lunedì 7 dicembre 2020

IL MITO DELLA GHIANDOLA PINEALE

 

Nella cultura post new age la ghiandola pineale viene identificata con il terzo occhio delle divinità hindu e si ritiene che la sua “attivazione” porterebbe all’emergere di particolari poteri psichici ed alla cosiddetta “illuminazione”. Questa credenza, alimentata da una folta letteratura pseudoscientifica, nasce dalla errata interpretazione e dalla rielaborazione di teorie già ritenute infondate da Galeno[1] nel II secolo della nostra era. Galeno, riconosciuto come uno dei padri della medicina moderna, descrive la ghiandola pineale nel testo “De usu partium”, dove spiega, tra l’altro che il suo nome deriva dalla somiglianza, per forma e dimensioni, con un pinolo, e la riconosce come una delle ghiandole che, secondo le sue teorie, avevano la funzione di sostenere i vasi sanguigni. Prima di Galeno si credeva invece che la pineale regolasse il flusso dello “spirito”, ovvero ciò che oggi chiamiamo liquido cerebrospinale e che all’epoca si reputava essere una sostanza gassosa.










Ghiandola Pineale: Fonte: Fonte: Anatomography maintained by Life Science Databases (LSDB)

 

Con il tempo, a causa delle diverse valenze della parola spirito, creò l’equivoco della identificazione della pineale con il “Terzo Occhio” o, come affermava Cartesio, con la “sede dell’anima”; un equivoco generato dal fatto che in filosofia lo “Spirito” viene inteso come una “forza vitale distinta dalla materia e che tuttavia interagisce con essa[2] oppure come una “forma dell’essere radicalmente diversa dalla materia[3] talvolta identificata con “l’assoluto”, ovvero con l’insieme di ogni genere di manifestazione.




Galeno in una litografia di Pierre Roch Vigneron  (1789–1872). Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Galen_detail.jpgGaleno di Pergamo (Pergamo129[1] – Roma201 circa) è stato un medico greco antico, i cui punti di vista hanno dominato la medicina occidentale per tredici secoli, fino al Rinascimento, quando cominciarono lentamente e con grande cautela a essere messi in discussione, per esempio dall'opera di Vesalio. Dal suo nome deriva la galenica, l'arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

 

Gli attuali new ager interpretano la credenza antica che vedeva nell’epifisi l’organo che regola il “flusso dello spirito”, sulla base dell’identificazione dello spirito con l’assoluto - tipica dell’idealismo tedesco – continuando ad alimentare il mito della ghiandola pineale quale anello di congiunzione tra il mondo degli uomini e quello degli dei, un mito diffuso, come vedremo, alla fine del XIX secolo dalla Società Teosofica. Paradossalmente le teorie e le osservazioni dei medici antichi erano più in linea con le moderne neuroscienze delle concezioni dei teosofi e degli attuali new ager: già due secoli dopo Galeno, le sue teorie furono riprese e sviluppate dal vescovo Nemesio di Emesa (350 – 420 circa) che nel suo “De cogitazione e De memoria”, dopo aver affermato, come già Galeno, che la “regolazione dello spirito avveniva non grazie alla ghiandola pineale, ma tramite il “verme cerebellare”- ovvero la parte mediana del cervelletto – si spinse fino a teorizzare la cosiddetta “localizzazione ventricolare”, ovvero la corrispondenza di ogni parte del cervello ad una precisa facoltà, anticipando in un certo qual modo le scoperte degli scienziati moderni. In particolare, secondo Nemesio:

-         Al ventricolo anteriore sarebbe associata la facoltà dell’immaginazione;

-         Al ventricolo mediano sarebbe associata la ragione;

-         Al ventricolo posteriore la memoria.

Nel Medioevo divennero molto popolari le teorie del medico bizantino Qusta ibn Luqa (820-912) che riprendendo gli studi di Galeno e Nemesio non solo attribuì il compito della regolazione dello spirito/liquido cerebrospinale al verme cerebellare, ma mise appunto una specie di “tecnica operativa” per attivare a piacimento il flusso di coscienza piuttosto che il pensiero razionale. Secondo Qusta ibn Luqa coloro che volevano immergersi nella memoria guardavano in alto, in modo che la valvola del verme cerebellare si aprisse al flusso dei ricordi. Al contrario coloro che volevano attivare il pensiero razionale guardavano in basso allo scopo di chiudere il passaggio al flusso di coscienza e mantenere incontaminato lo “spirito della ragione”.

 

Qusta Ibn Luqa (Costa figlio di Luca). Portrait of Qusta ibn Luqa, famous arab mathematician and scientist”. Autore: Paolo Giovio (1483-1552). Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Qusta_ibn_Luqa#/media/File:Qusta_ibn_Luqa.jpg

Qualche secolo più tardi Mondino de’ Luzzi (1275 -1326) - docente di medicina dell’università di Bologna e primo scienziato occidentale a riprendere la pratica delle dissezioni del corpo umano iniziata da Erofilo nel III secolo a.C. e abbandonata durante l’era cristiana - chiamò il verme cerebellare “pinea”, e questo originò ulteriore confusione nei non addetti ai lavori, tanto che ancora oggi molti non conoscono né l’esatta posizione dell’epifisi nel cranio né le sue reali funzioni.

Nel XVI secolo l’anatomista Niccolò Massa (1489- 1569) scoprì che lo “spirito” che riempiva i ventricoli cerebrali secondo i medici antichi era in realtà un liquido, il liquido cerebrospinale, e il suo contemporaneo Andrea Vesalio (1514 -1564) ridimensionò l’importanza sia della pineale sia del verme cerebellare, dimostrando l’infondatezza delle teorie precedenti che riconoscevano nell’una o nell’altro delle valvole in grado di regolare il flusso di coscienza[4].

Il mito della pineale come sede dell’anima fiorisce pochi anni più tardi, con Cartesio. René Descartes (1596-1650) non era né un medico né un anatomista, ma, essenzialmente, un matematico. Ciò nonostante si avventurò nello studio del cervello umano in ben due trattati - “De homine” e “Le passioni dell’anima” - nei quali, mostrando una scarsissima conoscenza dell’anatomia, riprende delle tesi già considerate superate ai tempi di Galeno.

René Descartes (1596-1650): L’homme de René Descartes, et la formation du foetus…. Paris: Compagnie des Libraires, 1729. Fonte: McLeod - Historical Medical Books at the Claude Moore Health Sciences Library, University of Virginia; “L'interazione tra mente e corpo in due illustrazioni di Cartesio: nella prima gli stimoli esterni verrebbero trasmessi dagli organi sensoriali alla ghiandola pineale nel cervello, e in tal modo recepiti dallo spirito immateriale; quest'ultimo a sua volta, nel secondo disegno, impartisce un comando veicolato agli arti.

 

Scrive Cartesio ne “Le passioni dell’anima”, parte prima, articoli 31,32:

“[…] come si vede che questa ghiandola è la principale sede dell’anima. Mi sono convinto che l’anima non può avere in tutto il corpo altra localizzazione all’infuori di questa ghiandola, in cui esercita immediatamente le sue funzioni, perché ho osservato che tutte le altre parti del cervello sono doppie, a quel modo stesso che abbiamo due occhi, due mani, due orecchi, come infine, sono doppi tutti gli organi dei nostri sensi esterni. Ora, poiché abbiamo d’una cosa, in un certo momento, un solo e semplice pensiero, bisogna di necessità che ci sia qualche luogo in cui le due immagini provenienti dai due occhi, o altre duplici impressioni provenienti dallo stesso oggetto attraverso duplici gli organi duplici degli altri sensi, si possono unificare prima di giungere all’anima, in modo che non le siano rappresentati due oggetti invece di uno: e si può agevolmente concepire che queste immagini, o altre impressioni, si riuniscano in questa ghiandola per mezzo degli spiriti che riempiono le cavità del cervello; non c’è infatti nessun altro luogo del corpo dove esse possano essere così riunite, se la riunione non è avvenuta in questa ghiandola.”

 

René Descartes, Pineale. Fonte: https://philosophykitchen.com/wp-content/uploads/2015/12/Descartes-pineal.jpg

 

Per Cartesio il corpo umano è una macchina nella quale la ghiandola pineale, sede dell’anima, gestisce le facoltà della percezione, dell’immaginazione, della memoria e della motricità. Le sue supposizioni non si fondavano né su osservazioni sperimentali né sulle concezioni della sua epoca, ma su una serie di personali teorie assai fantasiose. La ghiandola pineale secondo Descartes sarebbe sospesa in mezzo ai ventricoli cerebrali e pullula di “spiriti animali”, dall’aspetto di un “vento molto fine” o di “una fiamma pura e vivace che gonfia i ventricoli”.

Nessuno scienziato serio prenderebbe in considerazione le bizzarre teorie di Cartesio, ma nel XIX secolo, sull’onda dell’Orientalismo e del diffondersi delle moderne “scienze esoteriche” alcuni filosofi e maestri spirituali ripresero la favola della “pineale sede dell’anima”. Cominciò a diffondersi la voce che l’epifisi fosse una reliquia filogenetica, ovvero i resti un terzo occhio dorsale che l’essere umano avrebbe perso nel corso dell’evoluzione e la maestra spirituale Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica - sovrapponendo questa errata credenza[5] alle fantasie di Cartesio - identificò proprio nella ghiandola pineale il “terzo occhio di Śiva”, l’organo della “visione spirituale” che, purtroppo “si era atrofizzato nell’uomo moderno, ma per fortuna poteva essere riattivato grazie alle pratiche dello yoga[6]”.

Rudolf Steiner, allievo di Blavatsky, sosteneva invece che la pineale fosse la reliquia filogenetica di un organo che avrebbe permesso ai Lemuriani, nostri progenitori, di discriminare il caldo dal freddo. I Lemuriani, nella concezione della Teosofia e dell’Antroposofia, sarebbero stati degli ermafroditi molto evoluti spiritualmente; provvisti di un corpo informe, bianco e molliccio che li rendeva incapaci di correre o camminare sulla terra, ma, in virtù dei loro poteri psichici sarebbero stati in grado di viaggiare con il corpo astrale nel tempo, nello spazio e nelle indefinite dimensioni di cui si compone l’Universo.

 

Elena Blavatsky, terza a destra della terza fila dal basso, al Convegno della Società Teosofica del Dicembre 1884. Fonte: https://www.blavatskyarchives.com/hpbphotos19.htm

 

Le teorie teosofiche e antroposofiche appaiono ai nostri occhi piuttosto bizzarre, come bizzarri possono apparire gli esercizi per attivare la pineale/Terzo Occhio proposti sia da Blavatsky sia da Steiner. Steiner, tra l’altro affermava che la “visione dei mondi superiori è ostacolata dalla volontà di riconoscerli dopo averli visti” per cui la prima bisognava comprendere l’esistenza di tali mondi attraverso il sano pensare”; sarebbe proprio il “sano pensare” a evocare “forze importanti dell’anima, le quali conducono alla veggenza”[7]. Tale veggenza, intesa come “visione degli archetipi spirituali”, sempre per Steiner, sarebbe accompagnata da suoni, percepibili tramite lo sviluppo di un analogo “orecchio sovransebile”, il Terzo Orecchio[8].

Non è ben chiaro cosa sia il “sano pensare” di cui parla il pensatore austriaco, ma viene quasi da supporre che si tratti di una forma di immaginazione creativa. Comunque sia grazie alla diffusione delle teorie di Steiner, della Blavatsky e di Annie Besant – personaggi che, nel bene e nel  male, hanno influenzato tutta la vita politica e culturale del ’900 - il mito della pineale si diffuse negli ambienti esoterici e nei salotti della ricca borghesia dell’epoca, e in seguito, come spesso accade in questi casi, per un effetto “di rimbalzo”, fu accolto anche in India, negli ambienti più vicini alla cultura occidentali, sovrapponendosi – e a volte sostituendosi- alle concezioni originarie dell’induismo e del buddhismo tantrico.



[1] Galeno di Pergamo (129 d.C.– 201d.C. circa) è stato un medico greco i cui studi hanno influenzato la medicina occidentale fino al Rinascimento. Dal suo nome deriva la galenica, l'arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

[2] M. Pancaldi, M. Trombino, Maurizio Villani, “Atlante della Filosofia: gli autori, le parole, le opere”. Hoepli editore, 2006.

[3] Op. Cit.

[4] A. Vesallus, “De Humani corporis fabricaLibri septem”, 1543.

[5] Una reliquia filogenetica è, per definizione, un organo corporeo che ha perso la sua funzione ed esiste ancora perché non sussiste una particolare esigenza della selezione naturale che porti alla sua scomparsa; dato che la ghiandola pineale ha un sua funzione, importantissima, nell’organismo umano, non può essere definita reliquia filogenetica.

[6] H.P. Blavatsky, “La Dottrina Segreta”, 1888.

[7] Rudolf Steiner, “Teosofia. Un’introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino dell’uomo”; traduzione italiana di Emmelina de Renzis, pagina 10; Carlo Aliprandi editore, Milano 1922.

[8] Rudolf Steiner, opera citata, pagina 46.

lunedì 26 ottobre 2020

IL MANTRA DI GURU RINPOCHE SANSCRITO "OPERATIVO"

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Il mantra di Guru Rinpoche è un esempio di quello che  definisco "Sanscrito Operativo", uno dei tre generi di sanscrito. So che molti dei miei amici sanscritisti storceranno il naso, ma ritengo ragionevole, sulla base della mia esperienza di yogin (pratico da quasi mezzo secolo) e nonostante la mia - scarsa - abilità con le lingue (nonostante i tredici anni di studio della lingua inglese, tra scuole primaria, secondaria e università sono ancora a livello di "the pen is on the table")supporre che  esistano tre diversi generi di sanscrito:
Il primo è il sanscrito dei sanscritisti che sanno destreggiarsi con abilità tra i tempi, i modi, la metrica e le  regole grammaticali a volte bizzarre della lingua in cui sono scritti i testi vedici e vedantici;

Il secondo è il sanscrito "lingua viva" parlato da credo 20.000 persone in tutto il mondo;

Il terzo è, appunto, il sanscrito operativo, nel quale ogni sillaba, a prescindere dal significato letterale di parole e frasi, ha una valenza pratica, nel senso che presuppone la conoscenza e la  prassi di determinai gesti,posture e visualizzazioni.

Il mantra di Guru Rinpoche, praticato nel tantrismo tibetano (sette Nygma e Kagyu, se non sbaglio) è un chiaro esempio di "sanscrito operativo".
  

Guru Rinpoche è "Padmasambhava", il maestro indiano che, assieme alla sua amante Yeshe Tsogyal, intorno al 700 d.C. avrebbe introdotto lo yoga indiano in Tibet.
Il suo mantra, essenza dell'insegnamento tantrico, è:

Oṃ Āḥ Hūṃ Vajra Guru Padma Siddhi Hūṃ.

Si tratta uno dei mantra più famosi del tantrismo buddista - su internet se ne trovano centinaia di versioni recitate e cantate da gente come Don Cherry e Allen Ginsberg - e racchiude in sé gli insegnamenti del maṇḍala e delle cinque famiglie mistiche

Per sperimentare appieno la potenza del Mantra di Guru Rinpoche occorre, prima di recitarlo, comprendere il significato di ogni sillaba e mettersi nella "giusta condizione" per praticare.

Oṃ Āḥ Hūṃ è il mantra della saggezza infinita e rappresenta le tre porte della conoscenza:

Mente (Canale centrale del corpo), Parola (Canale di destra/Sole) Corpo (Canale di sinistra/Luna) 

A loro volte Mente, Parola e Corpo sono legati alle tre energie fondamentali della manifestazione, ovvero:

jñāna śakti
kriyā śakti
icchā śakti.

Oṃ è la forma udibile dell'Assoluto, il seme di Brahma;

Āḥ o Ah, rappresenta l'insieme dei suoni vocalici, quelli inscritti nei sedici petali del loto della gola ovvero le quattordici vocali 

अ a
आ ā
इ i
ई ī
उ u
ऊ ū
ऋ ṛ
ॠ ṝ
ऌ ḷ
ॡ ḹ
ए e
ऐ ai
ओ o
औ au

più

अं aṃ e अः aḥ .

Le vocali simboleggiano  l'insieme delle potenze della manifestazione, mentre le consonanti sono il "veicolo" delle potenze.
il "Visarga " (emissione, orgasmo) aḥ, significa molto di più.

Nel sanscrito "operativo" le vocali principali sono tre: A, I ed U e
sono l'emblema delle tre potenze della divinità.

A sta per anuttara, "la Suprema".

I sta per icchā, "il Desiderio".

U sta unmeṣa, "l'Espansione".

Lo Yoga per il tantra è il "Riposo delle Potenze":

il riposo di anuttara è ānanda, la "Suprema Beatitudine".

Il riposo di icchā è īśāna, la "Luminosa Capacità Creatrice".

Il riposo di unmeṣa è ūrmi, "l'Onda".

La manifestazione, l'universo, nascono dal "riposo della divinità" ed è in questo riposo  che noi e le "diecimila cose" esistiamo.


Le altre vocali, che rappresentano la diversità del manifestato, si creano per l'urto o la reciproca penetrazione, delle tre potenze principali.

La E nasce dall'urto di A, Suprema beatitudine, e I, Desiderio e Luminosa capacità creatrice.

La O nasce dall'urto di A e U, Onda dell'espansione.

Poi vengono AI e AU.


Ma fino allo sviluppo di tutte le altre "lettere", la manifestazione resta allo stato potenziale racchiusa nel Bindu (punto) che rappresenta la aṃ.

L'individualità, l'autocoscienza sono il prodotto dell'unione di aṃ ed aḥ= aham = IO o IO SONO (AHAM ASMI).


La terza sillaba del mantra è Hūṃ.

Hūṃ ha molti significati, anche troppi:

हूं hūṃ è formato dalla
h ह्
unita alla
ū ऊ
compenetrate in un unico simbolo:
hū हू .

L'Anusvara, il puntino che i caratteri latini scriviamo  è messo in alto, sopra la sillaba.

Il puntino "in questo mantra", rappresenta la bodhi, "il seme - inteso come sperma - di Vajradhara", la conoscenza assoluta. illimitata, che si nasconde in ognuno di noi.

Il Suono Hūṃ si può leggere come unione del veicolo/mezzo (consonante H) che rappresenta il seme maschile ( śuklā che significa bianco e indica anche la saliva e il liquido cerebrospinale) e la conoscenza superiore/potenzialità creativa (la vocale U) che rappresenta l'ovulo femminile (rakta che significa rosso e indica anche il sangue mestruale, il colore, l'innamoramento, l'eccitazione).


Le prime tre sillabe del mantra di Padmasambhava, Oṃ Āḥ Hūṃ , rappresentano  la creazione ed il processo che "induce" nell'essere umano sia il principio dell'individualità (AHAM) che la possibilità di accedere all'illuminazione (BODHI come seme di Vajradhara).

Le altre sillabe disegnano un maṇḍala:

Vajra indica la famiglia mistica del Diamante, l'emozione negativa della RABBIA, il dhiani Buddha Akshobia, l'Acqua, il colore blu, l'EST.


Guru indica la famiglia del Gioiello (Ratna), l'emozione negativa dell'ORGOGLIO, il dhiani Buddha Ratnasambhava, la Terra, il colore giallo, il SUD.

Padma indica la famiglia del Loto, l'emozione negativa della PASSIONE/SENSO DELPOSSESSO , il dhiani Buddha Amithabha, il Fuoco, il colore rosso, l'OVEST.

Siddhi indica la famiglia del Doppio Vajra. l'emozione negativa dell'INVIDIA/GELOSIA, il dhiani Buddha Amogasiddhi, il Vento, il colore verde, il NORD.

Infine Hūṃ indica la famiglia della Ruota del Dharma, l'emozione negativa dell'IGNORANZA, il dhiani Buddha Vairochana, lo Spazio, il colore bianco, il CENTRO.


La rappresentazione simbolica del mantra rende lo schema più chiaro:

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Le tre figure in alto sono le tre potenze, o le " TRE PORTE", Corpo Parola mente, ovvero Oṃ, Āḥ, Hūṃ.



Poi in senso orario (,da sinistra a destra, ma dal basso in alto) abbiamo:
l'Acqua (Akshobia blu,la famiglia mistica della rabbia) ovvero VAJRA, l'Est;

la Terra (Ratnasambhava giallo, la famiglia mistica dell'orgoglio) ovvero GURU, il Sud;

il Fuoco (Amithabha, la famiglia mistica della Passione) ovvero PADMA, l'Ovest;

il Vento (Amogasiddhi, la famiglia mistica dell'Invidia) ovvero SIDDHI, il Nord;

Infine al centro del maṇḍala, lo Spazio (Vairochana), la famiglia mistica dell'Ignoranza) ovvero Hūṃ.


PRATICA DEL MANTRA.
Prima di iniziare la recitazione del mantra si dovrebbe procedere all'evocazione.

In sanscrito si chiama Samayasattva dove samaya significa "VOTO", "PROMESSA" e sattva, qui, ESSENZA, CREATURA, ECTOPLASMA e consiste nel produrre dinanzi a se, mediante la visualizzazione, l'immagina della "Divinità preferita" .

A quel punto si immagina il proprio corpo identico a quello dell'immagine visualizzata e si pronunciano le sillabe Oṃ, Āḥ, Hūṃ alla fronte, alla gola , al cuore fin quando "NON ACCADE QUALCOSA", una sensazione di energia "morbida" che ci avvolge, una luce che ci penetra ecc. ecc.

E' l' jñānasattva, l'essenza della conoscenza: la divinità evocata è penetrata in noi e ci dà modo di verificare l'identità tra NOI e la DIVINITA' evocata.


A questo punto posso cominciare la recitazione del mantra, 108 volte come viene suggerito solitamente, facendo attenzione ai "luoghi" del corpo in cui risuonano le varie sillabe.

Dopo la recitazione visualizzeremo il nostro corpo come fosse un maṇḍala.

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