giovedì 16 maggio 2019

I SATSANG DEL GIOVEDI' - PLATONE E LO YOGA (prima parte)







La settimana scorsa, dopo il "Satsang del Giovedì" con Gabriele Gailli e Nunzio Lopizzo, ci siamo trovati a parlare delle affinità tra il pensiero, la vita e soprattutto, la maniera di affrontare la morte, di Nisargadatta, Yogananda e Ramakrishna e quello di Socrate, Platone e Plotino.

L'idea che lo Yoga e la filosofia Greca siano parte di una Tradizione unica (la "Filosofia perenne") non è certo nuova, ma le occasione per parlarne e discutere sulle affinità tra le due linee di insegnamento, nell'era della Post New Age e del Boom del mercato della Spiritualità, sono assai rare.
Ed è per questo che la chiacchierata dell'altra sera mi ha rallegrato e mi ha fatto venir voglia di approfondire un poco l'argomento, nella speranza che altri siano invogliati ad entrare nel nostro "Cenobio" virtuale.

Si parlava della morte, con Nunzio e Gabriele, e delle differenze tra il concetto di Corpo Tomba dell'Anima di Platone e degli Orfici, e quello, non solo indiano, di Corpo come tempio di Dio.

Differenze apparenti, secondo me.
Se il corpo per Platone e gli orfici è TOMBA dell'anima ne è anche SEGNO (SEMA), in pratica avremo Corpo - Custodia dell'anima (SOMA) e corpo-Segno dell'anima (SEMA).
Per noi è difficile comprendere certe sottigliezze perché nella civiltà moderna la parola sta sostituendo il Corpo.

Sembra di intravedere,  un processo di trasformazione secondo la direttrice PAROLA (la Vibrazione Universale dello Yoga o il Verbo dei cristiani)-Corpo-parola (intesa come pensiero discorsivo e linguaggio comune).

Il corpo per lo Yoga, è la rappresentazione artistica della Parola (con la P maiuscola) per cui gli esercizi psicofisici cui si sottopone lo yogin altro non sarebbero che tentativi di sciogliere i "nodi" che impediscono la libera espressione, nella materia, di ciò che definiamo anima.

Oggi invece, il corpo viene modificato, con le ginnastiche, la chirurgia estetica o la moda, per renderlo simile ad un'idea che non è più Idea nel senso platonico, ma sovrastruttura culturale.
Non si ricerca più lo "stato naturale", sinonimo della Libertà che spetterebbe all'essere umano per "dignità di nascita", ma uno "stato culturale" in cui si cerca di somigliare a modelli fisici e psicologici imposti dalla società. 

In altre parole un'Estetica Relativa ha sostituito l'Etica/Estetica platonica e si cerca di adeguare il corpo, anziché al "Bene in Sé", al  modello sociale  che non è il più segno (sema) dell'anima, ma la combinazione delle apparenze che vengono attribuite a concetti relativi come successo, gioventù o salute.



Scrive Raphael nella prefazione di "Orfismo e Tradizione Iniziatica":

"Dioniso! Questo nome è stato sulle labbra di migliaia di persone in luoghi diversi, fin da epoche remotissime e , se ancora se ne scrive, vuol dire ch'esso è presente".

Se Dioniso è presente, lo sono anche i Titani.
Dioniso Zagreo, fatto a brandelli dai Titani viene riportato alla vita come redentore (Dioniso Celeste) da Zeus, e dalle ceneri dei Titani Zeus stesso creò gli uomini.

Dioniso e i Titani sono quindi un duplice aspetto del corpo, materia grezza (i Titani), di incredibile potenza, illuminata da un riflesso divino (Dioniso).
Ma torniamo all'Anima, che, nella banalizzazione moderna del pensiero di Platone e Plotino sarebbe rinchiusa nel "Corpo prigione".

Per gli orfici è "Figlia di Terra e di Cielo Stellante", una definizione che mi ricorda molti passi delle upaniṣad.
Anima come frutto dell'unione tra la Materia e il "suono/luce" proveniente dalle stelle...
Ecco...la Parola, con la P maiuscola, è suono/luce del Cielo stellante, la parola con la p minuscola  ne è la pallida imitazione.

Per la Tradizione Unica la nostra esistenza è (dovrebbe essere) un viaggio a ritroso verso la Parola e il suo artefice, celato nel punto di incontro tra il Manifestato (e il Manifestabile) e l'Immanifesto, per noi, nella nostra società, è, spesso, un girotondo fine a se stesso, danzato al ritmo dell'ininterrotto chiacchiericcio che ci accompagna, volenti e nolenti, in ogni istante della nostra vita, condizionando le nostre scelte, le nostre opinioni, le nostre azioni.

L'estrema diffusione dello Yoga e delle discipline chiamate oggi olistiche se da un lato ha avvicinato i  molti al pensiero orientale, dall'altro ha prodotto un'estrema banalizzazione del sapere tradizionale.
I motivi sono ovvi: più semplice e accattivante è il messaggio e maggiore sarà il numero dei clienti.
Il numero di coloro che sono in grado (o sono costretti, per ragioni di mercato) d banalizzare il messaggio degli antichi maestri promettendo guarigioni da ogni male, illuminazioni a prezzi scontati  e iniziazioni un tanto al chilo, negli ultimi tempi è aumentato a dismisura e visto che, per dare  autorevolezza al loro dire, usano le stesse espressioni dei maestri antichi, anche coloro che sarebbero qualificati ad un insegnamento tradizionale vagano, smarriti, tra le mille e mille proposte del "business della Consapevolezza".

Quando si dice che la tradizione in occidente si è interrotta o dorme credo si intenda proprio questa mancanza di riferimenti certi.

Un Maestro parla e scrive per discepoli e aspiranti dal diverso livello coscienziale.

Un discepolo comprende a seconda del proprio livello coscienziale.

Ma, non essendoci un riferimento certo, ecco che in occidente ci si trova ad andare a tentoni.

Per tornare alla questione della originale identità tra Tradizione occidentale e Tradizione orientale, facciamo un esempio pratico: la Laminetta Aurea di Turi, trovata in una tomba orfica (kern-frammento 24 c.) il cui testo viene riportato dal Reale, citato a sua volta da Raphael in "Orfismo e Tradizione Iniziatica", pg. 47:

"...Folgore scagliata dalle stelle. Volai via dal Cerchio che dà affanno e pesante dolore, e salii a raggiungere l'anelata Corona con i piedi veloci, poi mi immersi nel grembo della Signora [...] e discesi nell'anelata Corona con i piedi veloci...."

Credo che nessuno si scandalizzerebbe se dicessi che termini come "Folgore", "Cerchio che dà affanno", "anelata Corona", "grembo della Signora", siano quasi le traduzioni letterali di parole sanscrite che per noi yogin sono familiari ("vajra",  "saṃsāra", "mūrdhānta", "Kōṉiyammaṉ" o "Yonidevī"), e, approfondendo, vedremo che le affinità tra Yoga e Filosofia greca sono molte e niente affatto formali:

Platone, ad esempio,  indica tre vie per far volare l'anima verso "l'anelata corona":
1) Conoscenza;
2) Eros;
3) Azione.

non vi pare che potrebbero essere intese come jñāna mārga, bhakti mārga e  karma mārga?

Basterebbe tradurre ātman con Noùs, jīvātman con Psiché   e Soma con sthūla śarīra per trasformare i testi orfici e platonici in trattati vedantici.

le corrispondenze  tra tradizione orientale e tradizione (definiamola così...) pitagorica sono sin troppo evidenti:

"Zeus è il principio, lo stato mediano e la fine del tutto"

Dicono gli orfici.


"Il praṇava (Oṃ) è in verità, l'inizio, lo stato mediano e la fine di ogni cosa"

Dicono le upaniṣad, a dimostrazione, secondo me, del fatto che si tratti di un'unica tradizione.

Tornare ad approfondire il pensiero di Pitagora, Platone e gli Orfici, renderebbe immediatamente più chiari gli insegnamenti dei maestri indiani, aiutandoci a scrostare la patina di ignoranza che, nel mercato della spiritualità, è stata spalmata sugli autentici insegnamenti dello Yoga.

Un sorriso, 
P. 

lunedì 6 maggio 2019

SOCRATE, YOGIN E GUERRIERO

Immagine tratta da 
https://nicovalerio.blogspot.com/2012/03/

"Vale più un'oncia di pratica di una tonnellata di teoria", diceva Shivananda.
Come dargli torto? 
Nello Yoga le chiacchiere stanno a zero, possiamo riempirci la bocca con le più raffinate disquisizioni psicologiche, ma fin quando non metteremo le chiappe sul tappetino anche il più alto insegnamento rimarrà lettera morta.

Eppure ogni tanto, secondo me, un pizzico di erudizione non fa male, anzi. A volte anche solo il riprendere in mano libri e appunti del liceo, può avere un effetto corroborante, come la doccia fredda  che restituisce tono ai muscoli e alle sinapsi dopo la sauna o il bagno turco.

Ricordate, ad esempio, i nomi di Calano e Onesicrito?
Probabilmente no, ed è un peccato, perché forse potrebbero  fare un po' di chiarezza sulla, oggi sempre più confusa, storia dello Yoga e sui rapporti tra la filosofia orientale e la nostra.

I due tizi sono al centro di un gustoso aneddoto riportato da Plutarco ("Vite Parallele: Alessandro") e Strabone ("Commentari Storici").

Siamo nella primavera del 326 a.C., nei pressi di Taxila (Taxilain greco, Taksasila in sanscrito), nella valle dell'Indo.
Alessandro, in un momento di pausa nelle attività guerresche, manda il filosofo Onesicrito, adepto di Diogene, a parlamentare con i locali "Gymnosofisti", colpevoli di aver organizzato la resistenza armata contro l'esercito macedone.

I Gymnosofisti (Gymnosophistae, dal gr. Γυνμνοσοfισταί, letteralmente "saggi"-sofisthi, "nudi" - gumnoi) erano coloro che oggi chiamiamo yogin.
Ce ne erano di due tipi: quelli che assistevano i nobili nelle faccende di governo definiti  bracmaneV  (Brahmani) e i Gymnosofisti veri e propri che  secondo Strabone se ne andavano in giro nudi, donne e uomini, e passavano il tempo a prendere il sole, a fare esercizi ginnici e a celebrare rituali di prosperità e guarigione per il popolo. 



Quando  Onesicrito, vestito di tutto punto, con mantello e stivali in pelle, arrivò nel luogo dell'incontro i Gymnosofisti scoppiarono a ridere ("ma che ci fai vestito così con questo caldo?") e cercarono di denudarlo, ma poi ne ebbero pietà, lo accompagnarono all'ombra di un grande albero e cominciarono a parlare del più e del meno.
Gli chiesero di Socrate, Pitagora e Diogene (NB. Gli yogin del IV secolo a.C. conoscevano Socrate, Pitagora e Diogene...), ne discussero le teorie filosofiche e, infine, lo seguirono al campo dei Macedoni per dividere il pranzo con Alessandro e i suoi generali.

Tra i Gymnosofisti c'erano anche il  saggio Calano (Kalyana) che, affascinato dal giovane conquistatore decise di seguirlo con il ruolo di "Consigliere militare".
Le gesta successive e la morte gloriosa di Kalyana (che aveva 73 anni all'epoca dell'incontro) sono narrate da Plutarco e meriterebbero ben più di un accenno,  ma sono altre le cose che ci tengo a mettere in evidenza:

1) Gli yogin chiamati all'epoca, Gymnosofisti erano conosciuti e stimati dagli occidentali già al tempo di Alessandro e, a loro volta, conoscevano estimavano i filosofi greci.

2) Praticavano esercizi ginnici all'aria aperta, completamente nudi.

3) Si occupavano di politica e di guerra.

Alessandro e i Gymnospfisti - Miniatura medioevale

Gli scambi culturali nell'antichità, erano più frequenti di quanto possiamo pensare, tanto da rendere plausibile la reciproca influenza tra filosofi greci e yogin.
Socrate ad esempio, se leggiamo con attenzione i testi platonici, assomiglia decisamente ad uno haṭhayogin dei tempi di Gorakhnath.
Non ci credete?

Basta prendere il "Simposio".
Se ci sforziamo di eliminare i filtri culturali vedremo che già nelle prime righe si scopre che usava praticava tecniche di meditazione.
Il Simposio racconta di un gruppo di amici (le menti più acute dell'Atene del tempo) che si ritrova per festeggiare la vittoria di Agatone in una competizione teatrale.
Sembrano divertirsi un mondo, bevono, scherzano e discutono di tutto e di più.
Socrate  l'ospite d'onore, tarda ad apparire  e un servitore lo va a cercare:

"Socrate è tornato indietro, nel portico della casa dei vicini e se ne sta là immobile e per quanto io lo chiami, lui non vuole venire"."Dici una cosa ben strana", aggiunse: "non lo chiami dunque senza dargli un po' di tregua?". Ed egli saltò su a dire: "No, assolutamente! Lasciatelo stare. Egli ha questa abitudine. Talvolta si ritira, dovunque capita, e se ne sta lì fermo. Ma verrà subito, come io ritengo. Non sollecitatelo dunque, ma lasciatelo stare".

Andando avanti si viene a sapere che Socrate era un guerriero, un grande guerriero, e beveva come una spugna.
Sembra strano, eppure è proprio così che ce lo descrive Platone.



Ad un certo punto arriva, ubriaco fradicio, Alcibiade. Socrate trasalisce e chiede aiuto al padrone di casa:

-"Difendimi da Alcibiade .... in sua presenza non posso né guardare né parlare con nessuno senza che, geloso ed invidioso compia azioni incredibili, mi insulti e trattenga a stento le mani... non permettere che si lasci andare. Fa qualcosa, tenta una riconciliazione o difendimi, perché ho un vero terrore della follia di costui e della sua passione di amante"-

Alcibiade si arrabbia:

-" Tra me e te non è possibile nessuna riconciliazione ma mi vendicherò un'altra volta"-

Platone narra l'episodio con dovizia di particolari come se la lite da scolaretti trai due fosse di grande importanza.
Il Simposio è un libro sorprendente.
Sorprende coloro che conoscono superficialmente Platone, perché propone un Socrate lontano anni luce dall'immagine del filosofo serio, pacifico e un po' noioso che proviene dai ricordi del liceo o dai programmi televisivi.
Socrate, che non ha rivali nel bere, è aggressivo, polemico e soprattutto è un grande guerriero.

L'odio di Alcibiade per il Maestro nasce dall'immensa ammirazione e dall'amore, non corrisposto, che egli nutre per Socrate dai tempi della Guerra del Peloponneso (cfr. "Simposio"- a cura di G.Colli, Adelphi editrice, 219 e):

-"...Partecipammo insieme alla campagna di di Potidea...Anzitutto invero, rispetto alle fatiche, egli era superiore non soltanto a me ma a tutti gli altri.
Ogni volta che, tagliati fuori da qualche parte, come appunto accade in guerra, eravamo costretti a rimanere senza cibo, nel sopportare ciò gli altri, di fronte a lui, non valevano nulla, e quando poi le provviste erano abbondanti egli solo era in grado di goderne, tra le altre cose nel bere: su questo era riluttante, ma qualora vi fosse forzato vinceva tutti e, cosa più mirabile di tutte, nessun uomo ha mai visto Socrate ubriaco...
Inoltre nel sopportare i rigori dell'inverno, in quel paese gli inverni sono terribili, faceva meraviglie. In particolare una volta che ci fu un gelo quanto mai atroce e tutti non uscivano dai rifugi oppure si coprivano con una quantità davvero straordinaria di indumenti...costui usciva in mezzo agli altri col solito mantello di sempre e, a piedi nudi, camminava sul ghiaccio più agevolmente degli altri con le loro calzature.
Gli altri lo guardavano con sospetto convinti che volesse umiliarli...... Un giorno .... essendosi concentrato a meditare.... a partire dall'alba era rimasto in piedi nello stesso posto a riflettere.....fermo ad indagare. Si giunse a mezzogiorno...."-



Per farla breve Socrate rimane immobile a meditare fino all'alba del giorno successivo.
All'alba fa la "preghiera al sole" (?)  ("comincia a muoversi improvvisamente come se cercasse qualcosa e poi si ferma nuovamente, immobile")  e si accinge al combattimento.

Sembra uno degli yogin guerrieri di Gorakhnath più che un filosofo greco, o un samurai.

In questo brano del Simposio ci sono alcuni punti su cui dovremmo riflettere:

1)Socrate che medita per un giorno intero e poi fa la preghiera al sole (e non è l'unica parte del simposio in cui si parla di tecniche di meditazione).

2)Socrate che mostra agilità e di resistenza fisica non comune e, viene detto esplicitamente nel seguito del brano che ho copiato, che mostra doti di guerriero paragonabili a quelle degli eroi omerici.

3) Socrate che risponde ad Alcibiade in maniera sarcastica.

Alcibiade è uno dei giovani più belli , più ricchi e brillanti o addirittura il più bello, il più ricco e il più brillante, di Atene e vuole donarsi anima e corpo a Socrate.
Vuole essere sua allievo e suo amante.Socrate lo rifiuta e dopo aver ascoltato per l'ennesima volta le dichiarazione d'amore del giovane (218 e) -"... disse, con molta dissimulazione.... e secondo la sua consuetudine: 
mio caro Alcibiade c'è caso che tu realmente non sia stupido se le cose che dici di me sono proprio vere e se dentro di me esiste una forza grazie alla quale tu potresti diventare migliore: di certo avrai visto in me una bellezza smisurata e di gran lunga superiore alla avvenenza che ti appartiene. Se a questo punto accorgendoti di tale bellezza tu cerchi di venire a patti con me e di scambiare bellezza con bellezza ti proponi allora di trarre non poco vantaggio a mie spese tentando di acquistare...la verità in luogo dell'apparenza e intendendo realmente avere armi d'oro in cambio di quelle di bronzo"-

Che strano Socrate viene dipinto nel Simposio!
Un guerriero infaticabile e privo di ogni paura che prima di combattere recita la preghiera al sole....
Un maestro che, in pratica,dice all'allievo, davanti ad un folto auditorio: 
-"che ti sei messo in testa, ragazzino? vuoi scambiare la tua apparente bellezza per la bellezza autentica che alberga dentro di me?"-





martedì 30 aprile 2019

CHIDAMBARAM, LO SPAZIO DELLA COSCIENZA







Mi affascina il potere delle  parole, lo ripeto spesso. A volte la consuetudine, o l'ignoranza, ne nasconde il significato originale, ma prima o poi il senso nascosto fa capolino, come un affresco antico che rinasce alla bellezza tra le crepe dell'intonaco.
Prendi "afrore": "odore acuto e penetrante, come quello del mosto in fermentazione o del sudore del cavallo", dice il dizionario, ma basta una goccia di fantasia per vedere il bosco di Afrodite, e la corsa folle della Dea, le cosce snelle insanguinate dai rovi, ad abbracciare Adone, ferito a morte. Afrore è l'odore acre del cinghiale assassino. Afrore è il profumo del muschio su cui giace l'Amato. Afrore è il sudore della Dea impazzita, che volle farsi Donna.

Il profumo della Dea, in fondo questo significa "afrore".
Anche la parola indiana Chidambaram potremmo tradurla con "Profumo della Dea" (vedo già i miei amici sanscritisti sobbalzare sulla sedia...).


Chidambaram è un comune dell'India meridionale, nel distretto di Cuddalore, nel Tamil Nadu.

Per noi haṭhayogin (हठयोगिन्) è un posto speciale: è lì che si incontrarono per la prima volta (2.500 fa o 5.000 fa, non si sa bene), Patañjali, Vyāghrapāda e Tirumular, i mitici Siddha del Tamil. i padri riconosciuti (almeno da me...) dello Yoga.

Chissà quante volte, anche se non vi occupate di Yoga o di filosofia indiana vi sarete imbattuti nella parola Chidambaram: "Il tempio di Chidambaram", "i siddha di Chidambaram", "lo Yoga di Chidambaram" ma probabilmente non vi siete soffermati un solo istante sul suono e sul significato originario della parola.

Chid, sta per "cit (चित्)", sostantivo femminile che viene tradotto normalmente con "coscienza", "anima", "intelligenza", ma per i tantrici è un sinonimo di "śakti (शक्ति)" o "devī (देवी).
Come nel mantra oṃ sat cit ānanda nāmarūpa, dove sat (सत्), "l'eternamente esistente", può essere identificato con śiva (शिव), cit (चित्), "la coscienza", con śakti (शक्ति) e ānanda (आनन्द), "la beatitudine", con il godimento supremo che nasce dall'unione dei due dei, dando vita ai nomi (nāma नाम) e alle forme (rūpa रूप).
Già. in sanscrito i nomi dei fenomeni vengono prima dei fenomeni stessi: è la Parola (il "vero suono della parola) che crea la forma....


Ambaram, invece sta per ambara (अम्बर) che originariamente indica i profumi o, più specificamente, l'odore acuto (afrore?) dello zafferano.
Poi, per slittamento semantico, assume il significato di "cielo", "spazio", "etere", "sfera celeste".

In teoria quindi potrei tradurre  Chidambaram sia con "Profumo della Dea" sia con "Spazio della Coscienza" o "spazio cosciente", nomi che si addicono entrambi alla foresta di Tillai (come un tempo si chiamava Chidambaram), il luogo in cui śiva si manifestò (2.500 o 5.000 anni fa) per insegnare la Danza della Creazione ai siddha del Tamil.





Spazio si dice anche ākāśa (आकाश) in sanscrito, e ākāśa, come quasi tutte le parole sanscrite, è un termine "multi-semantico", ovvero cambia significato a seconda delle parole con cui è legato nella frase, dell'argomento del libro o capitolo in cui è inserito ecc. ecc.

Oltre che "spazio" ākāśa può significare anche "Etere" (uno dei cinque elementi), "atmosfera",  brahma (ब्रह्म) nel senso di "Assoluto", "vuoto" e "vacuità".

La stessa parola, identica, può indicare lo Spazio, il Vuoto e Dio...

Definire Dio mi risulta difficile assai, a meno di non prendere la via dei teologi cristiani e delle loro perifrasi ad effetto che dicono tutto e il contrario di tutto:

"Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque ela circonferenza in nessun luogo" - si legge nel "Libro dei Ventiquattro Filosofi" - "Dio è una Monade che genera una Monade e in sé riflette un solo fuoco d'amore", "Dio è Mente che genera la Parola e permane nell'Unione"...

"Dio è Mente che genera la Parola e permane nell'Unione" non è mica male, sembra quasi la spiegazione dell'oscuro potere delle parole, dell'emergere inaspettato, del vero significato di un suono, ma di certo non chiarisce la natura di Dio. 

Chissà cosa volevano direi ventiquattro filosofi...secondo me neppure loro conoscevano il reale significato di ciò che stavano scrivendo...

Meglio gli indiani, che, alla fin fine, forse con un pizzico di ironia, Dio lo chiamano tat (तत्) che vuol dire "Quello". Mi immagino le disquisizioni teologiche al tempo di Patañjali e Vyāghrapāda: "Cosa è Dio?" - diceva uno -"Quello, quella roba lì, insomma" - rispondeva l'altro...



Tra "Spazio" e "Vuoto" invece non sono mai riuscito a capire la differenza.

Se qualcuno mi dice "fammi spazio" vuol dire che devo spostarmi e allontanarmi da lui in modo da mettere una porzione di vuoto tra di noi. Ma poi il vuoto non è che sia proprio vuoto: c'è l'aria e la terra e un sacco di altra roba.

Sembra quella vecchia pubblicità dei cioccolatini dove una cappelluta e ammiccante nobildonna faceva sdilinquire Ambrogio, il maggiordomo mostrandosi affamata -"Ma la mia non è proprio fame...": lo spazio è vuoto ma non è proprio vuoto.

Il vuoto  si può conoscere solo al negativo, per la sua possibilità di essere riempito, e lo spazio può essere conosciuto solo grazie a ciò che lo delimita, la forma (rūpa रूप).

La forma, frutto dell'evoluzione/proiezione di un archetipo, è ciò che "qualifica" lo spazio.

Cerco di spiegare cosa significa, per me, "evoluzione/proiezione di un archetipo":

Un'automobile è una evoluzione/proiezione del carro  nel senso che se non ci fosse stata l'idea del carro, l'auto non potrebbe esistere. Il carro a sua volta è una evoluzione/proiezione della ruota e la ruota lo è del piede. 
Il piede è in questo caso l'archetipo.

Lo so che sembra roba idiota, ma credo che non lo sia.
Per comprendere lo yoga bisogna imparare a pensare come i siddha, bisogna, cioè, cogliere quei legami tra microcosmo e macrocosmo e tra i singoli principi della manifestazione che sono la base teorica dello yoga.

Da ognuno dei cinque elementi della fisica indiana, ad esempio, [spazio, vento, fuoco, acqua, terra] prendono vita una percezione, una delle cinque azioni fondamentali, un organo di senso, un organo di azione ecc. ecc.

Per rimanere all'esempio del piede-ruota, carro-macchina, il principio fondamentale è Fuoco/luce, dal Fuoco/luce "procedono", la vista, l'azione del muoversi, l'occhio e il piede, collegati, nel corpo umano al cakra dell'ombelico (detto नाभि nābhi, "ombelico" o मणिपूर maṇipūra, letteralmente "inondazione di gemme preziose") ed al "suono seme" रं raṃ. 


La forma, frutto dell'evoluzione/proiezione di un archetipo, è ciò che "qualifica" lo spazio.

Lo spazio delimitato da un pavimento, un soffitto e quattro mura io lo definisco stanza.
In termini assoluti non sarà diverso dallo spazio delimitato da un teiera, ma la forma della stanza e della teiera ne qualificano il contenuto e ne mostrano la funzione.




Se prendo una bustina di tè, la metto sul pavimento di una stanza e ci verso sopra dell'acqua bollente potrò anche dire che ho preparato il tè, ma questo si spargerà sulle mattonelle e leccare il pavimento fa brutto.

Se ci si pensa non cambiano né la natura del tè né la natura dell'acqua né la natura dello spazio.
Cambia solo la forma.

La stanza e la teiera, forme che qualificano lo spazio delimitandolo in maniera diversa, per svolgere la loro diversa funzione, devono avere delle aperture.
A cosa servirebbero una teiera senza beccuccio e con il coperchio incollata ed una stanza senza porte?

La forma non basta. Se lo spazio interno alla teiera e lo spazio interno alla stanza non avessero possibilità di comunicare sarebbero inutili: non potrebbero svolgere la loro funzione e perderebbero quindi il carattere di necessità.



Il corpo umano concettualmente, non differisce punto da una teiera o da una stanza: è un involucro con delle aperture che permettono la comunicazione tra spazio interno e spazio esterno: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca, i genitali e l'ano. Questo  significano i passi delle scritture in cui si parla delle "nove bocche" del corpo energetico e del corpo grossolano.


Le nove aperture hanno il compito di mettere in comunicazione spazio interno e spazio esterno per permettere la conoscenza, ovvero la discriminazione tra Io  (N.B.con "Io" si intende tutta la roba compresa nello spazio interno) e Questo (tutta la roba compresa nello spazio esterno).

Così come la teiera è costruita in modo da poter ospitare il tè e renderlo fruibile dallo sperimentatore, così il corpo sarà costruito in modo da ospitare l'Io e renderlo oggetto di conoscenza

E come il tè rimarrebbe tè, in termini assoluti, anche se sparso sul pavimento, così l'io dovrebbe rimanere tale anche se non ospitato dal corpo grossolano, solo che, come il tè versato per terra, sarebbe difficilmente "fruibile" (e probabilmente avrebbe pure un cattivo sapore...).

L'analogia teiera/corpo umano, molto usata in Cina e Giappone (in India si preferisce parlare di "vaso") funziona fino a un certo punto.
La teiera è la forma che permette la fruizione del tè da parte dello "sperimentatore" (uno sperimentatore munito di una tazza, si spera).

Il corpo/teiera è la forma che permette di fruire dell' Io/tè.

Ma il "fruitore" chi è?

Lo spazio se lo limitiamo in una teiera, una stanza o un corpo umano, appare "qualificato" in maniera diversa.
Ma questo termine "qualificato" può essere ingannevole.
In qualche modo quando lo spazio si trova all'interno di una teiera "decide" di ospitare il tè, quando si trova all'interno di una stanza "decide" di ospitare la "vita quotidiana".

All'interno del corpo è lui a "decidere" di ospitare l'Io!

C'è uno spazio interno che in questo caso nello yoga viene detto  citta ākāśa (चित्त आकाश, "spazio della memoria") e c'è uno spazio esterno (l'ambiente che "Io" può conoscere) detto mahākāśa (महाकाश, "grande spazio"). 

Ci sarà poi un'altro spazio che comprende sia "Io" che l'ambiente, e che "decide" di ospitare gli altri due.

Questo spazio è chiamato in sanscrito citākāśa (चिताकाश, "spazio senziente"), ad indicare il luogo in cui Dio si manifesta appunto, come " infinito spazio senziente".

Chidambaram è un sinonimo di citākāśa, un luogo fisico che è al tempo stesso un "infinito Spazio cosciente" e il "profumo della Dea".

Conoscendo  un po' la storia dei siddha mi viene quasi da pensare che in una sola parola, questa parola, si nascondano più insegnamenti che in mille libri....

Un sorriso, 
P.

domenica 28 aprile 2019

LA GINNASTICA YOGA, L'AVIDYĀ E L'IGNORANZA ORDINARIA



Il fuocherello delle  polemiche che si è acceso dopo la decisione dello CSEN di organizzare delle gare di "Ginnastica Yoga" mi sta divertendo assai.
Mi è venuta in mente una frase del mio "alter-ego" Ryu no Kokyu: 

-"Nella pratica Yoga l primo ostacolo da affrontare non è l'Avidyā, ma l'ignoranza ordinaria"-

L'avidyā è l'ignoranza metafisica, lo "scambiare la corda per il serpente" (mi raccomando, अविद्या avidyā, con l'accento diacritico sulla seconda "a", se no vuol dire "stupido") e spesso moltissimi yogin più o meno eruditi (me per primo) si lanciano in lunghe discussioni sulle modalità di bruciare i saṃskāra (in sanscrito "sacramento" o "purificazione", ma nel gergo vedantico "semi dell'ignoranza") o risolvere i kañcuka, i "Veli della Dea", senza rendersi conto che in molti casi sia gli astanti  sia, a volte, loro stessi (noi stessi...), sono carenti le basi elementari, l'ABC, e il buon senso comune.

Proviamo a  ragionare come bambini di otto anni.... 
Prima domanda:   

"Se io fondo una Associazione SPORTIVA Dilettantistica per usufruire delle agevolazioni fiscali del CONI, perché mi stranisco se il CONI mi chiede di partecipare a gare SPORTIVE amatoriali?"

La risposta più comune è questa:

-"Perché lo Yoga è una disciplina finalizzata alla Realizzazione del Sé e nell'ambito dello Yoga non è concepibile la Competizione"-

E io, a sentirlo dire da miei amici insegnanti , non posso far altro che sorridere, per una serie di motivi.

1) Ma scusate, volete dirmi che nei corsi di Iyengar Yoga, Ashtanga Yoga, Power Yoga, Haṭhayoga, Yoga Posturale, Yin Yoga ecc. ecc. si insegna a "Realizzare il Sé"?

A me sembra che si facciano tanti Saluti al Sole (esercizio divulgato da Krishnamacharya derivante dalla ginnastica dei guerrieri indiani), tanti esercizi di  scioglimento articolare, tanti esercizi di ginnastica posturale. 

Poi c'è qualche mantra, esercizi di respirazione e concentrazione e l'immancabile Nidrā Yoga, moderna tecnica di rilassamento psicosomatico creata da Satyananda e ispirata al training autogeno di Schultz.

Pensate davvero che una serie di esercizi di ginnastica conditi da qualche mantra e un po' di Training autogeno conducano alla Realizzazione del Sé?
Maddai!

Nelle nostre scuole e palestre si insegna Ginnastica Indiana.
Non è una supposizione, ma un dato di fatto.

Che poi ci siano (tanti per fortuna) insegnanti di grande caratura che possono indirizzare gli allievi verso un percorso spirituale è un altro discorso, ma anche qui, pensate forse che tra gli istruttori di Ginnastica Ritmica, Lotta Greco-romana o Karate non ci siano personaggi che hanno fatto una ricerca sul Sé?

2) Ma siete sicuri che nello Yoga non ci sia una sana competizione?
Lo sapete che nello Advaita vedānta e nel Buddhismo Mahāyāna si fanno le "Gare filosofiche"?
Monaci e ācārya  si sfidano in "onorevoli duelli filosofici" senza esclusione di colpi, duelli definiti talvolta Tarka ("ragionamento, confutazione"), e chi vince viene, ovviamente, premiato.

Lo sapete che nello Yoga tibetano, quello "vero", quello dei Togdenma, gli "aspiranti", per poter accedere agli insegnamenti del Maestro, devono "vincere delle gare"?

Guardate questo video, e poi, se volete, ne parliamo....



La Ginnastica Yoga (di cui il Maipayattu dei Guerrieri del Sud è un esempio) fa parte della tradizione indiana.
I suoi fini dichiarati sono la salute del corpo, la longevità e la bellezza.

Il protettore dei ginnasti (e dei lottatori) indiani è Hanuman, il dio scimmia.
I ginnasti e i marzialisti  indiani sono di solito esperti di Ayurveda e, se gli chiedi su cosa si basa la loro disciplina, rispondono:

 -"mantra, tantra e yantra"-  

Prima di praticare nella shala (śālā, che si può tradurre con "palestra", non certo con "sala segreta del tempio") recitano i mantra di Hanuman:


ॐ श्री हनुमते नमः 
(oṃ śrī hanumate namaḥ)


ॐ आञ्जनेयाय विद्महे वायुपुत्राय धीमहि। तन्नो हनुमत् प्रचोदयात्॥ 
(oṃ āñjaneyāya vidmahe / 
vāyu putrāya dhīmahi / 
tanno hanumat pracodayāt//).

Alla fine fanno rilassamento nella posizione del "cadavere" (शवसान śavasāna) e meditano.


Se un profano assistesse ad una lezione di सूक्ष्म व्यायाम sūkṣma vyāyāma (come gli indiani definiscono la Ginnastica Yoga) secondo voi non la definirebbe YOGA? 

La verità, ineccepibile, è che la Ginnastica Yoga, gare ed esibizioni comprese, fa parte della Tradizione indiana.

Guardate queste foto di Shivananda e Yogananda: secondo voi stanno insegnando ginnastica o no?

Shivananda



Shivananda




Yogananda


Yogananda

Mi piacerebbe molto che su questi argomenti si aprisse un dialogo franco e aperto tra gli insegnanti di Yoga.
Troppo spesso ognuno di noi tende a difendere le proprie opinioni e i propri interessi creando delle piccole isole autoreferenziali.

Ricominciamo a discutere, scambiare e condividere.
Lo Yoga dovrebbe unire, non dividere.

Interroghiamoci sulle origini e le finalità di cosa insegniamo e pratichiamo.

Chiediamoci se certe posizioni le assumiamo per difendere la Tradizione o solo per  partito presi o, addirittura, per nascondere certi piccoli bluff e certe carenze della nostra preparazione fisica e teorica.

Soprattutto discutiamone insieme. 

Lancio il sasso io.

Affermo, fino a prova contraria, che la "Ginnastica Yoga", finalizzata alla salute, alla longevità, allo sviluppo della forza,dell'agilità e della bellezza fisica, è parte integrante della Tradizione indiana.

Spero che i molti che  non sono d'accordo espongano le proprie ragioni, in maniera diretta, in modo da aprire un dibattito franco e aperto alla fine del quale,ovviamente, l'unico vincitore sarà comunque lo Yoga, la disciplina che tutti noi pratichiamo per passione e spirito di servizio.

Un sorriso, 
P.

venerdì 19 aprile 2019

SHANKARA, ARISTOFANE, ESIODO: LA NASCITA DELLA COSCIENZA NELLO YOGA E NELLA FILOSOFIA GRECA




Nel "Simposio", Socrate citando Aristofane, parla dell'Amore e di Efesto ( Il fabbro divino) che propone di "saldare l'amato con l'amante".
E parla degli amanti che altro non desiderano che di essere uniti per l'eternità.

Simposio 189 c-193:

"[...] da un tempo così remoto, dunque è connaturato negli uomini l'amore degli uni per gli altri;
esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare, di due, uno, e di guarire la natura umana.
ciascuno di noi quindi è un complemento di uomo, in quanto è stato tagliato, come avviene ai rombi, da uno in due; ciascuno dunque cerca sempre il suo complemento [...]"

L'uomo, secondo Aristofane, in origine era uno e poi, chissà perché, è stato diviso in due.
Questa unità originaria per lo yoga è lo stato naturale (सहज sahaja) e la maniera per ritrovare lo stato naturale è समरस samarasa che vuol dire " medesimo sapore", e indica l'orgasmo, contemporaneo e ininterrotto, dei due amanti divini, शिव śiva e शक्ति śakti.

Amore, sia per i Greci sia per gli Indiani è la volontà di ricondurre l'essere umano a quella unità originaria.



Eros, l'androgino (assimilabile al Phanes degli orfici) è, per l'Aristofane del Simposio, la causa di questa tendenza all'unità o tensione realizzativa.

I veda descrivono un mito (o concetto o teoria) analogo:

(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad  I,III)1. In origine questo universo era soltanto il Sé (विराज् virāj) della forma umana. Egli osservò e comprese di essere soltanto sé stesso, dunque affermò "Io sono". Quindi il suo nome fu अहम् aham (io). Perciò da allora quando a qualcuno si chiede chi egli sia risponde "io sono", poi aggiunge il proprio nome. Siccome Egli era prima (पूर्व pūrva) di tutto questo universo e prima di chiunque aspiri alla perfezione, Egli bruciò col fuoco (उष् uṣ) ogni male per cui  è chiamato पुरुष puruṣa. Colui che conosce questo brucia chiunque desideri levargli il primato.

2. Egli ebbe paura. Perciò tuttora chiunque sia solo ha paura. Egli pensò: "Se non esiste nessuno oltre me, di che cosa ho paura?". Allora passò la paura, poiché cosa avrebbe dovuto temere? Solo da una seconda entità può provenire il timore.


3. Egli non era felice. Perciò tuttora gli uomini non sono felici quando sono soli. Desiderava una compagna. allora divenne grande come un uomo e una donna abbracciati e divise poi il suo corpo in due parti. Da questo nacquero il marito e la moglie. Perciò diceva याज्ञवल्क्य Yājñavalkya che questo corpo è la metà dell'intero, come la metà di un frutto solo. E lo spazio mancante fu riempito con la moglie, con cui Egli si unì, e da cui nacquero gli uomini [...]".

Sembra quasi che Aristofane abbia letto Upaniṣad. La बृहदारण्यक उपनिषद् Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (titolo che più o meno significa "insegnamenti del grande bosco" o forse "il grande insegnamento del bosco") è una delle upanishad più antiche, si dice che sia dell VIII- IX secolo a.C. ma pare sia molto, molto più "vecchia" di quanto ci immaginiamo. Eccone un altro brano tratto dal secondo capitolo del primo Libro:


2. L'acqua era splendore. La schiuma delle acque si consolidò e diventò la terra. 
E quando anche la terra fu creata, lui si sentì stanco. Mentre conosceva la stanchezza e il turbamento, la sua essenza e la sua gloria emersero all'esterno. 
E questo fu il Fuoco.

3. Poi si scisse in tre parti, una il fuoco, una il sole, una il vento; questo è il triplice spirito vitale (प्रण praṇa). 
L'Oriente fu il suo capo, i venti che provengono da quella zona furono le zampe anteriori; l'occidente fu la sua coda; i venti che soffiano da occidente furono le zampe posteriori; il settentrione e il mezzogiorno furono i suoi fianchi, il cielo fu la schiena, l'atmosfera il suo ventre, la terra il suo petto. 
In tal forma Egli sostenne le acque e chi questo conosce trova, ovunque vada, il suo sostegno.

La schiuma che diventa la terra....
La terra (mondo manifesto?) è la DEA.
La schiuma diventa la terra, ma se è schiuma del mare (direbbe Shankara) si può dire che è cosa diversa dal mare?
E la terra? 
Se è schiuma, come potrebbe essere diversa dal "mare"?
"Egli si sentì stanco" dice la Br. Up. e la sua gloria e la sua ESSENZA, emersero all'esterno: e questo fu il FUOCO.
Un Fuoco che si scinde parti: fuoco, sole e vento.


Una "TRIPLICE VIA DEL FUOCO".
Ma veniamo alla Schiuma che diventa Terra, non vi ricorda Venere?
Esiodo, un autore piuttosto splatter, fa nascere l'universo da un evirazione.

Un "titano" (आसुर āsura per gli indiani) chiamato Cronos [Κρόνος - Kronos = Tempo, ma Cronos significato anche alto, elevato] taglia i genitali del padre Urano [Οὐρανός-Ouranós che significa "Cielo Stellante"] e li getta in mare.

I dettagli sono raccapriccianti: Cronos armato con una falce dentata si nasconde nella vagina (locheòs) della madre Gaia [Γαῖα che significa terra]. Appena Urano, che pare fosse un amante insaziabile, si getta sul corpo di Gaia "il Tempo nascosto nella Vagina" lo castra.


Il pene e i testicoli vengono gettati in mare, dalle parti di Cipro creando un onda. Oddio...dato che Urano era il padre dei Ciclopi e dei Titani suppongo che i suoi genitali avessero dimensioni ragguardevoli e forse più che di onda si potrebbe parlare di un vero e proprio tsunami. Comunque sia l'onda produce una schiuma opaca e dalla schiuma nasce Afrodite, simbolo della bellezza della natura, del mondo, del vivere. 

Il corpo, meraviglioso, della Dea dell'Amore è la forma della manifestazione.

Anche in India c'è una dea che emerge dalle acque (l'Oceano di latte in quel caso), लक्ष्मी lakṣmī:





I cinesi la chiamano Quan Yin, e la fanno uscire, a mo' di perla, da una conchiglia, esattamente come fa il Botticelli con Venere:




Forse i veggenti indiani ed i saggi Chan avevano letto Esiodo, chissà...di certo in Grecia, in Cina e in India si usano, in questo caso, le stesse immagini e le stesse parole. 


Scrive Sri Sankaracharya nell' ऊपदेशसाहस्रि Upadeśasāhasri [I,I, 19 - ed. asram vidyà]:



19. "Allorché furono manifestati da questo Sé, tali nomi e forme, pur essendo in principio non manifestati, divennero il nome e la forma dell'Etere assumendone così la natura.
In tal modo sorse dal Supremo Sé l'elemento [...] chiamato Etere come la schiuma opaca [trae origine] dall'acqua.
Ora, la schiuma non è assolutamente identica all'acqua, ma neanche è affatto distinta da essa, giacché non può essere riscontrata separatamente dall'acqua stessa.
Tuttavia l'acqua è di per sé limpida ed è altra cosa dalla schiuma la quale ha natura di opacità.
Nello stesso modo il supremo Sé - il quale è puro e nitido - è affatto diverso da nome e forma che corrispondono, per così dire, alla schiuma. Questi nomi e queste forme, dunque, i quali sono equivalenti alla schiuma [...] pur essendo in origine non-manifesti, assumono, allorché divengono manifestati, la denominazione e la natura dell'etere".

नामरूप nāmarūpa, nome e forma,  stanno al Sé come la schiuma opaca sta all'acqua del mare.

La manifestazione, "nasce" dal Sé così come Venere nasce dalla schiuma del mare:
L'inizio della manifestazione, per tornare al mito di Afrodite (cfr. "Teogonia" di Esiodo) coincide con la evirazione di Urano.
I suoi genitali cadono nel profondo dell'Oceano di prima dell'inizio, sono "sommersi", a simboleggiare, forse, le infinite possibilità creative.

La potenza creativa, prima di esprimersi, è sempre nascosta, come l'ovulo nel ventre materno, o il seme nel grembo della Terra.
Per Sri Sankaracharya la prima cosa che emerge dalla "potenza sommersa" è la schiuma opaca (Etere), che è diversa dall'acqua (il Sé), ma contemporaneamente non ne è distinta perché non può avere esistenza propria.

L'Etere è il "padre"degli elementi (aria,fuoco,acqua e terra), delle percezioni (udito,tatto, vista, gusto, odorato) delle azioni (parlare, afferrare, andare, generare, evacuare) ecc.
Senza la schiuma/Etere non ci sarebbe possibilità di manifestazione.
Non ci sarebbe nessuna possibilità di "discriminare " tra "Io" (aham) e l'altro da me (इदं idaṃ). Quindi non ci sarebbe conoscenza perchè "la conoscenza è manifestazione"Prima dei nomi e delle forme, non c'è determinazione, non c'è discriminazione, non c'è possibilità di percezione (l'udito viene a determinarsi "a causa" della determinazione dell'Etere).
Prima dei nomi c'è solo silenzio. 

Alcuni lo chiamano ॐ.