sabato 18 settembre 2021

ॐ नमः शिवाय - IL SIGNIFICATO DEL "MANTRA DELLE CINQUE SILLABE"

 




 नमः शिवाय - oṃ namaḥ śivāya


Ogni simbolo, mantra o sequenza tradizionale si rivolge a quattro diversi piani coscienziali definiti nella filosofia e nella teologia occidentale LetteraleAllegoricoMorale e Anagogico.

Il piano letterale è quello della comprensione, per esempio, delle singole parole i un mantra e di una scrittura, del riconoscimento dei simboli e della giusta maniera di assumere una posizione.
Si tratta di quella che potremmo definire conoscenza eruditiva.

Nel caso dello śiva pañcākṣara (il mantra delle cinque sillabe, OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA) la comprensione letterale consisterà, ad esempio, nella conoscenza della giusta pronuncia (OMNG NAMÀHA SCIVÀ YA) e nella traduzione, appunto, letterale, che in questo caso potrebbe essere “Io saluto/invoco il Benefico (Śiva)”.

Andando avanti, sul piano “Letterale” posso raccontare ai discenti che il mantra compare per la prima volta nello Yajurveda (TS 4.5.8.1), in un inno dedicato a रुद्र rudra, il “Terribile”, nella forma:
नमः शिवाय  शिवतराय 
namaḥ śivāya ca śivatarāya ca

Il piano Letterale è il piano della riflessione intellettuale, della logica razionale e della conoscenza eruditiva.

Il piano Allegorico è quello dell’intuizione, il docente dovrà dare la chiave per interpretare il mantra secondo la “simbolica” hindu, introducendo i discenti nella dimensione, paragonato al sogno o alla fiaba, in cui niente è come sembra e ogni lettera, gesto o posizione ha un significato nascosto, legato per lo più alle leggi naturali.
Così verrà spiegato al discente che:

1.     NA è il suono della Terra.
2.     MA è il suono dell’Acqua.
3.     ŚI il suono del Fuoco.
4.     VĀ il suono dell’Aria.
5.     YA il suono dello Spazio.
Ogni suono verrà collegato ad uno dei cinque sensi, una delle cinque azioni fondamentali, uno dei cinque elementi sottili ecc.:

1.     NA è legato all’Olfatto, al Naso, alla Defecazione, all’Ano e all’Odore
2.  MA è legato al Gusto, alla Lingua, alla Generazione, agli Organi Sessuali e al Sapore.
3.     ŚI è legato alla Vista, all’Occhio, al Movimento, al Piede e alla Luce.
4.     VĀ è legato al Tatto, alla Pelle, all’Afferrare, alla Mano, alla Tangibilità.
5.     YA è legato all’Udito, all’Orecchio, all’Esprimere, alla Gola, al Suono.

Il piano Allegorico è il piano della rivelazione, in cui il discente deve prendere coscienza della valenza operativa, cioè trasformativa, dei simboli e delle tecniche.

Il piano Morale è quello della comprensione reale delle leggi fondamentali della manifestazione.
Qui il docente metterà in relazione i nomi, i simboli e le tecniche con i principi religiosi e filosofici, innescando la meditazione e mettendo in contatto il discente con le parti più profonde del suo inconscio.
Su questo piano l’apparente differenza tra tecniche, concetti e credenze scomparirà lasciando il posto ad una comprensione unitaria.
Il Docente rivelerà al discente, ad esempio, che le cinque sillabe sono la rappresentazione grossolana dei cinque poteri della manifestazione e che coincidono con i gesti delle statue e delle posture yoga.

1.     NA rappresenta il potere dell'assorbimento o distruzione, manifestato, nelle statue nella mano posteriore sinistra che regge il fuoco
2.     MA rappresenta il potere del velamento manifestato nel passo del piede destro che schiaccia la testa del "nano dell'ignoranza) 
3.     ŚI è il potere della creazione manifestato nella mano posteriore destra che regge e suona il tamburello.
4.     VĀ è la grazia dello svelamento manifestata nel movimento del piede sinistro, sospeso a metà tra cielo e terra. 
5.     YA è il potere della protezione/mantenimento indicato dalla mano anteriore destra nell'atto di assumere la mudrā chiamato अभय मुद्रा abhaya mudrā, la mudrā che allontana la paura. 

Nelle posture invece:

1.     NA rappresenta i piedi dello yogin.
2.     MA rappresenta il suo ombelico.
3.     ŚI rappresenta le spalle.
4.     VĀ rappresenta la bocca.
5.     YA rappresenta la “Fontanella posteriore”, il “Sincipite”.





Meditando sui cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione, mantenimento, velamento, grazia) e sulle loro corrispondenze nella realtà grossolana può accadere che i pensieri comincino a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e il desiderio del voler conoscere/comprendere. La mente del discente a questo punto si può identificare completamente nel mantra  नमः शिवाय - OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA - che “rimane” come seme della meditazione.

Il piano Morale è il piano della Meditazione, ovvero del “momentaneo” annichilimento dell’individualità dovuto alla realizzazione, magari per un istante, della sostanziale identità tra macrocosmo e microcosmo.
Infine vi è il piano Anagogico nel quale il docente non ha nessuna possibilità di intervento diretto, e la parola, il simbolo o la posizione non hanno alcuna rilevanza.

Il piano Anagogico è il piano della Contemplazione, nel quale il praticante, realizzata l’identità sostanziale tra microcosmo e macrocosmo, si svela a sé come Testimone nell’atto di contemplare se stesso.


[1] Samādhi, talvolta usato come sinonimo di dhyāna o jhāna nel buddhismo è l’esperienza che apre le porte a prajñā, la condizione di conoscenza intuitiva che permette, a sua volta, di accedere alla bodhi, o Risveglio spirituale. Il Canone Pāli descrive otto stati progressivi di jhāna: quattro meditazioni con forma (rūpa) e quattro meditazioni senza forma (arūpa jhāna). Una nona forma è Nirodha-Samapatti. Come vedremo sia i termini che gli insegnamenti ad essi relativi, sono simili o identici a quelli che incontriamo in questo testo.Secondo molti commentatori, i quattro rupa jhana sono un contributo originale del Buddha, ovvero non appartenente alla tradizione vedica. Gli arupa jhana invece erano incorporati nelle tradizioni ascetiche non buddiste.
[2] Samāpatti, termine usato in atharva-veda-prātiśākhya con il significato di “assumere la forma originale”, è considerato solitamente un sinonimo di samadhi. Nel buddhismo si opera invece una distinzione tra i due termini con samadhi che viene inteso come “meditazione che conduce all’identità della mente con un oggetto” e samāpatti che indica invece “la realizzazione, l’estasi”.
[3] Saṁskāra letteralmente significa “mettere insieme correttamente, formare nel modo corretto, rendere perfetto”, ma si usa anche nel senso di “realizzazione, abbellimento, ornamento, purificazione, pulizia, preparazione del cibo, estrazione e raffinazione dei metalli, lucidatura di gemme preziose, allevamento di animali” (vedi Mahābhārata), ma per estensione semantica va ad indicare anche “i sacramenti, le iniziazioni e le cerimonie di purificazione” (vedi manu-smṛti e Mahābhārata). Nella filosofia indiana saṁskāra indica “la facoltà della memoria, il ricordo, l'impressione mentale di atti compiuti nel passato in un precedente stato di esistenza”. Nel buddismo i saṁskāra sono le impressioni lasciate del karma passato che causano i fenomeni presenti. Sono in pratica i “semi dell’esistenza individuale” in quanto formerebbero formano la cosiddetta “coscienza deposito (ālayavijñāna) in cui si accumulano le tracce delle azioni passate. Ciò che facciamo nel presente non sarebbe altro che un riportare alla coscienza, rendendoli “attivi”, i saṁskāra giacenti nell’ ālayavijñāna. Nel Nyāya e nel Vaiśeṣika saṁskāra viene definito come “disposizione latente”, e viene suddiviso in tre tipi: inerzia, elasticità e traccia psichica (bhāvanā). “L’inerzia spiega la continuità del moto di una sostanza in una determinata direzione, mentre l’elasticità è la tendenza di certi oggetti, come il ramo di un albero, a riprendere autonomamente la posizione originale quando la sollecitazione esterna viene meno. La traccia psichica è la disposizione attitudinale degli individui, una qualità inerente al sé (ātman), che è prodotta da esperienze singole o abitudinarie ed è anche un elemento cardine del meccanismo della memoria”.

venerdì 17 settembre 2021

Storicità di Patañjali secondo gli studiosi indiani.

  



Vorrei segnalare una curiosità: A quanto ho capito, almeno secondo il “Catalogus Catalogorum” dell’Università di Madras [vedi: V.Raghavan e altri autori; New catalogus catalogorum, 11. Madras, Universiti of Madras, 1968. Pagg. 89-90] ci sono stati nella storia dell’India ben dieci autori che rispondono al nome di Patañjali, a quattro dei quali vengono attribuite opere di grande rilievo:

 

-          Il primo in ordine di tempo è l’autore del Māhābhasya, un testo così importante da essere chiamato semplicemente “Grande Commento” un trattato di grammatica basato sullo Aṣṭādhyāyī di Pāṇini che gli studiosi sia occidentali sia indiani fanno risalire al I-II secolo a.C. Da più di duemila anni il Māhābhasya di “questo” Patañjali è considerato un classico della grammatica e della linguistica, sia in ambiti hindu, sia buddhisti, sia jainisti e il suo successo non è mai venuto meno.

-          Il secondo, sempre in ordine di tempo è il Patañjali dello Yoga Sūtra considerato dagli studiosi indiani uno dei più importanti esponenti del Sāmkhya, la scuola filosofica ateistica indiana che sta alla base sia dello āyurveda sia dello yoga che sarebbe vissuto intorno al IV secolo d.C. Al contrario del suo omonimo autore del Māhābhasya “questo” Patañjali si può supporre che sia stato praticamente dimenticato almeno dal XVI secolo al XIX secolo- a parte una poesia fatta risalire al XVIII secolo - dato che, a quanto ci risulta, non esiste in tutta la letteratura indiana una sola pubblicazione, commento o recensione di Yoga Sūtra risalente a quel periodo;

-          Il terzo Patañjali è l’autore del “Patañjalatantra” testo ayurvedico segnalato come fondamentale da molti autori medioevali.

 

A questi tre autori si deve aggiungere almeno il Patañjali autore di un commentario della Caraka Saṃhitā, uno dei testi fondamentali della medicina indiana[8], che sarebbe visuto tra il IV e l’VIII secolo d.C.

Secondo gli autori moderni come P.V. Sharma, autore della più importante opera moderna sulla Caraka Saṃhitā, i Patañjali autori di testi ayurvedici sarebbero la stessa persona. Ci sono buone probabilità che il Siddha Patañjali sia anche l’autore dei testi ayurvedici, ma è impossibile, a detta degli studiosi, che sia il medesimo Patañjali autore del Māhābhasya.

Vedi:

-          G.Cardona: Panini: A Survey of Research. Motil Banarsidass. ISBN 978-81-208-1494-3.

-          Surendranath Dasugupta, “A History of Indian Philosophy”, Volume 1, Motilal Benarsidass Pubblications. ISBN 8120804120.

-          Edwin F. Bryant. The Yoga Sutras of Patañjali: A new Edition, Traslation and Commentary. North Point Press, New York 2009. ISBN 978-0865477360.

-          David G. White, The Yoga Sutra of Patañjali: A Biography. Pricetown University Press 2014. ISBN 978-0691143774.

-          G.Jan Meulenbeld. History of Indian Medical Literature Volume I. Groningen, E. Forsten 1999. ISBN 978-906981247.

-       E. Schultzeisz, History of Philosiology. Pergamon Press 1981. ISBN 978-0080273426


Storicità di Patañjali – Bibliografia

 

-          - S. Radhakrishnan, and C.A. Moore, (1957). A Source Book in Indian Philosophy. Princeton, New Jersey: Princeton University, ch. XIII, Yoga, p. 453.

-          A Scripture of the Śaiva Siddhānta, Dominic Goodall, Pondicherry, French Institute of Pondicherry and Ecole française d'Extrême-Orient, 2004. Pp.xxix-xxx in a Preface (entitled Explanatory remarks about the Śaiva Siddhānta and its treatment in modern secondary literature) to The Parākhyatantra.

-          Chryssides, George D. (1999-12-01). Exploring new religions. London: Cassell. pp. 293–301. ISBN 978-0-8264-5959-6.

-          Gavin A. Flood, 1996.

-          -Jonardon Ganeri, Artha: Meaning, Oxford University Press 2006, 1.2, p. 12.

-          Mahābhāya, Joshi/Roodbergen: 1968, p. 68.

-          Mishra, Giridhar (1981). "प्रस्तावना [Introduction]" (in Sanskrit). अध्यात्मरामायणेऽपाणिनीयप्रयोगानां विमर्शः [Deliberation on non-Paninian usages in the Adhyatma Ramayana] (Ph.D.). Varanasi, India: Sampurnanand Sanskrit University. Retrieved May 21 2013.

-          Patañjali; James Haughton Woods (transl.) (1914).

-          Romila Thapar, Interpreting Early India. Oxford University Press, 1992, p.63.

-          Srimad Bhagavatam: Glossary of Sanskrit Terms P.8 Shankaracharya by Prem Lata.

-          The word and the world: India's contribution to the study of language (1990). Bimal Krishna Matilal. Oxford. ISBN 0-19-562515-3.

-          The Yoga Sūtras of Patañjali, ed. James Haughton Woods, 1914, p. xv.

-          The Yoga Sūtras of Patañjali. Published for Harvard University by Ginn & Co. p. 434.

-          Tirumantiram A Tamil scriptural Classic. By Tirumular. Tamil Text with English Translation and Notes, B. Naṭarājan. Madras, Sri Ramakrishna Math, 1991, p.12.

-         Vaiyapuripillai's History of Tamil Language and Literature (From the Beginning to 1000 A.D.), Madras, New Century Book House, 1988 (after the first edition of 1956), particularly footnote 1 on p.78.

giovedì 16 settembre 2021

GORAKHNATH E IL RE DEL MONDO - LE POSSIBILI ORIGINI NON HINDU DELLO HATHAYOGA (1)

 

il "Beahmino di Karasahar" - Museo di Arte Indiana di Berlino. - Fonte: https://www.theweek.in/leisure/society/2020/01/18/in-search-of-agnidesa.html

 Il fondatore dello Haṭḥayoga, Goraknāth[1] detto anche Gorakanātha, Goraka o Gorakhnātha – è ricordato per le gesta guerriere: sarebbe stato lui, riconosciuto come il creatore delle arti marziali indiane del Nord, a fermare le prime invasioni islamiche. I temibili Gurka nepalesi, le forze speciali dell’esercito britannico, affermano di discendere direttamente da lui e ancora oggi si gettano in battaglia gridando il suo nome: “Guru Gorakhnāth ki jai! Jaya Mahakali, Ayo Gorkhali!”[2]

Ovvero: 

“Lunga vita a Guru Gorakh! Gloria alla grande Kālī, Stanno arrivando i Gurka!”

Secondo la maggior parte degli studiosi Gorakhnāth (è il nome di uno yogin vissuto in un periodo compreso tra l’VIII e il XII secolo nel Bengala. Allievo di Matsyendranāthnāth, è considerato fondatore dell’ordine di yogin guerrieri chiamati Kānphaa, ed è identificato spesso con il mitico Babaji. Molte sono le leggende che riguardano la sua nascita, la più nota racconta che Matsyendranāthpregò il suo maestro Adināth (Śiva, il”primo nāth”) chiedendo di poter avere l'onore di insegnare ad un allievo così spirituale da poterlo superare. Adināth rispose che non vi poteva essere nessuno più evoluto di Matsyendranāthse non lui stesso, per cui decise di incarnarsi in un corpo umano. Fu così che quando una giovane di umili origini, pregò Śiva per ottenere il suo primo figlio questi le donò della vibhūti in grado di concederle il dono di essere madre, ma lei, incredula, invece di ingerire la cenere sacra, la gettò sopra una montagna di sterco. Dopo dodici anni Matsyendranāth, venuto a sapere della vicenda, chiese alla donna di condurlo alla montagna di sterco dove trovò un giovane di dodici anni, Gorakhnāth. Da quel giorno Gorakhnāth divenne allievo di Matsyendranāth.

 

Uno Yogin del Lignaggio Nāth in un Affresco del XIX secolo.

I fondatori dello Haṭḥayoga, Gorakṣa e il suo maestro Matsyendranāth, secondo alcune fonti erano originari del Bengala, secondo altre dell’Assam, ma sono venerati come divinità in tutte le regioni Himalayane, in ambiti sia hindu, sia buddhisti, sia islamici.

I miti che riguardano, i loro incredibili poteri psichici e le loro abilità marziali si sviluppano intorno all’anno mille insieme alle leggende di Shambala – il mitico regno popolato da immortali celato trai ghiacci perenni dell’Himalaya – di Babaji e del “Re del Mondo”.

In quell’epoca le scorrerie islamiche - iniziate nell’VIII secolo e terminate con l’invasione della valle dell’Indo da parte di Muhammad di Ghur, e la conseguente creazione del Sultanato di Delhi, intorno al 1200 – costrinsero molti maestri indiani a cercare rifugio in Tibet e in Nepal. I racconti della resistenza contro gli invasori – con le imprese, romanzate, di yogin guerrieri come i discepoli di Gorakhnāth e del raja Gogaji – mescolati agli insegnamenti tantrici, furono la base di una serie indefinita di leggende, miti e profezie. Nella tradizione tibetana Śambhala (in tibetano bde ’byung) sarebbe invece il nome di un piccolo villaggio di Brahmani nel quale, si racconta, alla fine della nostra Era – il kali-yuga – nascerà l'ultimo avatāra di Viṣṇu, Kalki, che, in sella ad un bianco destriero e armato di una spada fiammeggiante, combatterà contro la “civiltà del male” ristabilendo alla fine di una guerra sanguinosa la legge universale, il Dharma[3]. I “mieccha” (in tibetano kla klo”), come venivano chiamati gli islamici[4], sarebbero stati completamente distrutti in una grandiosa battaglia finale che avrebbe dovuto aver luogo nel XV secolo.

 



Kalki, il Re del Mondo (Rudracakrī per i buddhisti), in un dipinto del XVIII secolo. Fonte: (Kalki Avatar Punjab Hills, Guler, c. 1765) https://it.wikipedia.org/wiki/File:Kalki_Avatar.jpg

 

Shambala, o meglio “Śambhala”, nella realtà storica potrebbe essere il regno buddhista di Yanqi - in sanscrito Agnideśa - porta d’accesso alla “via della seta” e al bacino del Tarim;

Agnideśa era un regno famoso, all’epoca, per la bellezza del territorio e l’enorme ricchezza dei suoi abitanti[5]. Nel 751 sulle rive del fiume Sītā - oggi Talas[6] - ai confini dell’attuale Kazakistan, si svolse una sanguinosa battaglia tra guerrieri indo-cinesi, al servizio dell’impero buddhista Kushan, e gli islamici. Dopo la sconfitta dei Kushan avvenuta a causa del tradimento di 20.000 mercenari turchi, gli islamici invasero il bacino del Tarim e molti degli abitanti di Agnideśa fuggirono alla volta, forse, del Tibet e del Nepal. Possibile che Agnideśa, sia la patria dello Haṭḥayoga?

Possibile che Gorakhnāth sia il portatore di un sapere sviluppatosi in un regno buddhista?

Possibile che lo Haṭḥayoga non sia nato in India?

Non esistono prove a conferma dell’origine buddhista dello Haṭḥayoga, e sarebbe azzardato riconoscere nel regno scomparso di Agnideśa la patria dello Haṭḥayoga, ma è molto probabile che lo Yoga di Gorakhnāth sia nato in ambiti non induisti o, comunque, sia il prodotto di scuole filosofiche non ortodosse, che non riconoscevano l’autorità dei Veda.



[1] Vedi: AK. Banerjee, “Philosophy of Gorakhnāth with Goraksha Vacana Sangraha”; Motilala Banarsidass. 5a Edizione (2016).

[2] Vedi: P. D. Bonarjee “A Handbook of the Fighting Races of India”

[3] Vedi John Newman, Itineraries to Sambhala, in Tibetan Literature: Studies in Genre (a cura di José Ignacio Cabezón e Roger R. Jackson:

The toponym "Sambhala" first appears in the Hindu prophetic myth of Kalki in the Mahābhārata and the Puränas. In Hindu texts Sambhala is a Brahman village, of undetermined location, that will be the birth- place of Kalki, the future messianic incarnation of Visnu. At the end of the current degenerate Kali age, it is said, Visnu will incarnate as the pious Brahman warrior Kalki, who will rid the earth of barbarians and unruly members of the lower castes. Kalki's apocalyptic war will purify the world, re-establish Brahman dominance of the social order, and thus institute a new age of righteousness”.

[4] Vedi Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013: “The Kālacakratantra also predicts an apocalyptic war. In the year 2425 CE, the barbarians (generally identified as Muslims) and demons who have destroyed Buddhism in India will set out to invade Śambhala”

[5] Fonte: John E. Hill, “Annotated Translation of the Chapter on the Western Regions according to the Hou Hanshure”. Depts Washington Education/Silk Road Text.

[6] Esiste un fiume Sītā nello stato del Karnataka, nei pressi dei luoghi di una famosa battaglia del XVI secolo, la battaglia di Talikota, tra islamici e indiani, che si risolse con la distruzione dell’impero Vijayanagara.

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