5.26.2022

Il MANTRA OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA NELL'ICONOGRAFIA TRADIZIONALE DEL NATARAJA

 


Nell'osservare  una statuetta di  Śiva, il नटराज naṭarāja ("Re della Danza") possiamo assumere almeno tre diversi atteggiamenti, o modalità:

1. L'atteggiamento del devoto, che considera l'immagine come un oggetto di culto, al pari di una santa reliquia o, per un cattolico, del crocifisso;

2. L'atteggiamento dello scienziato o dello storico dell'Arte, che cerca di inserire l'opera in un contesto storico e di sviscerarne i significati;   

3. L'atteggiamento dello haṭhayogin, che considera l'immagine come una possibile indicazione di una tecnica operativa, atta a trasformare il corpo e la mente.

Per quanto riguarda la prima modalità, non mi pronuncio  il devoto si muove nella dimensione della Fede e la Fede è caratterizzata, per definizione, dall'accettazione di una verità di origine misteriosa e dall'assenza di dubbi e non avendo, personalmente,  mai avuto il dono della fede mi parrebbe di cattivo gusto commentare in tal senso.

Nelle altre due modalità, quella dello "scienziato" - tra virgolette - e dello haṭhayogin, dato che ho studiato Storia dell'Arte all'università e che pratico āsana, mudrā e bandha da quando avevo dodici anni  mi trovo decisamente più a mio agio.

Lo storico dell'Arte sa che l'iconografia del "Dio danzante di Chidambaram" nasce nel Sud dell'India tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo d.C. (vedi:  Hermann Kulke; Dietmar Rothermund (2004). A History of India Routledge. p. 145.ISBN 978-0-415-32920-0.e che probabilmente assume la forma oggi conosciuta nel X secolo, quando i re della dinastia Chola ricostruirono  Chidambaram con pietra e oro e fecero di una statuetta d'argento del  naṭarāja l'icona principale  del tempio.


Per abitudine, poi, lo "storico dell'Arte" analizza e dettagli, e questo può essere di aiuto allo haṭhayogin, che può interpretare certi particolari in base alla propria esperienza e agli insegnamenti orali che ha ricevuto.

Sulla destra del "dio che danza", ad esempio, nascosta tra i capelli sciolti - nei quali sono celati serpenti e fiori - si nota una figura femminile, metà donna e metà serpente:



Si tratta della dea Gaṅgā, dea del Perdono e della purificazione, figlia di Himavān and Menā, sorella maggiore di Gaurī - la seconda sposa di  Śiva - innamorata anch'essa del naṭaraja


Gaṅgā è nascosta nei capelli del "dio che danza" in ricordo della sua discesa impetuosa sulla terra - quando fu frenata appunto, dai capelli di Śiva, prima che distruggesse il mondo intero - e nell'iconografia del naṭarāja  è ritratta come una nagiṇi, una creatura metà donna metà serpente, oggetto di uno dei culti più antichi del Sud dell'India, che si ritrova spesso raffigurata nei templi indiani come "protettrice delle porte" (dvārapālakā).

Continuando l'analisi dei dettagli della statuetta del naṭarāja  troviamo, sotto alla figura della dea ganga, la mano destra posteriore del dio che regge un  damaru  - il tamburo a forma di clessidra - simbolo sia del potere divino della creazione (Sṛṣṭi सृष्टि), attraverso il suono,  sia dell'unione sessuale di maschile e femminile, rappresentati in questo caso da Brahma e dala sua consorte Brāhmī,  chiamata anche Kriyāśakti, o śakti dell’azione. Il tamburo,  nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Terra e  la sillaba Na del mantra O Nama Śivāya;



La  mano anteriore destra  è invece nel gesto "che allontana la paura", Abhayamudrā simboleggia  sia il potere divino del mantenimento (Sthiti स्थिति), sia l'unione di Viṣṇu e della sua sposa Vaiṣṇavī, chiamata anche ānaśakti, o śakti della conoscenza. 
La mano anteriore destra nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Acqua e la sillaba Ma म del mantra O Nama Śivāya;




La mano posteriore sinistra regge  una fiamma, che rappresenta sia il potere divino della dissoluzione (Sahāra संहार), sia l'unione di Rudra  con la sua sposa Raudrī, detta anche  Icchāśakti, o śakti del desiderio. La mano posteriore sinistra  nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Fuoco e la sillaba Śi शि del mantra O Nama Śivāya;



Il piede destro, poggiato su un buffo nanetto, rappresenta sia il potere divino dell'occultamento,  (Tirōdhāna तिरोधान), sia l'unione di Īśvara (o Īśāna) con la sua sposa Īśvari, detta anche  Ādiśakti, o śakti primordiale, Ānandaśakti o Parākuṇḍalinī. il piede destro nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Aria e la sillaba  वा del mantra O Nama Śivāya;



Per ciò che riguarda il buffo nanetto, anche se non ci sono fonti attendibili precedenti al XIX secolo, lo si identifica comunemente con  un demone chiamato Apasmārapuruṣa. In realtà  puruṣa significa persona e apasmāra "epilessia"; è possibile che si riferisca semplicemente ad "una persona cretina" o, dato  che l'epilessia veniva collegata alla perdita della memoria, potrebbe rappresentare l'oblio.

L'identificazione del nanetto con un demone o comunque con un essere maligno dipende probabilmente dalla somiglianza con l'iconografia cristiana di San Michele che calpesta il diavolo, ma si tratta di una suggestiva ipotesi priva di fondamento. Nell'immagine sotto, proveniente dal  tempio  di Mahalingeswarar, nel Tamil Nadu,  il nanetto sembra infatti far parte dei discepoli di Śiva:




Bisogna anche considerare che l'iconografia tantrica è spesso riferita a particolari asterismi, per cfui non è assolutamente improbabile che il naṭarāja rappresenti la costellazione di Orione e il nanetto la costellazione della lepre (lepus):





Andando avanti nell'interpretazione della statuetta  del "dio che danza", notiamo  il piede sinistro sollevato  indicato dalla mano sinistra:



Il piede sinistro rappresenta sia il potere divino della Grazia,  (Anugraha अनुग्रह), sia l'unione di Sadāśiva con la sua sposa Bhagavatī, detta anche Parāśakti, o śakti suprema, Citśakti (Cicchakti), Sadāśivā, Mātkā, o semplicemente, Devī. Il piede sinistro nell'iconografia del "Dio che danza" rappresenta anche l'elemento Spazio e la sillaba Ya del mantra O Nama Śivāya.

In buona sostanza la rappresentazione classica del "dio che danza" è, anche,  una rappresentazione del mantra delle cinque sillabe,  नमः शिवाय, e, quindiu, dei cinque elementi, dei cinque poteri della divinità, dei cinque "brahma" e delle cinque energie della manifestazione.

 

Sillabe

pañcaktya

Pañcabrahma

pañcaśakti.

Gesti

Na

Sṛṣṭi (सृष्टि), Creazione

Brahma

 

Kriyāśakti

Mano posteriore destra

Ma

Sthiti (स्थिति),

Mantenimento

Viṣṇu

ānaśakti

Mano anteriore destra

Śi शि

Sahāra (संहार), Dissoluzione

Rudra

Icchāśakti,

Mano posteriore sinistra

वा

Tirōdhāna (तिरोधान),

Velamento

Īśvara o

Īśāna;

 

Ādiśakti,

Piede destro

Ya

Anugraha (अनुग्रह), Grazia

Sadāśiva.

 

Parāśakti

Piede sinistro, indicato dalla mano posteriore sinistra

4.22.2022

Due parole sull'Insegnamento dello Yoga

 



Insegnare yoga significa cercare di instradare gli allievi in un percorso di conoscenza. A prescindere dai titoli, dai diplomi e dalle altre medaglie da apporre sul petto negli incontri pubblici e nelle chiacchiere da salotto, l’insegnante/istruttore/maestro deve disporre, oltre ad un bagaglio di esperienze e conoscenze, di ciò che viene definito “qualificazione”.

Esperienza, erudizione e qualificazione sono le tre caratteristiche fondamentali dell’istruttore di yoga, o meglio, sono i tre ingredienti fondamentali a disposizione dell’istruttore per preparare il cibo con cui nutrire l’allievo: la carenza o addirittura l’assenza di uno dei tre renderà il “piatto” insipido o troppo saporito o poco digeribile.

La necessità dell’esperienza è ovvia: se, ad esempio, non ho mai tentato di assumere la verticale sulla testa come potrò mai riuscire ad insegnarla ad un allievo?

Posso aver letto decine di manuali che insegnano a nuotare, ma se non ho mai fatto l’esperienza dell’acqua l’onda dell’oceano mi annichilirà.

L’erudizione – quando è accompagnata, ovviamente, dall’esperienza – è altrettanto necessaria perché darà all’istruttore le parole per trasmettere l’esperienza e chiarirà, sia all’allievo che a lui stesso, quali siano l’inizio del percorso, quali le tappe intermedie e quale la meta stabilita.

Un erudito senza esperienza è come una sorgente di acqua distillata: il gorgoglio delle acque – le parole – sarà piacevole all’ascolto ma inutile per chi voglia dissetarsi.

Il praticante privo di erudizione sarà invece come un esploratore senza bussola nel deserto: continuerà a girare in cerchio.

In entrambi casi per l’incomprensibile gioco della natura (लीला līlā ?) sia per lerudito senza esperienza sia per il praticante senza erudizione, è possibile che scocchi, casualmente, una scintilla e che si ottengano risultati insperati[1], ma in tutti i casi deve essere presente il fattore “qualificazione”: entrambi, istruttore e allievo, devono essere “qualificati”, poichè senza qualificazione non ci può essere trasmissione della conoscenza.

Credo che il concetto di qualificazione sia assai difficile da comprendere.

Per dare un'idea possiamo affermare che la “qualificazione” rappresenta l’insieme degli strumenti, ovvero “i ferri del mestiere” dello yogin.

Facciamo un esempio banale:

Se uno ha intenzione di rammendare un calzino dovrà essere in possesso di ago, filo, ditale e uovo di legno. Giusto? Se non li ha è inutile che tenti di rammendare.

In questo caso:

-          La pratica rappresenta l’azione del rammendare;

-          La teoria rappresenta il come e il perché si rammenda;

-          La qualificazione rappresenta gli strumenti necessari.

Se uno ha l’ago, ma non il filo si metterà alla ricerca di qualcuno che possa dargli il filo. 

Se uno ha l’ago e il filo ma non il ditale, rischierà di farsi male alle dita e quindi ci vorrà qualcuno che gli dia il ditale. 

Se gli manca l’uovo di legno potrà comunque rammendare, ma rischierà di fare un lavoro imperfetto.

 Per qualificazione nello yoga, si intendono gli “strumenti di conoscenza”, strumenti che sono presenti, in parte o completamente, sin dalla nascita. Per tornare all'esempio del rammendo, qualcuno nascerà con l’ago, altri con ago e filo altri ancora con tutti e quattro gli strumenti.

L’insegnante dovrà essere in grado di dare all'allievo gli strumenti di cui è carente, o magari, se questo li possiede tutti e quattro, ma ne è inconsapevole, dovrà mostrargli il cassetto in cui sono stati dimenticati, ma se gli strumenti non sono già presenti, almeno in parte, non potrà esserci nessuna trasmissione di conoscenza: esperienza ed erudizione, in assenza di “qualificazione”, non sono sufficienti a formare uno yogin né, tanto meno, un insegnante di yoga. Questo significa che entrambi – istruttore ed allievo – devono possedere in parte o completamente gli stessi “strumenti di conoscenza”.

So che in quest’epoca, nella quale la maggior parte dei praticanti aspira ad insegnare e basta un corso di nove week end o addirittura di un paio di giorni per ottenere un diploma  riconosciuto- un discorso del genere è tutt'altro che popolare, ma – per fortuna o purtroppo – i fatti sono questi:

In un certo senso uno nasce yogin, esattamente come, in un certo senso, si nasce attori, danzatori, cantanti o falegnami.

Tutti possono praticare yoga e trarne dei benefici.

Non tutti possono insegnare yoga.

Per insegnare qualsiasi altra disciplina  - dalla danza, al pugilato, dalla matematica all'ortodonzia, occorre aver fatto anni di studi e soprattutto avere un talento naturale, una "qualificazione" che ci spinge a  scegliere quel particolare campo di attività e conoscenza.

Lo yoga è una disciplina assai complessa che necessita di una conoscenza non superficiale dell’anatomia, dello āyurveda, nonché dellarte, della filosofia e dellastronomia indiana, non basta un corso online di qualche settimana per poterlo insegnare.

E soprattutto bisogna essere "qualificati", bisogna avere un'insieme di capacità innate che non si possono né acquistare al mercato della spiritualità, né imparare su un libro.





[1] Per fare un esempio personale ho imparato più cose sullo haṭhayoga con il mio antico istruttore di advaita vedānta, Bodhananda Premadharma – tendente all’obesità e completamente disinteressato alla parte “fisica” dello yoga – che nella mia precedente pluridecennale esperienza di lavoro sul corpo

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