7.19.2022

Kalari Yoga (1) - Breve Storia del Kalaripayattu


Il kalaripayattu, che potremmo tradurre con “allenamento” (payattu) alle arti del “campo di battaglia” (kalari) è una antica arte marziale del Kerala strettamente connessa con lo yoga, lo āyurveda – la medicina indiana - e le arti performative del sud dell’India. In Occidente il kalaripayattu è conosciuto almeno dal XIX secolo, quando l’esploratore portoghese Duarte Barbosa, nei suoi diari di viaggio, descrisse in toni entusiastici le abilità marziali degli abitanti del kerala da lui chiamati “Nayar[1]:

La maggior parte di Nayar – sia maschi che femmine -, quando hanno sette anni, vengono mandati nelle scuole (di arti marziali) dove vengono insegnati molti trucchi di agilità e destrezza; lì si insegna loro a ballare, a girare su se stessi e a contorcersi per terra; a fare salti di ogni genere e questo  lo imparano due volte al giorno e quando i bambini e diventano così sciolti ed elastici da far girare e piegare  i loro corpi avanti e indietro in modi contrari alla natura; e sono pienamente compiuti in questo, si insegna loro a giocare con l'arma che sono più inclini: alcuni giocano con archi e frecce, alcuni con bastoni per diventare lancieri, ma la maggior parte con spade e si esercitano sempre. I Nayar, per quanto vecchi possano essere continuano ad allenarsi anche d’inverno e prendono lezioni di scherma fino alla morte[2].

 

Nel 1793 il re guerriero Kerala Varma Pazhassi Raja, il “Leone del Kerala” si ribellò al potere della Compagnia delle Indie e dette inizio alla più lunga e sanguinosa guerra affrontata dagli inglesi in terra indiana. I guerrieri indiani, combattendo quasi esclusivamente con archi e frecce e a mani nude, inflissero gravissime perdite all’esercito inglese – si parla di perdite superiori all’80/ degli effettivi[3]. Il conflitto ebbe termine nel novembre 1805, con la morte di Pazhassi Raja,

Dopo la fine della guerra gli inglesi proibirono la pratica del Kalari, chiusero le scuole e arrestarono la maggior parte degli istruttori (gurukkal).

Negli anni ’20 del XX secolo, nell’ambito di un generale movimento di riscoperta delle arti tradizionali indiane, il kalaripayattu ricominciò a diffondersi soprattutto grazie a personaggi come Chambadan Veetil Narayanan Nair e Chirakkal T. Sreedharan Nair considerati i padri del Kalaripayattu moderno.

A Sreedharan Nair, insegnante di educazione fisica presso il College of Physical Education si deve la pubblicazione del primo manuale di Kalaripayattu e quindi la sua riorganizzazione come disciplina ginnica e sport da combattimento “Kalarippayattu (The complete guide to Kerala's ancient martial art)”, pubblicato in inglese nel 2007[4].

Al giorno d’oggi, banalizzando possiamo parlare di due diversi tipi di Kalari: il Kalaripayattu propriamente detto, uno sport da combattimento che si pratica in centri specializzati come il Maruthi Chikilsa & Kalari Sangam di Trivandrum, diretto dal maestro Agith Kumar, e quello che noi abbiamo definito Kalari Yoga, un sistema basato sulle tecniche base di preparazione fisica del kalari e sullo hahayoga, utilizzato come addestramento e ginnastica per la salute dai danzatori tradizionali indiani (Kathakali, Mohiniyattam e Bharatantatyam), dai teatranti e dai danzatori contemporanei.



Kerala Varma Pazhassi Raja, il re guerriero che tenne in scacco le truppe inglesi dal 1793 al 1805.



Danzatori di Makachuttu, la tradizionale "danza del Serpente" del Kerala, che rappresenta un combattimento di Kalari ritualizzato. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Muthappan.jpg



Chambadan Veetil Narayanan Nair con il suo maestro, il grande wresler Kottakkal Kanaran Gurukkal. Fonte: https://wikitia.com/wiki/Kottakkal_Kanaran_Gurukkal#/media/File:Kottakkal_Kanaran_Gurukkal.jpg



Gaja Vadivu, o "postura dell'elefante".

 I Vadivu sono posizioni di combattimento ispirate ai movimenti degli animali.  Le principali chiamate Ashta Vadivu (otto posture) sono:

1.        Gaja vadivu (elefante); 

2.        Simha vadivu (leone); 

3.        Ashwa vadivu (cavallo);   

4.        Varaaha vadivu (cinghiale); 

5.        Sarpa vadivu (serpente); 

6.        Kukkuda vadivu (gallo); 

7.        Marjaara vadivu (gatto);

8.        Matsya vadivu pesce). 

 Vi sono altre posizioni come il Pavone (Mayura Vadivu), la tigre, la scimmia ecc. ma le più efficaci sono considerate di solito le posture dell’elefante, del leone e del cavallo. Fonte: https://www.keralatourism.org/kalaripayattu/meythozhil/vadivu



Il kolthari è la scherma con il bastone. In si usano vari tipi di bastone ma in genere, soprattutto nelle prime fasi di addestramento, si usano il bastone corto, in legno di tamarindo, della lunghezza di 75 cm circa, e il bastone lungo, in bambù od altro materiale, della lunghezza di circa 150 cm. Fonte: https://www.keralatourism.org/kalaripayattu/picture-gallery/short-stick-fighting/2



Con il Termine Angathari si intendono le tecniche di combattimento con coltelli e spade di varia foggia e dimensione. le armi sono sempre affilate e lo studente viene istruito al combattimento solo dopo un lungo addestramento a mani nude e con il bastone. Fonte: https://www.keralatourism.org/kalaripayattu/disciplines/angathari

 


[1] Con la parola “Nair” o “Nayar” si intende un gruppo di caste hindu, tipico del Kerala, e collegato ad una etnia di origine cingalese, chiamata Ezhava o Thiyyar. I “nair”, che si dichiarano induisti, hanno in realtà una propria cultura e una propria religione fondata su alcuni principi buddhisti, sulla devozione alla dea Bhagavatī e sul culto del Serpente.

[2] A. Sreedhara Menon, Kerala History and its Makers. D C Books. (4 March 2011). ISBN 978-81-264-3782-5.

[3] Vedi: "History of Madras Army Volume III". Printed by E. Keys at the Govt. Press. 1883. https://archive.org/details/historymadrasar01wilsgoog

[4] Sreedharan Nair fu molto criticato per la pubblicazione del libro nel 1937. Fino a quel momento la trasmissione del kalari era avvenuta solo per via orale, da maestro ad allievo e l’insegnamento era diverso per ogni scuola o addirittura per ogni allievo. La sistematizzazione dell’arte marziale e la divulgazione delle tecniche fu considerata, da molti, come un tradimento della tradizione.

5.26.2022

Il MANTRA OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA NELL'ICONOGRAFIA TRADIZIONALE DEL NATARAJA

 


Nell'osservare  una statuetta di  Śiva, il नटराज naṭarāja ("Re della Danza") possiamo assumere almeno tre diversi atteggiamenti, o modalità:

1. L'atteggiamento del devoto, che considera l'immagine come un oggetto di culto, al pari di una santa reliquia o, per un cattolico, del crocifisso;

2. L'atteggiamento dello scienziato o dello storico dell'Arte, che cerca di inserire l'opera in un contesto storico e di sviscerarne i significati;   

3. L'atteggiamento dello haṭhayogin, che considera l'immagine come una possibile indicazione di una tecnica operativa, atta a trasformare il corpo e la mente.

Per quanto riguarda la prima modalità, non mi pronuncio  il devoto si muove nella dimensione della Fede e la Fede è caratterizzata, per definizione, dall'accettazione di una verità di origine misteriosa e dall'assenza di dubbi e non avendo, personalmente,  mai avuto il dono della fede mi parrebbe di cattivo gusto commentare in tal senso.

Nelle altre due modalità, quella dello "scienziato" - tra virgolette - e dello haṭhayogin, dato che ho studiato Storia dell'Arte all'università e che pratico āsana, mudrā e bandha da quando avevo dodici anni  mi trovo decisamente più a mio agio.

Lo storico dell'Arte sa che l'iconografia del "Dio danzante di Chidambaram" nasce nel Sud dell'India tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo d.C. (vedi:  Hermann Kulke; Dietmar Rothermund (2004). A History of India Routledge. p. 145.ISBN 978-0-415-32920-0.e che probabilmente assume la forma oggi conosciuta nel X secolo, quando i re della dinastia Chola ricostruirono  Chidambaram con pietra e oro e fecero di una statuetta d'argento del  naṭarāja l'icona principale  del tempio.


Per abitudine, poi, lo "storico dell'Arte" analizza e dettagli, e questo può essere di aiuto allo haṭhayogin, che può interpretare certi particolari in base alla propria esperienza e agli insegnamenti orali che ha ricevuto.

Sulla destra del "dio che danza", ad esempio, nascosta tra i capelli sciolti - nei quali sono celati serpenti e fiori - si nota una figura femminile, metà donna e metà serpente:



Si tratta della dea Gaṅgā, dea del Perdono e della purificazione, figlia di Himavān and Menā, sorella maggiore di Gaurī - la seconda sposa di  Śiva - innamorata anch'essa del naṭaraja


Gaṅgā è nascosta nei capelli del "dio che danza" in ricordo della sua discesa impetuosa sulla terra - quando fu frenata appunto, dai capelli di Śiva, prima che distruggesse il mondo intero - e nell'iconografia del naṭarāja  è ritratta come una nagiṇi, una creatura metà donna metà serpente, oggetto di uno dei culti più antichi del Sud dell'India, che si ritrova spesso raffigurata nei templi indiani come "protettrice delle porte" (dvārapālakā).

Continuando l'analisi dei dettagli della statuetta del naṭarāja  troviamo, sotto alla figura della dea ganga, la mano destra posteriore del dio che regge un  damaru  - il tamburo a forma di clessidra - simbolo sia del potere divino della creazione (Sṛṣṭi सृष्टि), attraverso il suono,  sia dell'unione sessuale di maschile e femminile, rappresentati in questo caso da Brahma e dala sua consorte Brāhmī,  chiamata anche Kriyāśakti, o śakti dell’azione. Il tamburo,  nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Terra e  la sillaba Na del mantra O Nama Śivāya;



La  mano anteriore destra  è invece nel gesto "che allontana la paura", Abhayamudrā simboleggia  sia il potere divino del mantenimento (Sthiti स्थिति), sia l'unione di Viṣṇu e della sua sposa Vaiṣṇavī, chiamata anche ānaśakti, o śakti della conoscenza. 
La mano anteriore destra nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Acqua e la sillaba Ma म del mantra O Nama Śivāya;




La mano posteriore sinistra regge  una fiamma, che rappresenta sia il potere divino della dissoluzione (Sahāra संहार), sia l'unione di Rudra  con la sua sposa Raudrī, detta anche  Icchāśakti, o śakti del desiderio. La mano posteriore sinistra  nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Fuoco e la sillaba Śi शि del mantra O Nama Śivāya;



Il piede destro, poggiato su un buffo nanetto, rappresenta sia il potere divino dell'occultamento,  (Tirōdhāna तिरोधान), sia l'unione di Īśvara (o Īśāna) con la sua sposa Īśvari, detta anche  Ādiśakti, o śakti primordiale, Ānandaśakti o Parākuṇḍalinī. il piede destro nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Aria e la sillaba  वा del mantra O Nama Śivāya;



Per ciò che riguarda il buffo nanetto, anche se non ci sono fonti attendibili precedenti al XIX secolo, lo si identifica comunemente con  un demone chiamato Apasmārapuruṣa. In realtà  puruṣa significa persona e apasmāra "epilessia"; è possibile che si riferisca semplicemente ad "una persona cretina" o, dato  che l'epilessia veniva collegata alla perdita della memoria, potrebbe rappresentare l'oblio.

L'identificazione del nanetto con un demone o comunque con un essere maligno dipende probabilmente dalla somiglianza con l'iconografia cristiana di San Michele che calpesta il diavolo, ma si tratta di una suggestiva ipotesi priva di fondamento. Nell'immagine sotto, proveniente dal  tempio  di Mahalingeswarar, nel Tamil Nadu,  il nanetto sembra infatti far parte dei discepoli di Śiva:




Bisogna anche considerare che l'iconografia tantrica è spesso riferita a particolari asterismi, per cfui non è assolutamente improbabile che il naṭarāja rappresenti la costellazione di Orione e il nanetto la costellazione della lepre (lepus):





Andando avanti nell'interpretazione della statuetta  del "dio che danza", notiamo  il piede sinistro sollevato  indicato dalla mano sinistra:



Il piede sinistro rappresenta sia il potere divino della Grazia,  (Anugraha अनुग्रह), sia l'unione di Sadāśiva con la sua sposa Bhagavatī, detta anche Parāśakti, o śakti suprema, Citśakti (Cicchakti), Sadāśivā, Mātkā, o semplicemente, Devī. Il piede sinistro nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Spazio e la sillaba Ya del mantra O Nama Śivāya.

In buona sostanza la rappresentazione classica del "dio che danza" è, anche,  una rappresentazione del mantra delle cinque sillabe,  नमः शिवाय, e, quindiu, dei cinque elementi, dei cinque poteri della divinità, dei cinque "brahma" e delle cinque energie della manifestazione.

 

Sillabe

pañcaktya

Pañcabrahma

pañcaśakti.

Gesti

Na

Sṛṣṭi (सृष्टि), Creazione

Brahma

 

Kriyāśakti

Mano posteriore destra

Ma

Sthiti (स्थिति),

Mantenimento

Viṣṇu

ānaśakti

Mano anteriore destra

Śi शि

Sahāra (संहार), Dissoluzione

Rudra

Icchāśakti,

Mano posteriore sinistra

वा

Tirōdhāna (तिरोधान),

Velamento

Īśvara o

Īśāna;

 

Ādiśakti,

Piede destro

Ya

Anugraha (अनुग्रह), Grazia

Sadāśiva.

 

Parāśakti

Piede sinistro, indicato dalla mano posteriore sinistra

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