giovedì 31 luglio 2014

IL DISTRUTTORE DELLE TRE CITTA'


Lo stato naturale è lo stato in cui lo spazio "interno" (citta akasha o spazio della memoria) comunica liberamente con lo spazio esterno (maha akasha o grande spazio) per "realizzare" infine  l'identità lo spazio senziente (cit- akasha).



Per Spazio interno, intendo, si intende l'interiorità dell'Uomo come  fluida coscienza sensitiva.
Se non vi è libero scambio di energie tra questa e lo spazio esterno significa che è avvenuto un processo di cristallizzazione o metallizzazione.
Questa cristallizzazione o metallizzazione della fluida coscienza sensitiva è rappresentata nel mito di Maya. 
Non mi riferisco a माया māyā intesa come manifestazione (attraverso il duplice potere velante e proiettivo) della Dea, ma a मय maya (senza accenti diacritici), l'asura, il grande Yogin. Il mito per chi si occupa di sadhana advaita è assai interessante:
nel corso una delle ricorrenti battaglie per il dominio del mondo gli dei le buscano (tanto per cambiare....) dagli Asura capitanati, stavolta, da Maya, uno Yogin che, grazie ai suoi poteri psichici, riunisce e salda le TRE CITTA' o TRE MONDI che costituiscono l'Universo, in un'unica gigantesca fortezza. 
Invano Indra , Agni, Vāyu e gli altri augusti abitanti del Monte Meru,tentano di espugnare la fortezza: Maya ha fatto in modo che solo una freccia in grado di trapassare tre fila di mura passando da una fessura quasi invisibile possa sciogliere l'incantesimo della cristallizzazione. 
Esiliati, gli dei vedici non possono far altro che rivolgersi al Dio delle foreste e degli animali selvaggi, il Supremo Cacciatore, il Dio che loro stessi hanno esiliato e di cui loro stessi hanno paura: ŚIVA TRIPURĀNTAKA




अन्त anta significa "fine". 

śiva tripurāntaka è letteralmente, colui che "mette fine alle tre città con con il suo arco da caccia. 
Questo è uno dei non molti miti in cui il "PROPIZIO" (questo è il significato della parola śiva ) fa uso dell'arco e delle frecce.
In altri userà la spada, 
in altri il tridente. 
śiva monta su un carro trascinato da due cavalli selvaggi, si avvicina alla città, tende l'arco e scocca la freccia che ridurrà in polvere le mura possenti del castello di MayaCome il Catello del Mago Atlante (nell'Orlando Furioso di Ariosto), la fortezza degli Asura rivela improvvisamente la sua natura illusoria. 
Si trattava di un castello di carte, o di nuvole, ma il potere dell'illusione l'ha fatto sembrare così "credibile" da rendere vani gli sforzi dei potenti dei vedici del tuono (Indra) del Fuoco (Agni) del Vento (Vayu). 
L'Ego è un nemico invincibile per l'uomo civilizzato proprio per la sua natura illusoria. 
Sguainare la spada contro un fantasma o un miraggio è completamente inutile: nessuna lama "dello stato di veglia" può ferire un corpo di sogno. 
Solo śiva tripurāntaka, il Grande Cacciatore, il protettore degli animali selvaggi e degli spiriti dei defunti, può risolvere la metallizzazione dell'ego. E faremmo bene a meditare sulla figura del Dio dai tre occhi:
śiva non vive sul monte Meru. 
Non abita in palazzi sontuosi. 
Non veste di seta e d'oro. 
śiva il cacciatore, si aggira, coperto da un perizoma di pelle di tigre, nelle foreste, al di là dei "RECINTI" dei villaggi e delle mura delle città. 
Non rispetta le regole della convivenza civile: beve in un teschio, fa l'amore all'aperto con la sua sposa Uma, dorme nei cimiteri, seguito costanetemente da una schiera di battitori (i rudra o marut) crudeli e rumorosi. Il significato a me pare evidente: è la società che definiamo civile, la cultura,l'organizzazione sociale, ad essere contemporaneamente causa ed effetto  della cristallizzazione dell'Ego. la società civile è il frutto della natura polimorfica dell'Ego e al tempo stesso impone ruoli sempre nuovi e diversi
 Più ruoli vengono interpretati maggiore sarà la cristallizzazione/metallizzazione. 
IO figlio/figlia - IO marito/moglie - IO padre/madre .... sono ruoli diversi nel quale la mente sensitiva si identifica. 
L'identificazione conduce all'oblio di sé e i ruoli, le maschere finiscono per credersi attori e registi. 
Se mi immedesimo nel ruolo del padre dirò e farò cose diverse da quelle che dirò e farò nel ruolo del figlio o di marito ma alla fine  
i desideri , le aspirazioni i bisogni del figlio si mescoleranno a quelli del padre e del marito, creando ciò che definiamo personalità 

SUKHA. L'ESIGENZA DEL PIACERE


La pratica dello Yoga presuppone l'atteggiamento Sukha.
La posizione deve essere Sukha.

Lo si legge in moltissimi testi.
Sukha è lo stato che si sperimenta dopo un piacevole rapporto sessuale e questo, a coloro che vedono la pratica dello yoga come sofferenza, rigida disciplina o esercizio della volontà, può apparire stravagante.


Eppure nelle upanishad si parla  sempre di necessità della posizione Sukha.
E forse questo potrebbe essere uno spunto di riflessione interessante.
La sofferenza, il dolore, il resistere con la volontà a privazioni di vario genere è ciò che in genere viene definito तपस् tapas.
Lo Yoga è sedersi con la schiena diritta in una posizione Sukha e meditare sull'Om
Cito di seguito i primi versetti della kaivalya upanishad nella traduzione di Raphael


1 Om! Asvalayana recatosi dal Beato Parameshthin gli disse:

"O Beato, insegnami la più alta scienza del Brahman, quella che onorano le persone intelligenti, quella poco conosciuta dalla maggioranza degli uomini, in modo che ,senza ritardare ed estirpando tutta l'ignoranza abbia a riprendere l'identità con l'essere supremo".

2 Allora il grande padre gli disse: " la scienza si conosce tramite la certezza la devozione e la meditazione:

3 Non è stato nè per le azioni,nè per la procreazione, nè per la ricchezza, ma per il distacco-rinuncia che molti hanno conquistato l'immortalità.
Gli asceti entrano in ciò che è al di là del firmamento, che vive celato nella caverna e che rimane immensamente brillante.

4 Tramite la conoscenza comprendono il senso del Vedanta, con purezza di moventi e con totale rinunzia trovano la liberazione- che trascende la stessa morte - nel mondo di Brahma.

5 In un posto solitario il saggio ponendosi nell'atteggiamento sukha, puro, con la testa e la schiena in perfetto allineamento, avendo superato gli asrama e portato al silenzio tutti gli organi dei sensi, volto verso il proprio maestro con devozione.

6 Con il pensiero al centro del loto del cuore, libero da passione, da imperfezione, radiante, felice, affrancato dall'attaccamento alle indefinite forme, immortale, sorgente dei Veda.

martedì 29 luglio 2014

IL DOLORE DEL RISVEGLIO - IVANO E LAUDINE


"[...] Egli riesce a raggiungere una fusione armoniosa della sua personalità cosciente e di quella inconscia, la prima consapevole dei problemi e dei fili conduttori del mondo visibile fenomenico, la seconda capace d'intuire le sorgenti più profonde dell'essere dalle quali sgorgano perennemente sia il mondo fenomenico sia il suo testimone cosciente. Uno stile di vita così armoniosamente integrato è il dono che la natura elargisce a ogni neonato, in modo preliminare e non decisivo, e che poi, crescendo, il bambino perde con lo sviluppo della sua individualità autocosciente."
H.Zimmer - IL RE E IL CADAVERE / Il cavaliere del Leone
 





La storia d'amore di  Ivano  il Cavaliere del Leone Nero  e della DAMA della FONTANA è una delle più belle del ciclo del Graal. 

Ivano , spinto dai racconti di un compagno d'arme, giunge nei pressi di una sorgente miracolosa e dell'albero della vita
prende dell'acqua e la getta su una lastra di marmo.
improvvisamente si scatena una tempesta, l'albero della vita perde le sue foglie , i fiori appassiscono e gli uccelli cadono a terra senza vita.
dopo poco tempo foglie ancora più verdi adornate di gemme piumate nascono miracolosamente sui rami spogli. fiori ancora più profumati e uccelli dal canto meraviglioso si palesano improvvisamente.
arriva un cavaliere nero, il guardiano della fonte. miracolosa;
dopo un duello terrificante , Ivano lo disarciona e lo uccide.

giunge quindi ad un castello da favola ed aiutato da una fata di nome lunette, riesce a conquistare il cuore della bellissima Dama della Fontana.
la sposa e diviene il nuovo "Guardiano della Fonte Miracolosa".


Re Artù ed i suoi, preoccupati della sua assenza, si mettono alla ricerca , lo trovano e lo convincono a tornare con loro, per qualche mese, al castello della
 tavola rotonda.
Ivano promette alla sua sposa i tornare dopo breve tempo e parte.

Qui accade un fatto originale.
Ivano si dimentica completamente della Dama che ha sposato e del suo ruolo di Guardiano della Fonte miracolosa (e dell'ALBERO DELLA VITA),
si riadatta immediatamente alla vita del castello e tra giostre e feste danzanti dimentica c
ompletamente l'amore della sua vita ed il suo ruolo di sovrano del "mondo di sogno". 



Storia interessante, per uno yogin.

La tempesta e la caduta delle foglie dall'albero della vita potrebbero rappresentare la rottura dei livelli dell'Io. 

(Dov'è finito l'universo? si è forse dissolto.... ? Diceva Samkara). 

Ivano viene "iniziato al mondo di sogno", una condizione che si può assimilare al passaggio di stato detto, nello Yoga, "samadhi savicara".  Il mondo delle Energie, delle fate e degli elfi, è la condizione in cui il mondo "grossolano", materiale, sembra sul punto di dissolversi.
Da un lato c'è la paura, la voglia di aderire alla Realtà conosciuta, al già noto.
Dall'altro la sensazione di poter far tutto, lo stato dell'infinita possibilità.

Entra nel mondo di sogno, nel senso che realizza lo stato di coscienza detto, nel Vedanta, taijasa sul piano soggettivo e sposando la "signora della Fontana" si integra con l'energia femminile, diviene il "signore del Mondo di sogno, Hiranyagarbha per il vedanta. 

Ivano è quindi, sul piano di sogno, un realizzato. 
Ma le potenze del mondo empirico (visva) lo ri-attraggono e lui dimentica. 
Non riesce a RE- INTEGRARE, ovvero a riportare  la coscienza del piano di sogno nel mondo fenomenico. 

Si tratta della  fase dell'oblio.
Quando si vivono certe esperienze sembra impossibile dimenticarsene. Si dà per scontato che  rimangano per sempre nel nostro cuore, nella carne e le viscere.
Ma la resistenza ai cambiamenti è uno dei bastioni con cui l'ego tenta di difendersi dalla dissoluzione.
Basta distrarsi un attimo e il flusso di energia che ci ha condotto sulla cima del Monte Meru rivelando a noi stessi e al mondo la nostra natura di Amanti Divini, si dirige nuovamente verso il basso, verso il mondo delle cose e dell'angoscia.
"Scrivi, scrivi tutto, anche ciò che non ti sembra importante" - mi diceva anni fa uno dei miei istruttori.
"Scrivi, scrivi tutto..." ripeto a mia volta ai miei compagni di pratica (A., GB., F., D.....).
L'oblio è una delle cose più strano delle pratiche di trasformazione di corpo e mente cui diamo il nome di Yoga.

Il samadhi samprajnata (con seme) è una modificazione (parinama) della mente, abbastanza semplice (tra virgolette) da sperimentare. Il difficile è stabilizzarla.

La mente del praticante è soggetta ad una serie di oscillazioni che possono minare il rapporto con la realtà. 
ma vediamo come continua la storia di Ivano e della Dama della Fontana:

" ... Ecco che dopo qualche tempo una damigella vestita di raso giallo, in sella ad un cavallo baio con sella e finimenti d'oro, giunge al castello di Re Artù.
Si avicina ad Ivano e gli strappa dalla mano l'anello, pegno d'amore, che gli aveva donato la "SIGNORA DELLA FONTANA" - Così si tratta l'ingannatore, il traditore, l'infedele e l'infame- disse la damigella - vergogna sulla tua barba -"


Ivano si ricorda improvvisamente del Castello, della Dama e del suo ruolo di Guardiano della Fonte miracolosa. 

Nel dolore dell'assenza la sua mente si ritrova improvvisamente divisa in due: da un lato il mondo di veglia con la sua etica, la sua estetica, gli usi, i costumi. 

Dall'altro il ricordo dell'esperienza di sogno. 
vivido quando la percezione della realtà empirica, ma adesso, apparentemente irraggiungibile. 
L'oblio dell'esperienza non aveva cancellato stato di quiete e di serenità che nasceva dal legame con il mondo di sogno. 
L'anello è simbolo di quel legame. 

Se le oscillazioni trai due piani hanno un andamento che appare naturale, come l'alternarsi delle maree, lo shock dell'abbandono provoca una doppia consapevolezza, come vivere contemporaneamente due realtà diverse, uno stato schizofrenico, un Io diviso.

Ivano, come i samurai giapponesi, deve imparare a "stabilirsi sul ponte di prima dell'inizio" deve cioè ritrovare la via per il Castello della Signora , riunirsi alla sua sposa, stabilizzare l'UNIONE e reintegrarla nella vita di veglia. Ma gli mancano gli strumenti. 
La spada della razionalità che permette di districarsi al meglio nel "mondo di veglia", nel sogno non ha nessun potere contro le creature del sogno.
E lo stato di semi coscienza (o coscienza dello stato di sogno) che lo aveva condotto nella radura dell'albero della vita non c'è più. 
Ivano Soffre. Deve tornare dall'amata, ma non si può andare nel mondo di sogno con gli strumenti di veglia: è come andare in montagna con le pinne e la maschera da sub. 



Non ce la può fare da solo. 
Si mette in cammino ma  si perde nella foresta. impazzisce, quasi.
Vive tra le bestie e come le bestie, ridotto ad uno stato subumano. 
Un giorno, richiamato da un disperato ruggito, vede , in una caverna, un Leone Nero minacciato da un serpente gigantesco. 
Affronta il serpente, gli mozza la testa e si assicura, così. la fedeltà e l'amicizia eterne della Bestia.. 
Sarà il Leone a sostenerlo e proteggerlo nelle avventure che lo condurranno di nuovo dalla Signora della Fontana. 



Il Leone trovato nella Caverna, rappresenta la Persona, il Daimon con il quale il ricercatore deve riunirsi prima di stabilizzare lo stato di coscienza superiore a cui in precedenza ha avuto accesso. 

Il Leone rappresenta l'utilizzazione cosciente degli "strumenti di sogno". 

Grazie a questo rinnovato rapporto con gli aspetti più nascosti (oscuri_ il Leone nero viene trovato in una grotta) Ivano riuscirà a riconquistare l'Amore della Signora della Fontana. 
A simboleggiare l'avvenuta RE-INTEGRAZIONE, i due lasceranno il castello incantato per vivere , assieme , alla corte di Re Artù. 

Ivano e la Signora della Fontana rappresentano l'Unione perfetta, l'integrazione della coscienza di sogno con la coscienza di veglia, lo stato naturale.

lunedì 28 luglio 2014

LO YOGA DEL RIPOSO

"Yoga Sutra" di Patanjali è  uno dei testi più citati nel materiale informativo di scuole , circoli, associazioni che si occupano di Hatha, Raja, Bhakti, Kriya, Ashtanga, Bikram, Power ecc. ecc. ecc /Yoga, ma a volte ho il dubbio che, per intero,  lo abbiano letto in pochi.

Patanjali (con la coda di serpente) e Vyaghrapada (con le zampe di tigre) 
al tempio di Chidambaram


Il "praticante medio" sa che ci sono gli otto "anga" (Yama, nyama ecc. ) di derivazione Jainista e buddista, sa che "LO YOGA E' LA SOSPENSIONE DELLE MODIFICAZIONI DELLA MENTE", ma se gli chiedi delle siddhi (poteri paranormali) e della maniere di ottenerle o del rapporto tra Kshana (istante) e Krama (successione di "quadri evento"), che pare siano importanti (tanto importanti!) per Patanjali, fa scena muta, o quasi.
Secondo me varrebbe la pena di leggerseli per intero, gli Yoga Sutra, e di studiarsi anche qualcuno dei migliaia di commenti scritti da yogin e filosofi negli ultimi duemila cinquecento anni.
Un commento agli Yoga sutra assai interessante è quello  di Vyasa (l'autore del Mahabaratha), ripreso e ri-commentato da Shankara Bhagavadpada.
Non è facile trovarlo, e lo trovo abbastanza strano: sul Web e in libreria abbondano commenti di studiosi moderni, grammatici, intellettuali, guru, Swami e Lobsang sconosciuti, ma non si parla quasi mai delle interpretazioni di Patanjali fatte da due tizi che si dice l'abbiano conosciuto di persona e che, si dice, siano due maestri riconosciuti universalmente. 




E'un po' come se ci fosse un commento di Einstein al lavoro di Newton e non lo si citasse mai, concentrandosi invece sulla critica al  filosofo della mela che cade, fatta da un professore di scienze della Scuola Media di Guasticce. 

Insomma il commento di Vyasa e Shankara Patanjali è difficile da reperire, ma se si ha la fortuna di darci un'occhiata si apre un mondo.
Lo yoga, per Vyasa e Shankara, è "la pratica del samadhi", e non vuol dire affatto unione, come si dice spesso (per certi versi giustamente...), ma "RIPOSO", "ABBANDONO".
Shankara dice altre cose che possono apparire stravaganti a chi conosce le interpretazioni usuali degli  yoga sutra.
Tipo che Yama è lo stato di distacco dagli stimoli sensoriali ottenuto realizzando che BRAHMAN è TUTTO.
E Niyama sarebbe invece il frutto della realizzazione di IO SONO BRAHMAN.
Sembra  quasi che Yama e Niyama, non siano prescrizioni, comandamenti, o divieti da imporre con la volontà, ma qualità che insorgono da certi stati realizzativi,
Dice anche, Shankara, che per asana, parlando di Raja Yoga, si intendono posizioni e tecniche specifiche, come mulabhanda in siddhasana.
Ma la cosa che, secondo me è più interessante è la differenza semantica tra unione ( yoga=giogo) e riposo (yoga=abbandono).
In fondo in unione o giogo possiamo sempre vedere un intervento della volontà individuale.
Ciò che dovrebbe essere soggiogato sono desideri, passioni, pensieri, in altre parole l'Ego.
In riposo o abbandono si potrebbe invece leggere il lasciare che la mente compia il suo mestiere.
Che si arrenda al "Gioco degli Dei" e cominci a giocare con loro, tra loro, come loro. 




Tutto è il Brahman.
Noi siamo natura.
In ogni piccola porzione dell'Universo, per la filosofia indiana (e per il taoismo, per il buddismo) c'è il tutto.
Noi siamo la natura e imponiamo alla nostra mente di credere di non esserlo.
Lasciare andare, staccarsi, tendere al sahaja (stato naturale) significa imparare a liberarsi dagli steccati che impedidiscono di vedere la realtà così come è.
Per la Fisica moderna esistono dieci dimensioni, ma noi ne vediamo solo tre perché "pensiamo tridimensionale".
Il vuoto è pieno di universi e la nostra visione del mondo  vi si smarrisce. La Realtà dei Veda e della fisica contemporanea  è un infinito mare senza sponde Solo lì  nell'oceano infinito, la mente può finalmente riposarsi.





Per chi volesse avere un'idea del commento di Vyasa e Shankara: Sankaracarya; Patañjali; T. S. Rukmani; Vyasa. Yogasutrabhasyavivarana of Sankara: Vivarana Text with English Translation, and Critical Notes along with Text and English Translation of Patañjali's Yogasutras and Vyasabhasya. Munshiram Manoharlal Publishers

IL TIZZONE ARDENTE

Mandukyakarika, alatasànti prakarana 45-50, 82; traduzione di Raphael:

"E' la coscienza - senza nascita, senza moto e non grossolana e allo stesso modo tranquilla e non duale - che sembra muoversi ed avere qualità

Così la mente/coscienza è non nata e le anime sono altre-sì senza nascita. Coloro i quali conoscono ciò non cadono nell'errore/sofferenza.

Come il movimento di un tizzone ardente sembra avere una linea dritta o curva così il movimento della coscienza appare essere il conoscitore e il conosciuto.

Come il tizzone ardente quando non è in moto diviene libero dalle apparenze e dalla nascita, cosi la coscienza quando non è in movimento rimane libera dalle apparenze e dalla nascita.

Quando il tizzone ardente è in moto , le apparenze non gli provengono da nessuna parte. Né esse vanno in altro luogo quando il tizzone ardente è fermo, né ad esso ritornano.

Le apparenze non provengono dal tizzone ardente a causa della loro mancanza di sostanzialità.
Anche nei confronti della coscienza avviene così perché le apparenze sono sempre identiche. 
A causa del desiderio per qualunque oggetto il Signore (Atman) si presenta facilmente nascosto per cui viene scoperto con difficoltà."


Quello dell'alatachakra è un insegnamento buddhista:
Se si prende un tizzone ardente o un bastone infuocato e lo si fa ruotare, l'impressione dell'osservatore sarà quello di vedere un cerchio.
In realtà si tratta di istanti, di posizioni nello spazio  che in successione danno l'illusione del cerchio.
Il cerchio in un certo senso è privo di una sua propria natura (svabhava).
Avrebbe insomma un grado di "realtà"(?) minore rispetto al tizzone ardente o al bastone infuocato. 

Gaudapada, il maestro di Shankara Bhagavadpada, si pone  una domanda apparentemente sciocca:

"se non ci fosse qualcuno che dà al tizzone o al bastone un movimento circolare, come sarebbe possibile osservare il cerchio di fuoco?





Giocare con il bastone infuocato tracciando delle forme sempre diverse è bellissimo. Si disegna sulla notte   e più veloce ruota il bastone e più reali e definite sembrano le forme disegnate.
Chiunque l'abbia fatto o visto fare comprende benissimo che è colui che gioca con il tizzone ardente a creare le forme.
Se il cerchio non ha natura propria essendo posizioni spaziali in successione della fiamma è anche vero che senza la volontà del "giocoliere" non esisterebbe neppure l'apparenza del cerchio.
Qualunque bambino è in grado di comprenderlo.
Se il giocoliere è vestito di scuro sarà difficile, all'inizio, scorgere i movimenti che danno origine alla forma di fuoco , ma basta poco per svelare l'illusione.
Qualunque bambino, volendo, è in grado di svelarla.
Non occorre essere Gaudapada.
E allora perché l'insegnamento sull'alatachakra è considerato, così importante?
Maya, il mondo percepito, è MISURA (Ma) di tempo e spazio.
Ogni fenomeno occupa determinate posizione nel tempo e nello spazio ed il susseguirsi di queste posizioni, di questi istanti, danno l'illusione dello scorrere della vita.
Esattamente come il susseguirsi delle posizioni della fiamma danno l'illusione del fuoco.
Se non ci fosse il giocoliere a muovere il bastone infuocato, come potrebbe la vita avere l'aspetto che noi conosciamo?
Il giocoliere è il Brahman.
La vita, l'universo, l'esistenza sono il cerchio di fuoco.
Noi possiamo vedere solo una piccola parte  del giocoliere (la mano, il braccio che muovono il bastone infuocato), ma pure, quel poco, è abbastanza da farci comprendere che è una volontà a muovere il tutto.
 Per il Vedanta ci sono quattro stati di coscienza dell'Essere Umano: veglia, sogno, sonno profondo e Turiya.
I primi tre sarebbero 1/4 del Brahman, Turiya i rimanenti 3/4, ma la volontà, l'essere, è UNICA
Veglia, sogno, stato di sonno profondo e Turiya.
Sono un'unica realtà.
Sono "La" Realtà.
Così come i quattro yuga (età dell'oro ecc.) che pensati in successione danno l'illusione del tempo, sono anch'essi un unica realtà.
"La" Realtà.
Proviamo a pensarli contemporanei, anziché in successione.
Proviamo a pensare che siano i quattro pada.
Proviamo a pensare che la Vita (Maya) non sia illusione ma dei piani di realtà sempre più sottili, sempre più impalpabile, 
frequenze sempre più alte della nota fondamentale:
il kali yuga è lo stato di veglia, ovvero il cerchio di fuoco.

Il terzo yuga è lo stato del sogno, ovvero la fiamma, il tizzone ardente.

Il secondo yuga è lo stato di sonno profondo ovvero il braccio e la mano.

Il primo yuga è il quarto pada la parte invisibile del supremo giocoliere.
 


Tutto qui ed ora.
Tutto nell'impercettibile porzione di spazio-tempo che separa ogni istante di manifestazione del Brahman.
Non occorre essere Gaudapada ed aver integrato le scritture per comprendere che è il giocoliere a creare il cerchio di fuoco.
Basta essere innocenti come bambini.

giovedì 24 luglio 2014

MICRO-RESPIRAZIONE

E' grazie alla micro-respirazione che ho imparato, negli anni a mandare (o a convincere il cervello che sia possibile mandare, il che è lo stesso) la respirazione in ogni parte del corpo, riducendo man mano la superficie delle aree su cui posso portare l'attenzione, ovvero di cui posso essere consapevole.
La chiamo micro-respirazione perché dall'esterno sembra che non vi sia nessun tipo di movimento.


Nei  testi cinesi  si dice che se durante gli esercizi di respirazione si appoggiasse alle narici una piuma, questa non dovrebbe muoversi.
Né in basso ne in alto. 
Vediamo la pratica.
Da seduti o in piedi, in una posizione comoda, cominciamo 
a massaggiare delicatamente il plesso solare con le dita e il palmo della mano destra, prima in senso orario poi in senso antiorario. 
Quando si avverte un pochino di calore, si porta l'attenzione sul ritmo respiratorio mantenendo la mano destra sul plesso solare. 
Inspirando immagino che il plesso solare si riempia di un liquido tiepido e piacevole al tatto, all'odorato, al gusto (miele, latte o altro, dipende dai gusti personali).
Una cosa importante: devo resistere, in inspirazione, alla tentazione di riempire completamente  il torace  e, prima di sentirmi completamente "sazio" di aria faccio una brevissima apnea e la utilizzo per rilassare, mentalmente, l'addome  immaginando che l'aria sotto forma di liquido tiepido scenda, goccia a goccia, sotto l'ombelico e si depositi sul pavimento pelvico.
Espirando senza muovere minimamente i muscoli addominali, "osservo" le gocce sul pavimento pelvico.



Finita l'espirazione comincia la parte più difficile:

devo inspirare delicatamente immaginando che le "gocce" di aria continuino a scendere verso il basso. 
Istintivamente (automaticamente) finita la espirazione tenderò infatti ad alzare il diaframma e le le costole e resistere a questo impulso potrebbe provocare delle tensioni muscolari.


Per evitare la tensione durante la apnea naturale che segue la espirazione porto l'attenzione sul perineo o, se non sono in grado percepirlo, sull'asse ano-organi genitali.

Nel successivo atto respiratorio dovrò  ridurre la quantità di aria inalata e tenterò di ridurla ulteriormente nelle respirazioni successive.
Dopo un certo numero di cicli respiratori (108 per esempio, ma diciamo che vanno bene anche nove o un multiplo di nove) dovrei cominciare a sentire un senso di pienezza al basso ventre.
A questo punto, sempre portando l'aria sotto l'ombelico durante la pausa, durante la espirazione comincia a immaginare che le gocce di aria comincino ad evaporare verso il sacro e più su verso le vertebre lombari.



Associando la espirazione al rilassamento dei muscoli del bacino e delle cosce dovrei riuscire a percepire con  precisione gli ischi, il sacro e le vertebre lombari.

Dopo un altro ciclo di respirazioni (di nuovo 108  o comunque un multiplo di nove) percepirò una sensazione, piacevole, di presenza all'osso sacro, nella zona del coccige e del perineo. 
La sensazione è soggettiva: per alcuni le ossa saranno più morbide e leggere, per altri più pesante o più calde.
E' il momento di cominciare la pratica del Piccolo Circuito Celeste






Mantenendo la respirazione sottile inspiro (1) "sotto l'ombelico", accumulo le gocce di aria nell'addome durante la  apnea naturale ed, espirando, porto il "vapore " all'osso sacro immaginando di farlo passare attraverso gli organi genitali, il perineo e l'ano (che si sensibilizzerà fino ad arrivare,in alcuni casi, a muoversi da solo).

Inspirando nuovamente (2) spingo leggerissimamente verso il basso l'osso sacro e porto il"vapore" verso il punto al centro delle scapole facendolo passare i reni e i polmoni (avvertirò una sensazione di allargamento delle ultime costole).
Durante la apnea naturale allungo delicatamente la testa verso l'alto e le scapole verso il basso. 



Una cosa importante: 
i due canali nei quali scorre l'energia, REN MAI e DU MAI sono entrambi nella zona della colonna vertebrale.
REN MAI, canale dell'energia discendente, parte dalla radice della lingua e, scorrendo "davanti" alla colonna, arriva fino al perineo.
DU MAI, canale dell'energia ascendete, ha inizio al perineo e scorrendo lungo la colonna, arriva fino al palato. In molte rappresentazioni REN MAI viene disegnato nella parte anteriore del corpo, ma si tratta di un trucco per impedire che il praticante contragga o non rilassi abbastanza, la parete addominale e il torace durante l'inspirazione "discendente".

"Arrivato" al centro delle scapole, espirando immagino che il vapore , attraverso il collo e la nuca, "invada il cranio" e vada a riempire la "cavità" del punto in mezzo alla fronte.
Inspirando riporto l'energia nella zona dell'ombelico, in apnea faccio "depositare le gocce" sul pavimento pelvico ecc. ecc.


Dopo un certo numero di respirazioni (108 per esempio, ma diciamo che vanno bene anche 9 o un multiplo di 9), resto seduto ad "ascoltare" gli effetti dell'esercizio.  

Se  provo dolore o pesantezza al petto devo alzarmi, se sono seduto, scuotere delicatamente le membra, massaggiarsi le mani e la faccia e dedicarmi ad una moderata attività fisica.

Il dolore e/o la pesantezza al torace e alle spalle dipendono di solito dall'errata postura assunta durante la pratica.
Il mal di testa invece, potrebbe  significare che un blocco al collo o alla nuca sta per "sciogliersi".
Se così fosse occorre fare molta attenzione.
Un blocco psicofisico che comincia a sciogliersi è un buco in una diga.
All'inizio tende ad allargarsi lentamente, poi  improvvisamente l'acqua spezza le barriere e  sommerge le terre circostanti.
In altri termini si potrebbe verificare un notevole aumento del flusso sanguigno al cervello.
 Se si avverte mal di testa, dolore alle vertebre cervicali o sensazione di pesantezza agli occhi si deve interrompere la pratica, cambiare posizione e massaggiarsi dolcemente la nuca, poi  la schiena e, magari con un panno di seta, l'osso sacro e il coccige.
Il riscaldamento improvviso della testa e del ventre è considerato uno dei pericoli di questa pratica.
Nei centri taoisti di un tempo si dice ci fossero degli assistenti pronti ad intervenire con secchi di acqua fredda.


Una leggera, sopportabile sensazione di nausea, nella prima fase di pratica, potrebbe invece essere anche un sintomo positivo: potrebbe significare che il diaframma toracico sta per rilassarsi.
Se si riesce a superare questo stato ( che secondo alcuni è identificabile con la grande acqua di alcune sentenze de "I Ching") senza cambiare posizione e senza contrarre i muscoli dell'addome e del torace, potremmo sperimentare un fenomeno singolare: il rilassamento totale e improvviso del diaframma.

La sensazione è quella di un pallone aerostatico che si sgonfia improvvisamente, o  di un paracadute che si affloscia a terra.
Si avrà la sensazione di essere più grassi e meno tonici.
Ma resistendo alla voglia di contrarre gli addominali e di tendere in alto costole,torace, spalle, si potranno fare delle scoperte interessanti...





mercoledì 23 luglio 2014

PAURA

Mi piacciono i versi dei Veda.
Sono poesia e scienza insieme, il che può apparire strano per noi abituati, erroneamente, a pensare che la scienza sia una roba fredda, razionale in antitesi con la passione creativa dell'artista.
La poesia è rivelazione è arriva, oggi come cinquemila anni fa, oltre i confini della logica, in quegli spazi infiniti davanti ai quali  la mente umana, attonita  non può che arrendersi.
Una delle immagini poetiche più ricorrenti nei testi vedici è quella del Cigno immerso in un fiume o in un oceano di latte (cfr. Atharva Veda,XI,4,21).
Significa tante cose il Cigno: è una delle costellazioni più luminose della Via Lattea (l'Oceano di Latte!), sicuro riferimento degli antichi naviganti; è un asana dello Hatha Yoga; è il Purusha (l'uomo universale) ed è il Brahman.
Ma è anche la Paura, l'ansia di incompiutezza che spinge l'essere umano a cercare delle stelle con cui possa orientarsi non nell'oceano indiano o oltre le colonne di Ercole, ma in quel fluire a-logico che chiamiamo vita.
Nella Mundaka Upanishad (I,4-5) il Cigno viene trascinato nelle acque del divenire, la "Ruota" di BrahmanMahakaal per i tantrika.
Ed è solo, e spaventato, come il marinaio nel Maelström di Poe.



Paura in sanscrito si dice भय bhaya.
Di solito Ya, a prescindere dal significato letterale sta ad indicare il jiva, l'anima individuale e bha è legato alla radice भा bhā che significa luce, luminescenza.
I Veda ci raccontano che la paura nasce con la consapevolezza di esistere: Io sono qui, un guscio di noce trascinato dal mare in tempesta, sbattuto qua e là da onde che non posso controllare.
Il cigno della Mundaka Upanishad è così sorpreso da non riuscire neppure a volare, da dimenticarsi che, al pari dei petali del loto, le sue piume non temono l'acqua.
La paura di vivere è soprattutto la consapevolezza di non poter controllare gli eventi, le passioni, i desideri.




Di non poterle controllare come INDIVIDUO.
Ma l'individuo cos'è? Non è forse ciò che chiamiamo EGO.
L'ego è l'insieme delle relazioni con l'ambiente esterno, una serie di azioni e reazioni dovuti al contatto con qualcosa "altro da me",azione e reazioni che portano alle modificazioni (atteggiamenti) della mente che  Patanjali chiama vritti.
Alla fin fine le vritti di cui si parla e straparla tanto nello yoga non sono altro che l'individuo o  la persona umana e se pratichiamo, meditiamo, recitiamo mantra per "sospendere" o eliminare le vritti, stiamo lavorando per "morire a noi stessi".
Lo Yoga è l'arte di morire in piedi.
Ma quello che muore è il fantoccio dell'ego, vuoto simulacro intessuto con i fili della paura, dell'orgoglio, del desiderio.
Ciò che spinge a muoverci verso un oggetto è piacere e desiderio.
Ciò che spinge a fuggire da un oggetto e disgusto e paura.
Ed in questa dinamica riconosciamo ciò che comunemente si definisce vita.
Per sopravvivere alla Paura ci sono varie strade:
Alcuni mettono in dubbio la reale esistenza di quegli oggetti il cui contatto provoca azioni e reazioni chi ne fa le spese è (o dovrebbe essere) l'ego che vede le sue certezze svanire inesorabilmente.
Svanisce  l'idea/immagine che si ha di se stessi, e insieme vediamo  modificarsi l'ambiente con le sue categorie di tempo e spazio.
Ma la caduta di queste certezze (o il dubbio....) crea ancora più paura, maggior consapevolezza di non essere padroni del nostro destino.



Se cammino in una strada buia e improvvisamente mi si para davanti un cane enorme con la bava alla bocca e gli occhi da pazzo è ovvio che insorga la paura, intesa come normale reazione dell'organismo ad un impulso aggressivo E' quella paura lì che fa battere il cuore più forte, fa allargare i polmoni fa tremare le gambe: l'organismo si sta preparando, senza l'intervento della mente raziocinante, alla fuga o al combattimento.
A livello biochimico significa che l'organismo sta producendo noradrenalina.
Anche gli effetti opposti (il sentirsi svenire, il percepire estrema debolezza e battito cardiaco ridotto) sono una reazione naturale: l'organismo sta producendo endorfina ed altri neurormoni per mettere in atto la difesa passiva, il "fare il morto", difesa tipica anche di altri mammiferi e di insetti e rettili.
La paura che insorge nello yogin è altra cosa: è il panico di chi improvvisamente si ritrova, da solo, in un deserto silenzioso o nell'oceano in tempesta. 

Il Cigno dei Veda  trascinato dalla ruota di Brahman.
Non ci sono case, non ci sono volti familiari, non c'è niente che possa dare certezze e sicurezze.
Tutto appare "desueto".
Freud in un suo saggio chiama queste sensazioni "Il Perturbante".
Spesso è panico immotivato (apparentemente) altre volte è collegato a fenomeni: un conto, ad esempio, è dire "il tempo non esiste".
Cosa diversa è realizzarlo e, ad esempio, sognare ogni notte ciò che avverrà il giorno dopo. oppure ritrovarsi in piena coscienza a vivere episodi che sappiamo essere accaduti cento o mille anni prima.
Un conto è dire che "il corpo fisico è apparenza fenomenica", cosa diversa è realizzarlo e, ad esempio appoggiarsi ad un muro, per strada,in preda ad un capogiro e passarvi attraverso come un coltello nel burro.
La paura dello yogin è sempre collegata a contenuti psichici irrisolti, a resistenze opposte dall'ego che "naturalmente" si agita e combatte per non morire.
Il potere, immenso, della mente, porta alla costruzione di una vera e propria fortezza con torri merlate , ponti levatoi e guardie armate (i guardiani della soglia?).
Per distruggere la fortezze i mezzi ordinari sono inefficaci.
Servono la spada o l'arco magico di Shiva,  la lancia di Skanda, le arti guerriere e la totale dedizione di Hanuman. 
Nella Bhagavat Gita, Arjuna dovendo scegliere tra un istruttore che non parteciperà alla battaglia e cento trai guerrieri migliori, non ha dubbi: sceglie Krishna, l'Auriga. 
Sa già come andrà a finire, ma poi si rifiuta di combattere e  le sue motivazioni sono assai comprensibili, giuste, razionalmente ed umanamente ineccepibili:-"perché dovrei combattere e tentare di uccidere i miei parenti? le persone che amo?"-
-"Perché sono già morti"- risponde l'Auriga.
Che i morti seppelliscano i morti!
L'Ego per difendersi ti schiera davanti una serie di ostacoli rappresentati da motivazioni di ordine morale, razionale, estetico, ma lo yogin mosso dalla febbrile aspirazione alla verità (che è la qualificazione principe del praticante) sa nel profondo del suo cuore che si tratta di fantasmi, di fantocci.
Se si è deciso non c'è possibilità di nascondere le ali.
La paura, nello Yoga, è una fedele compagna di viaggio: non ti abbandona mai. 


mercoledì 16 luglio 2014

TATTVASAMGRAHA - LO YOGA E IL BUDDISMO ESOTERICO




教外別傳 

不立文字 
直指人心) 
見性成佛 

"Una via al di là alle scritture. 
Al di là dalle parole e dalle lettere. 
Una via che punta dritta al cuore dell'uomo. 
Che riconosce la propria natura si fa Buddha

Quattro sacri versi di Bodhidharma (達磨四聖句)


Bodhidharma (DA MO) è il "PRIMO PATRIARCA DELLO ZEN", il monaco indiano (o persiano secondo alcuni) che ha introdotto il buddhismo in Cina.





Bodhidharma è uno yogacharya, un maestro di Yoga tantrico, ma è anche, secondo la leggenda, il fondatore dell' Arte marziale del tempio di Shàolin, lo Shàolínquán.
A noi può sembrare strano uno Yogin buddista che insegna a fare la guerra, eppure le arti marziali che  chiamiamo Kung FuKarateKendo e via discorrendo hanno tutte a che fare con lo Yoga.
Il primo patriarca creò un esercizio chiamato  "MANI DI BUDDHA", o "dodici posizioni di DA MO", una sequenza di movimenti, coordinati con il respiro, semplice semplice, che sviluppa una energia incredibile.
I suoi successori fecero di "meglio". 




L'ottavo patriarca zen, Vajrabodhi, era un Brahmino, ed era buddhista
Il suo nome vuol dire “la conoscenza del diamante”.
Più o meno nel 700 arrivò in Cina, dove istruì al tantrismo un giovane, mezzo indiano e mezzo persiano, Amoghavajra


Insieme si misero a insegnare Yoga, a costruire templi e a tradurre, in cinese i testi sacri.
Tradussero anche il Tattvasaṃgraha Tantra (in tibetano de kho na nyid bsdus pa) un manuale dell'arte dello Yoga scritto credo, in sāṃdhyābhāṣā, la poetica quanto incomprensibile lingua del crepuscolo.
"Tattvasaṃgraha Tantra" è il “Libro dei Libri” dello Yoga tantrico. 
Uno dei loro allievi, Kukai detto Kobo Daishi, portò il tantrismo in Giappone e lo chiamò Mikkyo o "dottrina segreta". 


Nel tempio Shingon dove Kukai insegnava i mantra i maṇḍala, le mudrā accorsero i figli dell'aristocrazia guerriera, donne e uomini, affascinati dalla filosofia che veniva dall'India, dai suoi rituali colorati, da quei suoni misteriosi che chiamavano le divinità e dai mokushin kanshitsu, le statue di legno e lacca fatte costruire per dare forma agli insegnamenti.
Per almeno cinquecento anni le tecniche e i simboli del MiKKYO influenzarono la danza, la pittura e le ARTI MARZIALI dell'Impero del "Sole nascente". 

Le tecniche dello SHINGON (che vuol dire Mantra in giapponese) si mescolarono all'arte dei suoni shintoista, il Koto dama dando vita all'ARTE DEI SAMURAI e alle pratiche del BUDDISMO ZEN, come le conosciamo ai nostri giorni.


Secondo me la cronaca della diffusione del Tattvasaṃgraha Tantra in Cina e in Giappone, è la prova provata che le posizioni delle mani, le tecniche vocali, il lavoro sulle energie sottili dei marzialisti e terapeuti giapponesi, provengono direttamente dallo Yoga tantrico.
Non è che ci assomigliano.
Non è che " CERTO L'UOMO E' SEMPRE QUELLO, OVVIO CHE LE TECNICHE SIANO UGUALI....".
Seguendo le tracce dei monaci buddisti e del "Compendio dei Proncipi" (questa è la traduzione letterale di Tattvasamgraha) si scopre che c'è una trasmissione diretta di teorie e tecniche.

ma la storia di Kukai e del monastero di Shingon è interessante anche per un altro motivo.
I testi che i "PATRIARCHI C'HAN" portarono in Cina, erano scritti in Sandhya Bashya, la "lingua del crepuscolo", un codice comprensibile solo agli iniziati.
Quando Kukai li tradusse in giapponese "li mise in chiaro" e questo rende,
 gli insegnamenti del Mikkyo (buddismo esoterico) delle tracce dell'originale insegnamento tantrico più attendibili di tante traduzioni e interpretazioni occidentali.
Ce ne possiamo fare un'idea applicando  il "lavoro sulle mani", e sulla circolazione energetica  che i giapponesi ed i cinesi definiscono tecniche del KI Qi Gong, alle mudra e agli asana: gli effetti sono immediati. 



Basta provare ad assumere una qualsiasi mudra dopo aver praticato l'esercizio detto "Zheng Li" o percezione delle forze contrapposte, o praticare la "Grande Circolazione Celeste", ad esempio, in Trikonasana.
La pratica della percezione del Ki che proviene dal Mikkyo è assai semplice:
Ogni mano rappresenta un emisfero celebrale.
La destra (emisfero celebrale di sinistra) è HA (Hara...Energie solari), la sinistra è THA (energie lunari).
In pratica HATHA potrebbe essere tradotto con YANG/YIN.
Ogni dito rappresenta un elemento:
Il pollice di entrambe le mani è lo SPAZIO e, dando vita a tutti gli altri elementi) è NEUTRO.
L'indice destro (ARIA), è positivo (HA....YANG).
Il sinistro è negativo (THA....YIN) e così via.
Considerando che il pollice assume l'energia complementare al dito con cui viene in contatto ecco che i percorsi delle energie sottili nelle mudra diventano facilmente comprensibili e, di conseguenza, più percepibili.
In occidente l'unicO che si è interessata al Tattvasaṃgraha Tantra (il libro dei libri dello Yogachara) credo sia stato Giuseppe Tucci.
E mi sembra una cosa assai strana.
Ne ho lette poche pagine di quel librone, tra l'altro in una traduzione dubbia  ma mi pare un testo straordinario.
Una cosa  interessante è che non fa nessuna differenza tra simboli buddisti, taoisti, induisti o cristiani....
Sembra quasi che lo Yoga, per gli antichi monaci buddisti fosse al di là di tutte le differenze dottrinali e culturali....




HAUM - IL MANTRA NASCOSTO DELLA MANIFESTAZIONE

La mente corrisponde al bija mantra OM.
La parola al bija mantra AH.
Il corpo al bija mantra HUM






Oṃ ॐ è l'inizio del canto rituale (il rito è la manifestazione) ed è il canto stesso.
Per questo è detto udgītha.
Secondo la Chāndogya Upaniṣad ( I,1,5):

"vāg evark prāṇaḥ sāma om ity etad akṣaram udgīthaḥ tad vā etan mithunaṃ yad vāk ca prāṇaś cark ca sāma ca"

ovvero:
La parola (vāg) è ṛk (Ṛgveda, il libro degli inni), il prāṇa è sāman (Sāmaveda), udgītha è la sillaba Oṃ
Parola e prāṇa formano una coppia così come ṛk con sāman.


E ancora (I, 1, 8):

"tad vā etad anujñākṣaram yad dhi kiṃcānujānāty om ity eva tad āha eṣo eva samṛddhir yad anujñā samardhayitā ha vai kāmānāṃ bhavati ya etad evaṃ vidvān akṣaram udgītham upāste"

ovvero:
Questa sillaba significa dire si. 
Quando si vuole dire si a qualcosa si dice Oṃ
E  quello a cui si dice si verrà realizzato. 
Colui che conosce questo venera udgītha come la sillaba Oṃ e realizzerà i suoi desideri.

Oṃ è la mente ma è anche ciò che sta prima della mente.
Il simbolo con cui viene rappresentato, come del resto tutte le lettere sanscrite, può essere considerato un disegno, una specie di Yantra.

ॐ 
L'analisi del significato dei singoli tratti da cui è composto esprime i tre (quattro) stati di coscienza dell'uomo:
La linea curva inferiore rappresenta la A,  l'inizio, lo stato di veglia , il dio Brahmā inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti del demiurgo o del legislatore; è detta anche akāra o akāram ed è collegata alla funzione della mente detta ahaṃkāra ("ciò che fa l'io").




La linea curva orizzontale, centrale, rappresenta la ovvero lo stato del sogno, il dio Viṣṇu inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che mantiene e preserva; è detta anche ukāra o ukāram ed è collegata alla funzione della mente detta Buddhi



La linea curva superiore rappresenta la M ovvero lo stato di sonno profondo, il dio śiva inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che riassorbe la manifestazione; è detta anche makāra o makāram ed è relata alla funzione della mente detta Manas o alla mente in generale.
Il fatto che M sia in alto ed A sia in basso ricorda il concetto della manifestazione grossolana come specchio della manifestazione allo stato potenziale. (MUA - AUM) e le modalità di recitazione dell'AUM di cui parla Shankara nel commento ai Mandukyakarika ( dice più o meno Shankara: "che la A e la U insorgano e vengano riassorbiti dalla M")
Sopra le tre linee curve ci sono altri due simboli :

ॐ 

La mezzaluna detta नाद nāda, ed il punto detto बिन्दु bindu.
Questi due segni sono così importanti da meritarsi un'intera upanishad tutta per loro, la nādabindu upanishad.
Nāda è la vibrazione iniziale, il primo suono e tutti i suoni.
Rappresenta la Shakti nell'atto di dare inizio alla manifestazione.
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda rappresenta il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi.
E' il primo fremito, potenziale, creato dall'unione di Shiva e shakti nell'isola delle gemme.
Il Bindu rappresenta l'anusvāra, reso nella pronuncia con la nasalizzazione (esempio Aummnnnnng) o, meno spesso, con l'allungamento della vocale precedente.
L'anusvāra è Shiva in unione con Citshakti o Cit Rupini.
E' l'amplesso di Shiva e Shakti.
Nāda sono i fluidi vaginali della dea uniti allo sperma del Dio. 
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda Bindu insieme rappresentano il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi



Le tre lettere A, U ed M sono in qualche modo le radici di AH, HUM ed OM ovvero, Parola, Corpo e Mente. 
Esiste quindi un OM che tutto racchiude ed è lo spazio alogico che trova espressione nel punto (l'infinatamente piccolo relato all''infinitamente grande)
Esiste un OM potenziale che è il primo suono o prima vibrazione.
Esiste un OM che rappresenta la mente.
Nella recitazione del Mantra (qualsiasi mantra) questa differenziazione (apparente) viene manifestazta attraverso una triplice modalità di recitazione: mentale,bofonchiata (o silenziosa muovendo solo le labbra) ed udibile.
Come abbiamo visto il corpo è rappresentato da HUM.
HUM è il Varmabija, il bija mantra dell'armatura.
L'armatura è quella di Shiva nelle vesti del Bhairava, il nobile distruttore del male.
H qui sta per Hara cisoè Shiva.
U sta per Bhairava.
L'insieme nāda-bindu rappresenta l'assoluto che dissolve il male e la sofferenza.
AH è invece rappresentativo delle quattordici vocali.
Le vocali sono ciò che rende percepibili le consonanti e quindi rappresentano l'origine della manifestazione grossolana e della sua intelligibilità.
Ogni volta che portiamo le mani alla fronte (OM) , alla gola (AH)ed al cuore (HUM), rinnoviamo l'atto d'amore di Shiva e Shakti che dà il via alla manifestazione.
Ripetendo i tre bija uno di seguito all'altro può capitare di percepire un altro suono, simile ai gemiti dell'amata durante l'amplesso.
Questo suono si può forse rappresentare con le sillabe HA ed UM.
HAUM diviene così il mantra "nascosto" della manifestazione.
H sta per Hara,
AU sta per Sadashiva 
M indica lo spazio, il vuoto, Citakasha  ciò che i buddhisti chiamano śūnya o vuota pienezza.

martedì 15 luglio 2014

Senza Godimento non c'è Yoga




"yogo bhogāyate sākshāt duṣkṛtam sukritāyate 
mokṣāyate hi samsārah kauladharme kuleśvari" 
 (Kulārnava Tantra) 

Per il Tantrismo lo Yoga è godimento sensuale [yogo bhogāyate] e il piacere trasforma il mondo empirico, l'esistenza terrena, in un luogo di liberazione.
Per chi è abituato a pensare allo Yoga  come distacco e controllo delle passioni suona strano assai, ma se studiassero i primi canti dei Veda e le prime Upanishad si scoprirebbe che la realizzazione è la comprensione dell'identità di Essere e Divenire, di Nirvana e Samsara, diversi tra loro "come il mare e l'onda".
La natura dell'essere umano è ānanda, beatitudine suprema, che coincide con la libera comunicazione tra ambiente interno (CITTA AKASHA) e Universo (MAHA AKASHA), ma c'è un qualcosa, un blocco, un limite una specie di peccato originale che ci impedisce di vivere pienamente.
Al di là di tutte le teorie e le interpretazioni psicologiche e filosofiche, ciò che ci impedisce di "indossare" la vita terrena con la "dignità" che ci spetterebbe, è un errore di sintassi.





Sto parlando, dal mio punto di vista di yogin nato in occidente, sia di errori dovuti allo sviluppo, contemporaneo e interdipendente della società e dell'immaginario collettivo, sia di errori banali di interpretazione dei testi vedici.
Il linguaggio dello Yoga (e dell'Arte) è quello dei sogni e delle coincidenze significative;
si basa sull'intuizione e procede per analogie e balzi improvvisi senza tener conto delle categorie di spazio e tempo.
Il riferimento ultimo è l'universo e le lettere originarie dell'alfabeto universale sono le forze primarie della creazione: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, il Vento e lo Spazio che tutto contiene.
Ognuna di queste forze o energie è a sua volta una rappresentazione artistica di vibrazioni o note musicali che vengono riconosciute come modificazioni della vibrazione primaria, ciò che chiamiamo .
Energia allo stato puro, incontaminata, libera, "A-MORALE" e "A-LOGICA".
Le leggi umane, gli schemi di interpretazione, le categorie che crediamo eterne e assolute, nascono dopo, con la civiltà, e danno a questa energia A-MORALE e A-LOGICA una connotazione ora positiva ora negativa. 
L'acqua che ci disseta e rinfresca nell'afa estiva è la stessa che devasta i nostri campi.
Il fuoco che rallegra e riscalda è lo stesso che riduce in cenere le nostre case e i corpi dei nostri cari.
La natura non segue le nostre leggi, non rispetta né l'individuo né le relazioni grazie alle quali l'individualità prospera e trova giustificazioni alla sua stessa esistenza e questo per l'essere umano civilizzato è destabilizzante.
Non si tratta di un processo recente: le continue lotte tra Asura e Deva di cui abbonda la letteratura vedica testimoniano che si tratta di dinamiche antiche ed irrisolte.


 A prescindere dalle eventuali corrispondenze storiche (per alcuni i Devasarebbero gli invasori Arii e gli Asura le popolazioni originarie dell'India) le epiche battaglie tra "Angeli e Demoni" narrate dai poeti indiani ci raccontano gli sforzi dell'uomo civilizzato di controllare e indirizzare le energie della natura, tentando di porsi, così, al di fuori della Natura stessa.
La parola āsura, o asura che nella nostra cultura figlia del dualismo platonico e cristiano, viene tradotta con demone, demoniaco, infernale, in principio significava "divino" e indicava, anche, il sole.
Gli Asura sono le forze della Natura, figli e manifestazioni della Dea senza nome.
Sono coloro che "esistono" (ASte), "sono", "rimangono", a prescindere dalle idee e dalle vicende umane.
Sono fuori di noi e, assieme dentro di noi.
Anzi rappresentano il nucleo fondamentale, il seme di ciò che chiamiamo vita.
Nel profondo del nostro animo, nelle acque limacciose dell'inconscio, dormono le forze primarie della natura: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio.
Forze meravigliose e spaventose assieme.
Le costruzioni della mente umana, i legami familiari, sociali, culturali, sono le catene con cui cerchiamo di imprigionarle.
Qualche volta emergono in superficie e sbocciano come stelle luminose nell'animo degli artisti o degli innamorati, generando pura Bellezza.
Le melodie che innalzano lo spirito, i tratti di pennello che rapiscono il cuore, i baci che rinnovano il desiderio sono sempre il riflesso dell'infinita potenzialità creativa delle forze primarie dell'Universo.
Altre volte, quando tentiamo con troppa foga di tenerle a bada, le forze della natura esplodono in forma di  Odio e Rabbia, Invidia e Gelosia, Brama  di Possesso, Orgoglio e Presunzione, Ignoranza.
Sono queste le emozioni negative, i cinque veleni che l'India induista e buddista ci ha insegnato a riconoscere nelle cinque teste di Shiva o nei cinque Dhyani Buddha.
L'Odio  è l'elemento Acqua così come l'Invidia è l'elemento Aria, la Brama il Fuoco, l'Orgoglio, la Terra e l'Ignoranza lo Spazio.
E così come l'Amore è il padre di tutto ciò che è Bellezza e Armonia, i Cinque veleni vengono generati dalla PAURA.
La paura dell'Ego che si sente minacciato da tutto ciò che ha il sapore dell'Universale e dell'Eterno.
I maestri dei Veda lo sapevano, conoscevano i segreti dei moti psichici e la loro simmetria con i moti universali.
Hanno assistito al desiderio dell'essere umano di crearsi dei limiti, costruendo case, città, comunità legate da comuni tratti somatici o da leggende nate attorno ai focolari nelle notte d'inverno e, consci dei pericoli insiti nello mitizzazione della personalità individuale (che trae dalle forze primarie gli aspetti più nefasti), hanno messo gli Asura, le forze della natura, al di là dei confini, nelle foreste e nelle notti popolate da bestie, gnomi e spiritelli alati.
Gli Asura vengono cacciati dalle città, ma i nuovi dei, ingioiellati e ben vestiti, non erano sufficienti a garantire la felicità, la beatitudine suprema che di diritto spetta all'essere umano e così ad indicare la via della Liberazione viene messo, [sia nell'induismo che nel buddhismo sotto forma di MahakaalShiva, il distruttore, il danzatore sacro che anela a null'altro che ad unirsi con la Grande Dea.
Shiva, tra gli dei dell'olimpo vedico, è l'unico a non aver casa. va in giro nudo (coperto appena da un perizoma di pelle di tigre) si adorna di serpenti in guisa di gioielli, beve in un cranio svuotato, fuma marijuana: è un Asura e, insieme, il dio supremo (Shiva Hara) che insegna agli esseri umani lo Hatha Yoga.
Shiva è il DIO OLTRE I CONFINI.



Ma torniamo agli errori di sintassi e  di comprensione.
La liberazione di cui si parla nello Yoga coincide con la libera comunicazione tra "ambiente interno e ambiente esterno".
La pratica yogica sarà quindi la via per rimuovere i blocchi psicofisici che impediscono la comunicazione.
Per rimuovere questi blocchi bisogna prima imparare il "linguaggio degli Dei".
Un linguaggio che è dentro di noi, sommerso nelle acque dell'inconscio.
I simboli con cui si esprime sono i riflessi delle energie primarie, basterebbe dare un'occhiata, in teoria, ma le sovrastrutture culturali si sono accumulate al nostro interno nascondendo sotto gli strati dell'immaginario collettivo i segni originari.
Nell'inconscio dell'uomo comune Totti o Belen Rodriguez sono simboli più vivi e attivi di Shiva e Parvati, ed il ripetere i nomi del Nataraja e della sua sposa, o mostrarne le effigi non sarà certo sufficiente a risvegliare le coscienze.




Se l'Illuminazione è la totale comunicazione e la conseguente identificazione con l'Universo e se la comunicazione avviene  in tre fasi, SINTASSI-COMPRENSIONE-PRAGMATICA, noi non avendo modo di riconoscere il linguaggio yogico, rischiamo di fermarci alla prima fase, sguazzando tra simboli senza vita e sepolcri imbiancati. 
A meno che, come dicono alcuni, non ci affidiamo alla Tradizione, ovvero agli insegnamenti di maestri e istruttori che si rifanno, o dicono di rifarsi, ai Veda. 
Paradossalmente spesso i problemi veri cominciano a questo punto. 
Visto che la cultura dominante (termine trito e ritrito, diciamo quello che piace alla maggior parte delle persone) è basata sull'apparire, i nuovi/vecchi maestri tradizionali vedono come negativo o non importante  tutto ciò che rientra nella sfera del sensibile.
L'esperienza del godimento sensoriale diventa un limite alla conoscenza e ciò che riguarda la passione e il desiderio viene (non sempre ma quasi) catalogato come inutile, dannoso, negativo.
Se bisogna guardare al nostro interno, dicono costoro, è meglio distaccarsi da tutto ciò che è "esterno".
A pelle questo dualismo tra spirito e materia, tra corpo e anima non mi è mai piaciuto.
Il rifiuto del corpo, considerato un inutile sacco pieno di sangue, urina e feci da molti dei miei conoscenti buddisti, neo advaita o neoplatonici mi è sempre suonato stonato come una campana di latta.
E quando hanno cercato di convincermi citando le parole dei maestri del passato, da Buddha a Shankara a Ramana Maharishi, ho sempre storto un po' il naso.
Visto che tutti coloro che, nello yoga, si pongono come Maestri illuminati o discepoli di maestri illuminati, si rifanno (o dicono di rifarsi) ai quattro libroni dei Veda mi sono rivolto a quelli.
Ho letto poco, per adesso, ma quel poco mi ha fatto sorgere una domanda: 
i maestri che parlano di corpo come tomba dell'anima e di yoga come distacco dal godimento sensuale hanno mai letto i veda?


Ciò che io ho trovato sconvolgente e straordinario probabilmente in chi non ha il mio stesso interesse per la filosofia vedantica non sortirà gli stessi effetti. provo comunque a spiegarmi nella maniera più chiara possibile.
 In quarant'anni di studio e pratica dello yoga ho preso confidenza con una serie di termini e concetti come Manas, Buddhi, Jnana ecc. considerati fondamentali per la comprensione dello yoga.
In particolare Manas, o meglio la sua sospensione o il suo annichilimento è la chiave di volta dell'architettura yogica.
Prendo il Glossario sanscrito  delle edizioni dell'Ashram Vidya:

Manas: [...] mente individuata ed empirica, dotata di capacità razionale analitica[...] coscienza empirica, il pensiero individuato di ordine formale.

Il manas sarebbe quindi un qualcosa che appartiene all'individuo e che è responsabile della visione soggettiva del mondo. Vediamo che ne dicono i Veda:

nāsadāsīyasūkta 4 (RV, X, 129)

"kāmas [...] manaso retaḥ prathamaṃ

ovvero "la prima cosa ad essere generata dal manas fu kāma".



Il nāsadāsīyasūkta è l'inno vedico della creazione.
Descrive l'Oceano nero di prima dell'inizio, senza giorno né notte, senza morte né immortalità. Una immensità A-LOGICA racchiusa nello "SPAZIO ESIGUO DEL CUORE UMANO"!
Ad un tratto senza un come e un perché in quell'oceano si riversa il desiderio, kāma, la prima cosa ad essere generata dal manas che non è come comunemente si crede, la mente, ma è il nucleo delle emozioni primarie.
L'universo dei veda nasce nel cuore dell'uomo dal turbinio della passione e del desiderio.
C'è una connotazione emotiva che accompagna tutte le fasi della creazione e che, quindi, non può non accompagnare la via a ritroso dello Yoga.
Una via costellata di stupore e meraviglia, scandita dai samadhi, gli stati estatici comuni agli yogin, agli artisti e agli amanti.
Per comunicare con l'universo bisogna essere capaci di liberare le emozioni e di riversare il desiderio dentro di noi e fuori di noi, nei nostri pensieri  e nelle nostre azioni.
Le lettere dell'alfabeto della creazione sono le emozioni che producono la spinta al godimento sensoriale e da questo vengono nutrite: senza Bogha (o godimento sensoriale) non c'è Yoga e senza Yoga non c'è Bogha.