradford è uno nom de plume di Sir Wilfrid Malleson, un generale della British Indian Army noto per le sue attività di spionaggio in Iran e in Afganistan durante la guerra di Crimea e la prima guerra mondiale.
Malleson non è certo un esempio di salute e longevità:
A 54 anni lascia l’esercito proprio per motivi di salute e muore nel 1946, all’età di 80 anni per un cancro alla gola ma questo non è un problema per Watt che, forte di una fotografia, tratta da Wikipedia, che ritrae Malleson da giovane, lo identifica con il personaggio inventato da Kelder.


Wilfrid Malleson. Fonte: en.wikipedia.org/wiki/Wilfrid_Malleson#/media/File:Malleson-i-413x600.jpg



Ecco cosa scrive Jerry Watt sul suo sito:
“I believe that Sir Wilfrid was the "Colonel Bradford" mentioned in the Eye of Revelation as the person who brought the Five Rites to the West. In the UK, David was just finishing my reprint edition of The Eye of Revelation, when he read that there was no known photograph of Sir Wilfrid.  Surprised, David looked up at the window sill and gazed at his wife's photograph of the thrice knighted British Army officer.  His wife, you see, is the Granddaughter of Sir Wilfrid Malleson, and her photo may very well be the only surviving photograph of him. David and Susan emailed me and I subsequently spoke with them on the phone.  They are warm-hearted and down-to-earth folks.  No cookout would be complete without them.  They provided more information about Sir Wilfrid:
A life-long smoker, Malleson died in 1946 of throat cancer, something the Rites probably cannot protect against.
He was married twice.  He had six sons by his first wife, but no children by his second, Lady Mabel. Susan's father, Malleson's son, was born in Kashmir.  This places Sir Wilfrid in the same district of the Himis monastery where he could have learned of the Tibetan monks practicing age reversal.  It was this information that later lead him tosearch for the "Five Rites" monastery. Even though Susan never knew her Grandfather, she took care of Lady Mabel who lived with her family for a time.
Lady Mabel, for reasons unknown, destroyed a priceless artifact of Sir Wilfrid's: a 20 volume, leather bound set of a life-time of photographs that Sir Wilfrid took of the various places where he served during his career.  These albums would have told us so much about him and his career; and perhaps there were even photographs of a certain Tibetan monastery. David and Susan forwarded me the photo at the right. It is undated but my guess is that it was taken around 1904-1910, the time when he served on Lord Kitchener's staff as head of the Intelligence Branch of the Indian Army.  There were numerous scratches and marks on the photo which I repaired in Photoshop.  There is a ghost image on the right-hand portion of the photo.  My understanding is that this photo was kept on a window sill and the ghost image appears to have been caused by the reflection of sunlight from a white lace curtain. There is a "haunted" quality to Sir Wilfrid's eyes. They are very intelligent but also strangely sad, perhaps due to the horrors a soldier must sometimes face.  That he is dashing and handsome is unquestionable.  Colonel Bradford never looked better.”[1]

Su internet non si trovano notizie su Jerry Watt, l’inventore effettivo dei “Cinque tibetani”, ed esiste una sola foto, risalente al 2010, pubblicata sul suo sito “Jerry’s Rare Books”, in cui si vede un ometto con l’espressione furba, miope, con la faccia rubizza di chi, probabilmente, non disdegna l’alcool, e una nobile calvizie evidenziata dal “riporto” di capelli un tempo biondi.


Secondo la didascalia, Jerry nella foto avrebbe poco più di sessanta anni. Mi viene spontanea una domanda: come mai il più grande conoscitore al mondo dei “Cinque Riti Tibetani”, la Segreta Fonte della Giovinezza, ha un aspetto così poco salubre?
Le risposte plausibili sono solo tre:
1)    Prima di scoprire la “meravigliosa arte del ringiovanimento” rivelata da Kelder era in condizioni pietose.
2)    Si è dedicato con tale fervore alla diffusione dei “Cinque Riti” da non aver tempo di praticarli personalmente.
3)    Quella del magico potere di ringiovanimento dei Cinque Riti è un balla.

La mia esperienza di maestro di yoga sessantenne mi spingerebbe a dare credibilità alla terza ipotesi, ma non posso certo trascurare il successo clamoroso della tecnica rivelata da Kelder e Watt e le numerose testimonianze sulla sua efficacia.
Sulla copertina dell’ennesima riedizione del libro dei Cinque riti, intitolata “Ancient Secret of the Fountain of Youth campeggia ad esempio una testimonianza illustre, quella di John Gray.



Chi è John Gray?
Uno yogin?
Un maestro spirituale?
Un medico?
Niente di tutto questo…John Gray è un saggista statunitense famoso per essere l’autore del Best Seller “Men are from Mars, Women are from Venus”, un saggio degno de “La Posta di Donna Letizia”, che si presenta come un interessante mix di banalità e buon senso comune.
A parte un pizzico di invidia (venti dei miei libri vendono in un anno quanto “Men are from Mars…” in mezzora) non ho niente contro Gray, ma insorge spontanea una seconda domanda:
Perché il rubizzo Watt mette in copertina la testimonianza di un saggista completamente digiuno di yoga e derivati e non interpella, che so, il Dalai Lama, Bikram o Shiva Rea?
Possibile che il Dalai Lama e i più famosi maestri contemporanei di Yoga non siano interessati alla rivelazione di un millenario segreto dello Yoga tibetano?



 





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