12.15.2019

NARA E NĀRĀYAṆA: YOGIN, ERUDITI E INCARNAZIONI PARZIALI





Qualche giorno fa ho letto un post su “nara e nārāyaṇa” del mio amico Diego Manzi – leggo i suoi articoli sempre molto volentieri, Diego è uno studioso brillante - e nel mio unico neurone si è accesa una lampadina rossa.
Scriveva Diego:

Qual è secondo la tradizione indiana, il grande “privilegio” umano rispetto agli altri abitanti dei mondi?

नरो नारायणो बुभूषति
naro nārāyaṇo bubhūṣati

l’uomo (nara) desidera diventare dio (nārāyaṇa)”


Non ho motivi per dubitare della correttezza della traduzione a livello grammaticale – Diego è molto preciso di solito – e, non essendo un sanscritista non ne ho nemmeno gli strumenti.

Il motivo per cui mi si è accesa la lampadina rossa è un altro e credo che potrebbe essere lo spunto per un dibattito assai interessante.

Il campo di pertinenza dell’erudito e quello dello yogin si sovrappongono spesso, ma non coincidono perfettamente, e le interpretazioni di testi, aforismi e frasi, fatte da un sanscritista - o da un letterato appassionato di sanscrito - e da uno yogin differiscono a volte notevolmente.

Questo è dovuto a vari fattori:

1. All'ordinaria ignoranza della lingua sanscrita di molti yogin occidentali, me compreso.

2. Al fatto che la maggior parte degli yogin medioevali parlavano e scrivevano principalmente in lingue diverse dal sanscrito – gujarati, tamil, maharati – per cui molti sanscritisti non sono a conoscenza di alcuni concetti e descrizioni di tecniche operative che potrebbero modificare la loro interpretazione di certi brani.

3. All'uso diverso che si fa delle parole in ambiti “intellettuali” e in ambiti “operativi”.

Potrei citare, riguardo al punto “2” il mantra “Thiru nīla kaṇṭham” che cela, a quanto mi hanno insegnato, la spiegazione e la valenza operativa del mito della “Zangolatura dell’Oceano di latte”, o nella pratica fisica, “Simha vadivu” o “Kukku Vadivu” esercizi degli yogin guerrieri del Sud, ma credo che il fatto più divertente - molti lo potrebbero definire un tentativo di  scoop - riguarda la parola Yoga.

Sono decenni che i sanscritisti cercano la parola yoga nei testi vedici e tirano fuori definizioni affascinanti tipo “Yoga vuol dire unione” ecc. ecc.

Si fanno  simposi e conferenze sul significato della parola योग Yoga e sulle sue origini, tutta roba interessantissima, ma se si allargasse il campo di indagine potremmo scoprire, forse, che si tratta in realtà della deformazione della parola jogī, in gujarati “uomo d‘azione”, “sentinella”.

Gli yogin del nord si facevano chiamare così, jogī o jogi, poi quando nell'università buddhista di Taxila hanno cominciato a tradurre i testi dall'antica lingua ( o dialetto) da cui derivano il moderno Gujarati e i dialetti del Rajasthan, in sanscrito hanno scambiato, in molti casi, la “J" (usata allora  come adesso nel Gujarati, nel marathi e nei dialetti del Rajastan) nella “Y” sanscrita, dando luogo ad una serie di divertenti equivoci che hanno portato a rinominare gli insegnamenti del buddhismo greco - mahajana“grande conoscenza” in gujarati – mahāyāna – “grande veicolo” in sanscrito - e, appunto, gli asceti guerrieri - “jogī - “yogi” o “yogin”.



Ma torniamo al post del mio amico Diego:

नरो नारायणो बुभूषति
naro nārāyaṇo bubhūṣati

l’uomo (nara) desidera diventare dio (nārāyaṇa)”

Non essendo un sanscritista do per scontato che la traduzione letterale sia ineccepibile – che ognuno faccia il suo mestiere…- ma dal punto di vista dello yogin c’è qualcosa che non funziona.

Nello yoga “pratico” alcuni termini vengono usati in modo affatto diverso che nel linguaggio letterario, e si usano definizioni, che sono parte di un “gergo tecnico”.

Definizioni che non si troveranno cioè sui dizionari, perché fanno parte di un linguaggio “da iniziati”, esattamente come per un “iniziato” della danza “Pas de Chat” ha un significato diverso che per un non inziato.

Per cui è possibile, che in alcuni ambienti, la frase “naro nārāyaṇo bubhūṣati” assuma significati diversi.

Di certo नर nara e नारायण nārāyaṇa, soprattutto quando scritti e pronunciati uno dopo l’altro possono assumere un significato affatto diverso da quello letterale.

 नर nara può venire infatti inteso come 

जिव शक्ति विशिष्ट अंश jiva śakti viśiṣṭa aṃśa” 

परमात्मन् शक्ति विशिष्ट अंश paramātman jiva śakti viśiṣṭa aṃśa” 

ad indicare uno yogin che è una incarnazione “parziale” di una determinata energia o divinità.

Ragion per cui viene riconosciuto come 

अंश अवतार aṃśa avatāra

ovveroincarnazione/realizzazione parziale”, per differenziarlo dal 

पूर्ण अवतार pūrṇa avatāra

ovverosia “incarnazione/realizzazione completa”.

Nara, dal punto di vista pratico/yogico, è aṃśa avatāra nel senso che è dotato, in potenza, dei poteri e dei talenti della divinità o energia di cui è riconosciuto incarnazione parziale, ma questi poteri e talenti sono a livello potenziale.

In altre parole “nara” ha bisogno di un riconoscimento/iniziazione che porti alla coscienza e quindi renda “attivi” i poteri e i talenti “in sonno”.

Nel Mahābhārata ad esempio Ārjūna viene chiamato “nara” e Kṛṣṇa “nārāyaṇa”, non solo perché considerati incarnazioni dei due gemelli Nara e Nārāyaṇa (una doppia incarnazione di Viṣṇu), ma, anche per suggerire  che l’uno è inconsapevole dei propri poteri - Ārjūna  -  e l’altro – Kṛṣṇa – ne è completamente cosciente.

Il Mahābhārata afferma chiaramente e più volte che sia “nara” che “nārāyaṇa” sono incarnazioni dell’Assoluto (ho messo in nota i riferimenti[1]), ma Kṛṣṇa - nārāyaṇa - deve permettere ad Ārjūna – nara – di “riconoscersi”.

Adesso prendiamo il termine bubhūṣati e giochiamo un pochino con le parole sfrugugliando, da ignoranti - nel dizionario Sanscrito-Inglese Monier-Williams:

Bubhūṣati – ovviamente se non prendo fischi per fiaschi – è un verbo che deriva dalla radice bhū.

Monnier- Williams dà tre possibili significati alla parola bhū (copio quello che c’è scritto sperando di non fare troppa confusione…):

1.     Bhū = being, becoming [sattā-existence, being ] (pag. 1134/2);

2.     Bhū = obtaining, gaining [prāpti-reach, range, extent,” the power of obtaining everything”…] (pag. 707/3);

3.     Bhū = reflecting [avalokana- "looking like", appearance of…] (Pag. 96/2).


Se è così la frase:
naro nārāyaṇo bubhūṣati

Potrebbe anche non voler dire (solo):

L’uomo (nara) desidera diventare dio (nārāyaṇa)

che il mio amico Diego intende come “privilegio dell’uomo rispetto agli esseri senzienti”, ma potrebbe essere un insegnamento per così dire tecnico:

Nara (incarnazione parziale) desidera (o deve desiderare) realizzare (specchiarsi/riconoscere) nārāyaṇa (incarnazione completa).

La tradizione filosofica indiana è piena di riferimenti alle incarnazioni parziali e alla necessità di “riconoscimento” per attivare i poteri e i talenti sopiti.



Nello Śaṃkara Digvijayaṃ [2], la biografia di Śaṃkara così come viene insegnata nella tradizione advaita, si racconta ad esempio che un giorno, mentre il giovane Yogin stava tenendo lezione ai suoi allievi sulle rive del gange, si presentò un vecchietto dall’aria dimessa che cominciò a fargli delle domande filosofiche.

I due cominciarono a litigare violentemente e dettero vita ad un duello filosofico che si protrasse per otto giorni.

Alla fine, spazientito, intervenne un discepolo di Śaṃkara, Padmapāda:

“Maestro non ti sei accorto che stai discutendo con Vyāsa, incarnazione di Viṣṇu? 
E tu, Vyāsa, non ti sei accorto che Śaṃkara è una incarnazione di Śiva? 
Potreste continuare a litigare per anni rifiutandovi di dar ragione l’uno all'altro.”

Śaṃkara e Vyāsa si zittirono di colpo, si resero omaggio a vicenda e Vyāsa, prima di andar via, riconobbe la dottrina di Śaṃkara come “ortodossa”.

Questo episodio illustra in maniera esemplare il concetto di nara come incar-nazione parziale.

Śaṃkara è una incarnazione parziale della divinità, ma non lo ricorda. 
Solo l’incontro con un altro realizzato - Vyāsa – gli permetterà di “riconoscersi”. 

Il riconoscimento avviene soprattutto grazie a Padmapāda, a sua volta - si scoprirà in un altro brano dello Śaṃkara Digvijayaṃ - incarnazione parziale di nārasiṃha.

Quello della “qualificazione del maestro e del discepolo” è un concetto assai importante nello yoga.

Non so se la frase naro nārāyaṇo bubhūṣati ne sia un preciso riferimento, ma credo ci siano buone possibilità che, trai possibili significati, vi sia anche quello della necessità dell’aspirante qualificato di rispecchiarsi nel maestro per potersi “riconoscere”, ovvero per realizzare completamente i propri talenti e le proprie abilità.

Può darsi che sentendo la mia interpretazione da “ignorante” i miei amici sanscritisti sorridano, ma può anche darsi di no.

Nella filosofia "realizzativa" indiana ogni frase, parola, simbolo hanno vari significati, secondo una scala di interpretazioni non dissimile da quella messa a punto in occidente da Ugo di San Vittore.

I testi per il teologo medioevale andrebbero sviscerati in quattro fasi diverse:

1.     La prima, detta del “Linguaggio Letterale”, corrisponde a ciò che nella filosofia Indiana è detto śravaṇa, ascolto, una tecnica di interpretazione che consiste nell’esaminare un testo dal punto di vista grammaticale e logico per poi verificare la presenza alcune caratteristiche ritenute tradizionali[3].

2.     La seconda, detta del “Linguaggio Allegorico”, corrisponde a ciò che nella filosofia indiana è detto manana, riflessione, che consiste nello sviscerare i significati che vanno oltre il significato letterale (p.e. Il pavone che oltre ad essere un uccello dalle piume colorate è anche il simbolo di una fase intermedia dell’Opera Alchemica”).

3.     La terza fase, detta del “Linguaggio Morale” consiste nella comprensione degli insegnamenti ricevuti nelle prime due fasi e corrisponde a ciò che nella filosofia indiana è detto nididhyāsana, che, secondo me, sarebbe la parola più giusta per indicare la pratica della meditazione.

4.     La quarta fase, detta del “Linguaggio Anagogico” è indefinibile, perché è un tipo di conoscenza che non utilizza la mente “discorsiva” e corrisponde a ciò che nella filosofia indiana è detto samādhi.

Le prime due fasi, se si parla di studio di un testo tradizionale indiano appar-tengono specificamente al campo di pertinenza dell’erudito, le altre due al campo dello yogin e si può ben comprendere che entrambi, erudito e yogin, abbiano bisogno l’uno dell’altro soprattutto in tempi come i nostri dove lo yoga è spesso considerato come una “pratica del sentire” nella quale lo studio dei testi e le disquisizioni filosofiche sono considerati inutili o addirittura dannosi.

Questo non significa certo che per tradurre un testo sia necessario praticare yoga e aver sperimentato il samādhi, né che per praticare yoga sia necessario sapere a memoria i libri di Śaṃkara: ci mancherebbe altro!

Ma ho il sospetto che per comprendere la “valenza operativa” di un testo, ad esempio, come gli Yoga Sūtra di Patañjali non siano sufficienti né la semplice erudizione né l’intuizione che proviene da una lunga e costante pratica dello yoga.
Forse sbaglio, ma credo che da soli, nello yoga, non si vada da nessuna parte.
Un sorriso,
P.




[1] Rif. Bhīṣma parva, VIII; Arjunabhigamana Parva XII, śānti Parva CCCXLVIII.
[3] L'ascolto (śravaṇa) di un libro consiste nel verificare se sia "tradizionale" o meno, se abbia cioè delle “valenze operative”. Si tratta, cioè, di fare una prima lettura verificando la presenza di alcuni requisiti: se lo scritto [o l'esposizione orale] li possiede tutti è considerato "tradizionale". I requisiti di un testo tradizionale sono sei:
Inizio e fine.
Ripetizione.
Unicità.
Frutto.
Elogio
Verifica.

“Inizio e fine” (उपक्रम upakrama e उपसंहार upasaṃhā) significa che in un testo tradizionale l'inizio e la fine di ogni singolo capitolo devono essere legati tra loro ed esprimere con chiarezza il tema trattato.

“Ripetizione del tema” (अभ्यास abhyāsa) significa che il tema fondamentale del libro e il tema fondamentale di ogni singolo capitolo devono essere ripetuti e sviscerati più volte.

“Unicità e stranezza” (अपूर्वता apūrvatā), significa che un testo deve essere originale e dare una visione non comune dei fenomeni psichici e fisici. In altre parole deve essere chiaro che si tratta della testimonianza di un’esperienza reale fatta dall’autore, un’esperienza che ha prodotto una modificazione della percezione della realtà.

“Frutto, risultato previsto” (फल phala o फलम् phalam) significa che l’autore indica con chiarezza il risultato che il praticante può ottenere seguendo le sue indicazioni.

“Elogio, celebrazione” (अर्थवाद arthavāda) significa che l’autore cita ed elogia gli insegnamenti dei maestri (गुरु guru) o degli oggetti o fenomeni fisici (उपगुरु upaguru[7])

“Verifica logica” (उपपत्ति upapatti), ovvero la dimostrazione attraverso il ragionamento e la citazione di eventi passati e di brani delle scritture, della validità delle tecniche esposte nel testo e del loro rientrare in una tradizione, un lignaggio di maestri e praticanti che hanno vissuto esperienze simili o identiche a quelle dell’autore.









12.14.2019

LA SCIENZA DELLO YOGA - PRĀṆĀYĀMA





Cosa è il prāṇāyāma? La maggior parte dei praticanti risponderà che il prāṇāyāma una serie di esercizi basati sul controllo delle tre fasi della respirazione, ovvero:

Pūraka inteso come inspirazione;
Recaka, inteso come espirazione;
-  Kumbhaka, inteso come apnea;

Ma è veramente così?
Veramente i testi classici dello yoga parlano di pūraka, recaka e kumbhaka come delle tre fasi della respirazione ordinaria?

Anche se può sembrare strano le cose stanno in maniera un po’ diversa (se sbaglio ovviamente sono gradite le correzioni) in sanscrito:

1. “Inspirazione” non si dice si dice pūraka, ma आन āna;
2. “Espirazione” non si dice recaka ma पान pāna o एतन etana;
3. “Apnea” non si dice kumbhaka ma श्वासरोध śvāsarodha.

E allora cosa significano pūraka, recaka e kumbhaka?

पूरक Pūraka  letteralmente indica l’atto di “riempire”, “completare”, “soddisfare” - e quindi come “inspirazione” ci potrebbe anche stare - ma se cerchiamo il  significato ,per così dire, in “gergo yogico”, ovvero l’uso che se fa nei testi filosofici e nei manuali pratici, vedremo che significa:

1. Flusso[1];
2. Palla di cibo offerta alla fine di particolari cerimonie;

Raramente, secondo Monier-Williams (a quanto mi è dato di capire) pūraka può anche indicare una:

3. Pratica yogica che consiste nel chiudere la narice destra con un dito e quindi aspirare aria attraverso la sinistra, poi nel chiudere la narice sinistra e aspirare attraverso la destra.

रेचक Recaka, che letteralmente significa “purga”, “svuotamento”, “spurgo”, “catartico” ( quindi ci può anche stare come “espirazione”) si trova nei testi classici con i significati di:

1. Siringa (uno strumento simile al “flauto di Pan”)[2];
2. (Come sinonimo di bhramaṇa) “girare in tondo”, “rivoluzione”, “orbita (di un pianeta)”[3];
3. Un particolare passo di danza o un particolare movimento del piede[4];

Mentre nell’अमृतबिन्दु उपनिषद् amṛtabindu upaniṣad la parola indica:

4. Uno dei tre prāṇāyāma eseguiti durante saṃdhyā che consiste nell’emettere il respiro da una sola narice”.

कुम्भक Kumbhaka infine significa:

1.     Pentola;
2.     Base della colonna;
3. Parte prominente del cranio dell’elefante;

Ma in alcuni testi “tecnici”, come il वेदान्तसार vedāntasāra, kumbhaka è usato anche nel senso di:

4. Fermare il respiro chiudendo la bocca e chiudendo le narici con le dita della mano destra”.

In definitiva non è sbagliato a priori chiamare la inspirazione pūraka, la espirazione recaka e l’apnea kumbhaka, ma indagando sui vari significati delle tre parole e sull’uso del termine prāṇāyāma come “rito da celebrare durante i saṃdhyā, potremmo accedere, probabilmente ad un livello diverso, più “sottile” della pratica.

Più specificamente:
Prāṇāyāma non ha nello yoga – solo -  il significato generico di “fare esercizi respiratori”, ma si tratta di una parte dei rituali da compiere durante le saṃdhyā - parola che indica sia i “tre momenti di passaggio del giorno”, alba, mezzogiorno e tramonto - sia particolari meditazioni (saṃ-dhyai) che hanno come oggetto i soffi vitali – vāyu – che circolano in due dei principali canali - nāḍī - del corpo chiamati iḍā e piṅgala.

Le tecniche di prāṇāyāma non riguardano – almeno non solo - la respirazione ordinaria, ma un insieme di processi in cui si percepiscono e “si fanno agire” le “energie sottili”, in questo caso definite genericamente prāṇa.

In questo senso il termine più corretto da usare per questo genere di tecniche sarebbe non prāṇāyāma, ma प्राणसंयम prāṇasaṃyama[5], dove saṃyama per lo yogin è –diciamo così - una particolare “abilità” che consiste nel saper indirizzare dei flussi energetici o vibrazioni in varie parti del corpo o, si dice, all’esterno del corpo fisico.

L’abilità che definiamo saṃyama viene acquisita dopo l’esperienza del samādhi, inteso sia come condizione temporanea sia come condizione permanente (o stabilizzata).

Cerchiamo adesso di capire bene cosa si intende per prāṇa.

In questo caso, come abbiamo detto rappresenta l’insieme delle “energie sottili”, definizione che purtroppo è assai abusata.

Di norma quando si parla di “energie sottili” vengono regolarmente in mente “l’energia cosmica” dei new ager, gli effetti speciali delle foglie della “Profezia di Celestino” o, magari, la “spada di foco” di un vecchio film di Verdone, roba vaga, priva di un riferimento alla visione scientifica e alla realtà percepibile in senso oggettivo.

Per cui molti praticanti alla domanda “Cosa è il prāṇa?” risponderanno con qualche perifrasi ad effetto - abbastanza oscura da permettere tre o quattro interpretazioni diverse – o con qualche ovvietà inoffensiva tipo” il prāṇa è l’aria che respiriamo” o “il prāṇa è l’energia vitale”.

In sé, dire che il prāṇa è l’aria che respiriamo non è affatto sbagliato, tanto più che, come si è visto, in molte scuole di yoga si afferma che il prāṇāyāma è una tecnica basata sul controllo delle tre fasi respiratorie;

Ma se partiamo dal presupposto che lo yoga - inteso come elaborazione medioevale del sapere vedico – sia una scienza, forse nei testi scritti da yogin - o “jogi” come si definivano fino al XIX secolo – per altri yogin, troveremo delle definizioni più precise.

Nell’Agastya Saṁhitā (अगस्त्य संहिता)[6], attribuito al ṛṣi Agastya - lo yogin considerato il creatore delle arti marziali del sud dell’India – troviamo a questo proposito dei brani sorprendenti, come, ad esempio, le indicazioni per produrre idrogeno e far volare palloni aereo-statici:

संस्थाप्य मृण्मये पात्रे ताम्रपत्रम् सुसंस्कृतम्
छादयेत शिखिग्नीवेनार्दाभिः काष्ठपांसुभिः
saṃsthāpya mṛṇmaye pātre tāmrapatram susaṃskṛtam
chādayeta śikhignīvenārdābhiḥ kāṣṭhapāṃsubhiḥ II

दस्तालोष्ठो निघातव्यः पारदाच्छादितस्ततः
संयोगात जायते तेजो मित्रावरुण संज्ञितम्
dastāloṣṭho nighātavyaḥ pāradācchāditastataḥ
saṃyogāta jāyate tejo mitrāvaruṇa saṃjñitam II

अनेन जलभंगोस्ति प्राणोदानेषु वायुषु।
एवम् शतानाम् कुंभानाम् संयोगः कार्यकृत्स्मृतः
anena jalabhaṃgosti prāṇodāneṣu vāyuṣu
evam śatānām kuṃbhānām saṃyogaḥ kāryakṛtsmṛtaḥ II

वायु बंधक वस्त्रेण निबद्धो यंमस्तके l
उदान: स्वलघुत्वे बिभर्त्याकाश यानकम ll
vāyu baṃdhaka vastreṇa nibaddho yaṃmastake l
udāna: svalaghutve bibhartyākāśa yānakama II

La traduzione di questo brano fatta da alcuni scienziati indiani[7] – una delle traduzioni possibili, per cui chiederò ai miei amici sanscritisti di verificare -  in italiano suonerebbe pressappoco così:

"Prendi un vaso di terracotta, stendici un foglio di rame, e mettici il Solfato di rame. Poi, spalma con segatura bagnata, mercurio e zinco. Quindi, se si uniscono i fili, si produrrà una energia (Tejas) chiamata Mitrāvaruṇa. Questo porterà alla scissione dell'acqua in prāṇa vāyu e udāna vāyu. 

Una catena di un centinaio di vasi produce una forza molto attiva ed efficace. Udāna Vāyu così prodotto può con la giusta tecnica essere immesso in un panno a tenuta d'aria. Così grazie all'azione antigravitazionale di udāna vāyu, è possibile costruire una struttura in grado di volare in aria "

Tanto per spegnere subito gli ardori dei complottisti e dei Fanta-archeologi diremo che l’Agastya Saṁhitā è parte integrante del Garuḍa Purāṇa - uno dei 18 Mahāpurāṇ - testo composto non prima del X-XI secolo della nostra Era – ma secondo me in tempi ancora più recenti - e che i palloni aereo-statici, a scopo militare, erano comuni in Oriente almeno dal III secolo d.C.[8]

Le cose più interessanti del brano, a parer mio, non riguardano la vera o presunta istruzione sulla costruzione delle pile, ma:

1. La conferma del fatto che lo yoga è una scienza;
2. La possibile identificazione di udāna vāyu e prāṇa vāyu – due dei “soffi vitali definiti genericamente prāṇa - con due realtà fisiche ben definite, l’idrogeno e l’ossigeno.

Prendiamo adesso un altro testo, adesso, il विवेकचूडामणि Vivekacūḍāmaṇi, trattato medioevale attribuito ad आदि शङ्कराआचार्य Ādi Śaṅkarācārya (nella versione anglofona “Shankara”)[9].
Versetto 95:

प्राणापानव्यानोदानसमान भवत्यसौ प्राणः I
स्वमेव वृत्तिभेदाविकृतिभेदात्सुवर्णसलिलादिवत् II
prāṇāpānavyānodānasamāna bhavatyasau prāṇaḥ I
svameva vṛttibhedāvikṛtibhedātsuvarṇasalilādivat II

“Lo stesso prāṇa diviene prāṇa, apāna vyāna, udāna, samāna in accordo alle loro funzioni [o secondo le modificazioni che subisce] come [avviene per] l'oro, per l'acqua.”

Se partiamo dal presupposto che prāṇāyāma – o meglio prāṇasaṃyama - non sia una serie di esercizi di respirazione, ma una pratica, tra virgolette, “alchemica”, potremmo forse comprendere più profondamente il suo significato e le sue valenze “operative”.

Gli “ingredienti” con cui lo yogin /alchimista cercherà di realizzare la sua “Opera” in questo caso sono le modificazioni del prāṇa.

Nella tradizione indiana, cui lo yoga fa riferimento, ci sono in realtà dieci tipi di prāṇa o vāyu (quattordici secondo alcuni), in ma qui tratteremo solo dei cinque “soffi” principali, analizzandone le funzioni, il ritmo e le direzione secondo gli insegnamenti dello yoga.

Prāṇa "domina" la zona che va dal naso al cuore ed è in rapporto con la parola, il cuore ed i polmoni.

È caratterizzato da un, per così dire, ritmo alternato, e disegna una specie di doppia spirale su un piano orizzontale facilmente sintonizzabile con il ritmo respiratorio; una delle sue funzioni è appunto la respirazione. 

Lo si collega solitamente al V° cakra (viśuddhi cakra, plesso della gola).

Vyāna è l'energia vitale che pervade tutto l'organismo. È il "tipo" di prāṇa che circola uniformemente nelle nāḍī. Segue i ritmi cosmici di giorno e notte. 

La sonnolenza e il risveglio possono essere considerati sue funzioni. Si espande e si ritrae. Ed è collegabile al IV° cakra (anāhata cakra, plesso cardiaco).

Samāna domina la parte del corpo che va dal cuore all’ombelico) e riguarda il nutrimento e l'assorbimento del cibo. 

È collegato allo stomaco e al III° cakra (maṇipūra cakra, plesso dell’ombelico). La secrezione è una delle sue funzioni e si potrebbe visualizzare come un movimento su un piano orizzontale, dall'esterno all'interno e viceversa.

Apāna è il prāṇa dell'intestino. La sua funzione è la escrezione e riguarda la parte del corpo che va dallo stomaco ai piedi, collegabile, banalizzando, al II e al I cakra (svadhiṣṭhāna cakra e mūlādhāra cakra). 

È visualizzabile come un movimento verticale discendente, dall'alto verso al basso.

Udāna si trova tra il naso e la fontanella ed è in rapporto con il VI cakra (ājñā cakra), con il naso, gli occhi e il cervello. 

È visualizzabile come un movimento verticale verso l'alto. Udāna è l'energia che porta lo sperimentatore “fuori dal corpo” (ovvero oltre la percezione del corpo fisico) durante il samadhi e dopo la morte. 

È responsabile del movimento degli occhi verso il centro della fronte (Śāmbhavīmudrā)

I prāṇa sono in rapporto tra di loro e, secondo lo yoga la consapevolezza del movimento ascendente di udāna avrebbe la possibilità di reindirizzare tutte le aree vitali del corpo.

Questo cambiamento di direzione dei soffi vitali potrebbe avere una qualche affinità con ciò che nell’Alchimia occidentale veniva definito “rettificazione mercuriale”, una trasformazione del flusso del mercurio – energia vitale – dal basso verso l’alto e viene rappresentato “simbolicamente” dal cambio di direzione dal basso in alto, dei petali del fiore di loto che rappresenta graficamente il cakra del cuore.

Il “loto del cuore”, a differenza degli altri cakra, è infatti rappresentato con i petali verso il basso, a significare la discesa dell’energia vitale – le tre gocce di ojas poste nel cuore al momento della nascita - dall’alto verso il basso. 

La durata della vita umana sarebbe scandita dal progressivo consumarsi dell’energia vitale – ojas - per cui la “rettificazione mercuriale”, intesa come cambio di ritmo e direzione dei soffi vitali, provocherebbe una inversione, si suppone temporanea, del processo di consunzione dell’energia vitale.

Secondo lo Yoga tutti i processi psicofisici possono essere considerati come il prodotto dell'azione combinata dei vari prāṇa. 

Il praticante potrà osservare e analizzare in base alla teoria dei soffi vitali, il processo dell'eccitazione sessuale, o dell'addormentarsi o dello starnutire o dello sbadigliare fino a percepire i diversi ritmi e funzioni dei vari prāṇa e infine, ad indirizzarli sia all'interno sia – si dice –all’esterno del corpo.

Per favorire la percezione, estremamente “sottile” ma non immaginaria – nel senso che si tratta di una percezione oggettiva, fisica - nello yoga si utilizzazione tecniche di visualizzazione in cui si chiede al praticante di immaginare i soffi vitali come fluidi abbastanza densi – di solito si parla della densità del mercurio liquido – con colori e caratteristiche diversi:

Il Prāṇa ad esempio lo si visualizza come un fluido di colore blu zaffiro essenzialmente diretto verso l'interno. 

Apāna è scuro (color "nuvola del tramonto") e il suo movimento è discendente. 

Udāna è color del fuoco e il suo movimento è ascendente.

Samāna è color bianco latte e la sua azione è quella propria del “solvi et coagula”.

Vyāna è color argento ed è onnipervadente.

Tutti i soffi (prāṇa o vāyu) hanno natura "rajasica", Anzi si può dire che derivano dalla porzione rajasica di ognuno dei cinque elemento sottili o tanmātra.

Il fine del lavoro sui soffi vitali - prāṇasaṃyama - è la cosiddetta “risalita di kuṇḍalinī”.

Tecnicamente il re-indirizzamento dei cinque vāyu, provocherebbe l’attivazione di due altri soffi vitali – che sarebbero una modificazione di apāna vāyu -  percepibili nella zona dello stomaco e del ventre, definiti “portatori di bastone”.

Grazie alle modificazioni – biochimiche e posturali – create da questi due “soffi” od “energie”, kuṇḍalinī sarebbe “attratta dall’alto” e dopo aver girato in senso anti-orario nella zona del perineo risalirebbe il lungo il canale centrale della colonna vertebrale dove, secondo la fisiologia yoga, si celerebbero sūrya svarūpa – la “vera forma del Sole” – e candra svarūpa – la vera forma della Luna.

Sūrya svarūpa e candra svarūpa rappresenterebbero l’insieme delle informazioni celate nel patrimonio genetico del praticante – il “fattore terreno rappresentato dalle 50 sillabe dell’alfabeto sanscrito inscritte nei petali dei sei cakra tradizionali – e dai raggi della creazione “deposti al momento della nascita nei cakra” – il fattore celeste - ovvero i 360 marīci provenienti dalle 27 case lunari: i nakṣatra.

Trasportate e vitalizzate dall’energia di kuṇḍalinī - che potremmo definire tejas svarūpa o vera forma del fuoco – le due “correnti di informazioni” arriverebbero alla coscienza con la conseguenza di rendere effettivi tutti i talenti e le abilità dell’essere umano rimaste fino a quel momento allo stato potenziale.

Il lavoro preparatorio a questo processo energetico sarebbe lo scioglimento dei blocchi – fisici, emotivi e mentali – che impediscono la risalita di kuṇḍalinī, uno scioglimento che può avvenire tramite la pratica delle purificazioni e degli āsana, delle mudrā, dei bandha e dei mantra, a patto che questi - āsana, mudrā, bandha e mantra – vengano eseguiti con la consapevolezza della circolazione dei soffi vitali acquisibile solo mediante il prāṇasaṃyama, che rappresenta quindi uno strumento indispensabile per la vera pratica dello yoga.



[1][1] Fonte: Bhāgavata Purāṇa.
[2] Fonte: Bhāgavata Purāṇa.
[3] Fonte: Mahābhārata
[4] Fonte: Viṣṇu Purāṇa.
[5] Vedi: “Yājñavalkya Smṛti”.
[6] Il testo integrale è scaricabile gratuitamente a questo link: https://archive.org/details/AgastyaSamhita
[7] Vedi: A K Shukla* and T Prem Kumar, “A SHORT HISTORY OF ELECTROCHEMISTRY IN INDIA”. Indian Journal of History of Science, 49.4 (2014) 424-427. (Received 10 June 2014; revised 12 October, 2014)
[8] Vedi l’uso documentato di mongolfiere di carta, lanterne Kongming per segnalazioni militari, nella Cina del III secolo d.C.
[9] Il testo integrale è scaricabile a questo link: https://estudantedavedanta.net/VivekaChudamani-of-Sri-Shankaracharya.pdf 

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