mercoledì 23 ottobre 2013

IL VIRUS DELL'IGNORANZA - VIDYA E NIDRA

Il luogo comune è il principale nemico della conoscenza. 
Ogni volta che, per pigrizia, stupidità o eccesso di fiducia [fede?] nei confronti di chi ne sa o ne dovrebbe sapere più di noi, rinunciamo alla sana curiosità del ricercatore e rinchiudiamo la mente negli steccati del "COME HA DETTO TIZIO", "SECONDO CAIO" ecc. ecc. spargiamo il virus dell'ignoranza. La ricerca dovrebbe essere libera da ogni genere di pregiudizio e il ricercatore "VERO" dovrebbe farsi tutte le domande che gli altri non osano fare, anche le più stupide, senza dar mai niente per scontato.
Ultimamente, lavorando su un testo di Babaji ["Gorakhvani - i segreti di Guru Gorakh"-J.Amba Edizioni], mi sono trovato a fare i conti con i luoghi comuni dello Yoga. 
Si tratta, di una serie di errori di traduzione, banalizzazioni e, a volte, colpevoli mistificazioni, che a son di essere ripetuti sostituiscono i significati originali di parole, simboli e tecniche rendendo incomprensibili gli insegnamenti antichi.
I casi più interessanti in cui mi sono imbattuto nei giorni scorsi, riguardano due parole usate assai comunemente nei testi di yoga e di filosofia indiana: 

- nidrā;
- vidyā;


निद्रा nidrā di solito viene tradotto con "sonno", con yoga nidrā   che, ovviamente, divienta lo "yoga del sonno". 
Di Vishnu, in yoga nidrā sull'Oceano di Latte  si dice, ad esempio, che "DORME SULL'OCEANO DI PRIMA DELL'INIZIO" e questo ha portato ad una miriade di interpretazioni poetiche e suggestive e di discussioni  sul "Dio che dorme", sul  sonno come stato di coscienza, sul sonno come condizione che impedisce il risveglio (illuminazione) ecc. ecc.
Bello, ma non mi ha mai convinto






Ho fatto una ricerca su una serie di vocabolari on line e la verità è balzata fuori, evidente, in pochi minuti: dormire in sanscrito si dice सुप्ति supti o  स्वप्न svapna Nidrā, per gli yogin, è invece IL NOME MISTICO DELLA LETTERA भ bha, secondo petalo del cakra dei genitali, svadhiṣṭhāna, il "luogo proprio", la "casa", dell'energia creativa o kundalini



 Nidrā  è  l'infinita energia potenziale della natura, la forza che fa germogliare il seme, dischiudere un uovo e sviluppare il feto.
Non so chi per primo abbia tradotto Nidrā con sonno, né per quale motivo lo abbia fatto, ma chiunque sia stato ha creato una vera e propria scuola di pensiero, molto interessante a dir la verità, che  però niente ha a che vedere con gli insegnamenti  dei Veda, del Vedanta e dei Tantra.

nidra devi

Un altra parola  che ha subito gli effetti del "virus dell'Ignoranza" [la tendenza ad accettare acriticamente e a divulgare le interpretazioni altrui di simboli e  concetti]  è  vidyā. Per  [quasi] tutti coloro che si occupano di yoga e di filosofia indiana, vidyā significa  conoscenza, ed è opposta ad avidya che significherebbe "IGNORANZA METAFISICA".
Basta una ricerca, nemmeno troppo approfondita per scoprire che विद्या vidyā è IL NOME MISTICO DELLA LETTERA  इ i, terzo petalo del cakra della gola, viśuddha


विद्या vidyā non è la conoscenza, ma il potere magico, e insieme le tecniche operative per ottenere tale potere. 
Nei Veda ne sono citate 32 [tra le quali la Madhu vidyā e la Agni vidyā  che rappresentano in parte o totalmente, l'insegnamento che Babaji ci ha lasciato nel "Gorakhvani"], alle quali vanno aggiunte le 10 mahāvidyā del tantrismo [NB. probabilmente le mahāvidyā rappresentano il sunto delle 32 vidyā originali]. Una vidyā è "una Dea", ovvero una serie di tecniche operative, asana, mudra, mantra,dhyana... finalizzate all'ottenimento di una particolare forma del  potere creativo di durgā.
Continuare a tradurre vidyā "semplicemente" con conoscenza alla fine ci darà un'idea dello yoga completamente falsata.


Veniamo adesso al punto fondamentale: le traduzioni non corrette di vidyā e nidrā sono solo due degli esempi della banalizzazione del sapere vedico.

Ogni volta che ci avviciniamo ad un testo o ad una sequenza di esercizi provenienti dalla tradizione indiana, dovremmo considerare che le conoscenze scientifiche dei padri dello yoga erano infinitamente maggiori di ciò che crediamo.
In un testo del 1.000 a.C., la Chandogya up. [III libro], si parla ad esempio del moto apparente del sole e del suo non sorgere nè tramontaregli autori dei veda sapevano benissimo che è la terra a girare intorno al sole. In un altro testo, più recente (500 a.C.), il Chandarshastra di Pingala [che per alcuni non sarebbe altri che Patanjali, l'autore degli Yogasutra] si parla della serie di Fibonacci [definita mātra meru o "misura del Monte Meru"], di "proporzione aurea" , di equazioni di secondo grado e del loro legame con gli astri e i metri poetici dei Veda.
Lo YOGA è scienza, la Scienza dell'Essere Umano, e se si dice che gli asana, le mudra, i mantra sono la danza e i canti dell'universo non bisogna pensare a metafore poetiche. Secondo me [lo scrivo,  anche se mi prenderanno per pazzo] gli antichi indiani, come forse gli  egizi o i greci del tempo di Orfeo, avevano penetrato il segreto della vita, l'ARTE DELLA VIBRAZIONE, ed hanno cercato di trasmettercelo in tutte le maniere possibili [libri, simboli, statue, rappresentazioni pittoriche, brani musicali, danze] sicuri del fatto che, in un modo o nell'altro, noi avremmo "ricevuto il messaggio".
 Purtroppo hanno sottovalutato la nostra stupidità.

Guardo, la rappresentazione di Vishnu che DORME sull'Oceano di Latte e  mi chiedo cosa passa per la testa di tanti studiosi o devoti praticanti che hanno scritto, commentato e divulgato quel mito.

Non lo vedete che ha gli occhi aperti? 




LA VIA DEL SESSO

"Si scopra la felicità attraverso la frizione che unifica i sessi durante il godimento reciproco e, grazie a essa, si riconosca l'essenza incomparabile, sempre presente. Infatti, tutto ciò che entra da un organo interno o esterno risiede sotto forma di coscienza o di soffio nel regno della via mediana che, collegata essenzialmente al soffio universale (anuprāṇanā), anima ogni parte del corpo. E ciò che viene chiamato ojas, vitalità, e che vivifica tutto il corpo"
Abhinavagupta - Parātrīśikāvivaraṇa
 


Che nello yoga, esista una via realizzativa basata sulle pratiche sessuali è cosa risaputa. 
Per alcuni, come Abhinavagupta, è la via maestra, la più alta e sublime, per riscoprirsi UNO con l'Universo. 
Per noi occidentali invece diviene spesso un sentiero tortuoso, pieno di trabocchetti, false piste e botole segrete che non portano da nessuna parte. 
Gli insegnamenti di kāma sono così lontani dalla nostra cultura che spesso i maestri indiani e tibetani preferiscono negarne l'esistenza o attribuir loro la patente di immoralità e perversione e, a giudicare da quel che si legge in giro non è che abbiano tutti i torti: la sublime via di Eros divino sembra degradata a una serie di tecniche per "scopare meglio", "durare di più", "avere più orgasmi", ecc. ecc....che, insomma...non è che siano cose negative, ma ho il sospetto che non coincidano con le finalità delle pratiche erotiche secondo Gorakanath, Padmasambhava o Abhinavagupta. 


Perchè è così difficile comprendere gli insegnamenti tantrici
Sicuramente l'atteggiamento morboso che abbiamo nei confronti del sesso e l'attitudine a utilizzare il senso di colpa come strumento educativo giocano un ruolo importante. 
Poi bisogna tener conto della mistificazione e della manipolazione (o addirittura la riscrittura) dei testi tantrici, operata, a partire dal XVII secolo, dai missionari cristiani sbarcati al seguito della Compagnie delle Indie. 
Ma il problema principale, secondo me, sta nelle nostre categorie mentali, nella nostra"tecnica del pensare", come la definiva Gramsci. 
Noi, moderni occidentali, siamo abituati a concepire il mondo in termini duali: 
BENE - MALE, 
LUCE - BUIO, 
BIANCO - NERO, 
DESTRA - SINISTRA, 
MASCHILE - FEMMINILE ecc. ecc. 
L'universo degli antichi yogin era invece regolato da tre forze NON COMPLEMENTARI ovvero FUOCO, SOLE, LUNA. Il fuoco è la dea suprema, detta śakti, kuṇḍalinī, durgā o bhagavatI che rappresenta l'energia attiva, il soggetto che conosce (o che gode: conoscenza e godimento sono sinonimi nel tantrismo) senza il quale non esistono né sole né luna. 


Il sole è la coppia kāma/kāma īśvarī (spesso nei dipinti e nelle sculture si trova la sola parte femminile essendo kāma "anaṅga" ovvero incorporeo, privo di parti, simile all'etere...) che indica l'azione del conoscere e del godere. 



La luna, infine è il dio śiva che rappresenta il CORPO DELL'UNIVERSO, ovvero l'oggetto di conoscenza o di godimento. 


Per procedere nella via del tantrismo sessuale si deve imparare a pensare da "tantrici"
Impresa assai ardua, ma, ammettendo di riuscirci ci troveremmo comunque ad affrontare l'ostacolo dei testi. La stragrande maggioranza dei libri sull'argomento è scritta e/o tradotta da uomini, mentre, ne sono convinto, il tantrismo nasce dal corpo e dalla mente delle donne. 

Se non se ne tiene conto comprendere certi dettagli, anche anatomici, delle pratiche tantriche diventa impossibile. 
Il praticante di yoga per progredire ha bisogno di una maestra donna, di una yoginī che lo accompagni con dolcezza all'ascolto interiore, la dimensione sottile dove il canto delle stelle è tangibile come la carezza dell'amata. Così come la donna "maestra", la Bella addormentata, ha bisogno di uno yogin per essere risvegliata al suo ruolo. 


Le tracce di un'antica saggezza femminile, origine delle pratiche yogiche, non sarebbero difficili da recuperare nelle scritture, nelle biografie dei maestri e nelle tecniche operative, ma siamo così viziati dalla nostra cultura maschilista (e fallocrate aggiungerebbero alcune mie amiche) da scambiare l'evidenza per bizzarria e la favola per realtà oggettiva. 
Il maschilismo, si badi bene, non è malattia che colpisce solo gli uomini: non dimentichiamoci che sono le madri ad educare i figli maschi e spesso accade, per reazione, che le donne abbraccino la logica duale e teorizzino una specie di inferiorità genetica del sesso maschile squilibrando a livello energetico se stesse e i loro partner. 
Comunque sia, a ben cercare, il "profumo di Donna" si annusa un po' dovunque. Abhinavagupta, ad esempio, definisce se stesso yoginībhū, generato da una yoginī e la sua dottrina, il kaula (quella dei siddha, per intenderci) proviene dagli insegnamenti di una donna, la "FIGLIA DI TRIAMBAKA" identificabile, secondo me con uṣā, detta di volta in volta Signora dell'Alba, Figlia del Cielo o Danzatrice del Cielo. 

L'aspetto pratico, tecnico della "via del desiderio ", è esposto nei 1000 libri del kāmaśāstra attribuiti a nandi e ufficialmente andati perduti (dico ufficialmente perchè mi è capitato più volte di rintracciare libri definiti perduti di Gorakanath, o altri semplicemnete cliccandone il titolo sui siti dell'Indian Digital Library, degli shankara math o sui portali di cultura Tamil). 
Chi si occupa di yoga sa che nandi è un toro bianco, il "VEICOLO" del dio śiva 
 

Il bovino, per far felici gli esseri umani, avrebbe messo una penna tra gli zoccoli e buttato giù, nero su bianco, le gesta amorose, le discussioni, le danze della sacra coppia Hindu, śiva e pārvatī. 
Può darsi che sia così, conosco molti devoti pronti a giurarlo, ma a me, che devoto non sono, l'idea che dei cervelloni come Abhinavagupta, Patañjali o Shankara credessero veramente che un quadrupede si sia armato di carta e penna per indottrinare gli uomini pare un po' bizzarra. 
Sono andato a consultare tre vocabolari on line, Cologne Digital Sanskrit, Monier-Williams e Spoken Sanskrit ed ho scoperto: 

1) che nandi, e la sua variante nāndī, sono nomi femminili che significano "soddisfazione", "gioia sessuale", "appagamento". 

2) che nandi è uno dei nomi dati alla Dea dell'Amore, kāmeśvarī , quando si incarna in uṣā, la "FIGLIA DEL CIELO". 
Ma guarda un po'.... 

Certo che ci vuole uno stravagante senso dell'umorismo per chiamare un toro, simbolo di virilità sia per noi come per gli indiani, con il nome di una danzatrice. 
Non so se un allevatore delle nostre parti darebbe mai il nome di Carla Fracci a 1000 chili bestione superdotato, ma ne dubito. Ad occhio, NANDI è un termine onorifico, attribuito a delle maestre o a yogin che avevano raggiunto il medesimo livello della loro istruttrice. 
Interessante....ma fin dei conti che nandi sia stata una maestra di Yoga e di danza piuttosto che un toro volante non è notizia che cambi la vita. la cosa più interessante credo sia non il sapere chi insegnava certe tecniche, ma in cosa consistono, quelle certe tecniche. 
Prima di scendere nel dettaglio credo però sia meglio fissare alcuni punti: 

1) NELLO YOGA ESISTONO TECNICHE SESSUALI POTENTI ED EFFICACI IL CUI FINE E' PADRONEGGIARE IL RITMO NATURALE "EMERGENZA/ASSORBIMENTO" RAPPRESENTATO DALLA PENETRAZIONE. 

2) QUESTE TECNICHE PROVENGONO DA UNA LINEA DI INSEGNAMENTO FEMMINILE E RISALGONO AD UN PERIODO STORICO CHE VA TEORICAMENTE DAL 4000 ALL'800 a.C. 

3) PER MOTIVI CHE NON SO DUE O TRE SECOLI PRIMA DI CRISTO, QUESTA CONOSCENZA, PRIMA DIFFUSA IN TUTTO IL CONTINENTE INDIANO E' STATA SEGRETATA O DISPERSA, MA SONO SOPRAVVISSUTI DEI CENTRI O SCUOLE COME QUELLO DI CHIDAMBARAM, NEL TAMIL NADU, DAL QUALE PROVIENE IL LIGNAGGIO DEI SIDDHA E NEL QUALE OPERAVA IL MAESTRO "NANDI". 

4) GLI ALLIEVI DEL MAESTRO NANDI (TRA CUI PATANJALI, VHYAGRAPADA, TIRUMULAR) E GLI ALLIEVI DEGLI ALLIEVI HANNO DIFFUSO poi LA DOTTRINA IN CINA, NELL'INDIA DEL NORD E NEL TIBET. 

5) SONO TECNICHE CHE SI BASANO SULL'ARTE DELLA VIBRAZIONE, OVVERO SUL PREDOMINIO DEL TATTO SUGLI ALTRI SENSI E UTILIZZANO CONTEMPORANEAMENTE ASANA, MUDRA, MANTRA E KRIYA AL FINE DI RISVEGLIARE, ECCITARE, MANTENERE IN "EFFERVESCENZA" IL PRINCIPIO COSCIENTE CHE RISIEDE IN TUTTI GLI ELEMENTI DELLA MATERIA: KUNDALINI
- continua.... 

venerdì 18 ottobre 2013

LA DEA DEL SONNO - Le parole segrete di Babaji, IIIa parte



La mia fissazione per Babaji e il Gorakhvani ["i segreti di Guru Gorakh"- J.Amba editrice]  è cominciata nel luglio scorso, quando sono entrato per la prima volta nell'Ashram Bhole Baba, a Cisternino (nella Val d'Itria). Appena mi ha visto Rupchand, uno dei discepoli storici di Babaji  di Hairakhan (uno di coloro che ne ha ascoltato direttamente gli insegnamenti per intenderci), mi ha guardato negli occhi e, praticamente senza dire una parola, si è alzato ha preso un libro dallo shop dell'Ashram e me lo ha regalato. II libro era, appunto, il Gorakhvani, resoconto scritto delle istruzioni impartite da Babaji a Shri Shastri Vishnu Datt. Secondo me si tratta di un testo straordinario, che descrive il percorso della realizzazione secondo gli insegnamenti Nath, attraverso una serie di simboli presi dai Veda, dai Purana, dal kundalini yoga, dal tantrismo tibetano... Dopo qualche giorno, Rupchand mi ha presentato Lisetta Carmi, la fondatrice dell'Ashram e poi  insieme a lei, un'altra allieva"anziana" e la mia amica Ivana, mi ha portato nella "stanza del maestro", una cameretta con il suo letto, un paio dei sandali, una fotografia in bianco e nero  che sta misteriosamente virando in oro e argento, e il bastone che Babaji che usava, credo, per passeggiare. Non so perchè Rupchand mi abbia fatto questi doni (penso che non siano moltissimi coloro cui è stato permesso di entrare nella stanza di Babaji), ma so che per me è stata un'esperienza sconvolgente. Niente a che vedere con la devozione o quel senso di pace e amore che aleggia nell'Ashram come in molti altri luoghi di culto. E' stata un esperienza fisica, fatta di percezioni e di "trasformazioni". Soprattutto è stato un esperienza "ripetibile" perchè i fenomeni si sono riprodotti, identici, ogni volta sono tornato all'ashram. Credo che dietro lo Yoga dei Nath ci sia una scienza più antica di quanto possiamo immaginare. E credo che Babaji, in quanto MahaNath (il Grande Nath, che si potrebbe tradurre con "GRANDE SPIRITO PROTETTORE" o "GRANDE MAESTRO CHE PROTEGGE") con le sue parole abbia tentato di aprire uno spiraglio sulle vere origini e i veri scopi dello yoga o per meglio dire sulle vere origini e i veri scopi dell'essere umano.
babaji

Se ho ragione, ovvero se  il Gorakhvani è un testo, tra virgolette, "operativo",  dovrebbe contenere sia le tecniche che  la descrizione degli effetti sperimentabili. Il problema è che è scritto in un linguaggio per addetti ai lavori e fa riferimento a miti simboli così lontani dalla nostra cultura da sembrare indecifrabili. Però, come ho già scritto, se ci armiamo di pazienza e di un buon dizionario possiamo farci un'idea di ciò che Babji  ha voluto trasmetterci. Riprendiamo il brano che avevo citato in precedenza (vedi "LE PAROLE SEGRETE DI BABAJI") e analizziamolo nei dettagli:
[NB. le parentesi quadre sono mie. Ho segnato, con i numeri tra parentesi, alcuni punti secondo me fondamentali che, man mano, cercherò di approfondire]
"[...] I più grandi yogi e le yogini si inchinano giorno e notte. Essi pregano: "Vieni maestro Gorakh(1).
Liberaci per favore dai legami. Tu hai conquistato il sonno [nidrā](2), che per paura di te fu nascosto nell'Oceano di Latte (3) e dato a Vishnù.
Quando il demone Madukaitabb(4) attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la "Dea del Sonno" [nidrā devi].
Allora lei [nidrā devi] svegliò Vishnù che lottò [...] contro Madhukaitabb.
Gorakhanath ha ottenuto la vittoria sul sonno [nidrā]. Chiunque conquista il sonno conquista Mahakala(5).
I cinquantasei Kalwa e le sessaquattro yogini(6) esclamano: "Jai Jai Guru Gorakhnath. Tu sei il Mahanath dei Nath [...].
Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada (7), come hai cantato bene!"

vishnu killed madhu kaitabha
Vishnu uccide Madhu-Kaithabha

(1)BABAJI E' GORAKANATH
Babaji e Gorakhanath sono,in un certo senso, le stessa persona. Gorakhanath è un personaggio storico. Conosciuto anche come Goraksha, Gorkha o Korakka Siddhar è il fondatore dello hatha Yoga ed è considerato un maestro illuminato in gran parte dei paesi orientali: i Gurka, i temibili guerrieri nepalesi, ad esempio, si chiamano così in suo onore, ne Kashmir è visto come il padre nobile del Sikhismo e nel Tamil Nadu viene celebrato come uno dei Siddha di Chidambaram, il "gruppo di ricercatori" formato da  Patanjali, Viaghrapada, Tirumular, Boghanathar ecc. che avrebbe dato vita allo Yoga, alla Danza, alla Medicina e alle Arti Marziali indiane. Gorakh ha scritto decine di libri, sulle posizioni, le mudra, le kriya, Kundalini e l'alchimia interiore, le cui stesure originali, in buona parte, sono conservate nel Museo del Rajastan.
gorakh
goraksha

Se l'esistenza di Gorakhanath è testimoniata da una miriade di documenti, la sua data di nascita  è invece dubbia. Secondo alcune fonti è vissuto tremila anni fa, secondo altri  tra il V e il III sec. a.C. e per altri ancora nel X secolo d.C.. La presenza, documentata, di Gorakhanath in epoche così diverse si può spiegare in almeno due modi:
1) E' vissuto migliaia di anni grazie alla capacità di rigenerazione cellulare che i Siddha  affermano di aver sviluppato con il loro Yoga (Tirumular, nel suo libro Tirumantiram afferma di avere tremila anni!).
2) Il suo nome e la sua identità si sono trasmessi di generazione e generazione per ragioni  di "lignaggio".
navnath
I nove immortali del lignaggio Nath

Il lignaggio (in sanscrito "paramparā" o "sampradāya") è una catena ininterrotta di insegnamenti diretti  da insegnante [guru, che significa grande, coraggioso, violento...] ad allievo [śiṣya che significa "rabbia","passione"...]. Quando un discepolo acquisisce lo stato coscienziale [la conoscenza, i poteri, il carisma...] di un maestro del passato ne assume anche l'identità. Per ciò che riguarda il maestro di Gorakhanath alcuni testi si dice sia stato Matsiendranath, " il Pesce", in altri Boghanatar, "l'Alchimista".
boghanatar
Boghanathar

Suppongo che Matsyendranath e Boghanathar siano la stessa persona. E questo potrebbe spiegare il motivo per cui Babaji nel Gorakhvani,"parla con la voce di Gorakhanath": Babaji  è Gorakhanath! Prima di divenire immortale, come vuole la tradizione dei Siddha e dei Nath, Babaji, infatti, era uno yogin chiamato Nagaraji [parola che può significare sia "Re dei Naga/Cobra" sia  "Naga/Cobra del palato molle"] ed era allievo, appunto, di BoghanatharGorakanath e Babaji Nagaraji, quindi o sono la stessa persona o,  sono allievi dello stesso maestro, che per lo yoga è come dire "fratelli di sangue"
babaji nagaraji
babaji nagaraji

(2) LA DEA DEL FIORE CHE SBOCCIA
L'abitudine, non solo italiana, di tradurre Nidrā con "sonno" impedisce la piena comprensione del testo: Nidrā devi non è la Dea del sonno così come yoga nidrā non è lo yoga del sonno. SONNO in sanscrito, di solito si dice supti o svapna. La parola निद्रा nidrā invece indica lo "stato nascente di un fiore", il momento esatto in cui sta per sbocciare. In altre parole è IL MISTERIOSO POTERE CREATIVO DELLA TERRA E DELLA DONNA che permette alla vita di sbocciare nell''oscurità e nel silenzio del VENTRE e dei MONDI SOTTERRANEI. Per allargamento semantico è anche "l'ozio creativo". Nella scienza delle lettere indiana निद्रा nidrā è il nome segreto della lettera भ bha, inscritta nel terzo petalo del cakra dei genitali, che sta per "luce","scintillio","irraggiamento"...Per tornare al nostro testo bisogna considerare che quando Babaji parla di nidra non si riferisce al "dormire", ma allo yoga nidra [una tecnica per indurre quello stato meditativo o premeditativo simile a ciò che i buddisti chiamanosamatā] e quando parla di nidrā devi intende la divinità vedica chiamata ūrmyā.
vishnu
Vishnu in Yoga Nidra

La dea ūrmyā è la gemella della "Signora dell'Alba", uṣā. E qui la faccenda si complica. Babaji e i Nath, sfuggono alle differenze dottrinali, alle chiese, alle distinzioni tra scuole e stili cui siamo abituati. Per loro lo yoga è uno. Il "sistema" dei Nath è impressionante: basta socchiudere una porta per trovare improvvisamente  spiegazioni chiare di simboli e tecniche prima incomprensibili  e per svelare i legami, stupefacenti, tra realtà apparentemente lontane tra loroGli insegnamenti che credo di aver  colto [a volte grazie al caso e, almeno in un caso, al sogno] nel testo di Babaji sono difficili  da comprendere se non ha si ha un minimo di conoscenza della cultura vedica, del tantrismo e del buddismo tibetano, ma proverò ad essere il più chiaro possibile.
Cominciamo dal nome della Dea che Gorakhnath "sconfigge" o "conquista": ūrmyā, letteralmente, è la SIGNORA ONDULATA o la SIGNORA DELL'ONDA. Onda in sanscrito si dice ūrmi, ma nel tantrismo è il NOME MISTICO DELLA LETTERA ū. per molti questo non significherà niente, per chi conosce un pochino la scienza delle lettere [cfr. Giuseppe Tucci - Teoria e Pratica del Mandala - Ubaldini editore] sa che rappresenta una DELLE POTENZE PRIMARIE DELLA CREAZIONE. L'universo dello Yoga è musica allo stato puro. vibrazioni che si danzano nello spazio infinito, si incontrano e creano accordi o disaccordi. Le potenze primarie sono sei, le prime tre vocali o vibrazioni, le potenze "del giorno" a-i-u  e la loro eco, le potenze della notte" ā-ī-ū. Ognuno di loro è l'iniziale di una parola che esprime gli effetti che la potenza ha sulla manifestazione e sull'essere umano.
a=anuttara, la SUPREMA,
i= icchā, il DESIDERIO,
u= unmeṣa, l'ESPANSIONE,
ā= ānanda, la BEATITUDINE,
ī = īṣaṇā, la POTENZA CREATRICE,
ū = ūrmi, l'ONDA.
Queste sei potenze danzano nell'OCEANO DI PRIMA DELL'INIZIO (Oceano di Latte), anzi "SONO" l'Oceano di Latte. Il suono che genera il loro fluire infinito è il pranava ॐ AUM. Quando si RIPOSANO si scontrano e danno vita a tutte le lettere dell'alfabeto sanscrito che rappresentano LE VIBRAZIONI DELLA MATERIA E DI TUTTI I FENOMENI. In altre parole l'alfabeto sanscrito è l'UNIVERSO. Queste vibrazioni sono le divinità del pantheon indiano. La dea ūrmyā, che nella traduzione del testo di Babaji è chiamata DEA DELLA NOTTE è la potenza dell'ONDA [ū = ūrmi], l'ONDA sorella e compagna della Potenza dell'ESPANSIONE [u= unmeṣa].
Nelle varie tradizioni la Potenza dell'ONDA e la Potenza dell'ESPANSIONE assumono nomi diversi, ma sono sempre rappresentate nella stessa maniera: ūrmyā in India anche detta maa kalaratri [una delle nove forme di durgā] e alakṣmī e in Tibet è Palden Lhamola protettrice dei Lama e degli insegnamenti di Buddha.
palden lhamo

La "DEA DEL SONNO" cavalca un mulo magico [ha un terzo occhio che gli permette di vedere attraverso il tempo e lo spazio] che NUOTA IN UN OCEANO DI SANGUE. Nel tantrismo tibetano è la SPOSA DI MAHAKALA, il SIGNORE DEL TEMPO, e a questo punto i versi di Babaji assumono un significato diverso. Rivediamoli un attimo:
"[...] Tu hai conquistato il sonno [nidrā](2), che per paura di te fu nascosto nell'Oceano di Latte (3) e dato a Vishnù[...]
Gorakhanath ha ottenuto la vittoria sul sonno [nidrā]. Chiunque conquista il sonno conquista Mahakala(5)[...]"
Mahākāla, letteralmente "grande nero" è, sia in Tibet che in Giappone,  il guardiano del buddismo. Mi sono chiesto:"Perchè Babaji identifica la realizzazione con la conquista del Guardiano del Buddismo e della sua Sposa?". La risposta, come spesso accade quando si parla di yoga, è venuta dal dizionario: Mahākāla è il GONPO, il protettore, traduzione tibetana della parola sanscrita NāthIn altre parole NATH, MAHAKALA e SHIVA è esattamente la stessa cosa. Nath è colui che si identifica con lo SHIVA SENZA TEMPO, lo śiva che giace cadavere prima che la Dea lo risvegli con la sua danza.
shiva kali

Per identificarsi con śiva, ovvero CONQUISTARE MAHAKALA, bisogna prima conquistare NIDRA DEVI, la dea del "fiore che sboccia", perchè lei è la śakti.
Ma perchè NIDRA DEVI si nasconde nell'Oceano di latte [punto (3)]?
Nel tantrismo per latte si intendono sia il latte materno [strīkṣīra o "acqua della signora] sia il sangue mestruale [jīvarakta o "sangue dell'anima"]. L'OCEANO di LATTE in cui si nasconde il potere creativo della donna [nidrā] è BIANCO e ROSSO come il Latte e il sangue mestruale che  sono legati dal segreto della fecondità: quando esce il LATTE DEL SENO non esce il LATTE DELLA VAGINA e viceversa. Entrambi, sangue e latte, nascondono il segreto della vita. 
Veniamo adesso alla domanda più importante: Come si fa a carpire il segreto della Vita?
Babaji ce lo dice con queste parole:
 " Vieni kamalo [uno dei nomi con cui chiamava il suo allievo Shastri], quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada(7), come hai cantato bene!
Narada, che viene citato nel testo moltissime volte, oltre ad essere il protagonista di molte storie e leggende popolari, è il più grande studioso e interprete indiano di Vedanga, i manuali di applicazione dei Veda. Nel NARADA PURANA insegna a leggere i Veda tenendo conto dei legami che esistono tra danza, musica, recitazione, metro poetico e astronomia. In pratica il Narada Purana è un trattato di scienza delle vibrazioni. I numeri 56 e 64 ad esempio, che vengono ripetuti continuamente da Babaji ( [...] i cinquantasei kalwa e le 64 yogini [...]) fanno riferimento sia a due particolari metri poetici [ cioè al ritmo della recitazione...] sia al numero di raggi creativi cakra del perineo e del cakra della fronte. Bisogna considerare che i cakra, rappresentati come fiori di loto, non hanno solo un certo numero dei petali, ma anche dei raggi di creazione o "risonanze" (nada). In pratica ogni cakra se, stimolato nella maniera giusta, risuona a determinate frequenze. Un gruppo di frequenze crea una melodia, o una stanza poetica, non riproducibile "volontariamente". Ad ognuna di queste melodie, corrisponde una diversa forma della divinità. Per essere più chiari:  OM NAMAH SHIVAYA, se recitato con la giusta intonazione e la giusta metrica, non è il mantra di śiva, "è" śiva!
SHIVA
Prima di approfondire ulteriormente il testo secondo me occorre fissare e tenere a mente alcuni punti:
- Babaji è (in qualche maniera) Gorakhanath (o ne è l'incarnazione o ne ha condiviso l'istruzione come abbiamo chiarito sopra).
- Il lavoro che propone nel Gorakhvani è basato sulla scienza delle vibrazioni (questo lo chiariremo in seguito, per basti notare l'insistenza sul canto e la musica e i continui riferimenti al Rishi Narada che è colui che, nel Narada Purana, spiega l'importanza della musica, del metro poetico e della recitazione nei veda).
- Lo yoga dei Siddha Nath è molto più antico di ciò che crediamo ed è alla base dello hatha Yoga, dell'alchimia taoista e del tantrismo tibetano.



-continua...

giovedì 17 ottobre 2013

TANTRISMO E ADVAITA VEDANTA

“ messo sotto controllo il fiore di loto del cuore, si raggiunge Bhumi e attraverso la via mediana che porta verso l'alto, dopo aver posto Prana tra le sopracciglia, si raggiunge lo splendente Purusha che emana luce”
Shankara Bhagavadpada – commento alla Bhagavad Gita VIII, 9,10.
 

Il 1° febbraio del 2007, giorno del mio compleanno, mi arrivò, dono inaspettato, una cassa di libri, quasi tutti traduzioni di testi di Shankara e di altri autori di quella che allora mi sembrava una scuola filosofica: l'Advaita Vedanta, o vedanta non duale. 
Tra le pagine della Bhagavad Gita c'era un biglietto: “Caro fratello ti prego di accettare questi libri. Sono sempre appartenuti a te.....”. 
Bello. 
Cominciai a studiare come un forsennato, andavo anche al bagno con i libri di Shankara, mi sembrava di “essere tornato a casa”. 
Un giorno, dopo un paio d'anni , Shankara mi apparve. 
Lo so che sembra strano, ma praticando Yoga ho vissuto spesso stati di alterazione percettiva con allucinazioni visive e uditive: luci colorate, simboli, suoni acuti come campanelli o cupi come un tuono d'inverno. Una volta mi è apparso un intero monastero tibetano con tanto di monaci in tonaca amaranto. Credo che si tratti di una elaborazione del cervello, di una qualche funzione del sistema nervoso centrale: quando metto a fuoco un insegnamento o intravedo la soluzione di un problema si forma, in meditazione, un'immagine tridimensionale (e tangibile, in molti casi), una proiezione delle mie riflessioni a cui sono avvezzo, forse sbagliando, a dar fiducia, quasi fosse uno spirito buono, o un maestro interiore. 
Comunque sia mi apparve Shankara. 
Ero sulla spiaggia di Ansedonia, seduto in padmasana e “respiravo il mare” con gli occhi fissi sulla punta del naso. A un tratto, tipo venere che spunta dalle onde, esce dall'acqua un monaco shaiva con le vesti arancioni, le tre linee bianche sulla fronte e la mala di rudraska in mano. 
Camminava piano verso di me. 
E sorrideva. 
Si fermò, per qualche istante, a un paio di metri e poi mi sparì dentro. 
Io lo sapevo che era una specie di allucinazione, ma in qualche modo la presi come un segno: pensai di aver compreso, o di essere sul punto di comprendere, dopo due anni di studio forsennato, gli insegnamenti dell'Advaita Vedanta


Ricordo che ero stupidamente felice. 
Pensavo che sarebbe successo qualcosa, qualcosa di bello e di molto ma molto importante. 
E invece, di lì a poco, cominciarono i problemi. 
Su un sito internet indiano trovai una serie di testi di Shankara, mai tradotti in italiano, che parlavano di asana, di kundalini, di cakra....ovvero di corpo fisico. 
Quello che avevo studiato e continuai a studiare anche dopo, non “mi tornava più”. 
Quello che credevo il nucleo dell'insegnamento di Shankara, la teoria dell'Ajati Vada, del “Mai Nato”(così come me la avevano insegnata) che mi sembrava così profonda, logica, onnicomprensiva mi pareva mostrasse delle smagliature. 
Molti commentatori occidentali (e non solo) parlando dell'advaita vedanta mettono in risalto la scarsa importanza che questa scuola attribuisce alle pratiche dello hatha yoga e del kundalini yoga. 
Sulla base della teoria dell'illusione, il Mayavada, costoro arrivano ad abbracciare le idee di alcuni buddisti Theravada, che vedono il corpo come un inutile sacco pieno di fluidi corporei, ed a creare, infine, una contrapposizione tra il Vedanta Advaita e il Tantrismo, tra la pratica dell'auto-indagine tesa a mostrare l'inesistenza sostanziale, o l'apparenza fenomenica di tutto ciò che chiamiamo corpo, emozioni, individualità (il Ko'Ham) e le tecniche psicofisiche (asana, mudra, kriya). 
Il sistema interpretativo dell'advaita vedanta occidentalizzato strizza l'occhio a Platone e alla filosofia tedesca del XIX e XX secolo e lascia intendere che si può progredire nella via dello yoga e raggiungere la cosiddetta illuminazione senza perder tempo ad annodarsi le gambe e senza conoscere la complessa fisiologia sottile su cui si basa lo hatha yoga. 
Lo Shankara dell'advaita vedanta occidentalizzato sembra insegnare la superiorità del lavoro di destrutturazione del pensiero sul mero lavoro fisico ricreando, paradossalmente (advaita vuol dire non duale) la dicotomia corpo-mente o materia-spirito che caratterizza l'insegnamento cattolico in cui siamo nati e cresciuti. 
E' facile che un intellettuale occidentale si innamori di questa teoria affascinante (e non priva di effetti sul comportamento e sulla personalità dei praticanti), ed è anche possibile che qualcuno raggiunga la cosiddetta illuminazione o realizzazione o comunque stati di coscienza tra virgolette”elevati”, seguendo questi insegnamenti. 
Ma, non è l'insegnamento di Shankara. 
A molti questo non interesserà affatto, anzi il commento più comune sarà, probabilmente, “E ALLORA?”, ma per me in qualche modo si tratta di una rivelazione dagli effetti devastanti. 
Molto di ciò che ho letto, studiato e anche scritto negli anni passati, si basava sulla differenza sostanziale, almeno a livello qualitativo, tra il lavoro (il Sadhana) dell'advaita vedanta e quello del tantrismo. 
La pratica fisica, lo hatha yoga, credevo, poteva essere al massimo, un punto di partenza, “una scala verso il raja yoga” (il sistema di Patanjali, maestro del maestro del maestro di Shankara), il figlio di un dio minore. 
E invece la via di Shankara (vedi lo Shankaravija di Anandagiri o il commento all'Ananda Lahari di Pandit Ananda Shastri) era proprio quella: lo Hatha yoga con tanto di Cakra, Nadi e Kundalini che sale. 
Il commento del capostipite della Advaita Vedanta alla Bhagavad Gita, mai pubblicato in Italia, ne è, secondo me, una prova inconfutabile. 
Shankara era allievo di Gaudapadacharya 
(un maestro di cui, in Italia o forse nell'intero occidente, si conosce quasi esclusivamente per i suoi karika-commenti- alla Mandukya Upanishad) i cui testi più importanti ( mai tradotti in Italia) sono: 
1) il Subha Godaya Stuti, in cui si descrive il triplice aspetto di Kundalini (Fuoco, Sole e Luna) e la sua risalita attraverso la pratica del Mantra di Kama (Ka E I La Hrim Ha Sa Ka Ha La Hrim Sa Ka La Hrim).


2) L'Uttara Gita Bhashya, in cui si spiegano gli insegnamenti di Hatha Yoga impartiti da Krishna ad Arjuna. 


3) Il Durga Saptashati Tika in cui si tessono le doti di Durga (Shri Bhagavati) e si descrive la sua vittoria contro il demone Mahishasura.

In questi tre testi è contenuta l'essenza delSamayachara, o meglio del Tantra. 
Gaudapada era uno yogin del Kashmir (del Bengala secondo alcune fonti) ed era unmaestro delle pratiche di Kundalini. 
Shankara era un suo allievo ed era unmaestro della via dei Mantra. 
Per molti questo non significherà niente. 
Per me è assai importante. 
Significa che le dotte disquisizioni e gli accesi dibattiti sulle differenze tra tantra e vedanta che riempiono i forum di filosofia, i libri delle case editrici specializzate e riecheggiano nelle conferenze e nelle lezioni universitarie sono completamente campate in aria. 
La verità dei testi e semplice e chiara: la linea di insegnamento di quello che noi chiamiamo advaita vedanta è la stessa del tantra. Gorakanath, di Abhinavagupta, di Lallaisvari. 
Lo yoga di Patanjali, Gaudapada, Shankara è lo stesso yoga insegnato da Gorakanath, Abhinavagupta, Milarepa: Asana, Mantra, Mudra, Cakra, Nadi, Kundalini, questo e solo questo è lo Yoga. 
Che poi sia lecito o meno definireYoga delle pratiche derivate da concezioni particolari o inventate di sana pianta è un altro discorso, che a me interessa relativamente poco. 
Come relativamente poco mi interessano i motivi che hanno spinto molti a scindere e dividere ciò che appare, sin dall'inizio, come un unico sistema. 
Lo yoga è uno e si basa sulla pratica di asana, mudra, mantra e sulla conoscenza della fisiologia sottile. 
Non mi sembra che ci sia molto altro da aggiungere. 
OM ADESH!