domenica 28 novembre 2021

NON SOLO AṢṬĀṄGA: ṢAḌAṄGAYOGA, I SEI PASSI DELLO YOGA MEDIOEVALE

 

I SEI PASSI DELLO ṢAḌAṄGAYOGA



Lo Yoga, per la maggior parte dei praticanti, è Aṣṭāṅgayoga - "Yoga delle otto membra" - con riferimento non tanto allo stile sistematizzato da Patthabi Jois, quanto agli insegnamenti di Patañjāli, considerato "universalmente" il padre dello Yoga. Fin quando si rimane nell'ambito della letteratura sanscrita si tratta di una affermazione innegabile - "il vero Yoga è lo Aṣṭāṅgayoga" - ma se cambiamo prospettiva e ci rivolgiamo ai testi di Yoga scritti, almeno in origine, in altre lingue - newari, marathi, assamese, braji bhasa,  H.B.S (Hybrid Buddhist Sanskrit), tibetano…- e considerati "non ortodossi" dai brahmini, scopriremo che lo Yoga medioevale - ovvero quell' insieme di tecniche posturale, respiratorie e meditative che si insegna oggi nelle nostre scuole e palestre - sembrava ignorare lo Aṣṭāṅgayoga di Patañjāli e faceva riferimento ad altri sistemi, identificabili con uno Ṣaḍaṅgayoga - "Yoga delle sei membra" - risalente al V-VI secolo d.C. e nato nell'ambito del movimento buddhista detto Sahaja.
Nelle descrizioni dello Ṣaḍaṅgayoga - di cui esistono varie versioni, le più note tra le quali sono quelle di Gorakhnath, di Niguma (Palgyi Yéshé  in tibetano) e di Nāropā - troviamo dei termini che pur essendo simili o identici a quelli che possiamo leggere nello Yoga Sūtra di Patañjāli, indicano, spesso, tecniche e concetti affatto diversi.
Tecniche e concetti che potrebbe essere assai utile, secondo me, conoscere e comprendere.

Ecco, per fare un esempio, la descrizione dello  Ṣaḍaṅgayoga di Nāropā: 

Lo Yoga è formato da sei “membra” o parti:

1Pratyāhāra, o “ritrazione”;
2. Dhyāna, o “meditazione”;
3. Prāṇāyāma, o “controllo della respirazione/dei soffi vitali”;
4. Dhāraṇā, o “ritenzione/fissazione”;
5. Anusmṛti, o “applicazione mnemonica”;
6. Samādhi, o “contemplazione”.

Questi sei passi  sono a loro volta organizzati in quattro diversi momenti:

Sevā, o “pratica devota”, che comprende Pratyāhāra e Dhyāna;
Upasādhanao “realizzazione inferiore”, che comprende Prāṇāyāma e Dhāraṇā;
Sādhana, inteso come “realizzazione”, che corrisponde allAnusmṛti;
Mahsādhana, o “grande realizzazione”, che coincide con il Samādhi.

Il primo passo, Pratyāhāra, consiste nell’isolarsi dalla realtà circostante portando l’attenzione sul vuoto. Dal vuoto emergono dieci segni:

1. Visione del fumo;
2. Visione di un miraggio (definito come “visione di acqua in movimento”):
3. Una luce simile a quella emessa da una lucciola;
4. Una luce simile a quella emessa da una lampada;
5. Una fiamma;
6. La Luna;
7. Il Sole;
8. Un disco nero (visualizzazione di Rāhu, nodo lunare settentrionale/canale mediano);
9. Un lampo;
10. Un disco azzurro (visualizzazione del bindu).

Dopo il manifestarsi del decimo segno appare, secondo il kālacakra, un’immagine “immateriale e ineffabile[1] definita “forma del Buddha”, “forma dei Buddha” o “corpo di fruizione del Buddha”, che contiene “tutti i tempi e tutte le cose”.

Il secondo passo dello Ṣaḍaṅgayoga è la meditazioneDhyāna durante la quale il praticante deve “consolidare” l’immagine apparsa dopo la manifestazione dei dieci segni.

Più propriamente bisognerebbe parlare di meditazione dell’immagine o bimbabhāvanā (letteralmente bimba indica la sfera o il cerchio con cui si identifica un astro) che  viene divisa in due fasi: 
"antecedente" (o preliminare) e "finale" (o susseguente).

La “meditazione dell’immagine preliminare” consiste nell’insorgere dell’immagine dopo la realizzazione dei dieci segni (fumo, miraggio, lucciola ecc.);
La "meditazione dell'immagine susseguente" consiste nell'integrare l'immagine visualizzandola come parte di sé e corrisponde ad anusmṛti (il "quinto passo")[2].

La meditazione, dhyāna, è articolata in cinque diversi momenti:
    1.     Vitarkaovvero “esame”;
2.     Vicāra, ovvero “analisi”;
3.     Prīti, ovvero “gioia”;
4.     Sukha, ovvero “piacere”;
5.     Cittaikagratā, ovvero “concentrazione della mente in un punto”.

 

Nel primo momento – vitarka - si ha una visione “descrittiva”, in senso lato “razionale” della realtà (dell’immagine realizzata dopo i dieci segni);

Nel secondo momento - vicāra - si ha una visione d’insieme o meglio “intuitiva” della realtà (dell’immagine realizzata dopo i dieci segni);

Nel terzo momento - prīti – il praticante si trova immerso in uno stato di pace e tranquillità mentale che lo conduce alla gioia;

Dalla gioia scaturisce la completa distensione del corpo che si accompagna aduna condizione di piacere diffuso definita sukha (quarto momento);

Nel quinto momento - cittaikagratā - il praticante è completamente immerso nello stato definito prajña, o saggezza.

Il terzo passo - prāṇāyāma - è il controllo del respiro e dei soffi vitali intesi come veicolo della mente, e il suo scopo è quello di interrompere la circolazione delle energie nei due canali laterali (rasanā a destra e lalanā a sinistra) per immetterle nel canale di centro  detto Avadhūtī.

Il quarto passo - dhāraṇā - consiste nella concentrazione – o fissazione – del soffio vitale nella parte più alta delle testa - nel luogo del bindu -  conseguente all’arresto della circolazione delle energie nei due canali laterali (arresto realizzato grazie alla pratica del prāṇāyāma.

Tramite l’eccitazione sessuale l’energia definita caṇḍālī sale lungo il canale centrale e discioglie il seme (bindu).

Il seme  è legato a quattro diversi tipi di piacere e durante la pratica di dhāraṇā viene fissato nei diversi cakra:

-         Il cosiddetto “bindu corporeo” - Kāyabindu – viene fissato al cakra dei genitali;
-         Il “bindu della voce” al cakra dell’ombelico;
-         Il “bindu della mente” al cakra del cuore;
-         Il “bindu della conoscenza” al cakra della gola.

Il quinto passo – anusmṛti - lo possiamo definire “meditazione susseguente” o “meditazione finale”. La risalita della caṇḍālī si accompagna alla di nuovo alla manifestazione dei dieci segni – “fumo, miraggio, lucciola, lampada, fiamma, Luna, Sole, disco nero, lampo e disco azzurro” -  dopo i quali appare  l'iṣṭa-devatā, la “divinità desiderata”,  accompagnata da una luce diffusa.

La caṇḍālī - con cui si intende sia la yoginī che partecipa alla pratica, sia la sua immagine visualizzata, sia l’energia dell’eccitazione sia il canale in cui scorre – viene quindi identificata con la “grande mudrā” e viene divinizzatanel senso che si trasforma nell’incarnazione fisica delle energie che assumono i nomi delle varie dee. Lo yogin colto da un potentissimo desiderio fisico, passa quindi attraverso dieci stati emotivi – messi in relazione con i dieci segni – detti dieci stati di Kāma:

1.     Pensiero fisso (fumo);
2.     Desiderio (miraggio dell’acqua in movimento);
3.     Febbre (lucciola);
4.     Pallore del volto (lampada);
5.     Inappetenza (fiamma);
6.     Tremore (Luna);
7.     Follia(Sole);
8.     Vertigine (disco nero);
9.     Confusione mentale (lampo);
10.   Insensibilità (disco azzurro).

Il desiderio si trasforma in azione sfociando nel rapporto sessuale – fisico o visualizzato – e provoca la discesa del seme la cui essenza, attraverso il canale mediano, risale verso la testa anziché essere disperso all’esterno.

Il sesto passo - samādhi – è caratterizzato dallo stato di beatitudine permanente o “piacere onnipervadente” - ānanda – ed è definibile come condizione del “due in uno” o Sahaja "stato naturale".
Si realizza in altre parole l’identità tra yogin e yoginī, tra essere umano e divinità, tra interno ed esterno.




[1] Vedi Nāropā, Iniziazione Kālacakra. A cura di Raniero Gnoli e Gabriella Orofino. Pag. 95. Biblioteca Orientale 1. Adelphi 1994).
[2]   Si legge a questo proposito nella Laghutantraṭīka di Vajrapāṇi:
“Vista l’immagine e posto [il pene] nella vulva, si ha la meditazione susseguente, allo scopo di accrescere il supremo immoto piacere. Quindi ancora, dopo aver abbandonato la mudrā dell’azione e della conoscenza, lo yogin deve realizzare meditando la grande mudrā allo scopo di accrescere il grande piacere”.

Vedi: Cicuzza, C. (1994), La Laghutantraṭīkā di Vajrapāṇi, tesi di laurea, Università La Sapienza di Roma.


venerdì 19 novembre 2021

HAṬḤAYOGA - IL RESPIRO DEL FUOCO E DELL' ACQUA



Nel Laghukālacakratantra (IV, 196-97), un testo che fa parte del Canone Buddhista Tibetano, troviamo un intero capitolo dedicato allo haṭḥayoga, che ci fornisce delle indicazioni interessanti su cosa si intendeva nell’anno mille per haṭḥayoga.

“Si espone adesso lo yoga del metodo violento (haṭḥayoga). Qui, quando, pur essendo stata vista l’immagine grazie alla ritrazione, ecc. il momento immoto […] non si verifica, non essendo il soffio ben controllato, allora mediante l’esercizio del suono (nādābhyasāt) occorre far spirare violentemente (haṭḥena) il soffio vitale nel canale di mezzo e, ciò fatto, arrestare il bindu del bodhicitta nella gemma del vajra che si troverà allora nel loto della saggezza. [Grazie a questa pratica lo yogin] realizzerà l’istante immoto, in base alla non vibrazione (niḥspanda). Tale lo yoga del metodo violento (haṭḥayoga).”

Per poter interpretare il brano bisogna considerare che nel kālacakratantra:

  • -         Per “bodhicitta” si intende lo sperma;
  • -         Per “gemma del vajra” si intende il glande del pene;
  • -         Per “loto della saggezza” si intende la vagina della yoginī;

In pratica si tratta di una meditazione sul suono interiore (niḥspanda) da praticare durante il rapporto sessuale per far risalire, un attimo prima dell’orgasmo, l’essenza (bindu) dello sperma (bodhicitta) nel canale mediano.

La risalita dell’essenza del seme dovrebbe essere causata dalla pratica “silenziosa” dell’Hūm[1].

Il bīja mantra Hūm è collegato al canale di sinistra e al cuore. Lo yogin dovrebbe condurlo mentalmente, inspirando, dal glande al cuore lungo il canale mediano e da lì, sospendendo il respiro (antar kumbhaka) e praticando il bandha dei genitali, al sincipite.

La “pratica del suono”, secondo Guenther [2], condurrebbe alla realizzazione di cinque poteri psichici o “conoscenze sovrannaturali”, ovvero:

  • 1.     Ṛiddhi (potere magico);
  • 2.     Divyacakṣus (l’occhio della divinità);
  • 3.     Divyaśrota (l’orecchio della divinità);
  • 4.     Paracittajñāna (conoscenza dei pensieri altrui);
  • 5.     Pūrvanivāsānusmṛti (ricordo delle vite precedenti). 

“La potenza ascende dal centro dell’ombelico fino al piano supremo, sino a dodici e a sedici dita, all’estremità delle kāla (kālantam). Questa potenza, arrestata all’ombelico, simile alla luce di un lampo, alzatasi in guisa di bastone, ascende leggera e piana, sospinta da ruota a ruota, sinché non arriva a toccare con violenza il foro della cima della testa, come una spina [che buca] la pelle”.

 

Quando il testo parla di “dodici e […] sedici dita” fa riferimento alla teoria dei maṇḍala, che, qui, non vanno considerati come rappresentazioni grafiche dell’Universo o di determinate divinità, ma come il “cerchio” di canali sottili collegati agli elementi in cui il praticante fa circolare il soffio vitale.

Il corpo umano, secondo lo yoga, ha “nove porte o cancelli”:

  1. -         L’ano;
  2. -         I genitali;
  3. -         La bocca;
  4. -         La narice destra;
  5. -         La narice sinistra;
  6. -         L’orecchio destro;
  7. -         L’orecchio sinistro;
  8. -         L’occhio destro;
  9. -         L’occhio sinistro.

Ad ogni porta corrisponde un maṇḍala formato dai quattro elementi (Terra, Acqua, Fuoco, Aria), che graficamente vengono disposti in corrispondenza dei quattro punti cardinali – Terra a Sud, Acqua ad est, Fuoco a Ovest, Aria a Nord) – più il quinto elemento (Spazio), che viene rappresentato al centro. 

Ogni elemento a sua volta crea un proprio maṇḍala, per cui, ad esempio in ciascuna narice lo yogin può percepire il maṇḍala della Terra, il maṇḍala dell’Acqua[3] ecc. ovvero l’insieme dei canali in cui spirano o ristagnano i soffi vitali legati ai singoli elementi.

In altre parole si può parlare di “respiro della Terra”, “respiro dell’Acqua” ecc.

  • -          Il “respiro della Terra”, quando viene esalato, si spinge fino ad una distanza di dodici dita (otto secondo alcuni) dalla narice prima di “tonare indietro”;
  • -          Il “respiro dell’Acqua” si spinge fino ad una distanza di tredici dita (dodici secondo alcuni);
  • -         Il “respiro del Fuoco” si spinge fino ad una distanza di quattordici dita;
  • -         Il “respiro dell’Aria” si spinge fino aduna distanza di quindici dita;
  • -         Il "respiro dello Spazio! si spinge fino ad una distanza di sedici dita.

Le “dodici e […] sedici dita” del testo fanno riferimento alla unione del “respiro di Terra” -  collegato al canale inferiore di sinistra che unisce l’ombelico alla vescica – con il “respiro dello Spazio” – collegato al canale superiore che dalla fontanella giunge all’ombelico – nel “respiro della conoscenza” – collegato al canale inferiore di destra che dall’ombelico giunge fino ai genitali - provocando una doppia “emissione interna” del soffio vitale che si manifesta  attraverso due energie definite nel tantrismo indiano “portatori di bastone”. 

Grazie ai “portatori di bastone” kuṇḍalinī può risalire, di cakra in cakra, dall’ombelico alla fontanella, ovvero arriverà a “toccare con violenza il foro della cima della testa, come una spina [che buca] la pelle”.

“[Lo yogin] in questo momento, deve spingere verso l’alto con estrema violenza l’apāna nella via di mezzo, per cui, forata la cima della testa, perviene alla città della suprema, arrestati che siano i due soffi. In tal modo risvegliatosi il vajra [la potenza del soffio vitale] nella mente, raggiunge insieme con gli oggetti (saviṣaya), lo stato di vagante per l’etere (khecara), diviene naturata delle cinque conoscenze sovrannaturali e si identifica con la madre universale degli yogin”

Quando lo yogin percepisce la risalita di kuṇḍalinī come “una spina che buca la pelle” del sincipite, deve invertire la direzione naturale di apāna – il soffio diretto solitamente verso il basso – e spingerlo verso l’alto.

A questo punto i due soffi vitali principali - prāṇa e apāna – si “arrestano” risvegliando nella mente il vajra – la potenza virile qui intesa come conoscenza del piacere supremo – kuṇḍalinī raggiunge lo stato di khechara – corrispondente alla realizzazione – “insieme con saviṣaya […] si identifica con la Madre universale degli yogin”



[1]  Vedi: Nāropā, Iniziazione Kālacakra. A cura di Raniero Gnoli e Gabriella Orofino. Pag. 247, nota 1.i. Biblioteca Orientale 1. Adelphi 1994

[2] H. V. Guenther, The Life and Teachings of Nāropā, Oxord University Press (1963).

[3] In molti testi in realtà i maṇḍala degli elementi sono posti solo nella narice destra, mentre nella narice sinistra vengono posti i cinque “aggregati”, ovvero:

  • Percezione;
  • Volizione;
  • Sensazione;
  • Nozione;
  • Forma. 



mercoledì 10 novembre 2021

COSA È LO HAṬḤAYOGA?

 

 


Cosa è lo Haṭḥayoga?

Molti praticanti, più di quanti pensassi fino a poco tempo fa,  credono che lo Haṭḥayoga sia uno "Yoga ginnico" in cui si sta fermi in certe posizioni, a differenza del vinyāsa in cui si passa fluidamente da una posizione all'altra. Una disciplina fisica insomma, abbastanza statica, che viene collegata alle religiosità hindu e  alla spiritualità new age .

Fino ad una cinquantina di anni fa, quando ho cominciato a fare yoga, si considerava invece lo  Haṭḥayoga come una pratica alchemica finalizzata ad ottenere dei poteri psichici in seguito ad un'esperienza che chiamavamo "apertura del Terzo Occhio".

Ogni āsana era (è...) anche e soprattutto un rito, e non solo un esercizio  per sciogliere le articolazione e rilassare i muscoli.

La foto che accompagna questo post ( l'autrice è Jacqueline Hargreaves)  ritrae un'affresco del XVIII secolo in cui si vede uno Haṭḥayogin impegnato nella pratica di paścimottānāsana così come viene descritta in un testo Nāth, il  Jogapradīpyakā:.

Lo scopo di paścimottānāsana non è quello di allungare i muscoli della schiena e delle gambe, ma, secondo Jogapradīpyakā quello di "bloccare la circolazione nel canale del Sole e della Luna per far discendere il seme attraverso il canale centrale" ed aprire il Terzo Occhio".

Stravagante, vero?

Ma cosa è per i Nāth il “Terzo Occhio”?

La ghiandola Pineale?

La Pituitaria?

Il “Corpo Calloso”?

Il controllo dei “Soffi Vitali”?

Probabilmente, al di là delle “sciocchezze blavatskyane e post blavatskyane” di cui parlava  Agehananda Bharati, non si tratta di un organo fisico – o almeno non solo di un organo fisico – ma di una condizione del corpo umano raggiungibile attraverso la pratica alchemica definita Haṭḥayoga. Lo Haṭḥayoga, così come il Qi Gong Nei dan che probabilmente dallo Haṭḥayoga deriva – è una pratica di Alchimia Interiore finalizzata alla modificazione di processi naturali del corpo e all’utilizzazione di una o più sostanze chiamate “Amṛta” o “Soma”: queste sostanze vengono prima accumulate nel corpo e poi utilizzate per ottenere il ringiovanimento, l’aumento della vitalità e della resistenza alle malattie ed in genere uno stato di costante beatitudine - Ānanda – che allontana l’essere umano dalla sua innata ansia di incompiutezza. La percezione e l’utilizzazione di Amṛta, secondo gli yogin medioevali, è accompagnata dall’insorgere di particolari abilità fisiche e psichiche – siddhi – come l’acquisizione di una forza sovrumana, la capacità di comprendere e parlare tutte le lingue, o il potere di attrarre sessualmente ogni persona dell’altro sesso. Queste “abilità”, che nella nostra epoca vengono considerate suggestioni da film di fantascienza, per gli autori indiani di epoca medioevale e moderna – dall’XI al XVIII secolo - erano i frutti ordinari della pratica dello Haṭḥayoga; si legge ad esempio nel Goraka Paddhati (X-XI secolo):

(G.P. 2.48) “Se la lingua [di uno yogin] tocca costantemente l'apice dell'ugola, provocando il flusso di un succo [Amṛta} che [può avere] sapore salato, caldo o acido e (può  essere simile al] latte, miele o burro chiarificato [avrà luogo] la scomparsa delle malattie, l'annientamento della vecchiaia, la recitazione [spontanea] degli śāstra e degli agama [ovvero i testi di insegnamento tradizionali], l'immortalità connessa con le otto [siddhi], e si attrarranno irresistibilmente le “donne perfette.”[1]

Il Goraka Paddhati non è un caso isolato: dal IX al XVII secolo vengono scritti e diffusi decine di manuali di Haṭḥayoga,-sia hindu sia buddhisti, in cui si descrivono i processi di produzione e utilizzazione dell’Amṛta e la conseguente acquisizione di poteri psichici quali “normali” conseguenze del percorso yogico. Ciò, ovviamente, non significa che gli eventi straordinari promessi o descritti da quei testi corrispondano alla realtà, e in un’epoca come la nostra affollata da falsi maghi e prestigiatori mascherati da guru, è lecito sospettare che quello del “Terzo Occhio” – e dei poteri che deriverebbero dalla sua “apertura” - sia un mito o una favola da raccontare nelle sere d’inverno, né più né meno di certe miracolose guarigioni e trasformazioni che riempivano le cronache dell’Europa medioevale.

L’unica possibilità per sciogliere i dubbi, secondo noi, sarebbe quella di verificare personalmente gli effetti delle pratiche descritte negli antichi testi di Haṭḥayoga.



[1] Testo in sanscrito: चुम्बन्ती यदि लम्बिकाग्रमनिशं जिह्वा रसस्यन्दिनी

सक्षारं कटुकाम्लदुग्धसदृशं मध्वाज्यतुल्यं तथा |

व्याधीनां हरणं जरान्तकरणं शास्त्रागमोद्गीरणं

तस्य स्यादमरत्वमष्टगुणितं सिद्धाङ्गनाकर्षणम् || ४८ ||

cumbantī yadi lambikāgram aniśaṃ jihvā rasa-syandinī

sa-kṣāraṃ kaṭukāmla-dugdha-sadṛśaṃ madhv-ājya-tulyaṃ tathā |

vyādhīnāṃ haraṇaṃ jarānta-karaṇaṃ śāstrāgamodgīraṇaṃ

tasya syād amaratvam aṣṭa-guṇitaṃ siddhāṅganākarṣaṇam || 2.48 ||


Traduzione letterale:

cumbantī  : toccato, baciato;

yadi: se;

lambika: palato/ugola;

agram: l'estremità, la "punta";

aniśam  : costantemente, senza fine;

jihvā: la lingua;

rasa: succo, estratto, elisir;

syandinī: Flusso;

kāram: salato;

kaukāmla-dugdha-sadśam : simile a caldo o acido (gusto o latte paragonabile a…;

madhu: miele;

ājya: burro chiarificato;

tulyam: come;

tathā  : allo stesso modo;

vyādhīnām  : (le sue) malattie

haraam: scomparsa, distruzione;

jara: vecchiaia;

antakaraam: l'annientamento, processo che pone fine;

śāstra: scritture tradizionali;

agama: manuali tantrici, a volte i veda;

udgīraam: il racconto, la recitazione;

tasya: questo;

syāt: è (concesso);

amaratvam  : immortalità, divinità;

aṣṭa: otto;

guitam: connesso con;

siddhāgana: donna perfetta, femmina perfetta;

akaraam: l'attrazione irresistibile;

 

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