lunedì 27 marzo 2017

IL FIGLIO DI YOGANANDA E L'INDIGESTIONE DI BUDDHA



YOGANANDA
Quando nel 1996, pochi giorni prima del suo centesimo compleanno Lorna Erskine, si abbandonò al sonno della morte, Ben, il figlio, decise di rivelare al mondo il suo segreto i: Yogananda, il casto e puro guru, era suo padre.

Ne uscì fuori una terribile, e molto poco yogica, battaglia legale a colpi di foto, rivelazioni pruriginose ed esami del DNA tra la Self Realization Fellowship,la potente associazione fondata dal maestro, e gli eredi di Lorna (che chiedevano un sacco di soldi...).

Ad un certo punto vennero fuori altri tre o quattro figli di discepole americane, tutti bisogna dire assai somiglianti al Guru, .

E venne fuori una storia, confermata da alcuni fuoriusciti dalla Self Realization Fellowship (e quindi... interessati) riguardante un gruppo di "sorelle dell'amore" giovani discepole che avrebbero diviso con Yogananda il terzo piano del primo centro californiano della S:R:F.

Certo, per tornare a Lorna, che se una donna americana bianca e bionda sposata con un uomo americano bianco e biondo da alla luce un figlio moro con i lineamenti asiatici e la pelle scura c'è da pensare male. O bene, a seconda casi.


Che Yogananda abbia o meno intrallazzato con sei o sette yogini americane e abbia avuto anche dei figli da alcune di loro a me, personalmente non fa alzare neppure un sopracciglio.

Sono le sue parole, i suoi insegnamenti ad essere importanti, mica i suoi gusti sessuali o le abitudini alimentari!


Ma non tutti la pensano così, anzi, ,secondo molti praticanti di yoga un Maestro,per essere considerato attendibile deve essere astemio, vegetariano e casto, quasi che l'alcol, la carne e il sesso impedissero l'evoluzione spirituale.

Sarà vero che l'astinenza sessuale e l'alimentazione vegetariana o vegana aprono le porte per il paradiso e il sesso e la carne sono l'anticamera dell'inferno?

A leggere le biografie dei maestri e dei santi del passato parrebbe di no.....ma ovviamente, mi guardo bene dal dar risposto definitive...




















SAI BABA DI SHIRDI
Il 15 ottobre 1918, Sai Baba di Shirdi accese un Chilum d'erba, lo passò ad uno dei suoi discepoli (quello che stava alla sua destra, i Chilum si fanno girare in senso antiorario) e, ridendo, gli poggiò la testa sulla spalla.
Poi più nulla.
Morì così uno degli yogin indiani più amati di tutti i tempi, con un tiro d'erba e una risata.

Era un burlone, Sai Baba, per insegnare l'elasticità mentale, nascondeva il maiale nel cibo che condivideva con vegetariani e musulmani.

Voleva dimostrare loro che Dio è ovunque e che la possibilità della realizzazione non dipende certo dalla qualità e dalla quantità del cibo ingerito.
Che storia!

Quando me l'hanno raccontata non credevo alle mie orecchie. per un periodo non breve della mia vita ho curato l'alimentazione in maniera quasi nevrotica.

Non ero Vegano (mangiavo il parmigiano una volta la settimana e qualche volta inzuppavo la frutta fresca e il miele nello yogurt) ma per, credo almeno quattro cinque anni mi sono rifiutato di avvelenare il mio corpo con cibi industriali, grassi idrogenati e soprattutto "cadaveri",come chiamavo allora le bistecche, il prosciutto di Parma o il coniglio alla cacciatora.


Scoprire che Sai Baba di Shirdi, yogin realizzato, considerato da Islamici e Hindu una incarnazione dell'Amore, fumava erba e costringeva i suoi allievi a cibarsi di carne di porco mi fece l'effetto di un ceffone o di un unghia scheggiata che graffia, insieme, la lavagna e le sinapsi.
Spesso, per ciò che riguarda lo yoga, anziché studiare i testi antichi, confrontando il più possibile varie interpretazioni e traduzioni, tentiamo di adeguare le parole e gli insegnamenti dei maestri alle nostre credenze o, peggio, mettiamo la firma di quei maestri in calce alle nostre riflessioni.

Altre volte, parandosi dietro lo scudo della devozione, si abbraccia una particolare interpretazione senza prendersi la briga di controllare cosa davvero avesse detto quel tal mal maestro o cosa ci sia scritto nel tal testo originale ( cosa che in tempi di internet e vocabolari on line, mi sembra piuttosto agevole).
Non so se questo sia un bene o un male.

Di certo alcune credenze moderne si sono ormai sostituite alle verità storiche e se Yogin e Maestri del passato sentissero quanto oggi si racconta di loro stenterebbero a riconoscersi, o magari si sbellicherebbero dalle risate.


Le credenze più diffuse riguardano, appunto, l'alimentazione e la sessualità dei maestri e degli yogin antichi: per la maggior parte dei praticanti di yoga la dieta vegetariana o vegana e l'astinenza o la continenza sessuale sono condizioni imprescindibili per raggiungere la Realizzazione, la Quiete (con la Q maiuscola) o comunque una superiore consapevolezza. poi vai a leggere le biografie dei maestri, i racconti puranici, o gli inni dei veda e ti scontri con storie di scorpacciate di carne e pesce, ubriacature, amori clandestini e figli illegittimi...



MILAREPA

Qualche tempo fa, dopo una serie di accese discussioni sul buddhismo e sulle abitudini sessuali e alimentari dei monaci buddisti mi sono riletto "Vita di Milarepa". e mi sono segnato alcune "perle" sulle quale, secondo me, un aspirante yogin farebbe bene a riflettere.

L'edizione che ho è quella di Adelphi, a cura di Jacques Bacot.
Pg. 161:


"Così detto [Peta, la sorella di Milarepa] mi diede il cibo e il vino.
Mangiai e bevvi e immediatamente la mia intelligenza si rischiarò.

Quella sera la mia devozione ne trasse molto vantaggio
."

Pgg. 162-163:

"Qualche giorno dopo Dresse venne a trovarmi insieme a Peta, portandomi carne, burro rancido, tsampa e molta birra [...] Se ne andarono e io mangiai i buoni cibi che avevano portato[...] le mie vene [nadi], per via dell'uso dei cibi cattivi, si erano tutte annodate e non potevano sostenersi. Quindi la birra di Peta le rianimò un poco.
Le offerte di Dzesse
[carne, burro, Tsampa, farina] finirono per rianimarmi del tutto.
[...]Conformemente alle prescrizioni del rotolo di carta [ il rotolo sigillato che gli aveva dato il Lama Marpa e che conteneva delle formule e l'indicazione di mangiare cibi nutrienti, ovvero carne, burro, vino, birra....]
mi sforzai di realizzare le condizioni di corpo, respiro, pensiero.


[...] Capii che la via delle inclinazioni sensuali, che è la via dei tantra, non poteva essere una via normale praticata da tutti. [...] Ne ero debitore a Peta e a Dzesse [...]"

Pg. 180:
"Quand'anche io volessi sopprimere la mia virilità non potrei farlo."



Considerando

(1) che Milarepa è considerato il più grande yogin tibetano,
(2)che Milarepa è ineluttabilmente buddista,

(3)che il suo lignaggio è quello di Naropa, ovvero dell'iniziazione sessuale, non è che il testo mi sorprenda molto, ma non si può negare che le parole di Milarepa stridano con l'idea che la maggior parte delle persone ha dello yoga, del buddismo e delle pratiche corporee.


Un'idea che nasce dalle moderne concezioni filosofiche e dai moderni costumi alimentari, per la quale Monaci, Maestri e Yogin siano anzi debbano essere tutti astemi, casti e vegetariani







SHAKYAMUNI

Quando racconto ai miei amici vegani che Shakyamuni, il Buddha storico, Gautama Shakyamuni, (che, tra parentesi, se ne andava in giro ad insegnare in compagnia della legittima moglie) è morto per una indigestione da carne di porco, o non ci credono o fanno finta di non aver sentito.

Ovviamente questo non trascurabile dettaglio (la morte di Shakyamuni per indigestione di maiale) non significa che Buddha consigliasse di uccidere degli animali o mangiare carne, ma altrettanto ovviamente dimostra come per Shakyamuni (e Milarepa e Sai baba di Shirdi) l'alimentazione vegetariana non sia assolutamente legata all'evoluzione spirituale e alla Realizzazione.

Yogananda, Sai Baba di Shirdi, Milarepa e Shakyamuni per me erano, sono, saranno maestri autentici (potrei dire "I" MAESTRI]
E sono stati, sono, saranno dei grandi uomini.

Uomini in ciccia, muscoli ed ossa. che mangiano carne, a volte, bevono alcolici, si fanno le canne e (non so Sai Baba di Shirdi, ma Yogananda forse e Milarepa e Buddha sicuramente si) praticano sesso.

Sono esseri umani con tanto di vizi e difetti degli esseri umani, non figurine dipinte nelle agiografie dei santi!

Questo rende forse i loro insegnamenti meno preziosi?








martedì 21 marzo 2017

MA ALLORA COS'È LO YOGA?



Sabato scorso eravamo a Bassano, alla "Casa del Tempo", per presentare un corso di Tantra.
bella atmosfera e bellissima gente.
A un certo punto una ragazza, una insegnante a giudicare dalla postura e dalla preparazione filosofica; mi ha fatto una domanda che mi ha messo in imbarazzo:

-"Tantra Rosso o Tantra Bianco?"-

Sono sempre a disagio quando mi chiedono di discriminare tra correnti o discipline che, per me, sono solo etichette appiccicate: -"Mano destra o Mano sinistra?"- "Advaita Vedanta o tantra?"- "Tantra Rosso o Tantra Bianco?" .


-"Boh?"- mi verrebbe da rispondere, ma capisco, anche se non sono d'accordo, che quella di dare nomi diverse a questa o quella branca dello Yoga è, ai nostri tempi, quasi una necessità.

Alcune domande, almeno per ciò che mi hanno insegnato, mi paiono prive di senso: il tantrismo del Kashmir ad esempio è per definizione advaita (non duale) e vedanta (frutto dei veda) è, dopo la sistemizzazione dei culti e dei testi operata da Shankara, tutto ciò che più o meno direttamente deriva dalla cultura vedica e prevedica.
Scegliere tra advaita vedanta e tantra sarebbe come dire se si preferisce la zuppa o la ribollita.

Per ciò che riguarda Tantra Rosso e Bianco, che secondo me sono definizioni moderne, il primo sarebbe il tantra brutto e cattivo, con pratiche sessuali, uso di droghe e altre nefandezze, mentre il secondo sarebbe il tantra bello e buono, basato sulla speculazione filosofica e l'anelito al bene.
Si tratta di definizioni di comodo e , ribadisco, moderne.
Le tecniche sessuali ad esempio si trovano sui testi del kamashastra (i mille libri di nandi citati dalla Chandogya Upanishad risalente, pare al 1.500 a.C.) e l'uso di droghe, oltre ad essere assai comune nei Veda, è citato anche da Patanjali (Yogasutra: "i poteri psichici si ottengono per nascita, con i mantra e con l'erba").

Credo che "Boh?" sarebbe la risposta più giusta, ma d'altra in  tempi in cui gli aspiranti yogin si vedono costretti a scegliere tra centinaia di yoga diversi (ashtanga, power, hatha, tantra, nada, yoga tibetano, yoga dei cinque tibetani, yoga sospeso, acro yoga, yoga dell'ascolto, yogilates, yoga flow e via discorrendo) forse sarebbe meglio cercare di fare un pochino di chiarezza.

Cominciamo con il distinguere tra lo Yoga inteso come serie di teorie e pratiche per raggiungere l'illuminazione e lo yoga inteso come darshana, uno dei sei punti di vista interpretativi  dei Veda.
Il secondo prende le mosse dalle modifiche fatte  Patanjali alla filosofia del Samkhya (una sorta di enumerazione dei principi costitutivi dell'universo a partire da Materia ed Energia)

Il primo invece, lo Yoga di cui sto parlando qui,  è essenzialmente pratica, la pratica dei Samadhi, ovvero una serie di modificazioni della mente che conducono ad una diversa percezione del realtà, fino all'identificazione, così almeno dicono  le scritture, con lo Spazio, con l'Universo, con la Divinità.

Ci siamo?
Ora, se a qualcuno venisse il pallino di identificarsi con l'assoluto, quale tipo di yoga dovrebbe scegliere? lo Yoga Tantrico? lo Yoga vedantico? lo Yoga di Iyengar e Pattabhi Jois? 

In realtà di Yoga ce ne è uno.
Quello che  cambia sono le "qualificazioni dell'aspirante realizzato".

Dal centro dell'universo (definito anche  cuore della Yogini, o dodicesima dimensione ecc. ecc.) provengono tre "correnti della conoscenza", che alcuni chiamano "Grandi Madri".

Avremo la Grande Madre  del Silenzio e del desiderio (che esplica la sua azione attraverso una energia chiamata Iccha Shakti, rappresentata dalla dea Vama/Sarasvati), la Grande Madre Luce (che esplica la sua azione attraverso Jnana Shakti ed è rappresentata da Lakshmi/Yamuna) e la Grande Madre Vuoto (che esplica la sua azione attraverso Kriya Shakti ed è rappresentata da Kali/Uma/Ganga).

Ogni praticante risuonerà con una  di queste energie e sarà quindi indirizzato verso la via del Desiderio, la via della Conoscenza o della ragion pura o la via dell'Azione.

Sia il tantra sessuale che la via della devozione (Bhakti), ad esempio, appartengono alla via del desiderio.

Dopo questa prima suddivisione l'aspirante realizzato dovrà scoprire a quale delle cinque famiglie mistiche o popoli (simboleggiati dalle cinque teste di shiva) appartiene e la risultante della corrente (una delle Grandi Madri) e della famiglia mistica di appartenenza gli diranno quali pratiche saranno efficaci per lui/lei.

Se, ad esempio, seguo la via dell'azione e appartengo alla famiglia mistica dell'Acqua, ad esempio, dovrò praticare la via dello Hatha Yoga o delle Arti Marziali e NON dovrò  seguire una dieta vegetariana (alla famiglia mistica dell'acqua appartengono cacciatori, pescatori, guerrieri).

Se invece, appartengo alla famiglia mistica della Terra il cibo animale sarà  puro veleno e i lunghi ritiri e digiuni  solitari avranno degli effetti molto positivi sul mio corpo e la mia psiche.

In sostanza lo Yoga è uno, ma, ai fini della realizzazione, per ogni praticante o gruppo di praticanti ci sono tecniche e modalità diverse, tecniche e modalità che sono tutte indicate nelle scritture indiane.
Tutte, comprese le tecniche sessuali e l'uso delle droghe, la distinzione tra hatha yoga e Vyayama, la maniera di trovare i mantra personali ecc. ecc.





Per "Scritture"  si intende una serie di opere letterarie composte nel corso dei millenni, da yogin e filosofi, che appaiono talvolta come manuali teorici-pratici, altre come cronache di particolari realizzazioni, altre ancora come racconti mitici che avrebbero lo scopo di attivare le forze primarie della creazione nascoste (che sarebbero nascoste....) nel nostro inconscio.

In genere le scritture dello Yoga vengono suddivise in due grandi gruppi definiti Shruti e Smirti.


1) श्रुति śruti significa Orecchio, Audizione, Ascolto.
Nel Sanathana Dharma  ( o "Filosofia perenne", nome che si dà alle concezioni filosofiche su cui si basa  lo Yoga) śruti è sinonimo di Veda.

वेद veda sono quattro libri che rappresentano, anzi, per gli induisti  sono, il Brahman, l'essere supremo, il Dio senza forma degli antichi indiani.
Nella loro struttura i Veda rispecchierebbero il processo della manifestazione dell'Essere.
Ciascuno dei quattro veda è diviso in tre sezioni legate alle Grandi Madri, le tre shakti, o energie primarie della Manifestazione: kriya, Iccha, Jnana, Azione, Desiderio e Conoscenza.

La prima sezione  di ciascun Veda è il Karma-Kanda (kriya shakti) costituita da Mantra e Brahmana (le formule e le azioni rituali)

La seconda sezione è Upasana-kanda (Iccha shakti) costituita dagli "Aranyaka".gli insegnamenti per gli eremiti, coloro che si ritiravano nella foresta a meditare.

La terza sezione è Jnana-Kanda (jnana shakti) costituita dalle upanishad, l'insieme degli insegnamenti scaturiti dalle realizzazioni degli yogin.

Mantra, Brahmana, Aranyaka, Upanishad a loro volta  legate a quattro condizioni o stadi dell'essere umano detti अश्रम aśrama (Bramacarin-studente, Grhasta -capofamiglia, Vanaprastha-Anacoreta, Samnyasin-rinunciatario) ed ai quattro fini dell'esistenza(dharma, artha, kama, moksha).

Per मन्त्र mantra si intende specificamente la raccolta di inni e sentenze che lo studente (brahmacarin)deve imparare a memoria con la giusta pronuncia, cadenza,intonazione.

Per ब्रह्मण brahmaṇa si intendono le prescrizioni per i riti e le cerimonie, la spiegazione dei mantra, cerimonie e le istruzioni che rendono i mantra "operativi" facendone uno strumento nelle mani del Capofamiglia o Grhasta.

Per आरण्य āraṇya - क ka (dove āraṇya significa nato nella foresta e ka, che significa "chi" qui sta per voce, trattato, libro) si intendono le prescrizioni per gli anacoreti, coloro che si ritirano nella foresta per risolvere tutti i desideri, e prepararsi ad abbandonare il mondo "sociale" con i suoi obblighi, regole affrontando quella "via a ritroso" che alcuni in tempi moderni, hanno definito Tantra.

Per उपनिषद् upaniṣad si intendono le istruzioni per i samnyasin, termine con cui si identificano spesso i "monaci erranti".
istruzioni che consentono di realizzare Moksha, l'illuminazione, sulla base delle esperienze degli yogin del passato.



2) स्मृति smṛti  significa invece memoria, tradizione, rimembranza e indica
 i testi "applicativi ed interpretativi dei Veda.
Lsmṛti è costituita  da sette gruppi di opere: upaveda, śāstra, vedanga, darśana, itihāsa, purāṇa, āgama,

Gli Upaveda sono manuali di applicazione dei Veda e naturalmente sono quattro, uno per ogni veda:

Ayur-veda riguarda la medicina, la fisiologia, le ginnastiche che chiamiamo Vyayama ecc.

Dhamur-veda riguarda l'arte del tiro con l'arco, la strategia militare, le posture dei guerrieri,le tecniche di combattimento.

Stapatya-veda riguarda l'arte della spada e la costruzione dei strumenti meccanici,l'ingegneria e l'architettura.

Gandharva-veda riguarda l'arte del canto e della danza, gli asana da spettacolo ecc. ecc.



il secondo gruppo di opere della smṛti è costituito dagli शास्त्र śāstra ovvero le norme , le regole, gli ordinamenti (manavadharmasastra o legge di Manu regola la vita della società, natyasastra regola i comportamenti nel teatro, kama sastra i comportamenti nel campo dell'amore e del sesso ecc. ecc)


il terzo gruppo è costituito dai 6 Vedanga, ovvero i testi che insegnano le sei discipline indispensabili per comprendere i veda:

शिक्षा śikṣā,  la fonetica, le istruzioni per la fonazione e la pronuncia.

छान्दस chāndasa ovvero la prosodia, l'insegnamento della divisione in sillabe, il ritmo,l'accentazione, il metro,la cadenza del linguaggio.

व्याकरण vyākaraṇa , ovvero le regole grammaticali.
निरुक्त nirukta ovvero l'etimologia indiana, lo studio della simbologia delle singole sillabe ecc. ecc.

ज्योतिष jyotiṣa , ovvero astronomia e astrologia.

कल्प kalpa , lo studio dei rituali (e del tempo....).

il quarto gruppo è costituito dai 6 दर्शन darśana punti di vista filosofici ortodosii, ovvero i sei metodi interpretativi dei veda. gli Yogasutra di Patanjali, i karika di gaudapada, i commenti alle upanishad di Shamkara o Vyasa fanno parte dei darśana.

il quinto gruppo è quello dell' Epica ovvero इतिहास itihāsa ( che in realtà significa storia) ovvero ilMahabharata ( che comprende la baghavad gita) ed il ramayana.

il sesto gruppo è costituito dai पुराण purāṇa , che significa antico, e rappresenta la mitologia e la cosmogonia indiana (Vishnu PuranaKalika Purana ecc).

Il settimo gruppo, che a volte viene chiamato TANTRA è costituito dagli आगम āgama  (più precisamente 
āgama  e nigama, a volta si chiamano con questi nomi anche i Vedache significa sia teoria  che strada d'accesso, e sono gli specifici insegnamenti per i tre gruppi di "fedeli" contemplati nel sanarhana dharma: sakta-vaisnava -saiva, ovvero devoti alla Dea, devoti a Vishnu e devoti a Shiva.

mercoledì 15 marzo 2017

LA LEGGENDA DELLO YOGA KURUNTA E KRISHNARAJA WADIYAR



Mi hanno appena mandato il link di un articolo nel quale, per confutare alcune tesi che avevo espresso nel mio post sull' ASHTANGA YOGA , si parlava dello Yoga Kurunta e di alcune antiche pergamente che Pattabhi Jois creatore dello Ashtanga Yoga, avrebbe trovato  a Calcutta.
L'ho trovato bellissimo!, sia l'articolo che, soprattutto, l'emergere di  questa voglia di discutere, confrontarsi e scambiare opinioni.
La condivisione delle proprie esperienze e della propria erudizione, è, per me,  uno dei fondamenti della pratica Yoga.
Lo Yoga, per come lo intendo io, è Libertà, e lo scambio di opinioni ed informazioni è, sempre secondo me, un brillante antidoto contro  la tentazione di creare chiese (ne abbiamo già abbastanza...) e di scambiare per templi i sepolcri imbiancati.
L'articolo su Kurunta (Vedi QUI) bello e interessante, mi ha stimolato una serie di riflessioni e ricerche che mi pare giusto condividere sul Web.

La prima cosa che mi è venuta in mente è che Kurunta Yoga è, tutt'oggi, quella branca della Vyayama Vidya che si occupa della riabilitazione, si tratta di ginnastica correttiva.
La parola deriva dal sanscrito कुरु kuru che significa medicina ed è parola assai nota a coloro che si occupano di mantra (tutti mantra che riguardano la richiesta di guarigione e di salute fisica contengono la parola Kuru, 
Ad esempio il mantra di Kalbhairava che contiene Om namaha Shivaya (considerato un Bija mantra, un mantra seme): OM BAM VATUKAYA APADUDDHARANAYA KURU KURU VATUKAYA BAM OM NAMAHA SHIVAY) ed è usata in tutte le scuole Iyengar ad indicare gli esercizi con corde, spalliere e attrezzi vari.


Kurunta Yoga

In occidente è conosciuta dai tempi di Henrik Ling, il creatore della Ginnastica Svedese.
Ling, dopo essersi curato con la pratica della scherma una paresi ad un braccio (dovuta all'abuso di alcolici) si era messo a studiare i testi dei gesuiti sulla ginnastica medica cinese (Qi Gong Wai dan)  e indiana e ne aveva tratto un suo metodo, chiamato appunto, Ginnastica Svedese, che faceva uso di corde, spalliere e attrezzi vari.
La cosa più interessante è che nel XIX secolo, grazie alle accademie di ginnastica dei colonizzatori inglesi, gli indiani conobbero  le tecniche di Ling e le inserirono nelle loro pratiche terapeutiche.



Interessante, no?
Uno svedese trae dalla ginnastica orientale un metodo che funziona e gli orientali, visto che funziona, lo inseriscono nelle loro pratiche millenarie: questo secondo me è l'atteggiamento corretto del ricercatore!
Si ricerca, si sperimenta e si prende il meglio senza pregiudizi di sorta!
L'elasticità mentale è altrettanto importante dell'elasticità fisica nello yoga e l'assenza di pregiudizi, per ogni essere umano, è la chiave per aprire lo scrigno della vera conoscenza.
La pensava così anche Krishnaraja Vadimar IV, Maharaja di Mysore, una delle persone più ricche e influenti del primo novecento.
Fu grazie a lui che  Shri Krishnamacharya, sua moglie (lady Iyengar, grandissima yogini), suo cognato (Iyengar), suo figlio (Desikachar) e il suo grande allievo Pattabhi Jois, ebbero la possibilità di ricercare e sperimentare, di coniugare le antiche Arti indiane con le moderne conoscenze occidentali, fino a creare, e a donarci, i loro metodi.

Krishnaraja Vadimar IV, molto amato sia  dagli occidentali (Paul Brunton lo definì il "Re Filosofo") che dagli orientali (Gandhi lo paragonava a Rama) era Gran maestro della Loggia Massonica di Mysore, e, da massone illuminato aveva il sogno, ambizioso, di dar vita, in terra, alla teoria della Repubblica di Platone.
Eccelso musicista radunò intorno a sé  una folla di scienziati filosofi, letterati e artisti di ogni nazionalità, fondò, insieme alla madre il primo Istituto scientifico Indiano e fece costruire scuole, ospedali e centrali idroelettriche.
Sognava un India moderna, tecnologicamente e culturalmente sviluppata, in marcia verso il futuro senza tuttavia rinnegare il passato.

Nel 1926  Vadimar IV andò a Varanasi per celebrare il 60 compleanno di sua madre.
Fu lì che sentì parlare, entusiasticamente, di un giovane maestro di yoga terapeutico (ovvero Vyayama), Krishnamacharya.
Chiese di incontrarlo e fu affascinato dalla sua cultura e dal suo .carisma.
Tirumalai, discendente del grande yogin Nathamuni, era un un vaishnava ed un vedantino, con grande conoscenza dei sei darshana vedantici (i sei "punti di vista filosofici dei veda, vedanta, yoga, samkhya,mimansa, nyaya e vaisheshika) e dei poemi epici indiani.
Il raja lo assunse come insegnante di yoga, e lì cominciò l'avventura di quello che oggi chiamiamo yoga moderno.
Con l'idea di promuovere lo yoga anche tra gli occidentali i due decisero di organizzare una serie di spettacoli in tutta l'India.
Krishnamacharya stupiva il pubblico con posizioni acrobatiche e con performance circensi (sollevava i pesi con i denti, fermava le automobili in corsa con la forza delle braccia ecc. ecc.)
Il successo fu enorme.
La Scuola di Krishnamacharya diventò una realtà.
per sistematizzare il nuovo metodo, Vadimar propose a Krishnamcaharya di creare un manuale sulla base di due libri: il Vyayama Dipika, scritto da un insegnante di ginnastica di Mysore, che integrava le antiche tecniche indiane con la moderna ginnastica occidentale (Dalcroxe e Ling) e lo Sritattvanidhi, un testo scritto dal padre di Vadimar in cui venivano descritti 122 esercizi dei guerrieri indiani, una serie di mantra, miti, e simboli relativi a Shiva, Vishnu, Brahma, Shakti, e alcuni capitoli sul Tantra.




Grande uomo Krishnaraja Vadimar IV! Credo che il suo nome dovrebbe essere onorato in tutte le scuole di yoga, al pari di quelli di krishnamacharya, Iyengar, Desikachar e Pattabhi Jois.











martedì 14 marzo 2017

LO STRANO CASO DI DOTTOR YOGA E MISTER EGO






UNA DISCUSSIONE SURREALE

Qualche giorno fa ho scritto, per i miei allievi dei Corsi di formazione di  Padova e La Spezia un testo sulla Vyayama Vidya.
Come faccio spesso ho deciso di condividerne una parte sul Web, "Ashtanga Yoga non è Yoga" e, con mia grande sorpresa, il post ha innescato una serie di discussioni accesissime, valanghe di commenti, decine di messaggi in privato e qualche (un paio) telefonata stizzita.

Alcuni (pochi) praticanti di Ashtanga Yoga si sono offesi per il mio accostare le tecniche insegnate da Patthabi Jois alla Vyayama Vidya, la millenaria, e nobile, Arte della Ginnastica Indiana e l'evidenziare le differenze tra questa (la Vyayama Vidya) e lo Yoga, inteso come pratica del Samadhi finalizzata all'Illuminazione.


La diatriba mi è parsa subito surreale.


1) Perché non avevo  nessuna intenzione di denigrare i praticanti e gli insegnanti di Ashtanga Yoga. Per me che  sono ginnasta e danzatore, definire Patthabi Jois un "grandissimo Maestro" di Vyayama è cosa buona e giusta, un doveroso riconoscimento.



2) Perché la derivazione dello Ashtanga Yoga e di tutte le pratiche provenienti dal metodo di Shri Krishnamacharya (Maestro per il quale nutro un ammirazione infinita) dalla Vyayama Vidya non è certo un'opinione avventata né una nuova teoria (vedi a.e.: A. L. Dallapiccola.
The Yoga Tradition Of The Mysore Palace By N. E. Sjoman, Journal of the Royal Asiatic Society, Third Series, Vol. 8, No. 1 Apr., 1998).












3) Perché l'idea, emersa chiaramente da alcuni interventi che il fare yoga sia attività moralmente e/o spiritualmente più elevata del fare ginnastica mi pare bizzarra assai.
Per chi si interessa di yoga il praticare asana, mudra, kriya, nidhidhyanasana (il nome autentico della meditazione) non è né meglio né peggio del giocare a calcetto o del coltivare l'orto.


Si tratta di diversi percorsi che l'anima individuale intraprende prima di scoprire la sua vera natura e svelarsi Spazio nello Spazio, o dio in Dio.


La discussione, ripeto, mi è sembrata da subito surreale: per quale motivo alcuni praticanti di Ashtanga si sono sentiti in dovere di difendere il loro riferimento da chi lo definiva "grandissimo Maestro di Vyayama Vidya?


Hanno forse la coda di paglia? Sono forse in malafede?

Ci ho riflettuto a lungo.
E alla fine è emersa la mia naturale tendenza alla Pronoia: sono intimamente convinto che tutti gli esseri umani agiscano a fin di bene.
Certo si sbaglia, si prendono cantonate clamorose, ma in genere, e soprattutto nel mondo dello yoga, non credo proprio che esistano  praticanti in malafede.

Per cercare di comprendere i motivi di certe accuse e certe risposte stizzite sono riandato, con la memoria, a qualche anno fa.

Tra il 2006 e il 2012 sono stato istruito all'Advaita Vedanta secondo gli insegnamenti di Shankara Bhagavadpada.
Ero completamente assorbito nel mio ruolo di aspirante advaitin: mi portavo il Vivekacudamani e la Bhagavad gita anche al bagno.
Avevo quattro diverse traduzioni degli Yoga sutra e, non contento, ho cominciato a tradurmeli da solo.
Passavo le ore a meditare sul Ko'Ham/Na'Ham/So'Ham e sul Tat Tvam Asi.
Ero completamente preso.

Mi sono chiesto: cosa sarebbe accaduto all'epoca se qualcuno mi avesse detto che quello di Shankara non era Yoga?

Beh! sicuramente non mi sarei offeso, né avrei accusato altri di essere in malafede.
Avrei fatto di peggio: sarei entrato a gamba tesa (mi chiamavano Ryu no Kokyu il "bastonatore" all'epoca) e, come facevo spesso a quei tempi, mi sarei gettato nell'agone con il peso della mia vera o presunta erudizione  e dell'addestramento agli "onorevoli duelli filosofici" (i Tarka in cui si divertono tanto anche i lobsang tibetani) per dimostrare con perifrasi ad effetto e citazioni di questa o quella scrittura che quello di Shankara era il vero Yoga.

A ripensarci adesso mi vien da ridere: per quale motivo difendevo l'onore di Shankara?

Si tratta di uno dei più grandi yogin e poeti di tutti i tempi, una incarnazione di Shiva.
Veramente pensavo che avesse bisogno della "mia spada"?
Ovviamente si, lo pensavo, ero in buona fede, ma credo proprio che il mio scopo recondito non fosse difendere l'onore del maestro del maestro del mio maestro, ma qualcosa d'altro che ha a che vedere con il concetto di Autostima: più esaltavo il fondatore del "MIO" lignaggio, più ingrassavo il mio ego.




AUTOSTIMA Nei forum di yoga, nelle conferenze, nei libri si fa un gran parlare di dissoluzione o di sublimazione dell'Ego, di non attaccamento alle proprie opinioni e credenze, di distacco, ma inaspettatamente, prima o poi, escono fuori l'orgoglio di sé e la volontà di difendere la propria immagine e il proprio ruolo nell'universo mondo.


Non credo che sia colpa nostra, è che da quando siamo nati ci riempiono la testa con il mito dell'individualità.

Quante volte discutendo con altri praticanti di Yoga, vyayama o meditazione  vi siete trovati a parlare di distruzione dell'ego, conflitto tra io, es e super-io, lotta con l'egotismo... ?
In alcuni ambienti non si parla d'altro, ve lo assicuro.

Per alcuni l'ego diventa il male assoluto, altri, al contrario, hanno paura che le pratiche orientali possano minare la loro coscienza individuale, base, a loro dire , della persona.

Presi dalla foga del dibattito ci dimentichiamo che il concetto di individualità inalienabile non è mica tanto vecchio.
Anzi è piuttosto recente.



Non ce ne rendiamo conto perché siamo così attaccati alla "nostra esistenza individuale" da reputare l'attenzione morbosa che dedichiamo al "nostro spazio vitale", alla "nostra realizzazione nel lavoro", alla" nostra salute", alla "nostra persona", una condizione naturale dell'essere umano. 


Si è addirittura inventato il concetto di autostima, che per me è una cosa delirante: in pratica ci sarebbe un rapporto matematico  tra un "io ideale" e un "io percepito", più l'io percepito si avvicina all'io ideale e più sono felice. 

Se si allontana sono infelice.

Si organizzano addirittura dei corsi "per aumentare la propria autostima". 

Ma "siamo fuori"?
Sembra che l'essere umano passi il tempo a costruirsi dei modelli da imitare, dei modelli di comportamento, delle persone ideali cui assomigliare.
E il concetto di autostima è entrato così profondamente nella nostra testa da farci dimenticare che è una roba che non esisteva fino al secolo scorso:lo consideriamo  una verità ontologica, ma è una teoria moderna!



Il suo inventore fu lo psicologo americano Williams James, presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al 1895:


Prima di James gli esseri umani, salvo eccezioni, pensavano a vivere e a far vivere la propria famiglia e la propria comunità, non a crearsi modelli di comportamento.


Leonardo da Vinci disegna bene sin da bambino. I genitori lo mandano a bottega perché sviluppi il suo talento e ne faccia una professione:

non è che si è messo a pensare a Giotto come ad un'io ideale ed ha passato la vita a cercare di assomigliargli!


AHAMKARA

Credo che occuparsi di Yoga /o di Zen, o di Taoismo) senza abbandonare i nostri pregiudizi culturali sia solo uno sterile esercizio della mente, un giochino per tenerci impegnati.
Affrontare i testi di Shankara e Lao Tse o i discorsi di Shakyamuni con gli occhiali della psicologia moderna o della filosofia tedesca del XIX° secolo può essere divertente e gratificante, ma forse è inutile, o addirittura assurdo.
Come andare in montagna con le pinne e la muta da sub.

Non si possono, tradurre i termini sanscriti e cinesi riferiti, che so..., all'energia vitale con le parole di Freud o di Henry James, perché l'universo degli yogin e dei taoisti era "fisico", non mentale...


Ahamkara, ad esempio, il termine sanscrito che viene tradotto con "egotismo" o "individualità", per gli yogin è una realtà fisica, un organo, o parte di un organo, che ha la funzione di permettere la conoscenza della realtà: tutta la realtà racchiusa tra le vibrazioni A ed Ham, ovvero la prima e l'ultima sillaba dell'alfabeto, rese visibili dal fuoco/luce (Ra) e ricondotte al cuore (Ka, primo petalo del cakra del cuore e prima consonante dell'alfabeto). 


L'universo dello Yoga e del Tao è vibrazione, le energie mentali, le emozioni, i sentimenti si muovono esattamente come le onde del mare, i raggi del sole o il vento d'estate.

Molti di noi si occupano di psicologia  e credono di occuparsi di Yoga. 
Il che non è assolutamente un male, ci mancherebbe, i problemi nascono quando si confondono le due discipline.
Come se non bastasse di questi tempi si tende a chiamare "psicologia" un mucchio di roba pseudoscientifica, che sta Freud e Jung come la gassosa allo champagne.
Roba pericolosa, da affrontare con le scarpe rinforzate e i mutandoni della nonna....



Ma torniamo al "mito dell'individualità inalienabile".
Il concetto di individuo come persona umana è concetto moderno appartenente alla teologia, alla filosofia e alla giurisprudenza occidentali.
Nella nostra costituzione si parla chiaramente di sviluppo delle possibilità creative e produttive della persona umana.

L'uso dell'aggettivo qualitativo "umana" sta ad indicare la differenza che i legislatori riconoscevano tra Persona Umana e Persona Divina.

La Persona Umana è l'individuo, Paolo, Andrea, Roberta.
La Persona Divina è il Cristo.
Con il mutamento dell'organizzazione sociale, nel XVIII° secolo, la comunità è diventata "Società di Individui".

E' John Locke il primo a parlare compiutamente di Personal Identity e siamo nel 1694.



Prima di allora il concetto di individuo non esisteva.

Il Re non era un individuo, il Papa non era un individuo, e le famiglie erano organizzate in maniera diversa da oggi.

Possiamo intuirlo grazie alla sopravvivenza di alcune consuetudini:

io mi chiamo Paolo perché mio nonno si chiamava Paolo e suo nonno si chiamava Paolo.

Il sapere familiare si trasmetteva da nonno a nipote permettendo l'alternarsi di cicli di "conoscenza" rappresentati dalle generazioni.

Non c'era nessuna differenza tra i vari Paolo della famiglia.
Si trattava dello stesso "ente".


Il nome rappresentava qualcosa di più dell'individuo, e durava ben oltre i 40-50 anni di vita media di allora.

Con il pensiero filosofico e teologico legato al passaggio dal regime feudale alla società borghese si è applicato al singolo elemento della comunità lo stesso principio che si applicava prima al Cristo o, nella Grecia presocratica, ad Orfeo.




Il Cristianesimo in occidente si basa sulla "Trinitarietà":

Gesù è Persona Umana.
Cristo è Persona Divina.
Dio è l'Assoluto.
Allo stesso modo per gli orfici:

Orfeo era Persona Umana.
Dioniso era Persona Divina.
Zeus era l'Assoluto
.



ASMITA

Per individuo o persona umana si intende oggi un essere razionale dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità.
Una definizione non soddisfacente.
E se uno sviene e perde conoscenza (ovvero non è più cosciente) non è più una persona?
E se uno è scemo e non agisce razionalmente non è una persona?

Si è arrivati a definire l'individuo tramite un qualcosa di spirituale che lo anima e caratterizza al di là della dimostrazione di razionalità e coscienza di Sé.
Nella Filosofia Orientale  non c'è niente del genere, o meglio c'è, ma è collegato ad una "alterazione percettiva" dovuta all'ignoranza. 


Per questo che non riusciamo a capire come mai per Patanjali (yoga sutra) अस्मिता asmitā (egotismo, individualità, egoismo) sia contemporaneamente indicata come  causa di sofferenza (क्लेश kleśa) e come il più alto stato coscienziale raggiungibile con la pratica yogica, il samadhi sasmitā.


L'individualità, l'ego, nello yoga non esistono. Anzi non dovrebbero esistere

Le catene di insegnamento, i "lignaggi" sono la negazione dell'individualità:
 Shankara è GovindaGaudapadaPatanjali.... Shiva.
KrishnaVyasa e Rama "sono"Vishnu.


L'identità individuale, per lo yoga, il taoismo o lo zen, è solo un costume di scena, una maschera di cartapesta che cela il volto della Persona.

Se non prendiamo coscienza della differenza tra ciò che "è" e ciò che è causato, in noi, dalle sovrapposizioni culturali difficilmente potremmo comprendere la portata degli insegnamenti, per esempio, di Shankara, Buddha o Lao Tse.


Ciò che ci sembra connaturato alla nostra stessa esistenza, come il concetto di identità individuale inalienabile, è spesso frutto di teorie psicologiche e di  discussioni tra intellettuali.

Discussioni fatte tra menti acutissime, per carità, e teorie che hanno prodotto cambiamenti radicali nella società moderna, ma non si deve credere che questi concetti esposti da menti così raffinate, siano parte della nostra natura.

Il concetto di identità individuale, che ha condotto a notevoli progressi dal punto di vista sociale, ha finito per alimentare l'egotismo e la ricerca di piaceri e beni materiali.


La piccola volpe che si fa rincorrere e sbranare dai segugi per salvare la vita ai propri cuccioli non ha il senso dell'identità.
Segue la legge naturale.

Quanti sarebbero pronti a sacrificare la propria vita , oggi, per la propria famiglia o i propri figli? 
Chi lo fa viene chiamato o eroe o pazzo.
Un tempo era cosa naturale.

Il cercare di armonizzare una filosofia non duale come quella che sta alla base dello Yoga con il concetto di identità individuale è impresa improba.

Di solito confondiamo la realizzazione con con l'auto-soddisfazione.
Cerchiamo la realizzazione dell'ego e parliamo di realizzazione dell'Assoluto, finendo per confondere la soddisfazione dei nostri desideri, il nostro "sentirsi bene o a nostro agio", l'accrescersi della nostra "autostima" con il progresso (?) spirituale.



RICONOSCIMENTO

Tornando ai (pochi) praticanti di Ashtanga Yoga che si sono offesi per il mio articolo sulle differenze tra Vyayama e Yoga, mi viene da dire: difendevate, da umili discepoli, l'onore dei vostri maestri o cercavate di alimentare l'immagine che state cercando di dare al mondo di voi stessi e della vostra pratica?

Già l'umiltà...

L'uso frequente della parola umiltà che si fa nelle sale conferenze, nei forum filosofici, nelle classi di yoga (pure io ne faccio un uso abbastanza frequente) è la riprova delle tensioni egotiche che ci animano.

Affermare -"Io sono un umile praticante"- o -"Tu devi essere più umile"-  dal punto di vista dello yoga è una contraddizione in termini.


L'umiltà è una colorazione dell'ego.
Se Kashyapa si inginocchia di fronte alle parole di Buddha  non lo fa per umiltà, lo fa perché si tratta di un naturale riconoscimento.


Sensei Akira Matsui, uno dei miei insegnanti, grande attore di teatro Noh, diceva spesso che sapersi inginocchiare in seiza posando per tre volte la fronte a terra è cosa assai difficile per i praticanti non esperti.









martedì 7 marzo 2017

ASHTANGA YOGA NON È YOGA


Mi piace guardare i video delle sequenze di Ashtanga Yoga.
Su YouTube se ne trovano trovano moltissimi.
A volte sono lezioni di gruppo, alcune condotte da Patthabi Jois (il creatore dello Ashtanga Yoga) in persona.
Altre sono delle dimostrazioni di singoli insegnanti e praticanti.
Le sequenze (alcune assai impegnative) sono bellissime e i performer sono, solitamente, assai aitanti e muscolosi.
Penso che la grande diffusione che stanno avendo in occidente Ashtanga Yoga e derivati (Power Yoga, Acro Yoga ecc.) sia una buona cosa.
Anzi ottima.

Ma credo anche sia importante chiarire che non si tratta di "Yoga", ma di un'altra disciplina, chiamata dagli indiani Vyayama Vidia (sanscrito व्यायाम  विद्या  -  vyāyāma vidyā) o Yogya (sanscrito योग्य yogya).

Lo Yoga, così come ci è pervenuto dai Veda, dalle Upanishad, dai Purana e dai poemi epici indiani (Mahabaratha e Ramayana) è una disciplina che ha il fine di svelare al praticante la sua identità con l'Universo (Jagat) e con l'Essere Supremo (Parabrahman) attraverso una serie di processi di trasmutazione detti Samadhi.


In altre parole lo Yoga è la pratica del Samadhi, inteso come esperienza che trasforma mente, parola e corpo, e di conseguenza la realtà percepita fino a ciò che è definito Moksha, che si potrebbe tradurre con  Realizzazione, Illuminazione o "Liberazione dalla Catena delle Rinascite".


L'esperienza del Samadhi che, ripeto, è un potente strumento di trasformazione, si accompagna spesso all'insorgere di particolari abilità e poteri psichici, denominati Siddhi.


Gli strumenti per sperimentare il Samadhi, quando non insorge spontaneamente, sono vari: la pratica del Nyasa (localizzazione), i Mantra, le Mudra, la Meditazione sull'Ishtadevata (Divinità preferita), la Meditazione senza Seme ecc. ecc.


Si tratta di pratiche "alchemiche" che, come nell'alchimia occidentale, necessitano di un crogiolo (il corpo fisico), di ingredienti da mescolare e trasmutare (le energie sottili, le emozioni, i pensieri) ed un fuoco per riscaldare il tutto (ciò che viene  chiamato Energia Kundalini, o Shakti).


Il crogiolo è il corpo fisico in una delle posizioni (asana) fondamentali che, secondo lo Hathayoga Pradipika (il manuale fondamentale dello hatha Yoga) sono solo quattro:


Padmasana (fiore di loto con le gambe incrociate, Siddhasana (tallone sinistro sotto il perineo e piede destro sopra la gamba sinistra in modo che il tallone destro prema sulla clitoride o sul glande del pene), Baddhakonasana (o posizione del "Ciabattino", con le piante dei piedi in contatto tra di loro) e Shavasana (la postura del "Cadavere").


Le altre posizioni dello Yoga hanno altri scopi, ovvero:

1) sciogliere i nodi psicofisici per far circolare le energie sottili e permettere di assumere correttamente i quattro asana fondamentali in una condizione di piacevole rilassamento attivo definita Sukha.
2) Rendere forte, elastico e resistente il corpo del praticante per permettergli di sopportare le fatiche delle lunghe pratiche.
3) Curare il corpo fisico equilibrando gli squilibri energetici.

Per rendere forte ed elastico il corpo e per curare eventuali squilibri, lo Yogin antico faceva riferimento ad un'altra disciplina chiamata Vyayama.


Vyayama Vidya, che si potrebbe tradurre con Scienze Motorie o Educazione Fisica, è inizialmente una branca dell'Ayurveda simile negli scopi e nelle modalità, alla ginnastica medica e correttiva occidentale  e al Qi Gong Wai Dan Cinese.


Con il tempo (o forse da subito....), esattamente come è accaduto in Occidente e in Cina, gli esercizi terapeutici si sono mescolati da una parte alle tecniche preparatorie delle arti marziali  e dall'altra alle pratiche degli acrobati di strada dando vita alla ginnastica militare (da noi la sana ginnastica che si faceva un tempo nelle scuole) e alla ginnastica da esibizione (da noi la ginnastica artistica).


In pratica Vyayama Vidya riguarda sia il fitness (nel caso sia praticata da Yogin prende il nome di Yogya) che lo spettacolo.


Se lo Yoga è la pratica del samadhi e suo fine è Moksha, l'illuminazione, Vyayama Vidya è la pratica della ginnastica ed il suo fine sono la longevità e/o lo spettacolo.


Ciò non significa che uno Yogin non possa anche essere un bravo maestro di Ginnastica, anzi.

 Yogi Buaji, ad esempio,  ordinato Swami da Shivananda, da buon lottatore era anche  un esperto insegnante di  ginnastica, Swami Vivekananda, allievo di Paramhansa  Ramakrishna, era un notevolissimo atleta (canottaggio e ginnastica artistica), ma non bisogna dimenticare  che si tratta di due discipline diverse.

Nello Ashtanga Yoga di Patthabi Jois non si parla di energie sottili se non in maniera superficiale, non si praticano mantra (a parte l'invocazione a Patanjali), non si parla di stati di coscienza dell'essere (Visva, Taijasa, Prajna), non si parla di scioglimento dei Granthi o di Manolaya,  non si parla di samadhi savikalpa o nirvikalpa...in pratica non si parla di tutto ciò che, secondo i testi antichi, è specificamente Yoga.





Patthabi Jois è un grande, anzi un grandissimo maestro di ginnastica (e si dice fosse anche un grande, grandissimo uomo) che non ha mai parlato del metodo da lui inventato sulla base del lavoro di Krishnamacharya, come di una via per l'illuminazione o per la risoluzione della catene delle rinascite.

Nè, a quanto  ricordo, ne hanno parlato Ijengar e Krishnamacharya.

Il pubblico occidentale non è abituato alle sottigliezze della cultura indiana, per cui chiamare Yoga  la Vyayama Vidya non mi pare certo un errore da penna rossa, ma secondo me gli insegnanti ed i maestri di yoga dovrebbero spiegar bene ai loro allievi che si tratta di due discipline diverse, come due viaggiatori che possono condividere per un tratto la medesima strada, ma hanno una meta diversa.


Vyayama Vidya, la Ginnastica Indiana, è la via per la longevità.


Lo Yoga, nelle sue quattro  vie (Bhakti, Karma, Jnana e via "diretta")  è il sentiero per la Liberazione dall'ansia di incompiutezza che tortura l'Essere umano, svelando la divinità che risiede in noi.