sabato 26 maggio 2018

I "PUNTI DI FATICA" - LA PRATICA DELL'EVACUAZIONE NELLO YOGA TANTRICO


Nella pratica della Trasformazione delle Energie Negative bisogna tener presente che se uno è intriso di rabbia e odio difficilmente la riconoscerà in sé stesso.
L'acqua del mare non sa di essere acqua di mare.
Proverà però sempre attrazione per la terra (le onde corrono a frantumarsi sugli scogli appena possono...) e da questo potrà indovinare la propria natura.

Spesso, come per magia, le persone che ci stanno d'intorno sembrano diventare parti di noi. Si comportano come abbiamo imparato a comportarci nell'infanzia o, magari in vite precedenti(?), con gli stessi vizi, debolezze e modalità espressive.
Naturalmente siamo noi che le vediamo cosi, non sono loro ad esserlo.
È il fenomeno della proiezione, un fenomeno la cui conoscenza è fondamentale nel Tantra. È dalla consapevolezza della “Proiezione” che nasce la pratica dell’Evacuazione

L’evacuazione è una delle cinque azioni fondamentali dell'essere umano.
Ci sono cinque azioni, collegate ai cinque vayu, ai cinque elementi ecc. ecc.
La prima legata allo spazio, e l'azione dell'ESPRIMERE.
La seconda e l'azione dell'AFFERRARE.
La terza l'azione del MUOVERSI.
La quarta l'azione del GENERARE.
La quinta l'azione dell'EVACUARE.

Ogni azione, gesto dell'essere umano e il frutto del combinarsi delle cinque azioni fondamentali.
Se io mangio significa che dentro di me è nata la necessita del cibo.
Con pensieri, parole o gesti ESPRIMO, a me stesso e agli altri, l'idea/necessita del cibarmi.
Cerco quindi di AFFERRARE quell'idea o fisicamente di AFFERRARE qualcosa che soddisfi il desiderio del cibo.
Mi MUOVO quindi o verso il cibo o per portare il cibo alla bocca.
GENERO energia positiva (che mi dà vita) traendo sostanze nutrienti dal cibo e GENERO sensazioni positive derivanti dall'aver soddisfatto un desiderio.
EVACUO le sostanze inutili o negativi che l'azione ha prodotto.

Che succede se dopo aver mangiato non evacuo, per scelta, necessita o malattia, sotto forma di feci e di urina (ma anche sudore ecc.) le sostanze negative?
Il corpo si carica di energia compressa, la pancia si gonfia, chiudo i muscoli dell'ano e tiro su lo sfintere e i muscoli legati alla vescica.

La non evacuazione è assimilabile alla compressione.
Ora facciamo finta che le IMPRESSIONI di certe esperienze, ovvero ciò che rimane delle esperienze e delle emozioni che hanno portato a tali esperienze e/o sono state prodotte da tali esperienze, siano CIBO.

Le impressioni positive saranno come la pappa buona, alimenteranno il corpo (CORPO/PAROLA/MENTE) facendo crescere i muscoli, rendendo la pelle luminosa e dando un senso di soddisfazione.

Le impressioni negative saranno come le tossine che non riusciamo a smaltire.
Il senso di gonfiore che si ha se non si riesce a defecare o a eliminare il gas in eccesso dopo aver mangiando dei fagioli cotti con l'osso di prosciutto, in qualche modo è simile al senso di fastidio che si sperimenta nel non evacuare le impressioni negative.
Gas.
Cosa succede se si immagazzina sempre più gas in un deposito a tenuta stagna?
Diminuisce il volume a disposizione delle molecole.
Aumenta la velocita delle particelle.
Aumenta la pressione.
L'unica possibilità per evitare l'esplosione e quella di alleggerire la pressione facendo uscire il gas da valvole di sicurezza.

Ognuno di noi ha delle valvole di sicurezza.
Le tensioni muscolari che osserviamo in noi e negli altri si accompagnano sempre a delle ipotonie. Il corpo, espressione dell'intero essere umano, trova sempre un suo equilibrio.
Una tensione nella zona del petto nelle donne si accompagna spesso ad un restringimento della vita, ad esempio. Le energie non circolano e glutei e cosce perdono tono muscolare. Le impressioni negative, in quel caso, probabilmente si stanno esprimendo nella zona del cuore.
C'è un accumulo di "GAS".
Il corpo, saggio quanto la mente è scioccamente furba, per evitare di "esplodere" toglie tensione alla zona bassa, così da rendere possibile una parziale evacuazione.
Se si considera il corpo come strumento di conoscenza e strumento del sādhana questo equilibrio, necessario e pure positivo per la vita quotidiana, diviene però un ostacolo.
E allora si deve procedere all'Evacuazione.
Nel Tantra ci sono varie di tecniche di evacuazione nelle quali, grazie ai mantra, all'iperventilazione, all'ipossia, al movimento spontaneo, si mette la mente in una condizione di non-controllo del corpo.
È come quando, dopo aver mangiato fagioli e cotenne, si prende la purga.
Non si controlla più lo sfintere. Si deve correre al bagno in continuazione.
La razionalità, la volontà di controllare in questi casi è perniciosa, diviene un qualcosa che blocca i naturali processi del corpo.

L'evacuazione dà sempre sollievo, perché si eliminano delle impressioni/tossine che si attaccano per così dire all'anima (in termini vedantici si direbbe che si fissano a
Vijnanamayakosha) e, come il granello di sabbia crea la perla, creano dei nodi sempre più complessi.
Se il nodo si scioglie si prova benessere, ma se l'energia accumulata è troppa si ha paura di scioglierlo.
L'evacuazione può essere:
-         Fisica (movimenti inconsulti, vibrazioni, gesti inimmaginabili in situazioni ordinarie, foruncoli e ascessi in luoghi stravaganti, vomito, diarrea, emorragie).
-         Verbale (grida, risate, pianti, improperi, bestemmie, aggressività discorsiva incontenibile scollegata, talvolta dalla postura del corpo).
-         Mentale (incapacità di controllare i pensieri e il dialogo interiore, immagini che si susseguono senza riuscire a dar loro un qualsivoglia ordine razionale, stati depressivi alternati a stati di eccitazione, sensazione di star per morire o sensazione di illusoria immortalità e onnipotenza ecc.).

Se si lavora sul corpo occorre, prima di procedere a certe pratiche, individuare i propri "punti di fatica".
Sappiamo che il rapporto tra l'IO, inteso come spazio interno, e lo spazio esterno è regolato da 12 nervi principali che, a sei a sei, provengono da due diverse parti del cervello.
Attraverso l'occipite (o cervicale zero), i dodici nervi si introducono all'interno della colonna passando per due fasce spugnose collegate l'una ai movimenti volontari e l'altra a quelli involontari.
Da questi nervi ne "nascono" altri, in pratica due per ciascuna vertebra.
I nervi hanno funzione EFFERENTE (dall'interno all'esterno) ed AFFERENTE (dall'esterno all'interno).
Quando c'è un BLOCCO le informazioni che da una particolare zona del corpo vanno al cervello e viceversa, procedono a velocita ridotta o non procedono affatto.
Le informazioni lungo i nervi, si trasmettono mediante delle reazioni chimiche.
Le reazioni chimiche sono esotermiche o endotermiche.
Significa che o assorbono energia o la producono.
Se le informazioni “non viaggiano” quella particolare zona del corpo smette di CEDERE energia o di ASSORBIRLA, producendo uno squilibrio energetico.
.
In sostanza ci potrà essere una vertebra (o un gruppo di vertebre) che è rigida o, al contrario, troppo mobile.
Il "serpente" (l'insieme colonna vertebrale, nervi, liquido cerebro spinale) non potrà quindi muoversi naturalmente.

Il primo passo sarà quindi scoprire quali sono i propri punti di fatica lungo la colonna
Vertebrale, poi si cercherà di comprendere, usando il linguaggio dei simboli, a quali impressioni e emozioni si collega tale blocco/punto di fatica.
Quindi si procederà all'evacuazione, la fase che in alchimia è detta OPERA AL NERO, o VIAGGIO AGLI INFERI.



Ma come si fa fisicamente, praticamente, a percepire i punti di fatica? 
Si è detto che "l'evacuazione" viene scatenata mediante una serie di tecniche psicofisiche, ma innanzitutto occorre localizzare i punti di fatica.  Per farlo occorre, acquisire una sensibilità del corpo non ordinaria. 

Per acquisire sensibilità intendo la capacità di percepire con precisione le variazioni di temperatura, di pressione ecc. di zone esterne e interne sempre più piccole. 
Diciamo che ad ogni zona del corpo corrisponde una zona del cervello. 
Se immaginiamo i neuroni come lampadine, acquisire la sensibilità significa accendere sempre più lampadine in una certa zona.
Come si fa? Ci sono vari metodi. Uno, il più semplice, è basato sulla mimesi e sulla ripetizione. 
Esempio: io non so che gli alluci possono muoversi separatamente dalle altre dita dei piedi. Non ho cioè la sensibilità degli alluci. Vedo un vecchio pescatore che intreccia le reti con le mani e i piedi e muove gli alluci più o meno come muove i pollici. 

Capisco/realizzo che è possibile quel genere di movimento e sento, nel vedere gli alluci del pescatore che intrecciano le reti, un riflesso, una risonanza nella zona dei piedi. 

 

Sarà una sensazione indistinta perché non avendo il ricordo dell'esperienza di muovere gli alluci, il mio sistema nervoso centrale manderà degli impulsi alla zona che più si avvicina agli alluci.
 




A questo punto comincia l'allenamento ovvero la ripetizione ritmica, spesso, di movimenti sempre più complessi atti a sviluppare la sensibilità dei ditoni e a separarne la percezione da quella delle altre dita e dei piedi.
 
Per esempio posso inspirare sollevando gli alluci e lasciando a terra le altre dita ed espirare rilassando e lasciando "sciogliere a terra" tutte le dita. La volta successiva inspirando solleverò le altre dita e lascerò a terra gli alluci ecc. ecc. 

Poi, magari proseguo alternando il movimento dell'alluce destro e sinistro (quando uno è in alto l'altro è in basso ecc.  Poi potrò legare il movimento degli alluci a quello dei pollici delle mani (per esempio inspirando alzo alluce destro e pollice sinistro ecc.). 

Proseguendo coordinerò il movimento di pollici e alluci allo spostamento in varie direzioni degli occhi, poi aggiungerò la testa e così via fino a compiere movimenti sempre più complessi.  Più è complesso l'esercizio maggiore sarà l'attenzione necessaria. Maggiore è l'attenzione maggiore sarà la sensibilità che sviluppo. 

Un altro metodo è al negativo. Per esempio mi metto davanti un'immagine, il più possibile dettagliata, del corpo umano. Posso cominciare dai muscoli o forse è più facile dalle ossa. Ma forse con una statua funziona meglio, è tridimensionale... 

La studio e ci medito su. Poi comincio a visualizzarla ad occhi chiusi. 

Ogni tanto li riapro e controllo la precisione dei dettagli. Quando riesco a visualizzare (nel senso di disegnare o scolpire nella mente) con una certa precisione il corpo umano passo ad analizzare il mio corpo facendo "aderire l'immagine visualizzata il più possibile al mio corpo fisico. Mi metto in una posizione comoda (in piedi, seduto, sdraiato sulla schiena o sdraiato su un fianco) e parto ad esempio dal piede sinistro per analizzare progressivamente tutto il corpo. 

Quando sento difficoltà a visualizzare/sentire/immaginare una determinata zona del corpo REALIZZO CHE LA' C'E' UN BLOCCO O UNA DESENSIBILIZZAZIONE. 

Il portare l'attenzione sulla zona che ci crea difficoltà può provocare disagio, nausea o uno stato di irritazione.
 
Ripetendo l'esercizio più e più volte cercherò di "sentire" in quale zona della schiena si trasmette o risuona il senso di disagio. Posso avvertire una leggera scarica elettrica, un dolore, un senso di pressione o di calore o di freddo. A quel punto intervengo con la manipolazione, ad esempio, o con la "suggestione".  Posso immaginare di respirare dalla zona insensibile o immaginare che si sciolga come cera al sole, o immaginare che la luce o l'energia universale o qualsiasi cosa colpisca il mio immaginario entri ed esca da quella zona del corpo, o ancora posso chiedere a qualcuno di appoggiarvi una mano e di coordinare la sua respirazione alla mia. 

Dopo un po' inspirando mi sembrerà che la mano dell'altro emani calore, energia o una specie di fluido. Visualizzando il passaggio del fluido dal suo corpo al mio farò scorrere in qualche modo, l'energia bloccata.  

Per meglio dire costringerò il sistema nervoso centrale a prendere coscienza dell'esistenza della zona che, per necessità o abitudine, ha ignorato per due, dieci venti anni. 

giovedì 17 maggio 2018

TARKA E VICĀRA: MEDITAZIONE SU “TU SEI QUELLO”



Ormai gli incontri del lunedì sera su Patañjali a Madreterra (via Palestro 15, a Padova) sono diventati un appuntamento fisso. Trovo assai interessante il fatto che un gruppo, sempre più numeroso di persone, dopo una giornata di studio e di lavoro anziché passare la serata in un bar o sparapanzarsi davanti alla televisione, si riunisca per parlare di un filosofo morto più di duemila anni fa.Tra l'altro, fino ad ora, nessuno ha avuto degli attacchi di narcolessia. Molto interessante.Il prossimo lunedì parleremo della Logica vedanta e del samadhi savicāra, quello che segue è un estratto delle schede tecniche che distribuiremo.Om Adesh!




La meditazione su Tat Tvam Asi è tecnica operativa. Vediamo in che consiste tale tecniche operativa. Ripetere per centinaia o migliaia di volte Tat tvam asi o Tu sei quello, forse produrrà qualche effetto, ma a leggere i testi della tradizione advaita (vedantasara, vivekacudamani ecc.) viene da pensare che si tratti di qualcosa di più della ripetizione di un mantra. Potrà forse essere utile, se non altro per una conoscenza eruditiva, tentare una breve spiegazione dei termini e dei concetti usati nella meditazione sul Tat Tvam Asi. Cominciamo con il ricordare che i mahavakya, o “grandi sentenze”, sono quattro:

Aham Brahmasmi (Io sono il brahman) -
Tat Tvam Asi (tu sei quello) -
Ayam atma brahma (L'Atman è il Brahman) -
Prajnanam Brahma (la Coscienza-conoscenza è il Brahman).

II mahavakya sono sentenze tratte dai Veda e/o dalle Upanishad. 
Non sono le uniche sentenze, vi sono anche, per esempio, Sarvam hi etat brahma (sicuramente tutto questo è il Brahman), Sarvam Khalvidam brahma (l'universo è il Brahman), So'ham (Io sono Lui o Io sono questo), ma i quattro mahavakya (letteralmente grande -sentenza) sembrano assumere particolare importanza,

Ogni sentenza è suddivisa in tre parti (पदार्थ padārtha, che significa sostanza, oggetto del pensiero) ed innanzitutto il praticante dovrà investigare (विचार vicāra, letteralmente idea, pensiero, disputa) su ciascuna di esse.

La prima parte è detta Tvam padartha e riguarda l'elemento soggettivo, non universale del mahavakya. La riflessione su di essa sarà quindi Tvam padartha विचार vicāra.

La seconda parte è detta Tat padartha e riguarda l'elemento oggettivo, universale.

La terza parte è detta Aikya (ऐक्य ) padartha ed è l'elemento che lega, unisce, mette in identità universale ed individuale (Copula). 

L'investigazione, che parte dall'esame (विचार vicāra) dei singoli elementi della sentenza avrà come fine in primo luogo, la conoscenza, e se cerchiamo nei testi della tradizione advaita, una definizione di conoscenza scopriamo che 

LA CONOSCENZA È UNA “ATTIVITÀ COMPORTANTE LA TRASFORMAZIONE” (Śaṅkara – Upadeśasāhasrī; - ed. Aśram Vidyā – parte prima, capitolo II sutra 77). 

Naturalmente occorre distinguere tra conoscenza relativa e conoscenza assoluta, ad intendere due diversi livelli coscienziali. 
In altre parole il Tvam sarà un qualcosa legato all'individualità (il jiva individuato per esempio) mentre il Tat sarà un qualcosa di legato all'università (il vero Sé o Atman e "quindi" il brahman) e questo sarà compreso dalla mente di ogni aspirante, sarà conoscenza relativa. 

Conoscenza assoluta sarà invece, il "realizzare" ovvero lo stabilizzare l'identità tra Tat e Tvam. 

Tvam/Tu (ad esempio) è il jiva e le sue sovrapposizioni (ovvero ciò che impedisce di percepire che la propria natura è quella del Brahman).

Possiamo individuarlo nelle cinque guaine corporee, ma a seconda dei livelli coscienziali tale consapevolezza muta.

Risolte le guaine mediante la pratica dei samadhi si realizza che il Tvam/Tu coincide con l'Atman e con Īśvara. 

Tat/Quello (ad esempio) è il parajiva oppure Īśvara, ma Īśvara è la determinazione prima, è, il corpo causale universale, continuando l'indagine si arriverà a Turiya, il “Quarto” e magari a riconoscere livelli (per così dire) successivi a Turiya. 
La conoscenza quindi, come dice Śaṅkarācārya è attività comportante la trasformazione e la trasformazione (della mente) muta la comprensione della sentenza in esame, il mahavakya fino a giungere alla conoscenza assoluta o identità con il Brahman. La percezione dipende il punto di vista del percipiente, così come la conoscenza dipende dal punto di vista di colui che conosce.
Per indagare realmente il Tat Tvam Asi è necessaria la presenza di un istruttore. La riflessione non può nascere se non tramite il dialogo tra maestro e discepolo o tra istruttore e aspirante, perché se è vero che il dialogo avviene tramite parole, si tratta di parole che si rivolgono direttamente alla coscienza dell'allievo o del discepolo, occorre cioè, considerare la parola del maestro nell'ambito di un dialogo d'istruzione, come sovrapposizione di un “suono-radice”. In realtà, viene detto, non è l'istruttore che parla, ma la tradizioneNel senso che l'insegnamento tradizionale (in questo caso l'insegnamento del lignaggio Patanjali/Gaudapada/Govinda/Śaṅkara) sa rivolgersi direttamente alla coscienza del discepolo. 
Ciò non toglie che non sia anche acquisito, ad un altro livello, in un altro modo e con altri "effetti", dalla mente empirica. 
Facciamo un esempio:
TAT TVAM ASI, Tu sei Quello, ha, chiaramente un significato esplicito ed uno implicito. Per permettere di cogliere implicazioni di un'affermazione, l'advaita vedanta offre degli strumenti ben definiti, una tecnica ben definita che si può definire "logica (tarka) vedanta”. 
Nella logica vedanta vi sono tre (chiamiamole così) tecniche interpretative, in grado di rivelare le implicazioni ovvero i significati impliciti o nascosti: 

1) jahal (jahati) laksanā 
2) ajahal (ajahati)  laksanā 
3) jahad ajahal (bhāga) laksanā. 

Jahal laksanā.(cfr- Sadananda-vedāntasara ed. Aśram Vidyā) è definita implicazione rimuovente

Tizio dice a Caio: la città di Livorno è sul mare.
Ovvio che il senso letterale di questa frase sarà “rimosso” dal senso implicito. 
Difficile credere che Livorno sia costruita direttamente sulle acque. 
Si presume che siano implicite le parole costruita sulla riva (del mare). 
Ascoltando quindi la frase La città di Livorno è sul mare il senso esplicito, diretto sarà “rimosso” e sostituito dal significato indiretto o implicito. Un significato che, sebbene non espresso, sarà indiscutibile. 

Ajahal- laksanā è definita implicazione non rimuovente. 
Questo si ha quando il significato letterale è, senza il significato implicito, incompleto e/o totalmente incomprensibile. 

Facciamo qui il medesimo esempio citato da Sadananda nel Vedāntasara: 

Il rosso corre più veloce degli altri. 
nel caso del Tizio avremo TU = tvam padhartha e QUEL TIZIO CHE...= Tat padhartha.

Rosso è una qualità. Ovvio che ci si sta riferendo ad un cavallo rosso, o ad un corridore rosso per capelli o abiti.

Bhāga-laksanā è definita implicazione rimuovente-non rimuovente. 
Se si osserva la frase: Tu sei quel tizio che 5 anni fa si allenava nel parco con la spada cineseTu sei quel Tizio significa che chi sta parlando riconosce in te, ora, lo stesso Tizio di cinque anni fa. 

La frase in sé sarebbe contraddittoria in quanto in apparenza Tu/Tizio e Quel Tizio sono due oggetti (di conoscenza) diversi, ma il significato implicito rimuove la contraddizione, rivelando che non c’è differenza tra il Tizio di 5 anni fa ed il Tizio di oggi. Chi parla riconosce in Te lo stesso Tizio al di là dell’indicazione temporale e magari dei diversi vestiti che indossi e del diverso taglio di capelli. Si tratta di un riconoscimento. 

Sappiamo che Tu ha a che vedere con il piano di identificazione soggettivo e Quello con l’universalità. 
Tu ad esempio, è il Jiva e Quello è l’Atman. 
Tu è immediato (Tu sei ineluttabilmente Tu) mentre Quello è non immediato. 

Se applichiamo lo stesso procedimento della frase “Tu sei quel Tizio che cinque anni fa si allenava nel parco con la spada cinese”, si avrà la rimozione delle apparenti contraddizioni. Tu e il tizio di cinque anni fa siete apparentemente diversi, ma, eliminando le sovrapposizioni, ovvero la diversità di tempo (oggi e cinque anni fa), luogo (qui e nel parco) non rimane altro che Tizio. Allo stesso modo il TU acqua, per fare un esempio, contenuto in un vaso si identificherà con l'acqua del lago (Quello) in cui il vaso galleggia: TAT TVAM ASI.

Nel caso dell'acqua contenuta nel vaso fatto galleggiare nel lago, l'acqua contenuta sarà tvam padhartha e l'acqua del lago sarà tat padhartha

Il legame, la copula, il ponte trai due (aikya padartha), ovvero il verbo Essere, sarà "effetto" del processo di trasformazione innescato dalle tecniche (per esempio jahal laksanā, ajahal laksanā bhāga-laksanā.) che hanno svelato il significato implicito della frase " TU SEI QUELLO.

venerdì 11 maggio 2018

PATAÑJALI, LA PRATICA DEL SAMADHI



Tutti i lunedì sera, nella sede  di Madreterra a Padova, Laura ed io facciamo degli incontri di approfondimento  sugli Yoga Sutra insieme agli allievi della scuola di formazione Hathayoga&Mindfulness Citra che dirigo insieme a Chiara Mancini. Esperienza molto interessante, non credevamo che analizzare dei versetti in sanscrito  e discutere delle sottigliezze della filosofia indiana suscitasse tanto entusiasmo.

Quello che segue è parte del materiale che abbiamo distribuito per il secondo incontro.  
Un sorriso, 
P.


IL SAMADHI (I,17)



Yoga Sutra I,17:
Vitarka vichara ananda asmita rupa anugamat samprajnatah

Traduzione di Raphael: 
“La condizione di conoscenza è quella accompagnata dall'argomentazione, dalla deliberazione, dalla beatitudine dal senso dell'io sono. 

Traduzione nostra:

“[Quella particolare] condizione di coscienza/conoscenza (saṁprajñāta[1]) [che dà la possibilità di comprendere e trasformare] la forma materiale (rupa[2]) [viene realizzata] in seguito (anugamāt) [all’esperienza di quattro stati denominati] vitarka [o conoscenza basata sulle ipotesi e le congettu-re], vicāra [o conoscenza basata sull’investigazione e il ragionamento], ānanda [stato di beatitudi-ne derivante dall’unione con l’oggetto di conoscenza] e asmitā[3] [identità con l’oggetto di conoscenza].

Il Sutra I,17 descrive quattro tipi di samadhi. 
Il samadhi è conoscenza diretta della realtà. Ciò significa che non vi è distinzione tra OGGETTO di conoscenza e tra SOGGETTO conoscitore.
Per meglio comprendere è necessario esaminare i concetti di अस्ति asti - भाति bhāti - प्रिय priya.
 प्रिय priya, dalla radice PRA che significa insorgere , sbocciare, è tutto ciò che è piacevole, bello a vedersi, amabile, adorabile, beato e portatore di beatitudine. 

भाति bhāti dalla radice bhā che significa luce, significa apparire sembrare, luccicare, scintillare ecc.
अस्ति asti dalla radice AS che significa essere vuol dire Esso (lui, lei) E', ma anche esistere, essere stare...
Bhāti è la "luce propria" di un oggetto, ciò che dà origine alla forma con la quale lo si può "conoscere". 
La vera forma (स्वरूप svarūpa) di un oggetto, sarà quindi la forma che appare senza sovrapposizioni mentali, come diretta emanazione della luce propria dell'oggetto, bhāti.
Il samadhi con seme è quindi la conoscenza diretta che nasce dall'unione fusione del conoscente con l'oggetto di conoscenza. 
तर्क vitarka significa argomento.
In questo caso è il nome del tipo di samadhi che insorge dalla concentrazione su un pensiero particolare, un seme.
Per esempio medito su OM NAMAH SIVAYA, comincio ad intravedere la sua struttura triplice (nama= mondo delle forme, Ya = jiva individuato, Siva = assoluto) e la sua struttura quintuplice (NA- MA-SI-VA-YA) che rappresenta i cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione, mantenimento, velamento , grazia) fin quando i pensieri cominciano a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e la consapevolezza del voler conoscere-comprendere e la mente si identifica completamente nel mantra, che rimane come seme (pratyaya). 
विचार vicāra significa, idea, concetto. 
In questo caso è il nome dato al secondo tipo di samadhi. L'idea è ciò che sta "dietro all'oggetto, è il noumeno. La differenza tra il Vitarka samadhi ed il vicāra samadhi è, banalizzando, una differenza di "spessore". Il primo (vitarka) indica un pensiero più grossolano, si utilizza cioè l'intelligenza ordinaria. Per citare Dante si potrebbe parlare di "piena comprensione del linguaggio letterale". In un certo senso VITARKA è il samadhi della coscienza di veglia.  Il secondo (vicāra) utilizza una intelligenza più sottile. L’intelligenza intuitiva che fa svelare, in un attimo, il significato di simboli ed allegorie.
Si potrebbe parlare di "piena comprensione del Linguaggio allegorico". Se l'attenzione nel vitarka samadhi è su un oggetto, in vicāra vi è la possibilità di comprendere la reale natura di tutti gli oggetti. 
Vitarka è una freccia che centra il bersaglio stabilito.Vicāra è la possibilità di tirare la freccia verso qualunque bersaglio. In un certo senso è il samadhi della coscienza di sogno. Il terzo tipo di samadhi è आनन्द ānanda che significa gioia, beatitudine, grande piacere sessuale..., detto anche सानन्द sānanda . È la beatitudine indifferenziata, è lo stato della conoscenza assoluta permeata dall'ignoranza assoluta. Lo si può collegare allo stato coscenziale di Prajna o sonno profondo. 
Il quarto stadio o tipo di samadhi è dettoअस्मिता asmitā ed è riferito con l'Uno, l'Essere, l'Antico dei giorni.Asmitā può essere tradotto con egoismo e rappresenta qui l'identità con Isvara . Quattro specie di samadhi, quindi, (corrispondenti ai quattro dhyana del buddismo) che vengono definiti samprajñāta ovvero con conoscenza ad indicare che esistono ancora dei contenuti che possono essere ridotti alla dialettica Soggetto conoscitore-oggetto di conoscenza.  Ricapitolando avremo: 
Vitarka o savitarka (corrispondente al primo "dhyana" del buddismo) collegato al ragionamento empirico, al linguaggio letterale ed allo stato detto visva stato di veglia.
 Vicāra o savicāra (corrispondente al secondo dhyana del buddismo) collegato alla comprensione intuitiva (tipica ad esempio del fare arte), al linguaggio allegorico ed allo stato detto Taijasa.
Ānanda o sānanda (corrispondente al terzo dhyana del buddismo) collegato all'identità con le idee/dei, al linguaggio morale ed allo stato detto prajña. 

asmitā o sasmitā (corrispondente al quarto dhyana del buddismo) collegato all'identità con l'uno principiale, al linguaggio anagogico ed allo stato detto di Isvara. Questi quattro livelli sono collegati tra loro nel senso che non si può accedere ad uno stato senza aver esperito e stabilizzato i precedenti. 

La stabilizzazione dei livelli del samadhi è chiamata Amākalā , uno dei nomi o poteri della Dea, che si potrebbe, secondo me, tradurre come Arte(
कला kalā ) divina o arte dell'immortalità (अमर amara sta per immortale, eterno, dio). Oltre questi quattro tipi o livelli del samadhi ve ne sono altri che si possono considerare dei "gradini" indispensabili a salire da un livello all'altro. 

Si è detto ad esempio che il vitarka o savitarka samadhi è legato alla conoscenza/identificazione di/con un oggetto "grossolano" (un pensiero "grossolano") in un certo senso si tratta di un processo teso a svelare gli "effetti di un oggetto. Quando la mente si identifica completamente con l'oggetto grossolano o il ragionamento empirico c'è uno stacco, un momento di (apparente?) assenza, si può fare l'esempio (banalizzando)di una persona completamente concentrata sulla soluzione di un problema matematico o un gioco enigmistico. Il momento in cui ha o crede di aver colto la soluzione non ha le parole per dirlo, ma il ragionamento che lo ha condotto a tale soluzione cessa improvvisamente. iI totale assorbimento nella soluzione del problema ed il conseguente isolamento da tutto ciò che può interferire con tale soluzione è definibile vitarka samadhi. Il momento di cessazione dell'attività che precede il momento della espressione della soluzione è detto NIRVITARKA samadhi e Patanjali lo citerà nel sutra I,43:
smriti partisuddhou svarupa sunyeva artha matra nirbasa nirvitarka 

nella traduzione di Raphael: 
“Quando la memoria è purificata e la mente perde la sua propria forma e soltanto la conoscenza reale dell'oggetto (di concentrazione) risplende, si ha lo stato di concentrazione senza argomentazione (nirvitarka)”.
In pratica si ha la "percezione" (?) della "vera forma" dell'oggetto e di ciò che di quella vera forma è "causa", ovvero ciò che prima abbiamo definito भाति bhāti, la luce propria di un oggetto, senza le sovrapposizioni create dalla mente. 
Nirvitarka samadhi, ovvero la conoscenza consapevolezza della vera "natura" di un oggetto conduce al samadhi detto vicāra o savicāra, la coscienza/conoscenza o la possibilità della coscienza/conoscenza della reale natura di tutti gli Oggetti. 
Si è sul piano delle energie sottili, taijasa, il piano di sogno. Anzi si può dire che savicāra è la piena coscienza di sogno. L'identificazione nella coscienza di sogno diviene in un certo senso "oggetto di conoscenza". 
Il gradino successivo è nirvicāra, il momento in cui cessa anche il pensiero della identificazione con il piano delle energie sottili e conduce al sānanda samadhi caratterizzato dalla pura beatitudine.
Ovviamente anche il piacere/beatitudine, a sua volta, può divenire oggetto di conoscenza. 
Quando cessa questa possibilità si ha il nirānanda samadhi che conduce alla consapevolezza dell'IO SONO, o sasmitā samadhi
Questi 7 livelli [sei per il vedanta nel quale (cfr. Indian Psychology, Volume 1, di Jadunath Sinha) Sānanda e nirānanda sono considerati un unico stato) rappresentano l'insieme dei samadhi samprajñāta o samadhi con conoscenza. 
La rivelazione della coscienza di veglia vitarka o savitarka samadhi è relata alla conoscenza dei Bhuta o elementi grossolani (etere,aria, fuoco,acqua, terra) ed al loro risolversi l'uno nell'altro(la terra si discioglie nell'acqua ecc.).
La rivelazione della coscienza di sogno vicāra savicāra samadhi è relata alla conoscenza dei Tanmatra ovvero gli elementi sottili (suono, sensazione tattile, luce/colore,sapore, odore).
La rivelazione della coscienza di sonno profondo o della beatitudine che nasce dalla armonizzazione degli opposti ānanda sānanda samadhi è relativa ai sensi ovvero alla possibilità di percepire ed interpretare gli elementi sottili.
La rivelazione dell'unità primordiale asmitā sasmitā samadhi è relativa alla comprensione di ahamkara come funzione e non come individualità.
 Il tutto si può ridurre al processo introspettivo del Chi sono ovvero alla meditazione (cfr.samkara aparokshanobhuti) su 
Ko'ham (chi sono io).
 Na'ham (non sono).
So'ham (sono questo). 
Meditazione-concentrazione sugli elementi grossolani (vitarka): io non sono (na'ham) il corpo fisico.
Meditazione concentrazione sugli elementi sottili (vicāra): io non sono il corpo energetico, le energie sottili, i movimenti emotivi. 
Meditazione concentrazione sulla coscienza sensitiva (ānanda): io non sono la mente che percepisce le diversità e la molteplicità. 
Meditazione sull'IO sono (asmita): Io sono l'unità degli opposti. 



[1] Saṁprajñāta o samprajñāta viene solitamente tradotto con “conoscenza accurata”. Sam si può interpretare come “insieme, con”.
Prajna, usato spesso come sinonimo di buddhi, è inteso come conoscenza, ma indica una particolare forma di energia, o śakti, legata alla dea della musica e dell’eloquenza, sarasvatī, e all’ādi-buddha. Swami Vivekananda nel suo commento al sutra I,17 attribuisce a saṁprajñāta il significato di acquisizione del potere di controllare la natura:
In the Samprajnata Samadhi come all the powers of controlling nature. It is of four varieties [qui descrive i quattro stati o varietà di sampra-jñāta]...There is no liberation in getting powers. It is a worldly search after enjoyments, and there is no enjoyment in this life; all search for enjoyment is vain; this is the old lesson which man finds so hard to learn. When he does learns it, he gets out of the universe and becomes free. The possession of what are called occult powers is only intensifying the world, and in the end, intensifying suffering. Though as a scientist Patanjali is bound to point out the possibilities of this science, he never misses an opportunity to warn us against these powers.
[2] Rūpa, o rupa, significa “natura, forma, apparenza fenomenica, colore, spettacolo”, ma visto l’uso del termine saṃjñā nel versetto 15, molto probabilmente va inteso come uno dei cinque skandha buddisti col significato di “forma, corpo materiale”.
[3] Asmi è la prima persona singolare del verbo essere, “Io sono”, quindi asmitā viene tradotto solitamente con “egoismo”. In questo caso è da intendersi come entrare in identità con l’oggetto di conoscenza (rupa).