martedì 14 giugno 2016

LASCIARE LA PRESA - ARTE DELLA RIGENERAZIONE

Illustrazione di Laura Nalin


"Lasciare la presa, cioè l'impugnatura della spada, ha vari significati.
Può voler dire vincere senza la spada.
Può voler dire essere incapaci di vincere senza la tachi,
è difficile descrivere questa tecnica." 


Il dodicesimo giorno del quinto mese del secondo anno dell'era Shoho
Shinmen Musashi 





La giusta azione è "lasciare la presa".
Difficile da comprendere.
Una storia che mi affascina e che forse può aiutare a capire cosa significhi "lasciare la presa"  è quella del "Nano cosmico" (
 l'ho letta per la prima volta in un libro di Zimmer, "Miti e Simboli dell'India")
il nano cosmico, nato 
dalla madre degli Dei, Aditi, è Vamana, quinto avatar di Vishnu.  Nei Purana si  racconta che, un giorno, il "Narayana" viene svegliato dal suo sonno sul mare nero dell'inizio. Un Asura, un malvagio Re del Mondo, dopo aver  spodestato  gli dei  si sta appropriando dell'essenza vitale di tutti gli esseri viventi.
Vishnu scende sulla terra e si presenta al demone sotto forma di un bambino rachitico, con un ombrellino, credo giallo, in mano. 




Una specie di nano da circo.
Con la sua vocetta, flebile e sgraziata, chiede al re del Mondo di fargli un favore e questi, divertito da quella caricatura di uomo, acconsente di buon grado.
-"Vorrei che tu mi concedessi tanta terra quanto ne possa coprire con tre dei miei passi"- disse il nanetto.
-"Tre passettini?"- pensò il titano annuendo -"Ma quanto mi diverte  questo nanetto! Gli regalerò un paio di mattonelle della sala del mio palazzo" -
Il nanetto cominciò ad espandersi a crescere, immenso come il monte Meru, superò le nubi e infine  Vishnu si manifestò sottò forma di un gigantesco guerriero.
Con il primo passo raggiunse la luna,
Col secondo tutti i pianeti
Con il terzo fece ritorno nel palazzo del titano e lo schiacciò  sotto il peso del suo piede.
Perché, mi domando, Vishnu non si manifesta immediatamente come guerriero cosmico e prende a ceffoni il demone?

Perché non può farlo
.



Ho lavorato parecchio con le maschere, in teatro.
E' bello.
Nel Noh giapponese si usano maschere bellissime, con gli occhi così piccoli da rendere l'attore che le indossa quasi cieco.
Nel kathakali si usa il trucco, invece, ma il senso è lo stesso.
In italia c'era la commedia dell'arte che all'inizio, anche se pare strano era sacra.
Arlecchino per esempio è "Hell Koenig", l'Imperatore dell'Inferno.
Anche quando fa il buffone conserva il bastone del comando (batoccio) e il corno tagliato della "bestia". 



Le maschere italiane, prima di Strehler ("Arlecchino Servitore di due Padroni" uno spettacolo che è entrato nella storia del teatro del '900), avevano gli occhi piccoli piccoli, come quelle del Noh.
L'attore si muoveva seguendo i suoni e le poche luci che intravedeva e questo lo metteva in una condizione di alterità.
Lavorare con le maschere è un'esperienza inquietante: se indossi quella di un demone o di un eroe, il corpo, condizionato dalle linee del "suo" volto ,sovrapposto al tuo, ne assume, automaticamente i gesti e la postura e tu cominci a muoverti, parlare e pensare, più o meno, come ha previsto il fabbricante della maschera.
Vishnu non può far altro che agire, parlare e pensare come il bambino rachitico. Non importante se è, assieme, l'attore e il fabbricante di maschere...
Questo significa lasciare la presa: indossare la maschera che la vita ha costruito per noi fino alla fine dello spettacolo.
Solo allora, il vero Sé può manifestarsi e svelare che attore, regista e palcoscenico sono sempre e solo un unico essere.

I TRE TESORI E IL BAMBINO DIVINO

Tratto da: "Hathayoga - la lingua perduta dei Veggenti", Aldenia Edizioni; parte prima capitolo III



Fig. 3 Golfo di Baratti-lezioni di Yoga sulla spiaggia







Su internet gira un video degli anni ’30 in cui si vede Krishnamacharya (il padre dello yoga moderno, maestro di Iyengar, Desikachar e Phattabi Jois) eseguire alcune sequenze tradizionali di Haṭhayoga. L’eleganza, la morbidezza e la fluidità dei suoi movimenti, sono così lontane dalla rigidità di alcuni yogin contemporanei da far pensare a due discipline diverse.



Il fine dello Yoga è quello di restituire all’essere umano la dignità del suo Stato Naturale[3], una condizione nella quale il corpo libero da blocchi e contrazioni si muove come si muoveva Krishnamacharya, con l’eleganza del felino, la fluidità del serpente, la leggerezza di un gabbiano che si fa cullare dal vento. Una condizione impossibile da raggiungere se non si fanno i conti con le proprie emozioni e con i propri meccanismi mentali. 

Le sovrastrutture culturali, i pregiudizi, le credenze che impediscono il libero fluire dei pensieri condizionano l’espressione delle emozioni che a loro volta influenzano il rapporto del corpo con lo spazio esterno.
Gesto, emozione e pensiero o, come dicono i buddisti, “Corpo, Parola e Mente”, sono i tre gioielli dello Haṭhayoga. Somigliano un po’ ai tre “doni della morte” di Harry Potter: concedono il loro vero potere non a colui che li possiede e controlla, ma a chi, dopo averli trovati, puliti e lucidati, ha il coraggio di disfarsene, arrendendosi alla legge del Cosmo. La lezione dell’arrendersi, del “Surrender”, è la più difficile da apprendere. 

Molti preferiscono credere che lo yogin sia colui che con la volontà padroneggia pensieri, emozioni e gesti, ma i testi antichi, gli inni vedici e le upaniṣad, parlano chiaro, bisogna arrendersi.
Arrendersi nello Yoga non significa essere passivi, ma assistere, divertiti, allo spettacolo della nostra vita consapevoli del fatto che i sorrisi, le lacrime, gli addii strazianti e i baci ritrovati sono parti di un copione scritto da altri.  Noi non possiamo far altro che recitare il nostro ruolo fino in fondo, stando bene attenti a non prendersi troppo sul serio, ché tanto, prima o poi, arriverà qualcuno a dirci che era solo un gioco, il gioco degli dei. 

È lo spettatore (in sanscrito sākṣin, il “testimone”) l’essenza ultima dell’Uomo, il suo vero sé, colui che vive allo Stato Naturale, senza paura, rabbia o dolore. È dentro di noi, anzi “è” noi, ma la non consapevolezza dei tre tesori (Corpo, Parola e Mente) e dei fili sottili ma indissolubili, che li uniscono ce ne impedisce la visione.

Gli antichi yogin chiamarono la non consapevolezza avidyā, e la identificarono con tre nodi (granthi) posti in tre luoghi diversi: 
il primo nodo, tra  genitali e ombelico, è la sede della non consapevolezza del corpo.
Il secondo, nella zona del cuore, è la sede della non consapevolezza delle emozioni.
Il terzo, alla fronte, è la sede della non consapevolezza dei pensieri.

Sciogliere i nodi e lasciare che Corpo, Parola e Mente seguano i ritmi dell’universo significa realizzare lo Stato Naturale, fine ultimo della pratica dello Yoga. Vediamo di capirsi meglio: lo Stato Naturale è la condizione in cui l’essere umano attraverso i sensi, percepisce il mondo “così com’è”. Gli stimoli esterni arrivano alla mente che li analizza ed elabora una eventuale risposta. Le analisi e le risposte della mente provocano un’emozione o una catena di emozioni che a loro volta fanno insorgere le azioni più giuste, ovvero più in linea con la legge naturale (questo è il significato di Sanātana Dharma, l’insieme degli insegnamenti su cui si fonda lo Yoga, “legge naturale” o “legge eterna”). 

I “nodi”, creati in genere dalle sovrastrutture culturali e da esperienze negative non elaborate, interrompono questo processo, rendendo goffi e artificiosi sia i moti dell’animo che quelli del corpo e facendoci perdere, progressivamente, il contatto con la nostra parte istintuale. Le reazioni naturali vengono sostituite da automatismi creati dalle credenze, dagli usi e i costumi della comunità in cui viviamo, e l’insieme degli automatismi crea a sua volta delle “maschere”, dei “caratteri” (nel senso che si dà in teatro a questo termine) che ci sono utili per stabilire delle relazioni nell’ambito di determinate reti sociali, ma che soffocano la nostra parte istintiva, il bambino divino che dorme nel nostro cuore. 

In Occidente spesso il “bambino divino” viene identificato con Dioniso, in India è Śiva, il “signore degli animali” (Paśupati), detto anche Śaṇkara, il “benefattore”, Śambhu, “colui che porta la felicità”, o Naṭarāja, il “re della danza”.
-“Śivo’ham”- “io sono Śiva”, dicono i maestri indiani, a significare che hanno sciolto i nodi della non consapevolezza e realizzato lo Stato Naturale. 


3  In sanscrito सहज Sahaja, “congenito”, “innato”, “originario”. 

venerdì 3 giugno 2016

LA LINGUA PERDUTA DEI VEGGENTI


HATHAYOGA - LA LINGUA PERDUTA DEI VEGGENTI- Aldenia Edizioni.
Prefazione di Malcolm Bilotta, foto di Francesca Proietti, copertina di Roberto Rizzotto (Photo Riz)


Tra pochi giorni uscirà nelle librerie il mio secondo libro : "HATHAYOGA-La lingua perduta dei veggenti", edito da Aldenia.
Devo ammettere che sono un po' emozionato.
Il libro che ho pubblicato lo scorso anno, "La via del sesso", che prendeva le mosse dalla mia esperienza personale, era fondamentalmente un libro tecnico, che partiva dall'analisi dei testi e dei simboli tradizionali.
In questo racconto innanzitutto la storia del mio rapporto d'amore con lo yoga e di come, negli ultimi dieci anni, le mie idee, la mia maniera di affrontare la realtà, la mia Vita, siano mutate profondamente.
Una rivoluzione a dir la verità.

Il libro è diviso in quattro parti: 
nella prima parlo delle mie origini, di Yoga.it (il luogo virtuale che ha inciso non poco sulla mia pratica e sulla mia maniera di insegnare), del Gruppo Yoga Vedanta e della Scuola di Yoga Integrato.

La seconda parte  è dedicata alle dodici posizioni della "serie di Rishikesh", alle varie maniere di assumerle (ci sono 150 foto fatte da mia figlia Francesca!), e  al loro significato simbolico.

Nella terza descrivo le pratiche della visualizzazione dell'Ascolto Interiore (senza le quali lo Hatha Yoga non sarebbe altro che una salubre ginnastica)

Nell'ultima parte, infine, darò conto delle richerche (e delle scoperte, per me entusiasmanti) che ho fatto negli ultimi dieci anni grazie alla collaborazione e alla condivisione dei miei fratelli del gruppo Yoga Vedanta e di Yoga.it: Fabio, Gb, Onofrio, Andrea, Sandro, Laura Loto, Milena, Petulia, Marco, Riccardo, Ganesha, Jasmine, Cico, Elena, Albachiara, Mauro, Govinda, Malcolm....)


Qua di sotto in anteprima i primi due capitoli.
Un sorriso,
Paolo




I - LA TERRA DELL’OLTRE

"Non dovete credere nella forza delle tradizioni, 
anche se sono tenute in grande considerazione per molte generazioni e in molti luoghi; 
non credete in una cosa semplicemente perché molti ne parlano; 
non credete basandovi unicamente sulle affermazioni degli antichi saggi; 
non credete nelle cose che vi siete immaginati pensando che fosse un dio ad ispirarvi; 
non credete in nulla che si basi solo sull'autorità dei vostri maestri o dei preti. 
Dopo averle attentamente esaminate, credete soltanto alle cose che avete sperimentato e trovato ragionevoli, alle cose che faranno il vostro bene e quello degli altri". 


Shakyamuni , "Kamala Sutta" , traduzione di Alexandra David Neel



“Realizzazione”, “Illuminazione”, “Stato Naturale[1]” sono parole che un praticante di Yoga usa per descrivere la meta ultima della sua pratica, uno stato di eterna beatitudine, una terra di pace e serenità lontana anni luce dall’angoscia, dalla rabbia, dalla paura della morte che colorano, di solito, la nostra vita terrena.
Per noi, che negli anni ’70 avevamo diciotto o vent’anni, raggiungere la “Terra dell’Oltre” (come la chiamano i tibetani) era quasi un imperativo morale. Molti, affascinati da Yogananda e dai racconti di zii e fratelli maggiori, cominciarono a battere le strade dell’India e del Nepal, nella speranza di incontrare Babaji, altri volarono in Messico sulle tracce del mitico don Juan di Castaneda.
Alcuni scelsero la scorciatoia delle sostanze psicotrope. Al giorno d’oggi la regina delle “droghe spirituali” è la ayahuasca; ai nostri tempi ce n’era per tutti i gusti dal peyote al mescal, dalla psilocibina all’acido lisergico (LSD).
Rifornirsene non era certo un problema: ai concerti, alle serate in riva al mare o alle festa dell’Unità prima o poi spuntava un improbabile sciamano di borgata che, col sorriso di chi la sa lunga, tirava fuori da una borsa ricamata la sua personale “Erba di Dio”.
Ciò che ci univa era la ricerca, sincera della "Sorgente", quella presunta, affascinante “Tradizione Unica” o “Filosofia Perenne” di cui avevamo trovato le tracce nei film di Jodorowskji, nei libri  di Guenon e di Gurdjeff, nei ricordi più o meno vividi del Socrate o del Plotino dei testi scolastici. Una Scuola Eterna portatrice di un insegnamento, antico quanto l’uomo, che avrebbe, di certo, soddisfatto il nostro desiderio di un “centro di gravità permanente” e dato una qualche risposta ad esigenze che religione e ideologie non sembravano più in grado di soddisfare. Non so quanti di noi abbiano raggiunto la “Terra dell’Oltre”. Alcuni si sono persi sicuramente per strada. Altri sono tornati a casa. Io insegno yoga.



Fig. 1 – Ritratto di Babaji di Haidhakhan.  Dalla fine degli anni settanta al 1984,
anno della sua morte, furono moltissimi gli Italiani che si stabilirono
nel suo Ashram, alle pendici dell’Himalaya


II - YOGA.IT E IL GRUPPO VEDANTA
Dieci  anni fa Malcolm Bilotta, dalle pagine di Yoga.it, un forum virtuale in cui si discuteva di yoga e filosofia, lanciò l'idea di organizzare una serie di incontri informali tra praticanti di discipline orientali provenienti da scuole diverse, e a volte in contrasto tra loro, con l'unico fine di condividere esperienze ed opinioni.
La sua esigenza nasceva dalla sensazione, comune ad altri frequentatori del forum, che, in qualche modo l’enorme sviluppo del “mercato della spiritualità” a cui avevamo assistito negli anni della New Age, avesse in qualche modo prodotto, assieme ad un maggior scambio di informazioni, una banalizzazione degli insegnamenti e, di conseguenza, una progressiva perdita di significato di simboli e testi che definivamo "tradizionali".

Il praticante di Yoga, di Qi Gong o di arti marziali orientali, in un’ottica di mercato, diviene un cliente e ritenevamo possibile che, al fine di avere un maggior numero di "clienti" alcune scuole o gruppi o istituzioni avessero non falsato, ma in qualche modo riadattato, per esigenze pratiche, gli insegnamenti originari.
Il mercato è basato sul concetto di fidelizzazione: i clienti devono sentirsi in qualche parte di una comunità di eletti e la necessità di sviluppare il senso di appartenenza porta ad  inventare definizioni, simboli e tecniche che, di quella comunità di eletti,  diventano un segno distintivo.
Un altro possibile motivo delle apparenti contraddizioni e dissonanze che credevamo di vedere esaminando, dal nostro punto di vista, certe linee di insegnamento, era la necessità di eliminare o mettere in secondo piano quelle simbologie e quei concetti che potevano entrare in conflitto con credenze, abitudini, ideologie dell'occidente cristiano.
Nel 2006 cominciarono gli incontri di quello che in seguito chiamammo “Gruppo Yoga Vedanta” [2].  Periodicamente ci ritrovavamo in luoghi diversi (ad Ansedonia, dove all’epoca avevo una casa, alla Cascina “Le Querce” di Borgo Taro o a San Terenzo, vicino a Lerici dove Malcolm aveva un Centro Yoga ed esercitava la professione di psicologo) e passavamo due o tre giorni a praticare Haṭhayoga, a discutere dei testi tradizionali, a litigare  sull’interpretazione di un versetto o di una tecnica. Alcuni di noi erano insegnanti di Yoga, altri marzialisti, ma c’erano anche ricercatori scientifici, manager, musicisti. Nessuno di noi riconosceva in uno del gruppo un maestro o un Guru.
In poco tempo, senza che ce ne rendessimo conto il Gruppo Vedanta prese l’identità di quello che io definisco un “gruppo tradizionale”: una comunità di persone che mettono a disposizioni i propri talenti (e talvolta ne scoprono altri che non credevano di possedere) con l'unico scopo di condividere le proprie esperienze e le proprie emozioni, un gruppo di “ricercatori della verità”, avrebbe detto Gurdjeff. Anche se può sembrare buffo cominciammo a chiamarci, tra di noi, fratello e sorella.
Ciò che chiamavamo “sapere”, ovvero le credenze, i luoghi comuni, le teorie apprese dai libri cui molti di noi, bisognosi di certezze, si erano aggrappati per anni, nelle lunghe pratiche di gruppo, negli esperimenti e nelle discussioni serali si sciolsero come neve al sole.
Alla fine “scoprimmo l’acqua calda”: se esiste una verità immortale non possiamo trovarla nelle teorie e nelle ideologie, ma nel cuore dell’uomo. È quello il luogo in cui, gli antichi Veggenti, i ṛṣi vedici, scoprirono, o almeno così si dice, quei segreti dell’Universo che cercarono di tramandare attraverso lo Yoga.
Credo che Yoga.it e il Gruppo Vedanta mi abbiano insegnato una cosa fondamentale: la “Tradizione Unica” o come la chiamano gli indiani, il Sanātana Dharma non è altro che la natura dell’essere umano, e non la puoi trovare né in India né sulle montagne peruviane, ma dentro di te, e nello sguardo di chi ami.


Fig. 2 - Borgotaro, ottobre 2010, M.R e R. C. I. predispongono la strumentazione per la mappatura delle aree celebrali dei praticanti in meditazione.




[1] Lo Stato naturale è  la meta di tutte le  filosofie e le tecniche psicofisiche orientali.  In giapponese, ad esempio,  si dice Shi Zen.
Shi Zen è la pronuncia giapponese di Ziràn (Tzu-jan), una delle parole chiave del taoismo, riportata 
più volte nel Daodejing di Lao Tzu. 
Zìrán
自然 significa, natura, naturalmente, spontaneamente, stato naturale. Lo si può interpretare 
come "non intaccato dalla volontà e dalla mente umana". 
Zìrán è anche un concetto estetico: ciò che è bello di per sé è chiamato zìrán. In cinese si 
pronuncia Tzraa(n) ed è formato dagli ideogrammi
(Sé', personale, proprio, che proviene 
da...) e
rán (affermativo, certamente, certo, pegno, promessa). 
A sua volta Ziràn è la pronuncia cinese della parola sanscrita 
सहज Sahaja. 
Shi zen, Ziràn e Sahaja sono esattamente la stessa parola(con il medesimo significato) pronunciata in maniera diversa. 
Lo stesso avviene per Zen, Chan e Dhyana ecc. 
Gli stessi vocaboli esprimono i medesimi concetti in India , Cina, Giappone. 
Lo stato naturale è lo stato originario dell'essere umano. 
Lo stato in cui non c'è nessun conflitto. 
Lo stato in cui si è in armonia con la legge naturale. 
E' lo stato in cui si riconosce la propria vera natura o Vedasvarupa.

[2] Oltre a me ed a Malcolm facevano parte di quel gruppo iniziale Fabio Cozzi, Onofrio Amendola, Petulia Lera,  Gianni Bencista, Sandro “Yogasan”, Laura Nalin, Francesca Ciccarella, Andrea Pagano, Marco Rotonda, Riccardo Cassian Ingoni, Graziano “Zap”, Laura Voltolina