mercoledì 28 agosto 2019

L’ASHTANGA YOGA È YOGA (PUBBLICHE SCUSE).

1 Miniatura che illustra un brano del Malla Purana, testo brahminico conservato nel Bhandarkar Oriental Institute (Oriental Research) di Pune (Maharashtra State)






Qualche anno fa scrissi un articolo intitolato “Ashtanga Yoga non è Yoga”. In pochi giorni ci furono, tra Blog e Facebook,più di 27.000 commenti, molti dei quali assai risentiti e polemici. Mi scrissero anche dall’India e dagli USA.

La mia tesi era suffragata da una serie di osservazioni e da testi e da una serie di foto di inizio ‘900. In pratica affermavo:

    1) Che il fine dello Yoga è la “Liberazione dalla catena delle rinascite” o Realizzazione, e che Pattabhi Jois, creatore dello Ashtanga Yoga, il suo maestro Krishnamacharya, Iyengar (cognato di Krishnamacharya) e Desikachar (figlio di Krishnamacharya) non avevano mai affermato di essere illuminati né avevano mai dichiarato che il loro yoga fosse finalizzato all’illuminazione; 

 2) Che lo Yoga di Krishnamacharya era ispirato dichiaratamente alla ginnastica svedese di Henrik Ling; 

 3)Che lo Ashtanga Yoga era una disciplina moderna e apparteneva, al limite, alla nobile disciplina della ginnastica indiana, il Vyayama, che era cosa assai diversa dallo Yoga descritto nei Veda e nelle Upanishad, testi risalenti a migliaia di anni fa.

2.      


Il mio discorso mi pareva ineccepibile, tanto che anche coloro che si erano risentiti per la mia affermazione, si trovarono costretti ad ammettere che Krishnamacharya, Iyengar e Pattabhi Jois avevano fatto riferimento ad un testo chiamato Vyayama Dipika usato come manuale nelle scuole di educazione fisica indiane.Adesso, nell’ambito di ricerche che riguardano altri argomenti, ho fatto delle scoperte che mi hanno portato a rivedere la mia tesi – Ashtanga Yoga non è Yoga - e a ritenerla, non più completamente condivisibile, per cui mi sembra doveroso fare pubbliche scuse a tutti coloro che all'epoca si sentirono turbati dalle mie affermazioni o semplicemente espressero il loro disappunto.Andiamo per ordine.


Sto facendo una ricerca sulle origini dello Yoga, in particolare su una serie di testi poco noti in italia, come lo Yoga Shastra di Dattatreya e il Gorakshashatakam, il libro che descrive lo Shatanga Yoga (yoga in sei parti) dei Nath e, per non rischiare di scrivere inesattezze sono entrato in un forum indiano di filosofia e religione, cui partecipano diversi Swami indiani e almeno un Brahmino, per cercare informazioni sulla data precisa di compilazione dei Veda: “Quanto saranno antichi?” – mi chiedevo – “5.000 anni? 10.000?”.


Le risposte mi hanno gelato: in pratica i primi tre Veda sono stati messi per scritto solo durante il periodo dell’Impero Gupta tra il IV e il VI secolo d.C. (il quarto, l’Atharvaveda è del X-XII secolo) e la più antica copia esistente è quella conservata nel Bhandarkar Oriental Institute di Pune (si tratta solo di due dei quattro Samhita) e risalente al XII-XIII secolo. -“Prima di allora i Veda erano nel cuore dei Brahmini”, cioè a dire che fino al IV secolo d.C. i Veda facevano parte della tradizione orale.


Le sorprese non sono finite:-          il Rāmāyaṇa, che mi hanno insegnato essere il racconto di una guerra combattuta decine di migliaia di anni fa, pare sia stato finito di scrivere nel III secolo d.C.
-          il Mahābhārata, che racconta le storie di Krishna presumibilmente è stato scritto nel IV secolo d.C.
-          Il Bhāgavata Purāṇa, fondamento del Bhakti Yoga e del culto di Krishna ha visto la luce nel X secolo d.C.


Insomma, tutti i testi di derivazione vedica che io ho sempre creduto antichissimi, in realtà sono stati scritti nel medioevo o addirittura nel XVII, XVIII e XIX secolo.
Ciò non significa che non esistesse una tradizione orale, un tradizione magari antica come il mondo, ma non ci sono prove scritte che prima del IV secolo esistesse una serie di percorsi filosofico-religiosi finalizzati alla realizzazione del Sé definiti Yoga.La documentazione più antica non è indiana, ma greca e riguarda l’incontro di Alessandro il Grande con un gruppo di filosofi ignudi, molto sapienti e sagaci, chiamati Gymnosophisti, ma si parla dell’invasione della Valle dell’Indo da parte dei macedoni nel III secolo a.C., non di 5.000 o 7.000 anni fa. 

2 Krishna e Balarama Impegnati in un incontro di malla-Yuddha


Nello stesso museo in cui è conservata la prima copia dei Veda, a Pune, è conservato anche l’originale del Malla Purana (XIII secolo d.C.), un trattato di ginnastica ad uso dei jyestimall, una famiglia ( o un gruppo) di brahmini guerrieri, che descrive le tecniche di lotta dell’epoca (Malla-Yuddha), gli esercizi per sviluppare i muscoli, lo yoga aereo - in equilibrio su un palo o appesi a corde - definito Malla-Khamb, e 18 posizioni di yoga che fanno parte degli insegnamenti attuali dello Ashtanga Yoga. 

Ora bisogna dire che gli Yoga Sūtra di Patañjali (o più precisamente “Pātañjala yoga darśana”), fino 1885 erano praticamente sconosciuti in India[1],e che il termine raja yoga ,un tempo usato per indicare la realizzazione, comincia ad usare usato come sinonimo di yoga darśana solo con il viaggio di Vivekananda negli USA (1893).

Fino ad allora i riferimenti pergli yogin erano
Lo yoga shastra di Dattatreya, un testo del V secolo tradotto per la prima volta in inglese nel 1985 e mai pubblicato in occidente, e, soprattutto il Gorakṣaśataka (Gorakshashatakam),mai tradotto in inglese, in cui Gorakhnath sviluppo il suo Ṣaḍaṅga Yoga (yoga delle sei membra) e da cui derivano il Caturaṅga Yoga (yoga delle quattro membra) di Svātmārāma, (Haṭhayogapradīpikā) e il Saptāṅga Yoga (yoga delle sette membra)di Gheranda (Gheraṇḍasaṃhitā). Questi yoga, che prevedono un gran numero di posture, gesti e tecniche di pulizia delle nadi si basano sul lavoro fisico simile o addirittura identico al vyāyāma (ginnastica) dei lottatori di Malla-Yuddha e degli esperti di āyurveda. 

In conclusione le sequenze di Ashtanga Yoga sono nel solco dello Yoga del guerriero dei Brahmini jyestimall e dei kan-path di Gorakhnath. 

Questo non significa che improvvisamente mi piaccia lo Ashtanga Yoga, preferisco un'altra qualità del movimento e sono più portato verso le tecniche di visualizzazione, meditazione ed emissione vocale di altri tipi di tecniche, ma non affermerò più, lo prometto, che “Ashtanga Yoga non è Yoga”, e chiedo scusa se all’epoca offesi la sensibilità di qualcuno. 

Per ciò che riguarda le notizie che ho dato sulla datazione dei veda e sull'evoluzione dello Yoga dal XII secolo al XIXho una copiosa documentazione. Se qualcuno avesse delle domande in proposito sarò lieto di rispondere. 

Un sorriso, 

P:


[1] David Gordon White, Sinister Yogis (I, 27) University of Chicago Press, 2009.

venerdì 12 luglio 2019

ŚIVA, AMON E IL RE DEI CERVI




Il calderone di Gundestrup è un manufatto celtico datato alla fine del II secolo a.C, ritrovato in Danimarca ma originario, probabilmente, del basso Danubio (odierna Bulgaria) La tecnica di lavorazione è riconosciuta come tracia, ma i motivi sono soprattutto celtici. Forse è finito a nord portato da chi fuggiva dalle invasioni romane. Nella foto è rappresentato il dio Cernunnos.
Il suo nome deriva dalla radice proto-indoeuropea krno da cui derivano il latino cornu, l'antico irlandese cern, arrivando fino all'italiano corno/corna. Cerno-on-os sarebbe quindi una divinità maschile cornuta. Viene a volte definito “Signore degli animali e delle forze della Natura”. Questo invece è uno dei cosiddetti sigilli della Valle dell'Indo:



Questi sigilli sono stati rinvenuti nei siti di Harappa e Mohenjo Daro (Pakistan) e sono datati dal 2300 al 1750 a.C.
In questo qui è rappresentato secondo alcuni studiosi, Śiva Paśupati. Śiva lo conosciamo tutti, ma in questo caso è forse più corretto parlare di proto-Śiva. Paśupati è epiteto che sta per "signore del bestiame". Le similitudini tra le due immagini sono sono incontestabili.
Sono molti coloro che si sorprendono dell’affinità tra le due immagini, ma basta allargare un po’ la visuale per trovare altre prove di un antica condivisione di simboli e credenze o addirittura, come si sussurra nelle scuole tantriche indiane (esperienza personale) di una antica cultura che dall’India si estendeva sino all’Egitto, alla Grecia e addirittura al Nord Europa.

Scrive ad esempio il vescovo Eusebio (praep. evang. 3, 11, 45, 3, ss.) riportando e forse banalizzando un testo di Porfirio: 
“Il demiurgo, che gli Egiziani chiamano Kneph, ha figura umana, ma la sua pelle è di colore blu scuro. Tiene in mano il segno geroglifico della vita ed uno scettro; sulla testa porta una corona di piume.
C’è la figura di una piuma sulla sua testa perché il Logos è difficile da trovare, è nascosto, invisibile; perché il dio produce la vita ed è re, perché si muove con raziocinio (Nous). Si dice che abbia emesso un uovo dalla bocca, dal quale sarebbe nato un dio che essi chiamano Phtha, ma i Greci Hephaistos (Efesto/Vulcano): interpretano inoltre l’uovo come l’universo. L’ovino è consacrato a questo dio perché gli antichi bevevano latte. Gli Egiziani hanno dato questa forma plastica all’universo: la statua ha forma umana, con i piedi in movimento; un mantello variopinto la avvolge da capo a piedi. Sulla testa c’è una sfera d’oro, che allude alla natura”.

Il testo si riferisce al dio km... ,nome che significa "colui che ha completato il suo tempo" conosciuto anche come Amun o Amon. La rappresentazione a cui si riferisce Porfirio è probabilmente questa: 




In apparenza non ha niente a che vedere con il Sigillo della Valle dell’Indo e con il Calderone danese, ma se si osserva con attenzione potremmo avere delle sorprese. 
Nell'immagine egizia il dio ha la testa di ariete e una corona sulla testa le cui "piume" (due per Porfirio che era allievo dell'egizio Plotino) una per Eusebio, sono in realtà due corna multicolori.  
Dal disco d'oro sotto le corna esce un Cobra, mentre sulla fronte della divinità femminile dietro di lui spicca un avvoltoio. 
Davanti c'è un altro dio con quattro corna e due serpenti in fronte, uno decorato con il simbolo della fertilità femminile (il ricciolo del cordone ombelicale e dei canali ovarici) e l'altro con il simbolo della fertilità maschile (forse il timo). 

Passiamo alle somiglianze:

1) tutti e tre gli dei hanno un copricapo con le corna. 
2) il dio del calderone nella mano destra ha un bracciale, ma se si osserva la forma avambraccio/bracciale si vedrà che ricordano la croce della vita stretta nella mano destra di Amon. 




3) nella mano sinistra il dio del calderone stringe un serpente ed Amon un bastone con la testa, credo, di gru. 
L'analogia serpente-bastone sacerdotale non è certo una novità tra gli egizi, basti pensare alle gesta di Mosè: 


4) gli animali del Calderone e del Sigillo di sono disposti nella stessa maniera, con gli erbivori a destra del dio e i carnivori alla sinistra, e i due primi carnivori sono rivolti nella stessa direzione (quello in alto volge le spalle alla divinità e quello in basso è rivolto verso di lui) .



Apparentemente, a parte i serpenti decorativi e la testa d'ariete del dio Amon, nella raffigurazione egizia non ci sono animali, ma basta portare lo sguardo sugli ideogrammi per vedere, leoni, uccelli e persino insetti in grande quantità. 




Sulla testa del dio di Harappa e sulla testa di Amon ci sono dei pittogrammi, probabilmente la spiegazione/descrizione dell'immagine. La scrittura di Harappa è assai simile ai geroglifici egizi…Nella raffigurazione del Dio del calderone non ci sono però né pittogrammi, né le figure antropomorfe che sono presenti invece nel sigillo di Harappa e nella raffigurazione di Amon. 

Ma in realtà  basta girare il calderone: 
Le figure a cavallo portano elmi decorati con un aquila (o un avvoltoio), un cinghiale, due corna e quella che pare una rappresentazione del cielo. Sulla destra di chi guarda ci sono poi tre personaggi intenti probabilmente a suonare degli strumenti a fiato la cui bocca è decorata a forma di drago o di altro animale e che a me ricordano i bastoni sacerdotali egizi. 




Anche il copricapo della figura gigantesca sulla sinistra (sempre di chi legge) ricorda un po' quello della seconda figura maschile, intenta ad offrire due vasi ad Amon/Km, della rappresentazione proveniente dalla cella del tempio di Abu Simbel :






Ruotando ancora il calderone si trova la rappresentazione della dea "Maeve":




La Dea è Circondata da un lupo, due chimere o grifoni alati e due a me pare, elefanti. 
Non so se in Danimarca, dove è stato trovato il calderone, o in Bulgaria dove si dice sia stato creato, nell'Età del Ferro ci fossero elefanti, ma, ad occhio, mi pare una cosa bizzarra. 

Sia la raffigurazione Egizia che quella celtica danno grande importanza al femminile.
Quella di Harappa no. Ma basta prendere un altro sigillo per trovare Śiva che, appena smontato da un  toro , si prostra ai piedi di una dea provvista anch'essa di corna (La sua sposa, immagino): 



Secondo me lo Śiva di Harappa, l'Amon di Abu Simbel e il Dio dei cervi celtico sono la stessa “persona”. E le raffigurazioni sono descrizione di pratiche che forse non è esatto definire cultuali o religiose, ma hanno a che vedere con quella che un tempo era Arte, o Scienza e descrivono tecniche operative legate alla Dottrina delle Vibrazioni.
Si tratta ovviamente di una semplice ipotesi, ma sarebbe bello poterla approfondire.
Un sorriso,
P.

giovedì 4 luglio 2019

LO YOGA E LA TENDENZA ALL'INFELICITÀ


मैत्री करुणा मुदितोपेक्षाणांसुखदुःख पुण्यापुण्यविषयाणां भावनातः चित्तप्रसादनम् ॥३३॥
maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam
33

Maitrī = “amicizia, convivialità, cordialità[1]”.
Karuṇā = “compassione”.
Mudita = “gioia”.
Upekṣā = “indifferenza”.
Sukha = “piacere, piacevole, confortevole”.
Dukha = “pena, dolore”.
Punya = “successo”.
Apunia = “fallimento”.
Viṣayā = “esperienza, oggetto dei sensi”[2].
Cittaprasādana = “purificare la mente, calmare la mente, rallegrare la mente”.

33.  La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento.



La pratica dello Yoga, in fondo, non è roba difficile secondo Patañjali, per purificare la mente è sufficiente coltivare la "Convivialità", la "Compassione", la "Gioia" e la tendenza a rimanere se stessi nel successo e nel fallimento.
Non è per niente difficile. 
Ma allora perché non siamo tutti illuminati? (lo so che negli ultimi anni c'è un inflazione di realizzati autonominatisi tali e di new guru multipass, ma la mia impressione è che spesso,  tra il dire e il fare ci sia di mezzo, in questo caso  un mare infinito).
Perché è così arduo imboccare, con sincerità e spontaneità, la via della Gioia e dell'Amore che nulla pretende?

Praticare yoga significa cercare di entrare in contatto con il proprio "Bambino Interiore" (perdonatemi il termine abusato), l'insieme delle forze primarie   della manifestazione che si cela nel  nostro inconscio. Alcuni lo chiamano śiva.
Il bambino interiore ha un potere infinito. Sarebbe in grado  di donarci la felicità eterna, ānanda, ma dorme, profondamente, dentro di noi, "attossicato" dai veleni della mente, le sovrastrutture culturali. 
La mente umana passa il suo tempo a progettare mirabolanti architetture di numeri e parole che le diano l'illusione di poter comprendere l'incomprensibile e limitare l 'infinito, nella speranza, vana, di sostituirsi al creatore.


 Il Bambino Interiore, la sorgente della Felicità,  ha un potere immenso, ma è appunto un bambino e di fronte alle ardite  teorie della mente, si annoia, comincia a sbadigliare  e, infine, si addormenta, di un sonno simile alla morte. Ecco...il Bambino Interiore possiamo veramente immaginarlo come una Sorgente, una sorgente d'acqua pura come il cristallo, dalle qualità meravigliose, una sorgente ostruita da detriti. 

Ovviamente la natura stessa dell'acqua la porterà prima o poi ad uscire all'esterno,il problema è come farla uscire, il prima possibile e senza danni. Non è dato di sapere, all'inizio, quale aspetto possa avere la barriera di detriti, è diversa per ciascuno di noi, mentre la sorgente è identica. 

Immaginiamo la barriera come un diga, di metallo e cemento:
un violento colpo di piccone potrebbe provocare una inondazione disastrosa, e il nostro piccolo ego, necessario alla sopravvivenza su Terra verrebbe spazzato via.

Lo yoga è una via per togliere i detriti e preparare il terreno all'arrivo (ché, ne siamo certi, prima o poi arriverà) dell'acqua della sorgente. 

Lo yoga ci insegna a costruire canali, ripulire anche il terreno , mettere delle tubature nei luoghi giusti. Non si sa quando e perché l'acqua sorgiva uscirà alla luce del sole, della coscienza, si sa solo che , al diminuire della barriera di detriti corrisponde l'aumentano le probabilità di attingere alla sorgente o di avere una visione della purezza delle acque, prima che il nostro corpo diventi cibo per vermi. 

"Il Maestro arriva quando il discepolo è pronto", si ripete spesso negli āśrama e nelle Scuole di Yoga, ma l'insegnamento non si riferisce ad una persona fisica (-"Né Guru né Maestri"-si dice nel tantrismo-"solo Amore"-), ma all'acqua della sorgente interiore. Se la  si vede o ci si bagna o ci si disseta  non possiamo avere dubbi, ma fino a quel momento non potremo, mai sapere se la via che percorriamo è quella giusta. Bisogna solo continuare  a praticare, senza fretta.

L'Acqua  di Vita arriverà quando è il momento e nel modo che preferisce. 
Il Bambino interiore è capriccioso e imprevedibile.


I testi tantrici e vedici  ci raccontano, con un linguaggio non letterario, ma fatto di poesia e immagini, le esperienze ed i percorsi psicologici di chi ha portato ed aiutato a portare  in altri, alla luce della coscienza  l'Acqua della Sorgente. Un autentico insegnante di Yoga, un maestro (con la M minuscola...)  non è chi ti dona l'illuminazione con lo schiocco delle dita, ma colui che, passo passo, può aiutarti a comprendere il vero significato dei simboli e a sviscerare le analogie tra il tuo percorso personale e quello degli antichi yogin. Il tuo percorso. 
Si legge nella Bhagavadgītā (III, 35):

"Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, 
che non il dharma di un altro, anche se perfettamente adempiuto. 

Meglio è morire nel perseguimento del proprio dharma 
che sopravvivere a quello di un altro". 


Ma attenzione ! 
Non c'è un rapporto di causa effetto  tra comprensione dei testi, pratica, e "risveglio del Bambino Interiore"!
Non è che leggendo e studiando a memoria tutti i testi tantrici e vedantici si ottenga automaticamente la Felicità Illimitata.
Non è che recitando milioni di volte un mantra tibetano faremo per certo conoscenza con il Bambino Interiore.
Lo scopo primario  dello yogin  deve essere quello di  conoscersi veramente, di tirar fuori i propri talenti e, soprattutto, le proprie meschinità. Per addentrarsi in quella entrarsi nella intricatissima foresta della personalità umana, scoprire la bocca ostruita della sorgente e liberarla dai detriti occorre,  si può contare solo sulle proprie forze e sui propri talenti. Che questi talenti o predisposizioni dipendano da vite precedenti, colpi di fortuna o patrimonio genetica, a questo punto del percorso, è cosa assolutamente irrilevante. La cosa più importante da capire è che senza compassione verso se stessi e una dose XXXL di Amore non si va da nessuna parte. 

Per praticare "davvero" Yoga, bisogna  utilizzare tutti i mezzi che la Natura ci ha messo  a disposizione: 

Se siamo sensibili al linguaggio del corpo fisico, all'arte del movimento, all'azione dovremo percorrere quella strada, la strada del Danzatore, dello Yoga come Arte.

Se siamo più sensibili alla voce del cuore, dell'amore inteso come fervore religioso dovremo percorrere quella strada, la strada del Monaco.

Se invece è la ricerca intellettuale, la logica, ciò che meglio ci riesce quella sarà la nostra strada, anche se è la più impervia delle tre.

Non si tratta di vie per la realizzazione, ma di metodi per ripulire la foresta e preparare il terreno alla fuoriuscita dell'acqua.

Quando comincerai ad avvicinarti alla sorgente cominceranno ad avvenire dei fatti, delle coincidenze significative, delle situazioni che pur se sempre nuove e diverse, avranno un sapore particolare ed impossibile da confondere. Ti parrà di vivere all'interno di una bolla, di una dimensione inconsueta, ma in qualche modo familiare, in cui tempo e spazio acquistano un senso diverso e la paura, che sempre ci accompagna nel quotidiano, lascia il posto alla gioia immotivata.

Ma prima di allora non può far altro che praticare, con pazienza, molta pazienza.
Si sa, la forza della natura prima o poi farà  uscire alla luce della coscienza l'Acqua della Sorgente, ma la natura non ha nessuna fretta, il suo tempo è l'Eternità


[1] Ho tradotto con “cordialità”, ma i significati di maitrī sono molteplici. Può significare “amicizia”, “benevolenza”, “convivialità” ecc. Insieme a karuṇā mudita e upekṣā forma i quattro Brahmavihāras, le quattro divine attitudini coltivando le quali il praticante si assicura la rinascita nel regno di Brahma.

[2] Viṣayā nella filosofia indiana viene inteso solitamente come “oggetto di godimento” o “oggetto di conoscenza”. Vedi le interpretazioni di Gauḍapāda, Māṭhara e Vācaspati a Sāṃkhyakārikā 11.

 . 

sabato 29 giugno 2019

TAPAS, L'ARDORE



TAPAS, L’ARDORE



Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La meditazione non è altro che farsi spettatori di sé, guardarsi, come si guarda il campo scosso dal vento o l'onda che si spinge fino in cielo per abbracciar la Terra. Śiva, straziato dalla morte di Satī, immobile nel ghiaccio e nella pietra per centinaia, migliaia di anni non aveva fatto altro che “vedersi visto”, poi il suo cuore cominciò a nutrirsi della nostalgia delle stelle così come l'onda si nutre di quella della Terra. E il suo corpo si rammentò della danza della Vita, la “Sua” danza, così simile al girotondo, consolatorio, degli astri. Consolatorio, perché è vero che "Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l’uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio", ma che angoscia sarebbe, notte dopo notte, annegare gli occhi nel vuoto! Il sorriso della luna piena parrebbe triste e il disciogliersi delle sue sorelle, puzzerebbe di morte, come il pesce vecchio.
Fu così che Śiva si arrese alle stelle. Fu così che il suo corpo si arrese alla gravità. L’immensa colonna cadde sulla terra, spezzandosi, nel fiume Narmadā e l’acqua, nel corso dei millenni, levigò i frammenti di roccia, arrotondò gli spigoli, e creò le pietre sacre conosciute come Śiva Lingam. Si racconta che proprio in quel giorno il Naṭarāja aprì il terzo occhio.
Può apparire strano, ma per gli indiani anche gli dei devono illuminarsi. Anche gli dei devono realizzare il proprio Sé. Śiva comprese la sua vera natura, che era danza, e bellezza. E capì che l’esistenza è un gioco cui non si può non partecipare.
Nello Yoga ogni canto, ogni gesto, ogni rito è rappresentazione, della Vita e dell'Essere. Si tratta di un’arte che, come la musica e la danza, si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia. Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni canto, gesto, rito hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti e le parole sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e dalle parole, e da cui gesti e parole insorgono. Senza emozioni non c’è Tantra, perché è solo dalle emozione che può nascere Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione. Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia. La melodia risuona nel cuore. Quando, nello Yoga, si assume una posizione o si recita un mantra si stabiliscono un inizio e una fine, per aprire e concludere il rito. È come per il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale. Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo del rito, sono il ritmo, la successione di eventi (krama in sanscrito) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi, ma alla fine il rito tantrico porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (Ra) e dello Stupore (La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista. Senza Alchimia non c'è Arte. Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, che arde l'Ego e lo dissolve.
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare lo Yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione. L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Vuoi cogliere l'attimo?
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro.
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni. Ne vale la pena? Se si pratica Yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore. Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni. Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille. Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come Kāma, l'Antico dei Tempi. Śiva si arrende alle stelle e comprende che la sua natura è la Danza. Ma per il Tantra non si può danzare da soli.
- “Senza la sua Śakti anche il dio più grande è privo di potenza creativa” -
Lavorando in due il gioco dell'abbandono si fa più facile, ascolti te stesso e ascolti l'altro, il tuo respiro si fonde col suo e la pelle si fa sottile per meglio sentire il gioco dei muscoli. Ci si arrende all'amato come alla gravità e la bellezza, la grazia, sbocciano. Inconsapevolmente. Involontariamente, giacché non c'è volontà nel Gioco della Creazione. Volontà forse, con la maiuscola, ad intendere una Legge che non può essere scritta né detta, ma nel Tantra non c'è spazio per l'io voglio: l'Onda della Bellezza è anarchica e bizzosa. Tu non puoi decidere quando inarcherà la schiena, come un drago antico, per slanciarsi verso il Cielo, verso le stelle, né puoi costringerla a rimanere al tuo fianco, quando il richiamo della sua casa di cristallo si farà risacca. Puoi solo aspettare.
La Bellezza è eterna, proprio perché effimera. Su di Lei il Tempo non ha potere alcuno. Quando arriva la riconosci subito. Il gesto, anche il più banale, si muta in poesia, si fa rotondo, morbido, dolce e sembra che dia luce. Questo è proprio strano. Però accade, nel Tantra. Sarà suggestione, ma quando ti "arrendi" il corpo pare più luminoso e il movimento, anche solo di una mano, disegna l'aria come fosse sabbia. Forse al richiamo della Bellezza, le stelle nascoste in noi, nell'oscura memoria delle cellule, fanno capolino. O magari è il corpo degli amanti a rendere l'aria specchio, e la luce che si vede non è altro che il riflesso della Vita che sgorga dalla pelle, la carne, i muscoli. Quando in una coppia insorge la Danza degli Dei, lo spazio si fa denso e il corpo irradia luce.  Normale per chi prende sul serio i versi antichi dei Veda e dei Purāṇa, straordinario per chi non sa che la Poesia è rivelazione e l'Arte scienza.  Gli dei dormono in noi e come i sogni, si destano al primo sonno. Non il sonno del corpo, intendo, ma l'affievolirsi della presunzione, del credere che la volontà possa dominare la Natura. Basta arrendersi alla saggezza del corpo e gli dei aprono gli occhi (i tuoi occhi!) per mostrarti ciò che è. Non la realtà fantastica e barocca della mente, ma proprio quello che è. La mente umana è golosa di sistemi, calcoli e progetti. Il corpo, invece, vuole solo danzare.


giovedì 27 giugno 2019

IL SACRIFICIO DI SATĪ






"Il Sacrificio di Satī", tratto da "Le dieci Forme della Dea", libro in preparazione.

Dopo l’apparizione di Uṣā, Brahmā, il Demiurgo, aveva creato una moglie per il figlio Dakṣaprajāpati, Prasūti, e aveva affidato loro l’incarico di generare delle spose per gli dei, i guardiani delle direzioni e i saggi veggenti. Fu così che Kama si sposò con Rati, la Passione, Agni con Svāhā, l’Offerta, e Candra, la Luna, con le 27 stelle sorelle.
Il Cosmo aveva ormai assunto la forma che ci è oggi familiare, ma giaceva in se stesso, immobile e inutile come un vascello nel deserto. Per far girare le ruote della Vita bisognava che Śiva uscisse dalla sua Quiete perfetta, arrendendosi alla Legge del desiderio.
Ispirata da Brahmā, Prasūti pregò, insieme al marito, la Grande Madre dell’Universo, la implorò di scendere nel suo ventre in forma di donna, la supplicò di donare il cuore al Naṭarāja.
- “E sia!” - disse la Dea – “ma ricordate: niente e nessuno dovrà mai mancarmi di rispetto! Niente e nessuno dovrà dimenticare, anche un solo istante, che io sono la Madre, la Signora degli Universi!” –
Negli indefiniti universi paralleli dei Veda gli dei, al pari degli umani, nascono muoiono e si reincarnano. Come per gli umani anche per ciascuno di loro c’è un destino, scritto da tempo immemore, al quale non possono sottrarsi. Lo chiamano Lila, il gioco, un gioco sempre diverso eppure uguale a se stesso. All’alba di ogni ciclo cosmico Brahmā tenta di dar vita al suo perfetto mondo ideale, e, inevitabilmente, la Dea arriva a ricordargli la legge del caos e del desiderio.
All’alba di ogni ciclo cosmico la Madre si fa bambina e poi donna per sposare il Naṭarāja. È per questo che il dio del tridente viene chiamato Sāṃba Sadāśiva, colui che è da sempre in unione con la Madre. Fu per Śiva che Satī, figlia di Dakṣa e Prasūti, discese nel mondo degli dei portandogli in dono i suoi occhi, neri come la notte di Brahmā, il suo sorriso, luce di mille stelle, e il suo cuore, il cuore della Yogini. Passava il tempo a invocare l’amato, Satī. Gli dedicava i suoi canti, le sue danze, le mille e mille ghirlande che intrecciava invocando il suo nome.
Un giorno, lei era ancora una ragazzina, l’asceta divino discese dal Monte Kailāsa e si presentò nella dimora del re Dakṣa per chiedergli la mano della figlia. Dakṣa si adombrò. L’idea di abbandonare la più bella delle sue figlie, incarnazione della Grande Madre, tra le braccia di Śiva, l’impuro, non gli piaceva affatto. Non solo “era vecchio”, ma se ne andava in giro nudo, coperto solo da un perizoma di pelle di tigre. I capelli sporchi di cenere e arricciati lo rendevano simile a un demone, e pure gli occhi parevano quelli di un demone.
Ne aveva solo due a quel tempo, due occhi così duri e selvaggi da far abbassar lo sguardo persino a Indra, il re guerriero. Ma la Dea non volle sentir ragioni - era per Śiva che si era incarnata, per fargli vivere la gioia dell’incontro e il dolore della perdita – e niente e nessuno le avrebbe impedito di sposarlo.
Il giorno delle nozze le divinità arrivarono dai mondi degli indefiniti universi paralleli con i loro carri dai colori sgargianti. Dietro di loro centinaia di apsaras vestite di seta preziosa, adorne d’oro, zaffiri, smeraldi danzavano al suono delle tablas, dei bansuri, delle vīṇā, gli antichi liuti cari alla dea Sarasvatī. Mentre i Brahmāni intonavano inni di buon auspicio, soffiavano nelle sacre conchiglie, innalzavano al cielo il canto di gioia di cembali e campane che scintillavano al sole dell’inizio, una meravigliosa processione di uccelli dai mille colori, insetti, elefanti, tigri e leoni seguiva i due sposi.
Com’era bella Satī! I suoi capelli, mossi dal soffio gentile di Vāyu, dio del vento, parevano le onde scure dell’Oceano infinito, il bindu sulla fronte era la luce del tramonto, i seni, gonfi di vita, erano il sole e la luna. Tutti cercavano i suoi occhi, trionfo di dolcezza, ma i suoi sguardi erano solo per Śiva, l’impuro.
I miti indiani somigliano ai monsoni scuri di pioggia che seminano vita e distruzione insieme, e alle foreste, immense dove il fiore più bello e la serpe più letale fanno a gara a chi veste i colori più sgargianti. Non esistono il bene e il male, e bellezza, orrore, gioia, rabbia, disperazione entrano in scena così, senza preavviso, senza seguire altra legge o regola che non siano quelle del Caso e del Desiderio.
Quando il padre Brahmā, felice per le nozze, si avvicina ai due sposi divini, la bellezza di Satī gli entra nella carne come un ferro rovente. Tenta, il Demiurgo, di riprendere il dominio di sé, di resistere all’eccitazione, come già aveva fatto con la danza di Uṣā, ma è troppo tardi. Folle di gelosia Śiva afferra la spada e, senza dire una parola gli taglia di netto una delle cinque teste.
Per questo Brahmā ne ha solo quattro, adesso. Si dice siano i quattro libri dei Veda, e i quattro Yuga, le diverse ere del ciclo cosmico. La quinta testa invece, si dice fosse il Tantra, il seme dell’immortalità, che da quel giorno appartiene solo a Śiva, e alla sua Sposa.
Nelle favole, nelle leggende, nelle storie raccontate nelle notti d’estate, quando il fuoco dà vita alle ombre e ai sogni bambini, si nascondono, spesso, le voci dei maestri antichi e verità dimenticate tornano a far capolino tra le false certezze delle scienza e della sterile erudizione. C’è stato un tempo, forse, in cui Scienza, Arte e Religione (Brahmā, Śiva e Viṣṇu?) solcavano assieme l’oceano dell’esistenza. Conoscevano la danza delle stelle e il vario dispiegarsi dei venti e delle onde. E insegnavano agli uomini le secche, i vulcani sommersi e gli approdi sicuri. Poi, tutt’a un tratto le loro vie separarono e lo scrigno dell’Arte - o Alchimia, come la chiamarono da noi – fu sepolto tra le nevi dell’Himālaya, alle pendici arse dal sole di Aruṇācala e sulle rive del fiume Narmadā, il grande serpente azzurro che taglia l’India in due, dall’Alba al Tramonto, prima di tuffarsi nel Golfo d’Arabia.
Il Tantra, via del corpo e delle emozioni, venne nascosto agli occhi dei più. Forse, chissà, pensarono fosse inadatto alla nuova civiltà, un nuovo mondo creato dalla mente umana a sua immagine e somiglianza, con palazzi sontuosi, mura di pietra e armi d’acciaio. E fuochi sempre accesi per vincere la paura della notte e dell’abisso, nome con cui, negli incubi, chiamiamo la Natura.
Dopo che Śiva si fu placato i due sposi partirono alla volta del monte Kailāsa. Come succede per le giovani coppie di innamorati, i primi tempi fu tutto rose e fiori: Śiva e Satī passano il tempo a fare l'amore su giacigli di foglie e nubi sulla cime dell'Himālaya, nei boschi o sulle rive di fiumi dall'acqua cristallina. Poi, improvvisa, la tragedia.
Dakṣa chiese a Bhṛgu, il grande astrologo, di celebrare uno Yajña, il sacro rituale del fuoco, ed invitò alla cerimonia saggi, eroi, sovrani e principesse dell’Universo intero. Invitò i musici celesti, i Gandharva, e le Apsaras, le sacre danzatrici della terra del Nord. Dalla città di cristallo sulla vetta del Meru discesero Indra, dio del Fulmine e la sua consorte, Indrāṇī dalla lingua tagliente e arrivarono anche Yama, Puṣān, Mitra, Varuṇa. Dakṣa invitò tutti i figli di Brahmā e di Aditi, dea della Terra.
Anzi quasi tutti. Śiva no.
 - “Dorme e fa l'amore all'aperto” – disse Dakṣa – “preferisce bere in teschi umani che in bicchieri di cristallo, si fa dei gran Chilum di erba e Hashish e preferisce coprire il corpo, forte e villoso, con un perizoma di pelle di tigre, invece di indossare le vesti eleganti e preziose che gli competerebbero.... E' decisamente non presentabile” - 
 Dadichi, il maestro della Madhu Vidyā (l’arte dell’Immortalità) protestò
– “Oh Prajapati! non ti conviene offendere il Naṭarāja, e Satī poi…ricordati che è tua figlia” - ma Dakṣa non volle sentir ragioni - “Satī ha modi più urbani, ma sarebbe imbarazzante pregarla di venire senza il marito…Meglio non invitare nessuno dei due…tanto se ne stanno sempre nei boschi a rotolarsi per terra... non se ne accorgeranno nemmeno..."
Quando le arrivò la notizia del grande Yajña Satī non si preoccupò neppure per un istante del mancato invito. Era la figlia preferita, incarnazione della Madre degli Universi, le formalità, tra lei, i genitori e le sorelle, erano prive di senso. Śiva la implorò di non partire, ma la Dea, si sa ha la testa dura, e dopo qualche giorno, scortata da Nandi, il toro bianco, e da un gruppo di devoti, si presentò alla dimora del padre.
- “Come osi presentarti a casa mia senza essere invitata?” - gridò Dakṣa appena la vide - “Tu… Tu che dividi il letto con un senza Dio! Tu che hai disonorato il mio nome unendoti al ripugnante Signore dei cimiteri!” - 
Ma come? Non erano stati Dakṣa e Prasūti a implorare la Dea di incarnarsi nel corpo di Satī? Non erano stati loro a pregarla di sposare Śiva? Per noi, poi, abituati a pensare l’induismo come una religione, alla stregua del cristianesimo o dell’ebraismo, l’accusa, rivolta a Śiva, di essere “un senza Dio” suona stonata come una campana di latta: come fa un dio ad essere ateo? Che razza di strana eresia è mai questa? Si è già detto: le storie indiane vanno al di là delle nostre capacità di comprensione. Sono piene di incongruenze, colpi di scena, e cambi di prospettiva. Bene e male, bello e brutto, sacro e profano non sono categorie ontologiche, ma terre dai confini incerti, che mutano bandiera ad ogni refolo di vento. La nostra mente non è attrezzata per viaggiare nell’incertezza e nell’ignoto.
In un mondo fatto di oceani senza sponde che sgorgano, per incanto, da un infinito vuoto creativo, logica e coerenza sono strumenti inutili. Meglio, molto meglio arrendersi alle fiabe. Come quando, in estate, alla luce delle stelle la risacca fa danzare le parole, il vino scioglie il ricordo e l’anima può riaprirsi alla gioia dello stupore. È allora che Maghi, fate, angeli e indovini si fanno sotto, coi loro segreti dimenticati, le nostre promesse tradite, i sorrisi perduti.  Dobbiamo arrenderci, senza esitare, ché col sole dell’alba la fiaba, rena di sogno, scorre via dalle mani. Tronchi sbiancati e stracci da cucina allora ripiglieranno il loro posto: angeli e fate si sa volano solo negli sguardi bambini.
- “Che tu sia maledetto Dakṣa, figlio di Brahmā” - Satī si avvicinò al padre, furibonda - “Il tuo orgoglio ti ha reso cieco. Hai dunque dimenticato chi son io? Il mio sposo, Signore del Tempo, porterà la morte e la distruzione nel tuo regno” -
Solo adesso Dakṣa riconobbe la Dea. Si gettò in ginocchio, fronte a terra, la implorò di perdonarlo e si mise a cantare il nome di Śiva. Ma fu inutile. Satī gli occhi rovesciati all’indietro, si gettò nel fuoco del sacrificio, chiuse le ruote dei chakra e si lasciò morire. Il racconto si fa confuso adesso. Secondo alcuni, alla notizia della morte della sua sposa, Śiva gridò. Con gli occhi sbarrati e le mani strette a pugno, gridò la sua rabbia e il suo dolore. E il grido prese la forma di un guerriero, un gigante con le unghie e la testa di leone, Vīrabhadra.
Per altri i guerrieri mostruosi erano due, Vīrabhadra e Bhadrakālī, e sarebbero nati dai capelli arricciati del Naṭarāja.
Per altri ancora, al grido di Śiva, i fantasmi dei guerrieri antichi sorsero dalla terra, e marciarono al suo comando verso il regno di Dakṣa. Di certo si sa che la rabbia di Śiva piombò sul luogo della cerimonia, seminando morte e distruzione, come aveva predetto Satī.
I soldati di Dakṣa e Bhṛgu furono massacrati e gli invitati vennero pestati a sangue. Indra, re del tuono, venne sollevato come un fuscello, gettato a terra e calpestato.  A Yama, dio della morte, ruppero l’osso del collo. Candra fu preso a calci e a Puṣān, dio del Sole, Śiva fece ingoiare i denti a suon di sberle. Dakṣa fu decapitato e la sua testa assieme alla barba di Bhṛgu fu issata sugli stendardi dei Bhūtagaṇa, le schiere di demoni e fantasmi al servizio di Śiva.
Si racconta che al sorgere della luna, dalla terra ubriaca di sangue, emerse un’antilope. Forse si era nascosta trai cadaveri per sfuggire all’orrore, o forse, chissà, era una creatura di sogno. L’animale balzò dinanzi a Śiva, quasi a sfidarlo, aspettò che lui imbracciasse arco e frecce e fuggì via scomparendo come la nebbia d’agosto, dietro al cadavere della Sposa.
Il corpo di Satī era intatto: le fiamme, devote alla Dea, si erano inchinate alla sua bellezza, le braci accendevano il suo sguardo e i capelli danzavano col vento. Śiva si placò, di colpo. Cominciò a carezzare il volto dell’amata.
Le baciava gli occhi, la chiamava per nome - “Perché non mi parli? Sei arrabbiata con me? Che ti ho fatto anima mia? “-
È come quella di un bimbo la mente del dio: in un batter di ciglia passa dalla rabbia alla quiete, dalla gioia alla disperazione.
Il tempo non esiste.
E neppure la morte.
Non c’è nessuna differenza, per un dio, tra il sonno e la morte: gli occhi si arrendono all’oscurità nella certezza del primo sole dell’alba. Che sia un nuovo giorno o una nuova vita, poco importa. Tutto è già stato scritto sul libro della creazione: Satī “deve” morire, per rinascere come Parvatī, la Donna intera, la madre di Skanda e Gaṇeśa, la Signora delle creature. Fa parte del “Gioco”, ma qualcosa si spezza nel cuore e nella mente di Śiva.
Nell’oceano infinito della creazione, l’esistenza - di un dio, di un demone o di un uomo – è come l’onda del libeccio che all’improvviso si alza, corre ad abbracciar la terra e si ritrae, senza fretta. Poi si alza per rovesciarsi di nuovo. La risacca però si lascia dietro un sacco di cose, chi è vissuto al mare lo sa bene: mucchi di alghe, corde, ossa di pesce scolorite che sole e salmastro incollano agli scogli. Al tramonto si fanno facce, alberi o draghi antichi. Sembrano lì da sempre. Guai se ci si affeziona a quei guardiani scolpiti dal mare. Prima o poi arriva l’onda del libeccio e li strappa via. Resta solo lei, l’onda, che sbatte sullo scoglio e si ritrae, senza fretta. Poi si alza per rovesciarsi di nuovo.
I baci, i sorrisi, i gemiti di Satī si sono incollati alle ossa, alla carne, alle viscere del Naṭarāja. Śiva piange. Nessuno aveva mai visto le lacrime di un dio prima di allora. Prima infila la testa di un caprone, sgozzato dalla sua furia omicida, sul corpo di Dakṣa, restituendolo alla vita. Poi riaccende il fuoco del sacrificio, a fingere che niente sia accaduto. Infine abbraccia il corpo dell’amata, lo stringe forte, e comincia a vagare nello Spazio infinito.
Perché la Dea torni alla vita incarnandosi in Parvatī, bisogna che la carne di Satī torni alla terra, ma l’energia vitale di Śiva e il fuoco del suo desiderio, impediscono al cadavere di decomporsi. Per questo Viṣṇu, protettore dell’ordine e del ritmo universale, lo insegue e comincia a tagliare il corpo della Sposa. Folle di dolore il Naṭarāja nemmeno se ne accorge. Cinquantuno pezzi caddero sulla terra - in India, in Nepal, in Tibet, in Pakistan, in Sri Lanka - ed uno nel mondo di mezzo, al di là dell’atmosfera. È lì che furono costruiti i santuari della Dea, gli Śakti Pīṭha.  E Śiva si scoprì solo, nell’universo. E spaventato, come il cigno della Muṇḍāka Upaniṣad. Piano piano, una nuova consapevolezza si fece strada nella sua mente. La Dea era discesa nel corpo di Satī per donarsi al Naṭarāja e lui non era stato in grado di proteggerla. All’inizio la cosa più importante gli era parsa la propria sofferenza e ne aveva dato la colpa a Dakṣa, dimentico delle promesse fatte alla Dea, a līlā l’incomprensibile gioco della Creazione; addirittura alla sua Sposa - “Si è uccisa per orgoglio! Teneva più al rispetto degli altri che al nostro amore!” - Poi comprese. Nel Tantra l’unità fondamentale è la coppia. La Donna, Vuoto creativo, è Energia Pura, fiume che scorre, ora dolce ora impetuoso, per generare e distruggere. Lui, l’Uomo, è la Forma, gli argini che contengono l’acqua di vita e la accompagnano curvandosi in dolci spire se la corrente si fa troppo forte. Rifiutandosi di seguirla nella casa del padre, Śiva aveva lasciato Satī a se stessa, esponendola alle offese di quella famiglia, la società, alla quale non apparteneva più. Il suo cuore si fece di pietra. Non è una metafora. Prima il suo cuore, poi le ossa, la carne, la pelle si indurirono, e Śiva divenne una colonna di pietra e di ghiaccio, alta e imponente come il monte Meru.
Per centinaia, migliaia di anni, Śiva, immerso nel ricordo di Satī, dormì di un sonno simile alla morte. Niente e nessuno sembrava poterlo destare dalla sua meditazione perfetta. A nulla valsero le dolci parole di Viṣṇu, i canti dei Gandharva, le danze delle Ḍākinī, le meravigliose signore degli elementi. Il Naṭarāja era pietra e ghiaccio. Infine la Dea rinacque in forma di Parvatī, la figlia della montagna e la luce, gentile delle stelle, iniziò a filtrare nelle pareti di roccia. Una goccia d’argento entrò nel suo cuore, poi un’altra e un’altra ancora e poi le gocce salirono alla gola, divennero lacrime, dolci e acide insieme, come il frutto del gelso. E Śiva fu colto dalla nostalgia delle stelle.