domenica 17 novembre 2019

LA FEROCIA DI KṚṢṆA - STORIA SEGRETA DELLO YOGA



Durante le ricerche che hanno condotto allapubblicazione di "Storia Segreta dello Yoga" (https://www.amazon.it/STORIA-SEGRETA-DELLO-YOGA-Devozione-ebook/dp/B07YRVQPVQ) siamo rimasti colpiti dalla differenze esistente tra la storia "reale" dello yoga e dell'India - quella almeno che emerge dai documenti e dai reperti archeologici - e ciò che ci viene raccontato nelle scuole di yoga e, a quanto sappiamo, in diverse università.

Una differenza che diventa abissale quando si parla di personaggi come Kṛṣṇa:

 In  Occidente viene visto come un giovane dio efebico e giocoso, che, al pari di Gesù, si sacrifica per il bene dell'umanità, mentre in India è un  lottatore professionista, che passai primi decenni  della sua vita a rompere teste, spezzare tibia e massacrare a pugni e calci gli avversari, con una ferocia impressionante.

Di seguito incolliamo uno dei capitoli che abbiamo dedicato a Kṛṣṇa nel nostro libro.
Ci piacerebbe che i nostri colleghi - insegnanti, praticanti e studiosi di Yoga - lo leggessero e lo commentassero.

Un sorriso,
P.


KṚṢṆA, “THE WRESTLER”



42 Kṛṣṇa (secondo da sinistra) e il fratellastro Balarāma impegnati in un incontro di lotta a squadre. Miniatura tratta da un manoscritto del XVII secolo conservato al Metropolitan Museum di New York. Fonte: https://www.metmuseum.org/Collections/search-

In India il termine Malla-Yuddha, o semplicemente “wrestling” per gli anglofoni, evoca l’immagine di “giovani uomini in perizoma, unti di olio di sesamo e senape, che si affrontano nelle fosse di fango situate nelle tradizionali palestre dette Akhara, davanti ad una moltitudine di tifosi entusiasti[1]. Si tratta di uno sport da combattimento brutale, senza esclusione di colpi, che richiede coraggio, forza, agilità e conoscenza dei punti vitali (i marma).
L’allenamento dei lottatori indiani –che in genere, a prescindere dagli orientamenti religiosi, sono carnivori[2] - si basa su tre diversi tipi di esercizi:

-         Una specie di Yoga dinamico - assai simile agli esercizi che oggi, nelle moderne tecniche di allenamento occidentali, vengono definiti “Natural Movement” e “Animal Locomotion” - per sviluppare agilità e flessibilità;
-         La pratica del “Malla-khamba” o Yoga acrobatico - considerato anche uno sport a sé stante - che consiste nell’assumere degli āsana su un palo di legno o appesi a corde.
-         Esercizi con clave, sfere e dischi di pietra per lo sviluppo della forza.



43 Lottatore indiano si allena con il disco di pietra. Fonte: https://i.pinimg.com/736x/e7/f8/4b/e7f84b67d7a37a8c14191373dab2066f.jpg


Per un occidentale questi omoni, grandi mangiatori di carne, che si allenano otto ore al giorno per sviluppare i muscoli sono agli antipodi dello yogin e del maestro spirituale. Nessuno di noi potrebbe immaginare, ad esempio, l’efebico Kṛṣṇa, lucido di sudore e olio di sesamo afferrare al collo un avversario e rotolarsi nel fango per finirlo a calci e pugni.
Kṛṣṇa, lo sanno anche coloro che non si occupano di Yoga, veste abiti di seta profumati, indossa ghirlande di fiori e suona, col il suo magico flauto, melodie dolcissime piegando la testa e il corpo come un giunco mosso dal vento.
Kṛṣṇa è il bambino goloso di burro beniamino delle madri del suo paesello, che ridono, beate, delle sue burle. Le giovani donne accorrono al suono del suo flauto per danzare insieme a lui e la bellissima Rādhā passa le ore a carezzargli i bei boccoli neri.
Gli “Hare Krishna” che dagli anni ’60 colorano le nostre città con gli abiti ocra e arancio, i loro canti devozionali e le loro danze allegre, hanno contribuito non poco al successo, in occidente, di questo dio fanciullo, dolce e benevolo, venuto a sacrificarsi per amore dell’umanità.
Il soave Kṛṣṇa, forse anche per l’assonanza con Cristo, è entrato nel cuore di molti occidentali come emblema dell’amore in tutte le sue declinazioni: amore per la madre, amore per il coniuge, amore per i figli, amore per l’umanità, amore per tutte le creature.


44 Kṛṣṇa suona il flauto per Rādhā. Fonte: https://www.quora.com/Why-does-Lord-Krishna-always-hold-a-flute


Kṛṣṇa e i campioni di Malla-Yuddha sembrano appartenere a due culture, anzi a due mondi, completamente diversi, ma, è sufficiente sfogliare due dei principali testi della tradizione indiana, il Bhāgavata Purāṇa[3], e il Mahābhārata (conosciuto anche come Kṛṣṇaveda) per renderci conto, una volta di più, dell’enorme differenza che corre tra la nostra visione della storia e della filosofia dell’India e l’India reale:

Il dolce pastorello, tutto sorrisi e moine, era infatti, al di là di ogni possibile dubbio, il più grande lottatore dei suoi tempi. La sua fama, le sue ricchezze, addirittura il suo regno li avrebbe conquistati grazie alla forza sovrumana e all’abilità dimostrate sia nel combattimenti sia nel Jallikattu, la lotta con i tori ancora praticata nel moderno Tamil.


45 Krishna kills Kamsa" By Martadas Pirbudial - http://www.ebay.com/itm/India-Old-Litho-KRISHNA-KILLS-KANSA-2639-/400331809585?pt=LH_DefaultDomain_0&hash=item5d35a2a331, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22395572


Una delle più famose imprese di Kṛṣṇa, ad esempio, è l’uccisione del “Tiranno Kaṃsa”, una storia famosissima in India, raccontata anche nei libri per bambini e nelle fiction televisive. La trama è assai semplice:

Kaṃsa, re di Vrishni organizza nella capitale del suo regno, Mathura, un torneo di lotta a squadre, a cui partecipano anche Kṛṣṇa e il fratellastro Balarāma. I due affrontano Chanura e Mustika, i due campioni locali, sconfiggendoli facilmente. Quindi Kṛṣṇa si lancia su un infuriato Kaṃsa, e lo massacra senza pietà, a pugni nudi[4].

 In India Kṛṣṇa, che noi automaticamente assimiliamo alla figura compassionevole di Cristo, è un lottatore feroce che ammazza gli avversari a calci, pugni e ginocchiate. I suoi devoti raccontano che lui esercita così la sua opera salvifica, spaccando ossa e teste, e che tutti coloro che vengono massacrati nei suoi innumerevoli incontri di lotta muoiono felici, e lo ringraziano perché lo hanno riconosciuto come incarnazione di Viṣṇu.

Dal Mahābhārata si scopre anche che è un feroce cacciatore: insieme al nipote Ārjūna dà fuoco ad una foresta e scanna senza pietà tutti gli animali in fuga.
Fare una lista degli uomini, dei demoni massacrati (e quindi salvati) dai suoi calci e dai suoi pugni è un’impresa improba. Ne citeremo solo alcuni[5]

-          Pūtanā (parola che significa “putrefazione”). Tenta di avvelenarlo con il latte e viene strangolata da un Kṛṣṇa ancora bambino.
-       Trinavita (o Tṛnavṛta) che si presenta in forma di tornado, viene preso al collo e schiacciato a terra.
-         Aghāsura, fratello maggiore di Pūtanā, è un gigantesco serpente che finisce soffocato e con la testa rotta.
-         Dheruka, invece è un “asino”, che combatte contro Kṛṣṇa e il fratellastro. Grande lottatore dà un calcio volante al petto di Balarāma, ma questi gli afferra le gambe, lo fa roteare e lo schianta contro un albero.
-         Ariṣṭāsura va a sfidare il “pastorello” dopo essersi trasformato in un gigantesco toro. Kṛṣṇa lo afferra per lo corna, lo rovescia a terra e lo tempesta di calci. Quando l’altro è ormai privo di sensi gli strappa le corna e lo uccide.
-         Keśi, assume la forma di un cavallo enorme, veloce come il vento. Tenta di colpire il nostro eroe con le zampe davanti, ma questi lo afferra per le zampe posteriori - come aveva fatto Balarāma con Dheruka - e lo lancia a grande distanza. Keśi si rialza, e cerca di mordere Kṛṣṇa, che con un diretto gli spacca tutti i denti e poi lo costringe a terra con una presa di strangolamento. Il cavallo cerca ancora di colpirlo con i suoi calci, ma ormai è finita: anche lui è costretto ad abbandonare le sue spoglie terrene.

Uno dei pochi a cui il “dio bambino” risparmia la vita è Jambavana, il re degli orsi, uno degli eroi del Rāmāyaṇa. L’incontro durò 28 giorni, alla fine l’orso, esausto, si gettò a terra, ammettendo la sconfitta e riconobbe Kṛṣṇa come incarnazione di Rāma[6].

Siamo sicuri che molti, leggendo queste storie si stupiranno e le giudicheranno poco credibili, ma la letteratura indiana, dal Bhāgavata Purāṇa al Viṣṇu Purāṇa, dalla Bhagavad Gītā al Ghata Jātaka[7],non lascia dubbi: la vita di Kṛṣṇa è un susseguirsi di combattimenti e il tempo che passa nelle “fosse di fango” - i ring dell’epoca - è di gran lunga maggiore di quello trascorso nella foresta a suonare il flauto. Lo riconoscono, implicitamente, anche i pacifici Hare Krishna: i loro libri devozionali sono pieni di raccapriccianti scene di combattimento.

Ecco alcuni esempi:

1)      Kṛṣṇa spezza i denti del “Cavallo” e lo atterra con un calcio al ventre:




2)    Kṛṣṇa entra nella bocca del “Serpente” prima di soffocarlo e spaccargli la testa.



3)    Kṛṣṇa uccide la “Gru” (il demone uccello Bakāsura).





4)    Kṛṣṇa atterra il “Toro” prima di ucciderlo sotto lo sguardo amorevole di pavoni e colombe.




Non ci sono molti dubbi sul fatto che Kṛṣṇa fosse un lottatore di Malla-Yuddha, la sua forza e la sua ferocia sono riconosciute anche dai buddhisti: nel testo che abbiamo già citato, il Ghata Jātaka[8], si racconta di come Kṛṣṇa e i suoi “nove fratelli” facessero parte di una famiglia di wrestler e di come abbiano conquistato il regno di Kaṃsa grazie alla loro abilità di lottatori.

Che Kṛṣṇa abbia ottenuto ricchezze, amore e gloria eterna grazie al Malla-Yuddha è cosa più che plausibile in un paese in cui la lotta era considerata un’arte sacra, e questo, facciamo attenzione, non toglierebbe assolutamente niente alla sua grandezza, anzi. Kṛṣṇa in India non è considerato un dio nell’accezione occidentale del termine, ma un pūrṇa puruṣa, un “essere umano intero”, ovvero una persona, nata, vissuta e morta, che ha realizzato tutte le sue potenzialità.

Kṛṣṇa non è Cristo, non è sceso sulla terra per sacrificarsi in nome dell’umanità, ma è un povero contadino che grazie alla sua forza e alla sua abilità diviene il più grande lottatore della sua epoca, il più grande seduttore - si dice abbia avuto duecento mogli - e infine il sovrano di un regno prosperoso; Kṛṣṇa è una figura da mitizzare e da tramandare ai posteri perché ha realizzato tutti gli scopi dell’esistenza - puruṣārtha – diventando un esempio per le future generazioni.


Diceva Vivekananda ai suoi allievi:

“You will understand the Gita better with your biceps, your muscles, a little stronger. You will understand the mighty genius and the mighty strength of Kṛṣṇa better with a little of strong blood in you.”

I muscoli, i bicipiti e il sangue che scorre forte nelle vene possono essere strumenti per la comprensione delle scritture. Non bisogna “studiare Kṛṣṇa”, dice Vivekananda, bisogna “realizzarlo” rivivendo attraverso lo sport le sue gesta. La competizione, in quest’ottica, diviene una rappresentazione rituale delle gesta degli antichi eroi, un “gioco” nel quale non esistono nemici, ma compagni di viaggio grazie ai quali possiamo riconoscerei nostri limiti e sviluppare le nostre potenzialità.


[1] Stiamo citando il giornalista indiano Devdutt Pattanaik (https://www.mid-day.com/articles/devdutt-pattanaik-krishna-the-wrestler/17259162).
[2] Per fare un esempio: l “Grande Gama”, il più famoso campione indiano del XX secolo, ogni giorno beveva 10 litri di latte e mezzo litro di Ghee (burro chiarificato) con pasta di mandorle, mangiava 4 chili di frutta di stagione, 2,4 chili di burro, e, tra una seduta di allenamento e l’altra, divorava due piatti di carne di montone e sei piatti di pollo cucinato con curry, cipolle e spezie a volontà.
[3] Il Bhagavati Purāṇa, (letteralmente "Il Purāṇa dei seguaci del Bhagavat") conosciuto anche come Śrīmad Bhāgavatam, è uno dei testi sacri della tradizione induista.
Attribuito a Vyasa, autore del Mahābhārata, è composto da 14.579 strofe divise in dodici sezioni o canti. Il tema centrale dell'opera è Viṣṇu/Kṛṣṇa qui inteso come il Bhagavat, Dio, la Persona suprema.
Il primo canto fornisce un elenco degli avatara di Viṣṇu, ed i canti successivi ne descrivono in dettaglio le caratteristiche ed i līlā (passatempi); il decimo e l'undicesimo canto offrono una narrazione dettagliata dell'apparizione di Kṛṣṇa, dei suoi passatempi a Vrindavana e delle sue istruzioni ad alcuni devoti. Il canto finale, il dodicesimo, anticipa l'avvento dell'età del Kali yuga (l'era attuale, in accordo con il ciclo induista), e la futura distruzione dell'universo materiale da parte di Kalki.
S
[4] Fonte:
-          Dhallapiccola Anna, Dictionary of Hindu Lore and Legend. ISBN 0-500-51088-1.
-          George M. Williams. Handbook of Hindu Mythology. Oxford University Press. p. 178. ISBN 978-0-19-533261-2.
-           John Stratton Hawley; Donna Marie Wulff. The Divine Consort: Rādhā and the Goddesses of India. Motilal Banarsidass (1982). p. 374. ISBN 978-0-89581-102-8.
-           Aiyangar Narayan. Essays on Indo-Aryan Mythology-Vol. Asian Educational Services. p. 503. (1901) ISBN 978-81-206-0140-6.
[5] La narrazione dei combattimenti e la precisa descrizione delle mosse dei lottatori ci ha fatto venire in mente un’ipotesi bizzarra: nella nostra pur limitata esperienza negli sport da combattimento indiani abbiamo incontrato molte tecniche e posizioni con nomi animali. Nel Kalari Payattu ad esempio, si parla di nove posture (vadivu) principali - Cavallo, Elefante, Gatto, Serpente, Cinghiale, Pavone, Pesce, Gallo e Leone – e lo stesso accade se non sbagliamo, in tutti gli altri sport da combattimento, comprese le discipline cinesi, giapponesi e occidentali. Non sarà, ci è venuto da pensare, che i nomi ridondanti dei demoni uccisi o sconfitti dal Signore Kṛṣṇa non indichino in realtà le tecniche usate dai suoi avversari? Chi conosce un minimo la Boxe e il Wrestling moderni sa che è abitudine dare ai fighters dei soprannomi che ricordano le loro caratteristiche fisiche o le loro tecniche preferite come “Toro scatenato”, “Tiger mask”, The Rock”, “The Snake” …perché non supporre che anche nell’India antica vigesse questa abitudine? Non vogliamo certo offendere i devoti di Kṛṣṇa, ma a noi che fatichiamo a credere a demoni che si trasformano in animali mostruosi o in turbini di vento, non dispiace affatto l’idea che “Orso”, “Toro”, Cavallo Selvaggio”, “Gru”, “Asino”, “Serpente” siano semplicemente i Nick name di antichi lottatori, famosi per il loro coraggio, per la loro forza e, a volte, magari per la loro ferocia.

[6] Fonti:
-          Patricia Turner, Charles Russell Coulter. Dictionary of ancient deities. 2001, page 248
-          ^ Magnotti, Angela; rews. "Jambavan Fights Krishna (Syamantaka Mani Legend, Part 5)".

[7] I Jātaka sono I racconti delle vite precedenti di Buddha. Il Ghana Jātaka narra le vicende di Kṛṣṇa considerato una precedente incarnazione di Buddha.
[8] Fonti:
-          Cowell, E.B.Cowell, E.B. The Jataka or Stories of the Buddha's Former Births, Vol.1-6, Cambridge at the University Press.(1895)
-          Francis, Henry Thomas. Jātaka tales, Cambridge: University Press. (1916)

giovedì 14 novembre 2019

IL KĀMASŪTRA È UN LIBRO SACRO - STORIA SEGRETA DELLO YOGA




Il "vero" Kāmasūtra è un libro sacro redatto, probabilmente, nel III secolo dell’epoca cristiana da un monaco errante chiamato Vātsyāyana. Dico probabilmente perché la data di stesura dell’opera è incerta: si parla di un periodo compreso tra il I e il V secolo, ma potrebbe anche trattarsi della versione in sanscrito  di un testo molto più antico, 

Secondo la leggenda il Kāmasūtra sarebbe stato rivelato a Vātsyāyana dalla Dea Kāmākhyā (più o meno “colei che dichiara l’Amore”) che gli sarebbe apparsa mentre era in meditazione in una grotta sulle alture di Garo nel Nord Est dell’India. 

Cerchiamo di immaginarci la scena: un asceta prende rifugio in una grotta, medita, digiuna e invoca la Dea. Finalmente, dopo mesi o addirittura anni di fervente preghiera, questa appare e gli detta un manuale di tecniche sessuali…Vi sembra credibile? 

Kāmākhyā è una delle forme della Dea Madre e devo dire che a me pare un po’ strano che la “Regina degli Universi” si sia scomodata per scrivere un trattato sulle posizioni del sesso. Tutto è possibile, per carità, ma è come se la Madonna di Fatima avesse parlato ai pastorelli di ricette di dolci.  

Per quel poco che so di filosofia indiana mi pare uno scenario poco credibile. E infatti se leggiamo con attenzione il Kāmasūtra originale scopriremo che si tratta di un testo “operativo”, pieno di istruzioni pratiche per realizzare la condizione che nello yoga è detta Liberazione, Illuminazione o Stato Naturale.

Gli insegnamenti di Kāmākhyā riguardano la Dottrina delle Vibrazioni, e, a dire il vero, non sarebbero poi troppo difficili da cogliere. Il problema è che noi occidentali siamo più interessati alla copula che alla filosofia realizzativa e quando ci troviamo in mano una edizione del Kāmasūtra, saltiamo senza indugio le descrizioni di vita quotidiana e le parti discorsive, per fiondarci sui capitoli che contengono le pratiche sessuali e le immancabili miniature sconce.


5 Antiche illustrazioni del Kāmasūtra

Sono solo loro, le 64 posizioni, l’unica cosa che ci interessa per davvero.
Quelle posizioni di cui tutti noi, almeno una volta, abbiamo letto, parlato, o sperimentato le possibilità, con imbarazzo, invidia, eccitazione, divertimento o semplice curiosità.

Alcuni, me compreso, si saranno anche chiesti perché diavolo gli indiani si siano inventati maniere tanto stravaganti e talvolta pericolose per le articolazioni, per fare la cosa più naturale del mondo: o il Kāmasūtra, mi dicevo un tempo, è frutto di un'abile strategia di marketing ideata da una lobby di fisioterapisti o il fine delle descrizioni e delle miniature erotiche è diverso da quello che immaginiamo.

Nel Kāmasūtra si parla di otto posizioni fondamentali e di otto varianti per ogni posizione per un totale di 64 posture.
64 come le caselle della scacchiera, 64 come i quadrati in cui è diviso il “Maṇḍala della Rana” uno dei diagrammi sui quali si fonda l’Architettura sacra indiana.


6 Manduka Vastu Mandala


Secondo il Nāmakalāvidyā, o “Scienza dei Nomi delle Kalā",  che sarebbe il il manuale di applicazione degli “Aforismi di Kāma, i due amanti e le diverse maniere di accoppiarsi sarebbero tre gruppi di sillabe dell’alfabeto sanscrito: 


1) Gruppo della "a" (le vocali a ā i ī u ū ṛ ṝ ḷ ḹ e ai o au + anusvara/anunasika e visarga). 

2) Gruppo della "ka" (le consonanti gutturali ka kha ja jha ṅa). 

3) Gruppo della "ca" (le consonanti palatali ca cha ja jha ña). 

4) Gruppo della "ṭa" (le consonanti linguali ṭa ṭha ḍa ḍha ṇa). 

5) Gruppo della "ta" (le consonanti dentali ta tha da dha na). 

6) Gruppo della "pa" (le consonanti labiali pa pha ba bha ma). 

7) Gruppo della "ya" (semivocali ya ra la va). 

8) Gruppo della "śa" (sibilanti śa ṣa sa ha). 

9) Gruppo della "kṣa". 

Questi nove gruppi a loro volta sono divisi in tre categorie: 

- La categoria di "colui che gode" (Fuoco - sillaba kṣa). 

- La categoria del "godimento" (Sole - gruppo delle linguali ṭa ecc.) 

- La categoria degli "oggetti di godimento" (Luna – vocali, gutturali, palatali labiali). 

I corpi degli amanti sarebbero quindi sillabe dell’alfabeto della Creazione, e, insieme, note musicali che, sposandosi tra loro, creano frasi, parole, accordi e melodie che si intonano con ciò che Pitagora definiva “Musica delle Sfere”.

Vātsyāyana, come abbiamo visto, descrive otto posture fondamentali per ognuna delle quali vengono citate otto varianti (in realtà sette più la fondamentale), per un totale di 64 posizioni:

1)    La prima posizione fondamentale è detta l’Ampiamente Aperta.
2)    La seconda è la Sbadigliante.
3)    La terza è la posizione della Regina degli dei, Indrāṇī.
4)    La quarta è l’Avvolgente.
5)    La quinta, la Premente.
6)    La sesta è l’Allacciante.
7)     La settima è l’Intrecciata.
8)    L’ottava infine è detta la Giumenta.

Diamo un’occhiata a quest’ultima, la posizione “della Giumenta”, nota in occidente come Doggy Style:








10 Posizione della Giumenta

In alto, a destra, ho trascritto la sillaba sanscrita LA , non notate una certa qual somiglianza?
Potrebbe essere una coincidenza, ma, come ho già detto, alle coincidenze io non è che ci creda molto. E infatti, osservando le rappresentazioni artistiche delle altre posizioni fondamentali scopriremo ognuna di esse, graficamente, ha delle affinità con particolari dell’alfabeto sanscrito.
Questa ad esempio è la posizione detta “l’Avvolgente”, assimilabile alla sillaba :


 

11 Posizione Avvolgente



Quest’altra invece è la postura detta “Ampiamente Aperta” e corrisponde alla sillaba A :


12 Posizione Ampiamente Aperta

Analizzando tutte le posizioni del kāmasūtra non faticheremo a trovare delle corrispondenze tra le 64 posture e le sillabe dell’alfabeto sanscrito.
Le otto posizioni fondamentali, in particolare, corrispondono ad un gruppo di sillabe denominate ashtamātṝkā o “otto Madri[i] della Parola”,considerate così importanti da assumere il ruolo di divinità.


 
13 Le 8 Sillabe e le 8 Posizioni Fondamentali

Per comprendere cosa significhi bisogna considerare il fatto che nel Tantra il corpo dell’Universo, la Materia, è eterna e priva di coscienza ed è rappresentata da Śiva che giace privo di vita (privo di “coscienza) ai piedi della Dea, la Śakti.

Per dare inizio alla manifestazione, ovvero per acquisire coscienza di Sé, deve essere risvegliato dal “Canto della Dea”, ovvero dalla vibrazione.

Ogni sillaba è una particolare vibrazione, una nota del Canto della Dea, che unendosi alla materia, a parti specifiche del corpo (sia il corpo dell’Universo, Macrocosmo, sia il corpo dell’essere umano, Microcosmo), dona coscienza e, quindi, possibilità di godere della vita, della manifestazione.

Le coppie di amanti del kāmasūtra vanno intese quindi come rappresentazioni grafiche di Materia (lo Sposo) ed Energia (la Sposa), e le loro 64 modalità di unione non sono altro  passi della "Danza della Vita", - esattamente come i 64 esagrammi dell’I’Ching - che indicano le mutazioni di materia ed energia nel mondo del Divenire.

Il Suono, secondo i tantrici, ha il potere di organizzare la materia in forme sempre diverse e la Luce è in grado di mostrarci, assieme, la Bellezza della molteplicità e la sostanziale unità dei cose e dei nomi.

Ma cosa significa dal punto di vista della pratica dello yoga, dell’aspirazione alla Beatitudine Suprema?
Se ritorniamo al testo del Nāmakalāvidyā che abbiamo citato in precedenza forse le cose si faranno un pochino più chiare.
Come abbiamo visto le sillabe, di cui le posizioni erotiche sarebbero una rappresentazione artistica, si dividono in tre gruppi corrispondenti al Fuoco (il Soggetto che Gode), la Luna (l’Oggetto di Godimento) e il Sole (il Godimento).
Fuoco, Luna e Sole nel tantrismo vengono definiti “le tre Kuṇḍalinī”.
Nel dettaglio Kuṇḍalinī di Fuoco è Śakti, Kuṇḍalinī di Luna è Śiva e Kuṇḍalinī di Sole è Kāma.
Se adesso sostituiamo al verbo godere il verbo conoscere, avremo che:

-         Śakti è il Soggetto che Conosce.
-         Kāma è l’Azione del Conoscere.
-         Śiva è l’Oggetto di Conoscenza.

L’illuminazione, e quindi l’esperienza della Beatitudine infinita, consiste nel realizzare l’unità di Soggetto di Conoscenza, Conoscenza e Oggetto di Conoscenza.
Ovvero nella comprensione immediata ed intuitiva, attraverso un processo trasformativo definito Samadhi, dell’identità tra “IO” e ciò che ho intenzione di Godere/Conoscere ("Quello", inteso sia come l’Assoluto sia come “quella roba lì”).
Un processo sintetizzato, in sanscrito nei due mahavakya (grandi sentenze) Tat Tvam Asi, Tu sei Quello, e So’Ham, io sono Questo/Questa.

Ritorniamo alla metafora dell’Amore: se io realizzo l’identità con colei che amo, se scopro che “Io sono Lei”, come potrei aver paura di perderla?

Realizzando l’identità tra Soggetto di Conoscenza, Conoscenza e Oggetto di Conoscenza si abbandona il mondo della Dualità, ovvero il mondo del conflitto e della sofferenza.


[i] Questa è la descrizione delle 8 madri secondo gli insegnamenti di Ramana Maharishi(fonte https://ramanan50.wordpress.com):
Brahmani (Sanskrit: ब्रह्माणी, Brahmâṇī) or Brahmi (Sanskrit: ब्राह्मि, Brāhmī) is the Shakti (power) of the creator god Brahma. She is depicted yellow in colour and with four heads. She may be depicted with four or six arms. Like Brahma, she holds a rosary or noose and kamandalu (water pot) or lotus stalk or a book or bell and is seated on a Hamsa (identified with a swan or goose) as her vahana (mount or vehicle). She is also shown seated on a lotus with the hamsa on her banner. She wears various ornaments and is distinguished by her basket-shaped crown called karaṇḍa mukuṭa.
Vaishnavi (Sanskrit: वैष्णवी, Vaiṣṇavī), the power of the preserver-god Vishnu, is described as seated on theGaruda (eagle-man) and having four or six arms. She holds Shankha (conch), chakra (Discus), mace and lotus and bow and sword or her two arms are in varada mudra (Blessing hand gesture) and abhaya mudra (“No-fear” hand gesture). Like Vishnu, she is heavily adorned with ornaments like necklaces, anklets, earrings, bangles etc. and a cylindrical crown called kiriṭa mukuṭa.
Maheshvari (Sanskrit: माहेस्वरी, Māheśvarī) is the power of god Shiva, also known as Maheshvara. Maheshvari is also known by the names Raudri, Rudrani andMaheshi, derived from Shiva’s names Rudra and Mahesh. Maheshvari is depicted seated on Nandi (the bull) and has four or six hands. The white complexioned, Trinetra(three eyed) goddess holds a Trishula (trident), Damaru (drum), Akshamala (A garland of beads), Panapatra (drinking vessel) or axe or an antelope or a kapala (skull-bowl) or a serpent and is adorned with serpent bracelets, the crescent moon and the jaṭā mukuṭa (A headdress formed of piled, matted hair).
Indrani (Sanskrit: इन्द्राणी, Indrāṇī), also known as Aindri, (Sanskrit: ऐन्द्री, Aindrī), Mahendri, Shakri, Shachi’ and Vajri, is the power of the Indra, the Lord of the heaven. Seated on a charging elephant, Aindri, is depicted dark-skinned, with two or four or six arms. She is depicted as having two or three or like Indra, a thousand eyes. She is armed with the Vajra (thunderbolt), goad, noose and lotus stalk. Adorned with variety of ornaments, she wears the kiriṭa mukuṭa.
Kaumari (Sanskrit: कौमारी, Kaumarī), also known as Kumari, Karttikeyani and Ambika[36] is the power of Kumara (Kartikeya or Skanda), the god of war. Kaumari rides a peacock and has four or twelve arms. She holds a spear, axe, a Shakti (power) or Tanka (silver coins) and bow. She is sometimes depicted six-headed like Kumara and wears the cylindrical crown.
Varahi (Sanskrit: वाराही, Vārāhī) or Vairali is described as the power of Varaha – the boar-headed form of Vishnu or Yama – the god of death, has a boar head on a human body and rides a ram or a buffalo. She holds a Danda (rod of punishment) or plough, goad, a Vajra or a sword, and a Panapatra. Sometimes, she carries a bell, chakra, chamara (a yak’s tail) and a bow. She wears a crown called karaṇḍa mukuṭa with other ornaments.
Chamunda (Sanskrit: चामुण्डा, Cāṃuṇḍā), also known as Chamundi and Charchika is the power of Devi (Chandi). She is very often identified with Kali and is similar in her appearance and habit. The identification with Kali is explicit in Devi Mahatmya.[ The black coloured Chamunda is described as wearing a garland of severed heads or skulls (Mundamala) and holding a Damaru, trishula, sword and panapatra. Riding a jackal or standing on a corpse of a man (shava or preta), she is described as having three eyes, a terrifying face and a sunken belly.