mercoledì 24 giugno 2020

LA DANZA DI ŚIVA - SIGNIFICATO DEL MANTRA DELLE CINQUE SILLABE E DELLA POSTURA DEL NAṬARĀJA - Formazione Yoga Citra 27-28 giugno


La parola शिव śiva in sanscrito non è il nome proprio di una persona, ma un aggettivo che significa “benigno”, “benefico”, “grazioso”.
Talvolta il “dio col tridente” è chiamato anche शंभु śambhu, “il benefattore”, o शंभु शङ्कर śambhu śaṅkara, “il benefattore che dona la prosperità”, epiteti che testimoniano la gratitudine nei confronti di colui che ha insegnato lo Yoga, una serie di tecniche psicofisiche finalizzate alla salute del corpo, alla bellezza, alla longevità, e, infine, alla “Realizzazione” ovvero al definitivo affrancamento da quell’ansia di vivere che accompagna l’essere umano sin dalla nascita.
Un’ansia provocata dalla paura della morte e della sofferenza, fisica e morale, provocata dalla coscienza dell’instabilità della condizione umana, sottoposta alle leggi dello Spazio (l’essere limitati in una forma fisica), della Conoscenza (intesa come perdita di quell’innocenza e di quella istintività che vengono invece riconosciute negli animali), della Passione (ovvero l’attaccamento a ciò che è impermanente), del Tempo e del “Principio di Causalità, per il quale ogni pensiero e azione, del passato o del presente, crea dei frutti che influenzano ogni evento presente e futuro rendendo la vita umana una gabbia - talvolta dorata, talvolta plumbea - in cui ognuno di noi è, al tempo stesso, prigioniero e carceriere, continuamente in bilico tra il naturale anelito alla libertà e quelle mirabolanti, ma illusorie architetture create dalla mente, che prendono il nome di माया māyā (letteralmente “frode”, “illusione”, “irrealtà”.
Śiva, quindi, è il “benefico” che insegna lo Yoga e chiunque, con animo puro, decida di mettersi al servizio degli altri condividendo, dello Yoga, la sua personale visione, le proprie esperienze, le proprie realizzazioni in un certo senso è, o meglio dovrebbe essere, Śiva.
Śivo’ham, “io sono Śiva”, dovrebbe essere, nello Yoga, il mantra di ogni insegnante e istruttore, ad indicare non la mancanza di umiltà, ma lo spirito di servizio con cui si dedica alla sua opera di condivisione e divulgazione.



 L'ARTE DELL'INSEGNAMENTO

Śiva, il नटराज NAṬARĀJA, insegna lo Yoga attraverso una serie di strumenti diversi, adeguati alle diverse caratteristiche (qualificazioni) dei discenti, che, a loro volta, possono appartenere a tre diverse categorie:
Allievi, Aspiranti e Discepoli.
Gli Allievi sono tutti coloro che con motivazioni diverse (migliorare la salute fisica, cercare la calma della mente, seguire una moda del momento) cercano un istruttore (che può essere sia una persona fisica che un libro) per avvicinarsi allo Yoga.
 L’istruttore, o l’autore del libro, proporranno una serie di esercizi e tecniche uguali per tutti, in modo da stabilire un linguaggio comune che abbia lo scopo di introdurre i discenti nel mondo dello Yoga.
Gli Aspiranti sono coloro che spinti dall’anelito alla liberazione, decidono di intraprendere un साधन sādhana (letteralmente “preparazione, addestramento”) sotto la guida di un आचार्य ācārya “letteralmente “maestro, precettore”).
Il sādhana è un percorso progressivo che passa attraverso una serie di eventi trasformativi detti Samādhi[1] o Samāpatti[2].
Il sādhana solitamente è individuale.
Ci sono dei “fondamentali”, ovvero le posizioni, i mantra, la conoscenza dei testi e delle tecniche meditative, ma l’ācārya, che solitamente sceglie l’Aspirante in base ad una serie di segni o coincidenze significative (e a sua volta viene scelto in maniera analoga dall’Aspirante) terrà conto delle caratteristiche individuali, o qualificazioni, e sceglierà le pratiche adatte, secondo lui, a far emergere i naturali talenti del discente e a risolvere i contenuti psichici (Saṁskāra[3]) che impediscono l’insorgere di quei talenti.
I Discepoli infine sono coloro che riconoscono nel docente il “principio divino”, la manifestazione di un potere ed un sapere non ordinario, e dal docente vengono addestrati per assumere un ruolo ben definito in uno dei lignaggi (परंपर paraṃpara) dalla “Tradizione” - सनातन धर्म Sanātana dharma, letteralmente “Ordine Eterno”) o, in rari casi, un ruolo riconosciuto da tutti i lignaggi tradizionali. In questo caso il docente (chiamato spesso गुरु guru, letteralmente “grande, grosso, pesante” - considerato emanazione diretta della divinità o della “Tradizione” può non avere una forma fisica definita: può essere una persona comune, che assume il ruolo, l’aspetto e il sapere del guru solo in presenza di Discepoli qualificati, oppure un animale, un evento naturale o un oggetto. In questi casi viene definito उपगुरु upaguru, letteralmente “assistente guru” o “facente le veci del guru”.
Il concetto di upaguru, per cui uno zoccolo, il volo di un aquila o un bastone di bambù, possono donare l’illuminazione, è decisamente in contraddizione con l’idea che noi abbiamo in occidente del maestro con la barba bianca e il sorriso buddhico, onnisciente e immensamente buono. In realtà nel Sanātana dharma non c’è nessuna regola prestabilita per l’incontro con il guru, perché il vero maestro, सद्गुरु sadguru, è il maestro interiore e le modalità del suo manifestarsi dipendono esclusivamente dal discepolo.
Le tecniche di insegnamento dello Yoga si possono, grosso modo, dividere in tre diverse, grandi, categorie, relate alle diverse caratteristiche dei discenti, che possono essere principalmente:
1) Visivi, ovvero portati all’apprendimento mediante le cose viste o visualizzate. Si tratta di coloro che per natura fanno prevalere le impressioni visive.
2) Uditivi, ovvero portati all’apprendimento mediante le parole e i suoni. Si tratta di coloro che per natura fanno prevalere le impressioni auditive.
3) Propriocettivi, ovvero portati all’apprendimento mediante l’ascolto. Si tratta di coloro che, per natura, fanno prevalere le impressioni tattili.
Spesso le caratteristiche dei discenti sono una combinazione delle varie categorie e in certi casi nello stesso individuo compaiono tutte e tre le modalità di apprendimento. Gli strumenti di insegnamento dello Yoga, che possono essere riferiti alle varie categorie, sono:
1)    La via dei simboli, attraverso rappresentazioni grafiche, pittoriche o scultoree.
2)    La via dei suoni, attraverso la musica, la recitazione di mantra o brani tratti dai testi tradizionali o il dialogo che presenta diverse analogie con la Maieutica di Socrate.
3)    La via del corpo con l’apprendimento, attraverso il processo di mimesi, di posizioni, sequenze, gesti.
L’insieme delle tecniche didattiche è esposto, principalmente in una serie di testi chiamati आगम āgama. Āgama, che talvolta viene tradotto con “testimonianza” o con “parola degna di fede” in sanscrito significa " sia “teoria” che “strada d’accesso” e indica un gruppo di testi conosciuti solitamente come Tantra. Si tratta di testi principalmente शैव śaiva ma esistono anche āgama riferiti ad altre divinità Hindu, āgama buddhisti e āgama jainisti. Ogni āgama è diviso in quattro parti:
1)    Jñāna Pāda (o Vidya Pāda).
Ovvero le dottrine e la conoscenza filosofica e spirituale, ciò che potremmo definire la teoria dello Yoga.
2)     Yoga Pāda.
Ovvero gli esercizi fisici (posizioni, sequenze, pratiche respiratorie...) e mentali (meditazione, visualizzazione, concentrazione), ciò che potremmo definire la pratica dello Yoga.
3)     Kriyā Pāda. Ovvero le regole per i rituali, tecniche di costruzione e consacrazione di templi, statue e icone, rituali di iniziazioni dei discepoli.
4)    Caryā Pāda. Ovvero le tecniche di insegnamento, cioè la didattica.



नमः शिवाय - oṃ namaḥ śivāya



A prescindere dagli strumenti didattici scelti, il docente dovrà tener conto dei diversi livelli di interpretazione tradizionali, e, quindi, dovrà esserne a conoscenza ed averne compreso l’essenza.

Ogni simbolo, mantra o sequenza tradizionale si rivolge a quattro diversi piani coscienziali definiti nella filosofia e nella teologia occidentale Letterale, Allegorico, Morale e Anagogico.

Il piano letterale è quello della comprensione, per esempio, delle singole parole i un mantra e di una scrittura, del riconoscimento dei simboli e della giusta maniera di assumere una posizione.
Si tratta di quella che potremmo definire conoscenza eruditiva.

Nel caso dello śiva pañcākṣara (il mantra delle cinque sillabe, OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA) la comprensione letterale consisterà, ad esempio, nella conoscenza della giusta pronuncia (OMNG NAMÀH SCIVÀ YA) e nella traduzione, appunto, letterale, che in questo caso potrebbe essere “Io saluto/invoco il Benefico (Śiva)”.

Andando avanti, sul piano “Letterale” posso raccontare ai discenti che il mantra compare per la prima volta nello Yajurveda (TS 4.5.8.1), in un inno dedicato a रुद्र rudra, il “Terribile”, nella forma:
नमः शिवाय शिवतराय
namaḥ śivāya ca śivatarāya ca

Il piano Letterale è il piano della riflessione intellettuale, della logica razionale e della conoscenza eruditiva.

Il piano Allegorico è quello dell’intuizione, il docente dovrà dare la chiave per interpretare il mantra secondo la “simbolica” hindu, introducendo i discenti nella dimensione, paragonato al sogno o alla fiaba, in cui niente è come sembra e ogni lettera, gesto o posizione ha un significato nascosto, legato per lo più alle leggi naturali.
Così verrà spiegato al discente che:

1.     NA è il suono della Terra.
2.     MA è il suono dell’Acqua.
3.     ŚI il suono del Fuoco.
4.     VĀ il suono dell’Aria.
5.     YA il suono dello Spazio.
Ogni suono verrà collegato ad uno dei cinque sensi, una delle cinque azioni fondamentali, uno dei cinque elementi sottili ecc.:

1.     NA è legato all’Olfatto, al Naso, alla Defecazione, all’Ano e all’Odore
2.  MA è legato al Gusto, alla Lingua, alla Generazione, agli Organi Sessuali e al Sapore.
3.     ŚI è legato alla Vista, all’Occhio, al Movimento, al Piede e alla Luce.
4.     VĀ è legato al Tatto, alla Pelle, all’Afferrare, alla Mano, alla Tangibilità.
5.     YA è legato all’Udito, all’Orecchio, all’Esprimere, alla Gola, al Suono.

Il piano Allegorico è il piano della rivelazione, in cui il discente deve prendere coscienza della valenza operativa, cioè trasformativa, dei simboli e delle tecniche.

Il piano Morale è quello della comprensione reale delle leggi fondamentali della manifestazione.
Qui il docente metterà in relazione i nomi, i simboli e le tecniche con i principi religiosi e filosofici, innescando la meditazione e mettendo in contatto il discente con le parti più profonde del suo inconscio.
Su questo piano l’apparente differenza tra tecniche, concetti e credenze scomparirà lasciando il posto ad una comprensione unitaria.
Il Docente rivelerà al discente, ad esempio, che le cinque sillabe sono la rappresentazione grossolana dei cinque poteri della manifestazione e che coincidono con i gesti delle statue e delle posture yoga.

1.     NA rappresenta il potere dell'assorbimento o distruzione, manifestato, nelle statue nella mano posteriore sinistra che regge il fuoco
2.     MA rappresenta il potere del velamento manifestato nel passo del piede destro che schiaccia la testa del "nano dell'ignoranza) 
3.     ŚI è il potere della creazione manifestato nella mano posteriore destra che regge e suona il tamburello.
4.     VĀ è la grazia dello svelamento manifestata nel movimento del piede sinistro, sospeso a metà tra cielo e terra. 
5.     YA è il potere della protezione/mantenimento indicato dalla mano anteriore destra nell'atto di assumere la mudrā chiamato अभय मुद्रा abhaya mudrā, la mudrā che allontana la paura. 

Nelle posture invece:

1.     NA rappresenta i piedi dello yogin.
2.     MA rappresenta il suo ombelico.
3.     ŚI rappresenta le spalle.
4.     VĀ rappresenta la bocca.
5.     YA rappresenta la “Fontanella posteriore”, il “Sincipite”.





Meditando sui cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione, mantenimento, velamento, grazia) e sulle loro corrispondenze nella realtà grossolana può accadere che i pensieri comincino a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e il desiderio del voler conoscere/comprendere. La mente del discente a questo punto si può identificare completamente nel mantra नमः शिवाय - OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA - che “rimane” come seme della meditazione.

Il piano Morale è il piano della Meditazione, ovvero del “momentaneo” annichilimento dell’individualità dovuto alla realizzazione, magari per un istante, della sostanziale identità tra macrocosmo e microcosmo.
Infine vi è il piano Anagogico nel quale il docente non ha nessuna possibilità di intervento diretto, e la parola, il simbolo o la posizione non hanno alcuna rilevanza.

Il piano Anagogico è il piano della Contemplazione, nel quale il praticante, realizzata l’identità sostanziale tra microcosmo e macrocosmo, si svela a sé come Testimone nell’atto di contemplare se stesso.


[1] Samādhi, talvolta usato come sinonimo di dhyāna o jhāna nel buddhismo è l’esperienza che apre le porte a prajñā, la condizione di conoscenza intuitiva che permette, a sua volta, di accedere alla bodhi, o Risveglio spirituale. Il Canone Pāli descrive otto stati progressivi di jhāna: quattro meditazioni con forma (rūpa) e quattro meditazioni senza forma (arūpa jhāna). Una nona forma è Nirodha-Samapatti. Come vedremo sia i termini che gli insegnamenti ad essi relativi, sono simili o identici a quelli che incontriamo in questo testo.Secondo molti commentatori, i quattro rupa jhana sono un contributo originale del Buddha, ovvero non appartenente alla tradizione vedica. Gli arupa jhana invece erano incorporati nelle tradizioni ascetiche non buddiste.
[2] Samāpatti, termine usato in atharva-veda-prātiśākhya con il significato di “assumere la forma originale”, è considerato solitamente un sinonimo di samadhi. Nel buddhismo si opera invece una distinzione tra i due termini con samadhi che viene inteso come “meditazione che conduce all’identità della mente con un oggetto” e samāpatti che indica invece “la realizzazione, l’estasi”.
[3] Saṁskāra letteralmente significa “mettere insieme correttamente, formare nel modo corretto, rendere perfetto”, ma si usa anche nel senso di “realizzazione, abbellimento, ornamento, purificazione, pulizia, preparazione del cibo, estrazione e raffinazione dei metalli, lucidatura di gemme preziose, allevamento di animali” (vedi Mahābhārata), ma per estensione semantica va ad indicare anche “i sacramenti, le iniziazioni e le cerimonie di purificazione” (vedi manu-smṛti e Mahābhārata). Nella filosofia indiana saṁskāra indica “la facoltà della memoria, il ricordo, l'impressione mentale di atti compiuti nel passato in un precedente stato di esistenza”. Nel buddismo i saṁskāra sono le impressioni lasciate del karma passato che causano i fenomeni presenti. Sono in pratica i “semi dell’esistenza individuale” in quanto formerebbero formano la cosiddetta “coscienza deposito (ālayavijñāna) in cui si accumulano le tracce delle azioni passate. Ciò che facciamo nel presente non sarebbe altro che un riportare alla coscienza, rendendoli “attivi”, i saṁskāra giacenti nell’ ālayavijñāna. Nel Nyāya e nel Vaiśeṣika saṁskāra viene definito come “disposizione latente”, e viene suddiviso in tre tipi: inerzia, elasticità e traccia psichica (bhāvanā). “L’inerzia spiega la continuità del moto di una sostanza in una determinata direzione, mentre l’elasticità è la tendenza di certi oggetti, come il ramo di un albero, a riprendere autonomamente la posizione originale quando la sollecitazione esterna viene meno. La traccia psichica è la disposizione attitudinale degli individui, una qualità inerente al sé (ātman), che è prodotta da esperienze singole o abitudinarie ed è anche un elemento cardine del meccanismo della memoria”.

giovedì 18 giugno 2020

GINNASTICA YOGA - "L'ATLETA FILOSOFO" DI PITAGORA E PLATONE




 "Chi fonde nel modo migliore Musica e Ginnastica è il più perfetto esperto di  Armonia"
Platone, Repubblica, Libro III.


La definizione “Ginnastica Yoga”, introdotta recentemente in Italia per indicare ciò che potremmo definire “Yoga Fisico”[1], è l’istituzione delle “Yoghiadi” – competizione nazionale per yogin - ha generato in molti praticanti e insegnanti di Yoga, malumori, polemiche e aspri dibattiti.

Il motivo di queste reazione, in alcuni casi esagerata, è da ricercarsi nel significato che la parola ginnastica ha assunto nella nostra società, ovvero quello di una serie di esercizi finalizzati alla salute (ginnastica medica e posturale) e alla bellezza del corpo (ginnastica callistenica, fitness ecc.). In senso lato si usa ginnastica nel senso generico di allenamento (“gli scacchi sono una ginnastica per la mente”), ma di solito è sinonimo di un esercizio privo di qualsiasi valore artistico e spirituale.

Nell'ambiente dello Yoga e della danza il termine ginnastica ha spesso una valenza negativa e indica qualcosa di grossolano, materiale, rozzo. Se un insegnante di Yoga dice ad un allievo: - “Non stai facendo Yoga, stai facendo ginnastica!” - vuole metterlo in guardia contro una tendenza a ricercare la bellezza esteriore di un movimento o la perfezione di una forma, anziché concentrarsi sui moti del proprio animo e sull'osservazione dei propri pensieri, del respiro o della, cosiddetta, “circolazione dell’energie sottili”.

Se un maestro di danza dice all'allievo: - “non stai danzando, stai facendo ginnastica” – vuole, a sua volta, metterlo in guardia contro la tendenza alla “meccanicizzazione” del gesto, che risulta privo di quella capacità di emozionare lo spettatore che contraddistingue l’Arte con la “A” maiuscola.

In tutti e due i casi la parola ginnastica viene usata nel senso di “gesto meccanico non collegato all'interiorità dell’individuo”. 

Si potrebbe obbiettare affermando, per esempio, che l’espressività, l’armonia e la bellezza delle evoluzioni delle atlete della ginnastica ritmica non hanno niente da invidiare alle evoluzioni dei danzatori, e che la loro capacità di concentrazione lascia trasparire un enorme lavoro interiore, ma ormai, per molti yogin e danzatori, ginnastica è divenuto sinonimo di grossolano e meccanico e, in alcuni, si è sviluppata la convinzione che un ginnasta o un atleta siano meno evoluti spiritualmente di uno yogin o di un danzatore.

Per quanto riguarda lo Sport ai nostri giorni, negli ambienti artistici e filosofici, è inteso soprattutto come competizione sfrenata, vana ricerca del successo ed esaltazione dell’Ego.

-         - Come si può” – affermano i detrattori della ginnastica Yoga - “conciliare la ricerca spirituale con l’esaltazione dell’Ego?”

Se si osservano alcuni eccessi dello Sport professionistico non possiamo che ritenere tale argomentazione più che valida: in un ambiente dove – in apparenza – l’importante è vincere ad ogni costo non c’è posto per lo Yoga.

Come si potrebbero mettere d’accordo la “ricerca del Sé”, “l’annichilimento dell’Ego”, “la non violenza”, “la sincerità” - satya – con l’imbroglio, il raggiro, l’uso del doping e l’istigazione alla violenza – “ammazzalo!” urlano i tifosi di calcio al difensore che rincorre il centravanti avversario – che emergono troppo spesso nelle competizioni agonistiche?

Il discorso non fa una piega,  peccato che nasca da presupposti errati, da fraintendimenti sul vero significato sia degli insegnamenti originari dello yoga sia dei concetti originari di ginnastica e di competizione agonistica.

Nell'antica India e nell'antica Grecia la speculazione filosofica e la ricerca spirituale andavano di pari passo con la ricerca dell’armonia e della bellezza fisica e con la competizione e, anche se può sembrare strano ai nostri giorni, i più grandi yogin e filosofi erano anche grandi atleti. Se sono già note da tempo – vedi “Storia Segreta dello Yoga”(https://www.amazon.it/gp/product/1697366651/ref=dbs_a_def_rwt_hsch_vapi_tu00_p1_i1) - l’importanza della competizione sportiva in India e le performance atletiche e guerresche degli yogin, poco si parla, ai nostri giorni, dell’amore per lo sport di personaggi come Pitagora o Platone.

Pitagora, che la maggior parte di noi reputa vicino al lavoro del corpo come il diavolo all'acqua santa, è stato il primo a impostare l’allenamento degli atleti in modo scientifico.

Fu lui a preparare il suo discepolo Eurimene di Samo ai giochi della 62esima olimpiade, che si svolsero nel 532 a.C.

Pitagora cambiò la sua alimentazione – fino ad allora gli atleti seguivano una dieta a base di fichi e formaggio – aumentando l’apporto giornaliero di proteine animali, e fu lui a insegnargli, da vero coach, a moderare l’aggressività per realizzare che si gareggia e combatte per esercizio fisico e per guadagnare esperienza, e non per ottenere la vittoria[2].

Eurimene di Samo - un’isola greca del mar Egeo - nonostante la bassa statura, sbaragliò gli avversari e vinse il titolo nella disciplina del Pugilato.

Cinquantasei anni prima, nel 588 a.C., aveva conquistato il titolo olimpico un altro pugile di Samo, Pitagora.

Molti studiosi pensano ad un bizzarro caso di omonimia - due abitanti di Samo, coetanei, entrambi rispondenti al nome di Pitagora che sarebbero passati alla storia per motivi diversi – ma secondo un testo perduto di Eratostene da Cirene – citato dal filosofo Favorino di Arles nell’VIII libro della sua “Storia Universale” – il Pitagora filosofo e il Pitagora pugile che strabiliò le folle nella 48esima Olimpiade sono la stessa persona.

A quanto racconta Eratostene il giovane Pitagora dopo essersi allenato per sedici mesi - durante i quali avrebbe ideato nuove tecniche di combattimento – si presentò ad Olimpia con una lunga tunica color porpora e i lunghi capelli sciolti sulle spalle per partecipare alle competizioni per fanciulli – aveva meno di quindici anni - ma fu escluso perché considerato effemminato.

Pitagora si iscrisse allora nella categoria adulti e stravinse tutti gli incontri passando alla storia come il più giovane campione olimpico dell’antichità.


Lo sport, nella vita di Pitagora e della scuola che fondò a Crotone nel 530 a.C., svolge un ruolo fondamentale.

La fama ottenuta con l’incredibile vittoria olimpica del 588 a.C. gli spianò infatti la strada del successo, permettendogli di accedere ai salotti - diremmo oggi - della ricca nobiltà dell'epoca.

Teano, la bella e giovane figlia di un notabile crotonese, si innamorò follemente della sua eloquenza e della sua folta capigliatura.

I due si sposarono ed ebbero tre figli, tra cui Muia (a volte traslitterata come Miia o Mia), maestra di canto, filosofa – Aristosseno di Taranto (IV secolo a.C.) la mette nell’elenco delle diciassette “illustri donne pitagoriche” – e, pare, donna bellissima e affascinate.

Muia fu data in sposa ad uno dei più assidui allevi di Pitagora, Milone, il più grande atleta dell’antichità.

Paragonato ad Ercole per la forza e l’aspetto, Milone fu capace di sei vittorie consecutive ai Giochi Olimpici, sei ai “Giochi Pitici”, dieci ai “Giochi istmici” e nove ai “Giochi Nemei”.

La sua specialità era l’Orthopale, uno stile di lotta simile al “Malla-yuddha” indiano, caratterizzato da prese, calci volanti, colpi di gomito e di ginocchio.

Probabile che anche Milone, come il pugile Eurimene di Samo, abbia fatto tesoro degli insegnamenti del suocero, così come sembra probabile che fosse allievo di Pitagora un altro campione crotonese, Timasiteo, pugile e lottatore, che nella finale di Orthopale dell’olimpiade del 512 anziché combattere contro l’ormai cinquantenne Milone si inginocchiò davanti a lui in segno di rispetto, in perfetto stile pitagorico: “Non si lotta per la vittoria, fonte di invidia e meschinità, ma per esercizio e per l’esperienza dell’anima. L’onore e il rispetto sono più importanti del successo”.



Per ciò che riguarda il rapporto di Platone con lo Sport, basterebbe dire che, a detta, di Diogene Laerzio[3], in virtù dell’appartenenza all’aristocrazia ateniese fu istruito all’arte della ginnastica dai migliori istruttori della sua epoca e che l’appellativo “Platone”, gli fu assegnato dal suo coach di Lotta libera, Aristone di Argos.

Aristocle – questo era il vero nome dell’allievo di Socrate – praticò la lotta e la ginnastica per tutta la vita.

Partecipò anche, senza vincere, ai “Giochi Istimici” la manifestazione sportiva più importante dell’antichità dopo le Olimpiadi, e nella “Repubblica, Libro III” tesse l’elogio della ginnastica e delle arti marziali (“ginnastica per la guerra”):

“La musica trova il suo compimento nell’amore del bello […].

Dopo la musica i giovani vanno educati alla ginnastica. […] [alla quale] devono essere educati sin da fanciulli, e per tutta la vita […].

E la migliore ginnastica sarà in un certo qual modo sorella della musica semplice […] voglio dire una ginnastica semplice ed equilibrata, soprattutto quella che prepara alla guerra.

La ginnastica quindi, per Platone è sorella della musica – intesa, crediamo, in senso pitagorico, quale arte per innalzare lo spirito e comprendere le leggi universali – e come la musica deve essere praticata seguendo i principi di semplicità, equilibrio e temperanza.

[…] La varietà produce […] la sfrenatezza, in questo caso la malattia, mentre la semplicità genera nella musica la temperanza dell’anima, nella ginnastica la sanità del corpo […] 

E il musicista che pratica la ginnastica [seguendo il principio di semplicità della musica…] giungerà, se lo vuole, a non aver bisogno della medicina […]. 

Coloro che stabiliscono di educare con la musica e con la ginnastica non lo fanno per curare con l’una il corpo e con l’altra l’anima [ma] le pongono entrambe al servizio dell’anima”

Per Platone Musica e Ginnastica sono doni divini, arti complementari finalizzate allo sviluppo spirituale, e nel passo successivo chiarisce, che la pratica della musica – da intendere secondo noi anche come pratiche filosofiche – disgiunta dal lavoro sul corpo porta alla “mollezza” così come una pratica fisica non sostenuta dalla ricerca dell’armonia e dell’equilibrio, porta alla rigidità e alla rozzezza:

“Coloro che si dedicano [solo] alla ginnastica riescono più rozzi del dovuto, coloro che invece praticano solo la musica diventano troppo molli.[…] 

La divinità ha concesso agli uomini due arti, la musica e la ginnastica per questi due elementi: l’animosità [intesa come la capacità del guerriero di riempirsi di orgoglio e ardore] e la filosofia e, solo in via accessoria per l’anima e il corpo, proprio allo scopo che quegli elementi si armonizzassero tra loro, tendendosi e allentandosi alla giusta misura.[…] 

Chi dunque fonde nel modo migliore musica e ginnastica e le applica all’anima nel modo più equilibrato[…] è il più perfetto esperto di musica e di armonia, molto più di chi accorda uno strumento.”

Già, "Chi fonde nel modo migliore Musica e Ginnastica è il più perfetto esperto di Musica e Armonia”.

Se sostituissimo la parola musica con “Arte delle Vibrazioni” – l’insieme delle tecniche che definiamo mantra e meditazione – e “perfetto esperto di armonia” con realizzato, non avremmo una definizione esaustiva di Yoga?




[1] Vedi “Storia Segreta dello Yoga”:
In genere, banalizzando un po’, possiamo individuare quattro tipi di Yoga:
1)       Uno Yoga fisico, basato principalmente su posture statiche, sequenze coreografiche ed esercizi respiratori (HaṭhaYoga, Vinyāsa Yoga, Ashtanga Yoga ecc.);
2)       Uno Yoga intellettuale, basato su un tipo di speculazione simile, nelle modalità, a quella proposta in occidente dalla filosofia platonica, dalla teologia cristiana e dalla filosofia tedesca del XIX secolo (Jñāna Yoga);
3)       Uno Yoga religioso o devozionale che si propone di entrare in contatto o addirittura immedesimarsi con una particolare forma della divinità (Śiva, Viṣṇu, Kṛṣṇa…) e riprende, almeno in parte, forme e contenuti della religione cristiana e delle moderne correnti spirituali nate con la New Age (Bhakti Yoga e Karma Yoga);
4)       Uno Yoga “psicologico” che utilizza tecniche e modalità assai simili a quelle utilizzate dalle moderne scuole occidentali di derivazione freudiana o junghiana (New Gestalt, costellazioni familiari, PNL ecc.) o dalle moderne interpretazioni degli insegnamenti buddhisti (Mindfulness).”

[2] Cristoph Riedweg, Pitagora, vita, dottrina e influenza, Vita e Pensiero 2007.
[3] “Vita di Platone, IV”

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