1.05.2020

I RITI EROTICI DI ŚAMBHALA





“Il peccato nasce dalla distruzione della concupiscenza, in quanto da essa nasce avversione per la donna amata, dall’avversione offuscamento, e da questo, caduto il proprio vajra, uno stato di confusione mentale continua […]. La mente delusa da tutto ciò, diventa priva di piacere ed erra per le sei nascite”.
[Nāropā, Iniziazione Kālacakra. A cura di Raniero Gnoli e Gabriella Orofino. Pag. 344. Biblioteca Orientale 1. Adelphi (1994)]..


Avete mai sentito parlare di Nigumā
Probabilmente no. 
Eppure si tratta di una delle più importanti maestre di yoga di tutti i tempi. Il silenzio che copre il suo nome e le sue opere, secondo noi, non è affatto casuale, e le ragioni per cui sia sparita dai manuali di yoga o dalle cronache buddhiste sono compren-sibilissime:

1. Innanzitutto Nigumā  era una donna, e, ancora in vita, veniva considerata una yoginī perfetta, una ḍākiṇī del più alto livello [N.d.A. Ci sono vari livelli di ḍākiṇī, il più alto è quello detto in India khecarī, coloro che vagano nell'Etere, le maestre attraverso la cui bocca la conoscenza giunge al discepolo] e l'idea di una maestra illuminata è in contraddizione con la favola, alimentata anche da alcune maestre contemporanee, che lo yoga sia una pratica prettamente maschile.

2. In secondo luogo era l'amante e la karmakāriṇī  (ovvero colei che opera i riti) di Nāropā, il grande yogin indiano, maestro di Marpa, a sua volta maestro di Milarepa. 
Fu lei, Nigumā, ad aiutare Marpa a tradurre in tibetano "i sei Yoga di Nāropā" ("Na ro pa'i chos drug"). Approfondire la personalità di Nigumā porterebbe a scoprire l'esistenza di lignaggi laici e, tra virgolette "atei" sia nello yoga che nel buddhismo, formati da donne e uomini che praticavano (come è scritto espressamente nel testo tradotto da Gnoli e Orofino che abbiamo citato all'inizio) haṭḥayoga; e la laicità e l'ateismo dello yoga sono ancora argomenti, secondo molti, da non divulgare troppo nel mondo della spiritualità occidentale.

3. Molte delle tecniche di cui Nigumā era maestra, e molti dei rituali che presiedeva non sono compatibili con le nostre credenze, e con le regole sociali e morali della società contemporanea.

Questo è il motivo fondamentale per cui oggi Nigumā - e come lei molte altre maestre - è un'illustre sconosciuta, un motivo che credo sia necessario approfondire.

Avete mai sentito swami, professori universitari o maestri occidentali parlare delle posizioni erotiche del tempio di Khajuraho come di metafore di particolari stati coscienziali?




Avete mai sentito descrivere le statue tibetane raffiguranti focosi accoppiamenti, come il simbolo del dio - o del Buddha - in unione con la sua "paredra"?



Probabilmente vi avranno poi spiegato che  la paredra è "l'energia efficiente del dio", la sua śakti - o  una delle sue śakti - oppure che lui è la forma e lei il vuoto creativo ecc. ecc. 

Sono balle.

Paredra è  una delle paroline magiche usate spesso da docenti universitari  ed eruditi per togliersi dagli impicci. In teoria la parola sarebbe di genere maschile, pàredro; letteralmente significa "che siede accanto" ed indica  in origine un magistrato di secondo piano dell'antica Atene che era seduto, appunto, a fianco del magistrato più importante. 

Ai nostri giorni, per slittamento semantico la sia associa a "una divinità il cui culto è associato ad un'altra, generalmente di maggiore importanza".

Per esempio la vergine Neriene che nell'antica Roma veniva celebrata assieme a Marte, è "la  sua paredra (pàredro)" perché la sua statua veniva collocata accanto - "che siede accanto..."- a quella del dio della guerra.

Se osserviamo le immagini tibetane che rappresentano, ad esempio, Padmasambhava (riconosciuto come Buddha) e la sua "paredra" Yeshe Tsogyal (riconosciuta come Tārā) non pare proprio che siano seduti l'uno accanto all'altra:


Quando parlano delle rappresentazioni erotiche indo-tibetane, swami, professori universitari e maestri occidentali ci dicono, spesso, un sacco di balle.

Gli yogin e le divinità rappresentate in pose erotiche in migliaia  di dipinti su seta, affreschi e sculture stanno facendo esattamente ciò che sembra: sesso.



Lo yoga medioevale è basato principalmente sull'utilizzazione dell'energia sessuale, e le immagini erotiche sono la rappresentazioni di pratiche rituali - che si svolgevano sia in India, sia in Tibet sia in Nepal - durante le quali si concedevano iniziazioni sessuali.

Il linguaggio usato nei  manuali di yoga da Nāropā, dalla sua amante tibetana Nigumā e da altri maestri medioevali è assai crudo e lascia poco spazio alla fantasia; tanto che molti commentatori preferiscono usare delle perifrasi o evitare di tradurre alcuni termini o intere frasi. 

Capita, per esempio, di leggere che "lo yogin si inchina per onorare il nārāsika della  yoginī" dove "nārāsika" indica propriamente la clitoride, ed onorare è un interpretazione, molto personale per cūṣaṇa che significa inequivocabilmente "succhiare" (bhaga cūṣaṇa = cunnilingus").



Probabilmente alcuni, soprattutto quelli istruiti in ambiti religiosi, saranno veramente convinti che i molteplici accoppiamenti rappresentati nell'arte sacra indo-tibetana siano dei simboli di qualche processo psichico o di qualche esperienza sovrasensibile;

altri ancora, soprattutto se di estrazione cattolica, penseranno si tratti di particolari visualizzazioni che hanno lo scopo di rendere saldo lo spirito mediante la resistenza alle tentazioni della carne;

in genere però, riguardo alle tecniche erotiche dello yoga medioevale, si mente - mentiamo - sapendo di mentire. 

Il motivo è semplice:
Certe pratiche sono decisamente inammissibili per la nostra società. Ecco ad esempio cosa si alla Pag.195 (P281b) dell'Iniziazione  Kālacakra (edizione italiana a cura di Raniero Gnoli e Gabriella Orofino. Adelphi.1994):

“Il maestro dovrà mettere il proprio vajra nella bocca della moglie del discepolo e, bendati gli occhi al discepolo, dovrà suggere la naranāsikā [clitoride] della saggezza; dopo di che dovrà offrire la sua mudrā al discepolo […]”.

Il sesso è vissuto in maniera così morbosa nella civiltà occidentale che è meglio tacere su pratiche del genere, tanto più se certe tecniche appartengono agli insegnamenti di alcuni dei più rinomati maestro indiani e tibetani come Gorakhnath, Nāropā o Milarepa.

D'altro canto il tacere, giustamente secondo noi, su certe pratiche può produrre, a volte, effetti peggiori che il discuterne.

Nel libro che abbiamo citato le pagine che descrivono le pratiche sessuali sono  meno di un quinto del totale: la maggior parte del testo parla di filosofia, fisiologia sottile, mantra, e mudrā con accuratezza e profondità, si tratta di manuale preziosissimo per ogni ricercatore e praticante.

Nascondendo le parti più imbarazzanti si rischia, paradossalmente, di metterle in evidenza, avvolgendole di una cortina di mistero e segretezza che finisce per attirare sempre di più l'attenzione dei non "addetti ai lavori" e facendo perdere di vista i brani che parlano di filosofia, fisiologia sottile, mantra, e mudrā .

In aggiunta a questo c'è ilproblema di Internet.
Ai nostri tempi  si può avere accesso ad ogni genere di informazione, e se queste descrizioni cadono nelle mani di persone non abbastanza preparate, o completamente a digiuno di yoga e filosofia orientale, i danni potrebbero essere rilevanti.

Più che un'ipotesi la mia è una constatazione: la diffusione del cosiddetto neo-tantra ha portato molti a credere, in buona fede immagino, di essere qualificati per le pratiche sessuali.

Di solito costoro non  hanno né la preparazione fisica, né la conoscenza teorica adeguate e, pur non essendo in possesso delle più elementari nozioni dello yoga, hanno reinventato rituali e metodologie di insegnamento creando un polpettone per certi versi affascinante, di tantra, taoismo, ed esoterismo occidentale che potenzialmente potrebbe produrre notevoli danni.

In genere negli ambiti neo-tantrici, lo sviluppo dell'energia sessuale è finalizzato all'atto sessuale in sé,  al piacere o, al limite, alla disinibizione.

Niente di male ovviamente, ma si tratta, dal punto di vista yogico, di un errore: lo strumento viene scambiato per il fine.

I neo tantrici di solito non sanno granché di mantra, di mudrā e di fisiologia yoga e chi invece ne sa, in genere mantiene il silenzio sulle pratiche sessuali o, addirittura, ne nega l'esistenza.

Credo che sia loro di cominciare a parlare esplicitamente delle pratiche sessuali dello yoga, per cui mi rivolgo ai miei colleghi insegnanti e agli eruditi. 

Lo yoga medioevale è essenzialmente alchimia interiore, si basa sull'accrescimento e l'utilizzazione delle energie vitali e la più potente energia a disposizione dell'essere umano è, appunto, quella sessuale, lo sappiamo tutti.

Smettiamola di far finta che certe tecniche non esistano, parliamone, discutiamone e forniamo il maggior numero di informazioni possibili.

Raccontiamo lo yoga per quello che è - o era - senza edulcorarlo, perché il tacere a volte ha effetti peggiori del rivelare.


I RITI EROTICI DI ŚAMBHALA



il Buddha nella forma Kālacakra, dipinto su seta del XVII secolo conservato presso il Rubin Museum of Art di New York. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/K%C4%81lacakratantra#/media/File:K%C4%81lacakra.jpeg

La prima, scarna, descrizione di Śambhala – che come si è visto, va probabilmente identificata con Agnideśa, la ricca città buddhista occupata dagli islamici nell’VIII secolo – appare nel Kālacakratantra, o “tantra di Kālacakra” che qui non indica la “Ruota del Tempo” - come si afferma comunemente, ma una divinità - una forma di Buddha per i devoti - che presiede ai rituali erotici  [1].
Il testo che, nel suo insieme, appare come un dettagliatissimo manuale di yoga, descrive i rituali sessuali nella parte denominata dai commentatori “Kālacakratantra segreto”, corrispondente al III, IV e V capitolo.
-      Il terzo capitolo parla delle niziazioni" (abhiṣeka; tibetano: དབང dbang);
-      ll IV delle "tecniche di visualizzazione" (sādhana; tibetano: སྒྲུབ་ཐབས sgrub thabs,);
-      Il V della "saggezza conoscitiva" ovvero dello “yoga in sei rami o ṣaḍaṅgayoga (jñāna; ཡེ་ཤེས, ye shes);.

Per avere un’idea di quali siano le istruzioni del Kālacakratantra segreto, prendiamo come riferimento il testo curato da Raniero Gnoli e Giacomella Orofino, e pubblicato nel 1994 da Adelphi con il titolo “Nāropā, INIZIAZIONE, KĀLACAKRA”.
Leggiamo a pag. 111 (“Il Riassunto dell’Iniziazione”, 18-22):
18. Toccando il seno della saggezza si ha un diletto [consistente in] una caduta di bodhicitta. Colui che è consacrato attraverso il sene, [perché il diletto deriva appunto dal seno], è il bambino.
19. Conficcando [il vajra] nelle parti segrete [della saggezza], a lungo si ha un diletto [consistente in [una caduta di bodhicitta. Colui che è consacrato attraverso le parti segrete, perché tale diletto deriva appunto dalle parti segrete, è l’adulto.
20. Conficcando [il vajra] nelle parti segrete [della saggezza] a lungo, si ha sulla cima del vajra, un diletto fatto di vibrazione. Colui che è consacrato attraverso la conoscenza mediante la saggezza, perché appunto entrato in [uno stato di] vibrazione [cioè di tremito] è l’anziano.
21. Si ha poi un gran diletto privo di vibrazione che nasce per la concupiscenza verso la grande mudrā. Colui che è iniziato per mezzo della grande saggezza perché [appunto] immerso in uno stato privo di vibrazione
22. è chiamato col nome di progenitore, genitore di tutti i protettori […].

Per facilitare la comprensione del testo specifichiamo che:

-      La parola il vajra indica il pene;
-      La cima del vajra – detta anche “gemma del vajra” – è il glande;
-      Bodhicitta è “l’essenza dello sperma”;
-      I termini “saggezza” e “mudrā” indicano la partner femminile.
-      I termini “Vittorioso” indica il pene eretto.
-      Con le espressioni “parti segrete” o “maṇḍala segreto viene indicata” la parte interna della vagina”;
-      La “luna” indica i fluidi genitali sia maschili che femminili;
-      Il “diletto” di cui parlano i traduttori è il godimento sessuale;
-      Il termine “concupiscenza” che ricorre spesso nella traduzione va inteso nel suo significato di “intenso desiderio di appagamento sessuale”.

Leggiamo a pag. 250, (“La conclusione dello Yoga”):
“[…] Se […] non si verifica il piacere, allora bisogna, nel loto, determinare piano piano il suono adamantino (vajradhvani). Nel caso che non ci sia a disposizione una donna, bisognerà agitare [il vajra) col loto della propria mano, per aumentare il piacere, non allo scopo di emettere (pāta). La non emissione del seme (bījātyāga) [comporta] un piacere che discaccia la paura della morte”.
A pag. 303 (P317a) la necessità di “agitare il vajra” viene ribadita:
“[…] lo yogin dovrà meditare, trattenendo il respiro, il fonema AṂ, simile a una linea bianca diretta verso l’alto. Quindi mantenga eretto di continuo il vajra giovandosi del loto della sua mano in modo [tuttavia] che la luna non esca. […]
79. […] Questo metodo […] si accompagna per gli yogin con [varie specie di] diletti.”
A pag. 313, verso 79, si parla dell’unione con “karmamudrā” come uno dei mezzi per raggiungere la realizzazione finale e si specifica che karmamudrā - parola solitamente tradotta con “mudrā dell’azione” -  è una donna, i cui seni e capelli sono causa del piacere concernente il mondo del desiderio (kāmadhātu):
“[…] l’azione è costituita da varie attività come baci, abbracci, contatti con le parti segrete, penetrazione del vajra, ecc. La mudrā caratterizzata da queste azioni è fonte di un’esperienza (pratyakāriṇī) costituita da un piacere mosso (kṣara). La parola mudrā deriva da questo, che dà (rāti) gioia (mudam), cioè uno speciale piacere.”
Frasi come
 “[lo yogin] mantenga eretto di continuo il vajra giovandosi del loto della sua mano” 
rendono inutile ogni tentativo di far apparire le pratiche sessuali di Śambhala come metafore di determinati stati di coscienza o simboli di generiche energie cosmiche.
 Il Kālacakratantra descrive, senza ombra di dubbio, una serie di tecniche che riguardano l’aspetto sessuale e l’utilizzazione del piacere ai fini dell’illuminazione, ma si spinge oltre descrivendo una serie di riti e prescrizioni che stridono con l’idea che abbiamo, ai nostri giorni, del buddhismo tibetano.
A pag. 166 (P27oa) del testo leggiamo un verso misterioso:
“Custodirò le cinque ambrosie e l’insieme degli aggregati e dei sensi, ossia GO KU DA HA NA.”
Che viene spiegato nella nota [3] sempre di pag. 166:
“Le sillabe GO KU DA HA NA alludono alle cinque specie di carni usate ritualmente, cioè vacca (GO), cane (KUkkura), cavallo (DAmya), elefante (HAstin)[2], uomo (NAra). Si veda per codici analoghi Snellgrove 1959, vol.I, p. 86; 1987, p. 161. Le cinque carni sono chiamate tecnicamente pradīpa (letteralmente: “lampade”, in senso metaforico “stimolanti” […].”
Per chi, al giorno d’oggi, creda che gli yogin in genere e i buddhisti in particolare, siano vegetariani la lettura del Kālacakratantra è sconvolgente: il consumo di carne, spesso associato all’assunzione di bevande alcoliche e sostanze psicotrope pare essere la norma, ma le sorprese non finiscono qui.
Proseguendo nella lettura si scopre – sempre alla nota[3] di pag. 166 – che:
Le cinque ambrosie sono escrementi, urina, sangue, seme e carne umana.”
“Queste sostanze segrete erano solitamente confezionate in pillole.”
Gli “abitanti di ŚAMBHALA”, in buona sostanza erano carnivori, facevano riti in cui assumevano sperma, sangue, feci e urina ed erano tutt’altro che casti.
Quello dell’astinenza sessuale dei monaci buddhisti e degli yogin è un altro mito molto radicato sia nell’Occidente moderno, sia nell’Oriente occidentalizzato.
In realtà, almeno fino al XIX secolo espressioni come “castità” e “non desiderare la donna” non avevano affatto il significato che gli attribuiamo.
Il Kālacakratantra a tal proposito è assai esplicito (pag. 166, C14):
Stando nella famiglia del chiaro loto: dirigendomi verso donne convenienti e non convenienti, nel toccare il [loro] chiaro loto, praticherò il voto della castità al fine di accumulare buona condotta.”
Sull’interpretazione di questo brano ci sono ben pochi dubbi: nel testo originale viene usata l’espressione varṇāvarṇābhicāraiḥ, con il verbo abhigam che indica l’azione di avvicinarsi ad una donna con intenti sessuali. Varṇāvarṇā, che viene tradotto con “convenienti e non convenienti” fa riferimento all’avere rapporti sessuali sia con donne non sposate, della stessa casta, di alto livello spirituale e morale, sia con donne impegnate, di caste diverse e di scarso livello spirituale e morale.
Per voto di castità – così come per astinenza, continenza ecc. - si intende invece l’intrattenere rapporti sessuali senza emissione di sperma.
I motivi per cui non si deve eiaculare sono spiegati nelle frasi immediatamente successive (pag. 166-167):
Perché [tutte] le creature ottengano la liberazione, stando (sthitaḥ) nella famiglia generatrice dei Vittoriosi, ossia nel vajra con una sola punta (ekaśukavajra), svilupperò il pensiero dell’illuminazione (bodhicittam), cioè la realizzazione della grande mudrā […].”
Ekaśukavajra – vajra con una sola punta – indica senza ombra di dubbio, il pene in erezione.
Il voto di castità va quindi inteso come una serie di tecniche finalizzate a mantenere l’erezione il più a lungo possibile.
Per ciò che riguarda le osservanze – non uccidere, non rubare, non desiderare la donna altrui – l’interpretazione che ne dà il testo è sorprendente (pag. 182, P277a):
“Il Beato espone adesso l’insegnamento del dharma […] con le parole si privi della vita, ecc. […] Il fatto che […] il Beato possa uccidere si riferisce a coloro che abbiano commesso i cinque peccati di retribuzione immediata[3], abbiano danneggiato la Legge del Buddha, abbiano infranto gli impegni (samaya) […].”
Il che, in altre parole, significa che un illuminato ha potere di vita e di morte sui suoi discepoli.
Il testo continua (pag. 183), parlando dei casi in cui chi abbia compiuto degli atti criminosi, ma in seguito abbia compiuto azione virtuose non deve essere condannato a morte e che:

“Analogamente la menzogna sarà detta per avvantaggiare gli altri e, a questo scopo, si potrà pure rubare e prendere la donna altrui. L’uso degli impegni (samaya), bevande inebrianti ecc., la frequentazione di donne convenienti e non (varṇāvarṇābhigamana) [è diretta allo stesso fine].”

Il concetto viene ribadito poche righe dopo:

“[…] La menzogna dovrà essere detta per aiutare coloro che sono caduti nei cattivi sentieri, non per il proprio interesse; il furto dovrà essere compiuto per impedire a taluno di cadere nei destini degli spiriti famelici (preta) e non per il proprio interesse; l’appropriarsi della donna altrui per impedire a taluno di cadere nei destini degli animali e non per il proprio interesse; l’osservanza degli impedimenti, cioè delle cinque ambrosie [ovvero assumere escrementi, urina, sangue, seme e carne umana] per distruggere il demone dell’orgoglio di casta. Similmente, per mandare a buon fine la mudrā dell’azione (karma mudrā) non si dovranno disprezzare le donne fuori casta (ḍombyādyāḥ).”
Procedendo nella lettura si arriva al capitolo delle “Iniziazioni Superiori” nel quale i riferimenti alle pratiche sessuali- sia eterosessuali sia omosessuali, sono, se possibile ancora più espliciti:

Pag. 188, 279 a:
“Il toccare il seno della saggezza […] è la iniziazione della coppa. Grazie alle parti segrete si ha l’iniziazione delle parti segrete, con la visione e la [de]gustazione della luna. Nell’iniziazione della conoscenza della saggezza […] il maestro dovrà dare la mudrā al discepolo prendendo a testimone il Vittorioso.”

“[Il maestro] possiederà quindi una bella giovane, fornita di tutti gli ornamenti, simile a oro fuso, di dodici anni, mestruata, per mezzo della gemma del [suo] vajra essenziato di saggezza […] e, conosciuta la purità del discepolo, gli metterà in bocca il suo stesso vajra fornito di seme.”

Pag. 188, P279b:
“Giovinette spaurite, mentalmente confuse, insincere, soggette ad altri, malate, gravide […], insensibili […], non integre degli arti […] devono essere evitate. […] Debbono essere […] devote al Buddha, capaci di tenere [segreti] gli impegni [samaya] del maestro.

Pag. 188 – 189, C22:
“[…] Per celebrare l’iniziazione […] conviene evitare una mudrā, cioè una giovinetta, fino a dieci anni compiuti.
[…] Questa giovinetta, vergine […] può essere dal discepolo vista, toccata, adorata [ma nulla più]. Abbracciata può essere invece una giovinetta cominciando dagli undici anni fino ai venti. […] Quelle che hanno passato i venti […] sono le dee dell’ira. […] manifestazione degli spiriti maligni sono le donne dai trentuno ai trentotto compresi. […].”

Pag. 189 - 190, P280a:
“Manifestazione dei demoni sono le donne dai trentanove ai quarantasei compresi.
Le mudrā fino ai quarantasei anni sono utilizzabili per la meditazione.
[…] Le quattro e le sei [ovvero le giovani dagli undici ai venti anni] sono fonte di un piacere identico”.

Pag. 189- 190, “Le tre iniziazioni superiori”:
1)  Iniziazione della coppa.
“[…] Innanzitutto il discepolo dovrà offrire al maestro una bella giovinetta […] di dodici anni […] già completamente matura (paripācitā) […] il maestro farà quindi toccare […] il seno della sua mudrā.”

2)  Iniziazione delle parti segrete.
“Adorate le parti segrete [il maestro] offrirà l’ambrosia al discepolo e gli farà vedere il loto della sua mudrā. E con ciò viene compiuta l’iniziazione [… con queste due cose, cioè la [de]gustazione della luna [seme] e lo sguardo.

3) Iniziazione della conoscenza della saggezza.
“[…] [Il maestro] offrirà la mudrā al discepolo, affinché egli l’abbracci e si unisca con lei. [Ciò fatto] il maestro prenderà a testimone il Vittorioso […]”.

Nel capitolo “Le tre iniziazioni superiori-superiori” (pag. 191 e successive) viene descritto dettagliatamente il complicato rito sessuale durante il quale il maestro concederà le tre iniziazioni. Il discepolo dovrà offrire dieci giovani ragazze al maestro, una “che rappresenta Sabdavajrā” verrà denudata e si congiungerà con il maestro, le altre nove, “nude con i capelli sciolti, con un coltello e un cranio in mano” saranno disposte in cerchio nella cosiddetta “ruota delle yoginī”, dopo di che avranno inizio le pratiche erotiche del discepolo.

Pag. 195, P281b:
“Il maestro dovrà mettere il proprio vajra nella bocca della moglie del discepolo e, bendati gli occhi al discepolo, dovrà suggere la naranāsikā [clitoride] della saggezza; dopo di che dovrà offrire la sua mudrā al discepolo […]”.

Pag. 195, P282a, C25:
“Se le mudrā sono dieci, il maestro dovrà offrire aldiscepolo tutte quelle che questi riuscirà a possedere, da due periodi di ventiquattro minuti (ghaṭikā) dopo la mezzanotte, fino al sorgere del sole.”

Dopo la conclusione del rito il maestro dà al discepolo una serie di istruzioni dalle quali si comprende che il termine bodhicitta, solitamente inteso come “mente di illuminazione” o “mente del risveglio”, indica invece l’essenza del seme maschile.

Pag. 196:
“[…] Il bodhicitta dev’essere ben custodito […]. Messo il liṇga nella vulva, occorre non emettere il seme e visualizzare l’immagine (bimba) del Buddha. Grazie [al bodhicitta] così custodito, si verifica qui in questa stessa nascita la condizione di perfetto risvegliato […].
Grazie [al bodhicitta] così custodito, è messa in moto […] la ruota della Legge. […] Se per debolezza di mente il bodhicitta viene emesso nella vulva, allora [quanto di esso rimane] fuori dal loto giova raccoglierlo con la lingua […]”

Il Kālacakratantra è un manuale di yoga dedicato in gran parte alle tecniche erotiche e descrive il piacere derivante dall’unione sessuale come la via regina per l’illuminazione, la mancanza di desiderio, al contrario, viene considerata come la radice del dolore.

Ecco come, in una delle sezioni conclusive, denominata “LA CRITICA DELLE PASSIONI E LA NATURA DEL SUPREMO IMMOTO” (pag.141 e seguenti) si definisce la “mancanza di concupiscenza” come il più grande dei peccati (Pag. 344 – 345):

134. “Come il ferro, penetrato dall’elisir, non torna alla natura di ferro, così la mente, penetrata dal piacere, non torna alla natura del dolore.”

135. “Non esiste peccato maggiore della mancanza di concupiscenza, non esiste merito maggiore del piacere
[…].”

“Il peccato nasce dalla distruzione della concupiscenza, in quanto da essa nasce avversione per la donna amata, dall’avversione offuscamento, e da questo, caduto il proprio vajra, uno stato di confusione mentale continua […]. La mente delusa da tutto ciò, diventa priva di piacere ed erra per le sei nascite”.

“Il peccato nasce dalla distruzione della concupiscenza, perché è maturato dal venir meno della compassione (karuṇā) […] perché ne deriva avversione, cioè distruzione di affetto (preman) per la donna amata […]. La compassione è caratterizzata da un aumento di concupiscenza, la benevolenza dalla scomparsa dell’odio, la gioia dalla dissoluzione dell’offuscamento e l’equanimità dal piacere immoto […].

“La compassione è unita col [mutuo] sguardo, la benevolenza con l’abbraccio, la gioia con il contatto della donna, l’equanimità con il piacere immoto che si verifica con l’unione.”

139. “[…] Dalla non concupiscenza nasce il dolore, dal dolore nasce, per gli uomini, la rovina degli elementi, e da essa rovina, come è stato tramandato, la morte.”[4]



[1] Kālacakra viene descritto in piedi, con i piedi che poggiano su un fiore di loto. Il suo colore è blu, possiede quattro volti: quello che indirizza lo sguardo semi-irato in avanti è nero; quello rosso, passionale, è alla sua destra; quello posteriore, con sguardo equanime è giallo; alla sua sinistra si pone il volto pacifico di colore bianco. Kālacakra possiede ventiquattro braccia, dodici per lato: quattro superiori di colore bianco, quattro mediane di colore rosso e quattro inferiori di colore blu. Le ultime braccia di colore blu stringono la paredra mistica, Viśvamāta (སྣ་ཚོགས་ཡུམsna tshogs yum), questa di colore giallo, anch'essa dotata di quattro volti: giallo in avanti, bianco alla sua destra, blu dietro e rosso alla sua sinistra.
[2] DA viene inteso talvolta con elefante (DAntin) e HA come cavallo (Haya).
[3] I “cinque peccati di retribuzione immediata” sono:
Uccidere la madre;
Uccidere un santo buddhista;
Uccidere il padre;
Causare divisione nella comunità monastica;
Far sanguinare un Tathāgata, ovvero un buddha.

[4] È evidente che gli insegnamenti del Kālacakratantra sono in aperto contrasto con la morale cristiana:
Per i cristiani la concupiscenza, considerata come “predominio della materia sullo spirito”, è uno dei segni del peccato originale o, addirittura – come affermano i protestanti – il peccato originale stesso.
Per gli yogin tantrici è invece la mancanza della concupiscenza a causare il dolore e la sofferenza dell’essere umano.


1.02.2020

SHAMBALA E IL RE DEL MONDO: QUANDO LE BUGIE HANNO LE GAMBE LUNGHE





Quella di Shambala e del “Re del Mondo” è una frottola, una fake new si direbbe adesso, sulla quale da un paio di secoli sono scritti libri, prodotti film e create filosofie che hanno prodotto effetti ora bizzarri ora devastanti sull'intera umanità.

La leggenda, che tutt’ora molti prendono per realtà storica, comincia con poche righe scritte nell’introduzione di un manuale di yoga portato in Tibet in epoca medioevale da un gruppo di yogin indiani in fuga dall'invasione islamica.

Il testo è noto ai nostri giorni come Kālacakratantra o “tantra della ruota del tempo” e, nonostante contenga una serie di istruzioni, a mio parere, utilissime per la comprensione dello yoga, è sconosciuto alla gran parte dei praticanti o, in alcuni casi, considerato troppo ermetico.

La sproporzione tra l’enorme popolarità della favola nata da un trafiletto di questo manuale e il silenzio che avvolge la descrizione delle tecniche operative che vi sono descritte mi ha incuriosito, ed ho deciso di fare una breve ricerca.

IL RE DEL MONDO


“L'opera postuma di Saint-Yves d'Alveydre intitolata La Mission de l'Inde, che fu pubblicata nel 1910, contiene la descrizione di un centro iniziatico misterioso designato sotto il nome di Agarttha; molti tra i lettori di quel libro debbono aver supposto d'altronde che non si trattava che d'un racconto puramente immaginario, d'una specie di finzione senza alcun fondamento di realtà. Di fatti, se si vuol prender tutto alla lettera, si trovano in cotesto libro delle inverosimiglianze che potrebbero giustificare un tale apprezzamento, almeno per chi se ne sta alle apparenze esteriori; e senza dubbio Saint-Yves aveva avuto delle buone ragioni per non dare egli stesso alla luce quest'opera, scritta da molto tempo, e che non era in verità completamente approntata. Fino ad allora, d'altra parte, non era stata fatta, in Europa, menzione dell'Agarttha e del suo capo, il Brahmâtmâ, che da uno scrittore di molto scarsa serietà, Louis Jacolliot [1], di cui è impossibile invocare l'autorità; per conto nostro, pensiamo che questi aveva realmente inteso parlare di queste cose durante il suo soggiorno nell'India, ma le ha rimaneggiate, come tutto il resto, alla sua maniera eminentemente fantasiosa. Ma, nel 1924, sopravvenne un fatto nuovo ed alquanto inatteso: il libro intitolato Bétes, Hommes et Dieux, in cui Ferdinando Ossendowski racconta le peripezie del viaggio movimentato che fece nel 1920 e 1921 attraverso l'Asia centrale, racchiude, specialmente nella sua ultima parte, dei racconti quasi identici a quelli di Saint-Yves; ed il rumore che è stato fatto intorno a questo libro offre, crediamo, un'occasione favorevole per rompere finalmente il silenzio sopra questa questione dell'Agarttha.”[2]

Con queste parole, nel 1927, René Guenon, presentò ai lettori occidentali il mito di Shambala – o Shangri La o Agarttha – il regno nascosto nel quale, da tempo immemorabile, il “Re del Mondo” custodirebbe il segreto della felicità suprema e dell’immortalità.


L'astronomo Edmund Halley ritratto nel 1736 con in mano un diagramma dei gusci concentrici della sua teoria della Terra cava. Fonte: Michael Dahl - http://www.ucl.ac.uk/sts/nk/hollow.htm originally uploaded on de.wikipedia by Siffler

Secondo alcuni – i fautori della “teoria della Terra Cava”[3] - si tratterebbe di un mondo sotterraneo, secondo altri di una valle segreta nascosta dalle vette himalayane, secondo altri ancora di un mondo parallelo raggiungibile solo attraverso pratiche meditative.
In origine Śambhala (in tibetano bde ’byung) è il nome di un villaggio di Brahmani nel quale alla fine della nostra Era – il kali-yuga – nascerà l'ultimo avatāra di Viṣṇu, Kalki, che, in sella ad un bianco destriero e armato di una spada fiammeggiante, combatterà contro la “civiltà del male” ristabilendo alla fine di una guerra sanguinosa la legge universale, il Dharma[4].
Il mito nasce probabilmente a cavallo dell’anno mille, quando le invasioni islamiche - prima con le scorrerie dell’esercito di Mahmud di Ghazna (979 – 1030 d.C.) e poi con l’invasione della valle dell’Indo da parte di Muhammad di Ghur e la conseguente creazione del Sultanato di Dheli, intorno al 1200 – costrinsero molti brahmini e yogin indiani a cercare rifugio in Tibet.
I racconti della resistenza contro gli invasori – con le imprese, romanzate, degli yogin guerrieri di Gorakhnath e del raja Gogaji – mescolati agli insegnamenti tantrici, furono la basa di una serie di leggende, miti e profezie secondo le quali i “mieccha” (in tibetano kla klo”), come venivano chiamati gli islamici[5], sarebbero stati completamente distrutti in una grandiosa battaglia finale che avrebbe avuto luogo nel XXV secolo.
Piano piano il “villaggio di brahmani”, si trasformò in un regno fantastico con meravigliosi palazzi di cristallo, oro e argento, i cui abitanti, esseri incredibilmente belli e longevi – o addirittura immortali – sarebbero dotati di poteri psichici che li renderebbero simili agli dei.
La storia di Śambhala come la conosciamo oggi proviene, in buona parte, dal Kālacakratantra, un testo del XI –XII secolo d.C. che fa parte del - “Canone buddista tibetano”[6] e probabilmente è stato introdotto in Tibet da un maestro kashmiro di nome Somanath, allievo del tantrico Nāropā, tra il 1027 e 1064 d.C.
Il Kālacakratantra racconta di Sucandra, primo re di Śambhala, che dopo aver appreso da Śākyamuni gli insegnamenti del buddhismo esoterico, avrebbe fatto ritorno al suo regno per insegnare la dottrina segreta ai suoi sudditi.
Nel testo originale Śambhala è descritta in poche righe:
“Sucandra è il sovrano della terra di Sambhala a nord del fiume Śītā, popolata da novantasei milioni di villaggi; i loti dei suoi piedi sono riveriti decine e decine di milioni di capi-villaggio ornati di diademi preziosi, nati dalle famiglie dei novantasei re, i cui corpi sono emanazioni di dei, di demoni e di dragoni.”[7]
Col tempo la fantasia dei commentatori aggiunse sempre nuovi dettagli arricchendo la leggenda di palazzi costruiti con gemme preziose, specchi magici e profezie.
Dopo Sucandra alla guida del regno misterioso, si sarebbero succeduti altri sei sovrani, ognuno dei quali avrebbe regnato per un secolo:
Candra, Devendra, Tejavsi, Candradatta, Deveśvara, Viśvarupa e Deveśa.
Dopo Devesa sarebbe salito al trono Mañjuśrīkīrti – ritenuto autore del testo che oggi chiamiamo Kālacakratantrache sarebbe stato insignito del titolo di “kulika” o “kalkin” (tibetano rigs ldan) che significa “colui che detiene il lignaggio”.
Anche i kulika si avvicenderanno al trono di Śambhala ogni cento anni.
Il secondo kulika sarebbe stato Puṇḍarīka - autore del commentario al Kālacakratantra chiamato Vimalaprabhā ("Luce immacolata"), mentre ai nostri giorni regnerebbe il XXI Kulika, Aniruddha, che nel 2027 lascerà il posto al kulika Narasiṃha[8].
Quando nel 2327 salirà al trono il XXV Kulika, Rudracakrī, il re dei miscredenti –ovvero dei non buddhisti - scoprirà l'esistenza di Śambhala e condurrà le sue truppe oltre il fiume Sītā.
Allora Rudracakrī, riunito un possente esercito con l'aiuto di dodici grandi divinità, lo annienterà, ristabilendo sulla Terra il Dharma del Kālacakratantra per altri diciotto secoli.
Questa ovviamente è la leggenda, che, presumibilmente si basa, come tutte le leggende, su fatti storici, poi trasformati e mitizzati, nel corso dei secoli, dalla fantasia di artisti e letterati.
È possibile che il fiume Sītā sia il fiume Talas[9], ai confini dell’attuale Kazakistan, sulle cui rive si svolse una sanguinosa battaglia nel 751 a.C. tra cinesi, alleati dell’impero buddhista Kushan, e gli islamici e che Śambhala sia in realtà il regno buddhista di Yanqi, in sanscrito Agnideśa, porta d’accesso alla via della Seta e al bacino del Tarim. Il regno era famoso all’epoca per la bellezza del territorio e l’enorme ricchezza dei suoi abitanti[10]
Dopo la sconfitta dei Cinesi, avvenuta a causa del tradimento di 20.000 mercenari turchi, gli islamici invasero il bacino del Tarim e gli abitanti di Agnideśa fuggirono alla volta del Tibet, dove è possibile che abbiano contribuito alla nascita della leggenda di Śambhala.
La prima descrizione dettagliata del regno di Sucandra bisogna è un testo del XVIII secolo, il “Dang po'i sangs rgyas dpal dus kyi 'khor lo'i lo rgyus dang ming gi rnam grangs”.
Secondo il suo autore, Lama Long Dol[11], Śambhala ha la forma di un gigantesco fiore di loto a otto petali, incorniciato dalle montagne innevate dell’Himalaya.
Al centro si trova Kalapa, la capitale del regno, una città circolare del diametro di una sessantina di chilometri (dodici leghe) con palazzi d’oro, d’argento e pietre preziose così splendenti da rendere giorno anche la notte.
Nelle stanze dei palazzi, circondati da alberi dal legno profumato, si trovano specchi magici, grazie ai quali gli abitanti possono sapere cosa accade in ogni parte del globo, e i soffitti sono di cristallo, per permettere l’osservazione delle stelle.
A nord di Kalapa sorgono statue gigantesche raffiguranti Buddha, i Bodhisattva e tutte le divinità tibetane, mentre a sud si stendono due laghi a forma di mezzaluna, del diametro, anch’essi, di una sessantina di chilometri, circondati da foreste di sandalo.


Dipinto tibetano del XVI secolo che rappresenta Śambhala, conservato presso il Rubin Museum of Art di New York. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/%C5%9Aambhala

Trai due laghi - sulle cui acque esseri umani e nāga passano il tempo a nuotare, pescare e navigare su barche fatte di pietre preziose –si trova il maṇḍala dei cinque elementi, largo quasi duecento metri, costruito da Sucandra con oro, argento, turchese, corallo e perle.
Per ciò che riguarda gli otto petali, su ognuno di essi sorgono 120 milioni di villaggi, formati da un numero indefinite di case a due piani, per un totale di 960 milioni.
Per ogni 10 milioni di villaggi c’è un governatore, il cui compito è quello di insegnare al popolo la dottrina del Kālacakratantra.
Il popolo di Śambhala è formato da donne e uomini “dai corpi sottili” che indossano abiti di cotone bianchi, rossi o blu, e non conoscono né malattia né sofferenza. La loro principale occupazione è la “pratica religiosa” che li porta ad “ottenere l’illuminazione in questo corpo”.
Se la matematica non è un’opinione solo la capitale Kapala - che ha un diametro di circa 60 km – occuperebbe un’area di:
 302 x 3,14 = 2.826 km2
Ovvero, tanto per dare un’idea più del doppio di quella occupata della città di Roma
Se a questo ci aggiungessimo la superficie dei due laghi – anch’essi del diametro di circa 60 km - i boschi, e i 960 milioni di villaggi arriveremmo sicuramente alle dimensioni di un grande stato europeo.
Risulta difficile pensare che un simile regno, fosse anche circondate dalle più alte vette dell’Himalaya, possa essere sfuggito all’occhio acuto degli esploratori e dei missionari occidentali, ragion per cui, nel XX secolo il mito di Śambhala venne sovrapposto a quello della Terra Cava, e i suoi abitanti divennero i discendenti degli antichi Atlantidei, i semidei che governavano la Terra decine di migliaia di anni fa, o addirittura milioni di anni fa.



SHANGRI LA





Postcard promozionale di "Lost Horizont". Di James Montgomery Flagg - Herefrontback, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30481157

Il 1937 è l'anno di uscita di “Lost Horizont” (“Orizzonte Perduto” in italiano) un film con la regia di Frank Capra, vincitore di due premi Oscar, che ebbe, all’epoca, un successo globale lanciando la piccola casa di produzione Columbia nel firmamento delle multinazionali dello Show Business. 

Oggi, la pellicola viene ricordata solo dagli storici del cinema, ma i suoi effetti sulla cultura di massa si avvertono tutt’ora. Shambala, nel film Shangrilà, e le pacifiche armate del “Re del Mondo” (High Lama nel film) con il film di Capra entrarono nell’immaginario collettivo Trasformando definitivamente la leggenda del Regno segreto di Sucakra in un mito globale. La trama del film, tratto dal romanzo omonimo di James Hilton, pubblicato nel 1933, è assai intrigante:


“Cina, metà anni trenta. A causa dei crescenti disordini, i cittadini occidentali vengono rimpatriati. Sull'ultimo aereo salgono l'uomo che ha organizzato l'evacuazione, il diplomatico, militare e letterato britannico Robert Conway, con il fratello George, lo studioso di paleontologia Alexander Lovett, l'affarista in bancarotta Henry Barnard e una donna gravemente malata, Gloria Stone. Il loro aereo viene inspiegabilmente dirottato da un pilota e finisce per schiantarsi in una zona sperduta delle montagne dell'Himalaya. Vengono soccorsi dal misterioso Chang e portati in un'isolata vallata nella quale sorge l'idillica comunità chiamata Shangri-La, un'oasi di pace fondata oltre due secoli prima da un missionario belga per preservare i migliori risultati dell'umanità dai continui conflitti del mondo esterno. Dopo l'iniziale, comprensibile desiderio di ritornare al più presto alla civiltà, i nuovi arrivati cominciano ad apprezzare quel luogo, che offre loro un ambiente di grande bellezza, uno stile di vita di incomparabile tranquillità e promesse di incredibile longevità. In particolare, Robert scopre di essere stato deliberatamente portato a Shangri-La dal capo della comunità, il Grande Saggio (High Lama in originale), che si rivela essere il fondatore stesso, vissuto fino a duecento anni, ma ormai prossimo alla morte ed in cerca di qualcuno in grado di portare avanti la sua Utopia realizzata, che ha scelto proprio lui come suo successore, perché la sua vita e i suoi scritti sembrano rispecchiare i valori custoditi a Shangri-La. L'unico a non accettare la situazione e ad essere convinto che Shangri-La sia solo una pericolosa illusione è George, influenzato in questo senso da Maria, una giovane e splendida donna che non desidera altro che fuggire da quella che considera una prigione. I due decidono di lasciare Shangri-La e Robert, pur conquistato dagli ideali del Grande Saggio e trovato anche l'amore con Sondra, una giovane donna cresciuta lì e che non sa immaginare una vita diversa da quella, per senso di responsabilità verso il fratello decide di andare con loro. Dopo giorni di viaggio in condizioni proibitive, la lontananza da Shangri-La rivela tragicamente l'età avanzata di Maria, che muore per la fatica. George, scioccato dalla vista del volto decrepito dell'amata, si getta nel vuoto. Robert riesce a sopravvivere e a tornare alla civiltà, dopo un intero anno dalla sua scomparsa agli occhi del resto del mondo. La terribile esperienza gli ha fatto perdere ogni ricordo dei giorni trascorsi a Shangri-La ma, durante il viaggio di ritorno in patria, ritrova improvvisamente la memoria e non può far altro che tornare in Himalaya. Sfidando ogni avversità e utilizzando ogni mezzo possibile, esplora per mesi i luoghi più impervi, finché non riesce a ritrovare la via per Shangri-La, dove Sondra attende il suo ritorno.”[12]


Grazie al successo del libro di Guenon (1927), del romanzo di Hilton (1933) e del film di Capra(1937) il mito di Śambhala si diffuse in tutti gli strati della popolazione, contribuendo ad alimentare un generale sentimento antimoderno e antiscientifico che, già dalla metà del XIX secolo si era diffuso nel mondo occidentale.
Nell’immaginario collettivo divenne una specie di Eden, un oasi in cui esseri con poteri sovrumani, belli, sani e longevi, vivevano immersi nella luce della conoscenza spirituale.
Quello che libri e film non chiarivano erano le cause di quei poteri, bellezza, salute e longevità:
Una fontana della giovinezza?
Una serie di non meglio definite pratiche meditative?
Una serie di esercizi ginnici come quelli che l’ineffabile colonnello Bradford, inventato dallo sceneggiatore Peter Kelder nel 1939, chiama “Cinque Riti Tibetani”?[13]
La discendenza degli abitanti da antichi semidei, come credevano i nazisti?
Al di là delle leggende nate in epoca moderna, il Kālacakratantra – ripetiamo - è stato introdotto in Tibet da un maestro kashmiro di nome Somanath, allievo del tantrico Nāropā, tra il 1027 e 1064 d.C.
La descrizione di Śambhala – che come si è visto, va probabilmente identificata con Agnideśa, la ricca città buddhista occupata dagli islamici nell’VIII secolo – oltre ad essere chiaramente simbolica, non è certo la parte più importante del testo, che, nel suo insieme, appare come un dettagliatissimo manuale di yoga. La traduzione più attendibile pare sia quella fatta da Raniero Gnoli e Giacomella Orofino, pubblicata nel 1994 da Adelphi con il titolo “Nāropā, INIZIAZIONE, KĀLACAKRA”.
Si tratta di una lettura assai interessante.
Ecco cosa si trova, per esempio, a pag. 111 (“Il Riassunto dell’Iniziazione”, 18-22):

18. Toccando il seno della saggezza si ha un diletto [consistente in] una caduta di bodhicitta. Colui che è consacrato attraverso il sene, [perché il diletto deriva appunto dal seno], è il bambino.
19. Conficcando [il vajra] nelle parti segrete [della saggezza], a lungo si ha un diletto [consistente in [una caduta di bodhicitta. Colui che è consacrato attraverso le parti segrete, perché tale diletto deriva appunto dalle parti segrete, è l’adulto.
20. Conficcando [il vajra] nelle parti segrete [della saggezza] a lungo, si ha sulla cima del vajra, un diletto fatto di vibrazione. Colui che è consacrato attraverso la conoscenza mediante la saggezza, perché appunto entrato in [uno stato di] vibrazione [cioè di tremito] è l’anziano.
21. Si ha poi un gran diletto privo di vibrazione che nasce per la concupiscenza verso la grande mudrā. Colui che è iniziato per mezzo della grande saggezza perché [appunto] immerso in uno stato privo di vibrazione
22. è chiamato col nome di progenitore, genitore di tutti i protettori […].

Se qualcuno avesse dei dubbi sui riferimenti sessuali del sesso basta continuare la lettura per constatare che il vajra indica il pene, la cima del vajra – detta anche “gemma del vajra” – è il glande, bodhicitta lo sperma (chiamato talvolta luna), il “diletto” di cui parla il traduttore è il godimento sessuale, la “saggezza” di cui si devono penetrare le parti segrete – detta anche karmamudrā - è la yoginī, ecc.

Leggiamo a pag. 250, (“La conclusione dello Yoga”):

“[…] Se […] non si verifica il piacere, allora bisogna, nel loto, determinare piano piano il suono adamantino (vajradhvani). Nel caso che non ci sia a disposizione una donna, bisognerà agitare [il vajra) col loto della propria mano, per aumentare il piacere, non allo scopo di emettere (pāta). La non emissione del seme (bījātyāga) [comporta] un piacere che discaccia la paura della morte”.

A pag. 303 (P317a) la necessità di “agitare il vajra” viene ribadita:

“[…] lo yogin dovrà meditare, trattenendo il respiro, il fonema AṂ, simile a una linea bianca diretta verso l’alto. Quindi mantenga eretto di continuo il vajra giovandosi del loto della sua mano in modo [tuttavia] che la luna non esca. […]
79. […] Questo metodo […] si accompagna per gli yogin con [varie specie di] diletti.”

A pag. 313, verso 79, si parla dell’unione con “karmamudrā” come uno dei mezzi per raggiungere la realizzazione finale e si specifica che karmamudrā - parola solitamente tradotta con “mudrā dell’azione” -  è una donna, i cui seni e capelli sono causa del piacere concernente il mondo del desiderio (kāmadhātu):

“[…] l’azione è costituita da varie attività come baci, abbracci, contatti con le parti segrete, penetrazione del vajra, ecc. La mudrā caratterizzata da queste azioni è fonte di un’esperienza (pratyakāriṇī) costituita da un piacere mosso (kṣara). La parola mudrā deriva da questo, che dà (rāti) gioia (mudam), cioè uno speciale piacere.”

Frasi come “[lo yogin] mantenga eretto di continuo il vajra giovandosi del loto della sua mano” rendono inutile ogni tentativo di far apparire le pratiche sessuali di Śambhala come metafore di determinati stati di coscienza o simboli di generiche energie cosmiche: Il Kālacakratantra descrive, senza ombra di dubbio, una serie di tecniche che riguardano l’aspetto sessuale e l’utilizzazione del piacere ai fini dell’illuminazione.

Tecniche alle quali né Ossendowski, autore di “Bétes, Hommes et Dieux”, né Guenon – autore de “Il Re del mondo”, né James Hilton – autore di “Orizzonti Perduti” – né Peter Kelder – autore di "The Eye of Revelation” -  né nessuno di coloro che si sono ispirati al Kālacakratantra ha mai fatto allusione, ma che sembravano essere conosciute, come vedremo in un prossimo articolo, dagli esoteristi di fine ‘800.



[1] Les Fils de Dieu, pp. 236, 263-267, 272; Le Spiritisme dans le Monde, pp. 27-28.
[2] Tratto da: René Guenon, Il Re del Mondo, traduzione di Arturo Reghini, Edizioni Alberto Fidi. Milano 1927.
[3] La teoria della “Terra cava” risale allo scienziato inglese Edmund Halley (1656- 1742) che, nell’opera “Philosofical Transactions of Royal Society of London”, del 1692 propose l’idea che la Terra fosse formata da un guscio esterno, spesso 800 km, con due altri gusci interni concentrici che circondano il nocciolo base, ovvero il cuore della Terra. I gusci avrebbero le dimensioni di Venere, Marte e Mercurio e sarebbero separati da Atmosfera. Tutti i gusci avrebbero propri poli magnetici e ruoterebbero a velocità differenti. (Fonte
[4] Vedi John Newman, Itineraries to Sambhala, in Tibetan Literature: Studies in Genre (a cura di José Ignacio Cabezón e Roger R. Jackson:
“The toponym "Sambhala" first appears in the Hindu prophetic myth of Kalki in the Mahābhārata and the Puränas. In Hindu texts Sambhala is a Brahman village, of undetermined location, that will be the birth- place of Kalki, the future messianic incarnation of Visnu. At the end of the current degenerate Kali age, it is said, Visnu will incar- nate as the pious Brahman warrior Kalki, who will rid the earth of barbarians and unruly members of the lower castes. Kalki's apoca- lyptic war will purify the world, re-establish Brahman dominance of the social order, and thus institute a new age of righteousness”
[5] Vedi Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013: “The Kālacakratantra also predicts an apocalyptic war. In the year 2425 CE, the barbarians (generally identified as Muslims) and demons who have destroyed Buddhism in India will set out to invade Śambhala”
[6] “Con l'espressione Canone buddhista tibetano, o Canone tibetano, si indica, negli studi buddhisti, l'insieme di due raccolte di testi propri della letteratura buddhista canonica in lingua tibetana e che corrispondono a:
1.       Il bKa’-’gyur (nella grafia tibetana: བཀའ་འགྱུར; reso anche come Kangyur o Kanjur; lett. "[La raccolta delle] parole tradotte [del Buddha]");
2.       Il bsTan-’gyur (nella grafia tibetana: བསྟན་འགྱུར; reso anche come Tangyur o Tanjur; lett. "[La raccolta dei] commentari tradotti").
Il Canone tibetano è quindi l'opera che raccoglie i sūtra (མདོmdo), i tantra (རྒྱུདrgyud), i śāstra (བསྟན་བཆོསbstan bcos), il vinaya (འདུལ་བ།, 'dul ba) e in generale le scritture buddhiste, tradotte in lingua tibetana e ritenute importanti per la tradizione del Buddhismo Vajrayāna in Tibet.
Il Canone tibetano si è sostanzialmente formato dall'VIII al XIII secolo, assumendo una sua prima edizione definitiva grazie al dotto poligrafo e bla-ma (བླ་མ) del XIV secolo Buston rinchen grub (བུ་སྟོན་རིན་ཆེན་གྲུབ་, anche Butön Rinchen Drup, 1290-1364).
Complessivamente esso si compone di oltre trecento volumi comprendenti circa quattromila opere tradotte dal sanscrito, dal pracrito, dallo apabhraṃśa, dal cinese e da lingue centroasiatiche, ma ne fanno parte anche commentari redatti direttamente in lingua tibetana. (Fonte: Ramon N. Prats, Le religioni del Tibet, in Buddhismo (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2007).

[7] Nāropā, “INIZIAZIONE, KĀLACAKRATANTRA”, a cura di Raniero Gnoli e Giacomella Orofino. Adelphi 1994. Pag. 132.
[8] Vedi:  Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013.
[9] Esiste un fiume Sītā nello stato del Karnataka, nei pressi dei luoghi di una famosa battaglia del XVI secolo, la battaglia di Talikota, tra islamici e indianii, che si risolse con la distruzione dell’imperoVijayanagara.
[10] Fonte: John E. Hill, “Annotated Traslation of the Chapter on the Western Regions according to the Hou Hanshure”.Depts Washington Education/Silk Road Text.
[11] La descrizione di Shamabala appare in The Collected Works of Longdol Lama (a cura di Lokesh Chandra). New Delhi, International Academy of Indian Culture, 1973: 232—282.La descrizione viene poi riportata da: John R. Newmanin in "The Wheel of Time" a cura di Geshe Lhundub Sopa, Roger Jackson, John R. Newman. Boston, Shambhala, 1996,
[13] “I Cinque Tibetani” nascono da una sceneggiatura del giovane scrittore Peter Kelder sul tema della Fonte dell’Eterna Giovinezza. Lo script fu rifiutato dai produttori perché pur essendo sfacciatamente ispirato a “Orizzonte perduto”, era privo degli ingredienti indispensabili per piacere al pubblico americano: non c’erano né storie d’amore contrastate né morti misteriose. La storia, a dir la verità era piuttosto banale:
“Il colonnello Bradford, un ufficiale dell'esercito britannico in età da pensione, curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli. 
Nel 1939 Kelder trasformò la sceneggiatura in un libro "The Eye of Revelation". Pure questo, pubblicato da the New Era Press of Burbank, California 1939, fu un flop, ma il nostro eroe non si dà per vinto, Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo seducente: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites". Il libro, pubblicato stavolta da Mid-Day Press, Los Angeles 1946, non è quel che si dice un capolavoro cade nel dimenticatoio fino agli anni ‘80. Siamo nell’ epoca delle "Profezie di Celestino" e dello Yoga Non Yoga di Esalen. L’antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946, la legge e ha un’illuminazione: “The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller, e i “Cinque Riti Tibetani”, in realtà, probabilmente, esercizi tratti dalla routine di fitness degli attori hollywoodiani degli anni ’30, con l’autorevolezza che deriva dall’etichetta di “antico sapere tibetano” spopolano nelle palestre e nelle scuole di Yoga, senza che nessuno si chieda niente della loro origine e dei motivi della loro decantata influenza sul sistema endocrino.

Lettori fissi

privacy