sabato 19 settembre 2020

CARL GUSTAV JUNG,PSICOLOGO ANTISEMITA E AGENTE DELLA CIA


Un mio Post su Facebook, nel quale ricordavo l'antisemitismo di Jung, la sua passione per Hitler e il suo essere stato, dopo il 1943 un agente dei segreti americani (OSS, dall'inizio degli anni '50 CIA) ha provocato reazioni di sorpresa e incredulità.
Si tratta di fatti noti da tempo, ma nella cultura che io definisco post new age caratterizzata da un manicheismo comprensibile e talvolta preoccupante, la genialità - perché nessuno mette in dubbio la genialità di Jung - non è compatibile con il nazismo e con l'appartenenza ai servizi segreti americani.

Nel caso del grande psichiatra/psicologo svizzero il rifiuto di accettare la verità storico nasce anche dal suo essere diventato, negli anni '60 e '70 un mito dell'intelligenzia di sinistra, che vedeva nella ricerca psicologica di Jung uno strumento per riappropriarsi dell'individuo, nel rispetto dello slogan, mutuato dal femminismo, "il Personale è Politico".

Chiunque si occupava di inconscio, di traumi infantili, di arte e di spiritualità in quegli anni veniva arruolato, spesso suo malgrado, nella sinistra "radical chic".
Jung, decisamente antisemita, è autore di una serie di testi e di interviste in cui esalta senza pudore la sua ammirazione per Hitler, ed il suo riconoscerlo come un "avatar", "un essere in grado di rappresentare l'inconscio collettivo del popolo germanico finalmente in grado di esprimere la sua natura attraverso Wotan,il cacciatore selvaggio".

Già perché quando Jung parlava di "inconscio collettivo" non parlava, come credono molti, dell'inconscio collettivo dell'intera umanità, ma dell'inconscio collettivo di popoli ed etnie diverse.
I popoli germanici erano più "potenti" secondo lui, perché il loro inconscio collettivo si incarnava nel terribile Wotan cacciatore, i popoli mediterranei erano "molli" perché il loro inconscio collettivo si incarnava in Gesù/Dioniso, mentre l'inconscio collettivo degli ebrei, essendo senza terra - quindi senza radici - da migliaia di anni era più debole e ciò avrebbe condotto gli ebrei a sviluppare una serie di doti, dalla furbizia alla capacità di mercanteggiare, che dovevano sopperire alla loro mancanza di radici.

Secondo me si tratta di sciocchezze, ma bisogna considerare che erano in linea con la cultura main stream dell'epoca.

Jung era un antisemita convinto e adorava Hitler. Questo non significa che non fosse un genio - a parte le sciocchezze sull'inconscio collettivo degli ebrei - come geni erano Von Braun, Heidegger, Celine ed altri nazisti e antisemiti.
Il fatto, ripeto acclarato, viene giudicato incredibile solo in virtù delle credenze della new age che lega le abilità, il genio e le doti artistiche alle qualità umane, all'amore per il prossimo, all'empatia ecc. ecc.

Ho avuto la fortuna, anni fa, di lavorare con un famoso direttore d'orchestra che era - forse è ancora - una persona detestabile: arrogante, maschilista, grezzo e volgare, ma una volta che si è messo al pianoforte per suonare, mi pare,un brano della traviata mi sono commosso, rasentava il sublime. Mio padre era gentile, rispettoso delle donne, incapace di insultare chiunque ma musicalmente era una frana.

Bisogna ammettere che l'ingenua credenza new age, mutuata dalla pseudo sinistra alternativa degli anni '70, che un artista o un genio debbano per forza di cose essere persone brave, buone, oneste, antirazziste, e politicamente corrette ha un suo fascino e, in un mondo ideale, probabilmente, una sua coerenza. Purtroppo la realtà è diversa dai sogni, e sarebbe auspicabile, che , almeno coloro che praticano Yoga inteso come ricerca delle leggi universali che muovono sia l'universo sia l'essere umano, cercassero di accettare la realtà così come è, senza tentare di modificarla per renderla più simile alle proprie credenze.

Di seguito troverete un capitolo del mio libro "Liberamente Schiavi" (edizioni Writeup Site, Roma 2019) dedicato a Jung e al suo pensiero su Hitler e gli ebrei.
In nota ci sono tutte le fonti.
Un sorriso,
P.


L'AGENTE 488


Il 3 febbraio 1943 il boss dello spionaggio alleato in Europa, David Bruce, riceve un messaggio cifrato proveniente da Berna. Il mittente è Allen Welsh Dulles, l’agente 110[1], futuro capo della CIA ed ideatore del progetto MKULTRA:

“L’agente 488 riferisce che Hitler si nasconde in un sotterraneo nella Prussia dell’Est e che chiunque voglia vederlo deve passare ai raggi X. 488 conosce bene i tratti psicopatici di Hitler e crede che adotterà le più disperate misure fino all’ultimo, ma non esclude che si suicidi. […] Occorre prestare la massima attenzione alle analisi di 488[…]”.

L’identità di 488 non è certo un mistero: se digitiamo su Google le parole “Office Strategic Service 488 Agent” otterremo in 0,41 secondi, 6.780.000 risultati. Lo spione era Carl Gustav Jung, il padre della teoria dell’inconscio collettivo, “il principe ereditario di Freud”, come lo definisce Deirdre Bair nella ponderosa biografia (900 pagine) che gli ha dedicato.

Il fondatore della “Psicologia Analitica”, è, dopo James Bond, l’agente segreto meno segreto della storia dell’umanità. La notizia che lo psicoterapeuta svizzero era una spia al soldo degli americani cominciò a circolare subito dopo la fine della Guerra, e non furono certo i suoi detrattori a far saltare la copertura, ma i suoi allievi, gli ex colleghi spioni e lui stesso.  Non sono certo un esperto di spionaggio, ma mi pare una prassi anomala. 

Perché si decise di svelare così presto l’identità di 488 esponendolo al rischio di ritorsioni da parte degli sconfitti? Risponderò con un’altra domanda: come mai Jung era in possesso di notizie così riservate e dettagliate sul nascondiglio e sullo stato di salute del Führer?[2] La risposta è assai semplice: Jung era una delle personalità culturalmente più influenti e stimate della Germania nazista e poteva vantare amicizie potenti nell’entourage di Hitler. Molto potenti. 

Nel 1942, tramite un collega psichiatra, alcuni alti ufficiali tedeschi, preoccupati per il comportamento sempre più irrazionale del Führer, gli chiesero di volare a Berlino per valutarne lo stato psichico. “Sperano in una diagnosi che convinca i vertici del partito a deporre Hitler e a finire una guerra che sanno di perdere[3]”, scrive Deirdre Blair. Jung declinò l’invito, ma l’episodio ci dà la misura della considerazione di cui Jung godeva nelle alte sfere naziste. La verità, ancor oggi sussurrata a malapena, è che il pensiero di Jung era perfettamente coerente con l’ideologia nazista[4]. In altre parole lo psicologo svizzero era nazista e decisamente antisemita. La decisione di svelare immediata-mente dopo la fine della seconda guerra mondiale il suo ruolo di collaboratore dei servizi segreti americani fa parte, molto probabilmente, del tentativo di stendere un velo pietoso sulle sue simpatie, evidenti, per Hitler e sulla collaborazione con il regime nazista.

Nel '33 Jung divenne presidente della “Internationale allgemeine arztliche Gesellschaft fuer Psycotherapie” e inizio a lavorare con Mathias Goering, cugino di Hermann Goering. Nello stesso anno, intervistato dallo psichiatra nazista Adolf Weizsaecker, suo allievo, rilascia questa dichiarazione (il grassetto è mio)[5]:

"Soprattutto oggi lo sviluppo e l'autorealizzazione dell'individuo sono necessari. Quando il singolo non conosce se stesso anche i movimenti collettivi mancano di chiarezza nelle loro mete. Soltanto l'autorealizzazione dell'individuo, che io considero il fine supremo della psicologia, può produrre in seno ad un movimento di massa portavoce e capi veramente responsabili. Come ha detto Hitler, di recente, un capo deve avere il coraggio di essere solo e di procedere per la sua strada. (...) Ciascun movimento, per una legge fisiologica ha sempre al suo vertice un capo. Egli è l'incarnazione della psiche della nazione. (...) Altrettanto naturale è che al di sotto del capo ci sia una élite, che nei secoli passati era costituita dall'aristocrazia. L'aristocrazia per sua natura crede nella legge del sangue e nel valore assoluto della razza

 

Nel 1936 dichiara all’Observer[6]:

 

"La politica tedesca non è fatta, è rivelata attraverso Hitler. Lui è la voce degli Dei...Hitler governa attraverso rivelazioni. Per questo la sensibilità esagerata dei tedeschi davanti alla critica o all'attacco al loro leader. È una blasfemia per essi, perché Hitler è il loro Oracolo”.

 

In un intervista rilasciata a H. R. Knickerbocker e pubblicata a New York nel gennaio del 1939 da Hearst International Cosmopolitan Jung sarà ancora più esplicito[7]:

 

"Hitler è un vaso spirituale, una semi-divinità; ancor meglio, un Mito. […] II potere di Hitler non è politico, è magico. […]  II segreto di Hitler non è che lui abbia un inconscio più pieno di pensieri e ricordi rispetto a quello degli altri uomini, ma il suo segreto si trova nel fatto che il suo inconscio ha uno straordinario accesso alla sua coscienza e che gli permette di dominarla e muoverla. […] È come un uomo che ascolti attentamente una sussurrante voce che arriva da una misteriosa fonte. Ed opera in accordo con essa. Noi abbiamo troppa razionalità per obbedirle. Ma Hitler l'ascolta ed obbedisce”.

 

Secondo Jung, Hitler non è un essere umano comune, ma un Avatar, incarnazione di Wotan (Odino) sulla Terra. Ha qualcosa in comune con Gesù e Dioniso e la sua venuta risveglierà la Nazione Germanica portando una ventata di distruzione che eliminerà ciò che al mondo è privo di radici, debole. Ma in seguito, secondo le teorie junghiane, lo spirito dionisiaco prenderà il sopravvento e l’umanità vivrà un lungo e florido periodo di pace. Solo recentemente gli psicologi di scuola junghiana si sono interrogati sul nazismo di Jung. Nel libro “Wotan e Mosé. Jung, Freud e l'antisemitismo”, edito da Vivarium nel 1997, gli autori, A. Maidenbaum e S.A. Martin, commentano gli interventi presentati nel corso della Conferenza Internazionale di New York del 1989 intitolata “Ombre sospese: junghiani, freudiani e l'antisemitismo”, e del Workshop su Jung e l'antisemitismo svoltosi in occasione dell'XI Convegno Internazionale della IAAP, nello stesso anno. Scrive Giorgio Antonelli nel suo commento al libro[8] (il grassetto è mio):

“La questione del potere viene diversamente valutata, insieme ad altre, da Andrew Samuels nel suo intervento che reca il titolo nazionalismo, psicologia nazionale e psicologia analitica. A partire da questo contributo ci troviamo in un terreno per il quale non viene più messa in discussione l'esistenza d'un antisemitismo di Jung. Jung fu antisemita e si tratta di affrontare la questione a partire da questa ammissione. Non è casuale che Samuels parli di esplorazione che è inoltre già di per sé un necessario atto di riparazione e che leghi lo sviluppo ulteriore della psicologia analitica a una elaborazione del lutto per Jung da parte degli psicologi analitici. Il che implica il confronto con quella che Samuels chiama la parte decadente e la parte degenerata della psicologia analitica. Una delle tesi sviluppate da questo autore è che Jung sia stato molto interessato alla questione della leadership e che va criticato nella misura in cui se ne servì per scopi non psicologici.

Samuels ricostruisce quest'ulteriore tranche dell'Ombra di Jung a partire dalla rottura con Freud (in cui giocò un ruolo ancora sottovalutato il desiderio di potere dello psicologo svizzero), la selezione dei suoi seguaci (in questo caso la tecnica adottata era quella di adularli e quindi legarli maggiormente a sé, sostenendo che egli non aveva discepoli e non voleva averne), il suo interesse per il Führer e, anche, l'essere a capo della professione terapeutica in Germania, un vantaggio, quest'ultimo, troppo grande perché Jung lo buttasse via. Il tutto improntato a un elitarismo che il fondatore della psicologia analitica ha anche teorizzato (la natura è aristocratica). Ma non è questo, il desiderio di potere, il punto che preme più a Samuels. Ciò che ha condotto Jung all'interno dello stesso quadro dell'ideologia nazista antisemita è stato il suo tentativo di istituire una psicologia delle nazioni. Il contributo di Samuels è rivolto soprattutto a sviscerare Jung come psicologo della nazione e a individuare gli errori in cui è scivolato per aver fatto degenerare la psicologia nazionale in tipologia. La tesi di Samuels è che le idee di nazione e di diversità nazionale formano un'interfaccia tra il fenomeno hitleriano e la psicologia analitica di Jung. La teorizzazione di Jung, la sua psicologia nazionale era minacciata dall'esistenza degli ebrei, questa strana nazione senza terra e quindi mancante, secondo Jung, di qualità ctonia, ovvero di una buona relazione con la terra”.


Jung era antisemita e la sua teoria della necessità dell’aristocrazia e dell’inconscio delle nazioni è perfetta-mente in linea con l’ideologia nazista. Appena Hitler arrivò al potere l’F.B.I. aprì un fascicolo su Jung, giudicato antisemita e simpatizzante del nazi-fascismo, e a Mary Bancroft, immagino, fu affidato sin dal 1934 il compito di “agganciarlo” dapprima come paziente, poi come allieva e infine, si mormora, come amante (la vita sessuale di Jung era piuttosto vivace e non disdegnava affatto le relazioni con le sue pazienti).

Nel suo libro, “Autobiografia di una spia” Bancroft, pur riconoscendo le grandi doti di terapeuta di Jung lo ritiene “un figlio di puttana” (“and then I’d sit down at the typewriter and write what a son of a bitch I thought he was”), un ciarlatano (“How when I first got to Europe everyone thought he was a charlatan, I thought he was, too.”) e l’uomo più presuntuoso e vanitoso che avesse mai conosciuto (“He was the most conceited, vain man”).

Nonostante i suoi giudizi non proprio positivi una volta tornata negli States Mary diventerà la profetessa del verbo junghiano, contribuendo non poco, anche grazie ai buoni uffici del suo amante, l’editore Henry Luce, alla diffusione degli scritti e degli insegnamenti di Jung. Finita la guerra il fascicolo dell’F.B.I. sulle tendenze naziste e antisemite dello psicologo svizzero fu distrutto per ordine, pare, del presidente Truman.

Che era successo? Proviamo a fare delle ipotesi:

1)     Il genio di Jung aveva completamente conquistato gli americani, facendo passare in secondo piano il suo passato nazista.

2)     Si era scoperto che le simpatie di Jung per Hitler ed il suo antisemitismo erano solo una facciata, dietro la quale lo psicologo agiva per salvare gli amici ebrei.

3)     Jung era uno degli scienziati implicati nella famigerata “Operazione Paperclip” o in un progetto analogo.

 

Potrei sbagliare, ovviamente, ma ritengo altamente improbabile che personaggi come Dulles e Bancroft, agenti segreti ad alti livelli, cinici e spietati come richiesto dal loro ruolo, si siano mai fatti affascinare da Jung o da altri. Per quanto riguarda la seconda ipotesi, cara a molti estimatori dello psicologo, mi sembra un tentativo di arrampicarsi sugli specchi. È vero che ha aiutato alcuni colleghi di religione ebraica, ma ha continuato imperterrito, anche dopo la guerra, a difendere le sue teorie dell’inconscio delle nazioni e sulla superiorità della “razza germanica” in quanto “giovane e barbarica” (N.B. l’aggettivo barbarico ha un connotato positivo per Jung). Ecco come si difende dalle accuse di antisemitismo in un’intervista del 1949[9](il grassetto è mio):

“Chiunque abbia letto uno qualsiasi dei miei libri non può avere dubbi sul fatto che io non sono mai stato filo-nazionalsocialista e tanto meno antigiudaico; non c'è citazione, traduzione o manipolazione tendenziosa di ciò che ho scritto che possa modificare la sostanza del mio punto di vista, che è lì stampato, per chiunque voglia conoscerlo. Quasi tutti questi brani sono stati in qualche misura manomessi, per malizia o per ignoranza. Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell'11 giugno: L'ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L'inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello giudaico. Guarda caso, se lette nel loro contesto queste frasi acquistano un significato esattamente contrario a quello attribuito a esse da questi "ricercatori". Sono state prese da un articolo intitolato Situazione attuale della psicoterapia. [...] Perché si possa giudicare il senso di queste frasi controverse, le leggerò per intero il paragrafo in cui ricorrono: "In virtù della loro civiltà, più del doppio antica della nostra, essi presentano una consapevolezza molto maggiore rispetto alle debolezze umane e ai lati dell'Ombra, e perciò sono sotto questo aspetto molto meno vulnerabili. Grazie all'esperienza ereditata dalla loro antichissima civiltà essi sono capaci di vivere, con piena coscienza, in benevola, amichevole e tollerante prossimità dei loro difetti, mentre noi siamo ancora troppo giovani per non nutrire qualche "illusione" su noi stessi… Il giudeo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà di circa tremila anni, possiede, come il cinese colto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi. Il giudeo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai, poiché tutti gli istinti e i suoi talenti presuppongono, per potersi sviluppare, un popolo che li ospiti, dotato di un grado più o meno elevato di civiltà. La religione giudaica nel suo insieme possiede perciò – per l'esperienza che me ne sono fatta – un inconscio che si può paragonare solo con alcune riserve a quello ariano. Eccezion fatta per alcuni individui creativi, possiamo dire che il giudeo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare ancora in sé le tensioni di un futuro non nato. L'inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello giudaico, il che costituisce al tempo stesso il vantaggio e lo svantaggio di una giovane età che non si è ancora completamente distaccata dall'elemento barbarico”.

 

Rimane la terza ipotesi (anche se, immagino, ve ne possa-no essere altre), quella del Progetto Paperclip o di qualcosa di analogo.

Operazione Paperclip. Team di Scienziati nazisti a Fort Bliss. Foto di “Pubblico Dominio" catalogata dalla N.A.S.A.

Paperclip era il nome in codice di un'operazione avviata dall'Office of Strategic Services, e portata avanti dalla CIA, che consisteva nel reclutamento di scienziati tedeschi dalla Germania nazista. Dal novembre 1945 ai primi anni ‘70, almeno 2.000 scienziati tedeschi e le rispettive famiglie vennero messi sotto protezione dal governo americano in cambio della loro collaborazione. In teoria dovevano essere coinvolti nel progetto solo gli scienziati che non fossero stati membri del partito nazista e non si fossero macchiati di gravi crimini di guerra. In pratica, un gruppo di agenti creato appositamente, il Joint Intelligence Objectives Agency, modificò i c.v. degli scienziati per permetterne il reclutamento. Le nuove identità degli scienziati venivano allegate ai fascicoli con delle graffette, da cui il nome dell'operazione, Paperclip (graffetta). I nomi di alcuni degli scienziati coinvolti nella vicenda si trovano anche su Wikipedia:

-          Alexander Lippisch.

-          Arthur Rudolph.

-          Erich Traub.

-          Gerhard Reisig.

-          Hans Antmann.

-          Hans Hollmann.

-          Hans Multhopp.

-          Hans von Ohain.

-          Hermann H. Kurzweg.

-          Hubertus Strughold.

-          Kurt Blome (riconosciuto criminale di guerra).

-          Kurt Tank.

-          Otto Hirschler.

-          Reinhard Gehlen, (anche lui criminale di guerra, Generalmajor della Wehrmacht ed esperto di intelligence).

-          Rudi Beichel.

-          Walter Dornberger.

-          Walter Schreiber.

-          Werner Rosinski.

-          Wernher von Braun.

I nomi dell’elenco, a parte quello di Wernher von Braun, risulteranno, ai più, perfetti sconosciuti, ma si tratta di esperti in armi missilistiche, chimiche e batteriologiche, ex agenti segreti e medici, che potevano fornire il loro aiuto nella guerra, che si diceva imminente, contro, il blocco socialista. E Jung? Anche ammesso che fosse inserito nell’Operazione Paperclip o in un progetto simile, come avrebbe potuto rendersi utile agli americani?

In due modi:

1)     Propaganda, ovvero tecniche di controllo mentale e manipolazione.

2)     Elaborazione di profili psicologici da utilizzare nelle operazioni di intelligence e nelle indagini di polizia.

 

Jung oltre a collaborare con Eisenhower in qualità di esperto di guerra psicologica per convincere i tedeschi alla resa, lavorò con gli americani come “Behavioral Profiler”. A dir la verità l’introduzione del “Mindhunter” nelle indagini di polizia risale agli anni ’60 quando

“Howard Teten, uno Special Agent dell’FBI con una lunga carriera alle spalle come detective della squadra omicidi nella Polizia di San Leandro, California, dopo aver messo a punto un approccio più sistematico alle tecniche di profiling, insieme a Pat Mullany, un altro Agente Speciale FBI esperto in Psicologia Criminale, crea il primo programma ufficiale di criminal profiling del Bureau. Con loro nasce in seno all’FBI la prima unità investigativa della storia creata con la mission ufficiale di occuparsi dell’analisi psicologica della scena del crimine […] la Behavioural Science Unit (BSU), la squadra dei cosiddetti “Mindhunters” (cacciatori di menti), che del criminal profiling moderno vanta la paternità storica e che ha ispirato molti film e serie televisive di successo, da “Il silenzio degli innocenti” a “Criminal Minds”[10];ma il precursore di tutti i Mindhunter fu senza dubbio l’Agente 488 dell’OSS, Carl Gustav Jung. Il “protocollo” messo a punto da Teten e Mullary partiva dalla conclusione, un ‘omicidio per esempio, e attraverso l’analisi della scena del Crimine cercava di ricostruire la personalità e quindi l’identità del criminale. Jung invece partendo dalla personalità dell’oggetto dell’indagine, attraverso l’analisi della, chiamiamola così, “scena del Crimine” (il Bunker di Hitler per esempio, o la Berlino del 1945) ne prevedeva le possibili mosse conclusive (Il suicidio di Hitler, per esempio), ma, seppur in senso invertito, le modalità di analisi erano le medesime. 



[1] Il testo del messaggio cifrato è tratto dal “Corriere della Sera” del 26.01.2004.

[2] Vedi Jung”, di Deirdre Bair. Edizioni Little Brown.

[3] Tratto da Jung”, di Deirdre Bair. Edizioni Little Brown.

[5] Tratto da “Jung Parla, interviste e incontri”, di W. Mcguirre, R.F.Hull. Edizioni Adelphi.

[6] Tratto da “Adolf Hitler, l’ultimo avatar”, di Miguel Serrano. Settimo Sigillo-Europa Lib. Ed.

[7] Tratto da “Adolf Hitler, l’ultimo avatar”, di Miguel Serrano. Settimo Sigillo-Europa Lib. Ed.

[9]Intervista a Jung”, Bullettin of the Analytical Psychology Club of New York, 1949.

[10] Tratto da: http://www.robertabruzzone.com/professione-profiler-di-roberta-bruzzone/ 

lunedì 14 settembre 2020

Yoghiadi 2020 - Riflessioni sul Rapporto tra Yoga e Sport

 


L’immagine che accompagna questo articolo è una illustrazione del Malla Purāṇa, “l’antico racconto dell’atleta”, conservato al Bhandarker Oriental Research Institute di Pune. Si tratta di una copia risalente al 1731 di un documento probabilmente antichissimo diviso in diciotto capitoli che descrivono con grande precisione la dieta, i rituali e le tecniche di allenamento degli atleti professionista dell’India antica.

In Occidente il Malla Purāṇa, a quanto ne sappiamo, non è mai stato pubblicato, e le prime notizie che lo riguardano si devono a Norman E. Sjoman - uno studioso canadese laureato in sanscrito all'Università di Pune, praticante di Yoga Iyengar - che ha avuto modo di studiarlo negli anni ’90 e ne ha riportato ampi stralci in un libro pubblicato in India nel 1996, “The Yoga Tradition of the Mysore Palace[1], dove parla delle affinità tra gli esercizi del Malla Purāṇa e lo Yoga moderno, citando il “Saluto al Sole” ed una serie di diciotto āsana (posture) praticati ancora oggi nelle scuole di Yoga, che sarebbero descritti nell’antico manuale.

Il “Purāṇa dell’Atleta” ci riserva sorprese che per noi che amiamo lo sport possono essere entusiasmanti: innanzitutto è un libro rivelato da Kṛṣṇa ad una jāti (“famiglia”, “clan”) di Brahmini, e quindi può essere considerato un testo sacro, ovvero apauruṣeya, parola sanscrita che significa “non di origine umana”; In secondo luogo la jāti che lo ha custodito gelosamente per secoli, tramandandolo di padre in figlio, è quella dei brahmini Jyesthimalla, famosi almeno dal medioevo come atleti, guardie del corpo e guerrieri[1]. Quella dei Jyesthimalla, è una tradizione vivente perché le loro palestre di ginnastica  e di lottasono ancora attive nel Gujarat, nel Rajastan a Mysore e a Hyderabad, nel Telangara. 

Visitare una delle palestre dei Jyestimalla può diventare una esperienza di grande valore formativo,  perché potremmo vedere dei brahmini (i custodi della tradizione spirituale) e degli yogin che si allenano secondo le tecniche antiche, mescolando tranquillamente i riti alle divinità, le posture dello Yoga, la meditazione, il malla-khamba (lo Yoga aereo), la ginnastica callistenica e dimostrando che lo sport e la ricerca spirituale  non sono, almeno nell'India tradizionale, due mondi separati, ma due vie, che possono incontrarsi e coincidere, finalizzate all'evoluzione dell'essere umano nella sua totalità: Corpo, Parola e Mente.



[1] Fonti:

-          Joseph S. Alter, "The sannyasi and the Indian wrestler: the anatomy of a relationship". American Ethnologist. 19 (2-May 1992). ISSN 0094-0496.

-          Joseph S.Alter, The Wrestler's Body: Identity and Ideology in North India. University of California Press.  (1992). ISBN 0-520-07697-4.


mercoledì 9 settembre 2020

LA NASCITA DELLA DEA

 


“Giacché le più strette furono riempite di fuoco non mescolato, e quelle seguenti di notte, ma in esse si immette una parte di fiamma; nel mezzo di queste è la Dea che tutto governa”

(Parmenide, frammento 12)

 

 

In India la Dea è ovunque. È attraverso le sue labbra che sussurriamo parole d’amore o lanciamo invettive. È con i suoi occhi che godiamo dello spettacolo del tramonto e dell’orrore delle battaglie. Ed è sua la pelle che freme al primo vento d’inverno o alla carezza dell’amante. Ogni tanto decide di presentarsi, in carne ed ossa, sul palcoscenico della creazione e, sotto i nostri sguardi attoniti, mette in scena lo spettacolo della Bellezza Pura. E allora non ce n’è per nessuno: anche il dio più potente o il demone più spaventoso, ridotti al ruolo di comparse, non possono far altro che mettersi da parte. Sono tutte per Lei le luci della ribalta, e ogni suo gesto, ogni sua parola, strappano applausi e grida di meraviglia al critico più esigente. Lei è la Vita, ma uomini e dei si dimenticano spesso di onorarla.

C’è da capirli: impariamo davvero a rispettare l’aria solo quando non c’è e, con le gambe che si piegano e la bocca spalancata, ci struggiamo nell’inutile ricordo del respiro. Potrebbe andarsene, la Dea, per farci provare l’angoscia dell’Assenza, ma per gioco, forse, o per amore, preferisce mostrarsi affinché, tra un pianto ed un sorriso, ci si possa rammentare di Lei e della nostra vera Natura.

La sua prima entrata in scena, come ci raccontano i Purāṇa, è memorabile. In un colpo solo distrugge le pie illusioni di Brahmā, il creatore, risveglia Kāma, dio del desiderio, e dona agli uomini la danza e la seduzione. Siamo nel Sandhya il crepuscolo che segue e precede i cicli cosmici e Brahmā, che allora aveva cinque teste e non quattro come si dice adesso, sta meditando assieme ai suoi figli: i veggenti, che avranno il compito di comprendere e testimoniare l’Universo, e i dieci “guardiani delle direzioni”. È così che il Demiurgo vuole ri-creare il mondo, sedendosi in quiete, in attesa che dalle profondità del suo essere emergano le ordinate e rassicuranti architetture sognate nella lunga notte di prima dell’inizio, ma Lei, la Dea, l’ordine e la tranquillità non riesce proprio a digerirli e decide di apparire, all’improvviso, nel quadro perfetto che sta prendendo forma. I Ṛṣi e i Guardiani si alzano stupiti, chiedendosi l’un l’altro chi sia la nuova venuta e Brahmā, svegliato dal mormorio, non crede ai suoi occhi: Uṣā, così si chiama la Dea nella forma della luce dell’Alba, ha il corpo flessuoso come quello di un serpente. Le gambe sono lunghe, snelle e forti come la lancia di Skanda, i seni sono freschi e pesanti insieme e i capezzoli dolci e morbidi paiono loti in boccio. I suoi capelli sono neri come l'ala del corvo e la curva delle sopracciglia, degna dell’arco di Kāma, accarezza due occhi scuri come la notte che mutano luce ad ogni istante, rendendola ora tigre ed ora gazzella. Brahmā non capisce. Si reimmerge nella meditazione, in cerca di un perché ed ecco arrivare, un giovane bellissimo con arco e frecce fiorite. È Kāma in persona, l’Antico dei Tempi, dimentico di sé dopo la lunga notte del Cosmo.  - “Chi sono, padre?” - chiede il nuovo arrivato, - “Sei il Desiderio” - risponde Brahmā - “il più potente dei Deva. Le tue frecce hanno il dono di portare alla follia uomini, demoni e dei. Invisibile, puoi colpire a tuo piacimento, con i tuoi dardi, chiunque vorrai e nessuno potrà resisterti - Kāma, non se lo fa ripetere due volte. Afferra l'arco e colpisce, ad uno ad uno, Brahmā, i Ṛṣi e la Dea. Fu così che nacque la Danza. Fu così che nacque la seduzione. Uṣā comincia a ballare e mille e mille perle di sudore, al primo raggio di sole, sbocciano sulle sua pelle dorata. Batte il tempo con i piedi e le mani dopo aver cercato il vento, le coprono gli occhi a fingere vergogna, poi si intrecciano in fiori e ghirlande, e il suo sguardo di tigre fa tremare Brahmā e i suoi figli. Ma è un attimo e subito, gazzella, li invita a seguirli in una danza che si vorrebbe infinita. È la Dea, Uṣā: nessuno può resisterle. In preda all’eccitazione, con le guance arrossate e gli occhi stravolti il Demiurgo, ansimando, si alza. Ma una risata, beffarda, lo raggela.

-"Ma che stai facendo Brahmuccio mio? ... Non è forse detto nei Veda che tua sorella sarà come tua madre e tua figlia come tua sorella? " È Śiva, lo yogin perfetto che, non visto, svolazzando nella posizione del loto è arrivato sul luogo dello spettacolo. Brahmā è turbato. Riesce a reprimere l'eccitazione, ma lo sforzo sovrumano (ovvio...è un dio!) si trasforma in un fiume di sudore nero e denso che scende sulla terra e si trasforma nelle "anime dei morti" e di “coloro che si cibano delle offerte dei morti”. È così che nasce la catena delle rinascite. È così che il mondo può essere ri-creato: non dalle ordinate architetture del Demiurgo, ma grazie al caso, alla Dea e al risveglio del desiderio.

Compresa la lezione della Dea Brahmā ripiombò nella sua estasi creativa. Dalle acque scure sorsero i Naga, che avrebbero insegnato lo hahayoga agli uomini, dal vento i Gandharva, musici divini, e le Apsaras, danzatrici e maestre delle Arti di Amore. E poi i popoli del Fuoco, della Terra e dello Spazio. Brahmā affidò ad uno dei suoi figli, Indra, la Città degli dei, e gli dette in moglie Indrāī, la bellissima regina degli Āsura. Tutto ormai era pronto per iniziare un nuovo ciclo cosmico. Anzi quasi: per completare la ri-creazione dell’Universo i signori della Nascita, della Vita e del Tempo (Brahmā, Viṣṇu e Śiva) devono esercitare, assieme, i tre poteri divini, Creazione, Protezione e Dissoluzione, e Śiva, il sublime asceta, convinto di bastare a se stesso, non voleva proprio saperne di trovare moglie e, come dicono le scritture, “senza la sua Śakti anche il dio più grande è privo di potenza creativa”.

Per dar vita ad un nuovo ciclo cosmico non sarebbero bastati l’impegno di Brahmā e della sua consorte, Sarasvatī, né la gioia che Viṣṇu e Lak, nata ridendo dall’Oceano di latte, riversavano su tutte le creature.

Era necessario che il Naarāja (così viene chiamato il Dio col tridente, Naarāja, Re della danza), unito alla sua sposa, dispiegasse il potere di dissoluzione e la conoscenza che ne deriva. La Natura è come un orchestra di musici eccelsi che, in attesa del maestro suonano ognuno per suo conto.

Le note, api impazzite si rincorrono in cielo, sbattono l’un l’altra e rimpiombano a terra, a litigarsi fiori inesistenti mutando il volo in un goffo saltellare. Improvviso il silenzio. Non c’è bisogno di guardare per sapere che “lui” è arrivato. Per tre volte la bacchetta colpisce il leggio, poi si alza e comincia a disegnare, nel vuoto, passi e tempi di una danza, antica e inaspettata insieme. Allora il brusio si fa bellezza, e nel vario dispiegarsi delle energie, si indovina una legge dimenticata ma non certo ignota: l’assonanza dei cuori e delle menti. Chi è stato innamorato anche solo una volta nella vita, sa di che si tratta.  La Natura dell’Universo, e dell’essere umano, è Ānanda, beatitudine suprema, ma per svelarla ci vuole un maestro che accordi gli strumenti e dia i tempi e i modi dell’Opera. È Amore il Maestro, l’amore che nulla pretende.

 

Per i Veda la Creazione si può comprendere grazie a due leggi matematiche accessibili anche ai bambini, la serie del Matra Meru o misura del Monte Meru, da noi serie di Fibonacci (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13…) e la serie del Vastu Mandala (mandala dell’universo) o della scacchiera, da noi serie della Morula (2, 4, 8, 16, 32, 64…).

Amore si trasmette con la legge del Due.

Uno non può niente, Due è l’inizio della vita. La paura di sciogliersi nell’altro porta a creare conflitti, a identificare l’oggetto amato nel nemico. Se nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia e, ai nostri tempi si ritiene sia invece l’individuo, per la Natura è la coppia.

La vera potenza dell’Amore si esprime quando ci si annulla l’un l’altro. Quando si riesce ad annichilire l’ego in un gruppo, poi, la potenza diviene inimmaginabile, sia nel bene che nel male. Il raggiungimento dello Stato Naturale, la Liberazione di cui parla il Tantra, non è roba difficile. Basta darsi all’altro (agli altri…) amando di un amore che nulla pretende. Ma come si fa in una società dove ci educano alla realizzazione individuale? Per non sentirsi schiacciati si schiacciano gli altri, per non sentirsi annullati si tenta di annullare gli altri.

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma la Paura. Paura di donarsi, paura di perdere quello che perderemo comunque prima o poi. Paura di vivere.  Possibile che Śiva, il Distruttore delle tre Città, avesse paura? Possibile che proprio lui, il Naarāja, avvezzo a intronare l’Universo con la sua danza selvaggia, tremasse all’idea di perdere l’oggetto del suo amore?

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