martedì 30 aprile 2019

CHIDAMBARAM, LO SPAZIO DELLA COSCIENZA







Mi affascina il potere delle  parole, lo ripeto spesso. A volte la consuetudine, o l'ignoranza, ne nasconde il significato originale, ma prima o poi il senso nascosto fa capolino, come un affresco antico che rinasce alla bellezza tra le crepe dell'intonaco.
Prendi "afrore": "odore acuto e penetrante, come quello del mosto in fermentazione o del sudore del cavallo", dice il dizionario, ma basta una goccia di fantasia per vedere il bosco di Afrodite, e la corsa folle della Dea, le cosce snelle insanguinate dai rovi, ad abbracciare Adone, ferito a morte. Afrore è l'odore acre del cinghiale assassino. Afrore è il profumo del muschio su cui giace l'Amato. Afrore è il sudore della Dea impazzita, che volle farsi Donna.

Il profumo della Dea, in fondo questo significa "afrore".
Anche la parola indiana Chidambaram potremmo tradurla con "Profumo della Dea" (vedo già i miei amici sanscritisti sobbalzare sulla sedia...).


Chidambaram è un comune dell'India meridionale, nel distretto di Cuddalore, nel Tamil Nadu.

Per noi haṭhayogin (हठयोगिन्) è un posto speciale: è lì che si incontrarono per la prima volta (2.500 fa o 5.000 fa, non si sa bene), Patañjali, Vyāghrapāda e Tirumular, i mitici Siddha del Tamil. i padri riconosciuti (almeno da me...) dello Yoga.

Chissà quante volte, anche se non vi occupate di Yoga o di filosofia indiana vi sarete imbattuti nella parola Chidambaram: "Il tempio di Chidambaram", "i siddha di Chidambaram", "lo Yoga di Chidambaram" ma probabilmente non vi siete soffermati un solo istante sul suono e sul significato originario della parola.

Chid, sta per "cit (चित्)", sostantivo femminile che viene tradotto normalmente con "coscienza", "anima", "intelligenza", ma per i tantrici è un sinonimo di "śakti (शक्ति)" o "devī (देवी).
Come nel mantra oṃ sat cit ānanda nāmarūpa, dove sat (सत्), "l'eternamente esistente", può essere identificato con śiva (शिव), cit (चित्), "la coscienza", con śakti (शक्ति) e ānanda (आनन्द), "la beatitudine", con il godimento supremo che nasce dall'unione dei due dei, dando vita ai nomi (nāma नाम) e alle forme (rūpa रूप).
Già. in sanscrito i nomi dei fenomeni vengono prima dei fenomeni stessi: è la Parola (il "vero suono della parola) che crea la forma....


Ambaram, invece sta per ambara (अम्बर) che originariamente indica i profumi o, più specificamente, l'odore acuto (afrore?) dello zafferano.
Poi, per slittamento semantico, assume il significato di "cielo", "spazio", "etere", "sfera celeste".

In teoria quindi potrei tradurre  Chidambaram sia con "Profumo della Dea" sia con "Spazio della Coscienza" o "spazio cosciente", nomi che si addicono entrambi alla foresta di Tillai (come un tempo si chiamava Chidambaram), il luogo in cui śiva si manifestò (2.500 o 5.000 anni fa) per insegnare la Danza della Creazione ai siddha del Tamil.





Spazio si dice anche ākāśa (आकाश) in sanscrito, e ākāśa, come quasi tutte le parole sanscrite, è un termine "multi-semantico", ovvero cambia significato a seconda delle parole con cui è legato nella frase, dell'argomento del libro o capitolo in cui è inserito ecc. ecc.

Oltre che "spazio" ākāśa può significare anche "Etere" (uno dei cinque elementi), "atmosfera",  brahma (ब्रह्म) nel senso di "Assoluto", "vuoto" e "vacuità".

La stessa parola, identica, può indicare lo Spazio, il Vuoto e Dio...

Definire Dio mi risulta difficile assai, a meno di non prendere la via dei teologi cristiani e delle loro perifrasi ad effetto che dicono tutto e il contrario di tutto:

"Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque ela circonferenza in nessun luogo" - si legge nel "Libro dei Ventiquattro Filosofi" - "Dio è una Monade che genera una Monade e in sé riflette un solo fuoco d'amore", "Dio è Mente che genera la Parola e permane nell'Unione"...

"Dio è Mente che genera la Parola e permane nell'Unione" non è mica male, sembra quasi la spiegazione dell'oscuro potere delle parole, dell'emergere inaspettato, del vero significato di un suono, ma di certo non chiarisce la natura di Dio. 

Chissà cosa volevano direi ventiquattro filosofi...secondo me neppure loro conoscevano il reale significato di ciò che stavano scrivendo...

Meglio gli indiani, che, alla fin fine, forse con un pizzico di ironia, Dio lo chiamano tat (तत्) che vuol dire "Quello". Mi immagino le disquisizioni teologiche al tempo di Patañjali e Vyāghrapāda: "Cosa è Dio?" - diceva uno -"Quello, quella roba lì, insomma" - rispondeva l'altro...



Tra "Spazio" e "Vuoto" invece non sono mai riuscito a capire la differenza.

Se qualcuno mi dice "fammi spazio" vuol dire che devo spostarmi e allontanarmi da lui in modo da mettere una porzione di vuoto tra di noi. Ma poi il vuoto non è che sia proprio vuoto: c'è l'aria e la terra e un sacco di altra roba.

Sembra quella vecchia pubblicità dei cioccolatini dove una cappelluta e ammiccante nobildonna faceva sdilinquire Ambrogio, il maggiordomo mostrandosi affamata -"Ma la mia non è proprio fame...": lo spazio è vuoto ma non è proprio vuoto.

Il vuoto  si può conoscere solo al negativo, per la sua possibilità di essere riempito, e lo spazio può essere conosciuto solo grazie a ciò che lo delimita, la forma (rūpa रूप).

La forma, frutto dell'evoluzione/proiezione di un archetipo, è ciò che "qualifica" lo spazio.

Cerco di spiegare cosa significa, per me, "evoluzione/proiezione di un archetipo":

Un'automobile è una evoluzione/proiezione del carro  nel senso che se non ci fosse stata l'idea del carro, l'auto non potrebbe esistere. Il carro a sua volta è una evoluzione/proiezione della ruota e la ruota lo è del piede. 
Il piede è in questo caso l'archetipo.

Lo so che sembra roba idiota, ma credo che non lo sia.
Per comprendere lo yoga bisogna imparare a pensare come i siddha, bisogna, cioè, cogliere quei legami tra microcosmo e macrocosmo e tra i singoli principi della manifestazione che sono la base teorica dello yoga.

Da ognuno dei cinque elementi della fisica indiana, ad esempio, [spazio, vento, fuoco, acqua, terra] prendono vita una percezione, una delle cinque azioni fondamentali, un organo di senso, un organo di azione ecc. ecc.

Per rimanere all'esempio del piede-ruota, carro-macchina, il principio fondamentale è Fuoco/luce, dal Fuoco/luce "procedono", la vista, l'azione del muoversi, l'occhio e il piede, collegati, nel corpo umano al cakra dell'ombelico (detto नाभि nābhi, "ombelico" o मणिपूर maṇipūra, letteralmente "inondazione di gemme preziose") ed al "suono seme" रं raṃ. 


La forma, frutto dell'evoluzione/proiezione di un archetipo, è ciò che "qualifica" lo spazio.

Lo spazio delimitato da un pavimento, un soffitto e quattro mura io lo definisco stanza.
In termini assoluti non sarà diverso dallo spazio delimitato da un teiera, ma la forma della stanza e della teiera ne qualificano il contenuto e ne mostrano la funzione.




Se prendo una bustina di tè, la metto sul pavimento di una stanza e ci verso sopra dell'acqua bollente potrò anche dire che ho preparato il tè, ma questo si spargerà sulle mattonelle e leccare il pavimento fa brutto.

Se ci si pensa non cambiano né la natura del tè né la natura dell'acqua né la natura dello spazio.
Cambia solo la forma.

La stanza e la teiera, forme che qualificano lo spazio delimitandolo in maniera diversa, per svolgere la loro diversa funzione, devono avere delle aperture.
A cosa servirebbero una teiera senza beccuccio e con il coperchio incollata ed una stanza senza porte?

La forma non basta. Se lo spazio interno alla teiera e lo spazio interno alla stanza non avessero possibilità di comunicare sarebbero inutili: non potrebbero svolgere la loro funzione e perderebbero quindi il carattere di necessità.



Il corpo umano concettualmente, non differisce punto da una teiera o da una stanza: è un involucro con delle aperture che permettono la comunicazione tra spazio interno e spazio esterno: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca, i genitali e l'ano. Questo  significano i passi delle scritture in cui si parla delle "nove bocche" del corpo energetico e del corpo grossolano.


Le nove aperture hanno il compito di mettere in comunicazione spazio interno e spazio esterno per permettere la conoscenza, ovvero la discriminazione tra Io  (N.B.con "Io" si intende tutta la roba compresa nello spazio interno) e Questo (tutta la roba compresa nello spazio esterno).

Così come la teiera è costruita in modo da poter ospitare il tè e renderlo fruibile dallo sperimentatore, così il corpo sarà costruito in modo da ospitare l'Io e renderlo oggetto di conoscenza

E come il tè rimarrebbe tè, in termini assoluti, anche se sparso sul pavimento, così l'io dovrebbe rimanere tale anche se non ospitato dal corpo grossolano, solo che, come il tè versato per terra, sarebbe difficilmente "fruibile" (e probabilmente avrebbe pure un cattivo sapore...).

L'analogia teiera/corpo umano, molto usata in Cina e Giappone (in India si preferisce parlare di "vaso") funziona fino a un certo punto.
La teiera è la forma che permette la fruizione del tè da parte dello "sperimentatore" (uno sperimentatore munito di una tazza, si spera).

Il corpo/teiera è la forma che permette di fruire dell' Io/tè.

Ma il "fruitore" chi è?

Lo spazio se lo limitiamo in una teiera, una stanza o un corpo umano, appare "qualificato" in maniera diversa.
Ma questo termine "qualificato" può essere ingannevole.
In qualche modo quando lo spazio si trova all'interno di una teiera "decide" di ospitare il tè, quando si trova all'interno di una stanza "decide" di ospitare la "vita quotidiana".

All'interno del corpo è lui a "decidere" di ospitare l'Io!

C'è uno spazio interno che in questo caso nello yoga viene detto  citta ākāśa (चित्त आकाश, "spazio della memoria") e c'è uno spazio esterno (l'ambiente che "Io" può conoscere) detto mahākāśa (महाकाश, "grande spazio"). 

Ci sarà poi un'altro spazio che comprende sia "Io" che l'ambiente, e che "decide" di ospitare gli altri due.

Questo spazio è chiamato in sanscrito citākāśa (चिताकाश, "spazio senziente"), ad indicare il luogo in cui Dio si manifesta appunto, come " infinito spazio senziente".

Chidambaram è un sinonimo di citākāśa, un luogo fisico che è al tempo stesso un "infinito Spazio cosciente" e il "profumo della Dea".

Conoscendo  un po' la storia dei siddha mi viene quasi da pensare che in una sola parola, questa parola, si nascondano più insegnamenti che in mille libri....

Un sorriso, 
P.

domenica 28 aprile 2019

LA GINNASTICA YOGA, L'AVIDYĀ E L'IGNORANZA ORDINARIA



Il fuocherello delle  polemiche che si è acceso dopo la decisione dello CSEN di organizzare delle gare di "Ginnastica Yoga" mi sta divertendo assai.
Mi è venuta in mente una frase del mio "alter-ego" Ryu no Kokyu: 

-"Nella pratica Yoga l primo ostacolo da affrontare non è l'Avidyā, ma l'ignoranza ordinaria"-

L'avidyā è l'ignoranza metafisica, lo "scambiare la corda per il serpente" (mi raccomando, अविद्या avidyā, con l'accento diacritico sulla seconda "a", se no vuol dire "stupido") e spesso moltissimi yogin più o meno eruditi (me per primo) si lanciano in lunghe discussioni sulle modalità di bruciare i saṃskāra (in sanscrito "sacramento" o "purificazione", ma nel gergo vedantico "semi dell'ignoranza") o risolvere i kañcuka, i "Veli della Dea", senza rendersi conto che in molti casi sia gli astanti  sia, a volte, loro stessi (noi stessi...), sono carenti le basi elementari, l'ABC, e il buon senso comune.

Proviamo a  ragionare come bambini di otto anni.... 
Prima domanda:   

"Se io fondo una Associazione SPORTIVA Dilettantistica per usufruire delle agevolazioni fiscali del CONI, perché mi stranisco se il CONI mi chiede di partecipare a gare SPORTIVE amatoriali?"

La risposta più comune è questa:

-"Perché lo Yoga è una disciplina finalizzata alla Realizzazione del Sé e nell'ambito dello Yoga non è concepibile la Competizione"-

E io, a sentirlo dire da miei amici insegnanti , non posso far altro che sorridere, per una serie di motivi.

1) Ma scusate, volete dirmi che nei corsi di Iyengar Yoga, Ashtanga Yoga, Power Yoga, Haṭhayoga, Yoga Posturale, Yin Yoga ecc. ecc. si insegna a "Realizzare il Sé"?

A me sembra che si facciano tanti Saluti al Sole (esercizio divulgato da Krishnamacharya derivante dalla ginnastica dei guerrieri indiani), tanti esercizi di  scioglimento articolare, tanti esercizi di ginnastica posturale. 

Poi c'è qualche mantra, esercizi di respirazione e concentrazione e l'immancabile Nidrā Yoga, moderna tecnica di rilassamento psicosomatico creata da Satyananda e ispirata al training autogeno di Schultz.

Pensate davvero che una serie di esercizi di ginnastica conditi da qualche mantra e un po' di Training autogeno conducano alla Realizzazione del Sé?
Maddai!

Nelle nostre scuole e palestre si insegna Ginnastica Indiana.
Non è una supposizione, ma un dato di fatto.

Che poi ci siano (tanti per fortuna) insegnanti di grande caratura che possono indirizzare gli allievi verso un percorso spirituale è un altro discorso, ma anche qui, pensate forse che tra gli istruttori di Ginnastica Ritmica, Lotta Greco-romana o Karate non ci siano personaggi che hanno fatto una ricerca sul Sé?

2) Ma siete sicuri che nello Yoga non ci sia una sana competizione?
Lo sapete che nello Advaita vedānta e nel Buddhismo Mahāyāna si fanno le "Gare filosofiche"?
Monaci e ācārya  si sfidano in "onorevoli duelli filosofici" senza esclusione di colpi, duelli definiti talvolta Tarka ("ragionamento, confutazione"), e chi vince viene, ovviamente, premiato.

Lo sapete che nello Yoga tibetano, quello "vero", quello dei Togdenma, gli "aspiranti", per poter accedere agli insegnamenti del Maestro, devono "vincere delle gare"?

Guardate questo video, e poi, se volete, ne parliamo....



La Ginnastica Yoga (di cui il Maipayattu dei Guerrieri del Sud è un esempio) fa parte della tradizione indiana.
I suoi fini dichiarati sono la salute del corpo, la longevità e la bellezza.

Il protettore dei ginnasti (e dei lottatori) indiani è Hanuman, il dio scimmia.
I ginnasti e i marzialisti  indiani sono di solito esperti di Ayurveda e, se gli chiedi su cosa si basa la loro disciplina, rispondono:

 -"mantra, tantra e yantra"-  

Prima di praticare nella shala (śālā, che si può tradurre con "palestra", non certo con "sala segreta del tempio") recitano i mantra di Hanuman:


ॐ श्री हनुमते नमः 
(oṃ śrī hanumate namaḥ)


ॐ आञ्जनेयाय विद्महे वायुपुत्राय धीमहि। तन्नो हनुमत् प्रचोदयात्॥ 
(oṃ āñjaneyāya vidmahe / 
vāyu putrāya dhīmahi / 
tanno hanumat pracodayāt//).

Alla fine fanno rilassamento nella posizione del "cadavere" (शवसान śavasāna) e meditano.


Se un profano assistesse ad una lezione di सूक्ष्म व्यायाम sūkṣma vyāyāma (come gli indiani definiscono la Ginnastica Yoga) secondo voi non la definirebbe YOGA? 

La verità, ineccepibile, è che la Ginnastica Yoga, gare ed esibizioni comprese, fa parte della Tradizione indiana.

Guardate queste foto di Shivananda e Yogananda: secondo voi stanno insegnando ginnastica o no?

Shivananda



Shivananda




Yogananda


Yogananda

Mi piacerebbe molto che su questi argomenti si aprisse un dialogo franco e aperto tra gli insegnanti di Yoga.
Troppo spesso ognuno di noi tende a difendere le proprie opinioni e i propri interessi creando delle piccole isole autoreferenziali.

Ricominciamo a discutere, scambiare e condividere.
Lo Yoga dovrebbe unire, non dividere.

Interroghiamoci sulle origini e le finalità di cosa insegniamo e pratichiamo.

Chiediamoci se certe posizioni le assumiamo per difendere la Tradizione o solo per  partito presi o, addirittura, per nascondere certi piccoli bluff e certe carenze della nostra preparazione fisica e teorica.

Soprattutto discutiamone insieme. 

Lancio il sasso io.

Affermo, fino a prova contraria, che la "Ginnastica Yoga", finalizzata alla salute, alla longevità, allo sviluppo della forza,dell'agilità e della bellezza fisica, è parte integrante della Tradizione indiana.

Spero che i molti che  non sono d'accordo espongano le proprie ragioni, in maniera diretta, in modo da aprire un dibattito franco e aperto alla fine del quale,ovviamente, l'unico vincitore sarà comunque lo Yoga, la disciplina che tutti noi pratichiamo per passione e spirito di servizio.

Un sorriso, 
P.

venerdì 19 aprile 2019

SHANKARA, ARISTOFANE, ESIODO: LA NASCITA DELLA COSCIENZA NELLO YOGA E NELLA FILOSOFIA GRECA




Nel "Simposio", Socrate citando Aristofane, parla dell'Amore e di Efesto ( Il fabbro divino) che propone di "saldare l'amato con l'amante".
E parla degli amanti che altro non desiderano che di essere uniti per l'eternità.

Simposio 189 c-193:

"[...] da un tempo così remoto, dunque è connaturato negli uomini l'amore degli uni per gli altri;
esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare, di due, uno, e di guarire la natura umana.
ciascuno di noi quindi è un complemento di uomo, in quanto è stato tagliato, come avviene ai rombi, da uno in due; ciascuno dunque cerca sempre il suo complemento [...]"

L'uomo, secondo Aristofane, in origine era uno e poi, chissà perché, è stato diviso in due.
Questa unità originaria per lo yoga è lo stato naturale (सहज sahaja) e la maniera per ritrovare lo stato naturale è समरस samarasa che vuol dire " medesimo sapore", e indica l'orgasmo, contemporaneo e ininterrotto, dei due amanti divini, शिव śiva e शक्ति śakti.

Amore, sia per i Greci sia per gli Indiani è la volontà di ricondurre l'essere umano a quella unità originaria.



Eros, l'androgino (assimilabile al Phanes degli orfici) è, per l'Aristofane del Simposio, la causa di questa tendenza all'unità o tensione realizzativa.

I veda descrivono un mito (o concetto o teoria) analogo:

(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad  I,III)1. In origine questo universo era soltanto il Sé (विराज् virāj) della forma umana. Egli osservò e comprese di essere soltanto sé stesso, dunque affermò "Io sono". Quindi il suo nome fu अहम् aham (io). Perciò da allora quando a qualcuno si chiede chi egli sia risponde "io sono", poi aggiunge il proprio nome. Siccome Egli era prima (पूर्व pūrva) di tutto questo universo e prima di chiunque aspiri alla perfezione, Egli bruciò col fuoco (उष् uṣ) ogni male per cui  è chiamato पुरुष puruṣa. Colui che conosce questo brucia chiunque desideri levargli il primato.

2. Egli ebbe paura. Perciò tuttora chiunque sia solo ha paura. Egli pensò: "Se non esiste nessuno oltre me, di che cosa ho paura?". Allora passò la paura, poiché cosa avrebbe dovuto temere? Solo da una seconda entità può provenire il timore.


3. Egli non era felice. Perciò tuttora gli uomini non sono felici quando sono soli. Desiderava una compagna. allora divenne grande come un uomo e una donna abbracciati e divise poi il suo corpo in due parti. Da questo nacquero il marito e la moglie. Perciò diceva याज्ञवल्क्य Yājñavalkya che questo corpo è la metà dell'intero, come la metà di un frutto solo. E lo spazio mancante fu riempito con la moglie, con cui Egli si unì, e da cui nacquero gli uomini [...]".

Sembra quasi che Aristofane abbia letto Upaniṣad. La बृहदारण्यक उपनिषद् Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (titolo che più o meno significa "insegnamenti del grande bosco" o forse "il grande insegnamento del bosco") è una delle upanishad più antiche, si dice che sia dell VIII- IX secolo a.C. ma pare sia molto, molto più "vecchia" di quanto ci immaginiamo. Eccone un altro brano tratto dal secondo capitolo del primo Libro:


2. L'acqua era splendore. La schiuma delle acque si consolidò e diventò la terra. 
E quando anche la terra fu creata, lui si sentì stanco. Mentre conosceva la stanchezza e il turbamento, la sua essenza e la sua gloria emersero all'esterno. 
E questo fu il Fuoco.

3. Poi si scisse in tre parti, una il fuoco, una il sole, una il vento; questo è il triplice spirito vitale (प्रण praṇa). 
L'Oriente fu il suo capo, i venti che provengono da quella zona furono le zampe anteriori; l'occidente fu la sua coda; i venti che soffiano da occidente furono le zampe posteriori; il settentrione e il mezzogiorno furono i suoi fianchi, il cielo fu la schiena, l'atmosfera il suo ventre, la terra il suo petto. 
In tal forma Egli sostenne le acque e chi questo conosce trova, ovunque vada, il suo sostegno.

La schiuma che diventa la terra....
La terra (mondo manifesto?) è la DEA.
La schiuma diventa la terra, ma se è schiuma del mare (direbbe Shankara) si può dire che è cosa diversa dal mare?
E la terra? 
Se è schiuma, come potrebbe essere diversa dal "mare"?
"Egli si sentì stanco" dice la Br. Up. e la sua gloria e la sua ESSENZA, emersero all'esterno: e questo fu il FUOCO.
Un Fuoco che si scinde parti: fuoco, sole e vento.


Una "TRIPLICE VIA DEL FUOCO".
Ma veniamo alla Schiuma che diventa Terra, non vi ricorda Venere?
Esiodo, un autore piuttosto splatter, fa nascere l'universo da un evirazione.

Un "titano" (आसुर āsura per gli indiani) chiamato Cronos [Κρόνος - Kronos = Tempo, ma Cronos significato anche alto, elevato] taglia i genitali del padre Urano [Οὐρανός-Ouranós che significa "Cielo Stellante"] e li getta in mare.

I dettagli sono raccapriccianti: Cronos armato con una falce dentata si nasconde nella vagina (locheòs) della madre Gaia [Γαῖα che significa terra]. Appena Urano, che pare fosse un amante insaziabile, si getta sul corpo di Gaia "il Tempo nascosto nella Vagina" lo castra.


Il pene e i testicoli vengono gettati in mare, dalle parti di Cipro creando un onda. Oddio...dato che Urano era il padre dei Ciclopi e dei Titani suppongo che i suoi genitali avessero dimensioni ragguardevoli e forse più che di onda si potrebbe parlare di un vero e proprio tsunami. Comunque sia l'onda produce una schiuma opaca e dalla schiuma nasce Afrodite, simbolo della bellezza della natura, del mondo, del vivere. 

Il corpo, meraviglioso, della Dea dell'Amore è la forma della manifestazione.

Anche in India c'è una dea che emerge dalle acque (l'Oceano di latte in quel caso), लक्ष्मी lakṣmī:





I cinesi la chiamano Quan Yin, e la fanno uscire, a mo' di perla, da una conchiglia, esattamente come fa il Botticelli con Venere:




Forse i veggenti indiani ed i saggi Chan avevano letto Esiodo, chissà...di certo in Grecia, in Cina e in India si usano, in questo caso, le stesse immagini e le stesse parole. 


Scrive Sri Sankaracharya nell' ऊपदेशसाहस्रि Upadeśasāhasri [I,I, 19 - ed. asram vidyà]:



19. "Allorché furono manifestati da questo Sé, tali nomi e forme, pur essendo in principio non manifestati, divennero il nome e la forma dell'Etere assumendone così la natura.
In tal modo sorse dal Supremo Sé l'elemento [...] chiamato Etere come la schiuma opaca [trae origine] dall'acqua.
Ora, la schiuma non è assolutamente identica all'acqua, ma neanche è affatto distinta da essa, giacché non può essere riscontrata separatamente dall'acqua stessa.
Tuttavia l'acqua è di per sé limpida ed è altra cosa dalla schiuma la quale ha natura di opacità.
Nello stesso modo il supremo Sé - il quale è puro e nitido - è affatto diverso da nome e forma che corrispondono, per così dire, alla schiuma. Questi nomi e queste forme, dunque, i quali sono equivalenti alla schiuma [...] pur essendo in origine non-manifesti, assumono, allorché divengono manifestati, la denominazione e la natura dell'etere".

नामरूप nāmarūpa, nome e forma,  stanno al Sé come la schiuma opaca sta all'acqua del mare.

La manifestazione, "nasce" dal Sé così come Venere nasce dalla schiuma del mare:
L'inizio della manifestazione, per tornare al mito di Afrodite (cfr. "Teogonia" di Esiodo) coincide con la evirazione di Urano.
I suoi genitali cadono nel profondo dell'Oceano di prima dell'inizio, sono "sommersi", a simboleggiare, forse, le infinite possibilità creative.

La potenza creativa, prima di esprimersi, è sempre nascosta, come l'ovulo nel ventre materno, o il seme nel grembo della Terra.
Per Sri Sankaracharya la prima cosa che emerge dalla "potenza sommersa" è la schiuma opaca (Etere), che è diversa dall'acqua (il Sé), ma contemporaneamente non ne è distinta perché non può avere esistenza propria.

L'Etere è il "padre"degli elementi (aria,fuoco,acqua e terra), delle percezioni (udito,tatto, vista, gusto, odorato) delle azioni (parlare, afferrare, andare, generare, evacuare) ecc.
Senza la schiuma/Etere non ci sarebbe possibilità di manifestazione.
Non ci sarebbe nessuna possibilità di "discriminare " tra "Io" (aham) e l'altro da me (इदं idaṃ). Quindi non ci sarebbe conoscenza perchè "la conoscenza è manifestazione"Prima dei nomi e delle forme, non c'è determinazione, non c'è discriminazione, non c'è possibilità di percezione (l'udito viene a determinarsi "a causa" della determinazione dell'Etere).
Prima dei nomi c'è solo silenzio. 

Alcuni lo chiamano ॐ.




lunedì 15 aprile 2019

LO YOGA, L'AUTO-STIMA E IL MITO DEL 10%



Il potere delle parole mi ha sempre affascinato, ne basta una, pronunciata in un certo modo,in un determinato momento per cambiare la vita di una persona, di una famiglia o di una nazione.
Pura magia.
A volte per determinare il corso della storia basta la sua assenza.
Ricordo ad esempio uno studio, di Noam Chomsky sulla lingua cinese all'epoca dei mandarini.
Pare che contadini e allevatori, tartassati dai nobili e umiliati dalle loro angherie,  se la passassero assai male in quei tempi, ma, stranamente, nelle cronache non c'è traccia di disordini e tentativi di rivolte.
La spiegazione, secondo Chomsky, era da ricercarsi nell'assenza di una parola che significasse "ribellarsi contro l'ordine costituito". I contadini stavano male, sapevano che la colpa era dei loro governanti, ma non avevano gli strumenti linguistici per esprimere il loro dissenso e,quindi,per trasformarlo in azione.
I napoletani ai tempi di Masaniello potevano dire -"Stiamo male! La colpa è dei Borboni! Ribelliamoci!"- e scendevano in piazza.
-"Stiamo male"-dicevano i francesi ai tempi di Marat -"La colpa è del Re! Ribelliamoci"-e facevano la Rivoluzione.
I cinesi  no.
Dicevano -"Stiamo male! La colpa è dei mandarini!"- e la cosa finiva lì.

Pure la parola Rivoluzione è interessante. I francesi fanno la Rivoluzione per liberarsi dal Re  e creare la Repubblica e dopo pochi anni si ritrovano con un imperatore più dispotico dei monarchi precedenti.
Sorprendente per chi studia la Storia, normale per chi crede alla magia delle parole.

Vediamo che dice la Treccani:
rivoluzióne s. f. [dal lat. tardo revolutio -onis «rivolgimento, ritorno», der. di revolvĕre: v. rivolgere]. – 1. Nell’uso scient., per un corpo in movimento intorno a un altro corpo, lo stesso che giro completo, e anche il relativo moto, più propriam. detto moto di r.; in senso meno proprio è usato come sinon. di rotazione (di un corpo intorno a un asse). In partic.: a.In geometria, superficie o solido di r., lo stesso che superficie o solido di rotazione. b. In astronomia, moto di r. (o, talvolta, semplicem. rivoluzione), il moto di un corpo celeste (pianeta, satellite, compagno di una stella doppia) intorno al suo centro di gravitazione (Sole, pianeta centrale, astro principale).

Già...Rivoluzione è l'atto di "ruotare intorno ad un asse fino a tornare al punto di partenza".
Per secoli si è usata (e si usa tutt'ora) la parola Rivoluzione  nel senso di "cambiamento improvviso", "rovesciamento dei valori", "trasformazione radicale" , ma ciò che significa veramente è "muoversi per tornare al punto di partenza.
Pensate alla rivoluzione sessuale, all'amore libero e ai reggiseni bruciati nei favolosi anni '60.
Oggi sui network ti censurano anche i quadri di Giorgione e Caravaggio, e se posti l'immagine della tua fidanzata al mare, in topless ti sospendono l'account Facebook!

Sembra quasi che le parole abbiano un potere che esula dall'uso che se ne fa: hai voglia a cambiarne il significato! Prima o poi la magia nascosta nel suono originario si farà viva, con furia distruttrice a volte, con arguzia e ironia altre.

Chissà che accadrà con "Empatia" ad esempio.
Al giorno d'oggi si usa spesso come sinonimo di "Compassione". Chi è "empatico", oggi è uno che sente le emozioni degli altri, si infila nei loro panni e li comprende.
Chi non è "empatico" è un insensibile, ai limiti della crudeltà.
Insegnare Yoga o fare il terapeuta per un "non empatico" è praticamente impossibile.
Ma quale sarà il vero significato della parola?
Surprise!
In origine con Empatia si indica  una tecnica teatrale, basata sulla capacità dell'attore di far insorgere stati emotivi apparentemente immotivati negli spettatori, grazie a particolari atteggiamenti e toni della voce.
Insomma, si tratta di una tecnica di manipolazione. 

Non so se notate la sottile differenza: un tempo  era definito empatico chi, per un proprio fine, creava intenzionalmente pianti, risa o rabbia negli altri.

Oggi l'empatico è chi patisce per le pene altrui e per le gioie altrui si rallegra.

L'antica arte dell'empatéia (εμπαθεία) insegnava al cantore greco, a far risuonare assieme a quelle della lira, le corde emotive dello spettatore.
Perché, se ascolto la storia di Achille che piange sul cadavere di Patroclo mi commuovo (a volte)?
Di Achille, a dire il vero non m'importa un bel fico secco, non l'ho mai conosciuto, non sono mai stato innamorato di un guerriero acheo, né sono mai stato a Troia a fare a sassate e spadate per vendicare l'onore di un marito tradito.
Le lacrime non sono prodotte dal ricordo di una mia esperienza, ma da una serie artifizi tecnici studiati a tavolino.



In teatro il pubblico sa che l'attore mente, nella vita sociale no.

Che accadrebbe se, come accaduto con "Rivoluzione", il potere nascosto nella parola Empatia decidesse di venire alla luce?

Sarebbe terribile! Le migliaia, forse milioni di empatici maestri, terapeuti, "facilitatori" e istruttori che affollano il variegato mondo delle discipline olistiche, guardandosi alle specchio,riconoscerebbero in se stessi dei cinici manipolatori.

Una catastrofe! la loro auto-stima avrebbe un down peggio della Borsa dopo l'Affaire Lehman Brothers.

Ah! Ecco. 
Auto-stima è un'altra parola assai usata nella nostra società.
Vediamo che significa.
"Auto" ovviamente significa "da sé", "da soli", direte voi.
Sbagliato. Cerchiamo sul vocabolario:

auto, s.m. - "Atto, "azione teatrale in atto”; in un primo tempo di argomento biblico o agiografico ( autos viejos ), gli autos vennero poi precisandosi (secolo XVI) nella forma dell’ auto sacramental, a carattere allegorico-religioso, che si rappresentava a mezzogiorno, in piazza, e al quale assistevano tutti, dal sovrano al popolo minuto".


Anche qui siamo nel campo teatrale. In origine "Auto" indicava una rappresentazioni teatrale messa in scena dalla Chiesa e dalle classi dominanti.
Visto che per un periodo gli "auto" interpretati da preti e monaci, si contrapponevano agli spettacoli fatti dai teatranti professionisti (considerati miscredenti), la parola finì per indicare, nel linguaggio popolare le azioni di chi,per così dire, "se la canta e se la suona".

Passiamo a "stima".
Si legge nel  vocabolario Treccani:

stima s. f. [der. di stimare]. – 1. a. Valutazione del valore economico e monetario di un bene immobile o mobile (o anche, in rari casi, di un servizio): fare o far fare la s. di un fondo rustico, di un terreno fabbricativo, di una casa, o di un quadro, di un gioiello (o di una consulenza professionale, di una prestazione tecnica); ormai ant. la locuz. avv. senza stima, in modo inestimabile, enormemente: per la morte del padre ... senza s. rimase ricchissimo (Boccaccio). Con sign. più generico, valutazione monetaria di qualsiasi fatto che costituisca un aspetto o una conseguenza di carattere economico

Quindi, letteralmente, "Auto-stima" starebbe ad indicare la valutazione economica di un bene materiale fatta dal suo stesso proprietario, insomma,l'atto di "cantarsela e suonarsela" anche in materia economica.

In altre parole se devo vendere una casa non la faccio "stimare" dai consulenti della banca o da un architetto. decido io il valore di vendita.

Ai nostri tempi il termine "Auto-stima" si usa esclusivamente nel senso di valutare se stessi.
E per valutare se stessi esiste una formula precisa:
 "Si definisce Auto.stima il rapporto matematico tra un "Io ideale" e un "Io percepito".

Più l'Io percepito si avvicina all'Io ideale (o lo supera) e più sono felice (Io ideale/Io percepito = 1 o < 1)
Più si allontana più sono infelice (Io/ideale/Io percepito >1).

Non so se notate l'incongruenza: si applica una precisa formula matematica a fenomeni soggettivi e straordinariamente mutevoli, impossibili da misurare e verificare.

Come posso misurare il mio Io inteso come personalità, carattere, capacità di relazionarsi con lì'esterno, sensibilità...mi do dei voti?

E ammettendo di poterlo fare, che senso ha confrontarlo con un "Io ideale"?
L'Io ideale è sempre frutto della fantasia.
Anche se prendo a modello un personaggio realmente esistente,o esistito (Alessandro Magno, Marilyn Monroe, Ronaldo, Steve Jobs...) non potrò mai sapere quali sono le sue reali speranze, sogni, dinamiche mentali, emozioni...Non potrò mai sapere chi è in realtà.

Certo, se vado, ad esempio sul piano dello sport agonistico il discorso è diverso.
Misuro le prestazioni.
Se il mio Io Ideale corre i cento metri piani in 10" netti e io in 11", mi allenerò per essere più veloce e più mi avvicino ai 10" netti più sono soddisfatto.

Ma nella vita quotidiana che senso ha?
Eppure il concetto di "auto-stima" è entrato così profondamente nel nostro immaginario che il migliorare il rapporto Io ideale/io percepito è diventato quasi un imperativo morale.
Ci si è inventati un nuovo mestiere, quello del "motivatore", colui che mette in pratica delle tecniche di manipolazione (Empatéia?)per migliorare l'auto-stima di manager, sportivi e persone comuni.

Si organizzano, con titoli e modalità diverse, centinaia di corsi "per aumentare la propria autostima" e si passa un sacco di tempo a costruire  dei modelli da imitare, dei modelli di comportamento, delle persone ideali cui assomigliare.

Il concetto di auto-stima è entrato così profondamente nella nostra testa da farci dimenticare che è una roba che non esisteva fino al secolo scorso.
Lo consideriamo una verità ontologica, ma è una teoria moderna, elaborata dallo psicologo americano Williams James, presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al 1895:



William James era persona assai influente, da una sua battuta nacque, negli anni '90 del XIX secolo, il mito del 10%, la balla cosmica per cui l'essere umano utilizzerebbe solo una minima percentuale delle proprie facoltà mentali.

Già, anche questa per la maggior parte delle persone è una verità ontologica: sul mito del 10% (o 20% secondo alcuni) si scrivono libri, si realizzano film e si creano nuove religioni e correnti filosofiche. 
Il successo di Scientology,ad esempio, dipende in gran parte, dalla convinzione che Dianetica, ideata da Ron Hubbard possa aumentare la percentuale di utilizzazione delle capacità cerebrali. Eppure si tratta di una balla, o di una battuta.
Quando era ricercatore dell'Università di Harvard William James ideò un "percorso formativo" (ovvero un sistema di addestramento) per il figlio di un suo collega, Boris Sidis, particolarmente portato per la matematica. Nel 1908, dopo aver verificato i progressi del bimbo prodigio affermò:

-"Stiamo facendo uso di solo una piccola parte delle nostre possibili risorse mentali e psicologiche"-

Le performance del ragazzino col tempo si assestarono su livelli di normalità (se non di mediocrità), ma la frase passò alla storia.

Nel 1936 un attore americano, Lowell Thomas, nello scrivere l'introduzione ad un manuale per venditori, "How to win friends and influence people" di Dale Carnegie, riprese la battuta di James e, per dargli autorevolezza scientifica, aggiunse l'affermazione sul 10% di cervello utilizzato.

Il libro divenne un Best Seller e la balla del 10% si trasformò in una "verità scientificamente dimostrata" per milioni di persone.

In realtà,lo ripeto, si tratta di una credenza, ma è stata ripetuta così spesso da personaggi autorevoli che è quasi impossibile sradicarla.

L'essere umano contemporaneo è sempre convinto di essere sottovalutato, di non essere apprezzato per ciò che veramente vale, di non utilizzare appieno le proprie capacità, per cui la balla del 10% arriva come il cacio sui maccheroni per ravvivare le speranze di successi strabilianti e far intravedere l'uscita dal tunnel della mediocrità che molti di noi credono di aver imboccato.

La sensazione di non vivere la vita, fantastica ovviamente, per la quale saremmo nati dipende in gran parte dal concetto di auto-stima, un'altra delle brillanti invenzioni di William James.

Praticamente, secondo la attuale, cattiva interpretazione delle teorie dei neuroscienziati di inizio '900, ciascuno di noi avrebbe la possibilità di giocare a calcio come Ronaldo, essere sexy come Marilyn Monroe, fare soldi come Steve Jobs e dipingere come Caravaggio.
E soprattutto sarebbe felice e soddisfatto per essersi infilato nei panni di Ronaldo, Marilyn, Steve Jobs o Caravaggio.
Ma chi l'ha detto che questi personaggi sono o sono stati felici e soddisfatti? che ne sappiamo dei moti profondi della loro anima?

Prima di James gli esseri umani, salvo eccezioni, pensavano a vivere e a far vivere la propria famiglia e la propria comunità, non a crearsi modelli di comportamento.

Leonardo da Vinci disegna bene sin da bambino. I genitori lo mandano a bottega perché sviluppi il suo talento e ne faccia una professione:

Non è che si sia messo a pensare a Giotto come ad un'io ideale ed abbia passato la vita a cercare di assomigliargli!

Ma veniamo al mondo dello Yoga.
Credo che occuparsi di Yoga (o di Zen, o di Taoismo) senza abbandonare i nostri pregiudizi culturali sia solo uno sterile esercizio della mente, un giochino per tenerci impegnati.

Affrontare la pratica  dello  Haṭhayoga o del Tai ji Quan, i testi di Shankara e Lao Tse o i discorsi di Shakyamuni con gli occhiali della psicologia moderna o della filosofia tedesca del XIX° secolo può essere divertente e gratificante, ma forse è inutile, o addirittura nocivo.

Come andare in montagna con le pinne e la muta da sub.

Non si possono, tradurre i termini sanscriti e cinesi riferiti, che so...,all'energia vitale con le parole di Freud o di Henry James, perché l'universo degli yogin e dei taoisti era "fisico".

Ahaṅkāra, ad esempio, il termine sanscrito che viene tradotto con "egotismo" o "individualità", per gli yogin è una realtà fisica, un organo, o parte di un organo, che ha la funzione di permettere la conoscenza della realtà: tutta la realtà racchiusa tra le vibrazioni A ed Ha, ovvero la prima e l'ultima sillaba dell'alfabeto sanscrito, rese visibili dal fuoco/luce (Ra) e ricondotte al cuore (Ka, primo petalo del cakra del cuore e prima consonante dell'alfabeto). 

L'universo dello Yoga e del Tao è vibrazione, le energie mentali, le emozioni, i sentimenti si muovono esattamente come le onde del mare, i raggi del sole o il vento d'estate.

Molti di noi si occupano di psicologia e credono di occuparsi di Yoga. 

Il che non è assolutamente un male, ci mancherebbe, i problemi nascono quando si confondono le due discipline.

Come se non bastasse di questi tempi si tende a chiamare "psicologia" un mucchio di roba pseudoscientifica, che sta Freud e Jung come la gassosa allo champagne.

Roba pericolosa, da affrontare con le scarpe rinforzate e i mutandoni della nonna...




Il concetto di individuo come persona umana è concetto moderno appartenente alla teologia, alla filosofia e alla giurisprudenza occidentali.

Nella nostra costituzione si parla chiaramente di sviluppo delle possibilità creative e produttive della persona umana.
L'uso dell'aggettivo qualitativo "umana" sta ad indicare la differenza che i legislatori riconoscevano tra Persona Umana e Persona Divina.

La Persona Umana è l'individuo, Paolo, Andrea, Roberta.

La Persona Divina è il Cristo.
Con il mutamento dell'organizzazione sociale, nel XVIII° secolo, la comunità è diventata "Società di Individui".

E' John Locke il primo a parlare compiutamente di Personal Identity e siamo nel 1694.






Prima di allora il concetto di individuo non esisteva.

Il Re non era un individuo, il Papa non era un individuo, e le famiglie erano organizzate in maniera diversa da oggi.

Possiamo intuirlo grazie alla sopravvivenza di alcune consuetudini:

io mi chiamo Paolo perché mio nonno si chiamava Paolo e suo nonno si chiamava Paolo.

Il sapere familiare si trasmetteva da nonno a nipote permettendo l'alternarsi di cicli di "conoscenza" rappresentati dalle generazioni.

Non c'era nessuna differenza tra i vari Paolo della famiglia.
Si trattava dello stesso "ente".

E' per questo, probabilmente, che nella bibbia i vari Matusalemme e Noè vivono per secoli e secoli.
Il nome rappresentava qualcosa di più dell'individuo, e durava ben oltre i 40-50 anni di vita media di allora.

Con il pensiero filosofico e teologico legato al passaggio dal regime feudale alla società borghese si è applicato al singolo elemento della comunità lo stesso principio che si applicava prima al Cristo o, nella Grecia presocratica, ad Orfeo.





Il Cristianesimo in occidente si basa sulla "Trinitarietà":

Gesù è Persona Umana.
Cristo è Persona Divina.
Dio è l'Assoluto.Allo stesso modo per gli orfici:

Orfeo era Persona Umana.
Dioniso era Persona Divina.
Zeus era l'Assoluto.

Per individuo o persona umana si intende oggi un essere razionale dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità.
Una definizione non soddisfacente.
E se uno sviene e perde conoscenza (ovvero non è più cosciente) non è più una persona?
E se uno è scemo e non agisce razionalmente non è una persona?

Si è arrivati a definire l'individuo tramite un qualcosa di spirituale che lo anima e caratterizza al di là della dimostrazione di razionalità e coscienza di Sé.
Nella Filosofia Orientale non c'è niente del genere, o meglio c'è, ma è collegato ad una "alterazione percettiva" dovuta all'ignoranza. 

Per questo che non riusciamo a capire come mai per Patañjali (yoga sutra) अस्मिता asmitā (egotismo, individualità, egoismo) sia contemporaneamente indicata come causa di sofferenza (क्लेश kleśa) e come il più alto stato coscienziale raggiungibile con la pratica yogica, il samadhi sasmitā.

L'individualità, l'ego, nello yoga non esistono.

Le catene di insegnamento, i "lignaggi" sono la negazione dell'individualità:

L'identità individuale, per lo yoga, il taoismo o lo zen, è solo un costume di scena, una maschera di cartapesta che cela il volto della Persona.
Se non prendiamo coscienza della differenza tra ciò che "è" e ciò che è causato, in noi, dalle sovrapposizioni culturali difficilmente potremmo comprendere la portata degli insegnamenti di Shankara, Buddha o Lao Tse.

Ciò che ci sembra connaturato alla nostra stessa esistenza, come il concetto di identità individuale inalienabile, è spesso frutto di teorie psicologiche e di discussioni tra intellettuali.

Discussioni fatte tra menti acutissime, per carità, e teorie che hanno prodotto cambiamenti radicali nella società moderna, ma non si deve credere che questi concetti esposti da menti così raffinate, siano parte della nostra natura.

Il concetto di identità individuale, che ha condotto a notevoli progressi dal punto di vista sociale, ha finito per alimentare l'egotismo e la ricerca di piaceri e beni materiali.

La piccola volpe che si fa rincorrere e sbranare dai segugi per salvare la vita ai propri cuccioli non ha il senso dell'identità.
Segue la legge naturale.

Quanti sarebbero pronti a sacrificare la propria vita , oggi, per la propria famiglia o i propri figli? 
Chi lo fa viene chiamato o eroe o pazzo.
Un tempo era cosa naturale.

Il cercare di armonizzare una filosofia non duale come lo Yoga con il concetto di identità individuale è impresa improba.

Cerchiamo la realizzazione dell'ego e parliamo di realizzazione dell'Assoluto, finendo per confondere la soddisfazione dei nostri desideri, il nostro "sentirsi bene o a nostro agio", l'accrescersi della nostra "auto-stima" con il progresso (?) spirituale.

L'uso frequente della parola umiltà che si fa nelle sale conferenze, nei forum filosofici, nelle classi di yoga ne è la riprova.
Affermare -"Io sono umile"- o -"Tu devi essere più umile"- di vista dello yoga è una contraddizione in termini.

L'umiltà è una colorazione dell'ego.
Se Kashyapa si inginocchia di fronte alle parole di Buddha non lo fa per umiltà, lo fa perché si tratta di un naturale riconoscimento.

Sensei Akira Matsui, un attore di teatro Noh, diceva spesso che sapersi inginocchiare in seiza posando per tre volte la fronte a terra è cosa assai difficile per i praticanti non esperti.

Chissà...forse se imparassimo a inginocchiarci per benela nostra Autostima ne beneficerebbe...

Un sorriso, P.



mercoledì 10 aprile 2019

LO YOGA TRA ARTE E GINNASTICA




Trovo assai strane le polemiche che stanno montando attorno all'idea di organizzare delle gare di "Ginnastica Yoga", tra l'altro si tratta di polemiche che riguardano solo il movimento yogico italiano:in India si fanno da sempre (Sai Baba di Shirdi si è guadagnato da vivere facendo esibizioni e gare di Yoga per anni), in Argentina c'è una efficientissima "Federazione di Yoga Deportivo" e in Francia si svolgono regolari campionati di "Yoga Artistique" e "Yoga Artistique Rytmique" senza che nessuno gridi allo scandalo.

Alcuni miei colleghi italiani  parlano addirittura di "tradimento" o  di "mancanza di etica" (?).
Mi chiedo  il perché.
Forse dipende da una banalizzazione dell'insegnamento neoplatonico, con il concetto plotiniano di corpo inteso come grezza e sporca materialità opposto allo spirito puro e incontaminato.
Ma basterebbe far notare che lo Yoga per sua natura,è non duale e la scissione tra corpo e spirito o corpo e anima è una concezione dualista che non può far parte del sapere vedico e tantrico.
Per chi lavora per l'integrazione di Corpo, Parola e Mente attribuire alla mente più rilevanza del corpo fisico (tempio di Dio) secondo me è assurdo, ma temo che ci si sia dimenticati di una cosa fondamentale: lo Yoga è un Arte. 



Eh si! Lo Yoga è un'Arte. 
Come la Poesia, la Scultura, la Musica. 
il compito dell'Arte non è forse quello di elevare spiritualmente l'Essere Umano?
E avete mai sentito dei musicisti, degli scultori o dei poeti lamentarsi perché si organizzano concorsi e gare di Poesia, Scultura e Musica? Non credo.
Lo Yoga è Danza ed è sempre rappresentazione, della Vita (la Dea) e dell'Essere.


La Danza si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia. 
Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni Asana, ogni sequenza hanno un inizio, una fine e una storia da narrare. 
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano. 
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e da cui i gesti insorgono. 
Un asana che non suscita emozioni non è Yoga, perché è solo dalle emozione che può nascere तपस् Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione.
Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono  vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. 

Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo. 
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia. 
La melodia risuona nel cuore. 
Quando si assume un asana si stabiliscono un inizio e una fine, ché l'asana è un rito. 
Come il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale.


Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo di un asana, sono il ritmo, la successione di eventi (क्रम krama) che scandisce il rito e lo racconta. 
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi ma alla fine, il rito dello yoga porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (र Ra) e dello Stupore (ल La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo Yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista.
Senza Alchimia non c'è Arte. 
Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, l'acqua che arde l'Ego e lo dissolve. 
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. 
Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione.
L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Cogliere l'attimo? 
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro. 
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni.
Ne vale la pena?
Se si pratica yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore.
Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni.
Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille.
 Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come काम kāma, l'Antico dei Tempi.
La Città della Luce è la sua Radianza, कमा kamā, in sanscrito. 




-"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio"- 
Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La Città della Luce, l'Isola delle Gemme, la Città di Dio degli Yogin, sono proprio loro, le stelle.


Ovvio diranno alcuni, ma per me è una scoperta recente e casuale.
Nello Yoga molte posizioni hanno nomi di uccelli, Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba...
Le affinità degli asana con la forma, le qualità o la valenza simbolica degli animali, in certi casi evidenti, in altri assai meno, sono da sempre oggetto di studi e ricerche e se ne è scritto di tutto e di più, ma nessuno, a quanto so, ha mai collegato asana e animali alla volta celeste.
Qualche mese fa  ho cercato su Google "Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba" (avevo bisogno di mmagini per un video didattico di Hatha Yoga) ed è venuta fuori la Via Lattea.
Mi si è aperto un mondo: le sequenze e i miti sembrano rappresentare particolari asterismi e ogni asana corrisponde ad una costellazione o, a volte, come nel caso della Rana, ad una stella con particolari caratteristiche.
In alcuni casi, come per la postura della Colomba, kapotāsana, ogni giuntura corrisponde perfettamente ad una stella.
Troppo per essere una coincidenza.
-"L'intero universo è racchiuso nel cuore dell'Uomo"- dicono i Veda, e se lo dicessero non in senso figurato?




Tempo-Ritmo-Melodia... 
Iniziamo a "danzare" un asana: si ascolta il respiro, si sciolgono le articolazioni, ad una ad una, e si distendono i muscoli. 
L'ascolto interiore rallenta il pensiero ordinario, e piano piano si entra in una dimensione "altra" più rarefatta. 
Quando la posizione è perfetta si entra in risonanza con gli astri e ogni organo, ogni arto canta insieme ad una porzione di Cielo, la stessa che vedevano e cantavano i poeti dei Veda.
Nel farci stella o pianeta godiamo di un istante di Eternità, prendiamo confidenza con l'Assoluto e i nostri 30, 50, 100 anni di vita segnata da una insanabile ansia di incompiutezza, ci appaiono per ciò che sono, battito di ciglia, o fremito d'ali di farfalla. 
Bello, anzi bellissimo.
Ma c'è  qualcosa d'altro.
Un qualcosa che  si trova nelle parole, nascoste o incomprese, di Gorakhanath, di Narada o dell'anonimo rishi della Chandogya Upanishad.
Il canto delle stelle non è una poetica suggestione, né un trucco ad ingannare la mente, è una realtà fisica, una energia che penetra nella carne e, coreografa sapiente, fa danzare le nostre cellule al ritmo dell'universo.
Parlano di rigenerazione cellulare i Nath, di suono che produce una luce ed un calore interiori in grado di modificare il corpo fisico.
Lo spazio che ci circonda sarebbe pieno di energia vibrante, basterebbe "farsi femmina innanzi all'Universo", come dicono tantrici e taoisti, per sentirla discendere in noi, fino al cuore segreto delle cellule, formato da cavità in grado di risuonare (microtubuli intracellulari, li chiamano i biologi). 
Lo Hatha Yoga è l'Arte che scioglie i vincoli (i blocchi psicofisici) e ci permette di far risuonare il nostro spazio interiore con l'Universo intero.
Ma questo spazio interiore non è la Nostra Anima, la nostra coscienza, ma la coscienza di ogni singola cellula: è lì che si cela il segreto della Vita, è lì che giace la Dea addormentata.