mercoledì 16 giugno 2021

I 16 ĀDHĀRA - TECNICHE OPERATIVE DELLO HAṬHAYOGA


I manuali  dello  haṭhayoga medioevale descrivono tecniche operative finalizzate alla produzione e all'utilizzazione di una sostanza chiamata अमृता amtā, सोम soma o raramente, nei testi più influenzati dallo āyurveda, कुण्डली kuṇḍalī .

La produzione di amtā, fine ultimo della pratica di āsana, bandha, mudrā, mantra ecc., porterebbe alla longevità alla salute del corpo, all'insorgere di poteri psichici - सिद्धि siddhi - e, in ultima analisi, alla "liberazione" o मोक्ष mokṣa.

Una di queste tecniche operative riguarda la meditazione sui 16 आधार ādhāra, una pratica che, a quanto so - ma potrei sbagliare - non rientra quasi mai nei programmi di studio dei corsi di formazione per insegnanti yoga o dei corsi settimanali per praticanti, e questo è un vero peccato, almeno secondo Goraka, il padre riconosciuto dello  haṭhayoga.

Si legge nel versetto 12 del primo śataka (gruppo di 100 versi) del Gorakṣa Yogaśāstra:

षट्चक्रं षोडशाधारं द्विलक्ष्य् व्योमपञ्चकम्

स्वदेहे ये जानन्ति कथं सिद्ध्यन्ति योगिनः ।।१२।।

acakra oaśādhāra dvilakya vyomapañcakam /

svadehe ye na jānanti katha siddhyanti yogina //12//

 

“Come possono avere successo [nella pratica] gli yogin che non conoscono i sei cakra, i sedici ādhāra le due modalità di visualizzazione – lakya - e i vyoma pañcaka[1] nel proprio corpo?”


Lasciamo perdere, per il  momento, lakya  e vyoma pañcaka - altri termini poco usati nelle scuole di Yoga contemporanee - e concentriamoci sui sedici ādhāra, senza la conoscenza dei quali, a detta di Gorakè impossibile "avere successo nello Yoga".

Con il termine ādhāra si intendono 16 particolari  मर्म  marma dello āyurveda.
marma sono 107 punti del corpo umano elencati nella  Suśruta-saṃhitā,  ed utilizzati sia dai medici, per la cura di ferite e malattie, sia dai guerrieri per ferire od uccidere, con colpi precise, il nemico.
Ci sono cinque diversi tipi di marma:

  1. Muscolare;
  2. Vascolare;
  3. Legamentoso;
  4. Osseo;
  5. Articolare.

L'importanza dei marma è dovuta al fatto che in ognuno di essi passano almeno alcune delle principali सिरा sirā -termine con cui si indicano talvolta tutte le nāḍī, altre solo  i canali che portano il "seme" - tramite le quali vengono nutriti  legamenti, ossa, muscoli e articolazioni.

Per banalizzare:

  1. - Colpire o bloccare un marma significa spezzare le rete delle sirā - nāḍī, ovvero interrompere la circolazione dei fluidi che sostengono il corpo;
  2. - Stimolare un marma significa invece aumentare la circolazione dei fluidi "nutrienti".

La stimolazione di un marma può essere effettuata tramite la digitopressione, mediante determinate posizioni o, come nel nostro caso, utilizzando particolari tecniche di visualizzazione e meditazione.

I 16 ādhāra di cui parla Gorakṣa  sono collegati, tramite 16  sirā (o nāḍī) ad uno dei sei cakra citati nello stesso versetto (1.12),  il cakra della gola, detto विशुद्ध ViśuddhaViśuddha cakra;

Anzi, si può dire che i 16 petali del cakra della gola siano in realtà i 16 canali che uniscono tra di loro i 16 ādhāra  di Gorakṣa.

Vediamo adesso dove sono situati i 16 ādhāra, secondo un altro testo attribuito a Gorakṣa, il Siddha-Siddhānta-Paddhati:


1. Pādāṅguṣṭhādhāra - "centro dell'alluce”;

2. Mūlādhāra - "radice, centro base";

3. Gudādhāra -"sopra il centro base"

4. Medhrādhāra - "centro del pene", corrisponde per alcuni al Svādhiṣṭāna cakra;

5. Odyanādhāra – in relazione con Uddiyana Bandha (sotto l’ombelico);

6. Nabhyādhāra "centro dell'ombelico";

7. Hṝdayādhāra - "centro del cuore";

8. Kaṇṭhādhāra - "centro della gola";

9. Ghantikādhāra - "centro dell'ugola”;

10. Talvādhāra - "Centro del palato”;

11. Jihvādhāra - "centro della lingua";

12. Bhrūmadhyādhāra -"centro delle sopracciglia", corrisponde ad Ajñā Cakra

13. Nasādhāra - "centro della punta del naso";

14. Kavatādhāra - letteralmente "centro dell'ala della porta", cioè "centro della radice del naso" (Nasamūla);

15. Lalatādhāra - "centro della fronte";

16. Ākāṣa Cakra - "centro  dello Spazio." (corrisponde a Brahmārandhra, la "fontanella").

 

Vediamo adesso la struttura del cakra della gola citato nel Goraka Yogaśāstra:

N

Al centro c'è la sillaba हं haṃ (o हँ haṁ in alcune versioni) e sui sedici petali, in senso orario dall'alto in basso, sono inscritti i sedici suoni vocalici:

1. अं aṃ

2. आं āṃ

3. इं iṃ

4. ईं īṃ

5. उं uṃ

6. ऊंūṃ

7. ऋं ṛṃ

8. ॠं ṝṃ

9. ऌं ḷṃ

10.ॡं ḹṃ

11.एं eṃ

12.ऐं aiṃ

13.ओं oṃ

14.औं auṃ

15.अँ a

16.अः aḥ

La meditazione - una delle meditazioni) sui sedici ādhāra si pratica in questo modo:

1) Si recita la sillaba  ovisualizzando sedici canali che uniscono i sedici ādhāra al cakra della gola;

2) Inspirando si visualizza il "seme" che parte da ciascun ādhāra  e arriva al cakra della gola,  espirando si recita la sillaba हं haṃ riportando il seme dal cakra della gola all'ādhāra (in pratica si recita sedici volte la sillaba हं haṃ visualizzando come "punti di arrivo" i sedici ādhāra, dal primo - pādāṅguṣṭhādhāra  - all'ultimo ākāṣa cakra;

3) Si recita la sillaba  ovisualizzando la rete di "canali" che lega il cakra della gola ai sedici ādhāra;

4) inspirando si porta di nuovo il seme da ciascun  ādhāra al  petalo corrispondente del cakra della gola, espirando si riporta il seme agli ādhāra una delle sedici sillabe - una per ogni ādhāra, in quest'ordine:

1. Pādāṅguṣṭhādhāra - "centro dell'alluce” - 1. अं aṃ

2. Mūlādhāra - "radice, centro base” - 2. आं āṃ

3. Gudādhāra -"sopra il centro base"- 3. इं iṃ

4. Medhrādhāra - "centro del pene" - 4. ईं īṃ

5. Odyanādhāra – “sotto l’ombelico” - 5. उं uṃ

6. Nabhyādhāra "centro dell'ombelico" - 6. ऊंūṃ

7. Hṝdayādhāra - "centro del cuore" - 7. ऋं ṛṃ

8. Kaṇṭhādhāra - "centro della gola" - 8. ॠं ṝṃ

9. Ghantikādhāra - "centro dell'ugola” - 9. ऌं ḷṃ

10. Talvādhāra - "Centro del palato” - 10. ॡं ḹṃ

11. Jihvādhāra - "centro della lingua" - 11. एं eṃ

12. Bhrūmadhyādhāra -"centro delle sopracciglia" - 12. ऐं aiṃ

13. Nasādhāra - "centro della punta del naso"- 13. ओं oṃ

14. Kavatādhāra - "centro della radice del naso" - 14. औं auṃ

15. Lalatādhāra - "centro della fronte"- 15. अँ aṁ

16. Ākāṣa Cakra - "centro dello Spazio" - 16. अः aḥ

La meditazione termina con la recitazione della sillaba  oṁ visualizzata come "Luce Pura".

 



[1] Le "cinque stanze" ( Vyoma Panchaka ) sono denominate nella Siddha-Siddhānta-Paddhati in questo modo: 

  1. Ākāśa;
  2.  Parākāśa;
  3.  Mahākāśa;
  4. Tattvākāśa;
  5. Suryākāśa.

Non si tratta delle "cinque guaine" (Pañcakōṣa, ovvero: annamayakōśa, prāṇamayakōśa, manōmayakōśa, vijñānamayakōśa, ānandamayakōśa) conosciute nell'Advaita Vedānta, ma di una tecnica di visualizzazione ldelo spazio, sia interno sia esterno. Le "cinque stanze" probabilmente sono collegate ai Pañcacakra, i cinque “cakra mistici” della tradizione tantrica.





giovedì 10 giugno 2021

LA PRATICA DEL SAMADHI E LO YOGA DEI SUFFISSI

 




Al giorno d'oggi il termine  Yoga è usato spesso come suffisso. C'è una parola, qualche volta in inglese, raramente in italiano molto spesso in qualche lingua orientale, che precede "Yoga". Soprattutto quando si usano dei termini in sanscrito, cinese o giapponese, viene da pensare che si tratti di discipline antiche o antichissime, ma di solito si tratta di tecniche moderne che possiamo dividere, grosso modo, in due categorie: 

1) Sistemi di "integrazione psicofisica" che nascono dalla combinazione di elementi effettivamente appartenenti alla tradizione indiana, con pratiche occidentali, come la danza contemporanea, la bioenergetica, la fisioterapia  e la ginnastica dolce novecentesche;

2) Metodi di rilassamento e conoscenza di Sé derivanti dalla personale esperienza di un caposcuola, solitamente carismatico.

Molte delle nuove/antiche discipline caratterizzate dal suffisso Yoga sono Brand, etichette protette da un copyright, e questo potrebbe far storcere un po' la bocca ai "puristi dello Yoga", ma, personalmente, visto che viviamo nel mondo del Mercato globale, non ci trovo niente di male: sono rari i personaggi che si arricchiscono con lo Yoga e la maggior parte degli inventori e dei divulgatori  dello "Yoga dei Suffissi" agisce in buona fede,  con l'unico scopo di mettere la propria personale esperienza al servizio degli esseri senzienti.

Secondo il sito WEB, molto ben fatto, https://eventiyoga.it/, ai nostri giorni ci sono almeno 65 diversi tipi o scuole di Yoga, spesso diversissimi tra loro, e i praticanti possono scegliere a quale corso annuale o stage intensivo partecipare in base all'etichetta.

Si tratta di un dato di fatto, da non giudicare assolutamente - la diversificazione dell'offerta è una delle esigenze del Mercato - ma che può sorprendere gli anziani yogin come me, nati in un epoca in cui, in genere,  si parlava semplicemente di Yoga senza prefissi e suffissi.

C'era lo ZEN però. 

Sull'onda lunga della Beat generation tra gli anni 60 e gli anni 80 del secolo scorso non c'era circolo culturale, palestra o Associazione che non proponesse almeno un corso annuale di un qualcosa che avesse a che fare con lo Zen: Ginnastica Zen, Danza Zen, Meditazione Zen, Tiro con l'Arco Zen....c'erano pure l'Arte della Manutenzione della Motocicletta Zen e, ovviamente, lo Yoga Zen.




Con il passare degli anni lo Zen perse terreno e, forse in virtù dell'alto numero di celebrità che praticavano Yoga, il suffisso preferito da palestre, Associazioni e Circoli Culturali divenne, appunto Yoga, fino ad arrivare agli, almeno,  65 diversi stili e scuole riconosciuti di cui si parla ai nostri giorni.

Di per sé, come ho già detto, non è affatto un fenomeno negativo, ma, unito alle ovvie necessità di promozione e di fidelizzazione può generare dei fenomeni paradossali.

Supponiamo che io inventi una tecnica, che si rivela validissima per la salute, ispirata alla danza contemporanea e la chiami  Paolochedanza Yoga.

Nel programma di studi inserirò movimenti fluidi, elementi di stretching, tecniche di respirazione, visualizzazione e concentrazione, ma, magari perché non le conosco, eviterò di inserire tecniche specifiche dello Haṭhayoga come, ad esempio, Naulī (नौली), Uḍḍīyana Bandha (उड्डीयन बन्ध) o Khecarī Mudrā (खेचरी मुद्रा).

Supponiamo che lo stile Paolochedanza Yoga abbia successo e che io cominci a formare degli istruttori che poi a loro volta formeranno altri istruttori: alla fine i 100, 1.000 o 10.000 allievi che praticano con me o con gli istruttori da me formati penseranno, in buona fede che NaulīUḍḍīyana Bandha  o Khecarī Mudrā non siano esercizi di Yoga o magari siano delle tecniche stravaganti o troppo difficili da essere insegnate. 

Ad un certo punto potrei arrivare anche a non insegnare posizioni come Śīrṣāsana (शीर्षासन) e, addirittura Padmāsana (पद्मासन) perché potenzialmente pericolose per le cervicali e le articolazioni del ginocchio, e potrei dire che la postura del "Gallo" (Kukkuṭāsana कुक्कुटासन), o una delle altre posture di difficile esecuzione considerate fondamentali sia nei testi medioevali sia nelle Upaniṣad  dello Yoga (parte integrante dei Veda) siano inutili esibizioni di contorsionismo.



- Nessuno può vietarmi di creare un mio proprio metodo e di usare Yoga come suffisso;
- Nessuno può aver niente da dire se io giudico, dal mio punto di vista, dannose o inutili tecniche come Uḍḍīyana Bandha  o Kukkuṭāsana;
- Nessuno può impedirmi di formare insegnanti che divulgano il mio metodo.

E se per caso sono bravo ed ho una buona conoscenza del corpo umano e dei processi mentali farei solo del bene a me e agli altri.


Almeno la metà dei 65 stili e scuole di Yoga riconosciuti sono come  il mio ipotetico "Paolochedanza Yoga": un insieme di esercizi fisici e/o tecniche di rilassamento psicosomatico elaborato e assemblato in un metodo organico da un caposcuola sulla base della sua esperienza personale.

Oggi si chiama Yoga qualsiasi tecnica finalizzata al miglioramento della salute psichica e fisica. Tutto può ambire ad ottenere il suffisso Yoga così come nel secolo scorso tutto poteva essere definito Zen.
Si tratta di un dato di fatto, né positivo né negativo, che risponde alle necessità del Mercato, in virtù del quale alcune tecniche ritenute fondamentali fino al secolo scorso - come le ṢAṬKRIYĀ (Netī ,Dhautī , Naulī, Basti, Kapālabhātī, Trṭaka ), stanno scomparendo dal programmi delle Scuole e dei Centri di Formazione occidentali.

Lo "Yoga dei Suffissi" sta trasformando la maniera di intendere e di praticare lo Yoga, e probabilmente, bisogna farsene una ragione. Ma nella mente degli "anziani" come me si fa spazio sempre più spesso una domanda tra virgolette "imbarazzante": Se lo Yoga, come si diceva un tempo, è "la pratica del Samādhi" ed è finalizzato all'ottenimento di uno stato di beatitudine suprema definito Sahaja (सहज) o Mokṣa (मोक्ष) non sarà che con tutti questi "Yoga dei Suffissi" si stia perdendo di vista il fine ultimo della disciplina che tutti noi amiamo, pratichiamo e diffondiamo?


Pare che oggi - stima non so quanto attendibile che ho letto sul WEB -  in Italia ci siano 10.000 insegnanti di Yoga: quanti di loro hanno vissuto l'esperienza del  Samādhi?
Quanti hanno sperimentato l'insorgere - temporaneo di solito - dei poteri psichici che, a quanto risulta da tutti (TUTTI) i testi tradizionali  accompagna  l'esperienza del Samādhi?

I casi sono due:

1) Quella del Samādhi  e dei poteri psichici (da non ricercare, ma da accettare secondo gli insegnamenti tradizionali) è una balla e allora tutti noi stiamo praticando e insegnando una disciplina nata intorno ad una menzogna;

2) Nella maggior parte delle scuole di Yoga italiane non si insegna Yoga, ma altra roba simile alla ginnastica  occidentale e/o alle tecniche di rilassamento psicosomatico novecentesche;

 



Nel corso della mia ormai cinquantennale esperienza di praticante e insegnante, ho assistito ad una progressiva modificazione delle tecniche, della nomenclatura e, addirittura, della maniera stessa di intendere lo Yoga. 

Quando ho iniziato a praticare ad esempio, difficilmente si parlava di stili o di scuole: facevamo “Yoga”, senza suffissi e prefissi, una disciplina psicofisica basata su un numero limitato di “Tecniche di purificazione” - definite Ṣaṭkriyā, Ṣaṭkarma o semplicemente Kriyā, brevi sequenze, fondate su un numero limitatissimo di āsana, e soprattutto su una intensa pratica che noi definivamo di meditazione, che consisteva in genere nel sedersi a gambe incrociate o in ginocchio, aspettando il vuoto mentale o effetti luminosi mentre venivamo guidati in tecniche di visualizzazione e di controllo della respirazione accompagnate dalla recitazione –mentale o “borbottata”, di mantra e sillaba seme.

Rispetto all’incredibile varietà di tecniche e posture e alla complessità delle teorie filosofiche – o meglio delle interpretazioni - che vengono proposte oggi, si trattava di una pratica abbastanza elementare. 

La differenza tra quello yoga, per me, delle origini e lo yoga odierno si nota soprattutto nel numero degli āsana; le posture che studiavamo all’epoca, che chiamavamo quasi sempre con i loro nomi in italiano, erano non più di una decina. A questo nucleo di base alcuni aggiungevano le varianti, ma in genere, dopo una serie di esercizi di scioglimento e di allungamento, si praticavano sempre le medesime posizioni:

1.     Posizione del “Loto”, con le sue varianti (“mezzo loto”, "Loto legato" ecc.);

2.     Posizione in ginocchio, simile al seiza giapponese, con le sue varianti (talloni in contatto con gli ischi, piedi ai lati delle cosce, schiena allungata indietro o rilassata in avanti ecc.);

3.     Posizione del “Cobra”, con le sue varianti (braccia tese, braccia a 45°, braccia appoggiate sui glutei, punte dei piedi a terra, dorso del piede appoggiato a terra…tutte posizioni che chiamavamo “Cobra”);

4.     Posizione della “Locusta”, con le sue varianti;

5.     Posizione dell’Arco, con le mani alle caviglie e il dondolio ritmico a ritmo della respirazione;

6.     Posizione della Spaccata sia sagittale sia frontale sia in equilibrio sugli ischi, accompagnata dagli allungamenti che oggi chiamiamo Paschimottanasana e Janu shirshasana);

7.     Posizione del “Ponte”, con le sue varianti (appoggio sulle spalle, sulla testa o sulle braccia);

8.     Posizione in “Verticale” – definizione nella quale facevamo rientrare tutte le varianti della verticale sulla testa, la verticale sui gomiti (“Scorpione”) e la verticale sulle braccia – preceduta dall’Aratro e dalla “Candela”;

9.     Posizioni in torsione, tra cui “Matsyendrasana”, che facevamo prima di salire in piedi per “sistemare” la colonna vertebrale;

10.Posizione in piedi, che assumevamo passando per “Uttanasana” e trasformavamo in posizioni di equilibrio, di solito l’Albero”, che consideravamo una specie di test, dato che eravamo convinti che una buona pratica aumentasse l’equilibrio.

Dopo la pratica fisica, che riguardava di solito non più di due o tre delle dieci posizioni con le loro varianti e i movimenti preparatori, ci sdraiavamo nella posizione del “Cadavere” e dopo cinque dieci minuti di rilassamento profondo praticavamo “lo Yoga”, ovvero meditavamo cercando di sospendere il respiro e di mantenere la lingua sul palato o, i più esperti, a contatto con il palato molle e aspettavamo l’insorgere di “effetti luminosi” e del “suono interiore”, la cui percezione, secondo i miei istruttori, si sarebbe accompagnata alla discesa nel palato di un liquido dolce: l’Amrita.

Se pensiamo ad esempio alle più di 200 posture insegnate da Iyengar[1] o all’assenza, nella mia antica pratica, del Saluto al Sole, ripetuto – nelle sue varianti – fino a 108 volte in alcune scuole, bisogna ammettere che si trattava di un lavoro elementare, tanto è vero che, per colmare le mie lacune, a partire dal 2000, mi sono impegnato per imparare decine e decine di posizioni e sequenze diverse, e centinaia di definizioni in sanscrito.

Poi, poco tempo fa, mi sono imbattuto nel Gorakṣa Paddhatiगोरक्षपद्धति) [ il “Sentiero di Gorakṣa” detto anche Gorakṣa Saṃhitāगोरक्ष संहिता) o “Raccolta di Gorakṣa[2]Gorakṣa Yogaśāstra (गोरक्षयोगशास्त्र) o "gli insegnamenti sullo Yoga di Gorakṣa"], ed ho cominciato a pensare che quello Yoga semplice - e secondo me "efficace" - che praticavamo all'inizio degli anni '70 era più in linea con gli insegnamenti tradizionali dello Yoga dei Suffissi dei nostri giorni.

Il Sentiero di Gorakṣa consiste in una raccolta di 200 versi, divisi in due sezioni chiamate in sanscrito śataka - 100, “un centinaio”[3] – e attribuiti allo yogin Gorakṣanāth o Gorakhnāth, considerato il fondatore dello Haṭḥayoga.  Gorakṣa Paddhati,  è probabilmente il più antico testo di Haṭḥayoga giunto ai nostri giorni, ed i suoi insegnamenti potrebbero essere la base di tutti o quasi i manuali di yoga scritti nelle epoche successive.

Cosa insegna Gorakṣa (oltre ovviamente a ribadire che "lo Yoga è la pratica del Samādhi")?

 Poche posizioni, descritte dettagliatamente, e una serie di bandha, tecniche di ritenzione del respiro, visualizzazioni e mantra finalizzati all’ascolto del suono interiore e alla discesa dell’Amrita.

L’importanza del suono interiore alla luce degli insegnamenti di Gorakṣa è messa in rilievo anche in altri testi tradizionali, nello Haṭha Yoga Pradīpikā di Svātmārāma, ad esempio, dopo aver citato due volte il nome di Gorakṣa all’inizio del testo – vedi H.Y.P. 1. 4-5) – l’autore cita gli insegnamenti del Gorakṣa Paddhati nel IV capitolo, a proposito della “meditazione sul Suono interiore” o अनाहतनाद Anāhata Nāda (H.Y.P. 4. 65):

aśakya-tattva-bodhānāṃ mūḍhānām api saṃmatam |

proktaṃ gorakṣa-nāthena nādopāsanam ucyate || 4.65 ||

“Adesso viene spiegato il metodo di meditazione sul suono interiore (nādopāsamna) insegnato da Gorakṣa Nāth che è stimato (saṃmatam) anche (api) dagli ignoranti (mūḍhā) per i quali la conoscenza della Realtà (tattva) è impossibile (aśakya).”

L’insegnamento di Gorakṣa appare diversissimo da quello impartito dalla maggior parte di scuole di Yoga contemporanee e se si pensa che è stato lui ad usare per la prima volta il termine Haṭhayoga e, pare a sistematizzare posizioni e tecniche di visualizzazione le insolenti mosche del dubbio cominciano a ronzarci nelle orecchie e usa termini che moltissimi validi istruttori di Yoga che conosco ignorano.

Per fare un esempio cito i versi 12 e 13 della prima "centuria" del Gorakṣa Yogaśāstra :

1.      “Come possono avere successo [nella pratica] gli yogin che non conoscono i sei cakra, i sedici ādhāra le due modalità di visualizzazione – lakya - e i vyoma pañcaka[1] nel proprio corpo?”

2.      “Come possono avere successo quegli yogi che non conoscono il corpo come una casa poggiata su un pilastro – ekastambha- con nove porte e cinque divinità protettrici[2]?”

Per "successo" Gorakṣa  intende la "realizzazione", accompagnata dall'insorgere dei poteri psichici (siddhi) che deriva dalla pratica del Samādhi.
Già, perchè lo Yoga, secondo Gorakṣa, Patañjali Adiśaṅkara,  è "la pratica del Samādhi" .

Mi chiedo:

Dando per scontato che inventarsi sempre nuovi Yoga dei suffissi, con nuove sequenze, posture e tecniche di rilassamento accattivanti sia, nell'epoca del Mercato Globale una cosa buona e giusta;
Dando per scontato che semplificare tecniche e concetti per avvicinare sempre più gente allo Yoga sia cosa buona e giusta...Non sarà il caso che noi insegnanti e istruttori di Yoga ci mettiamo a studiare i testi "tradizionali" e discutiamo tra noi delle tecniche medioevali e del fine stesso dello Yoga?



[1] Le "cinque stanze" ( Vyoma Panchaka ) sono denominate nella Siddha-Siddhānta-Paddhati in questo modo: 

  1. Ākāśa;
  2.  Parākāśa;
  3.  Mahākāśa;
  4. Tattvākāśa;
  5. Suryākāśa.

Non si tratta delle "cinque guaine" (Pañcakōṣa, ovvero: annamayakōśa, prāṇamayakōśa, manōmayakōśa, vijñānamayakōśa, ānandamayakōśa) conosciute nell'Advaita Vedānta, ma di una tecnica di visualizzazione ldelo spazio, sia interno sia esterno. Le "cinque stanze" probabilmente sono collegate ai Pañcacakra, i cinque “cakra mistici” della tradizione tantrica.

[2] Nell’originale “pañcādhidaivata”, con pañcadaivata che significa letteralmente “avere cinque divinità” ed è riferito ai cinque organi di senso. Vedi Yogaśikhopaniṣad 4.




[1] Vedi: B,K,S, Iyengar, “Teoria e Pratica dello Yoga”, Edizioni Mediterranee.

[2] La versione cui facciamo riferimento è quella di Swami Vishnuswaroop pubblicata da “Divine Yoga Institute, Kathmandu 2017” (https://www.amazon.it/Goraksha-Samhita-Known-Paddhati-English-ebook/dp/B00QTCGI7W), Revisionata secondo l'edizione di Laxmi-Venkateshwar Press, Bombay.

[3] Essendo la seconda “centuria” di 67 versi immagino ne siano andati perduti alcuni.


venerdì 28 maggio 2021

YOGA TRADIZIONALE? IL MISTERO DI VIJAYANAGARA



L'immagine che ho postato rappresenta uno  haṭhayogin impegnato in una variante della verticale sulle braccia, tecnicamente baddha konasāna adho mukha  vṛkṣāsana. si tratta di una delle posture di Haṭḥayoga scolpite sulle colonne dei templi e degli edifici civili di Hampi , la capitale del mitico impero di Vijayanagara.



L’Impero di Vijayanagara, che univa gli attuali territori del Karnataka, dell’Andhra Pradesh, del tamil Nadu e del Kerala, fu fondato nel XIV secolo dai fratelli Bukka raya I e Harihara I, sotto la guida dello yogin advaitin Vidyāraṇya[1] e raggiunse il suo massimo sviluppo tra il XV e il XVII secolo. A giudicare dai racconti dei viaggiatori europei di quel tempo - come Duarte Barbosa[2], Fernao Nuniz[3], Niccolò de’ Conti[4] - e dei diplomatici islamici, come l’ambasciatore persiano Adul al Razzq Samarqandī[5],, la capitale dell’Impero, Hampi oltre ad essere una città di incredibile bellezza e ricchezza, era nota per la politica illuminata dei regnanti, per la loro tolleranza in ambito religioso ed il loro amore per le arti e le scienze,  tanto da essere considerata – non solo nel subcontinente indiano - il centro di tutti i movimenti artistici e culturali dell’epoca.

Scrive Adul al Razzq[6]:

“Mai le pupille dei miei occhi hanno visto un luogo simile, né le mie orecchie hanno udito racconti di qualcosa esistente in tutto il mondo paragonabile a Vijayanagara.”

Si dice che nel regno di Vijayamagara le donne godessero di una libertà mai conosciuta in India, né prima né dopo – potevano fare carriera nel mestiere delle armi e si ha notizia di illustri poetesse e letterate – e che i rappresentanti delle classi inferiori, compresi gli intoccabili, avessero dei loro rappresentanti politici e godessero di protezione ed aiuti economici da parte delle classi più agiate; si dicono molte cose sull’impero di Vijayanagara, spesso mescolate a favole e leggende, ma l’unica cosa certa è che la capitale dell’Impero - che secondo le cronache europee dell’epoca era, dopo Pechino, la più popolosa metropoli del mondo - fu distrutta nel XVI secolo dagli eserciti dei Sultanati di Decca e non fu mai più ricostruita; inghiottito dalla vegetazione, il tempio di Virupaksha divenne “il regno delle scimmie” - a quanto pare Kipling si ispirò ad Hampi nello scrivere “Il Libro della Giungla” – e, almeno fino al XX secolo, il più grande impero hindu dell’Età Moderna svanì, misteriosamente, dai libri di storia e dalla memoria collettiva del popolo indiano.

Sulle colonne degli edifici di Hampi si vedono donne e uomini impegnati negli āsana descritti nei testi tradizionali dei Nath[7], l’ordine di yogin-guerrieri fondato da Gorakhanath, il padre riconosciuto dello Haṭhayoga.

Perché ci interessano le sculture di Hampi?
Perché mostrano posture che al giorno d'oggi vengono, da alcuni, ritenute come mere esibizioni di abilità o esempi di contorsionismo.
Per molti l'etichetta di "Yoga tradizionale" oggi viene attribuita alle pratiche legate all'aspetto speculativo o religioso della cultura e della filosofia indiane e le pratiche fisiche vengono definite, talvolta quasi con disprezzo "ginnastica", ma a quanto pare i sovrani di Vijayanagara, il più grande Impero Hindu mai esistito, la pensavano in maniera diversa, tanto che che chiesero agli scultori locali di immortalare le posture "acrobatiche dei Nath, assieme ai passi della danza tradizionale e alle movenze delle arti marziali tradizionali.

Non sta a noi dare giudizi o trarre conclusioni, ma crediamo che sarebbe utile, per chi si occupa, come praticante o ricercatore, della disciplina dello Yoga,  dedicare un po' di tempo all'analisi delle sculture di Hampi e allo studio dei testi di Haṭhayoga.

Di seguito pubblichiamo alcune delle immagini tratte da http://hyp.soas.ac.uk/hampi/ il sito di Hathayoga Project], nella speranza che i nostri colleghi insegnanti e praticanti le osservino con attenzione e le commentino.
Un sorriso,
P.











[1] Vidyāraṇya noto anche come Mādhavācārya o Mādhava Vidyāranya  è solitamente conosciuto come patrono e sommo sacerdote di Harihara I e Bukka Raya I, i fondatori dell'Impero Vijayanagara. Nacque tra Māyaṇācārya e Śrīmatīdevī ad Pampakṣetra (nella moderna Hampi) nel 1268. Altre fonti lo vogliono nato ad Ekasila nagari (moderba Warangal). Fondamentale fu il suo contributo per la fondazione dell'Impero Vijayanagara nel 1336. Successivamente servì come mentore e guida a tre generazioni di re alla guida dell'impero. A Vijayanagara (Hampi), la capitale dell'impero, fu edificato un tempio dedicato a questo santo. Fu l'autore di Sarvadarśanasaṅ̇graha, un compendio delle diverse scuole filosofiche del pensiero della religione indù, e del Pañcadaśī, un importante testo della tradizione Advaita Vedanta.

[2] Duarte Barbosa (1480-1521), cognato di Magellano, esploratore e scrittore portoghese, si trasferì in kerala all’età di 20 anni. Nel 1516 pubblicò il “Libro di Duarte Barbosa”, con la descrizione degli usi e dei costumi delle culture orientali.

[3] Fernao Nuniz (1500-1550), mercante e viaggiatore, visse per tre anni nella capitale dell’Impero Vijayanagara, descrivendone l’economia, gli usi e i costumi in un libro ristampato ancora ai nostri giorni, “”Chronica dos reis de Bisnaga”. Vedi: R. Sewell, F. Nunes, D.Paes, “A forgotten empire: Vijayanagar; a contribution to the history of India”. Adamant media Corporation, 1982. ISBN 0-543-92588-9,

[4] Niccolò de’ Conti (1395-1469) visitò Vijayanagara intorno al 1420. Le cronache dei suoi viaggi in India sono pubblicate ancora oggi. Vedi: Nicolo de Conti, “Le voyage aux Indes”,2004, ISBN 290642861.

[5] Adul al Razzāq Samarqandī (1413-1482), è stato l’ambasciatore in India dell’Impero persiano dal 1442 al 1445 descrivendo le sue esperienze nel suo libro “Matla-us-Sadainwa Majma-ul-Bahrain” (“Il Sorgere delle due Costellazioni di buon Auspicio e la Confluenza dei due Oceani”)

[6] Vedi: Alam Muzaffar, Sanjay, Subrahmanyam (2007), “Viaggi indopersiani nell’era delle scoperte, 1400-1800”; Cambridge University press. ISBN 978-0521-78041-4.

-       [7] Ci riferiamo tra gli altri, ai seguenti testi:

-           Haṭhayogapradīpikā;

-          Goraksaśatakạ;

-           Amaraughaprabodha;

-           Amaraughasasana;

-          Gheranda Samhita;

-          Jogapradipika.

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