mercoledì 22 maggio 2019

IL SATSANG DEL GIOVEDÌ - GLI OSTACOLI ALLA PRATICA





Il prossimo giovedì, insieme a Nunzio Lopizzo, Massimo Capuano e Corinna Fornasier parleremo, in diretta su Facebook, degli Ostacoli alla Pratica dello Yoga.
Parleremo della pratica personale, degli stati di alterazione percettiva  delle trasformazioni di mente, parola e corpo che accompagnano (o dovrebbero accompagnare) il percorso dello Yoga.
Talvolta le trasformazioni provocate dal sādhana sono poco evidenti, altre  hanno l'effetto di uno Tsunami sulle relazioni e sulla vita sociale.

La parola sādhan(sostantivo neutro... in italiano "IL" sādhana) significa "strumento" (la Toolbar dei programmi per PC in sanscrito  sarebbe sādhanaśalākā...) e, anche se ormai è di moda definirci Yogin o Yogi il praticante dovrebbe essere chiamato sādhaka che significa "colui che si addestra", "colui che impara ad usare gli strumenti".

La pratica quotidiana, di solito individuale, è la pratica autentica dell'aspirante yogin, una pratica che, vuoi per le istruzioni del maestro, vuoi per una serie di causalità (la "Grazia" arriva spesso in maniera insaspettata) a volte provoca dei "cambiamenti di stato", dei salti coscienziali che possono anche venir recepiti in maniera negativa da chi ci sta intorno.

Ciò che un tempo ci appariva familiare ci appare (può apparire) strano o distante e questo crea spesso un senso di inquietudine che spinge alcuni a rinunciare alla pratica, a renderla "segreta" o addirittura a rompere delle relazioni con  persone  care.

A dispetto dell'immagine  che ne dà il main stream, la vita dello yogin  (o meglio del sādhaka) non è tutta sorrisi buddhici, lacrime di dolce gratitudine e profumi di incenso: ogni esperienza "reale" si accompagna (può accompagnarsi a fasi "evacuazione", fisica e psichica, assai aspre e a lunghi periodi di straniamento durante i quali ci sentiamo alieni dal mondo conosciuto sino al giorno prima, e alieni appaiamo al mondo.

Sorgono emozioni sconosciute e la paura di non "ritrovarsi più", la paura di perdere ciò che si è costruito nella vita "ordinaria", spinge molti a sospendere la pratica quotidiana o ad edulcorarla.



Gli insegnamenti di Patañjali riguardo agli ostacoli alla pratica, sono assaiprecisi e circostanziati, ne parla in I,29-31, mentre nei successivi versetti discute degli "otto rimedi agli ostacoli".
Penso che sia utile darci un'occhiata:

ततः प्रत्यक्चेतनाधिगमोऽप्यन्तरायाभवश्च ॥२९॥
tataḥ pratyak-cetana-adhigamo-'py-antarāya-abhavaś-ca
29

Tatas = “da quello, da quel posto, in quel posto, quindi”.
Pratiak = “all’indietro, in direzione opposta”[1].
Cetana = “anima, mente, percipiente, senziente, cosciente”.
Pratyakcetana = “uno i cui pensieri sono rivolti a se stesso o alla propria interiorità”.
Adhigama = “acquisizione, realizzazione, l’atto di realizzare”.
Api = “anche”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.
Abhava = “distruzione, non esistenza, fine”.
Ca = “e, pure, entrambi, così come”.

12.  Da questo procedono la realizzazione della coscienza interiore e la rimozione degli ostacoli.


व्याधि स्त्यान संशय प्रमादाअलस्याविरति भ्रान्तिदर्शनालब्धभूमिकत्वानवस्थितत्वानि चित्तविक्षेपाः ते अन्तरायाः ॥३०॥
vyādhi styāna saṁśaya pramāda-ālasya-avirati bhrāntidarśana-alabdha-bhūmikatva-anavasthitatvāni citta-vikṣepāḥ te antarāyāḥ
30

Vyādhi = “malattia”[2].
Styāna = “rozzezza, rigidità”[3].
Saṁśaya = “dubbio”.
Pramāda = “negligenza”[4].
Ālasya = “pigrizia”.
Avirati = “smoderatezza, mancanza di controllo”[5].
Bhrāntidarśana = “errata percezione”.
Alabdha = “non ottenimento, non realizzazione”.
Bhūmi = “area, posizione, posto, territorio”.
Bhūmikā = “pavimento, suolo, storia, gradino, livello”.
Alabdhabhūmikatva = “impossibilità di realizzare alcuno stato della meditazione profonda”.
Anavasthitatva = “instabilità, mutevolezza, dissesto”.
Citta = “cuore, mente, ragione, intelligenza”.
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Te = “questi, quelli”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.


13.  Gli ostacoli che gettano la mente in una condizione di instabilità impedendole di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda sono questi:
Malattia, rigidità e rozzezza, dubbio, negligenza, pigrizia, smoderatezza, errata percezione della realtà.


दुःखदौर्मनस्याङ्गमेजयत्वश्वासप्रश्वासाः विक्षेप सहभुवः ॥३१॥
duḥkha-daurmanasya-aṅgamejayatva-śvāsapraśvāsāḥ vikṣepa sahabhuvaḥ
31

Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
Śvāsa = “sibilare, sbuffare, ansimare, disturbi del respiro, asma”.
Praśvāsā = “respirazione, inalazione”.
Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Sahabhuvaḥ = “accompagnando, che accompagnano”.

14.  I sintomi che accompagnano l’atto di gettare la mente in una condizione di instabilità sono: la sofferenza, la malinconia, il tremore del corpo e l’irregolarità del respiro.

Il tema fondamentale dei versetti 1.29-31 sono gli ostacoli legati all’instabilità della mente. Ostacoli che impediscono al praticante di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda.
Esistono cinque diverse condizioni della mente chiamate nel buddhismo delle origini cittabhūmi, o “territori della mente:

1.     Kṣipta, “confusione”.
2.     Mūḍha, “ottusità, stupidità”.
3.     Viksipta, “dispersione, agitazione”.
4.     Ekagra, “attenzione concentrata”.
5.     Niruddha, “controllo”.

Cinque territori nei quali il praticante vaga inconsapevolmente, mosso dagli stimoli esterni e dai residui contenuti psichici.
Lo yogin può cercare di rendere stabile la condizione di “controllo” (niruddha) passando attraverso la pratica, assidua, della “attenzione controllata”, esercitandosi nella concentrazione su un punto, un oggetto, un principio, un processo fisiologico o nella ripetizione di un mantra.
Ma fin quando non mente non sarà “purificata”, si incontreranno, durante la meditazione, una serie di ostacoli che per così dire, impediranno l’esperienza detta asaṁprajñāta (vipaśyana).
Gli ostacoli alla pratica, difficili da riconoscere in se stessi, provocano dei sintomi elencati da Patañjali in 1.31:

-      Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
-      Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
-      Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
-      Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”.

Patañjali non si riferisce ovviamente a sintomi, derivanti da problemi di natura fisica o psichica, che insorgono nella vita quotidiana durante le attività ordinarie, ma alle difficoltà che insorgono durante una seduta di meditazione.

Gli ostacoli elencati in 1.30 sono sei:

1.     Vyādhi. Nel Viṣṇu Purāṇa, vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.

2.     Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo” e indica sia la rigidità mentale, che la rigidità fisica.

3.     Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddhisti per i quali pramāda significa “non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari”.

4.     Avirati che viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.

5.     Ālasya = “pigrizia”.

6.     Bhrāntidarśana = “errata percezione”.

Malattia ed errata percezione della realtà rientrano nella sfera di ciò che negli insegnamenti tradizionali buddhisti viene definito “Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli”. Anche nel caso in cui si avesse accesso a quelle che vengono definite “tecniche operative”, ovvero le tecniche per rimuovere i contenuti psichici, le precarie condizioni fisiche ci impedirebbero di metterle in pratica, e “l’errata percezione della realtà”, dipendente sia da malattia (un daltonico scambierà un colore per un altro) sia da ignoranza ordinaria ci impedirà di comprendere veramente gli insegnamenti tradizionali. Spesso l'incapacità di applicare i rimedi, quando non ci sono impedimenti fisici, ovvero patologie importanti, è dovuta più che all'ignoranza alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.
I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso, cosa che ovviamente incute timore, e così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisiologici o il ripetere un mantra, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.

La rigidità è sia fisica che mentale.
La rigidità fisica è quella, ad esempio che impedisce di assumere le posizioni di meditazione e di mantenerle a lungo. La rigidità mentale è la tendenza a cristallizzarsi in credenze ed opinioni, ma in questo caso potrebbe riferirsi anche all’eccesso di disciplina, ovvero (sempre rifacendosi agli insegnamenti buddhisti) alla "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".
L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare. Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento. Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera pratica dello yoga, che consiste nel lasciarsi andare, nell'arrendersi alla propria natura, fino a riconoscersi uno con l’Universo. O meglio essere testimone di questo riconoscimento (“il Veggente che riposa in se stesso”)

L’incapacità di avere abitudini salubri e l’incontinenza fanno parte di ciò che possiamo definire “tendenza all’oblio”.
La tendenza all’oblio, nella pratica dello yoga, è assai difficile da inquadrare. È un fenomeno stravagante. Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Queste esperienze (samādhi) fanno parte del percorso dello yogin e sono dovute allo scioglimento di determinati blocchi o contenuti psichici. A volte, come si è detto, la risoluzione dei contenuti psichici è definitiva (asaṁprajñāta). Più di frequente è una condizione temporanea (saṁprajñāta). Esempio: faccio un periodo di ritiro o una pratica intensiva e percepisco lo scioglimento dei contenuti psichici come “fenomeno fisico”. Un'esperienza assai forte, una specie di intrusione del divino nella vita quotidiana. Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica. In poco tempo torno a vivere in uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un’ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice. Nel torpore e nell'agitazione mentale ci dominano prima e dopo l'oblio non è difficile abbandonarsi agli eccessi.
La pigrizia del praticante è abbastanza facile da riconoscere. Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di posture da effettuare ogni giorno. I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello. Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...

I versetti 1.29-31 parlano degli ostacoli alla pratica e dei sintomi che gli accompagnano. Gli ostacoli, condizioni ordinarie della mente non purificata, impediscono al meditante di sperimentare la condizione di coscienza/conoscenza definita e asaṁprajñāta (“L’altro tipo di coscienza/conoscenza di 1.18). Saṁprajñāta e asaṁprajñāta sono due diversi stadi della pratica meditativa identificabili, negli insegnamenti buddhisti, con śamatha (samatha) e vipaśyana (vipassanā). Il primo (saṁprajñāta) è una realizzazione “relativa”, nella quale il praticante è ancora legato al mondo dei nomi e delle forme e, quindi, in bilico tra lo stato colmo di beatitudine del realizzato e l’ansia di incompiutezza comune alla gran parte degli esseri umani.
Il secondo (asaṁprajñāta) è invece uno stato di infinita beatitudine, “senza ritorno”, la condizione del “liberato in vita”.





[1] Vedi Ṛg Veda e Atharva Veda.

[2] Nel Viṣṇu Purāṇa vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.
[3] Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo”.

[4] Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), “follia”, “malattia”, ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddisti per i quali pramāda significa non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari.

[5] Avirati viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.





giovedì 16 maggio 2019

I SATSANG DEL GIOVEDI' - PLATONE E LO YOGA (prima parte)







La settimana scorsa, dopo il "Satsang del Giovedì" con Gabriele Gailli e Nunzio Lopizzo, ci siamo trovati a parlare delle affinità tra il pensiero, la vita e soprattutto, la maniera di affrontare la morte, di Nisargadatta, Yogananda e Ramakrishna e quello di Socrate, Platone e Plotino.

L'idea che lo Yoga e la filosofia Greca siano parte di una Tradizione unica (la "Filosofia perenne") non è certo nuova, ma le occasione per parlarne e discutere sulle affinità tra le due linee di insegnamento, nell'era della Post New Age e del Boom del mercato della Spiritualità, sono assai rare.
Ed è per questo che la chiacchierata dell'altra sera mi ha rallegrato e mi ha fatto venir voglia di approfondire un poco l'argomento, nella speranza che altri siano invogliati ad entrare nel nostro "Cenobio" virtuale.

Si parlava della morte, con Nunzio e Gabriele, e delle differenze tra il concetto di Corpo Tomba dell'Anima di Platone e degli Orfici, e quello, non solo indiano, di Corpo come tempio di Dio.

Differenze apparenti, secondo me.
Se il corpo per Platone e gli orfici è TOMBA dell'anima ne è anche SEGNO (SEMA), in pratica avremo Corpo - Custodia dell'anima (SOMA) e corpo-Segno dell'anima (SEMA).
Per noi è difficile comprendere certe sottigliezze perché nella civiltà moderna la parola sta sostituendo il Corpo.

Sembra di intravedere,  un processo di trasformazione secondo la direttrice PAROLA (la Vibrazione Universale dello Yoga o il Verbo dei cristiani)-Corpo-parola (intesa come pensiero discorsivo e linguaggio comune).

Il corpo per lo Yoga, è la rappresentazione artistica della Parola (con la P maiuscola) per cui gli esercizi psicofisici cui si sottopone lo yogin altro non sarebbero che tentativi di sciogliere i "nodi" che impediscono la libera espressione, nella materia, di ciò che definiamo anima.

Oggi invece, il corpo viene modificato, con le ginnastiche, la chirurgia estetica o la moda, per renderlo simile ad un'idea che non è più Idea nel senso platonico, ma sovrastruttura culturale.
Non si ricerca più lo "stato naturale", sinonimo della Libertà che spetterebbe all'essere umano per "dignità di nascita", ma uno "stato culturale" in cui si cerca di somigliare a modelli fisici e psicologici imposti dalla società. 

In altre parole un'Estetica Relativa ha sostituito l'Etica/Estetica platonica e si cerca di adeguare il corpo, anziché al "Bene in Sé", al  modello sociale  che non è il più segno (sema) dell'anima, ma la combinazione delle apparenze che vengono attribuite a concetti relativi come successo, gioventù o salute.



Scrive Raphael nella prefazione di "Orfismo e Tradizione Iniziatica":

"Dioniso! Questo nome è stato sulle labbra di migliaia di persone in luoghi diversi, fin da epoche remotissime e , se ancora se ne scrive, vuol dire ch'esso è presente".

Se Dioniso è presente, lo sono anche i Titani.
Dioniso Zagreo, fatto a brandelli dai Titani viene riportato alla vita come redentore (Dioniso Celeste) da Zeus, e dalle ceneri dei Titani Zeus stesso creò gli uomini.

Dioniso e i Titani sono quindi un duplice aspetto del corpo, materia grezza (i Titani), di incredibile potenza, illuminata da un riflesso divino (Dioniso).
Ma torniamo all'Anima, che, nella banalizzazione moderna del pensiero di Platone e Plotino sarebbe rinchiusa nel "Corpo prigione".

Per gli orfici è "Figlia di Terra e di Cielo Stellante", una definizione che mi ricorda molti passi delle upaniṣad.
Anima come frutto dell'unione tra la Materia e il "suono/luce" proveniente dalle stelle...
Ecco...la Parola, con la P maiuscola, è suono/luce del Cielo stellante, la parola con la p minuscola  ne è la pallida imitazione.

Per la Tradizione Unica la nostra esistenza è (dovrebbe essere) un viaggio a ritroso verso la Parola e il suo artefice, celato nel punto di incontro tra il Manifestato (e il Manifestabile) e l'Immanifesto, per noi, nella nostra società, è, spesso, un girotondo fine a se stesso, danzato al ritmo dell'ininterrotto chiacchiericcio che ci accompagna, volenti e nolenti, in ogni istante della nostra vita, condizionando le nostre scelte, le nostre opinioni, le nostre azioni.

L'estrema diffusione dello Yoga e delle discipline chiamate oggi olistiche se da un lato ha avvicinato i  molti al pensiero orientale, dall'altro ha prodotto un'estrema banalizzazione del sapere tradizionale.
I motivi sono ovvi: più semplice e accattivante è il messaggio e maggiore sarà il numero dei clienti.
Il numero di coloro che sono in grado (o sono costretti, per ragioni di mercato) d banalizzare il messaggio degli antichi maestri promettendo guarigioni da ogni male, illuminazioni a prezzi scontati  e iniziazioni un tanto al chilo, negli ultimi tempi è aumentato a dismisura e visto che, per dare  autorevolezza al loro dire, usano le stesse espressioni dei maestri antichi, anche coloro che sarebbero qualificati ad un insegnamento tradizionale vagano, smarriti, tra le mille e mille proposte del "business della Consapevolezza".

Quando si dice che la tradizione in occidente si è interrotta o dorme credo si intenda proprio questa mancanza di riferimenti certi.

Un Maestro parla e scrive per discepoli e aspiranti dal diverso livello coscienziale.

Un discepolo comprende a seconda del proprio livello coscienziale.

Ma, non essendoci un riferimento certo, ecco che in occidente ci si trova ad andare a tentoni.

Per tornare alla questione della originale identità tra Tradizione occidentale e Tradizione orientale, facciamo un esempio pratico: la Laminetta Aurea di Turi, trovata in una tomba orfica (kern-frammento 24 c.) il cui testo viene riportato dal Reale, citato a sua volta da Raphael in "Orfismo e Tradizione Iniziatica", pg. 47:

"...Folgore scagliata dalle stelle. Volai via dal Cerchio che dà affanno e pesante dolore, e salii a raggiungere l'anelata Corona con i piedi veloci, poi mi immersi nel grembo della Signora [...] e discesi nell'anelata Corona con i piedi veloci...."

Credo che nessuno si scandalizzerebbe se dicessi che termini come "Folgore", "Cerchio che dà affanno", "anelata Corona", "grembo della Signora", siano quasi le traduzioni letterali di parole sanscrite che per noi yogin sono familiari ("vajra",  "saṃsāra", "mūrdhānta", "Kōṉiyammaṉ" o "Yonidevī"), e, approfondendo, vedremo che le affinità tra Yoga e Filosofia greca sono molte e niente affatto formali:

Platone, ad esempio,  indica tre vie per far volare l'anima verso "l'anelata corona":
1) Conoscenza;
2) Eros;
3) Azione.

non vi pare che potrebbero essere intese come jñāna mārga, bhakti mārga e  karma mārga?

Basterebbe tradurre ātman con Noùs, jīvātman con Psiché   e Soma con sthūla śarīra per trasformare i testi orfici e platonici in trattati vedantici.

le corrispondenze  tra tradizione orientale e tradizione (definiamola così...) pitagorica sono sin troppo evidenti:

"Zeus è il principio, lo stato mediano e la fine del tutto"

Dicono gli orfici.


"Il praṇava (Oṃ) è in verità, l'inizio, lo stato mediano e la fine di ogni cosa"

Dicono le upaniṣad, a dimostrazione, secondo me, del fatto che si tratti di un'unica tradizione.

Tornare ad approfondire il pensiero di Pitagora, Platone e gli Orfici, renderebbe immediatamente più chiari gli insegnamenti dei maestri indiani, aiutandoci a scrostare la patina di ignoranza che, nel mercato della spiritualità, è stata spalmata sugli autentici insegnamenti dello Yoga.

Un sorriso, 
P. 

lunedì 6 maggio 2019

SOCRATE, YOGIN E GUERRIERO

Immagine tratta da 
https://nicovalerio.blogspot.com/2012/03/

"Vale più un'oncia di pratica di una tonnellata di teoria", diceva Shivananda.
Come dargli torto? 
Nello Yoga le chiacchiere stanno a zero, possiamo riempirci la bocca con le più raffinate disquisizioni psicologiche, ma fin quando non metteremo le chiappe sul tappetino anche il più alto insegnamento rimarrà lettera morta.

Eppure ogni tanto, secondo me, un pizzico di erudizione non fa male, anzi. A volte anche solo il riprendere in mano libri e appunti del liceo, può avere un effetto corroborante, come la doccia fredda  che restituisce tono ai muscoli e alle sinapsi dopo la sauna o il bagno turco.

Ricordate, ad esempio, i nomi di Calano e Onesicrito?
Probabilmente no, ed è un peccato, perché forse potrebbero  fare un po' di chiarezza sulla, oggi sempre più confusa, storia dello Yoga e sui rapporti tra la filosofia orientale e la nostra.

I due tizi sono al centro di un gustoso aneddoto riportato da Plutarco ("Vite Parallele: Alessandro") e Strabone ("Commentari Storici").

Siamo nella primavera del 326 a.C., nei pressi di Taxila (Taxilain greco, Taksasila in sanscrito), nella valle dell'Indo.
Alessandro, in un momento di pausa nelle attività guerresche, manda il filosofo Onesicrito, adepto di Diogene, a parlamentare con i locali "Gymnosofisti", colpevoli di aver organizzato la resistenza armata contro l'esercito macedone.

I Gymnosofisti (Gymnosophistae, dal gr. Γυνμνοσοfισταί, letteralmente "saggi"-sofisthi, "nudi" - gumnoi) erano coloro che oggi chiamiamo yogin.
Ce ne erano di due tipi: quelli che assistevano i nobili nelle faccende di governo definiti  bracmaneV  (Brahmani) e i Gymnosofisti veri e propri che  secondo Strabone se ne andavano in giro nudi, donne e uomini, e passavano il tempo a prendere il sole, a fare esercizi ginnici e a celebrare rituali di prosperità e guarigione per il popolo. 



Quando  Onesicrito, vestito di tutto punto, con mantello e stivali in pelle, arrivò nel luogo dell'incontro i Gymnosofisti scoppiarono a ridere ("ma che ci fai vestito così con questo caldo?") e cercarono di denudarlo, ma poi ne ebbero pietà, lo accompagnarono all'ombra di un grande albero e cominciarono a parlare del più e del meno.
Gli chiesero di Socrate, Pitagora e Diogene (NB. Gli yogin del IV secolo a.C. conoscevano Socrate, Pitagora e Diogene...), ne discussero le teorie filosofiche e, infine, lo seguirono al campo dei Macedoni per dividere il pranzo con Alessandro e i suoi generali.

Tra i Gymnosofisti c'erano anche il  saggio Calano (Kalyana) che, affascinato dal giovane conquistatore decise di seguirlo con il ruolo di "Consigliere militare".
Le gesta successive e la morte gloriosa di Kalyana (che aveva 73 anni all'epoca dell'incontro) sono narrate da Plutarco e meriterebbero ben più di un accenno,  ma sono altre le cose che ci tengo a mettere in evidenza:

1) Gli yogin chiamati all'epoca, Gymnosofisti erano conosciuti e stimati dagli occidentali già al tempo di Alessandro e, a loro volta, conoscevano estimavano i filosofi greci.

2) Praticavano esercizi ginnici all'aria aperta, completamente nudi.

3) Si occupavano di politica e di guerra.

Alessandro e i Gymnospfisti - Miniatura medioevale

Gli scambi culturali nell'antichità, erano più frequenti di quanto possiamo pensare, tanto da rendere plausibile la reciproca influenza tra filosofi greci e yogin.
Socrate ad esempio, se leggiamo con attenzione i testi platonici, assomiglia decisamente ad uno haṭhayogin dei tempi di Gorakhnath.
Non ci credete?

Basta prendere il "Simposio".
Se ci sforziamo di eliminare i filtri culturali vedremo che già nelle prime righe si scopre che usava praticava tecniche di meditazione.
Il Simposio racconta di un gruppo di amici (le menti più acute dell'Atene del tempo) che si ritrova per festeggiare la vittoria di Agatone in una competizione teatrale.
Sembrano divertirsi un mondo, bevono, scherzano e discutono di tutto e di più.
Socrate  l'ospite d'onore, tarda ad apparire  e un servitore lo va a cercare:

"Socrate è tornato indietro, nel portico della casa dei vicini e se ne sta là immobile e per quanto io lo chiami, lui non vuole venire"."Dici una cosa ben strana", aggiunse: "non lo chiami dunque senza dargli un po' di tregua?". Ed egli saltò su a dire: "No, assolutamente! Lasciatelo stare. Egli ha questa abitudine. Talvolta si ritira, dovunque capita, e se ne sta lì fermo. Ma verrà subito, come io ritengo. Non sollecitatelo dunque, ma lasciatelo stare".

Andando avanti si viene a sapere che Socrate era un guerriero, un grande guerriero, e beveva come una spugna.
Sembra strano, eppure è proprio così che ce lo descrive Platone.



Ad un certo punto arriva, ubriaco fradicio, Alcibiade. Socrate trasalisce e chiede aiuto al padrone di casa:

-"Difendimi da Alcibiade .... in sua presenza non posso né guardare né parlare con nessuno senza che, geloso ed invidioso compia azioni incredibili, mi insulti e trattenga a stento le mani... non permettere che si lasci andare. Fa qualcosa, tenta una riconciliazione o difendimi, perché ho un vero terrore della follia di costui e della sua passione di amante"-

Alcibiade si arrabbia:

-" Tra me e te non è possibile nessuna riconciliazione ma mi vendicherò un'altra volta"-

Platone narra l'episodio con dovizia di particolari come se la lite da scolaretti trai due fosse di grande importanza.
Il Simposio è un libro sorprendente.
Sorprende coloro che conoscono superficialmente Platone, perché propone un Socrate lontano anni luce dall'immagine del filosofo serio, pacifico e un po' noioso che proviene dai ricordi del liceo o dai programmi televisivi.
Socrate, che non ha rivali nel bere, è aggressivo, polemico e soprattutto è un grande guerriero.

L'odio di Alcibiade per il Maestro nasce dall'immensa ammirazione e dall'amore, non corrisposto, che egli nutre per Socrate dai tempi della Guerra del Peloponneso (cfr. "Simposio"- a cura di G.Colli, Adelphi editrice, 219 e):

-"...Partecipammo insieme alla campagna di di Potidea...Anzitutto invero, rispetto alle fatiche, egli era superiore non soltanto a me ma a tutti gli altri.
Ogni volta che, tagliati fuori da qualche parte, come appunto accade in guerra, eravamo costretti a rimanere senza cibo, nel sopportare ciò gli altri, di fronte a lui, non valevano nulla, e quando poi le provviste erano abbondanti egli solo era in grado di goderne, tra le altre cose nel bere: su questo era riluttante, ma qualora vi fosse forzato vinceva tutti e, cosa più mirabile di tutte, nessun uomo ha mai visto Socrate ubriaco...
Inoltre nel sopportare i rigori dell'inverno, in quel paese gli inverni sono terribili, faceva meraviglie. In particolare una volta che ci fu un gelo quanto mai atroce e tutti non uscivano dai rifugi oppure si coprivano con una quantità davvero straordinaria di indumenti...costui usciva in mezzo agli altri col solito mantello di sempre e, a piedi nudi, camminava sul ghiaccio più agevolmente degli altri con le loro calzature.
Gli altri lo guardavano con sospetto convinti che volesse umiliarli...... Un giorno .... essendosi concentrato a meditare.... a partire dall'alba era rimasto in piedi nello stesso posto a riflettere.....fermo ad indagare. Si giunse a mezzogiorno...."-



Per farla breve Socrate rimane immobile a meditare fino all'alba del giorno successivo.
All'alba fa la "preghiera al sole" (?)  ("comincia a muoversi improvvisamente come se cercasse qualcosa e poi si ferma nuovamente, immobile")  e si accinge al combattimento.

Sembra uno degli yogin guerrieri di Gorakhnath più che un filosofo greco, o un samurai.

In questo brano del Simposio ci sono alcuni punti su cui dovremmo riflettere:

1)Socrate che medita per un giorno intero e poi fa la preghiera al sole (e non è l'unica parte del simposio in cui si parla di tecniche di meditazione).

2)Socrate che mostra agilità e di resistenza fisica non comune e, viene detto esplicitamente nel seguito del brano che ho copiato, che mostra doti di guerriero paragonabili a quelle degli eroi omerici.

3) Socrate che risponde ad Alcibiade in maniera sarcastica.

Alcibiade è uno dei giovani più belli , più ricchi e brillanti o addirittura il più bello, il più ricco e il più brillante, di Atene e vuole donarsi anima e corpo a Socrate.
Vuole essere sua allievo e suo amante.Socrate lo rifiuta e dopo aver ascoltato per l'ennesima volta le dichiarazione d'amore del giovane (218 e) -"... disse, con molta dissimulazione.... e secondo la sua consuetudine: 
mio caro Alcibiade c'è caso che tu realmente non sia stupido se le cose che dici di me sono proprio vere e se dentro di me esiste una forza grazie alla quale tu potresti diventare migliore: di certo avrai visto in me una bellezza smisurata e di gran lunga superiore alla avvenenza che ti appartiene. Se a questo punto accorgendoti di tale bellezza tu cerchi di venire a patti con me e di scambiare bellezza con bellezza ti proponi allora di trarre non poco vantaggio a mie spese tentando di acquistare...la verità in luogo dell'apparenza e intendendo realmente avere armi d'oro in cambio di quelle di bronzo"-

Che strano Socrate viene dipinto nel Simposio!
Un guerriero infaticabile e privo di ogni paura che prima di combattere recita la preghiera al sole....
Un maestro che, in pratica,dice all'allievo, davanti ad un folto auditorio: 
-"che ti sei messo in testa, ragazzino? vuoi scambiare la tua apparente bellezza per la bellezza autentica che alberga dentro di me?"-





martedì 30 aprile 2019

CHIDAMBARAM, LO SPAZIO DELLA COSCIENZA







Mi affascina il potere delle  parole, lo ripeto spesso. A volte la consuetudine, o l'ignoranza, ne nasconde il significato originale, ma prima o poi il senso nascosto fa capolino, come un affresco antico che rinasce alla bellezza tra le crepe dell'intonaco.
Prendi "afrore": "odore acuto e penetrante, come quello del mosto in fermentazione o del sudore del cavallo", dice il dizionario, ma basta una goccia di fantasia per vedere il bosco di Afrodite, e la corsa folle della Dea, le cosce snelle insanguinate dai rovi, ad abbracciare Adone, ferito a morte. Afrore è l'odore acre del cinghiale assassino. Afrore è il profumo del muschio su cui giace l'Amato. Afrore è il sudore della Dea impazzita, che volle farsi Donna.

Il profumo della Dea, in fondo questo significa "afrore".
Anche la parola indiana Chidambaram potremmo tradurla con "Profumo della Dea" (vedo già i miei amici sanscritisti sobbalzare sulla sedia...).


Chidambaram è un comune dell'India meridionale, nel distretto di Cuddalore, nel Tamil Nadu.

Per noi haṭhayogin (हठयोगिन्) è un posto speciale: è lì che si incontrarono per la prima volta (2.500 fa o 5.000 fa, non si sa bene), Patañjali, Vyāghrapāda e Tirumular, i mitici Siddha del Tamil. i padri riconosciuti (almeno da me...) dello Yoga.

Chissà quante volte, anche se non vi occupate di Yoga o di filosofia indiana vi sarete imbattuti nella parola Chidambaram: "Il tempio di Chidambaram", "i siddha di Chidambaram", "lo Yoga di Chidambaram" ma probabilmente non vi siete soffermati un solo istante sul suono e sul significato originario della parola.

Chid, sta per "cit (चित्)", sostantivo femminile che viene tradotto normalmente con "coscienza", "anima", "intelligenza", ma per i tantrici è un sinonimo di "śakti (शक्ति)" o "devī (देवी).
Come nel mantra oṃ sat cit ānanda nāmarūpa, dove sat (सत्), "l'eternamente esistente", può essere identificato con śiva (शिव), cit (चित्), "la coscienza", con śakti (शक्ति) e ānanda (आनन्द), "la beatitudine", con il godimento supremo che nasce dall'unione dei due dei, dando vita ai nomi (nāma नाम) e alle forme (rūpa रूप).
Già. in sanscrito i nomi dei fenomeni vengono prima dei fenomeni stessi: è la Parola (il "vero suono della parola) che crea la forma....


Ambaram, invece sta per ambara (अम्बर) che originariamente indica i profumi o, più specificamente, l'odore acuto (afrore?) dello zafferano.
Poi, per slittamento semantico, assume il significato di "cielo", "spazio", "etere", "sfera celeste".

In teoria quindi potrei tradurre  Chidambaram sia con "Profumo della Dea" sia con "Spazio della Coscienza" o "spazio cosciente", nomi che si addicono entrambi alla foresta di Tillai (come un tempo si chiamava Chidambaram), il luogo in cui śiva si manifestò (2.500 o 5.000 anni fa) per insegnare la Danza della Creazione ai siddha del Tamil.





Spazio si dice anche ākāśa (आकाश) in sanscrito, e ākāśa, come quasi tutte le parole sanscrite, è un termine "multi-semantico", ovvero cambia significato a seconda delle parole con cui è legato nella frase, dell'argomento del libro o capitolo in cui è inserito ecc. ecc.

Oltre che "spazio" ākāśa può significare anche "Etere" (uno dei cinque elementi), "atmosfera",  brahma (ब्रह्म) nel senso di "Assoluto", "vuoto" e "vacuità".

La stessa parola, identica, può indicare lo Spazio, il Vuoto e Dio...

Definire Dio mi risulta difficile assai, a meno di non prendere la via dei teologi cristiani e delle loro perifrasi ad effetto che dicono tutto e il contrario di tutto:

"Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque ela circonferenza in nessun luogo" - si legge nel "Libro dei Ventiquattro Filosofi" - "Dio è una Monade che genera una Monade e in sé riflette un solo fuoco d'amore", "Dio è Mente che genera la Parola e permane nell'Unione"...

"Dio è Mente che genera la Parola e permane nell'Unione" non è mica male, sembra quasi la spiegazione dell'oscuro potere delle parole, dell'emergere inaspettato, del vero significato di un suono, ma di certo non chiarisce la natura di Dio. 

Chissà cosa volevano direi ventiquattro filosofi...secondo me neppure loro conoscevano il reale significato di ciò che stavano scrivendo...

Meglio gli indiani, che, alla fin fine, forse con un pizzico di ironia, Dio lo chiamano tat (तत्) che vuol dire "Quello". Mi immagino le disquisizioni teologiche al tempo di Patañjali e Vyāghrapāda: "Cosa è Dio?" - diceva uno -"Quello, quella roba lì, insomma" - rispondeva l'altro...



Tra "Spazio" e "Vuoto" invece non sono mai riuscito a capire la differenza.

Se qualcuno mi dice "fammi spazio" vuol dire che devo spostarmi e allontanarmi da lui in modo da mettere una porzione di vuoto tra di noi. Ma poi il vuoto non è che sia proprio vuoto: c'è l'aria e la terra e un sacco di altra roba.

Sembra quella vecchia pubblicità dei cioccolatini dove una cappelluta e ammiccante nobildonna faceva sdilinquire Ambrogio, il maggiordomo mostrandosi affamata -"Ma la mia non è proprio fame...": lo spazio è vuoto ma non è proprio vuoto.

Il vuoto  si può conoscere solo al negativo, per la sua possibilità di essere riempito, e lo spazio può essere conosciuto solo grazie a ciò che lo delimita, la forma (rūpa रूप).

La forma, frutto dell'evoluzione/proiezione di un archetipo, è ciò che "qualifica" lo spazio.

Cerco di spiegare cosa significa, per me, "evoluzione/proiezione di un archetipo":

Un'automobile è una evoluzione/proiezione del carro  nel senso che se non ci fosse stata l'idea del carro, l'auto non potrebbe esistere. Il carro a sua volta è una evoluzione/proiezione della ruota e la ruota lo è del piede. 
Il piede è in questo caso l'archetipo.

Lo so che sembra roba idiota, ma credo che non lo sia.
Per comprendere lo yoga bisogna imparare a pensare come i siddha, bisogna, cioè, cogliere quei legami tra microcosmo e macrocosmo e tra i singoli principi della manifestazione che sono la base teorica dello yoga.

Da ognuno dei cinque elementi della fisica indiana, ad esempio, [spazio, vento, fuoco, acqua, terra] prendono vita una percezione, una delle cinque azioni fondamentali, un organo di senso, un organo di azione ecc. ecc.

Per rimanere all'esempio del piede-ruota, carro-macchina, il principio fondamentale è Fuoco/luce, dal Fuoco/luce "procedono", la vista, l'azione del muoversi, l'occhio e il piede, collegati, nel corpo umano al cakra dell'ombelico (detto नाभि nābhi, "ombelico" o मणिपूर maṇipūra, letteralmente "inondazione di gemme preziose") ed al "suono seme" रं raṃ. 


La forma, frutto dell'evoluzione/proiezione di un archetipo, è ciò che "qualifica" lo spazio.

Lo spazio delimitato da un pavimento, un soffitto e quattro mura io lo definisco stanza.
In termini assoluti non sarà diverso dallo spazio delimitato da un teiera, ma la forma della stanza e della teiera ne qualificano il contenuto e ne mostrano la funzione.




Se prendo una bustina di tè, la metto sul pavimento di una stanza e ci verso sopra dell'acqua bollente potrò anche dire che ho preparato il tè, ma questo si spargerà sulle mattonelle e leccare il pavimento fa brutto.

Se ci si pensa non cambiano né la natura del tè né la natura dell'acqua né la natura dello spazio.
Cambia solo la forma.

La stanza e la teiera, forme che qualificano lo spazio delimitandolo in maniera diversa, per svolgere la loro diversa funzione, devono avere delle aperture.
A cosa servirebbero una teiera senza beccuccio e con il coperchio incollata ed una stanza senza porte?

La forma non basta. Se lo spazio interno alla teiera e lo spazio interno alla stanza non avessero possibilità di comunicare sarebbero inutili: non potrebbero svolgere la loro funzione e perderebbero quindi il carattere di necessità.



Il corpo umano concettualmente, non differisce punto da una teiera o da una stanza: è un involucro con delle aperture che permettono la comunicazione tra spazio interno e spazio esterno: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca, i genitali e l'ano. Questo  significano i passi delle scritture in cui si parla delle "nove bocche" del corpo energetico e del corpo grossolano.


Le nove aperture hanno il compito di mettere in comunicazione spazio interno e spazio esterno per permettere la conoscenza, ovvero la discriminazione tra Io  (N.B.con "Io" si intende tutta la roba compresa nello spazio interno) e Questo (tutta la roba compresa nello spazio esterno).

Così come la teiera è costruita in modo da poter ospitare il tè e renderlo fruibile dallo sperimentatore, così il corpo sarà costruito in modo da ospitare l'Io e renderlo oggetto di conoscenza

E come il tè rimarrebbe tè, in termini assoluti, anche se sparso sul pavimento, così l'io dovrebbe rimanere tale anche se non ospitato dal corpo grossolano, solo che, come il tè versato per terra, sarebbe difficilmente "fruibile" (e probabilmente avrebbe pure un cattivo sapore...).

L'analogia teiera/corpo umano, molto usata in Cina e Giappone (in India si preferisce parlare di "vaso") funziona fino a un certo punto.
La teiera è la forma che permette la fruizione del tè da parte dello "sperimentatore" (uno sperimentatore munito di una tazza, si spera).

Il corpo/teiera è la forma che permette di fruire dell' Io/tè.

Ma il "fruitore" chi è?

Lo spazio se lo limitiamo in una teiera, una stanza o un corpo umano, appare "qualificato" in maniera diversa.
Ma questo termine "qualificato" può essere ingannevole.
In qualche modo quando lo spazio si trova all'interno di una teiera "decide" di ospitare il tè, quando si trova all'interno di una stanza "decide" di ospitare la "vita quotidiana".

All'interno del corpo è lui a "decidere" di ospitare l'Io!

C'è uno spazio interno che in questo caso nello yoga viene detto  citta ākāśa (चित्त आकाश, "spazio della memoria") e c'è uno spazio esterno (l'ambiente che "Io" può conoscere) detto mahākāśa (महाकाश, "grande spazio"). 

Ci sarà poi un'altro spazio che comprende sia "Io" che l'ambiente, e che "decide" di ospitare gli altri due.

Questo spazio è chiamato in sanscrito citākāśa (चिताकाश, "spazio senziente"), ad indicare il luogo in cui Dio si manifesta appunto, come " infinito spazio senziente".

Chidambaram è un sinonimo di citākāśa, un luogo fisico che è al tempo stesso un "infinito Spazio cosciente" e il "profumo della Dea".

Conoscendo  un po' la storia dei siddha mi viene quasi da pensare che in una sola parola, questa parola, si nascondano più insegnamenti che in mille libri....

Un sorriso, 
P.