giovedì 21 ottobre 2021

SHIVA E L'AMORE CHE NULLA PRETENDE

 


L’Amore che Nulla Pretende

 


Sono tante le chiavi di interpretazione del mito di Satī. Di certo vi si può leggere un conflitto tra il mondo strutturato da una mente, tra virgolette, “maschile” e l’universo del sentire e delle emozioni che, probabilmente sbagliando, definiamo “femminile”.

Satī, dea “bambina”, viene a trovarsi al centro di un conflitto, per lei assurdo, tra il Padre e lo Sposo. Daka, figlio di Brahmā vuole affermare la sua superiorità nei confronti del genero. Śiva, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di scendere a patti con il suocero, né di farsi umiliare davanti all’assemblea delle divinità. Di fronte al mancato invito reagisce con orgoglioso distacco e, quando la moglie gli comunica la sua decisione di partecipare comunque, con o senza di lui, alla cerimonia organizzata dal padre, tira fuori l’arma della violenza passiva:

“Vai pure, fa ciò che vuoi, ma poi non venirmi a raccontare che non te l’avevo detto!

Quante volte noi uomini abbiamo usato frasi simili con le nostre compagne o le nostre figlie! Ci pare una affermazione logica, quasi nobile, e ci inventiamo che i nostri fini siano educativi, ma si tratta solo del tentativo di asserire la nostra presunta superiorità. Un gioco di potere che ha l’unico scopo di creare una gerarchia all’interno della coppia, o della comunità.

 

Śiva dovrebbe proteggere la sua Donna e la “Bolla”, magica, che nasce dall’incontro delle due polarità, maschile e femminile, ma preferisce cedere all’orgoglio, quasi che la cosa più importante sia il dimostrare di aver ragione. Il Naarāja è vittima della “dinamica dell’Oblio”, uno dei peggiori nemici dello yogin.

 

 Nella mia esperienza ricordo di aver sentito, più volte, la mia vita come fosse scissa, in maniera quasi schizofrenica, tra sogno e veglia, e ricordo di aver vissuto la creazione di un ponte tra le due diverse sponde, con stati psichici e fisici di cui solo dopo avrei letto sui libri.

 

Istanti di assoluta bellezza, in cui, per magia, gesti divini e danze sconosciute scuotono il corpo e si sa senza sapere. Lo Yoga è il tentativo di integrare quelli stati nella vita di tutti i giorni e di rendere fermo e stabile il “sapore” di quegli istanti. L'esperienza della “Bellezza” è effimera, come la goccia di rugiada che si fa perla al sole del mattino, e insolita, come il fiore che nasce sullo scoglio. La via per la felicità, insegna lo Yoga, passa attraverso l’integrazione della Bellezza nella vita di tutti giorni.

 

A volte, in certi stati tipici dello Yoga, ci si sente scemi. Non si ha voglia né di andare avanti né di tornare a terra. La foglia che danza nel vento o l'onda del mare ci rapiscono e ci si fa foglia e onda. Ci si sente soli, a volte, ma poi accade, per magia, che un altro (altra) si trovi con noi nell'attimo in cui i due mondi si uniscono e le due luci si fondono nei colori antichi del crepuscolo.

E allora… “i suoi occhi sono i miei occhi, il suo cuore è la mia musica, io sono Lei”.

Se si vive sul ponte di prima dell'inizio, a metà strada tra il sogno e la veglia, senza la gioia dell'Incontro che senso avrebbe continuare a parlare, discutere, studiare, insegnare…vivere? La bellezza pur effimera e insolita, è una modalità che corpo e mente possono imparare, ma talvolta i momenti di grazia, l'unione dei cuori, il darsi senza nulla pretendere, vengono presi, assorbiti e dimenticati. L'oblio è come la neve, stempera suoni e colori.

 

Nella storia dello Yajña di Daka, il comportamento di Śiva è stato in apparenza, ineccepibile: non è stato invitato alla cerimonia, e quindi non si presenta. La sua sposa vuole andare comunque – “cavolo! Non ci vuole mica il permesso scritto per far visita ai propri genitori e alle proprie sorelle!” - e lui la asseconda.

Ma di fatto, rifiutandosi di proteggere la sua Sposa, si è lasciato annebbiare dall’oblio, ponendo orgoglio e dignità al di sopra della Bellezza e della Gioia dell’Incontro.

Satī da parte sua, non è riuscita ad integrare il suo ruolo di compagna del Naarāja, dio dell’Oltre, con il mondo delle forme e delle regole. Non ha compreso che la Bolla, quella straordinaria mutazione di tempo e spazio che accompagna l’accordo di due “polarità pure” va alimentata incessantemente e deve essere, anch’essa, protetta. Ogni bambina è la Dea, e nasce intera, ma le fanno credere di essere scissa, divisa, incompleta. Finisce per perdere la consapevolezza di ciò che è realmente: “ricettività assoluta”, che non significa passività ma Potenza Infinita. E deve re-imparare. Passata la fase dell'infanzia la Dea dimentica di Sé e vive nell'incompletezza: da un lato ha il ricordo e la nostalgia del Cielo, dall'altro il desiderio di stabilità nel mondo grossolano. Un mondo, quello grossolano, che non è la Natura "Naturata", non è il “Suo” regno, ma è un feticcio, un fantoccio nel quale la Legge dell'Eros, la Pura Estetica che coincide con l’Etica Pura, è sostituita dalla legge dell'uomo, dalle consuetudini ed ipocrisie di ciò che chiamiamo Società. La Donna è maestra, ma deve essere risvegliata al suo ruolo. - “Sei metallo e fragile conchiglia” - dice la società alla Donna maestra insegnandole ad essere madre e figlia, forte per l'uomo e debole con l'uomo - “Sono Terra e Acqua e Fuoco e Aria. Sono Puro Etere” - dovrebbe rispondere la Dea, ma non lo ricorda. Per questo deve vedersi con gli occhi dell'Amante. Deve vedersi vista. Non si tratta di perifrasi ad effetto o metafore poetiche: il “vedersi vista con gli occhi dell’Amante” è una tecnica operativa tantrica, una pratica che aiuta la donna a re-integrarsi e a creare, con l’amante, l’unione perfetta, la bolla magica che trasforma Spazio e Tempo e che alcuni, nel Tantra, definiscono Realizzazione.

La descrive una delle innumeri storie di Śiva e Parvatī, la seconda moglie di Śiva, la donna “integrata”:

In un periodo in cui Śiva passava molto tempo in viaggio, a meditare con gli asceti della montagna, o a lottare contro demoni dai mille nomi e colori, Parvatī cominciò a lamentarsi. Si sentiva sola, e trascurata. Śiva all’inizio si adombrò, ha sempre avuto un cattivo carattere, ma, infine fu costretto ad ammettere che la sua sposa aveva ragione - “Perdonami giovane Dea, giuro che non starò più lontano tanto a lungo” - disse il Naarāja - “Ma, adesso, devo mettermi in viaggio, una volta ancora… Accompagnami, ti prego!” - Parvatī ritrovò immediatamente il buon umore.

“Oh, sì” - rispose - “Sono pronta a seguire il mio Sposo ovunque lui voglia!” – Corse verso casa, per fare i bagagli, ma arrivata sulla soglia si fermò - “E dove mi condurrai amor mio?” - Śiva sorrise - “Nella terra in cui andremo non avrai bisogno di vesti pesanti per scaldarti, né di acqua fresca per vincere la calura. Vieni qui, giovane Dea, e siediti davanti a me. Ascolta il tuo respiro. Non c’è niente da desiderare, niente da cui fuggire. Siedi e ascolta il tuo respiro. Nient’altro.” - Parvatī si sedette di fronte allo Sposo. Chiuse gli occhi. In silenzio. Si sentiva bene, straordinariamente bene. Le pareva che l’aria passasse attraverso la pelle, i muscoli, le viscere. Le ossa erano pietre preziose, e il Prāa, filo sottile, le penetrava, dolcemente, ad una ad una, per farne monili più ricchi e splendenti delle volte ricamate del cielo.

- “Le stelle…” - disse Śiva. La sua voce era dolce, e calda, come il vento d’estate - “Cerca le stelle dentro di te…” - Nelle orecchie della Dea risuonò il canto di mille e mille insetti. Grilli, cicale e dolci api nere sussurravano, insieme, l’inno della creazione. Le stelle danzavano, a quel canto, e all’improvviso presero la forma del Dio. Śiva era dentro di lei! E la guardava, colmo d’amore, la guardava come fosse la prima e l’ultima volta. Si commosse, Parvatī, e nelle sue lacrime il volto di Śiva si disciolse. C’era solo luce adesso, e silenzio. Una luce dorata e il silenzio. Il supremo Oṃ. Oṃ è tutto questo…Il passato, il presente e il futuro è soltanto l’okāra. E ciò che oltrepassa il triplice tempo è ancora la sillaba Oṃ.

Parvatī aprì gli occhi e vide il suo sposo, dinanzi a lei. Sorrise.

 

Il “viaggio interiore” di Parvatī ci insegna due diverse modalità operative tantriche: l'amore che nulla pretende e la meditazione sull'Amato. 

L'amore che nulla pretende, che volendo si può definire “Surrender” è l'unico mezzo possibile per trasmettere la conoscenza da cuore a cuore. Significa che trai due “amanti”, maestri e discepoli l’una dell’altro, si stabilisce un rapporto di totale comunanza e fiducia nel quale le maschere e le pretese dell’Ego non hanno alcuna possibilità di esistenza. Se nella pratica psicanalitica è contemplato il transfert, ovvero la reciproca proiezione di stati d'animo e contenuti psichici, nel rapporto tantrico i due si annullano completamente.

 

Non esiste l’individuo, esiste solo la coppia. Senza i filtri della mente raziocinante (raziocinante, non razionale che è altra cosa) i due si ritrovano nudi, indifesi, privi di armature e protezioni. I sentimenti che provano sono simili a quelli dell'adolescente alla prima cotta, quando l’Amore è unico, perfetto, eterno.

 

Non c'è orgoglio, non c'è difesa delle proprie prerogative né della propria dignità nell'amore che nulla pretende. C'è solo la necessità di donarsi. L'amore che nulla pretende che insorge tra gli amanti tantrici è fuori dal tempo. Semplicemente “è”, e sempre sarà. E si ripresenta, identico a se stesso, ogni qualvolta vi siano due "persone" che si incontrano porgendo il cuore l’uno all’altra. La conoscenza, la via per la Liberazione, si trasmette solo attraverso l'amore che nulla pretende, e questo prescinde la volontà individuale, le scelte della mente discorsiva, i pregiudizi, gli usi ed i costumi della società in cui si vive. 

 

La seconda tecnica operativa di cui ci parlano Śiva e Parvatī è la meditazione sull'Amato. Si tratta di visualizzare la forma di chi si ama, nei più piccoli dettagli, fin quando non si è pronti a "dargli vita". È un'opera d'arte. Una volta che la visualizzazione è portata a termini si infondono nell'amato le prerogative divine e si riconosce in lui/lei la divinità preferita (Iṣṭadevatā) quindi lo si assume nel cuore, lo si integra e si lascia che la sua "presenza si espanda nel nostro corpo ed oltre-

Fino ad avere l'impressione che il corpo non basti più. Fino ad essere Uno con l'amato. 

Fino ad essere Uno con l’Universo.


 

sabato 16 ottobre 2021

IL PENSIERO DI BUDDHA SULLA MORTE E SUL KARMA (NON CREDETE)

 


Che ne pensava davvero Buddha del Karma e della vita oltre la morte?

Ecco un brano del Kalama Sutta, di cui spesso viene citato solo un breve passo, il cosiddetto "Non Credete".

Ai Kālāmas
Kālāma Sutta (AN 3:66)

(Traduzione/interpretazione in italiano dall'originale https://www.dhammatalks.org/suttas/AN/AN3_66.html)

Si racconta che una volta il Beato, in un giro errante tra i Kosalani in compagnia di un grande Saṅgha di monaci, arrivò a Kesaputta, una città dei Kālāma. 

[...] I Kalama di Kesaputta udirono dire: “Gotama il meditante, il figlio dei Sakya, uscito dal "È bello incontrare un maestro così degno." dissero i Kalama di Kesaputta e così andarono ad incontrarlo.

Tra di loro alcuni  si inchinarono  e si sedettero da un lato. Altri lo salutarono cordialmente, come si saluta un amico e si sedettero [da un lato], altri ancora unirono le mani, palmo a palmo, sul cuore [e si sedettero a lato]. Ce ne furono altri che prima di sedersi annunciarono il loro nome e il loro lignaggio, e alcuni che, semplicemente, si sedettero, in silenzio.


Dissero  i Kālāma di Kesaputta : “Signore, ci sono alcuni yogi e brahmani che vengono a Kesaputta. Espongono  le proprie dottrine, ma quanto alle dottrine di tutti gli altri, le disprezzano, le criticano e le fanno a pezzi.  Ciò ci rende  incerti e dubbiosi: chi dice la verità? chi mente?"

Quando ci sono motivi per dubitare, nasce l'incertezza" rispose il Buddha "Kālāma, non credete ai racconti degli altri, non date credito a leggende, tradizioni, scritture, congetture logiche, deduzioni o analogie. Decidete in base al vostro pensiero [e all'esperienza] e abbandonate tutto ciò che, se messo in atto, porterebbe al danno e alla sofferenza." 

“Cosa ne pensi, tu ?" chiesa il Buddha ad uno dei Kalama " Quando l'avidità sorge in una persona, sorge per il bene o per il male?"

"Per il male, signore." rispose quello

“E  se questa persona avida, sopraffatta dall'avidità, con la  mente posseduta dall'avidità, uccidesse degli esseri viventi, prendesse ciò che non gli è dovuto, cercasse di sedurre  la moglie di un altro, dicesse bugie e inducesse gli altri a fare altrettanto, produrrebbe  danno e sofferenza”.

"Sì, signore."

“Ora, cosa ne pensate, Kālāma? Quando in una persona sorgono rabbia e avversione , esse sorgono per il bene o per il male?”

"Per il male, signore."

“E questa persona rabbiosa sopraffatta dalla rabbia, con la  mente posseduta dalla rabbia, .

"Sì, signore."

“Ora, cosa ne pensate Kālāma? Quando in una persona sorge l'illusione, essa sorge per il bene o per il male?"

"Per il male, signore."

“E questa persona illusa, sopraffatta dall'illusione, con la mente  posseduta dall'illusione, uccidesse gli esseri viventi, prendesse ciò che non gli è dovuto, cercasse di sedurre  la moglie di un altro, dicesse bugie e inducesse gli altri a fare altrettanto, produrrebbe danno e sofferenza”

"Sì, signore."

"Allora cosa ne pensate Kālāma: queste qualità [avidità, rabbia, illusione] sono bene o male?"

"male, signore."

“Condannabili o degne di lode?”

"Condannabili, signore."

"E se queste qualità vengono adottate e producono azioni causano sofferenza o no ?"

“Quando adottati e messi in atto, portano al male e alla sofferenza. Così mi pare.

“Quindi, come ho detto, Kālāma: non credete ai racconti degli altri, non date credito a leggende, tradizioni, scritture, congetture logiche, deduzioni o analogie. Decidete in base al vostro pensiero [e all'esperienza] e abbandonate tutto ciò che, se messo in atto, porterebbe al danno e alla sofferenza." 

“Se invece certe qualità portano, in base al vostro pensiero [e all'esperienza] al benessere e alla felicità, allora dovreste adottarle e rimanere in esse. Cosa ne pensate, Kala ma? Quando la mancanza di avidità sorge in una persona, sorge per il male o per il male?"

"Per il bene, signore."

"Quando in una persona sorge la mancanza di avversione, sorge per il bene o per il male?”

"Per il bene, signore."

“Cosa ne pensate, Kalama? Quando in una persona sorge la capacità di andare oltre l'illusione, sorge per il bene o per il male?”

"Per il bene, signore."

"Allora cosa ne pensate, Kālāma: queste qualità sono positive o meno?"

"Positive, signore."

“Quando queste qualità sono adottate e realizzate, portano al benessere e alla felicità, oppure no?”

“Portano al benessere e alla felicità. Così pare.

Quindi, come ho detto, Kālāma: non credete ai racconti degli altri, non date credito a leggende, tradizioni, scritture, congetture logiche, deduzioni o analogie. Decidete in base al vostro pensiero [e all'esperienza]  Quando sapete da voi stessi che Queste qualità sono positive e che queste qualità, quando vengono adottate e realizzate, portano al benessere e alla felicità, allora dovreste entrare e rimanere in esse."  

[...]

“'Se c'è un mondo dopo la morte, se esiste il karma e c'è il frutto e il risultato di azioni fatte bene e male, allora questo discernimento è la base per cui, con la disgregazione del corpo, dopo la morte, si potrà rinascere in un mondo paradisiaco o si otterrà una buona rinascita. Questa è la prima certezza che acquisisce.

“'Ma se non c'è mondo dopo la morte, se non esiste il karma, se non c'è frutto e risultato di azioni fatte nel modo giusto e sbagliato, allora qui nella vita presente mi potrò prendere  cura di me stesso con facilità, libero da ostilità, libero da cattiva volontà, libero da guai .' Questa è la seconda certezza che acquisisce.

“'Se il male si fa agendo, e io non ho voluto il male per nessuno. Non avendo compiuto alcuna azione malvagia, come potrebbe toccarmi la sofferenza?' Questa è la terza certezza che acquisisce.

“'Ma se non viene fatto alcun male neppure tramite il pensiero , allora posso ritenermi puro sotto entrambi gli aspetti.' Questa è la quarta certezza che acquisisce.

"Chi è un discepolo della nobile via acquisisce queste quattro assicurazioni nel qui e ora".

[...]

lunedì 4 ottobre 2021

HAṬHAYOGA TRADIZIONALE: 84 ĀSANA, NON UNO DI PIÙ NON UNO DI MENO


Pashimmotanasana - affresco del 18esimo secolo a Mahamandir, Jodhpur. 
Foto di J. Hargreaves, 


Nelle moderne scuole di Yoga si parla di centinaia di posture diverse, con varianti più o meno acrobatiche, e, addirittura, se ne inventano di nuove dando loro spesso nomi in sanscrito. Quasi ogni stile - solo in Italia sono riconosciuti almeno 65 stili e scuole diverse - ha proprie posizioni di cui vengono elencati benefici e controindicazioni, e alcune sequenze, definite sempre o quasi "tradizionali", vengono insegnate ed eseguite come se si trattasse di riti, danze sacre o metodi per assicurare, in modo misterioso, la salute, il ringiovanimento o addirittura l'illuminazione.

A volte si parla di  5 āsana , come nei "tarocchissimi" Cinque Riti Tibetani,  altre di 11, 12 o 32 o, nel caso di Iyengar, di almeno 200  āsana diversi, ma l'impressione, a volte, è che ogni caposcuola, maestro o semplice istruttore, scelga le posizioni e le sequenze che meglio gli riescono e le insegni come "fondamentali" o "tradizionali". Ogni scuola che si apre, ogni stile che si inventa nascono nuove posture e sequenze e , facendo una ricerca sul web, riusciremmo senza dubbio a catalogarne 1.000 o più.

Gli  āsana  tradizionali  dello haṭhayoga  sono 84, non uno di più e non uno di meno.
Ogni postura  è dedicata ad uno degli 84  mahāsiddha - tibetano   grub thob chen po  - gli haṭhayogin realizzati considerati maestri illuminati sia dagli Hindu, sia dai buddhisti, sia dagli islamici.
Un numero, 84, assolutamente non casuale: la pratica alchemica medioevale che non definiamo haṭhayoga è strettamente legata all'astrologia e alla numerologia per cui, per fare solo un esempio,  si parla di sette posture principali che rappresentano i sette pianeti principali - per gli indiani Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno - e le loro varianti che rappresentano gli asterismi che si formano nei dodici segni zodiacali al passaggio di ciascuno dei pianeti.


Indian Adept (siddha) - (multiple figures),18th century, Boston MFA

I nomi degli 84 mahāsiddha  variano a seconda delle epoche e deiluoghi; secondo "Caturasiti-siddha-pravrtti" di Sri Abhayadatta - https://www.amazon.it/Buddhas-Lions-Abhayadattas-Eighty-Four-Siddhas/dp/0913546615,- il gruppo  è formato da quattro donne , Manibhadra, Lakshmincara, Mekhala e Kanakhala e 80 uomini, trai quali troviamo Gorakṣa e il suo maestro Matsyendranāth.

Per ciò che riguarda le posizioni esistono vari elenchi pubblicati in testi come Joga Pradīpikā  o più correttamente Jogapradīpyakādi Ramanandi Jayatarāma (1737) - vedi: "University of Wisconsin - Madison Libraries, https://search.library.wisc.edu/catalog/9910037186502121 - o lo Haṭha Ratnāvalī  di  Srinivasa (XVII secolo).
Jogapradīpyakā - o Joga Pradīpikā, è particolarmente interessante per noi per tre diversi motivi:
1)  Perché contiene  le illustrazioni delle posture, sepur aggiunte decenni dopo la stesura del testo;
2)  Perché nomina posture sconosciute ai nostri giorni;
3) Perché descrive la maniera di assumere posture note in maniera affatto diversa, facendo comprendere che si tratta non di esercizi fisici, ma di tecniche di alchimi interiore.
Si tratta di un testo  scritto in Braj o Braj Bhāshā - un antico  dialetto Rajastan parlato ancora oggi nei distretti agricoli dell'Uttar Pradesh e del Rajastan - una lingua sensibilmente diversa sia dal Sanscrito sia dall'Hindi Moderno ed elenca le posizioni in questo ordine [N.B. non si tratta di Sanscrito, per cui le parole non vengono unite secondo le regole del sandhi e suonano in maniera diversa dal consueto: svastika ad esempio, sarà "svastaka"; yoga sarà "joga", paścimottānāsana sarà "pachimatāṇa  āsana"]:

1. Svastaka  āsana;





2. Padmā āsana;





3. Netī āsana;





4. Udara āsana;





5. Saptariṣi āsana;






6. Pūrva  āsana;





7. Pachimatāṇa  āsana;





8. Vajrasaṃghāra āsana;





9. Sūrya  āsana;





10. Gorakhājātī āsana;





11. Anasuyā āsana;





12.Machendra āsana;





13. Bhairū āsana (con variante identica alla postura n.84, Sidhi āsana);





14. Mahāmudrā āsana;




15. Jonimudrā āsana;





16. Mayūrya  āsana;





17. Kapālī āsana;





18. Siva āsana;





19. Phodyā āsana;





20. Mākaḍa āsana;





21. Para āsana;





22. Bhadragorakha āsana;





23. Rḍa āsana;





24. Jogapada āsana;





25. Cakrī āsana;





26. Ātamārāma āsana;





27. Mṛtyubhañjīka āsana;





28. Vśaka āsana;




29. Viparītikarana āsana;





30. Deva āsana;





31. Gohī  āsana;









32. Kocaka  āsana;





33. Tapakāra āsana;





34. Bhiḍoka āsana;





35. Brahmajurākusa āsana;





36. Anda āsana;





37. Bhiśraka āsana;





38. Aghora āsana;





39. Vijoga āsana;




40. Joni āsana;





41. Bhodasoka āsana;





42. Bhaga āsana;





43. Rudra āsana;





44. Padma āsana (2);





45. Sivaliṅga āsana;





46. Machandra āsana (2);





47. Vālamīka āsana;





48. Vyāsa āsana;





49. Dattadigambara āsana;





50. Sidhasamādhi  āsana;





51. Carapaṭacoka āsana;





52. Gvālipavā āsana;





53. Kanerīpāva āsana;





54. Hālīpāva āsana;





55. Mākīpāva āsana;





56. Jalandhrīpāva āsana;





57. Gopīcanda āsana;





58. Bharatarī  āsana;




59. Vasiṭa āsana;





60. Citra  āsana;





61. Añjanī āsana;





62. Sāvatrī  āsana;





63. Garuḍa āsana;





64. Sukadeva āsana;





65. Nārada āsana;





66. Narasiṃgha āsana;





67. Varāha āsana;





68. Kapila āsana;





69. Jatī āsana;





70. Vṛsapati āsana;





71. Pārvatī āsana;





72. Kurkaṭa āsana;





73. Kkabhusaī āsana;





74. Sidhaharatālī āsana;





75. Sumati āsana;





76. Kalyṇa āsana;





77. Urdhapavana āsana; 




78. Masaka āsana; 




79. Brahma āsana;


80. Anlīla āsana;



81. Kūrma āsana;


82. Nagra āsana;


83. Parsarama āsana;


84. Sidhi āsana; 









Lettori fissi

privacy