giovedì 14 novembre 2019

IL KĀMASŪTRA È UN LIBRO SACRO - STORIA SEGRETA DELLO YOGA




Il "vero" Kāmasūtra è un libro sacro redatto, probabilmente, nel III secolo dell’epoca cristiana da un monaco errante chiamato Vātsyāyana. Dico probabilmente perché la data di stesura dell’opera è incerta: si parla di un periodo compreso tra il I e il V secolo, ma potrebbe anche trattarsi della versione in sanscrito  di un testo molto più antico, 

Secondo la leggenda il Kāmasūtra sarebbe stato rivelato a Vātsyāyana dalla Dea Kāmākhyā (più o meno “colei che dichiara l’Amore”) che gli sarebbe apparsa mentre era in meditazione in una grotta sulle alture di Garo nel Nord Est dell’India. 

Cerchiamo di immaginarci la scena: un asceta prende rifugio in una grotta, medita, digiuna e invoca la Dea. Finalmente, dopo mesi o addirittura anni di fervente preghiera, questa appare e gli detta un manuale di tecniche sessuali…Vi sembra credibile? 

Kāmākhyā è una delle forme della Dea Madre e devo dire che a me pare un po’ strano che la “Regina degli Universi” si sia scomodata per scrivere un trattato sulle posizioni del sesso. Tutto è possibile, per carità, ma è come se la Madonna di Fatima avesse parlato ai pastorelli di ricette di dolci.  

Per quel poco che so di filosofia indiana mi pare uno scenario poco credibile. E infatti se leggiamo con attenzione il Kāmasūtra originale scopriremo che si tratta di un testo “operativo”, pieno di istruzioni pratiche per realizzare la condizione che nello yoga è detta Liberazione, Illuminazione o Stato Naturale.

Gli insegnamenti di Kāmākhyā riguardano la Dottrina delle Vibrazioni, e, a dire il vero, non sarebbero poi troppo difficili da cogliere. Il problema è che noi occidentali siamo più interessati alla copula che alla filosofia realizzativa e quando ci troviamo in mano una edizione del Kāmasūtra, saltiamo senza indugio le descrizioni di vita quotidiana e le parti discorsive, per fiondarci sui capitoli che contengono le pratiche sessuali e le immancabili miniature sconce.


5 Antiche illustrazioni del Kāmasūtra

Sono solo loro, le 64 posizioni, l’unica cosa che ci interessa per davvero.
Quelle posizioni di cui tutti noi, almeno una volta, abbiamo letto, parlato, o sperimentato le possibilità, con imbarazzo, invidia, eccitazione, divertimento o semplice curiosità.

Alcuni, me compreso, si saranno anche chiesti perché diavolo gli indiani si siano inventati maniere tanto stravaganti e talvolta pericolose per le articolazioni, per fare la cosa più naturale del mondo: o il Kāmasūtra, mi dicevo un tempo, è frutto di un'abile strategia di marketing ideata da una lobby di fisioterapisti o il fine delle descrizioni e delle miniature erotiche è diverso da quello che immaginiamo.

Nel Kāmasūtra si parla di otto posizioni fondamentali e di otto varianti per ogni posizione per un totale di 64 posture.
64 come le caselle della scacchiera, 64 come i quadrati in cui è diviso il “Maṇḍala della Rana” uno dei diagrammi sui quali si fonda l’Architettura sacra indiana.


6 Manduka Vastu Mandala


Secondo il Nāmakalāvidyā, o “Scienza dei Nomi delle Kalā",  che sarebbe il il manuale di applicazione degli “Aforismi di Kāma, i due amanti e le diverse maniere di accoppiarsi sarebbero tre gruppi di sillabe dell’alfabeto sanscrito: 


1) Gruppo della "a" (le vocali a ā i ī u ū ṛ ṝ ḷ ḹ e ai o au + anusvara/anunasika e visarga). 

2) Gruppo della "ka" (le consonanti gutturali ka kha ja jha ṅa). 

3) Gruppo della "ca" (le consonanti palatali ca cha ja jha ña). 

4) Gruppo della "ṭa" (le consonanti linguali ṭa ṭha ḍa ḍha ṇa). 

5) Gruppo della "ta" (le consonanti dentali ta tha da dha na). 

6) Gruppo della "pa" (le consonanti labiali pa pha ba bha ma). 

7) Gruppo della "ya" (semivocali ya ra la va). 

8) Gruppo della "śa" (sibilanti śa ṣa sa ha). 

9) Gruppo della "kṣa". 

Questi nove gruppi a loro volta sono divisi in tre categorie: 

- La categoria di "colui che gode" (Fuoco - sillaba kṣa). 

- La categoria del "godimento" (Sole - gruppo delle linguali ṭa ecc.) 

- La categoria degli "oggetti di godimento" (Luna – vocali, gutturali, palatali labiali). 

I corpi degli amanti sarebbero quindi sillabe dell’alfabeto della Creazione, e, insieme, note musicali che, sposandosi tra loro, creano frasi, parole, accordi e melodie che si intonano con ciò che Pitagora definiva “Musica delle Sfere”.

Vātsyāyana, come abbiamo visto, descrive otto posture fondamentali per ognuna delle quali vengono citate otto varianti (in realtà sette più la fondamentale), per un totale di 64 posizioni:

1)    La prima posizione fondamentale è detta l’Ampiamente Aperta.
2)    La seconda è la Sbadigliante.
3)    La terza è la posizione della Regina degli dei, Indrāṇī.
4)    La quarta è l’Avvolgente.
5)    La quinta, la Premente.
6)    La sesta è l’Allacciante.
7)     La settima è l’Intrecciata.
8)    L’ottava infine è detta la Giumenta.

Diamo un’occhiata a quest’ultima, la posizione “della Giumenta”, nota in occidente come Doggy Style:








10 Posizione della Giumenta

In alto, a destra, ho trascritto la sillaba sanscrita LA , non notate una certa qual somiglianza?
Potrebbe essere una coincidenza, ma, come ho già detto, alle coincidenze io non è che ci creda molto. E infatti, osservando le rappresentazioni artistiche delle altre posizioni fondamentali scopriremo ognuna di esse, graficamente, ha delle affinità con particolari dell’alfabeto sanscrito.
Questa ad esempio è la posizione detta “l’Avvolgente”, assimilabile alla sillaba :


 

11 Posizione Avvolgente



Quest’altra invece è la postura detta “Ampiamente Aperta” e corrisponde alla sillaba A :


12 Posizione Ampiamente Aperta

Analizzando tutte le posizioni del kāmasūtra non faticheremo a trovare delle corrispondenze tra le 64 posture e le sillabe dell’alfabeto sanscrito.
Le otto posizioni fondamentali, in particolare, corrispondono ad un gruppo di sillabe denominate ashtamātṝkā o “otto Madri[i] della Parola”,considerate così importanti da assumere il ruolo di divinità.


 
13 Le 8 Sillabe e le 8 Posizioni Fondamentali

Per comprendere cosa significhi bisogna considerare il fatto che nel Tantra il corpo dell’Universo, la Materia, è eterna e priva di coscienza ed è rappresentata da Śiva che giace privo di vita (privo di “coscienza) ai piedi della Dea, la Śakti.

Per dare inizio alla manifestazione, ovvero per acquisire coscienza di Sé, deve essere risvegliato dal “Canto della Dea”, ovvero dalla vibrazione.

Ogni sillaba è una particolare vibrazione, una nota del Canto della Dea, che unendosi alla materia, a parti specifiche del corpo (sia il corpo dell’Universo, Macrocosmo, sia il corpo dell’essere umano, Microcosmo), dona coscienza e, quindi, possibilità di godere della vita, della manifestazione.

Le coppie di amanti del kāmasūtra vanno intese quindi come rappresentazioni grafiche di Materia (lo Sposo) ed Energia (la Sposa), e le loro 64 modalità di unione non sono altro  passi della "Danza della Vita", - esattamente come i 64 esagrammi dell’I’Ching - che indicano le mutazioni di materia ed energia nel mondo del Divenire.

Il Suono, secondo i tantrici, ha il potere di organizzare la materia in forme sempre diverse e la Luce è in grado di mostrarci, assieme, la Bellezza della molteplicità e la sostanziale unità dei cose e dei nomi.

Ma cosa significa dal punto di vista della pratica dello yoga, dell’aspirazione alla Beatitudine Suprema?
Se ritorniamo al testo del Nāmakalāvidyā che abbiamo citato in precedenza forse le cose si faranno un pochino più chiare.
Come abbiamo visto le sillabe, di cui le posizioni erotiche sarebbero una rappresentazione artistica, si dividono in tre gruppi corrispondenti al Fuoco (il Soggetto che Gode), la Luna (l’Oggetto di Godimento) e il Sole (il Godimento).
Fuoco, Luna e Sole nel tantrismo vengono definiti “le tre Kuṇḍalinī”.
Nel dettaglio Kuṇḍalinī di Fuoco è Śakti, Kuṇḍalinī di Luna è Śiva e Kuṇḍalinī di Sole è Kāma.
Se adesso sostituiamo al verbo godere il verbo conoscere, avremo che:

-         Śakti è il Soggetto che Conosce.
-         Kāma è l’Azione del Conoscere.
-         Śiva è l’Oggetto di Conoscenza.

L’illuminazione, e quindi l’esperienza della Beatitudine infinita, consiste nel realizzare l’unità di Soggetto di Conoscenza, Conoscenza e Oggetto di Conoscenza.
Ovvero nella comprensione immediata ed intuitiva, attraverso un processo trasformativo definito Samadhi, dell’identità tra “IO” e ciò che ho intenzione di Godere/Conoscere ("Quello", inteso sia come l’Assoluto sia come “quella roba lì”).
Un processo sintetizzato, in sanscrito nei due mahavakya (grandi sentenze) Tat Tvam Asi, Tu sei Quello, e So’Ham, io sono Questo/Questa.

Ritorniamo alla metafora dell’Amore: se io realizzo l’identità con colei che amo, se scopro che “Io sono Lei”, come potrei aver paura di perderla?

Realizzando l’identità tra Soggetto di Conoscenza, Conoscenza e Oggetto di Conoscenza si abbandona il mondo della Dualità, ovvero il mondo del conflitto e della sofferenza.


[i] Questa è la descrizione delle 8 madri secondo gli insegnamenti di Ramana Maharishi(fonte https://ramanan50.wordpress.com):
Brahmani (Sanskrit: ब्रह्माणी, Brahmâṇī) or Brahmi (Sanskrit: ब्राह्मि, Brāhmī) is the Shakti (power) of the creator god Brahma. She is depicted yellow in colour and with four heads. She may be depicted with four or six arms. Like Brahma, she holds a rosary or noose and kamandalu (water pot) or lotus stalk or a book or bell and is seated on a Hamsa (identified with a swan or goose) as her vahana (mount or vehicle). She is also shown seated on a lotus with the hamsa on her banner. She wears various ornaments and is distinguished by her basket-shaped crown called karaṇḍa mukuṭa.
Vaishnavi (Sanskrit: वैष्णवी, Vaiṣṇavī), the power of the preserver-god Vishnu, is described as seated on theGaruda (eagle-man) and having four or six arms. She holds Shankha (conch), chakra (Discus), mace and lotus and bow and sword or her two arms are in varada mudra (Blessing hand gesture) and abhaya mudra (“No-fear” hand gesture). Like Vishnu, she is heavily adorned with ornaments like necklaces, anklets, earrings, bangles etc. and a cylindrical crown called kiriṭa mukuṭa.
Maheshvari (Sanskrit: माहेस्वरी, Māheśvarī) is the power of god Shiva, also known as Maheshvara. Maheshvari is also known by the names Raudri, Rudrani andMaheshi, derived from Shiva’s names Rudra and Mahesh. Maheshvari is depicted seated on Nandi (the bull) and has four or six hands. The white complexioned, Trinetra(three eyed) goddess holds a Trishula (trident), Damaru (drum), Akshamala (A garland of beads), Panapatra (drinking vessel) or axe or an antelope or a kapala (skull-bowl) or a serpent and is adorned with serpent bracelets, the crescent moon and the jaṭā mukuṭa (A headdress formed of piled, matted hair).
Indrani (Sanskrit: इन्द्राणी, Indrāṇī), also known as Aindri, (Sanskrit: ऐन्द्री, Aindrī), Mahendri, Shakri, Shachi’ and Vajri, is the power of the Indra, the Lord of the heaven. Seated on a charging elephant, Aindri, is depicted dark-skinned, with two or four or six arms. She is depicted as having two or three or like Indra, a thousand eyes. She is armed with the Vajra (thunderbolt), goad, noose and lotus stalk. Adorned with variety of ornaments, she wears the kiriṭa mukuṭa.
Kaumari (Sanskrit: कौमारी, Kaumarī), also known as Kumari, Karttikeyani and Ambika[36] is the power of Kumara (Kartikeya or Skanda), the god of war. Kaumari rides a peacock and has four or twelve arms. She holds a spear, axe, a Shakti (power) or Tanka (silver coins) and bow. She is sometimes depicted six-headed like Kumara and wears the cylindrical crown.
Varahi (Sanskrit: वाराही, Vārāhī) or Vairali is described as the power of Varaha – the boar-headed form of Vishnu or Yama – the god of death, has a boar head on a human body and rides a ram or a buffalo. She holds a Danda (rod of punishment) or plough, goad, a Vajra or a sword, and a Panapatra. Sometimes, she carries a bell, chakra, chamara (a yak’s tail) and a bow. She wears a crown called karaṇḍa mukuṭa with other ornaments.
Chamunda (Sanskrit: चामुण्डा, Cāṃuṇḍā), also known as Chamundi and Charchika is the power of Devi (Chandi). She is very often identified with Kali and is similar in her appearance and habit. The identification with Kali is explicit in Devi Mahatmya.[ The black coloured Chamunda is described as wearing a garland of severed heads or skulls (Mundamala) and holding a Damaru, trishula, sword and panapatra. Riding a jackal or standing on a corpse of a man (shava or preta), she is described as having three eyes, a terrifying face and a sunken belly.







martedì 12 novembre 2019

CHI ERA PATAÑJALI? STORIA SEGRETA DELLO YOGA





Nel corso delle nostre ricerche per “Storia Segreta dello Yoga” (https://www.amazon.com/STORIA-SEGRETA-DELLO-YOGA-Devozione-ebook/dp/B07YNWWXSG) abbiamo fatto una serie di scoperte talvolta entusiasmanti altre sconcertanti.

Lo sconcerto nasce dalla constatazione che per anni, noi - come la maggior parte dei praticanti e studiosi di yoga – abbiamo dato credito ad una serie di miti, leggende e “balle cosmiche” senza mai andarle a verificare.

Abbiamo preso per buone le storie che ci raccontavano maestri e insegnanti senza mai confrontarle con i testi e i reperti archeologici finendo per creare uno yoga ed una storia dell’India affatto diversi dalla realtà storica.

In alcuni casi, per far spazio alla verità, sarebbe bastato il comune buon senso, ma per qualche misteriosa ragione quando si parla di yoga, buddhismo e induismo le nostre capacità di analisi razionale sembrano svanire nel niente.

Prendiamo ad esempio Patañjali, l’autore degli Yoga Sūtra.
Di lui, stando a ciò che si racconta in Occidente, si sa poco e nulla.

Si dice che sia ’incarnazione di Ādiśeṣa, re dei nāga, mitica creatura metà umana e metà serpente, sulle cui spire riposa il dio Viṣṇu durante le pause, ristoratrici, tra la creazione e la dissoluzione di un ciclo cosmico.

La leggenda - che personalmente ho raccontato per anni – dice che un giorno, guardando Śiva ballare, Viṣṇu cominciò a battere le mani e a schioccare le dita per battere il tempo. 

Incuriosito il re dei nāga alzò la testa e rimase così affascinato dalla danza del Naṭarāja (così viene chiamato Śiva: Naṭarāja, re della danza) che lo implorò di insegnargliela per poterla, a sua volta, donare agli esseri umani. 

Fu così che Ādiśeṣa, deciso ad insegnare lo Yoga agli uomini, una volta istruito ai passi e ai gesti della danza di Śiva, si incarnò nel ventre di una donna sterile, ragion per cui venne chiamato Patañjali, da añjali, che significa “offerta”, “benedizione”, e pāta, “caduto dall’alto”[1].

Di certo si sa - a detta dei maestri indiani - che era il maestro di 'Gauḍapāda, maestro a sua volta del primo riformatore dell’Induismo, Adiśaṅkara, vissuto nell’VII secolo d.C.

Per ciò che riguarda il tempo in cui è vissuto, in base all'analisi della sua maniera di scrivere e all'uso di determinati vocaboli, la maggior parte degli studiosi lo colloca tra il IV e il II secolo a.C.

Lo ripetono anche in molte università, a quanto so: 
“Patañjali è vissuto tra il IV e il II secolo a.C”.

Ma scusate” - verrebbe da dire – “come è possibile che un uomo nato nel IV-II secolo a.C. sia il maestro del maestro di un uomo nato nell’VII secolo d.C.?”

Prendendo per buone le date riportate dalle fonti ufficiali almeno uno dei due, tra Gauḍapāda e Patañjali sarebbe vissuto una decina di secoli, cosa che appare decisamente poco probabile.

Il buon senso ci dice che le fonti ufficiali sono in errore:
Se Patañjali è stato il maestro di Gauḍapāda che è stato il maestro di Adiśaṅkara si suppone che i tre siano nati nell’arco di 100 -200 anni, cosa che collocherebbe l’autore degli Yoga Sūtra al più tardi alla fine nel IV secolo d.C.

Lo sappiamo che possono sembrare riflessioni irrilevanti, ma abbiamo notato che molto spesso i testi dello yoga tradizionali relativamente moderni vengono fatti risalire ad epoche antiche o antichissime e personaggi in carne ed ossa vengono altrettanto spesso trasformati in esseri divini o eroi leggendari e ci piacerebbe comprendere i motivi di queste mistificazioni della realtà.

La figura di Patañjali è un po’ l’emblema del processo di mistificazione che ha portato alla costruzione del moderno yoga occidentalizzato.

A dispetto delle leggende che abbiamo ascoltato e ripetuto per anni, infatti, Patañjali non è affatto il “serpente cosmico incarnatosi nel ventre di una donna sterile non si quando né dove”, ma un danzatore ed un esperto di āyurveda nato a Thiru-Gona-Malai, nell'attuale Sri Lanka.



Molte delle discussioni che si fanno ai nostri giorni sugli Yoga Sūtra svanirebbero come nebbia al sole se si leggesse un altro libro di Patañjali il Charana Shrungarahita Stotram dedicato al Naṭarāja, che Patañjali scrisse – non ci sono dubbi in proposito - durante la sua permanenza al Thillai Nataraja Temple di Chidambaram.

Il Nataraja Temple attuale è stato costruito nel X secolo d.C. sulle basi di una costruzione risalente, al massimo, al V secolo d.C.[2] per cui è assai difficile che sia stato visitato da Patañjali prima di quell’epoca.

Secondo le fonti storiche Tamil quindi Patañjali era uno yogin śaiva vissuto tra il V eil VI secolo d.C. Era anche un maestro di danza ed un grande esperto di Āyurveda.
La sua tomba è conservata nel tempio di Brahmapureeswarar.




Per qualche stravagante motivo il Charana Shrungarahita Stotram.- scritto in Tamil e scaricabile gratuitamente su internet[3] - non è mai stato tradotto in occidente.

Pensateci: è da più di un secolo che yogin e filosofi si interrogano sul significato degli Yoga Sūtra e sull’origine dello yoga di Patañjali, scopriamo che esiste un testo dello stesso autore che parla di Śiva re della danza e nessuno si prende la briga di tradurlo.

Forse inquadrare storicamente Patañjali nell’ambito dei creatori del nāṭya yoga – yoga danzato – del Tamil chiarirebbe le idee di molti sul significato dei versetti degli Yoga Sūtra.

Comunque sia, per la storia Patañjali era un danzatore nato nello sri Lanka nel IV-V secolo d.C. trasferitosi poi nel Tamil Nadu dove sarebbe entrato a far parte del gruppo dei cosiddetti Siddha del Tamil.

Le testimonianze sulla sua vita e sulle sue opere non sono certo rare nella letteratura Tamil, questo sotto ad esempio è un brano di un testo tantrico di Tirumular, il Tirumandiram, tradotto in Inglese poco tempo fa:

“Nandhi arul Petra Nadharai Naadinom Nandhigal Nalvar Siva Yoga MaaMuni Mandru thozhuda Patañjali VyakramarEndrivar Ennodu (Thirumular) Enmarumaame”

Traduzione:
“Cercammo i piedi del Signore che diede la grazia a Nandhikesvara. Eravamo questi otto: I quattro Nandhi, Śivayogamuni, Patañjali, Vyaghra pāda ed io”

Per i ricercatori indiani non c’è nessun dubbio: Patañjali era un danzatore del IV-V secolo d.C. e insegnava uno yoga pieno di riferimenti alla danza, alle arti marziali e allo Āyurveda.

Possiamo scegliere se credere ai documenti storici oppure alle leggende che lo ritraggono come un personaggio mitico nato chissà quando e chissà come che insegna uno yoga mentale, quasi privo di riferimenti al corpo fisico e all’alchimia interiore indiana.

La via della scienza e quella della fede spesso viaggiano su binari diversi, e non è detto che l’una conduca alla giusta destinazione e l’altra no.
Si tratta semplicemente di due punti di vista della realtà diversi.




[1] Nella realtà storica Patañjali era un uomo in carne ed ossa, nato nell’attuale Sri Lanka, a Thiru-Gona-Malai. Era un danzatore, paragonato ad un serpente per la morbidezza del gesto e la flessibilità del corpo, un esperto di Ayurveda (l’Arte vedica della medicina), e soprattutto era uno dei Siddha del Tamil, il gruppo di ricercatori che nella foresta di Chidambaram, nel sud degli India, crearono l’Arte chiamata Natya Yoga, dalla quale derivano le discipline chiamate oggi Haṭhayoga e Bharatanatyam (danza classica del sud dell’India). Le gesta dei primi Siddha sono raccontate in un testo tantrico, mai tradotto in italiano, il Tirumantiram di Tirumular (un altro dei Siddha dei Tamil). In Italia si parla spesso di Patanjali come di un personaggio mitico, forse mai esistito veramente e di cui comunque, si sa ben poco. Ecco una bibliografia di testi in inglese che affermano la storicità di Patanjali:
-          - Jonardon Ganeri, Artha: Meaning, Oxford University Press 2006, 1.2, p. 12.
-          - S. Radhakrishnan, and C.A. Moore, (1957). A Source Book in Indian Philosophy. Princeton, New Jersey: Princeton University, ch. XIII, Yoga, p. 453.
-          Gavin A. Flood, 1996.
-          Mishra, Giridhar (1981). "प्रस्तावना [Introduction]" (in Sanskrit). अध्यात्मरामायणेऽपाणिनीयप्रयोगानां विमर्शः [Deliberation on non-Paninian usages in the Adhyatma Ramayana] (Ph.D.). Varanasi, India: Sampurnanand Sanskrit University. Retrieved May 21 2013.
-          Srimad Bhagavatam: Glossary of Sanskrit Terms P.8 Shankaracharya by Prem Lata.
-          The Yoga Sūtras of Patanjali, ed. James Haughton Woods, 1914, p. xv.
-          Patañjali; James Haughton Woods (transl.) (1914).
-          The Yoga Sūtras of Patañjali. Published for Harvard University by Ginn & Co. p. 434.
-          Mahābhāṣya, Joshi/Roodbergen: 1968, p. 68.
-          The word and the world: India's contribution to the study of language (1990). Bimal Krishna Matilal. Oxford. ISBN 0-19-562515-3.
-          Romila Thapar, Interpreting Early India. Oxford University Press, 1992, p.63.
-          Chryssides, George D. (1999-12-01). Exploring new religions. London: Cassell. pp. 293–301. ISBN 978-0-8264-5959-6.
-          Tirumantiram A Tamil scriptural Classic. By Tirumular. Tamil Text with English Translation and Notes, B. Naṭarājan. Madras, Sri Ramakrishna Math, 1991, p.12.
-          Vaiyapuripillai's History of Tamil Language and Literature (From the Beginning to 1000 A.D.), Madras, New Century Book House, 1988 (after the first edition of 1956), particularly footnote 1 on p.78.
-          A Scripture of the Śaiva Siddhānta, Dominic Goodall, Pondicherry, French Institute of Pondicherry and Ecole française d'Extrême-Orient, 2004. Pp.xxix-xxx in a Preface (entitled Explanatory remarks about the Śaiva Siddhānta and its treatment in modern secondary literature) to The Parākhyatantra.
[2] Fonte:
-          - Hermann Kulke; Dietmar Rothermund (2004). A History of India. Routledge. p. 145. ISBN 978-0-415-32920-0.

Follow by Email

Lettori fissi

privacy