martedì 14 marzo 2017

LO STRANO CASO DI DOTTOR YOGA E MISTER EGO






UNA DISCUSSIONE SURREALE

Qualche giorno fa ho scritto, per i miei allievi dei Corsi di formazione di  Padova e La Spezia un testo sulla Vyayama Vidya.
Come faccio spesso ho deciso di condividerne una parte sul Web, "Ashtanga Yoga non è Yoga" e, con mia grande sorpresa, il post ha innescato una serie di discussioni accesissime, valanghe di commenti, decine di messaggi in privato e qualche (un paio) telefonata stizzita.

Alcuni (pochi) praticanti di Ashtanga Yoga si sono offesi per il mio accostare le tecniche insegnate da Patthabi Jois alla Vyayama Vidya, la millenaria, e nobile, Arte della Ginnastica Indiana e l'evidenziare le differenze tra questa (la Vyayama Vidya) e lo Yoga, inteso come pratica del Samadhi finalizzata all'Illuminazione.


La diatriba mi è parsa subito surreale.


1) Perché non avevo  nessuna intenzione di denigrare i praticanti e gli insegnanti di Ashtanga Yoga. Per me che  sono ginnasta e danzatore, definire Patthabi Jois un "grandissimo Maestro" di Vyayama è cosa buona e giusta, un doveroso riconoscimento.



2) Perché la derivazione dello Ashtanga Yoga e di tutte le pratiche provenienti dal metodo di Shri Krishnamacharya (Maestro per il quale nutro un ammirazione infinita) dalla Vyayama Vidya non è certo un'opinione avventata né una nuova teoria (vedi a.e.: A. L. Dallapiccola.
The Yoga Tradition Of The Mysore Palace By N. E. Sjoman, Journal of the Royal Asiatic Society, Third Series, Vol. 8, No. 1 Apr., 1998).












3) Perché l'idea, emersa chiaramente da alcuni interventi che il fare yoga sia attività moralmente e/o spiritualmente più elevata del fare ginnastica mi pare bizzarra assai.
Per chi si interessa di yoga il praticare asana, mudra, kriya, nidhidhyanasana (il nome autentico della meditazione) non è né meglio né peggio del giocare a calcetto o del coltivare l'orto.


Si tratta di diversi percorsi che l'anima individuale intraprende prima di scoprire la sua vera natura e svelarsi Spazio nello Spazio, o dio in Dio.


La discussione, ripeto, mi è sembrata da subito surreale: per quale motivo alcuni praticanti di Ashtanga si sono sentiti in dovere di difendere il loro riferimento da chi lo definiva "grandissimo Maestro di Vyayama Vidya?


Hanno forse la coda di paglia? Sono forse in malafede?

Ci ho riflettuto a lungo.
E alla fine è emersa la mia naturale tendenza alla Pronoia: sono intimamente convinto che tutti gli esseri umani agiscano a fin di bene.
Certo si sbaglia, si prendono cantonate clamorose, ma in genere, e soprattutto nel mondo dello yoga, non credo proprio che esistano  praticanti in malafede.

Per cercare di comprendere i motivi di certe accuse e certe risposte stizzite sono riandato, con la memoria, a qualche anno fa.

Tra il 2006 e il 2012 sono stato istruito all'Advaita Vedanta secondo gli insegnamenti di Shankara Bhagavadpada.
Ero completamente assorbito nel mio ruolo di aspirante advaitin: mi portavo il Vivekacudamani e la Bhagavad gita anche al bagno.
Avevo quattro diverse traduzioni degli Yoga sutra e, non contento, ho cominciato a tradurmeli da solo.
Passavo le ore a meditare sul Ko'Ham/Na'Ham/So'Ham e sul Tat Tvam Asi.
Ero completamente preso.

Mi sono chiesto: cosa sarebbe accaduto all'epoca se qualcuno mi avesse detto che quello di Shankara non era Yoga?

Beh! sicuramente non mi sarei offeso, né avrei accusato altri di essere in malafede.
Avrei fatto di peggio: sarei entrato a gamba tesa (mi chiamavano Ryu no Kokyu il "bastonatore" all'epoca) e, come facevo spesso a quei tempi, mi sarei gettato nell'agone con il peso della mia vera o presunta erudizione  e dell'addestramento agli "onorevoli duelli filosofici" (i Tarka in cui si divertono tanto anche i lobsang tibetani) per dimostrare con perifrasi ad effetto e citazioni di questa o quella scrittura che quello di Shankara era il vero Yoga.

A ripensarci adesso mi vien da ridere: per quale motivo difendevo l'onore di Shankara?

Si tratta di uno dei più grandi yogin e poeti di tutti i tempi, una incarnazione di Shiva.
Veramente pensavo che avesse bisogno della "mia spada"?
Ovviamente si, lo pensavo, ero in buona fede, ma credo proprio che il mio scopo recondito non fosse difendere l'onore del maestro del maestro del mio maestro, ma qualcosa d'altro che ha a che vedere con il concetto di Autostima: più esaltavo il fondatore del "MIO" lignaggio, più ingrassavo il mio ego.




AUTOSTIMA Nei forum di yoga, nelle conferenze, nei libri si fa un gran parlare di dissoluzione o di sublimazione dell'Ego, di non attaccamento alle proprie opinioni e credenze, di distacco, ma inaspettatamente, prima o poi, escono fuori l'orgoglio di sé e la volontà di difendere la propria immagine e il proprio ruolo nell'universo mondo.


Non credo che sia colpa nostra, è che da quando siamo nati ci riempiono la testa con il mito dell'individualità.

Quante volte discutendo con altri praticanti di Yoga, vyayama o meditazione  vi siete trovati a parlare di distruzione dell'ego, conflitto tra io, es e super-io, lotta con l'egotismo... ?
In alcuni ambienti non si parla d'altro, ve lo assicuro.

Per alcuni l'ego diventa il male assoluto, altri, al contrario, hanno paura che le pratiche orientali possano minare la loro coscienza individuale, base, a loro dire , della persona.

Presi dalla foga del dibattito ci dimentichiamo che il concetto di individualità inalienabile non è mica tanto vecchio.
Anzi è piuttosto recente.



Non ce ne rendiamo conto perché siamo così attaccati alla "nostra esistenza individuale" da reputare l'attenzione morbosa che dedichiamo al "nostro spazio vitale", alla "nostra realizzazione nel lavoro", alla" nostra salute", alla "nostra persona", una condizione naturale dell'essere umano. 


Si è addirittura inventato il concetto di autostima, che per me è una cosa delirante: in pratica ci sarebbe un rapporto matematico  tra un "io ideale" e un "io percepito", più l'io percepito si avvicina all'io ideale e più sono felice. 

Se si allontana sono infelice.

Si organizzano addirittura dei corsi "per aumentare la propria autostima". 

Ma "siamo fuori"?
Sembra che l'essere umano passi il tempo a costruirsi dei modelli da imitare, dei modelli di comportamento, delle persone ideali cui assomigliare.
E il concetto di autostima è entrato così profondamente nella nostra testa da farci dimenticare che è una roba che non esisteva fino al secolo scorso:lo consideriamo  una verità ontologica, ma è una teoria moderna!



Il suo inventore fu lo psicologo americano Williams James, presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al 1895:


Prima di James gli esseri umani, salvo eccezioni, pensavano a vivere e a far vivere la propria famiglia e la propria comunità, non a crearsi modelli di comportamento.


Leonardo da Vinci disegna bene sin da bambino. I genitori lo mandano a bottega perché sviluppi il suo talento e ne faccia una professione:

non è che si è messo a pensare a Giotto come ad un'io ideale ed ha passato la vita a cercare di assomigliargli!


AHAMKARA

Credo che occuparsi di Yoga /o di Zen, o di Taoismo) senza abbandonare i nostri pregiudizi culturali sia solo uno sterile esercizio della mente, un giochino per tenerci impegnati.
Affrontare i testi di Shankara e Lao Tse o i discorsi di Shakyamuni con gli occhiali della psicologia moderna o della filosofia tedesca del XIX° secolo può essere divertente e gratificante, ma forse è inutile, o addirittura assurdo.
Come andare in montagna con le pinne e la muta da sub.

Non si possono, tradurre i termini sanscriti e cinesi riferiti, che so..., all'energia vitale con le parole di Freud o di Henry James, perché l'universo degli yogin e dei taoisti era "fisico", non mentale...


Ahamkara, ad esempio, il termine sanscrito che viene tradotto con "egotismo" o "individualità", per gli yogin è una realtà fisica, un organo, o parte di un organo, che ha la funzione di permettere la conoscenza della realtà: tutta la realtà racchiusa tra le vibrazioni A ed Ham, ovvero la prima e l'ultima sillaba dell'alfabeto, rese visibili dal fuoco/luce (Ra) e ricondotte al cuore (Ka, primo petalo del cakra del cuore e prima consonante dell'alfabeto). 


L'universo dello Yoga e del Tao è vibrazione, le energie mentali, le emozioni, i sentimenti si muovono esattamente come le onde del mare, i raggi del sole o il vento d'estate.

Molti di noi si occupano di psicologia  e credono di occuparsi di Yoga. 
Il che non è assolutamente un male, ci mancherebbe, i problemi nascono quando si confondono le due discipline.
Come se non bastasse di questi tempi si tende a chiamare "psicologia" un mucchio di roba pseudoscientifica, che sta Freud e Jung come la gassosa allo champagne.
Roba pericolosa, da affrontare con le scarpe rinforzate e i mutandoni della nonna....



Ma torniamo al "mito dell'individualità inalienabile".
Il concetto di individuo come persona umana è concetto moderno appartenente alla teologia, alla filosofia e alla giurisprudenza occidentali.
Nella nostra costituzione si parla chiaramente di sviluppo delle possibilità creative e produttive della persona umana.

L'uso dell'aggettivo qualitativo "umana" sta ad indicare la differenza che i legislatori riconoscevano tra Persona Umana e Persona Divina.

La Persona Umana è l'individuo, Paolo, Andrea, Roberta.
La Persona Divina è il Cristo.
Con il mutamento dell'organizzazione sociale, nel XVIII° secolo, la comunità è diventata "Società di Individui".

E' John Locke il primo a parlare compiutamente di Personal Identity e siamo nel 1694.



Prima di allora il concetto di individuo non esisteva.

Il Re non era un individuo, il Papa non era un individuo, e le famiglie erano organizzate in maniera diversa da oggi.

Possiamo intuirlo grazie alla sopravvivenza di alcune consuetudini:

io mi chiamo Paolo perché mio nonno si chiamava Paolo e suo nonno si chiamava Paolo.

Il sapere familiare si trasmetteva da nonno a nipote permettendo l'alternarsi di cicli di "conoscenza" rappresentati dalle generazioni.

Non c'era nessuna differenza tra i vari Paolo della famiglia.
Si trattava dello stesso "ente".


Il nome rappresentava qualcosa di più dell'individuo, e durava ben oltre i 40-50 anni di vita media di allora.

Con il pensiero filosofico e teologico legato al passaggio dal regime feudale alla società borghese si è applicato al singolo elemento della comunità lo stesso principio che si applicava prima al Cristo o, nella Grecia presocratica, ad Orfeo.




Il Cristianesimo in occidente si basa sulla "Trinitarietà":

Gesù è Persona Umana.
Cristo è Persona Divina.
Dio è l'Assoluto.
Allo stesso modo per gli orfici:

Orfeo era Persona Umana.
Dioniso era Persona Divina.
Zeus era l'Assoluto
.



ASMITA

Per individuo o persona umana si intende oggi un essere razionale dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità.
Una definizione non soddisfacente.
E se uno sviene e perde conoscenza (ovvero non è più cosciente) non è più una persona?
E se uno è scemo e non agisce razionalmente non è una persona?

Si è arrivati a definire l'individuo tramite un qualcosa di spirituale che lo anima e caratterizza al di là della dimostrazione di razionalità e coscienza di Sé.
Nella Filosofia Orientale  non c'è niente del genere, o meglio c'è, ma è collegato ad una "alterazione percettiva" dovuta all'ignoranza. 


Per questo che non riusciamo a capire come mai per Patanjali (yoga sutra) अस्मिता asmitā (egotismo, individualità, egoismo) sia contemporaneamente indicata come  causa di sofferenza (क्लेश kleśa) e come il più alto stato coscienziale raggiungibile con la pratica yogica, il samadhi sasmitā.


L'individualità, l'ego, nello yoga non esistono. Anzi non dovrebbero esistere

Le catene di insegnamento, i "lignaggi" sono la negazione dell'individualità:
 Shankara è GovindaGaudapadaPatanjali.... Shiva.
KrishnaVyasa e Rama "sono"Vishnu.


L'identità individuale, per lo yoga, il taoismo o lo zen, è solo un costume di scena, una maschera di cartapesta che cela il volto della Persona.

Se non prendiamo coscienza della differenza tra ciò che "è" e ciò che è causato, in noi, dalle sovrapposizioni culturali difficilmente potremmo comprendere la portata degli insegnamenti, per esempio, di Shankara, Buddha o Lao Tse.


Ciò che ci sembra connaturato alla nostra stessa esistenza, come il concetto di identità individuale inalienabile, è spesso frutto di teorie psicologiche e di  discussioni tra intellettuali.

Discussioni fatte tra menti acutissime, per carità, e teorie che hanno prodotto cambiamenti radicali nella società moderna, ma non si deve credere che questi concetti esposti da menti così raffinate, siano parte della nostra natura.

Il concetto di identità individuale, che ha condotto a notevoli progressi dal punto di vista sociale, ha finito per alimentare l'egotismo e la ricerca di piaceri e beni materiali.


La piccola volpe che si fa rincorrere e sbranare dai segugi per salvare la vita ai propri cuccioli non ha il senso dell'identità.
Segue la legge naturale.

Quanti sarebbero pronti a sacrificare la propria vita , oggi, per la propria famiglia o i propri figli? 
Chi lo fa viene chiamato o eroe o pazzo.
Un tempo era cosa naturale.

Il cercare di armonizzare una filosofia non duale come quella che sta alla base dello Yoga con il concetto di identità individuale è impresa improba.

Di solito confondiamo la realizzazione con con l'auto-soddisfazione.
Cerchiamo la realizzazione dell'ego e parliamo di realizzazione dell'Assoluto, finendo per confondere la soddisfazione dei nostri desideri, il nostro "sentirsi bene o a nostro agio", l'accrescersi della nostra "autostima" con il progresso (?) spirituale.



RICONOSCIMENTO

Tornando ai (pochi) praticanti di Ashtanga Yoga che si sono offesi per il mio articolo sulle differenze tra Vyayama e Yoga, mi viene da dire: difendevate, da umili discepoli, l'onore dei vostri maestri o cercavate di alimentare l'immagine che state cercando di dare al mondo di voi stessi e della vostra pratica?

Già l'umiltà...

L'uso frequente della parola umiltà che si fa nelle sale conferenze, nei forum filosofici, nelle classi di yoga (pure io ne faccio un uso abbastanza frequente) è la riprova delle tensioni egotiche che ci animano.

Affermare -"Io sono un umile praticante"- o -"Tu devi essere più umile"-  dal punto di vista dello yoga è una contraddizione in termini.


L'umiltà è una colorazione dell'ego.
Se Kashyapa si inginocchia di fronte alle parole di Buddha  non lo fa per umiltà, lo fa perché si tratta di un naturale riconoscimento.


Sensei Akira Matsui, uno dei miei insegnanti, grande attore di teatro Noh, diceva spesso che sapersi inginocchiare in seiza posando per tre volte la fronte a terra è cosa assai difficile per i praticanti non esperti.









martedì 7 marzo 2017

ASHTANGA YOGA NON È YOGA


Mi piace guardare i video delle sequenze di Ashtanga Yoga.
Su YouTube se ne trovano trovano moltissimi.
A volte sono lezioni di gruppo, alcune condotte da Patthabi Jois (il creatore dello Ashtanga Yoga) in persona.
Altre sono delle dimostrazioni di singoli insegnanti e praticanti.
Le sequenze (alcune assai impegnative) sono bellissime e i performer sono, solitamente, assai aitanti e muscolosi.
Penso che la grande diffusione che stanno avendo in occidente Ashtanga Yoga e derivati (Power Yoga, Acro Yoga ecc.) sia una buona cosa.
Anzi ottima.

Ma credo anche sia importante chiarire che non si tratta di "Yoga", ma di un'altra disciplina, chiamata dagli indiani Vyayama Vidia (sanscrito व्यायाम  विद्या  -  vyāyāma vidyā) o Yogya (sanscrito योग्य yogya).

Lo Yoga, così come ci è pervenuto dai Veda, dalle Upanishad, dai Purana e dai poemi epici indiani (Mahabaratha e Ramayana) è una disciplina che ha il fine di svelare al praticante la sua identità con l'Universo (Jagat) e con l'Essere Supremo (Parabrahman) attraverso una serie di processi di trasmutazione detti Samadhi.


In altre parole lo Yoga è la pratica del Samadhi, inteso come esperienza che trasforma mente, parola e corpo, e di conseguenza la realtà percepita fino a ciò che è definito Moksha, che si potrebbe tradurre con  Realizzazione, Illuminazione o "Liberazione dalla Catena delle Rinascite".


L'esperienza del Samadhi che, ripeto, è un potente strumento di trasformazione, si accompagna spesso all'insorgere di particolari abilità e poteri psichici, denominati Siddhi.


Gli strumenti per sperimentare il Samadhi, quando non insorge spontaneamente, sono vari: la pratica del Nyasa (localizzazione), i Mantra, le Mudra, la Meditazione sull'Ishtadevata (Divinità preferita), la Meditazione senza Seme ecc. ecc.


Si tratta di pratiche "alchemiche" che, come nell'alchimia occidentale, necessitano di un crogiolo (il corpo fisico), di ingredienti da mescolare e trasmutare (le energie sottili, le emozioni, i pensieri) ed un fuoco per riscaldare il tutto (ciò che viene  chiamato Energia Kundalini, o Shakti).


Il crogiolo è il corpo fisico in una delle posizioni (asana) fondamentali che, secondo lo Hathayoga Pradipika (il manuale fondamentale dello hatha Yoga) sono solo quattro:


Padmasana (fiore di loto con le gambe incrociate, Siddhasana (tallone sinistro sotto il perineo e piede destro sopra la gamba sinistra in modo che il tallone destro prema sulla clitoride o sul glande del pene), Baddhakonasana (o posizione del "Ciabattino", con le piante dei piedi in contatto tra di loro) e Shavasana (la postura del "Cadavere").


Le altre posizioni dello Yoga hanno altri scopi, ovvero:

1) sciogliere i nodi psicofisici per far circolare le energie sottili e permettere di assumere correttamente i quattro asana fondamentali in una condizione di piacevole rilassamento attivo definita Sukha.
2) Rendere forte, elastico e resistente il corpo del praticante per permettergli di sopportare le fatiche delle lunghe pratiche.
3) Curare il corpo fisico equilibrando gli squilibri energetici.

Per rendere forte ed elastico il corpo e per curare eventuali squilibri, lo Yogin antico faceva riferimento ad un'altra disciplina chiamata Vyayama.


Vyayama Vidya, che si potrebbe tradurre con Scienze Motorie o Educazione Fisica, è inizialmente una branca dell'Ayurveda simile negli scopi e nelle modalità, alla ginnastica medica e correttiva occidentale  e al Qi Gong Wai Dan Cinese.


Con il tempo (o forse da subito....), esattamente come è accaduto in Occidente e in Cina, gli esercizi terapeutici si sono mescolati da una parte alle tecniche preparatorie delle arti marziali  e dall'altra alle pratiche degli acrobati di strada dando vita alla ginnastica militare (da noi la sana ginnastica che si faceva un tempo nelle scuole) e alla ginnastica da esibizione (da noi la ginnastica artistica).


In pratica Vyayama Vidya riguarda sia il fitness (nel caso sia praticata da Yogin prende il nome di Yogya) che lo spettacolo.


Se lo Yoga è la pratica del samadhi e suo fine è Moksha, l'illuminazione, Vyayama Vidya è la pratica della ginnastica ed il suo fine sono la longevità e/o lo spettacolo.


Ciò non significa che uno Yogin non possa anche essere un bravo maestro di Ginnastica, anzi.

 Yogi Buaji, ad esempio,  ordinato Swami da Shivananda, da buon lottatore era anche  un esperto insegnante di  ginnastica, Swami Vivekananda, allievo di Paramhansa  Ramakrishna, era un notevolissimo atleta (canottaggio e ginnastica artistica), ma non bisogna dimenticare  che si tratta di due discipline diverse.

Nello Ashtanga Yoga di Patthabi Jois non si parla di energie sottili se non in maniera superficiale, non si praticano mantra (a parte l'invocazione a Patanjali), non si parla di stati di coscienza dell'essere (Visva, Taijasa, Prajna), non si parla di scioglimento dei Granthi o di Manolaya,  non si parla di samadhi savikalpa o nirvikalpa...in pratica non si parla di tutto ciò che, secondo i testi antichi, è specificamente Yoga.





Patthabi Jois è un grande, anzi un grandissimo maestro di ginnastica (e si dice fosse anche un grande, grandissimo uomo) che non ha mai parlato del metodo da lui inventato sulla base del lavoro di Krishnamacharya, come di una via per l'illuminazione o per la risoluzione della catene delle rinascite.

Nè, a quanto  ricordo, ne hanno parlato Ijengar e Krishnamacharya.

Il pubblico occidentale non è abituato alle sottigliezze della cultura indiana, per cui chiamare Yoga  la Vyayama Vidya non mi pare certo un errore da penna rossa, ma secondo me gli insegnanti ed i maestri di yoga dovrebbero spiegar bene ai loro allievi che si tratta di due discipline diverse, come due viaggiatori che possono condividere per un tratto la medesima strada, ma hanno una meta diversa.


Vyayama Vidya, la Ginnastica Indiana, è la via per la longevità.


Lo Yoga, nelle sue quattro  vie (Bhakti, Karma, Jnana e via "diretta")  è il sentiero per la Liberazione dall'ansia di incompiutezza che tortura l'Essere umano, svelando la divinità che risiede in noi.








giovedì 23 febbraio 2017

SHAMATHA, L'OBLIO E GLI OTTO RIMEDI DEL BUDDHA




Shamatha
(शमथ śamatha), Scinè e Rujing sono parole che in Sanscrito, in tibetano e in cinese indicano la stessa cosa: uno stato psicofisico di piacevole  rilassamento attivo, nel  quale immergersi prima di praticare lo Yoga o le tecniche psicofisiche cinesi (Qi Gong Nei dan e Taiji Quan, per esempio).
In genere nelle scuole di Yoga se ne parla poco, e se qualche allievo zelante ne chiede notizie si risponde con il sorriso buddhico d'ordinanza (che non fa mai male) o con dei gran giri di parole vuote.
La ragione del silenzio che circonda Shanmatha è semplice assai:  parlarne con chiarezza  significherebbe rischiare di urtare la sensibilità di molti praticanti, e di vedere, ahimè, ridotto drasticamente il numero di allievi.

Descrivere Shamatha a parole è difficile. Qualcuno lo traduce con  Quiete, altri con Silenzio Interiore.
Gli Hathayogin usano al suo posto la parola Sukha ("piacere", "delizia" ), ma la triste verità è che Shamatha si può solo sperimentare e se non lo si sperimenta non otterremo nessun risultato dalla pratica.
Hai voglia te, ad annodarti le gambe e passare le ore a testa in giù.
Hai voglia a chiuderti le narici una alla volta e trattenere il fiato.
Hai voglia a ripetere diecimila volte un mantra o a passare le ore ad ascoltare il flusso dei pensieri!
Se non pratico nello stato di  Shamatha  non otterrò un fico secco, a parte qualche generico benefico effetto sul corpo e sulla psiche che arriverebbe anche se ballassi il Mambo o giocassi a freccette con costanza.

La ritrosia  di molti maestri ed insegnanti a parlare di Shamatha ha portato ad una proliferazione di "illuminati": essendo infatti una condizione non rarissima ma nemmeno comune, chi la sperimenta senza mai averne sentito parlare la identifica con la Realizzazione di cui parlano i testi antichi e, in buona fede, immagina di essere un grande Guru, un santo o un Unto dal signore.
Un fenomeno non recentissimo, tanto è vero che persino Milarepa, il grande yogin tibetano, metteva in guardia contro le illusioni realizzazioni: " Se ti fermi allo stagno di Shamatha non vedrai mai sbocciare il fiore di Vipassana"



Non si può raccontare a parole cosa sia Shamatha, però i buddhisti  ci danno una mano indicando una serie di ostacoli da superare (per sperimentare Shamatha)  e i metodi con cui superarli.

Parlano di cinque ostacoli principali:


1) Pigrizia.

2) Oblio.

3) Torpore e agitazione mentale.

4) Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o impedimenti fisici.

5) Eccesso di disciplina, ovvero la  rigidità e la "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".



La pigrizia è abbastanza facile da riconoscere.

Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di asana.

I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello.

Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...



L'oblio ,nella pratica dello yoga, è più difficile da inquadrare.
E' un fenomeno stravagante.
Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Alcuni ne parlano come di una necessità (Gli dedica un paio di pagine anche Borges nell'Aleph)

Le esperienze di cui sto parlando fanno parte del percorso dello yogin e  sono dovute allo scioglimenti di determinati blocchi o contenuti psichici.

A volte la risoluzione dei contenuti psichici (ottenibile con i mantra, con gli asana, con la meditazione o con l'uso di particolari sostanze chimiche) è definitiva.

Più di frequente è una condizione temporanea.

Esempio: faccio un periodo di ritiro o uno stage intensivo e percepisco lo scioglimento dei nodi come fenomeno psico-fisico. Un'esperienza assai forte, una vera e propria intrusione del Divino nella vita quotidiana.

Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica.

In poco tempo torno a vivere iin uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice.




Il torpore e l'agitazione mentale sono gli stati che ci dominano prima e dopo l'oblio.




L'incapacità di applicare i rimedi è dovuta  più che all'ignoranza ,alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.

I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso,  e chi ce lo fa fare di Morire in piedi? Mica siamo scemi!


E così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisici, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.

L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare.


Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento.
Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera  pratica dello yoga, che consiste nel  lasciarsi andare,nell'arrendersi.


I rimedi , le maniera per superare questi ostacoli si possono riassumere in  8 categorie:




1) La Fede-fiducia, ovvero la consapevolezza di esistere e  di non vivere in quello stato che ci spetterebbe per la nostra dignità di esseri umani unita alla fiducia nelle parole di chi, come Buddha Shakyamuni, Lao Tzu o Milarepa afferma sia possibile uscire dall'ansia di incompiutezza che ci affligge

2)L'Aspirazione alla Realizzazione, ovvero il desiderio di realizzare  quello stato di cui hanno raccontato Buddha, Lao Tzu od altri.

3) L'Entusiasmo, ovvero la gioia del praticare, l'amore per il "lavoro" e la condivisione con gli altri.

4))La Flessibilità, ovvero l'elasticità di corpo e mente, l'imparare che , Mente, Parola e Corpo sono una cosa sola e che , una volta messa a fuoco l'aspirazione alla realizzazione, si fanno docili strumenti nelle nostre mani.

5) Il Ricordo di Sé, ovvero l'elaborare una serie di tecniche fisiche o psichiche per riportare la mente a quegli stati vissuti in certi momenti della pratica.
La ritualizzazione della pratica degli asana, della meditazione, della recitazione dei mantra.
La creazione, seppur per pochi istanti, di uno spazio sacro in cui ritrovare la propria natura, la propria essenza.

6) L'Introspezione, la capacità di analizzare i propri pensieri,  di leggere le vere motivazioni delle nostre azioni riconoscendo nelle nostre "emozioni negative" (rabbia, invidia ecc.) ciò che ci impedisce di lasciar riposare la mente nel suo stato naturale e insieme ciò che ci identifica come persone.
(Basterebbero  pochi minuti al giorno, pochi attimi di riflessione e di osservazione delle proprie pulsioni, desideri, paure e di come questi siano le sorgenti del nostro agire)

7) La Conoscenza dei metodi per allontanare gli ostacoli e la capacità/possibilità di applicarli (in altre parole bisogna studiare i testi tradizionali....)


8) La Stabilità: ovvero, una volta sperimentato Shamatha, il riconoscere lo stato meditativo e il tentare di riportarlo nella vita quotidiana, così come si riconosce quel particolare stato di rilassamento attivo che ci permettere di assumere posizioni particolari senza rigidità e senza sforzo.




I rimedi, se applicati costantemente condurrebbero alla stabilizzazione di Shamatha, alla vera pratica e, quindi allo sviluppo di una serie di poteri che possiamo definire come:



1) il Potere dell'Ascolto.

2) Il Potere della Contemplazione.

3) Il Potere della Presenza.

4)Il Potere dell'Auto-osservazione (esperienza del testimone)

5) Il Potere della Gioia che implica, per i buddhisti la capacità di dedicare la pratica al bene di tutti gli esseri senzienti.

6) il Potere della Familiarità, ovvero il prendere confidenza con certi stati psico fisici fino all'ottenimento dello stato  definito non dualità.






Se si esaminano uno per uno i cinque ostacoli sarà facile riconoscerli negli atteggiamenti che, in varie fasi del nostro percorso abbiamo assunto o assumono i nostri compagni di viaggio.


L'Oblio, che coglie coloro  hanno condiviso con noi certe esperienze, è, per me il più doloroso.

Lo yoga, per come lo intendo io, è amore, amore che nulla pretende, dialogo tra cuore e cuore .

Quando si innesta la dinamica dell'Incontro, dell'accordo armonico tra coscienze, si trasfigurano il volto e il corpo. Si trasformano lo spazio e il tempo

L'ego si annichilisce nell'ansia di unirsi all'amato, colui (colei) che sta condividendo con noi l'Esperienza.

Esperienza con la E maiuscola, l'esperienza della trasmutazione.
Il Fuoco divino sopito in noi, viene risvegliato ed è luce e calore.
E' un fuoco sacro che va alimentato con moderazione.
Se divampasse, raccontano le storie antiche, si rischierebbe di bruciare e risolversi gli uni negli altri, di svanire prima del tempo.
Se lo si trascurasse si spegnerebbe, lasciandoci, nel tempo, solo un vago ricordo, come un sogno sognato in un sogno.

Dei cinque ostacoli di cui parla il buddhismo mahayana
 ( 1) Pigrizia. 2) Oblio. 3) Torpore e agitazione mentale. 4) L'incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o altro. 5) L'eccesso di disciplina)

Ne riconosco, in me solo quattro.
In certi momenti sono stato pigro, in altri la mia mente è caduta in uno stato di incontenibile agitazione, un ansia incomprensibile.

Un paio di volte mi sono trovato solo a dover affrontare certi stati di alterazione percettiva senza saper come controllarli, come ritrovare quella parvenza di normalità che permette di sopravvivere in un mondo che lascia pochi spazi all'intrusione del divino nella vita quotidiana.

Altre ancora mi sono auto imposto, sconsideratamente, regole troppo dure e quel che è peggio ho cercato di imporle a chi viveva con me.

Ma l'oblio, mi pare proprio che non mi appartenga.

Ricordo di aver sentito   la mia vita come fosse scissa, in maniera quasi schizofrenica, tra sogno e veglia, e ricordo di aver vissuto la creazione di un ponte tra le due diverse sponde, con stati psichici e fisici di cui solo dopo avrei letto sui libri, istanti in cui , per magia, gesti divini e danze sconosciute scuotono il corpo e si sa senza sapere.

Lo yoga è il tentativo di  integrare quelli stati nella vita di tutti i giorni e di rendere fermo e stabile il ricordo di quegli istanti

L'esperienza del Bello è effimera, come la goccia di rugiada che si fa perla al sole del mattino e  insolita, come il fiore che nasce sullo scoglio.
Va integrata nella vita di tutti giorni.
Rimanere in quello stato di quieta leggerezza chiamata Shamatha spesso si fa limite.
Ci si sente scemi. Non si ha voglia né di andare avanti né di tornare a terra.
La foglia che danza verso terra o l'onda del mare ci rapiscono e ci si fa foglia e onda.
Ci si sente soli, a volte, ma talvolta accade, per magia, che altri si trovino con noi nell'attimo in cui i due mondi si uniscono e le due luci si fondono nei colori antichi del crepuscolo.

E allora i loro occhi sono i miei occhi, il loro cuore è la mia musica, io sono loro.

Se si vive sul ponte di prima dell'inizio, a metà strada tra il sogno e la veglia, senza la gioia dell'Incontro che senso avrebbe continuare a parlare, discutere, studiare, insegnare?
La bellezza è effimera e insolita. La bellezza è una modalità che corpo e mente possono imparare.

In molti gli istanti di bellezza, l'unione dei cuori, il darsi senza nulla pretendere, vengono, giustamente, per sopravvivere, presi e assorbiti
E dimenticati. L'oblio è come la neve, stempera suoni e colori.
 Chi non è capace di oblio, nel riconoscere nello sguardo altrui il crepuscolo che inghiotte e protegge,  sente , a volte, nascere in sé dolore e nostalgia.


La nostalgia del cielo.

sabato 4 febbraio 2017

IN-UTILITÀ DELLA MEDITAZIONE





A che serve la meditazione?
Si è vero, scimmiottando i monaci zen si dice spesso che non serve a niente, anzi che non deve servire a niente, ma una finalità la dovrà pure avere, altrimenti tutti coloro che si iscrivono ad un corso di meditazione, o acquistano un manuale di meditazione dovrebbero essere dei deficienti.
Se spilucchiamo un po' trai testi di yoga, Yoga Sutra ad esempio, si scopre che prima di meditare bisogna purificare una roba detta चित्त citta, oppure che meditare è lo stato in cui चित्त citta è purificata.

Volendo sapere a che serve la meditazione, il primo passo sarà, ovviamente, scoprire cosa significa citta.
Usualmente viene tradotto con "mente", ma visto che io preferisco trovare i significati da solo ( non perché non mi fidi, per carità, ma perché cercare di capire una cosa da soli può essere un buon metodo per allontanarsi dal pericolo dei luoghi comuni) sono andato sul vocabolario a controllare.
Una mossa che non è stata di grande aiuto.
Ho scoperto infatti che Citta infatti vuol dire un sacco di cose, troppe per i miei gusti: scopo, desiderio, intelligenza, conoscenza, cuore, memoria ecc.ecc.
Allargando la ricerca alle parole composte, però, credo di aver trovato il bandolo della matassa:
cittacaura (si pronuncia cittaciaura) nel linguaggio comune significa "amante", anzi l'amata/o, o "ladro (caura) del cuore (citta)".



Bene.
Adesso è più chiaro: citta, forse, è l'insieme delle facoltà che chiamiamo pensare, volere, sentire...
Se mi innamoro citta, viene rapito (ah. piccola parentesi: le parole sanscrite con la A finale ho scoperto che sono maschili, Citta è neutro ma per consuetudine le parole neutre con la A, come asana si considerano maschili) completamente dall'amata/o.
In altre parole tutte le mie energie sono concentrate sull'oggetto del mio amore.
Ok. non abbiamo ancora capito cosa è la meditazione, e a che cosa serve, ma visto che è uno stato collegato alla "PURIFICAZIONE DI CITTA" possiamo dire che CONCENTRARE CITTA su un oggetto NON è meditazione.
Ovvero se mi concentro su un punto, un disegno, una statua, un mantra, un processo fisico (come la respirazione, ad esempio) non sto meditando, mi sto "concentrando"
La concentrazione nello yoga viene chiamata धारणा dhāraṇā, che è una tecnica che "precede la meditazione".
Se mi "concentro" proietto all'esterno o nel mio corpo fisico tutta la mia attenzione, ovvero tutte le facoltà che abbiamo chiamato pensare, volere, sentire...
Meditare quindi deve essere qualcosa che NON HA a che fare con la proiezione di quelle facoltà.
Ma che cavolo è allora?
Vediamo... Qual'è quello stato, sperimentabile da tutti noi, in cui, pur essendo vivo e vegeto, non faccio uso delle normali facoltà del pensare, del volere e del sentire?
Ovvio, il Sonno Profondo!
Quando dormiamo senza sogni noi non proiettiamo niente, siamo vivi, ma non ne abbiamo coscienza.
E allora per caso, la meditazione non sarà il sonno profondo?
Se così fosse per quale motivo dovremmo imparare a meditare?
Basterebbe andare a letto. Giusto?
Evidentemente non è così, ci deve essere qualcosa in più.
Ma il sonno profondo può essere una chiave per cominciare a capire cosa si fa quando si medita veramente.
Io dormo.
Sono in camera mia, nel mio letto eppure è come se non ci fossi.
Diciamo che sono contemporaneamente nel letto e da qualche altra parte, di cui non conserverò nessun ricordo quando mi sveglio.
Ecco! La meditazione è essere in quella "qualche altra parte" da svegli....
A questo punto conviene parlare delle definizioni di VIRTUALE e REALE.
Virtuale è ciò che è apparenza fenomenica, ovvero tutto quello che "ora c'è" e "ora non c'è", quello che cambia nel tempo e nello spazio, insomma.
Reale è invece quello che non muta, che resta costante nel tempo e nello spazio.
In sostanza possiamo definire virtuale tutto ciò che ha coordinate spaziali e temporali.
Per capire basta vedere gli oggetti come eventi: una sedia di legno è una sedia di legno, ma dieci anni fa era un albero, venti anni fa era un seme e tra cent'anni sarà segatura.
La sedia è una sedia ed è "qui" solo per me che la sto osservando adesso.
Ma se l'avessi osservata quarant'anni fa sarebbe stata, magari, un albero in Norvegia.
Mi pare abbastanza logico.
Ma torniamo al sonno.
Sono stanco, mi addormento, sogno e poi la coscienza se ne va da qualche parte.
Al risveglio "se tutto è andato bene" mi sento riposato e pieno di energie.
Evidentemente è successo qualcosa.
Devo aver attinto energia da "qualche parte".
Da una "SORGENTE" di qualche genere.
Non sarà che la meditazione sia un mezzo per attingere coscientemente energia da questa "SORGENTE"?



Se così fosse bisognerebbe pensare alla possibilità che meditando si debba entrare in un territorio assai strano, senza coordinate di spazio e di tempo, nel quale si trova una Sorgente inesauribile, la Fonte della Vita.
Domanda: ma perché dobbiamo utilizzare delle tecniche per bere ad una Fonte alla quale siamo connessi naturalmente?
Evidentemente c'è qualcosa o qualcuno che nelle condizioni ordinarie ci impedisce di bere.
Se ritorniamo un attimo al discorso di cittacaura, ladro del cuore, potremmo dire che una delle cose che impediscono di accedere alla Sorgente è il nostro essere "rapiti" dagli oggetti esterni, ovvero dalla realtà VIRTUALE.
Il pretendere che questi oggetti virtuali siano Reali, ovvero che non dipendano dalle coordinate spazio-temporali, è quello che nello yoga si chiama ATTACCAMENTO.
L'attaccamento genera sofferenza.
Ovviamente.
Un oggetto è un'evento.
Muta forma nel tempo e nello spazio.
Se arrivo a credere che la mia felicità sia legata alla forma dell'oggetto, non potrò che rimanere deluso.
Ricapitoliamo:
1) Meditare serve a connettersi consapevolmente con la Fonte della Vita alla quale abbiamo (dovremmo avere....) accesso naturalmente durante il sonno profondo.
2)Il territorio in cui si trova la Fonte della Vita non ha coordinate spazio-temporali o, comunque, ha coordinate spazio-temporali diverse da quelle ordinarie.
3) Questo territorio è Reale mentre ciò che definiamo vita quotidiana è Virtuale (perché muta al variare del punto di vista, non perché non esista in sé)
Adesso rimane solo da chiarire come si fa ad eliminare quel qualcosa o qualcuno che ci impedisce un accesso costante e consapevole alla Fonte della Vita.
Lo yoga propone una serie di metodi: asana, sequenze,mantra, mudra, yantra.
Non so se ciò voglia dire che prima di meditare si debba per forza, che so, imparare a mettersi a testa in giù, ma credo, comunque, sia una indicazione di cui tener conto.

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