mercoledì 21 marzo 2018

IL FUOCO E LA LUNA: UTILIZZAZIONE DELL'ORGASMO










Tratto da "IL FUOCO E LA LUNA", ISBN-10: 198061119X, ISBN-13: 978-1980611196


Il desiderio sessuale, cui è collegata la possibilità di perpetuare la vita umana sulla terra, è energia creativa allo stato puro e se la si vuole utilizzare per aprire la porta segreta (la “decima porta” che conduce alla “via mediana”) e far risuonare il nostro corpo al Canto delle Stelle, occorre utilizzarla con molta cautela. Immaginiamo che il ventre e il bacino siano una pentola a pressione piena d'acqua. Il desiderio sessuale è la scintilla con cui accendo il gas. Le carezze, i baci, lo sfregamento dei corpi e, in seguito, i movimenti sempre più rapidi della penetrazione sono il fuoco che aumenta la temperatura e, quindi, accelera il movimento delle molecole d'acqua nella pentola. Più sale la temperatura e più aumenta la turbolenza delle molecole d'acqua che, trasformandosi in vapore aumentano la pressione interna della pentola. Quando la pressione interna aumenta si apre la valvola sul coperchio ("valvola di esercizio") e, accompagnata da un suono acuto, esce una colonna di vapore. L'emissione del vapore corrisponde all'emissione dello sperma, ovvero alla conclusione del rapporto e alla fine del desiderio. Se la valvola posta sul coperchio della pentola a pressione fosse otturata, la pentola si trasformerebbe in una bomba. E' per questo che i costruttori hanno inserito una valvola di sicurezza, un diaframma che esplode quando la pressione interna diviene eccessiva. Anche nel corpo maschile, per il Tantra, ci sono due valvole, poste alla base del pene. La prima, corrispondente più o meno ai primi tre petali del secondo cakra, detto svadhiṣṭhāna[1], si apre per far uscire lo sperma quando, durante il rapporto sessuale, la temperatura interna supera i 39°[2]. La seconda valvola è invece rappresentata dagli altri tre petali dello svadhiṣṭhāna cakra, contrassegnati dalle sillabe 



YAṂ, RAṂ, LAṂ 

Ovvero le “sillabe seme” dei cakra del cuore, dell'ombelico e del perineo. Le sillabe seme sono le vibrazioni originarie di un fenomeno, anzi sono le note fondamentale che danno origine a quel particolare accordo o a quella melodia che noi chiamiamo fenomeno o ente. In altre parole le sillabe seme sono i veri nomi delle divinità e farle risuonare nel modo giusto, per il tantra significa far manifestare gli Dei. LAṂ ad esempio “è” la dea della Terra, VAṂ il Dio dell’Acqua, RAṂ il dio del Fuoco e YAṂ il Dio dell’Aria. Lo Spazio è legato alla sillaba HAṂ che sta per Hara uno dei nomi di Śiva. 

Se si entra un pochino nella logica dei suoni su cui si fonda il sanscrito ci si apre un mondo, e l’apparente incomprensibilità di certi simboli e concetti si scioglie come la rugiada del mattino. Prendiamo ad esempio il nome Śiva. 

Nell’alfabeto sanscrito (che si chiama devanāgarī, letteralmente “SCRITTURA DELLA CITTÀ DI DIO) le consonanti sono sempre sposate alla lettera A. La nostra B è BA, la C, sempre morbida, è CIA, la D è DA e così via. 

La Ś di Śiva si scrive श e si pronuncia SCIA. 

Se nella parola in cui è usata una determinata consonante non si deve pronunciare la A si aggiunge un segno aggiuntivo, una specie di virgola nel caso di श ŚA, ad esempio, se non si pronuncia la A scriveremo श्. Se si vuole che la SC sia seguita da una vocale diversa aggiungeremo un segno ulteriore, शु sarà SCIU, शो sarà SCIO e così via. 

Se uniamo la sillaba श SCIA alla sillaba व VA si ottiene la parola शव SCIAVA che significa CADAVERE. 

Śava, nel mito dell’Isola delle Gemme, è lo stato del Dio che dorme di un sonno simile alla morte. Per trasformare Śava in Śiva, dovremo ovviamente aggiungere la vocale “I” e qui il devanāgarī ci riserva una sorpresa. La “I” ha l’aspetto di un serpente a tre spire, इ, ma quando viene unita ad altre sillabe cambia completamente forma. 

Guardiamo che succede quando la inseriamo nella parola शव Śava: 



इ + शव = शिव 

La “I”इ non modifica affatto, graficamente, la parola शव Śava, ma si pone davanti a lei, raddrizza le spire ed emette quello che sembra quasi un fiotto d’acqua, शिव. 

Quel fiotto è “Acqua di Vita”, l’effervescenza provocata dal desiderio sessuale. La “I”इ è l’Energia Creativa della Dea, Kuṇḍalinī. Quando dorme, all’estremità inferiore dell’osso sacro, Kuṇḍalinī viene descritta come un serpente avvolto in tre spire. Quando si desta si erge come un “BASTONE”. Nella differenza grafica tra शव Śava e शिव Śiva si cela, di nuovo, il Mito dell’Isola delle Gemme, con la I che interpreta il ruolo della “Bella dei Tre Mondi”, la Dea che risveglia il suo sposo per dare inizio alla creazione. Le sillabe, i suoni, sono divinità per gli yogin ed è nei suoni e nei simboli che dovremo ricercare il senso ultimo dell’insegnamento del Tantra Yoga. 

Ma torniamo alle pratiche sessuali. 

Come si è detto in precedenza nel corpo umano, per il tantra, ci sono due valvole, poste alla base del pene. 

La prima, corrispondente più o meno ai primi tre petali del secondo cakra, detto svadhiṣṭhāna, si apre, nel maschio, per far uscire lo sperma quando, durante il rapporto sessuale, la temperatura interna supera i 39°. 

La seconda valvola, quella di sicurezza, è invece rappresentata dagli altri tre petali dello svadhiṣṭhāna cakra, contrassegnati dalle sillabe YAṂ RAṂ LAṂ. Alcuni ritengono che per aprire la “valvola di sicurezza” sia sufficiente arrestare meccanicamente il flusso di sperma, strizzando la base del pene o il perineo, o raffreddando i testicoli con del ghiaccio, in realtà ciò che deve risalire nel canale mediano non è lo sperma, ma la vibrazione del desiderio. 
Gli unici effetti che si possono ottenere arrestando meccanicamente l'emissione di sperma sono dei danni alla prostata ed una vaga sensazione di forza e potenza dovuta in gran parte a fattori psicologici e, in minima parte, all'eccesso di testosterone in circolazione nel corpo.
Il lavoro necessario per aprire la “porta segreta” è molto più sottile e delicato di quanto si possa pensare. La dinamica eccitazione - penetrazione - emissione di sperma corrisponde ad un processo fisiologico, naturale, finalizzato al mantenimento della specie umana. Le pratiche sessuali tantriche si basano sull'inversione del processo naturale e la conoscenza necessaria per attuare questa “'inversione dell'acqua e del fuoco”, come viene spesso definita, non è cosa che si possa imparare in poco tempo, affidandosi a letture approssimative o all'istinto. 
L'uomo e la donna sono dotati di caratteristiche opposte e complementari. I canali sottili (nāḍī)dell'uomo sono stretti e rigidi e la maggior parte dell'energia che vi circola, ojas (termine che si può tradurre con vitalità o forza) tende naturalmente verso l'esterno. I canali sottili della donna sono invece morbidi ed ampi e l'energia che vi circola, definita genericamente prāṇa, tende all'interiorizzazione. Per cercare di capire cosa significhi possiamo provare ad osservare l'istintivo armonizzarsi dei respiri e dei gemiti durante il rapporto sessuale: 

L'uomo tende ad inspirare quando il pene esce dalla vagina e ad espirare ed emettere suoni nella fase di penetrazione. 

La donna, all'inverso, espira e geme, in linea di massima, nella fase di “vuoto”. 

Se si considera la respirazione come una modalità di comunicazione la fase inspiratoria corrisponderà all'ascolto e la fase espiratoria all'espressione. 



L'uomo esprime la propria interiorità, ovvero conduce le energie dal centro all'esterno, durante le fasi di pieno (penetrazione). 

La donna all'inverso esprime la propria interiorità durante le fasi di vuoto. 



Vediamo adesso come il tantrico Gorakhnath descrive il cakra dei genitali (Āmaraughaśāsana, 60. Traduzione di Lilian Silburn in “Kundalini o l’energia del profondo”): 



"Tra l'ano e l'organo sessuale c’è il trikona circondato da tre cerchi. E qui, nel triangolo ci sono uno, due, tre nodi di [questo sostegno] radicale. In mezzo ai tre nodi si trova un loto i cui quattro petali sono rivolti verso il basso. Là, al centro del pericarpo è situata una conchiglia, estremamente sottile, come uno stelo di loto, in cui riposa l'energia kuṇḍalinī, l'attorcigliata, simile ad un giovane germoglio. Questa assunto l'aspetto di due, tre canali (nāḍī), dopo essere penetrata nella coscienza, è addormentata". 



Il triangolo formato dal muscolo "trasverso superficiale del perineo"(in realtà due muscoli gemelli che si uniscono al centro fibroso tendineo del perineo) e dai due muscoli "ischio cavernosi" è la dimora di kuṇḍalinī, il luogo dal quale comincia il viaggio a ritroso delle energie. Secondo i testi tantrici il triangolo (trikona) va ruotato e fatto salire verso i cakra superiori. Per capire cosa significa bisogna considerare il ruolo della base del triangolo, il muscolo trasverso del perineo, nella dinamica dell'orgasmo. 

L'orgasmo, sia nell'uomo che nella donna, si manifesta, con una serie di contrazioni ritmiche involontarie di muscoli e organi interni accompagnate da tremori, scosse e spasmi muscolari di varia intensità. La base del triangolo perineale (detto anche trigono ischio-cavernoso) ha l'aspetto di una corda elastica ed è formata, come si è detto, da due muscoli gemelli che si uniscono al centro tendineo del perineo, base del sistema connettivo del corpo. Quando la "corda" è ben tesa amplifica le vibrazioni provenienti dalla zona genitale prodotte dal ritmo della penetrazione, dalla masturbazione, o dallo sfregamento, e le trasmette agli organi interni [NB. Il tessuto connettivo è formato da tre fasce sovrapposte, la più profonda avvolge gli organi interni e la catena dei diaframmi] e contemporaneamente, amplifica le vibrazioni provenienti dagli organi interni e le trasmette agli organi genitali. È facile immaginare come l'intero triangolo perineale virerà (ovvero si sposterà ritmicamente, in alto e in basso rispetto al proprio asse) sempre più rapidamente fino al momento dell'orgasmo. 

La percezione dei micromovimenti del triangolo pelvico è ovviamente un’esperienza tattile. È questa non è una banalità, ma un punto fondamentale dell’alchimia sessuale. 

Il tatto, per i tantrici è il “principe dei sensi”. Scrive Abhinavagupta (Tantraloka XI, 29-33): 



“Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria”. 

Tutte le pratiche si basano sul "sentire", ovvero sul percepire il flusso di energie sottili, dove sottile va inteso nel senso letterale del termine: alcuni canali energetici (rappresentati graficamente come i petali dei cakra) vengono descritti nei testi come "più sottili di un capello”. La sensibilità necessaria per le pratiche tantriche è quella, febbrile, della madre che avverte con i capezzoli il bisogno di latte del bambino prima ancora di udirne il pianto. Una sensibilità che è legata alla dolcezza, alla leggerezza, all'ascolto interiore. Tutto ciò che invece è connesso al possesso, alla brama di potere, all'invidia, alla gelosia diviene un ostacolo perché crea quella che Abhinavagupta definisce "rugosità" (vedi Tantraloka XXVIII). La rugosità è sinonimo di contrazione, di blocchi che impediscono la libera espansione della coscienza. I due amanti devono essere disposti ad annullarsi l'una nell'altro fino a fondersi in ciò che è definito kramamudrā, un termine tecnico che sta ad indicare l'insorgere di una particolarissima vibrazione non volontaria dei corpi, della quale il ritmo, alternato nell'uomo e nella donna, dell'assorbimento e dell'emergenza della coscienza di cui la penetrazione è una rappresentazione sul piano grossolano. Kramamudrā è una specie di danza dei ventri, una vibrazione sottile che partendo dall'ombelico (il muscolo pubococcigeo più probabilmente) mette in moto tutto l'asse dei diaframmi corporei (pelvico, urogenitale, toracico, gola, palato molle), ed è il sintomo del “risveglio” di kuṇḍalinī. Non si può imitare e non si può ricercare volontariamente: deve insorgere (parola che ricorre spesso nei testi) naturalmente, così come insorgono i gesti e i sospiri di piacere degli amanti. Detto così sembra facile, il problema nasce dalle strutture mentali degli occidentali che nella maggior parte dei casi, sono incapaci di liberarsi dai vincoli morali e culturali per affidarsi completamente al sentire e al godere. La sensazione della risalita di kuṇḍalinī nelle pratiche sessuali è così sottile, dolce che basta un pensiero tra virgolette "negativo" per far "ridiscendere l'energia. 

La frase FAR RIDISCENDERE L'ENERGIA non è una metafora. Quello delle metafore è un altro problema degli occidentali. Spesso l'approccio con lo yoga è viziato dalle due tendenze eguali e di senso contrario, della devozione e della speculazione filosofica. L'approccio devozionale, per co-me lo intendo io, è quello che ti fa accettare per vere senza muovere un ciglio, le spiegazioni più assurde di tecniche e fenomeni. Per approccio filosofico intendo invece l'abitudine a interpretare i simboli e le immagini come metafore di qualcosa d'altro altrimenti inesprimibile. Bisogna tener conto che il Tantra è un qualcosa di eminentemente pratico, basato sull'esperienza. Se si parla di un cakra, ad esempio il cakra della Gola, bisogna vederlo come una tavola anatomica e non come il simbolo di chissà quale verità metafisica. Ogni petalo indica una nāḍī ovvero un canale energetico, un tubo, attraverso il quale si muovono le energie che SONO SEMPRE E COMUNQUE kuṇḍalinī, e le lettere iscritte nei petali ci danno la frequenza delle energie che scorrono in quelle particolari nāḍī. Il triangolo centrale ha una precisa corrispondenza sia nella fisiologia sottile (proiezione del KAMAKALA) sia nell'anatomia occidentale (ugola), il pericarpo (centro) è una sezione della VIA MEDIANA (interno della colonna), la sillaba che è iscritta al centro (HAṂ nel caso del cakra della gola) sta ad indicare la frequenza che "attiva" le energie dei singoli petali. Da ogni loto poi emanano i marīci o Raggi della Creazione. Se le sillabe iscritte nei petali rappresentano le NOTE FONDAMENTALI della manifestazione, i marīci identificati a seconda delle scuole con una serie di divinità o di maestri realizzati, combinandosi tra loro danno vita a tutte le possibili varianti dell'esistenza, sia universale che individuale. La conoscenza dei marīci è fondamentale per il lavoro sulle energie sottili e per la comprensione dell'identità tra microcosmo e macrocosmo. Sono 360 come i gradi dell'eclittica e i giorni dell'anno lunare e sono divisi in questo modo: 



FUOCO - 118 RAGGI: 

Mūlādhāra, plesso del perineo - 56 raggi, 

Svadhiṣṭhāna, plesso dei genitali - 62 raggi. 



SOLE - 106 RAGGI: 

Maṇipūra, plesso dell’ombelico - 52 raggi, 

Anāhata, plesso del cuore - 54 raggi. 



LUNA - 136 RAGGI: 

Viśuddha, plesso della gola - 72 raggi, 

Ājñā, plesso della fronte - 64 raggi. 

I 360 marīci sono i raggi irradiati dalle Dea, e danno vita alle stagioni, agli stadi della vita, alle emozioni, i pensieri ecc…E Marīci è anche il nome della Dea nell'atto di irradiare la manifestazione. I tibetani la chiamano Ozer Chenma (Regina di luce) o TARA. Nello stato tra virgolette "normale" dell'essere umano, la RADIANZA della Dea in forma di marīci si disperde in tutte le attività di "CORPO/PAROLA/MENTE", ma quando si scatena il desiderio sessuale i raggi si dirigono verso la "RUOTA CENTRALE", il cakra dell'ombelico, i cui dieci petali rappresentano i canali in cui scorrono i dieci "soffi vitali" (cinque fondamentali e cinque secondari). Il calore legato all'accendersi del desiderio così come il rossore delle guance, il turgore delle labbra, la maggior morbidezza della pelle e delle articolazioni, sono gli effetti della concentrazione delle energie "radianti" nel maṇipūra cakra. È Kuṇḍalinī che viene risvegliata dalla forza del desiderio. Le energie tendono a ridiscendere verso i cakra inferiori per dar luogo all'unione sessuale e all'emissione, l'orgasmo, che rappresenta un momento di "assorbimento" (samadhi) di uno o di entrambi gli amanti. Anche nel caso di rapporti ripetuti e del rinnovarsi del desiderio, l’unione sessuale segue sempre la stessa dinamica: 

Eccitazione (sguardi, carezze, baci...) - cambio della percezione –penetrazione - emissione. 

Può accadere, a volte di percepire un attimo prima dell'orgasmo, una specie di lampo, una luce CHIARA, come la definiscono i buddisti, e questa chiara luce è la visione della radianza della Dea, i Marīci. Per un istante gli amanti, o uno dei due, si immergono completamente in quella luce e nel suono che accompagna l'emissione (rappresentati nel tantra dalla sillaba AḤ) perdendo il senso del tempo, dello spazio e dell'individualità. Ma si tratta appunto di un istante, Kuṇḍalinī, normalmente, si risveglia, attiva tutti gli organi del corpo e quindi ridiscende per assopirsi nuovamente dopo l'emissione, detta per questo, dai Tantrici, "VELENO". Il lavoro che si compie nel tantrismo sessuale è quello di mantenere l'attenzione nello spazio intermedio tra la nascita del Desiderio e la produzione del Veleno, inserendo nella dinamica naturale del rapporto, dei “momenti di RIPOSO o ASSORBIMENTO IN SÉ. L’assorbimento in sé permette di rinnovare il desiderio prima che sia sopraggiunto l’orgasmo, aumentando progressivamente l'eccitazione di kuṇḍalinī mediante processi definiti di FRIZIONE ed EFFERVESCENZA, alimentando sempre più le energie delle dieci nāḍī del cakra dell'ombelico. Ad un certo punto, nell'alternarsi di eccitazione/assorbimento nell'altro e riposo/assorbimento in sé, l'energia accumulata nella "RUOTA CENTRALE" è così potente da far "drizzare kuṇḍalinī (che prima di allora si muoveva a spirale) come un bastone". I venti o soffi vitali dell'ombelico assumono quindi il ruolo di "PORTATORI DI BASTONE" e vengono rappresentati pittoricamente come 

due servi intenti a far vento ai due Amanti o alla Dea o al Tridente del Dio. Nelle tecniche tantriche finalizzate a trasformare il rapporto sessuale nell'unione mistica con la divinità, bisogna apprendere l'Arte di raccogliere la "RADIANZA" della Dea nell'ombelico per permetterne la risalita. In altre parole si deve procedere alla trasformazione e al re-indirizzamento dell'energia vitale, detta ojas ed alla sua utilizzazione consapevole da parte di entrambi gli amanti. Questo re-indirizzamento dell’energia permetterà di raggiungere uno stato definito samadhi vigile, o samadhi stabilizzato. Nella pratica per non disperdere l’energia con l’emissione, l’uomo deve combattere la tendenza ad accelerare il ritmo della penetrazione. La donna invece deve resistere all’impulso di contrarre i muscoli delle cosce, delle braccia e delle spalle. Ogni volta che i due amanti sentono avvicinarsi l’eiaculazione maschile, devono ritornare all’ascolto della respirazione e alla percezione delle energie sottili dei cakra. Dopo un po’ la sensazione di calore e pienezza della zona genitale, nell’uomo, comincia a spostarsi nella zona del sacro, trasformandosi in un sottile formicolio o in una leggera corrente elettrica. A questo punto deve visualizzare il pene all’interno della vagina. Quando la visualizzazione è corretta si percepisce un’ulteriore ondata di energia, assai leggera, che scorre nella zona inferiore del prepuzio, nel perineo e nell’ano. La visualizzazione successiva sarà quella di un tubo sottile e trasparente che dal glande si infila nel sacro e, scorrendo lungo la colonna vertebrale, arriva fino alla nuca. L’energia tenderà a risalire naturalmente e ci si dovrà limitare ad assecondare il movimento naturale della “respirazione ossea” spostando leggermente il sacro indietro e il mento in avanti inspirando e distendendo i muscoli della nuca espirando. La nostra compagna, percepito il cambio di ritmo, visualizzerà a sua volta un tubo sottile e trasparente che dal punto tra le sopracciglia risale alla fontanella per poi ridiscendere fino alla vagina. La visualizzazione di solito è accompagnata da una sensazione di piacevole calore “vibrante” alla fronte e al petto. Se si è in uno stato di “vigilanza” si può far circolare l’energia in questo modo: 



- L’uomo inspirando conduce l’energia dal sacro al punto centrale delle scapole, in corrispondenza con il cuore. Espirando la conduce al punto in mezzo alla fronte e da lì alla bocca. 



- La donna inspirando conduce l’energia dalla bocca al centro delle scapole (passando per il punto in mezzo alla fronte, la fontanella e la nuca). Ed espirando, dal cuore, la porta direttamente al pene del compagno. 




Arte erotica Mughal. XVII secolo 





La leggera effervescenza (o formicolio, o sensazione del passaggio di una corrente elettrica) che gli amanti percepiscono nell’orgasmo vigile, nel Tantra viene definita “Grazia” o “Carezza divina”. La si percepisce come un formicolio, appunto, o come una vibrazione sottopelle, che diviene sempre più profonda e sottile man mano che, tramite gli asana e la pratica della meditazione si sciolgono i blocchi psicofisici. Le zone più sensibili sono la clitoride e il glande collegati direttamente ai cakra superiori mediante il canale energetico chiamato vajra nāḍī, che viene descritto “sottile come un capello” all’interno del quale è presente un altro canale detto citriṇī, “sottile come la tela del ragno”. Quando nel rapporto sessuale, la stimolazione di clitoride e glande diviene fastidiosa o dolorosa, come accade spesso dopo l'orgasmo, significa che l'energia del desiderio (che è sempre e comunque Kuṇḍalinī) è risalita fino al cakra dell'ombelico per poi ridiscendere alla zona genitale. È questo, per così dire, il percorso ordinario, naturale, di Kuṇḍalinī, Ogni volta che i sensi "entrano in effervescenza", a causa dell'eccitazione, non solo sessuale, Kuṇḍalinī, viene risvegliata e sale al cakra dell'ombelico, ma se il corpo non è addestrato mediante la pratica yoga, tende naturalmente a ridiscendere verso il basso, a “riassopirsi”, per così dire. Lo scopo degli esercizi psicofisici tantrici non è tanto quello di ridestare la "Dea " (presente come energia potenziale in tutti gli elementi della materia), ma “aprire i cancelli” (la “decima porta”) o “sciogliere i nodi” (granthi) che ne impediscono la “risalita” ai "piani alti". Il primo nodo o blocco è detto Brahmā granthi e anche se viene localizzato spesso sul glande e sulla clitoride, corrisponde alla zona compresa tra l'ombelico e il pavimento pelvico. Brahmā granthi è il nodo che lega i primi tre cakra, quello cioè che impedisce di far risalire l’energia alla testa e al cuore. A proposito di cakra, si leggono e si ascoltano spesso storie sui cakra chiusi e sulle conseguenze che tale chiusura avrebbe sul corpo e sulla psiche. Si organizzano addirittura dei corsi in cui si insegna ad aprirli nei modi più bizzarri. In realtà, per lo yoga, i cakra sono naturalmente aperti: se non lo fossero saremmo morti! Casomai, nelle pratiche tantriche, i cakra andrebbero in un certo senso chiusi. Un'altra credenza fantasiosa riguarda l'appartenenza dei cakra ad una qualche dimensione superiore, ad una realtà parallela o alla sfera metafisica: quello che chiamiamo corpo, nello Yoga, è l'insieme di Corpo (materia cioè carne, ossa, sangue ecc.), Parola (Le emozioni e le loro interazioni con i processi fisiologici ovvero respirazione, digestione ecc.), Mente (capacità di pensare, percepire, elaborare le percezioni ecc. ) se sostituiamo a Corpo/Parola/Mente le parole Materia, Energia e Coscienza riconosceremo questa triplice partizione in tutto ciò che esiste, dall'Universo alla singola cellula. Ciò che chiamiamo illuminazione consiste nella comprensione/realizzazione dell'identità fondamentale tra Materia, Energia e Coscienza, percepite come un unico flusso o Potenza, che nel tantrismo è detto Kuṇḍalinī, Śakti o, semplicemente Dea. I cakra sono, anzi devono essere una realtà fisica, perché ogni fenomeno, secondo lo Yoga, per esistere, per essere riconosciuto come reale, deve essere "godibile". Più precisamente per essere “vero” un oggetto deve possedere tre qualità: 



Asti, che significa Esistenza; 

Bhāti, Splendore, Luce Interiore. 

Priyam o Priya, Piacevolezza, possibilità di essere Goduto. 

Un oggetto che non è conoscibile e di cui non si può godere, semplicemente non esiste. In altre parole per il Tantra non c'è nessuna differenza sostanziale tra sfera fisica, psichica o mentale. Ogni simbolo, pensiero o emozione deve avere una sua corrispondenza visibile e tangibile, se non l'avesse non esisterebbe. I cakra sono una realtà fisica e sono localizzati nel corpo con estrema precisione. Ogni plesso energetico[3] dista dal successivo e dal precedente 12 dita, ovvero il palmo di una mano aperta dal pollice al mignolo. A partire dal primo, corrispondente al perineo, ad una distanza di 12 dita[4] troviamo l’osso pubico e la base dei genitali, poi, a dodici dita da questo, l'ombelico, quindi, il cuore, la gola, il punto tra le sopracciglia e il sincipite. Ognuno dei cakra è formato da un centro (pericarpo) individuabile con un punto sull’asse centrale della colonna vertebrale e da una serie di canali (nāḍī) rappresentati come petali, ma che in realtà sono dei tubicini (“Canali Sottili”) nei quali scorrono energie la cui frequenza è, indicata dalle diverse sillabe dell'alfabeto sanscrito.






[1] Svadhiṣṭhāna significa “la sua propria casa”, ad indicare che è la dimora naturale di Kuṇḍalinī.


[2] È divertente notare che all'interno di questi tre petali sono iscritte le sillabe BA, BHA e MA combinando le quali si ottengono le parole sanscrite corrispondenti a babbo e a mamma in gran parte delle lingue conosciute


[3] Ci sono molti cakra nel corpo umano. Questa descrizione riguarda i cakra più conosciuti, quelli sui cui petali sono iscritte le lettere dell’alfabeto sanscrito.


[4] Si parla delle “nostre” dita, non di una unità di misura valida per tutti! Il corpo umano, se lo si conosce bene, ha proporzioni ben definite ed una simmetria spaventosa.

venerdì 2 marzo 2018

LO STAGNO DI SHAMATHA OVVERO "MA QUANTI ILLUMINATI CI SONO? "


Ogni settimana, per mail o su Facebook, ricevo almeno 5, 6 inviti per partecipare a corsi, ritiri e conferenze in cui insegnanti di varia provenienza e nazionalità insegnano a "Realizzare il Sè".
Trovo la cosa molto bella, ma mi chiedo:
Possibile che ai nostri giorni ci siano così tanti maestri illuminati?
Già, perché è ovvio che chi insegna a realizzare il Sè dovrà a sua volta averlo realizzato.
O sbaglio?
Se uno insegna a nuotare si suppone che sappia nuotare, se insegna a cantare si suppone che sabbia cantare, se insegna a illuminarsi si suppone che sia un illuminato.
Il numero, eccezionale, di illuminati di cui mi propongono i corsi,le conferenze e i "Satsang" mi ha incuriosito assai.
Tra il XIX secolo e il XX secolo i maestri realizzati universalmente riconosciuti come tali, si contavano sulla punta delle dita di una mano, Ramakrishna, Siddha Sadhak Shri Bam Dev, Ramana Maharishi, Sai Baba di Shirdi...Perchè ai nostri giorni sono centinaia?
Dipenderà dall'alimentazione? 
Dipenderà dai cicli cosmici? 
Ho fatto delle ricerche sugli ultimi maestri di cui mi hanno consigliato di seguire gli insegnamenti e ho notato una cosa strana.
Tra i molti realizzati del XXI secolo ci sono commercialisti, criminologi, psicologi, traduttori e ricercatori universitari ma, a quanto posso giudicare dagli inviti che mi arrivano, non c'è un solo yogin.
In pratica uno fa il commercialista per trent'anni poi improvvisamente si illumina e comincia ad insegnare il Sanatan Dharma come Patanjali o Buddha Shakyamuni
Porca miseria....chi come me ha passato la vita a mettersi a gambe incrociate, fare japa e studiare i testi classici,se non fosse uno yogin creperebbe d'invidia, ma del resto la Luce arriva dove vuole lei...Giusto?

Per togliermi lo sfizio sono andato ad incontrare un paio di maestri illuminati contemporanei e ho letto i libri e gli articoli di una decina di altri.
In genere mi hanno dato l'impressione di essere delle brave persone, in buona fede, ma quello che dicevano mi sembrava un pochino banale.
probabilmente dipenderà da nodi irrisolti (granthi) della mia persona.
Comunque sia non è che mi abbiano convinto molto.
Non farò nomi ovviamente, ma ricordo di un maestro che continuava a ripetere "Io sono il vuoto, io sono te ma anche no" e ne ricordo un altro che in venti minuti di discorso sull'annichilimento dell'ego ha pronunciato 47 volte la parola IO "Io eil mio maestro in India" , "Io che studiato così tanto","Io che ho aiutato decine di bambini indiani delle caste inferiori" , "io...."

Un'altra cosa che ho notato è che i nuovi illuminati fanno molti riferimenti letterari provenienti, in gran parte, da "ispired talks " di swami Vivekananda, da "Autobiografia di uno yogi" di Yogananda, da "Io sono quello" di Nisargadatta e dai discorsi di Jiddhu krishnamurti, ma sembra che non conoscano assolutamente Gorakhnanth, Shri Bam Dev o Mahendra Baba, ovvero maestri di cui l'editoria occidentale non si è mai interessata.

Possibile che un illuminato abbia una visione limitata dai best seller?
Certo che si....tutto è possibile.

Comunque sia nella mia limitatezza, ho cominciato a pensare che esista la possibilità che questi nuovi maestri illuminati abbiano avuto delle esperienze reali, per loro sconvolgenti, che fanno parte del normale percorso dello Yoga di patanjali e dello yoga buddhista, ma, non avendo esperienza di Yoga, abbiano preso quelle esperienze per la realizzazione finale.

Un mio antico "riferimento tradizionale", come si faceva chiamare, definiva questi casi "realizzazioni parziali".

Per chiarire: se uno ha le spalle contratte da una vita e improvvisamente si sciolgono avrà la sensazione di volare. Sarà felice e per generosità cercherà di insegnare a tutti a "volare".
Anche a coloro che non hanno mai avuto le spalle bloccate.

In genere, dall'idea che mi sono fatto leggendo, ascoltando e osservando, credo che vi sia la possibilità che un gran numero dei nuovi illuminati abbia esperito ciò che viene definito nello yoga Shamatha e abbiano confuso questo stato con la realizzazione del Sè..

Shamatha (शमथ śamatha), Scinè e Rujing sono parole che in Sanscrito, in tibetano e in cinese indicano la stessa cosa: uno stato psicofisico di piacevole rilassamento attivo, nel quale immergersi prima di praticare lo Yoga o le tecniche psicofisiche cinesi (Qi Gong Nei dan e Taiji Quan, per esempio).
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In genere nelle scuole di Yoga se ne parla poco, e se qualche allievo zelante ne chiede notizie si risponde con il sorriso buddhico d'ordinanza (che non fa mai male) o con dei gran giri di parole vuote.

La ragione del silenzio che circonda Shanmatha è semplice assai: parlarne con chiarezza significherebbe rischiare di urtare la sensibilità di molti praticanti, e di vedere, ahimè, ridotto drasticamente il numero di allievi.


Descrivere Shamatha a parole è difficile.
Qualcuno lo traduce con Quiete, altri con Silenzio Interiore.
Gli Hathayogin usano al suo posto a volte,la parola Sukha ("piacere", "delizia" ), ma la triste verità è che Shamatha si può solo sperimentare e se non lo si sperimenta non otterremo nessun risultato dalla pratica.

Hai voglia te, ad annodarti le gambe e passare le ore a testa in giù.
Hai voglia a chiuderti le narici una alla volta e trattenere il fiato.
Hai voglia a ripetere diecimila volte un mantra o a passare le ore ad ascoltare il flusso dei pensieri!

Se non pratico nello stato di Shamatha non otterrò un fico secco, a parte qualche  benefico effetto sul corpo e sulla psiche che arriverebbe anche se ballassi il Mambo o giocassi a freccette con costanza.


La ritrosia di molti maestri ed insegnanti a parlare di Shamatha ha portato secondo me  a questa  proliferazione di nuovi "illuminati":.
Trattandosi di una condizione non rarissima ma nemmeno comune, chi la sperimenta senza mai averne sentito parlare la identifica con la Realizzazione di cui parlano i testi antichi e, in buona fede, immagina di essere un grande Guru, un santo o un Unto dal signore.

Un fenomeno non recentissimo, tanto è vero che persino Milarepa, il grande yogin tibetano, metteva in guardia contro le illusioni realizzazioni:

 "Se ti fermi allo stagno di Shamatha non vedrai mai sbocciare il fiore di Vipassana"





Non si può raccontare a parole cosa sia Shamatha, però gli antichi maestri ci danno una mano indicando una serie di ostacoli da superare (per sperimentare Shamatha) e i metodi con cui superarli.


Parlano di cinque ostacoli principali:




1) Pigrizia.


2) Oblio.


3) Torpore e agitazione mentale.


4) Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o impedimenti fisici.


5) Eccesso di disciplina, ovvero la rigidità e la "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".






La pigrizia è abbastanza facile da riconoscere.
Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di asana.
I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello.
Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...



L'oblio ,nella pratica dello yoga, è più difficile da inquadrare.
E' un fenomeno stravagante.
Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Alcuni ne parlano come di una necessità (Gli dedica un paio di pagine anche Borges nell'Aleph).


Le esperienze di cui sto parlando fanno parte del percorso dello yogin e sono dovute allo scioglimenti di determinati blocchi o contenuti psichici.
A volte la risoluzione dei contenuti psichici (ottenibile con i mantra, con gli asana, con la meditazione o con l'uso di particolari sostanze chimiche) è definitiva.
Più di frequente è una condizione temporanea.
Esempio: faccio un periodo di ritiro o uno stage intensivo e percepisco lo scioglimento dei nodi come fenomeno psico-fisico. Un'esperienza assai forte, una vera e propria intrusione del Divino nella vita quotidiana.
Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica.
In poco tempo torno a vivere iin uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice.





Il torpore e l'agitazione mentale sono gli stati che ci dominano prima e dopo l'oblio.






L'incapacità di applicare i rimedi
è dovuta più che all'ignoranza ,alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.
I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso, e chi ce lo fa fare di Morire in piedi? Mica siamo scemi!
E così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisici, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.


L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare.



Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento.
Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera pratica dello yoga, che consiste nel lasciarsi andare,nell'arrendersi.




I rimedi , le maniera per superare questi ostacoli si possono riassumere in 8 categorie:


1) La Fede-fiducia, ovvero la consapevolezza di esistere e di non vivere in quello stato che ci spetterebbe per la nostra dignità di esseri umani unita alla fiducia nelle parole di chi, come Buddha Shakyamuni, Lao Tzu o Milarepa afferma sia possibile uscire dall'ansia di incompiutezza che ci affligge


2)L'Aspirazione alla Realizzazione, ovvero il desiderio di realizzare quello stato di cui hanno raccontato Buddha, Lao Tzu od altri.


3) L'Entusiasmo e la Gioia, ovvero la gioia del praticare, l'amore per il "lavoro" e la condivisione con gli altri.


4))La Flessibilità, ovvero l'elasticità di corpo e mente, l'imparare che , Mente, Parola e Corpo sono una cosa sola e che , una volta messa a fuoco l'aspirazione alla realizzazione, si fanno docili strumenti nelle nostre mani.


5) Il Ricordo di Sé, ovvero l'elaborare una serie di tecniche fisiche o psichiche per riportare la mente a quegli stati vissuti in certi momenti della pratica.
La ritualizzazione della pratica degli asana, della meditazione, della recitazione dei mantra.
La creazione, seppur per pochi istanti, di uno spazio sacro in cui ritrovare la propria natura, la propria essenza.


6) L'Introspezione, la capacità di analizzare i propri pensieri, di leggere le vere motivazioni delle nostre azioni riconoscendo nelle nostre "emozioni negative" (rabbia, invidia ecc.) ciò che ci impedisce di lasciar riposare la mente nel suo stato naturale e insieme ciò che ci identifica come persone.
(Basterebbero pochi minuti al giorno, pochi attimi di riflessione e di osservazione delle proprie pulsioni, desideri, paure e di come questi siano le sorgenti del nostro agire)


7) La Conoscenza dei metodi per allontanare gli ostacoli e la capacità/possibilità di applicarli (in altre parole bisogna studiare i testi tradizionali....)




8) La Stabilità: ovvero, una volta sperimentato Shamatha, il riconoscere lo stato meditativo e il tentare di riportarlo nella vita quotidiana, così come si riconosce quel particolare stato di rilassamento attivo che ci permettere di assumere posizioni particolari senza rigidità e senza sforzo.


I rimedi, se applicati costantemente condurrebbero alla stabilizzazione di Shamatha, alla vera pratica e, quindi allo sviluppo di una serie di poteri che possiamo definire come:


1) il Potere dell'Ascolto.


2) Il Potere della Contemplazione.


3) Il Potere della Presenza.


4)Il Potere dell'Auto-osservazione (esperienza del testimone)


5) Il Potere della Gioia che implica, per i buddhisti la capacità di dedicare la pratica al bene di tutti gli esseri senzienti.


6) il Potere della Familiarità, ovvero il prendere confidenza con certi stati psico fisici fino all'ottenimento dello stato definito non dualità.



Se si esaminano uno per uno i cinque ostacoli sarà facile riconoscerli negli atteggiamenti che, in varie fasi del nostro percorso abbiamo assunto o assumono i nostri compagni di viaggio.
L'Oblio, che coglie coloro hanno condiviso con noi certe esperienze, è, per me il più doloroso.
Lo yoga, per come lo intendo io, è amore, amore che nulla pretende, dialogo tra cuore e cuore .
Quando si innesta la dinamica dell'Incontro, dell'accordo armonico tra coscienze, si trasfigurano il volto e il corpo. Si trasformano lo spazio e il tempo
L'ego si annichilisce nell'ansia di unirsi all'amato, colui (colei) che sta condividendo con noi l'Esperienza.
Esperienza con la E maiuscola, l'esperienza della trasmutazione.
Il Fuoco divino sopito in noi, viene risvegliato ed è luce e calore.
E' un fuoco sacro che va alimentato con moderazione.
Se divampasse, raccontano le storie antiche, si rischierebbe di bruciare e risolversi gli uni negli altri, di svanire prima del tempo.
Se lo si trascurasse si spegnerebbe, lasciandoci, nel tempo, solo un vago ricordo, come un sogno sognato in un sogno.


Dei cinque ostacoli di cui parla il buddhismo mahayana
( 1) Pigrizia. 2) Oblio. 3) Torpore e agitazione mentale. 4) L'incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o altro. 5) L'eccesso di disciplina)


Ne riconosco, in me solo quattro.
In certi momenti sono stato pigro, in altri la mia mente è caduta in uno stato di incontenibile agitazione, un ansia incomprensibile.


Un paio di volte mi sono trovato solo a dover affrontare certi stati di alterazione percettiva senza saper come controllarli, come ritrovare quella parvenza di normalità che permette di sopravvivere in un mondo che lascia pochi spazi all'intrusione del divino nella vita quotidiana.


Altre ancora mi sono auto imposto, sconsideratamente, regole troppo dure e quel che è peggio ho cercato di imporle a chi viveva con me.


Ma l'oblio, mi pare proprio che non mi appartenga.


Ricordo di aver sentito la mia vita come fosse scissa, in maniera quasi schizofrenica, tra sogno e veglia, e ricordo di aver vissuto la creazione di un ponte tra le due diverse sponde, con stati psichici e fisici di cui solo dopo avrei letto sui libri, istanti in cui , per magia, gesti divini e danze sconosciute scuotono il corpo e si sa senza sapere.


Lo yoga è il tentativo di integrare quelli stati nella vita di tutti i giorni e di rendere fermo e stabile il ricordo di quegli istanti


L'esperienza del Bello è effimera, come la goccia di rugiada che si fa perla al sole del mattino e insolita, come il fiore che nasce sullo scoglio.
Va integrata nella vita di tutti giorni.
Rimanere in quello stato di quieta leggerezza chiamata Shamatha spesso si fa limite.
Ci si sente scemi. Non si ha voglia né di andare avanti né di tornare a terra.
La foglia che danza verso terra o l'onda del mare ci rapiscono e ci si fa foglia e onda.
Ci si sente soli, a volte, ma talvolta accade, per magia, che altri si trovino con noi nell'attimo in cui i due mondi si uniscono e le due luci si fondono nei colori antichi del crepuscolo.


E allora i loro occhi sono i miei occhi, il loro cuore è la mia musica, io sono loro.


Se si vive sul ponte di prima dell'inizio, a metà strada tra il sogno e la veglia, senza la gioia dell'Incontro che senso avrebbe continuare a parlare, discutere, studiare, insegnare?
La bellezza è effimera e insolita. La bellezza è una modalità che corpo e mente possono imparare.


In molti gli istanti di bellezza, l'unione dei cuori, il darsi senza nulla pretendere, vengono, giustamente, per sopravvivere, presi e assorbiti
E dimenticati. L'oblio è come la neve, stempera suoni e colori.
Chi non è capace di oblio, nel riconoscere nello sguardo altrui il crepuscolo che inghiotte e protegge, sente , a volte, nascere in sé dolore e nostalgia.




La nostalgia del cielo.