sabato 31 maggio 2014

KUNDALISHAKTI - CRONACHE DEL CENOBIO





Ci sono corsi e scuole di Yoga.
Ci sono chiese e istituzioni in cui si parla di Dio, di Essere e di ricerca della verità.
Ci sono poi dei gruppi ristretti di praticanti, che si rifanno a questo o a quel maestro, in cui spesso vige la regola della riservatezza o addirittura della segretezza.
A volte non parlare all'esterno è una forma di snobismo, altre un tentativo di creare un alone di mistero, sempre utile alle dinamiche del potere.
Altre ancora la riservatezza è una necessità perché ciò che si insegna e si sperimenta all'interno di quei gruppi riguarda, anche, una serie di stati particolari, di alterazioni percettive, che pur facendo parte dello Yoga (anzi ne sono un aspetto fondamentale) sono viste da molti come  fumo negli occhi.
Quello che segue è il resoconto fedele di un dialogo avvenuto in uno di quei gruppi.
Nel pubblicarlo non violo nessun vincolo di segretezza, quello che chiamavo, all'epoca, il mio "Riferimento", mi esortò a trascrivere e a rendere pubblici questo ad altri dialoghi, diciamo così, di Istruzione.
Ovviamente, per il rispetto della Privacy, ho usato degli pseudonimi.
penso che la lettura possa essere interessante sia per coloro che fanno o hanno fatto parte di certi gruppi o cenobi, sia per coloro che ne hanno solo una vaga idea frutto di suggestioni letterarie o cinematografiche.






Teatrante:

Devo parlarti, Autista.
E' venuto Kadosh a casa mia.
Mi racconta che ha avuto una strana esperienza notturna ...in parte l'ha raccontata nel Cenobio....e pensa che il responsabile sia io.
Si è svegliato scosso da forti corrente energetiche a mani, piedi, braccia e gambe.
Gli brucia la "corona".
Si è alzato ed ha notato che tutta la sua stanza e la sua casa erano blu.
Stava benissimo e aveva la sensazione che niente fosse impossibile.
il fenomeno, a quanto dice, è durato a lungo.
Dopo un paio di giorni si è svegliato nel mezzo della notte sentendo che la chiocciolina ...così percepisce il cakra... come me del resto... la fontanella che si apre.
Sente uno alla volta dall'alto in basso tutti i cakra e poi una corrente che dall'osso sacro sale fino alla nuca.
Non gli ho mai parlato veramente e con chiarezza della sensazione di Kundalishakti che sale, per evitare di suggestionarlo....ma la descrive come l'ho vissuta io anni fa..
esattamente come l'ho vissuta io.....



Autista:

Sono fenomenologie note;
sino a che rimangono sopportabili bene... sono anche interessanti.
Il senso di potenza va vissuto nel distacco.
Altra cosa:
molti aspiranti che vivono certi eventi si convincono poi che questi siano delle vere e proprie realizzazioni. 
Altri che vivono certe realizzazioni si convincono che queste determinino un cambiamento nella vita e che da quel momento la loro vita sarà diversa.
Certo, questo può accadere per un Ramana, ma lo stesso Ramakrishna continuò a fare il prete e così Plotino.
Il dharma prosegue così come il karma oramai attivato non recede: i doveri concernenti figli e moglie non svaniscono.
Spesso si vive in una consapevolezza mentre il corpo vive la contingenza.



Teatrante:

In un certo senso lo trovo doloroso quando parli di Ramana Ramakrishna e della loro purezza.
Le testimonianze di Ramana e Raphael o Samkara o... le immagini di Ramkrishna e di Sarada Devi ...devo dire che mi turbano...sembra che non vi sia spazio per la mente.
L'ascolto, lettura e la visione si accompagnono ad una specie di flusso ininterrotto ...devo dire che capita anche con B....
Leggendo di altri, pure grandissimi, comincia ad intervenire la mente.
Il flusso si interrompe.
La mente crea dubbi.




Autista:

Nei primi non c'è alcuna mente. 
In altri c'è la mente, talvolta elevatissima..


Teatrante:
Per tornare a Kadosh, mi ha chiesto di curargli un braccio che gli faceva male.
Ho respirato con le mani, il dolore è sparito.
Per me è normale.
Adesso lo è anche per lui.
Temo che di essermi esposto troppo.
Temo che abbia troppa fiducia in me...
Dopo un po' si è cominciato a a parlare di R. e del Dharma...
Il teatrante formulava domande, a raffica e Kadosh rispondeva.
Ho pensato di condurlo... anzi non è esatto ...ho sentito che era il momento per....
Gli ho fatto delle domande sull'Essere e sulla sua sensazione di esistere.
Ad un tratto mentre cercava di rispondere alle mie domande il suo sguardo è cambiato.
Ha acquisito una luce che ben conosco....
Gli ho detto che lo stato che esperiva in quel momento è ciò che Ueshiba definiva ponte di prima dell'inizio.
A metà tra lo stato di sogno e lo stato di veglia.
Ha risposto che si sentiva come nel sogno.
Ma era consapevole anche della veglia.
Era felice ed ha cominciato a valutare le piacevolezze di quello stato, che pure, in parte, lo spaventava.
Mi ha chiesto cosa gli avevo fatto e come.
Senza pensare gli ho risposto -"Che pensavi? che Platone fosse uno stolto?
la dialettica è una tecnica operativa
." -
Mi ha chiesto se era una cosa indotta o una specie di ipnosi,
Gli ho risposto che non dipendeva certo da me....
Come devo proseguire? 


Autista:

Né più nemmeno che come senti.
Mantenendolo però sempre qui e ora.
Sono tutti fenomeni o "sogni", pertanto non più reali di questi piani di esistenza;
ma se qui siamo incarnati è qui che "abbiamo da stare".



Teatrante:

Che gli devo dire? 



Autista:

Che sono alterazioni della coscienza abbastanza diffuse e di non perdercisi dietro più di tanto.
Ah! Anche di non usare la coscienza dei piani più elevati su questo piano.
Ciò che mostra il fallimento di una realizzazione incompleta è proprio il pontificare qui senza averne più la consapevolezza perché si è rimasti impigliati/incastrati altrove.
Il Divino non va solo raggiunto, va poi incarnato e portato giù.


Teatrante:

Lo devo indirizzare?




Autista:

Ciò che hai iniziato, va finito.



Teatrante:
Mah... credo che mi dovrei eclissare sparire per un po' evitare che pensi che io sia un maestro....



Autista:
Ma che dici?
Stolto.
Tu sei un Maestro. 
Tu hai dei discepoli cui stai insegnando. per loro sei un Maestro.
Tu sei il loro Maestro.
Tu sei un Maestro.
La teiera ti è stata mostrata affinché tu possa servire il thé agli assetati.
L'importante è che tu non lo pensi, ma per loro è importante pensarlo, anche perché è vero.


Teatrante:

Ma per favore !...
Non farmi ridere...
Tu ti rifiuti di essere chiamato maestro e lo gnomo teatrante dovrebbe pensare di esserlo.....
Ma siamo seri...sono solitamente di ottimo umore, ma questo detto da te ...Ma tu sei un Maestro! Mi fa sbellicare.
L'autista che afferma costantemente di non essere un maestro che dice che il teatrante è un maestro?
Ma dai!!!
Mi fa bene sapere che c'è qualcuno che mi prende in giro...
...Non so...



Autista:

Ogni tanto capita che non si sappia.




Teatrante:

Non...non sono un maestro!... Lo so...




Autista:
Non + non sono = sono
Una volta chiesero a XXX perché fosse venuto.
Rispose: "Per risvegliare i Maestri".


Teatrante:
No la verità è che sono un po' scosso da questa esperienza di Kadosh...
Faccio sogni che non mi appartengono...
Ieri sera ha sognato... era una visione in realtà.... Yogananda in piedi che rendeva omaggio a Ramana.
Poi ho sognato che, condotto da te, assumevo il crisma della guarigione direttamente da Cristo!
Evidentemente un sogno non mio ... cose di altri.
Non comprendo la via della Croce...
Non mi appartiene..



Autista:

Vedrai che molti ti useranno come emblema e simbolo onirico per il Sé.
Capiterà anche nel mondo di veglia.
E' oltre il tuo controllo.
Il Divino indossa le vesti che più ritiene adatte alle necessità del mondo.
Noi esistiamo solo per servire, impedendo alla mente di sentirsi artefice della sua opera. 



Teatrante:

Non starò diventando più pazzo di quanto sia già?




Autista:

Impazzire?
Sin quando si opera in armonia, servendo la vita, la pazzia non ferisce alcuno... lascia che la pazzia prosegua.
Il Cristo?
Dicono che sia sempre e solo un'unico Principio/Figlio Colui che discende.



Teatrante:

Ho sentito F.
Anche lui sta avendo un periodo di alterazione... Ha percezioni particolari per ciò che riguarda tempo e spazio.
Suggestione o naturale sviluppo?



Autista:
Suggestione o naturale sviluppo, se non vi aderisci e non te ne impadronisci, sono entrambi fenomeni da lasciar cadere.
Alcuni vanno guidati davanti allo specchio, mostrandoglielo.
Non tutti lo riconoscono.
Penso che un domani dovresti, anche con Kadosh, trovare una maniera di rendere pubblici questi dialoghi.
Sono tracce, potrebbe essere utile darne accesso.
Trascrivi i dialoghi e conservali.



Teatrante:

Lo sto già facendo... Comunque....
Quando mi sono accorto che Kadosh stava per "andare sul ponte di prima dell'inizio", ho provato una gioia che è ben lontana dal distacco .
La soddisfazione del padre che vede il figlio che arriva primo alla gara di corsa del liceo ...oddio...è un paragone del cavolo perché dello sport non mi importa niente, ma forse dà l'idea.....
Poi, dopo...una specie di complicità ammiccante...
Non so se è bene o male, ma il passaggio, chiamiamolo così, l'ho condotto consapevolmente....
Anzi ovviamente l'ha condotto lui, diciamo che ero consapevole di dove in qualche modo voleva arrivare.
E l'ho condotto solo con il dialogo.
La conversazione è stata più o meno questa - ho espunto tutta la parte iniziale in cui si parlava di Ramakrishna, Sarada Devi e Vivekananda.... Ma la conversazione è stato più o meno questa:

Kadosh: non sono qualificato.


Teatrante.: come fai a dirlo?


Kadosh: solo il samnyasin è qualificato perché rinuncia a tutto per l'aspirazione all'assoluto....


Teatrante: quindi tu sei stato un samnyasin e sai che solo il samnyasin aspira all'assoluto?


Kadosh: no...cioè forse sì ma ovviamente non lo ricordo.


Teatrante: chi non ricorda?


Kadosh: ma dai.... io.. Kadosh...


Teatrante: ma se sei stato un samnyasin in una vita precedente evidentemente non eri Kadosh...
Kadosh sei qui ed ora. o sbaglio?


Kadosh: si io sono Kadosh qui ed ora...


Teatrante: quindi sai di esistere, qui ed ora?


Kadosh: certo io sono Kadosh e so di essere Kadosh


Teatrante: quindi tu sai di esistere...bene.


Kadosh: ma certo che so di esistere.
io sono kadosh se mi chiedi se tu esisti che mi rispondi?


Teatrante: che "tu" esisti?


Kadosh: Kadosh esiste qui ed ora esattamente come questo tavolo. (sbatte il palmo sul tavolo)


Teatrante: vuoi dire che questo tavolo ha la coscienza di esistere come kadosh ha la coscienza di esistere?


Kadosh: no..però esiste.


Teatrante: ma esiste per te come per la mia amica P. che sta in Liguria e non ha mai visto questo tavolo?


Kadosh: certo esiste a prescindere.


Teatrante: ma se P. non sa che esiste questo tavolo , come può avere la coscienza dell'esistenza di questo tavolo?


Kadosh: non lo sa ma esiste.
c'è, guardalo..


Teatrante: ma la tua coscienza di questo tavolo è identica alla coscienza che il Teatrante ha di questo tavolo?


Kadosh: si...cioè non lo so...presumo di si.


Teatrante: ma tu e il tavolo fate parte del mondo di cui è cosciente Kadosh.
Giusto?

Kadosh: Certo .


Teatrante:ma tu quando sogni sei cosciente di essere Kadosh che sogna?


Kadosh: certo che lo sono.


Teatrante: ma se io entro nella stanza in cui dormi riesco ad essere cosciente del tuo sogno?


Kadosh: no.


Teatrante: perchè?


Kadosh: perchè il sogno è dentro di me.


Teatrante: allora Kadosh percepisce dentro di sè uomini donne, cose e li vive ed ha esperienze, fa l'amore mangia. ma il teatrante , anche se è lì accanto a lui non può vederle.


Kadosh: ma è chiaro!


Teatrante: dicevi di non avere l'aspirazione dell'assoluto.....come fai a dirlo?

Kadosh: perché...perché un rinunciatario vive solo per Dio... e allora vuol dire che ha l'aspirazione per Dio...
se avessi l'aspirazione per l'assoluto non penserei a sposarmi ad avere figli...

Teatrante: ma ognuno deve seguire il proprio dharma... non puoi mica seguire quello degli altri.


Kadosh: ma come si fa a discriminare il proprio dharma...


Teatrante:...tu sai discriminare benissimo!


Kadosh: io non so discriminare:


Teatrante: chi lo dice?


Kadosh: e dai non fare il Socrate... io non so discriminare.


Teatrante: perché sei qui a parlare con me e pensi che dietro B. e R. e Ramana ci sia qualcosa , la Tradizione, e non sei a parlare con M.[M. è un maestro di Ashtanga Yoga ... uno che dicono sia famoso]


Kadosh: ma dai... basta guardare lui e guardare te.


Teatrante: chi l'ha detto che basta? 
Basta per te.
Non pensi che sia discriminazione?


Kadosh: ma no...è evidente.


Teatrante: evidente per te.
Ma cosa è l'aspirazione all'assoluto?


Kadosh: è il desiderio di tornare da dove sono venuto?


Teatrante: tu Kadosh sei venuto da qualche parte... come dire un altro pianeta.


Kadosh: in un certo senso si.


Teatrante: vieni dall'essere cioè diciamo vieni da isvara?


Kadosh: si:


Teatrante: ahaah....


Kadosh: che vuoi dire..."Ahaah"?


Teatrante: quindi qui e Isvara sono due luoghi diversi?


Kadosh: si ...cioè no..


Teatrante: cioè?


Kadosh:va beh diciamo che l'essere è una sfera bianca ok?


Teatrante: sembra di ricordare l'abbia già detto Parmenide.....


Kadosh si si... va beh.. l'essere è una sfera bianca ed io sono un pallino nero sulla superficie e voglio tornare ad essere sfera...


Teatrante: ma se sei sfera perché vuoi tornare ad essere sfera?


Kadosh: perché ...perché ci sono altri pallini neri che mi ...che mi rompono le palle e ...


Teatrante: quindi i pallini neri sono diversi da te?


Kadosh: no.


Teatrante: e perchè ti vorrebbero rompere le palle se sono Te?



Kadosh: ma no!.... Era una metafora.
Volevo dire che sono un pallino nero sulla superficie di una sfera bianca e la manifestazione sono gli altri pallini neri.


Teatrante: non ho capito una cosa... se ci sono dei pallini neri sulla superficie della sfera bianca, chi è che vede i pallini neri e la sfera?
Ci deve essere qualcuno che vede? O no?


Kadosh: non parliamo del quarto..parliamo della sfera...


Teatrante: quarto?
Dicevo solo che ci deve essere qualcuno che vede sia la sfera bianca che i pallini neri.
Ma come hanno fatto i pallini a diventare neri e ad avere la coscienza di essere pallini neri?


Kadosh: e che ne so...


Teatrante: ci sarà magari dell'inchiostro.


Kadosh: ecco si...inchiostro...


Teatrante: inchiostro nero al centro della sfera bianca?
Quindi ...vediamo...hai una sfera bianca che contiene dellì'inchiostro nero con cui vengono disegnati dei pallini, dei fiori degli insetti sulla superficie della sfera bianca:..giusto?



Kadosh: giusto.


Teatrante: ma chi è che fa i disegni?
E' lo stesso che li guarda? ... Tu sei cosciente di essere pallino nero e vuoi tornare ad essere sfera bianca ma se sei già sfera perchè dovresti desiderare di tornare ad esserlo?

Kadosh: perchè l'ho dimenticato...


Teatrante: ma se hai dimenticato di essere sfera come fai ad aspirare ad essere sfera?
Tra l'altro se sei Kadosh e Kadosh è la sfera lo sarà anche il Teatrante...
anche il Teatrante sarà la sfera.
Giusto?


Kadosh: certo. in un certo senso...
Ma se prima di coscienti di essere pallini si è stati coscienti di essere inchiostro, e lo si è stati sicuramente se non non saremmo pallini, vuol dire che siamo pallini ma che siamo anche inchiostro e che siamo sfera... e la sfera contiene l'inchiostro e contiene anche i pallini.
Giusto?
E se quando sogni è tutto dentro di te...diciamo nel cuore, non pensi che tutto anche la sfera, l'inchiostro i pallini potrebbero essere dentro di te.....



A rileggerlo a voce alta sembra un dialogo tra idioti... Lo so, ma la cosa interessante è che, a prescindere da ciò che si diceva, quando si è cominciato a parlare dell'inchiostro Kadosh si è inginocchiato, si è messo istintivamente in seiza ed ha cambiato sguardo.
E' lì che ho pensato... o meglio ho avuto l'impressione di pensare: adesso si accende l'interruttore!
E' strano
Quindi un dialogo in apparenza idiota che porta ad una esperienza secondo me Reale.
L'idea è che le parole non portino solo il significato apparente - si ....lo so...a questo punto dirai:-" ma dai! - ma siano come dei tubi.. attraverso i quali passa quella roba lì"-... 
Va beh..
Scusa se non sono stato chiaro.



Autista:

A me pare chiarissimo.
A quanto pare non è chiaro per te.

L'autista nega di essere un Maestro.
Mai negato di essere un Autista.


venerdì 30 maggio 2014

VIANDANTI DELLE STELLE



Quindi le varie vite sarebbero come classi di una scuola?
Anni accademici alla fine dei quali o sei promosso o ripeti?
Chissà.
Possibile.
Mi viene in mente la leggenda del Vesak.
Buddha Shakyamuni che viene accolto da dei e semidei, dopo la morte fisica, e prima di entrare nel paradiso dell'Eterna Beatitudine si volta un attimo a guardare la terra.
E si commuove pensando alla sofferenza e all'ignoranza degli esseri umani.
Decide di tornare, Buddha, tutti gli anni.
hanno calcolato anche il tempo di permanenza annuale (so strani gli indiani!): 8 minuti, durante la notte di luna piena del mese del Toro. 
Torna sulla Terra Buddha.
Chissà perché....
Non so..... Ho idea che ci siano due realtà diverse.
Non Realtà con la maiuscola e realtà, minuscola, come si diceva un tempo.
La Realtà è unica e i miei sogni, i miei pensieri i miei gesti sono reali esattamente come i tuoi o come quelli di Buddha.
Penso che ci sia (potrebbe essere) qualcosa di legato al Tempo e qualcosa di oltre il tempo perché è il Tempo l'origine della sofferenza. 
L'impermanenza, la natura effimera delle cose e degli uomini, ha senso solo se la leghiamo al concetto del Tempo, al breve passaggio   delle animein questa "valle di lacrime".
In fondo è quello che dicono tutte le religioni.
Ma, mi chiedo, e se i ruoli di Tempo ed Eternità fossero invertiti? 



Di solito pensiamo, e diciamo, che ci sono (sarebbero) una Realtà immutabile (il Brahman Nirguna, il Tao che non si può definire ecc. ecc), Eterna, senza fiammate né aliti di vento, e, dall'altra parte, una realtà effimera in cui l'individuo è sbattuto di qua e di là dai marosi del destino.
E se così non fosse?
Se questa vita fosse invece la sosta, il riposo, il rifugio di energie in perenne movimento?
Si fa per parlare, ovviamente.
Ma pensaci un attimo, così per gioco.
Immagina che l'eternità sia un fluire ininterrotto di energie vitali, senza forma.
E che questo fluire abbia un suo scopo, un suo fine, che noi non possiamo neppure immaginare.
Ogni tanto i "VIAGGIATORI DELLE STELLE" si riposano. 
L'energia per cinquanta o cento anni si cristallizza in un corpo fisico.
Immagina che la terra sia, dovrebbe essere, come l'Oasi del Deserto.
Le carovane si muovono da sempre e per sempre, poi per qualche ora o qualche giorno, uomini ed animali si riposano vicino a sorgenti eterne e inaspettate insieme.
La notte, stretti attorno al fuoco, i nomadi si raccontano storie.
Storie di amori impossibili, gesta eroiche e furbi mercanti.
Sempre le stesse storie.
Come loro i viaggiatori delle stelle, nel riposo, raccontano storie, e piangono, e ridono, per un attimo o per cento anni. per poi riprendere il loro cammino eterno.
Lì, nella narrazione è il riposo del viandante.
Per mille e mille anni le energie danzano e cantano nell'universo.
Poi si quietano, per un attimo, e nell'oasi cercano gli stessi occhi di mille e mille anni prima. Gli stessi gesti, gli stessi sorrisi.
Non si sa come e quando (sto inventando, ovviamente), alcuni viandanti dimenticarono.
Non si sa come avvenne.
Cominciarono a credere che l'Oasi fosse loro.
Costruirono armi e fortezze, con mura alte fino al cielo, per difendersi dal deserto.
Inventarono medicine e magie per rimanere nell'Oasi il più a lungo possibile, con la speranza del sempre.
Cercavano il paradiso e crearono l'inferno.
La danza maestosa dell'universo, però, non si arresta mai.
E i viaggiatori delle stelle continuano a giungere all'oasi.
Le energie cercano il riposo, ma la magia, inventata dall'uomo per l'uomo, li convince di non essere ciò che sono, e li condanna alla malattia, la sofferenza, la morte.
A volte uno sguardo, un sorriso, una voce squillante si fanno strada nella corazza magica, arrivano fino al cuore.
Piano piano rinasce un barlume di verità.
Quello sguardo, quel sorriso, quella voce sono gli stessi che hai conosciuto mille e mille anni prima.
Sempre gli stessi.
Ecco! 


Quando le energie vitali stanche del loro viaggio eterno trovano ristoro nell'Oasi, rivivono sempre e comunque le stesse storie.
La Vita è narrazione, sempre uguale a se stessa.
La donna che ami, davvero, è sempre la stessa, dall'inizio dei tempi.
Il progresso, lo sviluppo,  l'evoluzione, fanno parte della realtà dell'oasi creduta fortezza.
Nello spazio infinito non c'è altro che energia, ed energia è Amore.
Sempre le stesse vite, sempre lo stesso destino.
E sarebbe un destino d'amore e quiete.
Ma i viandanti, si credono creatori e anziché stendersi sull'erba per un attimo o cento anni, e bere dalla sorgente della vita, si danno da fare come formichine impazzite anziché arrendersi all'amore.
La sofferenza nasce dal non arrendersi.
Dal non accettare la Gioia.
Dal non ascoltare il canto antico dei nomadi del deserto, i Viaggiatori delle Stelle.

martedì 27 maggio 2014

MANIDVIPA - L'ISOLA DELLE GEMME






                                     L'ISOLA DELLE GEMME
Nello spazio infinito, bagnata dalle acque dell'Oceano di prima dell'inizio, c'è un'isola fatta di diamanti, perle e rubini.
È la dimora del Dio senza nome e della sua Sposa.
Dorme, il Dio senza nome, un sonno senza sogni.
La Dea, con gli occhi socchiusi e le gote arrossate dal desiderio, canta piano piano.
E' un canto antico, più antico dell'Uomo:

- “Ha Sa Ka La Hrim.......

Ha Sa Ka Ha La Hrim......

Sa ka la Hrim....” -

La Sposa si mette a danzare.
Una danza antica, più antica dell'Uomo
Tutto iniziò così.
Con un canto e una danza.
Finalmente il Dio senza nome si sveglia,
tende la mano destra alla sua Sposa.
Lei, la Bella dei Tre mondi, sorride.
China la testa di lato e sorride.
Danzando si scioglie la veste di seta e broccato.
É bella la Dea.
Il corpo del Dio si riempie di Vita
Il corpo della Dea si riempie di Lui.
- “Sa'ham” - Io sono Lei.
- ”So'ham” - Io sono Lui.







L'Isola delle Gemme (maṇidvīpa) è un piccolo paradiso pieno di fiori e alberi da frutto sui cui rami coppie di uccelli dai mille colori cantano e fanno l'amore senza posa. 
Le sue spiagge, bagnate dall'Oceano di Latte (o Oceano di Nettare) sono formate da milioni e milioni di pietre preziose. 
Al centro dell'isola , su un letto altare, la Dea Tripurasundari (la Bella delle Tre Città) danza sul corpo privo di vita di Shiva.
Shiva si scuote dal suo sonno senza tempo, sorride. nessuno può resistere alla danza della Dea: i suoi capelli sono neri come l'ala del corvo, gli occhi blu come il fiore di utpala.

 E' il Vento, la Dea, e Fuoco, e Mare e la terra vibra al ritmo del Suo cuore.
Shiva e Uma fanno l'amore e i gemiti della dea sono il suono che si fa Spazio e riempie di vita l'Universo. una volta, una volta ancora.
In basso quattro piccole divinità sembrano spiare, complici: sono i quattro Veda, I libri sacri dell'Induismo, il Corpo dell'Universo.







L'Isola delle Gemme è l'illustrazione del primo verso di un libro di Shankara Bhagavadpada, il Saundaryalahari:

"Senza la Dea è senza potere è il Signore Shiva."

[N.B.la traduzione letterale del verso credo sia : Se Shiva è unito a Shakti, è in grado di esercitare i suoi poteri come il Signore;
in caso contrario, il dio non è in grado di suscitare niente....]






Nello Yoga ( e non solo) i simboli sacri sono, insieme, suoni e immagini e forme.
L'isola delle Gemme è l'equivalente pittorico dello Sri Yantra o Sri Chakra.




E lo Sri Yantra , a sua volta, è "il corpo" del mantra delle sedici sillabe,
il Mantra della Dea :

Ka E I la Hrim Ha Sa Ka Ha La Hrim Sa Ka La Hrim.


(Sakala è lo Shiva che si sta svegliando attratto dalla danza erotica della Dea, ma ogni sillaba ha diversi significati, KA ad esempio è SHIVA, detto anche KALA o MAHA KALA, E in questo caso rappresenta Parvati, la SPOSA di Shiva, I è il desiderio, KAMA che li unisce forma di MAHA MAYA, LA o LAM è il "suono seme" della TERRA, che accoglie i fluidi genitali degli amanti e li trasforma in FRUTTI, HRIM è il nome segreto della DEA)

Nell'isola delle Gemme, nello Sri yantra, nell mantra delle sedici lettere si cela il nucleo dell'insegnamento Tantrico



"MEDITA SULLA DONNA COME FUOCO", si legge nei tantra.

E, ancora:

"SOLO SHIVA CONOSCE IL CUORE DELLA YOGHINI".




La Donna (la Dea è Fuoco) è l'energia della creazione e, insieme, la creazione stessa e solo Shiva può conoscere il suo cuore perchè lui stesso è la Dea.
Prima dell'inzio della manifestazione Shiva e Shakti, il principio e la sua potenza, sono UNA COSA SOLA
Sono l'Unico (Ekam), due in uno.








Non esiste ancora il mondo, non esistono ancora i cinque elementi (Spazio, Aria,Fuoco, Acqua, Terra), l'Universo è uno spazio infinito colmo di piacere.
Esiste, gode ed è nel piacere che trova la ragione del suo esistere.

Lo stato naturale (Sahaja) degli esseri viventi è ANANDA, la beatitudine infinita, perchè la vita nasce dall'unione dei DUE AMANTI che godono uno dell'altra.






Questo Spazio INDISTINTO di prima dell'inizio viene detto चिद् Cid - आकाश ākāśa ovvero lo spazio di Cit che vuol dire intelligenza o intelligibilità o sensibilità.
Immaginare Shiva e Shakti come spazio infinito ed indistinto è cosa che sfugge alle possibilità di comprensione dell'uomo.
Nell'ISOLA DELLE GEMME lo SPAZIO ILLIMITATO è il CIELO che avvolge i due amanti così come l'Oceano senza Sponde che bagna le spiagge di rubini e diamanti è il TEMPO ILLIMITATO.
La danza sensuale della Dea che risveglia il desiderio di Shiva ( come Usha , la Dea dell'Aurora, risveglia il desiderio di Brahma nel Kalika Purana) è l'energia della manifestazione, il PRANA.






Il Dio (mahakala) che si "risveglia" è Shiva nell'atto di riconoscere la Dea come manifestazione. Il Dio ricorda di essere uno con la Bella dei Tre Mondi : IO SONO QUESTO (So'Ham) o IO SONO LEI (Sā'Ham)
Spazio e Tempo illimitati avvolgono l'isola delle gemme.
I due Dei (due in uno) fanno l'amore .
La loro unione è Ananda, beatitudine suprema.
L'uno si si scinde, apparentemente, per unirsi di nuovo.
Anche questa non è cosa logica.
Anche questa è cosa che sfugge alle possibilità di comprensione dell'essere umano.
Nell'Isola delle Gemme tutto è Sat Cit Ananda - Esistenza/Coscienza/Piacere Supremo. Questo è Brahman: Spazio senza fine, Tempo senza fine, Piacere senza fine.





E' la " coscienza del piacere" che conduce alla manifestazione.
E' questo il SEGRETO DEI SEGRETI del TANTRA.
Una volta che la Dea ha acceso il desiderio dell Dio Niente potrà più fermare il Processo della Creazione. Shiva esercita il potere della MANIFESTAZIONE, la A dell'AUM
Una volta cominciato l'amplesso SHIVA esercita il potere della CONSERVAZIONE., la U dell'AUM
Con l'orgasmo della DEA che provoca l'orgasmo di Shiva, questi esercita il potere della dissoluzione, la M dell'AUM
E nella DISSOLUZIONE che i due tornano Uno (ma in realtà non hanno mai smesso di esserlo)ma solo fino al risveglio del desiderio.
Il desiderio è la VITA.





L'infinito piacere, l'infinito Tempo e l'infinito Spazio dell'isola delle gemme rappresentano l'intera manifestazione in potenza, sottile (Nama) e grossolana (Rupa),
I'Isola delle Gemme è il Brahmabindu, l'infinitamente piccolo, fonte di tutta la manifestazione, SAT CHIT ANANDA NAMA RUPA


lunedì 26 maggio 2014

LA PAURA DELLA GIOIA


"Hiṅkāra è quando Lui la invita.
Prastāva è l'offerta d'Amore.
Quando i due l'uno all'altra si concedono è l'Udgīta.
In Pratihāra Lui giace su di Lei e
Nidhana, infine è l'orgasmo.
Coloro che sanno, sanno che nel Sāman Vāmadevya sono i fili con cui si intesse l'Amore.
Realizzano l'Amore, coloro che sanno, e generano altre vite che con l'amore ne generano altre.
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta.
Si vive a lungo e si è ricchi di discendenza ed armenti.
Ricchi di Gloria.
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: così dice la Legge"


(Chandogya Upanishad II,13X,1-2)




Trovo bellissimo questo testo.
E ci trovo anche una risposta a quello che mi chiedevo tempo fa, a proposito del Vesak, la notte in cui Buddha Shakyamuni torna sulla terra ad insegnare a donne e uomini "l'Assonanza delle Menti".
Perché, mi dicevo, esiste la Dissonanza?
Per quale motivo le corde coscienziali degli esseri umani, nati per intonare, assieme, il Canto della Creazione, si scordano, e danno vita a rumori stridenti che feriscono l'udito e gelano i cuori?
La Donna e l'Uomo della Chandogya Upanishad rendono canto ogni azione.
Un canto d'Amore, perché tutto l'Universo è intessuto d'Amore.
L'Universo è Amore.
Il problema è che non sappiamo più cantare.
Leggendo più avanti (ventunesimo Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull'Arte del Canto: 

"Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte..."
"Le Sibilanti (Vam, Sham, Sam, per esempio) e le Aspirate ( Bha, Cha, Dha....) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via....."
" Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco...."

Interessante vero?
La Chandogya ci insegna la Giusta Misura.
Ci dice che occorre muoversi con circospezione nella "Spaventevole Simmetria dell'Universo".
Un tono troppo alto, due sillabe sovrapposte e l'Armonia va a farsi friggere.


Secondo la Chandogya ci sono sette diversi modi di intonare il Canto:
Quello "Mugghiante", simile ai suoni degli animali è caro ad Agni il Dio del fuoco.
Poi c'è quello "Indistinto" dedicato a Prajapati, il Signore delle Creature.
Il Canto "Distinto" è di Soma, Divinità della Luna e dell'ebrezza, il "Canto Dolce e Delicato" di Vayu, Dio del Vento, il "Canto Delicato, ma Forte" di Indra, Dio delle tempeste.
Simile al "Grido dell'Airone" è il Canto di Brihaspati, Dio della Pietà e della Devozione.
Il settimo canto, da evitare con cura, è, infine, il Canto Stridente" di Varuna.
Il mistero della Dissonanza, per me, si infittisce.
Certo, non è che ciò che è scritto nei Veda (la Chandogya Upanishad fa parte del Samaveda, il Libro delle Melodie) debba essere accettato da tutti come Verità con la V maiuscola, ma, per chi pratica Yoga, può comunque stimolare delle riflessioni niente male.
Banalizzando un po' l'Universo è Amore, e se l'essere umano considerasse ogni sua azione come un Canto Sacro la sua vita sarebbe piena, felice, degna di essere vissuta.
Delle sette modalità di canto proposte dalla Chandogya solo una, quella "Stridente" crea conflitti (una possibilità su sette. ci sono più possibilità di azzeccare un numero gettando il dado).
E com'è che scegliamo, spesso o sempre, proprio quella?
Perché anziché godere della Grazia e della Bellezza che ci spettano (spetterebbero) per Natura, preferiamo una vita di sofferenza (Asaman direbbero i rishi vedici, non melodiosa)?


Il Canto dei Veda è Magia.
Può evocare Dei e portare qui ed ora il Regno dei Cieli.
Cosa è che ci fa scegliere l'inferno?
Quello che sto scrivendo, e pensando, è abbastanza terribile.
Sicuramente non consolatorio: l'Essere Umano andrebbe quindi incontro alla malattia, la sofferenza, la morte per sua scelta?
Ogni incontro, ogni dialogo, ogni sguardo è una possibilità di accordarsi all'Armonia dell'Universo.
Ogni gesto potrebbe essere un atto d'amore, sacro di per sé.
Cosa è che ci spinge, invece, a scegliere il "Canto Stridente"?
A creare conflitti anziché arrendersi alla Gioia?
Rinunciare alla Gioia è il più grande crimine che l'essere umano possa compiere.
L'universo intero si cela nel nostro cuore.
E l'universo dei Veda è Gioia, ed Amore.
Ogni volta che geliamo il cuore interrompiamo il flusso della vita e creiamo disarmonia.
Di qualunque natura sia il motivo che ci spinge a non dare ascolto alle ragioni del cuore, ogni volta che non ci arrendiamo alla gioia commettiamo un crimine.
Amare gli altri, fare il bene degli esseri senzienti sono slogan ipocriti se non abbiamo il coraggio di arrendersi alla nostra natura divina, alla Beatitudine Suprema.
Coraggio.
Forse è questa la chiave.
L'essere umano ha Paura della Gioia.
Pensa di non essere in grado di gestirla, o, intossicato dall'idea di un futuro, ha paura della sofferenza che proverebbe se quella Gioia finisse.
Che deficienti siamo: creiamo l'inferno per paura della Gioia!
Già, meglio soffrire che gioire, ché la sofferenza la conosciamo bene, mentre l'idea della Gioia Infinita, la sentiamo lontana, diversa da noi.
Percorrere sempre le stesse vie rassicura, ci fa sentire a casa, anche se camminiamo su marciapiedi ingombri di rifiuti e per piazze illuminate dai falò delle speranze.

domenica 25 maggio 2014

CANTO D'AMORE

Stamattina, appena sveglio, ho aperto a caso una raccolta di Upanishad.
Un giochino che facevo spesso, tempo fa.
Ho aperto il libro e poi, ad occhi chiusi, ho puntato l'indice.
Stamattina ho trovato il canto d'Amore della Chandogya Upanishad (Tredicesimo Khanda).
Ho tradotto io, canto d'Amore, in realtà si chiama Sāman Vāmadevya.


So che le disquisizioni sui termini sanscriti e sui loro vari significati annoiano parecchio e da un po' di tempo, scrivendo di yoga, tento di parlare come mangio (esercizio di purificazione dai mirabili effetti, che consiglio vivamente...), ma in questo caso una disgressione piccola piccola, priva di pretese, forse potrebbe avere una sua qualche utilità.
Sāman significa melodia, abbondanza, felicità, tranquillità.
Vāmadevya, se non sbaglio, vuol dire "riferito a Vamadeva" che dovrebbe essere una delle cinque facce di Shiva, quella dolce e poetica che i rishi associavano all'Acqua e gli yogin tibetani al vento e al Nord (ci sono delle implicazioni alchemiche in questo, ma lasciamo stare)

Il brano che ho "trovato" stamattina, secondo me è interessante assai.
Lo incollo qua sotto senza commentarlo.
Ah, credo che per comprenderlo pienamente siano necessarie delle spiegazioni.
Il Saman, la melodia canto sacro dei Veda, è diviso come tutti i riti, in cinque fasi, chiamate Hinkara, Prastava, Udgitha, Pratihara e Nidhana.

Hiṅkāra significa Tigre, ciò che emette il suono hiṅ (Hign)
Prastāva significa Offerta, Introduzione, Proposta.
Udgīta significa Canto, Canzone ed è una della maniere per indicare la sillaba AUM.
Pratihāra significa Cancello, Porta, Tocco.
Nidhana significa Fine, Conclusione, Annichilimento, Domicilio.

Chandogya Upanishad
Tredicesimo khanda: 


Hiṅkāra è quando Lui La invita. 
Prastāva è l'offerta d'Amore. 
Quando i due l'uno all'altra si concedono è l'Udgīta. 
In Pratihāra Lui giace su di Lei e 
Nidhana, infine è l'orgasmo. 
Coloro che sanno, 
sanno che nel Sāman Vāmadevya 
sono i fili con cui si intesse l'Amore. 
Realizzano l'Amore, coloro che sanno, 
E generano altre vite. 
Che con l'amore ne generano altre. 
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta. 
Si vive a lungo e si è ricchi.
Di discendenza ed armenti. 
Ricchi di Gloria. 
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: 
così dice la Legge


venerdì 23 maggio 2014

RAMAKRISHNA E IL MITO DEL VINCENTE

"L'Ego può essere utile, meglio farlo maturare che distruggerlo. Per stare nel mondo un po' di Ego
è indispensabile per proteggersi.
Basta però che tu non ti prenda troppo sul serio
e che tu sappia che è solo una maschera."
Sri Ramakrishna Paramahamsa


Estate 1886.
Mattina presto.
Gadadhar Chattopadhyay sta agonizzando.
Al piano di sotto Narendranath Dutta sta meditando con gli altri discepoli.
Improvvisamente spalanca gli occhi, Narendra, si prende la testa tra le mani e si mette a gridare 

-"Il mio corpo! Il mio corpo è scomparso!...Aiutatemi!"-.
Gli portano un bicchiere d'acqua.
Qualcuno ridacchia.
Barcollando Narendra sale le scale, entra in camera del Maestro 
" Ma è questo? Il samadhi è questo?"-
Gadadhar sorride, poi lo guarda fisso negli occhi 
-"Si.
Questa esperienza però non ti appartiene.
Appartiene a me. Tu adesso hai un altro lavoro da portare avanti
"- 

Questo racconto mi ha sempre incuriosito.
Narendranath, meglio conosciuto come Svami Vivekananda, è stato, forse, il primo Yogin indiano a portare in occidente la filosofia Vedanta.
Era ricco, colto, intelligente, sicuro di sé.
A leggere la sua biografia ci si sente dei pigmei, eccelleva in tutto: era grande atleta, un attore, un cantante, un poeta....
Le sue conferenze attiravano il meglio dell' intelligentzia dell'epoca, da Sara Bernhardt a Nikola Tesla.
Era un vincente Vivekananda, da ogni punto di vista.


-" Il mio corpo!
Il mio corpo è scomparso!...Aiutatemi!
"-
Che strano.
L'esperienza che suscitava terrore in Vivekananda è, dicono, assai comune nelle pratiche yoga.
Si tratta di uno stato chiamato, mi pare, Samadhi Savitarka, durante il quale il corpo viene percepito in maniera sottile, sempre più sottile.
Fin quasi a fondersi con l'ambiente.
La prima volta è inquietante: si sa di essere svegli ma pare di sognare.
L'aria si fa densa, ovattata e suoni e colori appaiono diversi dal solito.
Di una qualità diversa.
In Giappone è la condizione di base delle arti tradizionali, dalla Via della Spada al Teatro Noh, la chiamano "porsi al centro del Ponte di Prima dell'Inizio".
Svami Vivekananda era terrorizzato.
Strano.


Negli anni settanta, per i giovani, il "Libro" per antonomasia era Avere o Essere di Erich Fromm.
Ce lo portavamo dietro come fosse la bibbia o il Libretto Rosso di Mao.
Si citava nelle assemblee politiche e nelle serate di slogan e chitarra, con la bocca impastata di fumo e vino dolce.
L'uomo è infelice, diceva Fromm, perché ai bisogni fondamentali (le pulsioni istintive e le necessità psicologiche) se ne sono sostituiti altri, imposti dal mercato.
Per soddisfare il bisogno di relazione (la prima necessità psicologica secondo Fromm), l'uomo degli anni settanta doveva mostrare di possedere degli oggetti, delle cose.
A seconda dei gruppi o delle reti sociali a cui si voleva appartenere dovevamo esporre come stendardi un certo taglio di capelli, un paio di pantaloni, una lambretta, un'automobile, un LP....
A rileggerlo, oggi, il libro sembra un po' datato.
Si, è vero, c'è gente che fa follie per comprarsi un SUV o un Rolex, ma sono così tante le persone che si occupano di Discipline Olistiche, Tecniche di Integrazione Corpo-Mente, Ricerca del Sé che ormai, anche nella pubblicità delle mutande, si dice che Essere è la cosa più importante.
Ma cosa si intende per Essere?
Una definizione abbastanza comune, negli opuscoli informativi di discipline per la ricerca del Sé ecc..., è questa: "Portare alla luce e sviluppare pienamente le proprie potenzialità espressive, creative e produttive".
Chi non è d'accordo alzi la mano.
Negli anni settanta l'essere umano era frustrato, ansioso, insoddisfatto perché credeva, erroneamente, che possedere degli oggetti potesse condurlo alla Felicità.
Ai nostri giorni l'essere umano è frustrato, ansioso, insoddisfatto perché non è messo in grado di esprimere pienamente le proprie potenzialità.
Un bel passo in avanti.


"Nello scrigno del tuo cuore si nasconde un tesoro meraviglioso".
"Non cercare il tesoro in terre lontane, è sepolto nella cantina della tua casa".
"Conosci te stesso e conoscerai l'Universo". 

Bello.
Bellissimo.
Non pensare ad arricchirti, ad accumulare cose, scopri prima chi sei veramente, questo è il messaggio che si tenta di trasmettere in tutti, o quasi, i corsi, gli stage, le lezioni di Yoga e derivati.
Essere è più importante di avere, ormai lo sappiamo, e ci diamo tutti un gran daffare per scorgere, nel profondo del nostro animo, le tracce della Persona Divina sepolta dalle nostre meschinità, paure, incombenze quotidiane.
Siamo un popolo di Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi....
Basta cercare in fondo al cuore per trovare la Gioia e la Bellezza di Essere.
Essere.....Cosa?
Ovvio, Essere Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi....
Oh...oh...la solita mosca fastidiosa mi ricomincia a ronzare nelle orecchie.
E se Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi non fossero altro che il taglio di capelli, il paio di pantaloni, la lambretta, l'automobile, lo LP degli anni settanta sotto mentite spoglie?



Vivekananda era un vincente.
Aveva una sua idea di maestro, un uomo alla Gurudev, Rabindranath Tagore, bello, saggio, stimato, affascinante.
Quando incontrò Ramakrishna rimase sconvolto.
Ramakrishna era povero in canna (soffriva di una stravagante allergia al denaro: se prendeva una rupia in mano si ustionava), impulsivo, completamente fuori dalle regole.
Fuori di testa, direbbe qualcuno.
Era stato istruito ai tantra di Vishnu (le tecniche sessuali indo-tibetane) considerati disdicevoli nella società filo-inglese dell'epoca, e trattava la sua sposa, Sarada Devi come fosse la dea Kali (nel senso che la metteva sull'altare e pretendeva che gli altri le rendessero omaggio).
Una volta si mascherò da scimmia per sei mesi per "realizzare" Hanuman, un altra volta si convinse di essere Radha, la sposa di Krishna.
Vivekananda era infastidito dagli eccessi e dall'emotività senza controllo di Ramakrishna, dal suo non "sapersi portare" , direbbe mio padre.
Eppure ne era anche attratto.
Sentiva che c'era qualcosa, di vero, di Oltre, ma fino all'ultimo dubitò del suo maestro.


La cosa che più lo insospettiva era la tendenza all'estasi di Gadadhar: un volo di uccelli al tramonto, una turista americana dagli occhi color del Cielo e Ramakrishna entrava in samadhi, con gli occhi fissi e la faccia beata.
Vivekananda pensava che fingesse e dedicò parecchio tempo a cercare di dimostrare che gli altri discepoli, avvezzi a quelle esperienze, fossero tutti mistificatori o vittime della suggestione.
Da piccolo Narendranath Dutta aveva avuto la visione di un asceta alto, capelli scuri, naso camuso, avvolto nella luce.
Buddha Shakyamuni.
Pensava di avere in sé il "Vento di Buddha".
E forse era vero.
Ma il suo essere un vincente, il suo aver percepito la grandezza della propria anima, gli impedì, forse, di arrendersi totalmente alla vita, alla Dea.
Cercare se stessi, riconoscersi nell'immagine di luce che si staglia sulla parete oscura dell'inconscio, può essere pericoloso.
Quell'immagine, quella Persona con la P maiuscola, è il seme del nostro Ego.
l'Eroe, il Mago, la Strega Buona, la Guaritrice, il Maestro, l'Angelo Luminoso che si celano in noi, sono veri, reali, ma attaccarsi a loro senza aver fatto completamente i conti con le nostre pulsioni negative
(la rabbia, l'orgoglio, la sete di potere, la gelosia...) porta a vedere come nemici, sopraffattori e mistificatori tutti coloro che danno l'idea di non riconoscere la nostra natura luminosa.
Invece di Essere finiamo per tentare di dimostrare di Essere.
Poco prima della morte del suo maestro, il 16 agosto 1886, Vivekananda sperimentò il samadhi per la prima e ultima volta nella vita.
Si spaventò a morte.

-" Ma è questo? Il samadhi è questo?"-
Gadadhar sorride, poi lo guarda fisso negli occhi
-"Si. Questa esperienza però non ti appartiene.
Appartiene a me. Tu adesso hai un altro lavoro da portare avanti
"-

venerdì 16 maggio 2014

BUCHI E SCARABEI

"Nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia.
Nella società moderna si dice che è l'individuo.
Nella natura è la coppia.
L'unità per l'essere umano è la coppia.
La potenza dell'amore si esprime quando ci si annulla l'uno nell'altro."



Il balcone di mia nonna; è estate, una cinquantina di anni fa.
Uno scarabeo, si è posato sul vaso di "miseria", quella pianta con le foglie lunghe che cresce anche sui sassi.
Nel ricordo è d'oro, lo scarabeo, e sembra che mi guardi.
Mi perdo.
Dimenticarsi di sé rende invisibili, così almeno la pensavo a quei tempi.
In cucina mia mamma e mia nonna parlano di cose di donne.
Sono preoccupate per una coppia di parenti, sposati da anni: -"Lei è una calda"- dice mia nonna -"lui un pole mi'a continuà a chiacchierà..." -
Che strano.
La mia generazione è cresciuta con "Comizi d'amore" di Pasolini, con l'immagine di una donna da liberare, sfruttata da un maschio ottuso e da una società che la vuole o mamma o santa o puttana.
Al riparo da orecchie maschili, dimentiche di me, mia mamma e mia nonna parlavano tranquillamente e pure con un certo orgoglio, di sessualità femminile.
Dare della frigida ad una delle donne di casa era un'offesa da lavare col sangue.
Non sto scherzando: mia nonna, mia mamma e mia zia menavano come carrettieri.
Boh...forse erano strane loro.
Non erano molto cattoliche è vero.
Andavano a messa, e non tutti gli anni, solo per Natale e Pasqua.
Ma, a ripensarci c'è qualcosa che non mi torna.
Mi sembra che fossero donne orgogliose della propria femminilità e assai coscienti del loro corpo.
Forse ricordo male.
Famiglia di umili origini, la mia, come scriverebbe un appuntato dei carabinieri con ambizioni di scrittore.
Le donne lavoravano tutte.
Badavano anche ai figli, alla casa e cucinavano.
Nessuna di loro pensava di essere una schiava.
O almeno non l'ho mai sentito dire.
Oggi la donna ha l'ansia di liberarsi dal giogo della coppia, della famiglia e di auto-affermarsi.
E ne ha ben ragione.
Il femminicidio, la violenza psicologica o lo sfruttamento del lavoro femminile non sono certo invenzioni letterarie, ma pure mi ronza qualcosa nelle orecchie, una qualche nota stonata.
Cinquant'anni fa, nella Livorno della mia infanzia, se mio padre avesse preso a schiaffi mamma, le donne di casa lo avrebbero massacrato a calci e pugni.
Non andavano mica per il sottile.


Ho assistito negli ultimi tempi ad una marea di discussioni tra coppie di amici, tutte simili a quelle che avevo con la mia ex moglie.
Addirittura le stesse parole: "Ho bisogno di respirare, mi soffochi" , "Non ho spazio vitale", "Non sono un buco...."
Il problema principale è la sensazione di oppressione che avvolge la donna, all'interno della coppia, il suo doversi occupare di tutto e di più, il suo non aver spazio per se stessa, il suo non sentirsi realizzata.
La coppia è diventata la tomba dell'individualità, e se una donna, già stanca per il superlavoro si sente sottostimata, se non si sente rispettata come persona come può condividere amore, affetto e sesso con il suo uomo?
Soprattutto il sesso, di cui si parla sin troppo, è divenuto un problema:
come fa una "donna moderna" dopo aver accompagnato i figli a scuola, aver passato sei-otto ore in ufficio, essersi messa a cucinare diventare improvvisamente amante appassionata?
"Non sono un Buco!"
Da un lato l'uomo, dipinto spesso come una specie di bestiolina acefala che vuole solo mettere il pisello da qualche parte, dall'altro la donna che "come fa?"
Corri di qui corri di là e poi vuoi che diventi di colpo Messalina?
Ma dai.
Mia Nonna è morta da parecchi anni.
Credo che se avesse sentito una giovane moglie dire al marito -"Non sono mica un buco"- l'avrebbe guardata strana e poi avrebbe ribattuto, ridendo: 

-"Deh! grazie ar Cielo no! Ce n'hai due di bu'i, e pure du belle puppe!"
Sicuramente era una donna all'antica, di umili origini, direbbe ancora il carabiniere letterato, vissuta in un ambiente particolare.
Ma a volte mi viene il sospetto che ci sia qualcosa di innaturale, tra di noi, nella maniera di vivere il rapporto di coppia, la famiglia, il rapporto con i figli.


In natura , anche se pare un paradosso, l'unità fondamentale è la coppia.
La vita comincia dal due.
Due cellule si fondono e comincia un processo di sviluppo esponenziale: 2 alle seconda, alla terza, alla quarta..
Quando si è creato gruppo di 32 cellule si può cominciare a parlare di un essere vivente come lo pensiamo noi, un individuo in nuce.
La base della vita è la fusione tra due enti.
Una fusione che avviene per Amore e genera Amore.
per noi che ci occupiamo di yoga e che ce la meniamo continuamente con Shiva e Shakti, Yin e Yang e compagnia bella dovrebbe essere un dato di fatto.


Parliamo di realizzazione.
Nel Sanathana Dharma (la filosofia eterna che sta alla base dello yoga) se ne distinguono cinque tipi o livelli che rappresentano cinque diversi gradi di amore tra due esseri:


sālokya mukti ad esempio significa, condividere lo stesso piano di esistenza , lo stesso mondo, con la divinità, ed è la realizzazione dell'Amore tra gli amici, per dare un'idea Krishna ed Arjuna.


sāmīpya significa vicinanza con Dio ed è la realizzazione dell'Amore del Servitore per il Signore, Hanuman e Rama.

sārūpya o meglio īśvara-sārūpya, significa invece avere "le stesse caratteristiche fisiche del Dio, compresi i lineamenti, il numero di braccia, il vestito, ed è la realizzazione dell'Amore tra genitore e Figlio.

sārsti avere le stesse ricchezze, poteri, potenza del Signore è invece la realizzazione dell'Amore tra coniugi.


sāyujya o ekatva, la fusione con il divino, è infine la realizzazione dell'Amore tra gli amanti, l'Amore senza vincoli, al di là di ogni limite. L'Amore di Radha e Krishna.

Ogni livello di realizzazione implica la fusione e l'abbandono in un altro essere.
Mi pare evidente.
Per scoprirsi Uno con l'Universo occorre prima imparare a fondersi con altri esseri umani.
E qui casca l'asino.
Negli ultimi cinquanta, cento anni le nostre idee sulla coppia, la famiglia, il lavoro, il rapporto genitori figli, si sono completamente trasformate.
La banalizzazione del lavoro di Freud ha creato dei mostri.
L'individuo ha diritto alla felicità, ovvio, e questa felicità coinciderebbe con lo sviluppo dell'autostima ed il pieno sviluppo delle proprie possibilità creative.
Bello e sacrosanto.
Ma perché la maggior parte delle persone lamenta insicurezza, incapacità di gestire le relazioni, insoddisfazione?
Secondo le nuove teorie (dall'ontopsicologia, alle costellazioni familiari ecc. ecc.) la colpa è dei genitori.
La colpa è sempre dei genitori, soprattutto della madre.
Se a cinquant'anni uno si reputa un fallito la colpa non è sua o della sfiga, ma dei suoi vecchi, e deve elaborare un metodo per liberarsi della, sempre devastante, educazione che ha ricevuto.
Non so se vi rendete conto: i genitori, coloro che ci hanno dato la vita, sono stati trasformati nei nemici primi della nostra realizzazione individuale.
Sarà anche vero, ma a me pare un pochino innaturale. 




La chiave per la realizzazione individuale di solito è il lavoro.
Soprattutto per la donna, che dopo millenni di sfruttamento e di scarsa considerazione, ha il pieno diritto di realizzarsi nel lavoro.
Cosa sacrosanta, ribadisco.
Ma aspetta un attimo....
Se non sbaglio, un tempo il lavoro era uno strumento.
Cioè si lavorava per garantire a se stessi, al proprio compagno/compagna ai propri figli (e alla propria comunità) la sopravvivenza in un ambiente sicuro e gradevole.
Si lavorava per assicurarsi una casa e il cibo in maniera da potersi fondere con chi si amava.
Adesso il lavoro, quando lo si ha...., è la misura della propria capacità di affermarsi, di distinguersi dagli altri e QUINDI (?) di essere felici.
.



Lo so che quanto dico apparirà reazionario, cinque anni fa non avrei mai fatto un discorso simile.
Ma visto che lo sto pensando lo scrivo.
Facciamo un esempio: una donna si innamora, il suo corpo vuole un figlio dal corpo dell'uomo di cui si è innamorata.
L'universo intero complotta per farli unire, ma lei rifiuta perché è un ostacolo alla sua carriera (l'esempio vale anche al contrario).
Vi rendete conto che ci appare normale?
Nel nostro tempo appare normale che una donna rinunci ad essere madre o un uomo rinunci ad essere padre, per rincorrere il successo professionale.
Si parla, in questi casi, di scelte sofferte od obbligate (e spesso è vero, la mia ex moglie, danzatrice, dopo la prima figlia restò disoccupata per un anno)
Ai tempi di mia nonna, nell'ambiente proletario in cui mia nonna viveva, l'amore anche fisico, tra coniugi, e l'amore tra genitori e figli, erano la cosa più importante e lo scopo del lavoro era quello di proteggere questo amore.
Al giorno d'oggi, a parte i casi in cui è in gioco la sopravvivenza, la realizzazione personale nel lavoro e il prestigio sociale sembrano invece più importanti di tutto, anche dell'amore.
L'individuo viene prima della coppia.
E se fosse questo il motivo principe dell'infelicità?

mercoledì 14 maggio 2014

IL VESAK E LA LEGGE DELL'AMORE

"Amami per ciò che vedi ad occhi chiusi.
Amami per ciò che senti quando sono in silenzio.
Io farò lo stesso camminandoti accanto.
Stai con me:
io ti insegnerò a volare, tu mi insegnerai a restare."
Anonimo indiano


Luna piena in Toro, stanotte.
Si festeggia il Vesak.
Proprio con questa luna, nel 483 a.C., Buddha Shakyamuni passò a miglior vita.
Si incamminò verso la Terra Pura, così vuole la leggenda, dove Dei e Semidei, le Gerarchie Celesti della New Age, gli avevano preparato una gran festa.
Un attimo di prima di varcare per sempre la soglia dell'Oltremondo, Shakyamuni si volta.
Prova nostalgia.
Per la Terra, per le donne e gli uomini.
per la Vita.
A pensarci è strano per uno che insegnava il non attaccamento.....
La nostalgia si muta in dolore: come si fa ad abbandonare nell'ignoranza e nella sofferenza coloro che amiamo?
Di nuovo Gautama, infrange la Legge.
Si, è vero, è alla sua ultima vita... Si, è vero Lui è il Buddha e la sua parola rimarrà per sempre nei cuori degli esseri umani, ma decide comunque di tornare, ogni anno, nella notte di Luna piena di Maggio, per insegnare a donne e uomini "L'ASSONANZA DELLE MENTI".
"Assonanza delle menti", la chiamava così Jinpa, il mio istruttore tibetano.
Credo che potremmo semplicemente chiamarla Amore, ma forse assonanza delle menti rende di più l'idea.
Senza andare troppo a disturbare i neuroscienziati e le loro teorie sul "Campo Morfico" e la "Ragnatela Cosmica", l'Assonanza tra Menti è un fenomeno noto.
Basta essersi innamorati una volta per sapere di che si parla.
Il vero mistero, per me, è la dissonanza.


Nel ripulire la casella di posta elettronica ho trovato un vecchio video, uno dei primi incontri del Gruppo Vedanta, a Borgotaro.
Me l'aveva mandato GB.
Io sono in giardino, gioco a fare il samurai con la spada di Yogasan.
GB mi sta riprendendo e commenta con la solita eleganza da scaricatore di porto livornese.
Alle mie spalle Moon e Silvia se la ridono: mi stanno pigliando in giro per l'aria truce.
Da dentro si sentono le voci di Malcolm, Andrea, credo, e altre che non riconosco.
Sicuramente non la voce di Onofrio....nelle pause si metteva sempre a lavare i piatti.
Forse sono i miei occhiali da sentimentalone, ma mi pare che amore e leggerezza trasudino anche dai muri del casale.
Assonanza di menti.
In qualche modo quelle che all'epoca chiamavo "corde coscienziali" si erano accordate.
Si era creato un gruppo di venti-venticinque persone che dava l'idea di pensare con una testa sola.
In quegli stage succedeva qualcosa, si ritornava ad "essere ciò che si dovrebbe essere".
Poi alcune corde si sono scordate e 'Assonanza è divenuta, non per tutti, dissonanza.
il mio amico/maestro Yogasan dice che è normale.
Che è nell'ordine delle cose.
Secondo me no.
Secondo me c'è qualcosa che rema contro e che appena un attimo dopo aver vissuto eventi rivelatori, ci spinge all'oblio.
Credo che le leggi della Natura, siano poche e semplici.
La stessa magia che fa sposare tra loro le gocce d'acqua per renderle cristalli, fa unire i cuori degli esseri umani e crea degli organismi complessi, i gruppi, che vivono di vita propria.
La potenza di un gruppo (di quel gruppo...) è immensa, venti persone che vivono e condividono solo per amore possono muovere le montagne.
Per me, ma sono pazzo si sa, quel gruppo aveva un compito preciso, da svolgere.
Cerco di farla breve.
Quando i tibetani parlano di reincarnazione lontani da orecchie indiscrete, dicono cose assai diverse da quelle che leggiamo nei libri.
Parlano di un fiume senza fine, Alaya, in cui scorre tutto ciò che è stato, è e sarà.
Per accedere ad Alaya occorre "alzare la frequenza delle vibrazioni", e se si è mossi da AMORE, ci si sintonizza con Ananda, la beatitudine assoluta, natura ultima dell'essere vivente.
In quel gruppo, creato per amore, tutti avevano un loro ruolo.
Un paio, i più fragili forse, e meno attrezzati per la vita quotidiana, sostenuti e protetti dall'energia degli altri funzionavano da antenne riceventi.
Ovvio che ciò che dico, lo ribadisco, è roba da pazzi, ma ho un po' di febbre, e spero mi scuserete.
Quando si sono cominciati a vedere degli effetti, quando questi effetti hanno cominciato ad invadere la sfera del quotidiano, il gruppo si è sfaldato.
La natura dell'essere umano è Ananda e per svelarla ci vuole amore, amore che nulla pretende.
Si era innescato un processo energetico particolare in quel gruppo, e qualcosa si è mosso per arrestarlo.
Non parlo di sette strane, della confraternita Interhimalayana degli adepti o altre faccende da Film Fantasy (beh insomma....c'è gente che ci crede a dir la verità, ma a me non interessa più di tanto....) parlo dell'Ego.
Qualcuno ha pensato che le energie del gruppo fossero utilizzabili dal punto di vista commerciale, altri che nel gruppo ci fosse un Maestro con la M maiuscola da rivendere come Guru o come rappresentate di qualche scuola universale o roba del genere, altri ancora hanno semplicemente avuto paura di svanire.
L'amore genera amore.
Dovevamo alimentare quella fiammella che la Natura ci aveva regalato e invece, tutti, io per primo, abbiamo fatto a gara per spegnerla.
La paura di scomparire, di annullare la propria personalità nel gruppo ha preso il sopravvento.
In qualche modo la cultura ha sconfitto la natura.
La legge naturale è assai semplice, si basa su due serie matematiche accessibili anche ai bambini: la serie del Matra Meru (da noi Fibonacci, 1,1,2,3,5,8 ecc...) e quella del Manduka Mandala e della scacchiera (la Morula, 2,4,8,16,32...)


L'amore si trasmette con la legge della Morula.
L'uno non può niente, due è l'inizio della vita.
Due non è il doppio, è il contrario di uno!
La paura di sciogliersi l'uno nell'altro porta a creare conflitti, ad identificare l'oggetto amato come un nemico.
Nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia.
Nella società moderna si dice che è l'individuo.
Nella natura è la coppia.
L'unità per l'essere umano è la coppia.
La potenza dell'amore si esprime quando ci si annulla l'uno nell'altro.
Quando si riesce ad annichilire l'ego in un gruppo, poi, la potenza diviene inimmaginabile.
Il raggiungimento dello Stato naturale, la liberazione non è roba difficile, in realtà.
Basta darsi agli altri, con l'amore che nulla pretende, ma come si fa in una società dove ci educano alla realizzazione individuale?
Per non sentirsi schiacciati si schiacciano gli altri.
Per non sentirsi annullati si tenta di annullare gli altri.
Il contrario dell'Amore non è l'odio, ma la Paura.
La paura di donarsi, la paura di perdere quello che perderemo comunque prima o poi.
Chiedete ad un ragazzino se preferirebbe essere Buddha o Steve Jobs....