mercoledì 13 maggio 2020

I PADRI OCCIDENTALI DELLO YOGA MODERNO - STORIA DELLA GINNASTICA YOGA (1)







Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’aristocrazia bengalese svolse un ruolo fondamentale nella creazione e nello sviluppo del movimento indipendentista indiano.
Si tratta di un nucleo ristretto di famiglie, spesso imparentate tra loro, appartenenti al “clan” dei “Bengali Kayastha”, arrivate in Bengala nel X secolo dall’attuale Uttar Pradesh per sfuggire alle incursioni islamiche[1]:

Dal clan dei Kayastha provengono alcuni dei più importanti politici, artisti e, soprattutto, maestri spirituali del XX secolo, come, solo per citare alcuni nomi:

- Swami Vivekananda (Narendranath Datta);
- Il rivoluzionario Bhurendranath Data (fratello di Vivekananda);
 - Sri Aurobindo (Aurobindo Ghose);
- Il poeta Manmohan Ghose (Fratello di Aurobindo);
- Il rivoluzionario Barindra Kumar Ghosh (fratello minore di Aurobindo e Manmohan),;
- Paramhamsa Yogananda (Mukunda Lal Gosh);
- Lo yogin Bishnu Charan Ghosh (fratello di Yogananda);
- Lo scrittore Sananda Lal Ghosh (fratello minore di Yogananda e Bishnu Charan Gosh);
- Swami Prabhupada (Abhay Charan De) fondatore dell’International Society for Krishna Consciousness (Hare Krishna);
- Il leader nazionalista Subhas Chandra Bose;
- Il politico Sarat Chandra Bose (fratello minore di di Subas Chandra Bose).

I Kayastha bengalesi, tra il XIX e il XX secolo, sacrificarono a Bharati Mata - la Madre India - tutte le loro risorse fisiche, intellettuali ed economiche, impegnandosi fino alla fine nella lotta agli inglesi e nella creazione di  un’India moderna.

La loro azione si svolse contemporaneamente su tre piani diversi:

1- La lotta armata, prima con le formazioni clandestine dell’Anushilan Samiti - per gli inglesi Body Building Society[2] - poi con un esercito regolare agli ordini di Subhas Chandra Bose;

2- Le riforme sociali, con, ad esempio le lotte per i diritti della donna e la lotta alla prostituzione “obbligatoria ‘’ imposta dagli inglesi nel 1860;

3- Il rinnovamento della cultura, con la revisione dei testi tradizionali, l’apertura dello studio del sanscrito ai non brahmini e la riforma del sistema scolastico e dell’educazione fisica indiana.

Quest’ultimo punto è quello che più ci interessa in questo ambito: 

l’opera dei “Fighters of Freedom” bengalesi darà vita infatti ad una serie di movimenti e discipline che nel secolo successivo conquisteranno l’occidente, dal Vedānta riformato di Vivekananda, allo Yoga “cristiano” – tra virgolette e con valenza positiva – di Yogananda fino allo yoga ginnico/posturale – che noi definiamo ginnastica yoga - di Bishnu Charan Ghosh – fratello e allievo di Yogananda – di Krishnamacharya, Iyengar ecc.

Il fine dei Fighters of Freedom era quello di creare una nuova immagine della donna e dell’uomo indiani, in grado di contrastare il mito della “Western Superiority”, la presunta superiorità fisica e spirituale propagandato dai colonialisti inglesi.

Per far questo si rivolsero alla filosofia e alla Educazione Fisica occidentale  alle teorie dell’empirista scozzese David Hume alla didattica di François Delsarte e di Émile jacques Dalcroxe, e alle esperienze  di maestri occidentali oggi quasi dimenticati come Henrik Ling – padre della “Ginnastica Svedese” - Niels Ebbesen Mortensen Bukh - ideatore della “Primary Gymnastics" – e il bodybuilder tedesco tedesco Max Sick – Muscle Isolation – che ispirò lo “Yogoda” di Yogananda[3].

Studiare le teorie, le opere e le tecniche di allenamento messe a punto da questi misconosciuti padri occidentali dello yoga, può portare ad una visione più oggettiva e forse ad una maggiore comprensione delle pratiche psico-fisiche orientali.

Cominceremo accennando alla figura di Henrik Ling ed alle fonti del suo lavoro, che, a sorpresa – le vicende umane appaiono spesso ammantate da un velo di ironia - sono da rintracciare nella ginnastica cinese del XVIII secolo, o meglio dello studio che della ginnastica cinese – Qi Gong – fecero due gesuiti francesi, missionari in Cina, Joseph-Marie Amiot e Pierre Martial Cibot.



LING E LA GINNASTICA CINESE


Joseph-Marie Amiot (Toulon, 8 febbraio 1718 — Pechino, 8 ottobre 1793), entrato nella Compagnia di Gesù nel 1737, fu inviato a Pechino nel 1750, periodo delle persecuzioni cristiane, dove, per la sua cultura e il suo talento di musicista, entrò nelle grazie di Qianlong, quarto imperatore della dinastia Ming. Corrispondente della Académie des Sciences traduttore ufficiale dell’imperatore, e leader spirituale della Missione francese di Pechino, introdusse in Occidente, per primo, la musica, l’arte e la medicina cinese, con un attenzione particolare per la pratica e la teoria dell’agopuntura.

Pierre Martial Cibot (Limoges, 15 agosto 1727 – Pechino, 1780), botanico con la passione della meccanica, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1743, arrivò invece a Pechino nel 1760 e si stabilì alla corte di Qianlong, per il quale costruì degli orologi meccanici e ideò una serie di giardini all’occidentale.



Amiot e Cibot furono autori di una quantità incredibile di libri sul taoismo, la lingua cinese, l’Astronomia, la Botanica...Insieme scrissero Mémoires concernant l'histoire, les sciences, les arts, les mœurs, les usages des Chinois”, un’opera in quindici volumi che venne pubblicata in Francia, integralmente solo nel 1790, dieci anni dopo la morte di Cibot. 

In un’Europa completamente affascinata dall’Esotismo – o Orientalismo, il movimento culturale di cui furono esponenti, tra gli altri, artisti come Eugène Delacroix, Jean Auguste Dominique Ingres, Jean-Léon Gérôme – “Memoires…” ebbe un successo clamoroso. Il trattato di Cibot sulla ginnastica medica cinese, quella che oggi viene definita Qi Gong o Yoga taoista,Notice du Cong-fou des Bonzes Tao-see”, corredato dai disegni realizzati dall’autore, attirò l’attenzione di medici e militari. Per la prima volta in occidente il rapporto tra postura del corpo e salute veniva esposto in un trattato scientifico, aprendo la via alle future discipline psico-somatiche.

Nel suo compendio il gesuita francese oltre a stupirsi della quantità di posizioni e della conoscenza anatomica di cui facevano mostra i gymnosophistes cinesi, suggeriva delle analogie tra le loro concezioni e l’alchimia occidentale e accennava ad una, per noi occidentali misteriosa, energia interna la cui libera circolazione nel corpo umano avrebbe il potere di rafforzare il corpo, allungare la vita e allontanare le malattie.






Gli studi di Cibot entusiasmarono lo svedese Henrik Ling (1776 – 1839), il fondatore della moderna ginnastica. Ling prese le descrizioni degli esercizi e le illustrazioni di “Notice du Cong-fou des Bonzes Tao-see”, le adattò al gusto occidentale e ne trasse un metodo personale. Né Ling né i suoi allievi negarono mai le origini chinoises del suo metodo. Scriveva nel 1857 N. Dally (un allievo della scuola di Ling):

"L’intera dottrina di Ling, teorica e pratica, è solo una sorta di immagine fotografica del Cong-fou taoista."

Ling stesso descrisse le sue tecniche, oggi definite “calistheniques” come
"Uno splendido vaso cinese ricoperto da una vernice europea."

Ling non andò mai in Cina, né risulta che sia mai entrato in contatto con monaci o medici taoisti. Il Cong Fou a cui attribuiva la paternità del suo metodo era dichiaratamente quello di Padre Cibot, ovvero l’interpretazione che un gesuita francese, forse alla luce degli esercizi spirituali di Ignazio de Loyola, aveva dato di una tradizionale tecnica psicofisica orientale.






Per trentacinque anni Ling, insegnò quattro tipi di ginnastica: educazione fisica, esercitazione militare, medica, ed estetica, nel suo “Istituto Bernadotte” a Stoccolma. Fin quando Ling restò in vita, la sua “Ginnastica medica” finalizzata sia a miglioramento della salute generale che alla cura delle malattie, si fondò sui concetti di alchimia interiore che aveva tratto dal lavoro dei gesuiti francesi. 

Alla sua morte i concetti di soffio vitale e di energia interna scomparvero e la “ginnastica svedese” si trasformò in un mero esercizio fisico. Comunque sia le tecniche terapeutiche di Ling, con l’utilizzo di corde, cinghie, spalliere e sostegni di vario tipo per gli esercizi, furono la base del moderno sistema di educazione fisica e ginnastica medica. I suoi esercizi di torsione, flessione, piegamento, cominciarono in breve ad essere eseguiti in tutte le palestre e le scuole militari del mondo, e fu proprio grazie ai militari che il Cong Fou di Cibot, condito in salsa occidentale da Ling, fece ritorno in Oriente: in India, le tecniche di Ling entrarono a far parte prima del piano di studi dello Shree Hanuman Vyayam Prasarak Mandal, fondato nel 1914 dai “Fighters of Freedom” Shri Ambadaspant Vaidya e Shri Anant Krishna Vaidya, e poi del lavoro di integrazione tra Yoga tradizionale e ginnastica occidentale che, a Mysore, portò alla nascita del “Makaranda Yoga” di Krishnamacharya e  dello “Yoga Kurunta” di Iyengar.









[1] Vedi: Ronald B. Inden (1976), “Marriage and Rank in Bengali Culture: A History of Caste and Clan in Middle Period Bengal. University of California Press. ISBN 978-0-520-02569-1.
[2] Fonti:
-          Peter Heehs, The Bomb in Bengala: The Rise of Revolutionary Terrorism in India, 1900-1910. Oxford University Press. (1993) ISBN 978-0-19-563350-4.
Christophe Jaffrelot. The Hindu Nationalist Movement in India. Columbia University Press. (1996). ISBN 0-231-10334-4.
[3] Fonti:
-          Singleton, Mark (4 February 2011). "The Ancient & Modern Roots of Yoga"Yoga Journal.
-          Not as Old as You Think. OPEN Magazine (12 February 2011). Retrieved on 23 July 2018.
-          Let's Call it Danish Gymnastics: The Yoga Body – Mere Orthodoxy | Christianity, Politics, and Culture. Mere Orthodoxy (23 August 2011). Retrieved on 23 July 2018.

lunedì 11 maggio 2020

DEFINIZIONE E SCOPO DELLA MEDITAZIONE - Lezione On Line dell'11 maggio 2011





A che serve la meditazione?
Di Solito scimmiottando i monaci zen si dice che non serve a niente, anzi che non deve servire a niente, ma una finalità la dovrà pure avere, altrimenti tutti coloro che si iscrivono ad un corso di meditazione, o acquistano un manuale di meditazione dovrebbero essere dei deficienti.

Se spilucchiamo un po' trai testi di yoga, Yoga Stra ad esempio, si scopre che per meditare bisogna purificare una roba detta चित्त cittaoppure che meditare è lo stato in cui चित्त citta è purificata.

Viene da pensare che per sapere a che serve la meditazione, dovremo scoprire innanzitutto cosa significa citta.
Usualmente viene tradotto con "mente" ma non sarebbe errato tradurlo con “scopo”, “desiderio”, “intelligenza”, “conoscenza”, “cuore”, “memoria” ecc.
Si potrebbe dire che Citta è l'insieme delle facoltà che chiamiamo pensare, volere, sentire...


La parola cittacaura (si pronuncia cittaciaur) nel linguaggio comune significa "amante", anzi è l'amata/o, inteso come "ladro (caura) del cuore (citta)".






Se mi innamoro il “citta”, viene rapito completamente dall'amata/o.
In altre parole tutte le mie energie sono concentrate sull'oggetto del mio amore.
A questo punto, dato che la “Meditazione” è uno stato collegato alla "purificazione di citta" possiamo dire che concentrare citta, ovvero l’insieme delle nostre, chiamiamole così, “energie interiori” su un oggetto “non è meditazione”.
Ovvero se mi concentro su un punto, un disegno, una statua, un mantra, un processo fisico (come la respirazione, ad esempio) non sto meditando, mi sto "concentrando".
La concentrazione nello yoga potrebbe essere definitaधारणा dhāraṇā, che potrebbe essere considerata una tecnica che "precede la meditazione".
Se mi "concentro" proietto all'esterno o all’interno del mio corpo fisico tutta la mia attenzione, ovvero tutte le facoltà che abbiamo chiamato pensare, volere, sentire ecc.
Meditare deve, per forza di cose, essere qualcosa che NON HA a che fare con la proiezione di quelle facoltà.
Adesso che abbiamo definito cosa “non è meditazione”, cerchiamo di capire cosa invece “è meditazione”.
Facciamoci una domanda:

“Qual è quello stato, sperimentabile da tutti noi, in cui, pur essendo vivo e vegeto, non faccio uso delle normali facoltà del pensare, del volere e del sentire?”

Una risposta plausibile è:
il sonno profondo.
Quando dormiamo senza sogni noi non proiettiamo niente, siamo vivi, ma non ne abbiamo coscienza.
E allora per caso, la meditazione non sarà il sonno profondo?
E se così fosse, per quale motivo dovremmo imparare a meditare?
Basterebbe andare a letto. Giusto?
Evidentemente ci deve essere qualcosa in più, ma il sonno profondo può essere una chiave per cominciare a capire cosa si fa quando si medita veramente.

Io dormo.
Sono in camera mia, nel mio letto eppure è come se non ci fossi.
Diciamo che sono contemporaneamente nel letto e da qualche altra parte, di cui non conserverò nessun ricordo quando mi sveglio.

La meditazione è essere in quella "qualche altra parte" da svegli.

A questo punto diamo delle definizioni di virtuale e reale:

-         Virtuale, nel senso che ci è utile in questa trattazione, può essere inteso come ciò che è “apparenza fenomenica”, ovvero tutto quello che "ora c'è" e "ora non c'è", quello che cambia nel tempo e nello spazio e può essere interpretato in maniera diversa a seconda del punto di vista.

-         Reale possiamo definirlo invece come “ciò che non muta”, ciò che resta costante nel tempo e nello spazio ed ha una valenza oggettiva.

In sostanza possiamo definire-in questo ambito - virtuale tutto ciò che ha coordinate spaziali e temporali ed ha legato da una relazione di dipendenza – principio di causalità o di “causa effetto” - ad altri oggetti o fenomeni.

Per “Reale” –con la R maiuscola - intendiamo ciò che “non è” sottoposto al principio di causalità e non ha coordinate spaziali e temporali.

L’oggetto della meditazione in sostanza è al di là delle categorie di “qualità” e “quantità”, nel senso che non è bello né brutto – definizioni soggettive – non ha lunghezza, né peso né una misurabile durata temporale.

Per capire di cosa stiamo parlando basta vedere gli oggetti come eventi:

-         Una sedia di legno è oggettivamente una sedia di legno, ma dieci anni fa era un albero, venti anni fa era un seme e tra cent'anni sarà segatura.

La sedia è una sedia ed è "qui" solo per me che la sto osservando adesso, ma se l'avessi osservata quarant'anni fa sarebbe stata, magari, un albero in Norvegia.
Si tratta di una osservazione banale, ma non priva di logica.

Torniamo adesso al sonno.
Sono stanco, mi addormento, sogno e poi la coscienza se ne va da qualche parte.
Al risveglio "se tutto è andato bene" mi sento riposato e pieno di energie.
Evidentemente è successo qualcosa.
Devo cioè aver attinto energia da "qualche parte", da una "sorgente" di qualche genere.
Possiamo quindi ipotizzare che la meditazione sia un mezzo per attingere coscientemente energia da questa "sorgente" la cui natura sfugge alle normali capacità percettive –sensazioni – e intellettive – inferenza – ma non per questo possiamo considerare inesistente.









Se così fosse bisognerebbe pensare alla possibilità che meditando si debba entrare in un territorio assai strano, senza coordinate di spazio e di tempo, nel quale si trova qualcosa che potremmo definire –per dirla con termini un po’ new age - una sorgente inesauribile, la “Fonte della Vita” o il “guru di tutti i guru”.
Una “sorgente” che, visto che ce ne abbeveriamo ogni volta che entriamo nello stato di sonno profondo, dovrebbe far parte del naturale campo di esperienza – o meglio, di “esistenza” – dell’essere umano.
Ma perché, quindi, dovremmo utilizzare delle tecniche per bere ad una fonte alla quale siamo/saremmo connessi naturalmente?
Evidentemente c'è qualcosa o qualcuno che nelle condizioni ordinarie ci impedisce di bere.
Se ritorniamo un attimo al discorso di “cittacaura”, ladro del cuore, potremmo dire che una delle cose che impediscono di accedere alla Sorgente è il nostro essere "rapiti" dagli oggetti esterni, ovvero dalla realtà – con la r minuscola - “virtuale”.

Il pretendere che questi oggetti virtuali siano “Reali”, ovvero che non dipendano dalle coordinate spazio-temporali, è quello che nello yoga si chiama “attaccamento”.

L'attaccamento ad un oggetto virtuale genera sofferenza per la sua stessa natura.

Un oggetto è un evento e come tale muta forma nel tempo e nello spazio.

Se arrivo a credere che la mia felicità sia legata alla forma dell'oggetto virtuale, non potrò che rimanere deluso.

Ricapitoliamo: 

1. Meditare serve a connettersi consapevolmente con la Fonte della Vita alla quale abbiamo- o dovremmo avere - accesso naturalmente durante il sonno profondo;

2.  Il territorio in cui si trova la Fonte della Vita non ha coordinate spazio-temporali o, forse, ha coordinate spazio-temporali diverse da quelle ordinarie comprensibili dalla mente;

3.   Questo territorio può essere definito Reale mentre ciò che definiamo vita quotidiana Virtuale (nel senso che muta al variare del punto di vista, del tempo e dello spazio);

Adesso rimane solo da chiarire come si fa ad eliminare quel qualcosa o qualcuno che ci impedisce un accesso costante e consapevole alla Fonte della Vita.

Lo yoga propone una serie di metodi: sana, sequenze, bandha, mantra, mudr, yantra.

Non so se ciò voglia dire che prima di meditare si debba per forza, che so, imparare a mettersi a testa in giù, ma credo, comunque, sia una indicazione di cui tener conto.



domenica 10 maggio 2020

LA MANIPOLAZIONE DI PATAÑJALI - UNA DIMOSTRAZIONE PER ASSURDO






Qualche giorno fa, prendendo spunto da una sommaria analisi del Bhaviṣya Purāṇa, o “Purāṇa di Gesù”, testo falsificato, nemmeno troppo abilmente, all’inizio del XX secolo, abbiamo formulato l’ipotesi – che abbiamo definito assurda – della manipolazione di molti dei testi di yoga che oggi definiamo “tradizionali”, primo tra tutti gli Yoga Sūtra di Patañjali, la cui più antica versione esistente risulterebbe essere quella del  1874 il cui autore risulta essere tale “Jibananda Vidyasagara”.

Ipotesi, ripetiamo assurda, ma visto che ci piace giocare cercheremo di dimostrarne la infondatezza – o al contrario la fondatezza – con l’arma della “reductio ad absurdo”.
La reductio ad absurdo è un divertente tipo di dimostrazione logica che, partendo dalla negazione della tesi che vogliamo sostenere, arriva logicamente – tramite presentazione di prove, indizi e ragionamenti logici – a conclusioni incoerenti e contraddittorie.

Per cominciare a giocare definiamo prima la tesi che vogliamo, davvero, sostenere:
-         Gli Yoga Sūtra sono un testo scritto da Patañjali dopo il II secolo a.C. e prima del IV secolo d.C.

Penso che tutti possano essere d’accordo, giusto?

Procediamo alla dimostrazione per assurdo:

Dato che partiamo dal presupposto – ritenuto infondato  dalla maggior parte degli studiosi – che la versione del libro di Patañjali che studiamo oggi nelle scuole di yoga e nelle università è in realtà frutto di una manipolazione avvenuta tra il XIX e il XX secolo, per procedere alla dimostrazione per assurdo dovremo rispondere ad una serie di domande:

1)    Chi è l’autore della manipolazione;
2)    Dove è avvenuta la manipolazione;
3)    Per quale motivo il testo è stato manipolato.

Alle prime due domande è, apparentemente facile rispondere:

L’autore della versione del 1874 è infatti Pandit Jibananda Vydiasagara, e il luogo è Calcutta, più precisamente l’Asiatic Society of Bengal di Calcutta (fondata da Sir William Jones, giudice della Corte Suprema di Calcutta – Fort Williams – agente segreto –si dice – dell’impero britannico, cui era collegato il Sanskrit College di Calcutta,  diretto per anni dai più eminenti antiquari e sanscritisti inglesi, nonché dirigenti della British East India Company , come Horace Hayman Wilson  e James Prinsep[1].

Veniamo alla terza domanda:
Perché? 

Perché un indiano – Jibananda Vidyasagara – avrebbe falsificato per conto dell’Asian Society of Bengala alcuni dei testi fondamentali della letteratura sanscrita?

La risposta ce la dà lo Śaṅkārācārya Prakashanand Saraswati - che come si può vedere dalla foto sopra era autorizzato a tracciare sulla fronte il “Rāja Tilaka” simbolo della più alta realizzazione spiritualemaestro spirituale accusato di pedofilia negli Stati Uniti, che nel 1999 scrisse “The True History and the Religion of India: A Concise Encyclopedia of Authentic Hinduis”.

“The True History…” è un testo monumentale commissionato da Shri Ramesh Bais all’epoca Minister of State for Information & Broadcastingdell’India e pubblicato da una delle più autorevoli case editrici indiane, Motilal Banarsidass (MLBO).

Nel capitolo intitolato “Major falsehoods as promoted by the British[2] si legge:

During the 19th century and the early 20th century almost all of the writers and the historians exactly followed the above guidelines of falsehood as established by the diplomats of the British regime. They were all either employed or appointed and influenced by them to write such books. Thus, there were quite a number of books written by the famous writers of that time with detailed statements and charts that elaborated the wrong descriptions. So, the few, who were independent writers, followed the same wrong tradition because that was the only available material for them to get the information for their writings.

Due capitoli dopo si chiarisce il compito della Asian Society (ovviamente secondo l’autore):

 One of the main activities of the Asiatic Society was to collect the old manuscripts of India. There was an enormous collection of Sanskrit manuscripts with the Society. By 1849 the Society had its own museum consisting of inscriptions in stone and metal, icons, old coins and manuscripts etc. […] Since 1832 ‘[…]the Society has also published well-edited old texts of Sanskrit and Bengali etc. The Society’s Library today contains more than 200,000 volumes related to Indology.
Behind all those amazingly voluminous activities of the Asiatic Society there was a hidden aim of the English people which was expressed by Jones himself in the writings of his first essay of 1784. Accordingly, in that essay he condemned the Divinity of all the forms of Hindu God and tried to his fullest to destroy Their religious image […] in his tenth speech of 1793 he tried to destroy the authenticity of the ancient history of the Puranas. Thus, trying to paralyze the total structure of the Hindu religion, he established certain fallacies which were made the guidelines for the activities of the Asiatic Society, its members and its associates. They wrote and worked in that specified direction while keeping an outside image that they were doing some kind of geographical and religious research.




Il testo, come detto, è monumentale, per sintetizzare Prakashanand Saraswati afferma che la “Asian Society”, avrebbe finanziato una serie di autori, tra cui il sanscritista Max Müller, per diffondere le false teorie dell’invasione degli Arii nella valle dell’Indo (“the whole story about the Aryan invasion fiction which was so extensively popularized that it appeared in the writings of every historian.”) e della lingua madre indo-europea, e per modificare alcuni testi – come il Garuda Purāṇa e il Bhaviṣya Purāṇa – al fine di stravolgere l’impianto filosofico hindu, rendendolo da una parte simile alla filosofia occidentale e alla teologia cristiana, e dall’altra aggiungendo particolari cruenti per dimostrare la superiorità morale dell’occidente cristiano.

I dettagli riportati da Prakashanand Saraswati per dimostrare la manipolazione sono, spesso, troppo tecnici e raffinati per le nostre competenze – non siamo sanscritisti – ma a pagina 274 si parla di radici – roots – di cui è stato modificato il senso originario.

Nel capitolo intitolato “Fabrication in the Bhavishya Puran” descrive per filo e per segno le modalità con cui il “Purāṇa di Gesù” è stato costruito in base alle indicazioni dell’Asian Society e le tracce che un anonimo brahmino, autore del testo, avrebbe lasciato per dar modo ai posteri di riconoscere la manipolazione.

Sarà attendibile Prakashanand Saraswati?
Le accuse di pedofilia –a dir la verità i testimoni pare abbiano ritrattato – minano sicuramente la sua reputazione di leader spirituale, ma nessuno, in India ha mai messo in dubbio la veridicità delle sue affermazioni sul ruolo del governo inglese – in combutta con alcuni brahmini al soldo della compagnia delle Indie – nella manipolazione dei testi antichi.
Ma torniamo adesso a Jibananda Vidyasagara, cui, nella nostra “dimostrazione per assurdo, abbiamo attribuito la paternità degli Yoga Sūtra.
Su internet è difficilissimo trovare una sua biografia, ma sul sito http://www.sanskritebooks.org/2013/12/complete-works-of-jibananda-vidyasagara/ si trovano alcune notizie interessanti.

Jibananda Vidyasagara Bhattacharya - soprannominato il “Padrino” (the Godfather) dal colonnello Olcott, fondatore della Società Teosofica insieme a H. P. Blavatsky – era il figlio di Tārānātha Tarkavāchaspati Bhaṭṭāchārya (1812-1885).

I praticanti di yoga probabilmente non avranno idea di chi sia Taranath, ma gli eruditi credo sappiano che è l’autore del primo grande dizionario sanscrito-inglese, “Vachaspatyam: (A comprehensive Sanskrit dictionary)”,[scaricabile gratuitamente a questo indirizzo: https://www.worldcat.org/title/vachaspatya-a-comprehensive-sanskrit-dictionary/oclc/903876608]

Un testo pubblicato per la prima volta a Calcutta nel 1863 (1873 seconda edizione) e ristampato decine di volte in tutti i paesi del mondo. Libro maestro di milioni di sanscritisti dal XIX secolo ad oggi.

Di Taranath si trovano poche notizie, alcuni lo identificano con il Taranath Vidyaratna che ispirò i lavori di John Woodroffe (Arthur Avalon), ma probabilmente – Taranath è morto nel 1885 quando Avalon aveva 20 anni - è uno pseudonimo del figlio, Jibananda Vidyasagara.



Era Professore al Sanskrit College di Calcutta, ma a parte questo, come abbiamo detto, della sua vita privata  si sa poco o niente - su internet non si trovano biografie – ma si possono rintracciare alcuni documenti interessanti sulla stesura del Vachaspatyam, il cui committente   era Sir Cecil Beadon, Lieutenant-governor of Bengal Presidency, sottoposto ad inchiesta per le responsabilità nella grande carestia del 1866.

Beadon, uomo della Compagnia delle Indie, offrì a Taranath 10.000 rupie, a patto che il lavoro fosse stato soddisfacente per il governo inglese.

Per dare un’idea della cifra basti pensare che nel 1930 un professore indiano guadagnava, a detta di Prakashanand Saraswati30 rupie al mese

La somma con cui Taranath fu ricompensato dal governo britannico, per il lavoro svolto corrispondeva, in termini attuali ad cifra compresa trai 300.000 e i 500.000 euro attuali.

Secondo “The True History and the Religion of India…” Taranath, per soddisfare i committenti, avrebbe taroccato addirittura Pāṇini.
Le prove della manipolazione si trovano alle pagine 273 e seguenti (Part I, Chapter 3).

Noi, ripetiamo, non essendo sanscritisti non abbiamo le competenze per verificare la fondatezza delle accuse che Prakashanand rivolge a Taranath, ma le prendiamo per buone “fino a prova contraria”.

Per tornare agli Yoga Sūtra di Patañjali nella nostra dimostrazione per assurdo, abbiamo cercato di esporre queste tesi:

1)    La versione comunemente considerata originale è il risultato di una manipolazione messa in atto da Jibananda (o da suo padre);

2)    Gli ambiti in cui è avvenuta la manipolazione sono la Asian Society e il Sanskrit College di Calcutta;

3)    I motivi per cui il testo è stato manipolato sono di natura politica, culturale ed economica (i pandit avrebbero ricevuto decine di migliaia di rupie).

Il discorso ha una sua logica, ma ovviamente continuiamo a ritenere infondata l’ipotesi della manipolazione.

Anche se, a dir la verità, alla fine della nostra “reductio ad absurdo”, non è che abbiamo trovato troppe contraddizioni.

Comunque sia manca ancora un dato, nella nostra fantasiosa e assurda ipotesi:
In cosa consisterebbe la manipolazione? Cosa avrebbero cambiato, tagliato o aggiunto i Pandit corrotti?

Non essendoci possibilità di confronto con testi più antichi del 1874 non è possibile ipotizzare alcunché. Ma, chi ha voglia di divertirsi, può andarsi a cercare un testo del 1740, “A Treatise of Human Nature: Being” di David Hume, e soffermarsi sul Libro Primo, “Of the Understanding”.

Dopo di che, sempre per chi ha voglia di divertirsi, sarebbe interessante confrontare le parole di Hume con quelle, per esempio, che usa Vivekananda nella sua traduzione degli Yoga Sūtra.

A prescindere dalla assurda ipotesi della manipolazione ci sono delle meravigliose coincidenze, segno che l’essere umano, quando approfondisce lo studio della mente, arriva sempre a conclusioni simili se non identiche.



[1] Vedi
-           Sidney Lee ed. (1900). "Wilson, Horace Hayman". Dictionary of National Biography. 62. London: Smith, Elder & Co.
-          Richard Temple, Men and Events of My Time in India.John Murray, London, 1882.

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