venerdì 31 gennaio 2020

OM NAMAḤ ŚIVĀYA - IL MANTRA COME PRATICA ALCHEMICA


"Gli indiani non pregano, praticano", mi diceva Balasundaram Sonam, un maestro di Kathakali con cui ho lavorato venti anni fa, e credo che dovremmo tener conto di questa frase ogni volta che ci accingiamo a praticare un mantra o ad interpretare un immagine sacra hindu - dipinta o scolpita - che solitamente è l'immagine fisica del mantra.

Prendiamo il mantra  più famoso dello yoga

ॐ नमः शिवाय

Nella traslitterazione in caratteri latini

OM NAMAḤ ŚIVĀYA

Il recitarlo 108 o 1008 volte non è pregare, ma affrontare una pratica di alchimia interiore.

Innanzitutto occorre sapere cosa significa:

 innanzitutto è il प्रणव praṇava, che,a prescindere dalla valenza che gli viene attribuita generalmente - dio, il nome di dio, la vibrazione universale ecc. - non è né una parola né una sillaba dell'alfabeto sanscrito, ma è un bija mantra, un suono senza nessun significato nella lingua parlata che ha la caratteristica di essere tripartito  nel senso che deve essere recitato per tre misure (mātra) - credo si dica trilaka nella musica indiana - con tre toni diversi, corrispondenti più o meno, se non sbaglio, ai nostri Fa - Fa# - Sol.

Per un praticante l'ॐ è uno dei tre bija che corrispondono ai canali fondamentali del corpo: 

- OM è la vibrazione del canale centrale ("Mente" per i tantrici buddhisti);
ĀḤ è la vibrazione del canale di destra ("Parola" per i tantrici buddhisti);
- HŪṂ è lavibrazione del canale di sinistra ("Corpo" peri tantrici buddhisti).


NAMAḤ (नमः) ovvero namas (anche namo) - è inteso come "adorazione" nel senso di pratica rituale

ŚIVĀYA  è in grammatica  un casoparticolare della "radice nominale" ŚIVA (शिवाय = अकारान्तः, पुल्लिङगः  चतुर्थीविभक्त्यन्तः  शिवप्रातिपदिकः - akārāntaḥ pulliṅagaḥ caturthīvibhaktyantaḥ śivaprātipadikaḥ) che qui non indica il dio puranico, rappresentazione della ciclica dissoluzione dell'universo, ma ha il significato di "maṅgala" (auspicioso, fortunato, prospero, prosperità) o  "pavitra" (sacro, santo...)

L'insieme delle sillabe NAMAḤ ŚIVĀYA  prende il nome di mantra pañcākṣara (mantra dalle cinque sillabe) e ogni sillaba rappresenta uno dei cinque elementi ed una parte del corpo umano:

NA MA ŚI VĀ YA.

- NA,  rappresenta la TERRA, e le GAMBE dell'essere umano; 

- MA rappresenta l'ACQUA, lo STOMACO e il MONDO MANIFESTATO;


- ŚI rappresenta il FUOCO, le SPALLE e Śiva Re della danza;


- VĀ rappresenta l'ARIA, la BOCCA;


- YA  rappresenta lo SPAZIO, gli OCCHI; 


Già queste indicazioni danno idea della pratica "alchemica" che sottende il "mantra delle cinque sillabe":
Ogni elemento, nello yoga medioevale, viene associato ad un cakra e a uno dei sei canali principali del corpo.

La sillaba NA viene fatto vibrare al primo cakra (plesso del perineo):
La sillaba MA viene fatta vibrare al secondo cakra (plesso dei genitali);
La sillaba ŚI  viene fatta vibrare al terzo cakra (plesso dell'ombelico);
La sillaba VĀ viene fatta vibrare al quarto cakra (plesso del cuore);
La sillaba YA viene fatta vibrare al quinto cakra (plesso della gola).


Far vibrare la sillaba in un cakra non significa solo "immaginare di far uscire il suono da un determinato punto, ma immaginare che l'energia condotta da quel suono si "fissi" a quel determinato cakra mediante il processo chiamato nello yoga medioevale "dharana" che consiste nel concentrare l'energia,tramite la mente, prima al centro del cakra, poi nel petalo (petali) in avanti, quindi nei petali indietro,quindi a sinistra e infine a destra.

Considerando ovviamente che per petali (dala) si intendono i canali fisici (nāḍī) che si intrecciano in quel determinato punto.

Oltre a questa tecnica  di meditazione sui cakra, il mantra ne propone altre due.



La seconda pratica alchemica  riguarda i canali principali:

- La sillaba NA viene fatta "fluire" nel canale dell'urina (secondo lo schema dello yoga delle sei membra di Gorakhnath e Naropa);
- La sillaba MA viene fatta fluire nel canale di sinistra;
- La sillaba  ŚI viene fatta fluire nel canale di destra;
- La sillaba VA viene fatta fluire nel canale degli escrementi;
- La sillaba YA viene fatta fluire nel canale centrale.

A questo si aggiunge la vibrazione sillaba ॐ dal canale del seme (dall'ombelico ai genitali) fino al punto più alto della testa (sincipite);

La terza pratica consiste nel toccare con le dita della mano i punti fisici indicati nello schema ovvero:

- Con la sillaba NA tocco le gambe;
- Con la sillaba MA tocco lo stomaco;
- Con la sillaba ŚI tocco le spalle;
- Con la sillaba VA tocco la bocca;
- Con la sillaba YA tocco gli occhi.


Il percorso Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio è il percorso di dissoluzione,identico a quello che avviene durante la morte, e corrisponde al dissolversi delle cinque percezioni sensoriali - Olfatto, Gusto, Vista, Tatto, Udito - "nel sesto elemento", la "Conoscenza" rappresentata dalla sillaba ॐ, che può essere intesa come "sesto senso", ovvero percezione "non qualificata" della realtà.

Esiste un altro percorso rappresentato dal mantra OM  ŚIVĀYA NAMAḤ.
In questo caso avremo:

ŚI, elemento Fuoco, cakra dell'ombelico, canale di destra, occhi;
- VĀ, elemento Aria, cakra del cuore, canale degli escrementi, bocca;
- YA, elemento Spazio, cakra della gola, canale centrale;
- NA, elemento Terra, cakra del perineo, canale dell'urina;
- MA,elemento Aqua, cakra dei genitali, canale di sinistra.



 


Un altra tecnica operativa,che potremmo definire mentale, proviene dal v
edānta


Ogni mantra, per i vedantini è suddivisa in tre parti o पदार्थ padārtha (che significa sostanza, oggetto del pensiero).
Lo yogin, per rendere "operativo" il mantra, dovrà investigare (विचार vicāra, letteralmente idea, pensiero, disputa) su ciascuna di esse. 

La prima parte è detta Tvam padartha e riguarda l'elemento soggettivo, non universale del mantra.
La riflessione sull'elemento soggettivo si chiamerà quindi Tvam padartha vicāra .

La seconda parte è detta Tat padartha e riguarda l'elemento oggettivo, universale.

La terza parte è detta Aikya padartha ed è l'elemento che lega, unisce, mette in identità universale ed individuale e in italiano potrebbe essere definito "Copula".

Facciamo un esempio: i "mantra delle cinque sillabe" NAMAḤ ŚIVĀYA e OM ŚIVĀYA NAMAḤ anche in questo caso "sono" due diverse "tecniche operative", due mantra diversi sia dal punto di vista logico che dal punto di vista energetico:

- NAMAḤ è la copula. 
- ŚIVA il principio oggettivo.
- YA il principio soggettivo.

Nel primo OM NAMAḤ ŚIVĀYA, si parte, simbolicamente, dalla TERRA e dal POTERE DI DISSOLUZIONE della divinità per arrivare allo SPAZIO, all'ANIMA INDIVIDUALE e quindi all'inizio della Manifestazione.

Nel secondo OM ŚIVĀYA NAMAḤ, si parte invece dal FUOCO e dal POTERE DI CREAZIONE della divinità, per giungere al MONDO.

La pratica in questo caso consiste nel "riflettere" sui singoli elementi della triade fino ad annullare la differenza tra soggettivo e individuale provocando una specie di shock informativo dal quale dovrebbe insorgere il mantra "TAT TVAM ASI", "Tu sei Quello", che porta all'identificazione dell'elemento soggettivo (il conoscitore) con l'elemento oggettivo (l'oggetto di conoscenza) ed entrambi con lo strumento di conoscenza ("La" conoscenza).







Tutte queste tecniche sono espresse dalla tipica postura dello  Śiva danzante,le cui rappresentazioni scultoree e pittoriche sono in realtà una specie di riassunto delle pratiche ad uso del praticante:

- NA, l'elemento Terra, è il potere dell'assorbimento o distruzione , manifestato nella mano posteriore sinistra che regge il fuoco; 
- MA, l'elemento Acqua è  il potere del velamento manifestato nel passo del piede destro che schiaccia la testa del "nano dell'ignoranza).
 - ŚI, l'elemento Fuoco, è  il potere della creazione manifestato nella mano posteriore destra che regge e suona il tamburello. 
- VĀ, l'elemento Acqua, è la grazia (la rivelazione) manifestata nel movimento del piede sinistro, sospeso a metà tra cielo e terra. 
- YA, l'elemento Spazio, è  il potere della protezione/mantenimento  indicato dalla mano anteriore destra nell'atto di assumere il mudra chiamato abhaya 
-         mudrā, il gesto che allontana la paura. 

martedì 28 gennaio 2020

IL "VIGYANA" BHAIRAVA TANTRA E LE TRADUZIONI BALLERINE




Nella pratica dello yoga arriva un momento in cui insorgono delle domande sulla validità della ricerca personale e degli insegnamenti ricevuti.
Si tratta di una fase che attraversano – quasi – tutti ,anche coloro che, seguendo la via della devozione, sono abituati a prendere le parole del maestro – di carta o in carne ed ossa che sia -  come verità assoluta.
Credo che sia legittimo cercare di approfondire, anzi credo sia una necessità.

Fingiamo di essere un praticante medio:
Sento i miei insegnati o qualche praticante esperto, parlare del “Vijñana Bhairava Tantra.

Si tratta di testo del IX-X secolo d.C. che gode in occidente di una grande reputazione, almeno dagli anni ’80, quando Osho dichiarò di essersi illuminato grazie alla sua lettura.

Cosa faccio? Innanzitutto comincio a ricercare su internet le traduzioni dei maestri più famosi, giusto?
Anzi, per scrupolo, visto che sono pignolo, vado sui siti specializzati indiani e cerco la versione in sanscrito.

Ce ne sono molte, scaricabili gratuitamente, come questa, ad esempio: https://www.amazon.it/VIGYAN-BHAIRAV-RUDRYAMAL-TANTRA-REHASYA-ebook/dp/B07DXTRZMH.

Dopo di che, visto che non sono un sanscritista, ma un semplice praticante ( di solito il praticante medio ha una conoscenza abbastanza limitata delle regole grammaticali del sanscrito) cerco le traduzioni dei maestri più famosi, che, ovviamente, ritengo più affidabili (se sono famosi ci sarà un motivo, giusto?), e le confronto per avere un’idea del contenuto del testo e confrontarlo con quelle che sono le mie esperienze di praticante ovvero le mie esperienze “soggettive”.

Vediamo cosa succede.
Prendo un versetto a caso, il numero 27 (N.B. traslitterazione IAST effettuata con l’applicazione di http://spokensanskrit.org/ e confrontata con la traslitterazione del Dott. Marino Faliero University of Goettingen):

कुम्भिता रेचिता वापि पूरिता वा यदा भवेत् I
तदन्ते शान्तनामासौ शक्त्याशान्तः प्रकाशते II २७II

Kumbhitā recitā vāpi pūritā vā yadā bhavet |
tadante śāntanāmāsau śaktyā śāntaḥ prakāśate || 27 ||

Vado a cercare le traduzioni che ritengo più affidabili.

“27. When you have breathed in or out completely, when the breath movement stops on its own, in this universal lull, the thought of "me" disappears and the Shakti reveals herself.

“Vagabonda in giro fino ad essere esausta e poi, cadendo a terra, in questo cadere il tutto.”

“Vagabonda in giro fino ad essere esausta e poi, cadendo a terra, in questo cadere il tutto.”

4.     Mark Dyczowski, https://www.anuttaratrikakula.org/:
27. If (the power of vital breath) called “Tranquil” is retained, whether it has been ejected (in the course of exhalation) or filled (in the course of inhalation), in the end of that (practice) the Tranquil One manifests by mean of (that same) power.”

Ovviamente c’è da rimanere perplessi.

A occhio le traduzioni, identiche di Bertagni e del sito Aghori.it fanno riferimento ad un’altra versione, o addirittura ad un altro testo, e le traduzioni di Odier e Dyczowski sembrano diverse e sembrano far riferimento a concetti diversi.

Scrive Odier:
The thought of "me" disappears and the Shakti reveals herself” (“Il pensiero di" me "scompare e la Shakti si rivela”).

Scrive Mark Dyczowski;
The Tranquil One manifests by mean of (that same) power” ("Il Tranquillo Uno si manifesta attraverso - quello stesso - potere").

Decido di prendere in esame solo queste due traduzioni – è evidente che le altre, tra loro identiche, si riferiscono ad un altro testo – e cerco di riportarle a quanto è emerso dalla mia pratica degli anni ’70 sotto la guida di istruttori che a me davano fiducia. Devo dire che di ciò che scrivono Odier e Dyczowski non è che capisca molto, detto tra noi, nel senso che mi sembrano -opinione personale – delle indicazioni assai generiche, ispirate da una rivisitazione occidentalizzata (ovvero riferita alla filosofia occidentale) del tantra.

Probabilmente si tratta di una impressione sbagliata (Odier e Dyczowski sono considerati maestri assai autorevoli), ma, visto che non sono convinto, provo a cavarmela con il testo sanscrito, pur conoscendo i miei, evidenti limiti.

Vediamo:
“Kumbhitā recitā vāpi pūritā vā yadā bhavet |
tadante śāntanāmāsau śaktyā śāntaḥ prakāśate || 27 ||”

Secondo me Kumbhitā, recitā e pūritā hanno a che fare con
-         Pūraka inteso solitamente come inspirazione;
-         Recaka, inteso solitamente come espirazione;
-         Kumbhaka, inteso solitamente  come apnea;

Ma si tratta tecnicamente di tecniche di controllo dei “soffi vitali”, tese a sospenderne la circolazione nei due canali principali laterali (chiamiamoli Luna e Sole) in modo da attivare il flusso nel canale centrale (chiamiamolo Rāhu)[1].

Per ciò che riguarda śānta letteralmente significa “gentile, pacificato, calmo, tranquillo, appagato”, ma a me hanno insegnato che quando è legato alla parola śakti, come mi sembra sia in questo caso, assume, nello yoga praticato, un significo diverso, meramente tecnico.

Śanta śakti, dovrebbe essere infatti la “quarta energiache viene prodotta/percepita/utilizzata nelle pratiche operative tantriche:

La prima, iccha śakti, o energia del desiderio, viene prodotta dalla discesa del bindu (durante le pratiche di meditazione) dal cakra sulla sommità della testa a quello della fronte e viene localizzata, in genere, nel cakra della gola;

La seconda, jñana śakti, o energia della conoscenza, viene prodotta dalla discesa del bindu nel cuore, e viene localizzata in genere nel cakra del cuore,

La terza, kriya śakti, o energia dell’azione, viene prodotta dalla discesa del bindu nei genitali, e viene localizzata, in genere, nel cakra dei genitali.

L’unione delle tre energie viene paragonata all’unione dei tre grandi fiumi (Saraswati, Yamuna e Ganga) che avviene durante il kumbha mela, e produce uno stato (un orgasmo) caratterizzato dall’emissione spontanea del suono sauḥ, chiamato “seme dell’immortalità”, e da una particolare vibrazione che, partendo dal basso ventre, si diffonde in tutto il corpo, generando la quarta energia (fisica) chiamata appunto Śanta.

Si tratta di una tecnica operativa di cui si parla – e che viene praticata – nelle scuole tantriche.

Ecco secondo me,per la mia esperienza, il versetto 27:

“Kumbhitā recitā vāpi pūritā vā yadā bhavet |
tadante śāntanāmāsau śaktyā śāntaḥ prakāśate || 27 ||”

Andrebbe interpretato in questa maniera:

“Quando kumbhaka ha luogo [naturalmente) dopo puraka e recaka (e quindi si interrompe il flusso nei canali laterali) insorge (l’energia chiamata) śanta śakti (e la condizione definita) śanta (che coincide con la realizzazione di bhairava) viene rivelata”.

Ovviamente si tratta di una interpretazione da ignorante (non conosco il sanscrito) suffragata solo dalla mia esperienza personale, e chiedo perciò consiglio ai miei amici più eruditi di me, ma ho il dubbio (che spero possa essere fugato) che spesso si facciano delle traduzioni per sentito dire, prendendo per riferimento altre traduzioni di persone che vengono ritenute affidabili senza verificare (come nel caso di Bertagni e di Aghori.it).

Oppure, nel caso di maestri rinominati come Odier e Dyczowski, ho l’impressione che si traduca sovrapponendo ai testi originali le personali opinioni e il back ground filosofico (occidentale).

Ripeto sono solo riflessioni di un praticante abbastanza ignorante, per cui mi piacerebbe avere il parere di chi ne sa più di me.
Un sorriso,P.



[1] पूरक Pūraka  letteralmente indica l’atto di “riempire”, “completare”, “soddisfare” - e quindi come “inspirazione” ci potrebbe anche stare - ma se cerchiamo il  significato ,per così dire, in “gergo yogico”, ovvero l’uso che se fa nei testi filosofici e nei manuali pratici, vedremo che significa:

Flusso;
Palla di cibo offerta alla fine di particolari cerimonie;

Raramente, secondo Monier-Williams (a quanto mi è dato di capire) pūraka può anche indicare una:
Pratica yogica che consiste nel chiudere la narice destra con un dito e quindi aspirare aria attraverso la sinistra, poi nel chiudere la narice sinistra e aspirare attraverso la destra.

रेचक Recaka, che letteralmente significa “purga”, “svuotamento”, “spurgo”, “catartico” ( quindi ci può anche stare come “espirazione”) si trova nei testi classici con i significati di:
Siringa (uno strumento simile al “flauto di Pan”);
(Come sinonimo di bhramaṇa) “girare in tondo”, “rivoluzione”, “orbita (di un pianeta)”;
Un particolare passo di danza o un particolare movimento del piede;

Mentre nell’अमृतबिन्दु उपनिषद् amṛtabindu upaniṣad indica:
Uno dei tre prāṇāyāma eseguiti durante saṃdhyā che consiste nell’emettere il respiro da una sola narice”.

कुम्भक Kumbhaka infine significa:
Pentola;
Base della colonna;
Parte prominente del cranio dell’elefante:

Ma in alcuni testi “tecnici”, come il वेदान्तसार vedāntasāra, kumbhaka è usato nel senso di:
Fermare il respiro chiudendo la bocca e chiudendo le narici con le dita della mano destra”.

In definitiva non è sbagliato a priori chiamare la inspirazione pūraka, la espirazione recaka e l’apnea kumbhaka, ma indagando sui vari significati delle tre parole e sull’uso del termine prāṇāyāma come “rito da celebrare durante i saṃdhyā, potremmo accedere, probabilmente ad un livello diverso, più “sottile” della pratica.


mercoledì 22 gennaio 2020

MA BUDDDHA ERA GRECO? - STORIA SEGRETA DELLO YOGA .




Tra qualche mese pubblicheremo la seconda parte di "Storia Segreta dello Yoga", in cui esporremo i nuovi frutti delle ricerche che abbiamo fatto sulle "vere" origini dello yoga. Alcune delle cose che abbiamo scoperte sono divertenti, altre, per noi almeno sconvolgenti. 

Di certo appena si contestualizza lo yoga, ponendolo nell'ambito storico e culturale in cui è nato e si è sviluppato, molti dei miti e delle credenze che nell'ultimo secolo abbiamo imparato ad etichettare come "verità" si sciolgono come neve al sole. 

In quest'ultimo anno ci siamo dovuti arrendere all'evidenza: tra il XIX e il XX secolo, per una serie di motivi anche nobili, la storia dello yoga- e di conseguenza alcuni testi, concetti e tecniche - è stata manipolata in modo da creare almeno due yoga diversi, uno "indiano", legato alla tradizione medioevale, ed uno ad uso del pubblico occidentale, frutto di un sapiente mix di tecniche psicofisiche occidentali, ginnastica indiana, cristianesimo unitariano e brahmoismo (ovvero l'induismo rivisitato dagli intellettuali bengalesi dell'Ottocento).

Secondo noi non è che lo yoga moderno sia meglio o peggio di quello medioevale, si tratta solo di due discipline diverse, ma, al tempo stesso, crediamo sia interessante cercare di andare a fondo nelle ricerche per avere un'idea più precisa possibile di cosa sia lo yoga delle origini, o meglio,lo "joga",come veniva chiamato spesso almeno fino alla dominazione inglese.

Alcune delle scoperte che abbiamo fatto sono, per noi, sconcertanti perché mettono in dubbio alcuni dei fondamenti delle nostre credenze; altre sono tra virgolette "divertenti",perché mostrano come i nostri filtri culturali ci impediscano, spesso, di vedere l'evidenza dei fatti, facendoci preferire la fiaba e la leggenda alla realtà, nonostante questa sia, talvolta,più affascinante della fantasia.

Un esempio di questa seconda categoria di scoperte è il Buddhismo Indo-greco. ne avevate mai sentito parlare?

Noi, prima delle nostre ricerche no ed è strano perché basta aprire un libro di storia dell'Arte antica per trovare le tracce di una delle più grandi operazioni di marketing della storia dell'umanità:
l'invenzione del Buddhismo Mahayana.

Non ci credete? Andate a verificare i molti testi che abbiamo messo in nota o,se non avete voglia, cercate semplicemente "Buddhismo greco" o "Regno Indogreco" su Wikipedia: scoprirete quello che abbiamo scoperto noi,ovvero che in epoca relativamente moderna (più o meno un secolo dopo Cristo), i sovrani della dinastia cinese degli Yuèzhī, dopo aver occupato il nord dell'India e il Pakistan, decisero di utilizzare il "Buddhismo indo-greco" a fini commerciali.

Il Buddhismo indo-greco era un sincretismo creato dai discendenti di Alessandro, per unire in un culto comune le popolazioni dell'India settentrionale e dell'Afghanistan, un mix di Buddhismo, paganesimo greco-romano e culti locali legati a quello che in seguito sarebbe diventato lo "Yoga dei Nath" e, a differenza del Buddhismo delle origini, utilizzava le immagini sacre antropomorfe. 

Il frutto più evidente del sincretismo indo-greco sono le statue del Buddha: il sorriso ineffabile e l'occhio allungato del "Beato" sono quelli di Dioniso, le orecchie allungate e i particolari gesti delle mani sono quelli degli yogin nath, il bindu sulla fronte è quello degli shakta, i capelli raccolti sulla fontanella sono invece tratti dalla tradizione dei Siddha del Sud.


L'articolo è un po' lungo, ma vi consigliamo di leggerlo con attenzione, e magari di discuterne. Forse così capiremo,insieme,per quale motivo l'immagine di Buddha è entrata così profondamente nel cuore degli occidentali: perché appartiene -in buona parte - alla nostra cultura!

Un sorriso,
Il team di "Storia segreta dello Yoga"



ALESSANDRO MAGNO E GLI YOGIN



10 Yogin indiani chiamati dai greci "Gymnosophisti" incontrano i messaggeri di Alessandro Magno (IV secolo a.C.). Miniatura medioevale. Fonte: https://nicovalerio.blogspot.com/2012/03/


Le molte somiglianze tra la filosofia greca e quella indiana non devono sorprenderci: i frequenti contatti tra le due civiltà sono documentati almeno dal IV secolo a.C., ma probabilmente molto più antichi. Gli scambi commerciali via terra attraverso l’attuale Afghanistan e via mare attraverso le rotte aperte dai mercanti ebrei (nel sud dell’India c’era una fiorente e antichissima comunità ebraica) favorivano la circolazione delle idee e delle conoscenze scientifiche tra i paesi del mediterraneo e il continente sub-asiatico.

A riprova della reciproca conoscenza delle rispettive culture e concezioni filosofiche c’è un episodio interessante, inerente alla “Campagna indiana” di Alessandro Magno[1], raccontato sia da Plutarco (“Vite Parallele: Alessandro”) sia da Strabone (“Commentari storici”): siamo nella primavera del 326 a.C. e Alessandro è a Taxila (Taksasila in sanscrito) nella valle dell’Indo. Dopo aver cercato invano con la violenza di spezzare le resistenze degli yogin (si dice che ne abbia massacrati a centinaia) decide di usare l’arma della diplomazia e manda il filosofo Onesicrito, che segue gli insegnamenti di Diogene, ad incontrare i locali Gymnosophisti. 

Plutarco e Strabone parlano di due diverse categorie di Gymnosophisti: i brahmani, che avevano il ruolo di consiglieri e maestri spirituali dei nobili locali, e i Gymnosophisti veri e propri che, sempre a detta degli storici greci, andavano in giro nudi, donne e uomini, e, quando non erano intenti a celebrare riti di prosperità e guarigione per il popolo, passavano il tempo a fare esercizi ginnici al sole.

Quando Onesicrito, vestito di tutto punto, con mantello, cappello e stivali di pelle, arrivò nel luogo fissato per l’incontro i Gymnosophisti dapprima cominciarono a burlarsi di lui per l’abbigliamento inadatto al sole indiano, e poi cercarono di denudarlo; infine, mossi a pietà, lo accompagnarono all'ombra di un grande albero e si sedettero attorno a lui.

A riprova degli scambi intercorsi tra le due culture, dimostrarono di avere una profonda conoscenza della filosofia greca, gli chiesero di Socrate, Pitagora e Diogene e ne discussero le filosofie criticandone alcuni aspetti secondo loro non in linea con la “legge naturale”. Alla fine accettarono di seguire Onesicrito al campo dei Macedoni per dividere il pranzo con Alessandro.

Della delegazione dei Gymnosophisti faceva parte anche il saggio Calano (Kalyana) che affascinato dal giovane conquistatore decise di seguirlo assumendo la carica di consigliere militare.

Plutarco descrive dettagliatamente le successive imprese e la morte eroica del saggio Kalyana (che all’epoca dell’incontro aveva 73 anni): un giorno, resosi conto che il peggiorare delle sue condizioni fisiche non gli avrebbe permesso di continuare a servire Alessandro nel migliore dei modi, fece preparare una gigantesca pira al centro dell’accampamento, regalò il suo cavallo ad un ufficiale macedone e si gettò, in silenzio, nel rogo. Le esequie furono degne di un re, con i soldati macedoni schierati lancia in resta e gli elefanti da guerra che barrivano tutti insieme, quasi volessero rendere, anche loro, un estremo omaggio allo yogin guerriero.

A parte la somiglianza tra il Socrate del Simposio e il Kalyana raccontato dagli storici greci (entrambi filosofi e guerrieri, entrambi morti suicidi, l’uno con la cicuta e l’altro con il fuoco, la storia narrata da Strabone e Plutarco ci dice che le attitudini marziali degli yogin indiani, la cui scoperta ci ha sorpreso non poco, sono conosciute in occidente almeno dal IV secolo a.C. 

LO STRANO CASO DEL BUDDHISMO GRECO



11 Statua di Buddha proveniente da Gandhara (I sec.). Tokyo National Museum. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Gandhara_Buddha_(tnm).jpeg

La campagna indiana di Alessandro durò diciotto mesi durante i quali i filosofi al suo seguito – oltre ad Onesicrito facevano parte della spedizione anche Pirrone e Anassarco – entrarono in contatto sia con la filosofia degli yogin erranti (i Gymnosophisti) sia con gli insegnamenti del Buddhismo, allora assai fiorente nella valle dell’Indo.

Pirrone tornato in patria, fondò la scuola dello “scetticismo filosofico”, basata, secondo il biografo greco Diogene Laerzio[2] sui concetti, tipicamente buddhisti, dell’impermanenza e della illusorietà della realtà materiale:

Niente esiste davvero” – affermava Pirrone- “L’intera vita umana è governata dalla convenzione…Niente è di per sé più di questo”.

Onesicrito, invece, che seguiva gli insegnamenti della scuola filosofica del “cinismo”, secondo lo storico Strabone[3] affermava di aver imparato in India, dai Gymnosophisti, molti dei suoi precetti, come ad esempio:

“Nulla di ciò che accade è tutto cattivo o tutto buono, le opinioni non sono altro che sogni…la migliore filosofia è quella che libera dal dolore”.

La contaminazione delle due culture, quella greca e quella indiana, fu favorita dalla creazione di varie comunità multietniche che, nel 180 a.C. (142 anni dopo la morte di Alessandro) vennero riunite nel cosiddetto Regno Indo-greco[4].
I re indo-greci governarono per due secoli su un territorio vastissimo che includeva l’attuale Pakistan, buona parte dell’Afghanistan e tutta l’India nord occidentale e, con la loro politica illuminata, contribuirono in modo rilevante allo sviluppo e alla diffusione dell’arte e della cultura indiane.


12 Regno Indo-greco. Narain Coins of the Indo-Greeks and Westermann Grosser Atlas zur Weltgeschichte, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Indo-GreekWestermansNarain.jpg

Fu proprio nelle città capitali del Regno Indo greco[5] che si sviluppò il cosiddetto buddhismo greco[6], meglio conosciuto come Buddhismo Mahāyāna, grazie al quale i miti, i simboli, le lingue e addirittura gli sport[7] del sub-continente asiatico, continuano ad essere esportati in tutto il mondo.

Il buddhismo greco è una religione sincretica in cui il buddhismo delle origini viene sposato alle pratiche psicofisiche dei Gymnosophisti, alla filosofia e mitologia greche e ad una serie di culti locali. Il suo successo immediato dipese in gran parte dalla creazione di una raffinata arte religiosa – arte indo greca o “arte di Gandhara” -  in cui Buddha veniva rappresentato per la prima volta in forma umana, con il sorriso ineffabile e l’armonia delle forme tipici dell’Arte greca del periodo classico.

Prima di allora l’arte buddhista si era espressa solo attraverso simboli astratti ed elementi naturali – lo “stupa” simbolo dei cinque elementi, la svastika o l’albero “della Bodhi” ad esempio – con le sculture degli indo greci invece, i fedeli potevano finalmente vedere nei templi il volto del “Beato” e riconoscervi i tratti, per loro familiari, delle divinità adorate precedentemente.

Dal I° secolo Buddha assunse la fisionomia che conosciamo ancora oggi, con gli occhi allungati di Dioniso, le orecchie tagliate e allungate degli yogin himalayani, i capelli acconciati come le divinità del Tamil Nadu e, spesso, con il punto sulla fronte (bindu) tipico degli “adoratori della dea”, gli śakta.

Un altro dei meriti degli indo-greci è quello di aver inventato la figura dei “protettori del Buddha”. Il Buddhismo delle origini non è una religione vera e propria, ma una filosofia “ateistica”, nel senso che non contempla l’esistenza di un dio creatore. 

Questo concetto, non nuovo nella cultura indiana (anche lo Yoga propriamente detto, come vedremo, è ateistico) risultava però di difficile comprensione per popoli abituati a divinizzare eroi ed atleti identificandoli con le energie della natura, ragion per cui furono create delle divinità buddhiste, i protettori del Buddha, che personificavano le qualità dell’Illuminato:

-Vajrapāni, che simboleggia la potenza;
- Mañjuśrī, che simboleggia la saggezza;
-  Avalokiteśvara, che simboleggia la compassione.

A seconda del luogo in cui venivano costruiti i centri di culto, i protettori assumevano le fattezze e gli attributi simbolici di dei ed eroi appartenenti a tradizioni pre-esistenti favorendo l’integrazione nel buddhismo di altre religioni. 

Se si osserva, ad esempio, l’immagine successiva, conservata al British Museum, si riconoscerà Ercole nei panni di Vajrapāni. Nella mano destra l’eroe brandisce una Gadā, la mazza da lottatore tipica del dio scimmia Hanuman, mentre con la sinistra regge un fulmine stilizzato, simbolo sia di Zeus sia del dio vedico Indra, Signore delle tempeste.


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13 Ercole rappresentato come Vajrapāni, protettore del Buddha. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Buddha-Vajrapāni -Herakles.JPG


  
CONCLUSIONE



14 Bassorilievo Kushan (III secolo d.C.) che ritrae un devoto indo greco (a sinistra), Buddha con due bodhisattva e un monaco cinese, Musée Guimet, Parigi.  Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Yuezhi#/media/File:BuddhistTriad.JPG

Tra il 78 e il 123 d.C. il territorio indo-greco fu invaso dagli Yuèzhī (in cinese “stirpe della Luna”), una confederazione di tribù proveniente dalla Cina. Gli Yuèzhī crearono quindi l’impero Kushana che comprendeva l’India settentrionale, il Pakistan, l’intero Afghanistan e l’Uzbekistan. 

Tra il II e il III secolo un imperatore Yuèzhī chiamato Kanishka collegò la via della seta alle rotte dell’oceano indiano attraverso la valle dell’Indo, inaugurando così una politica di scambi commerciali con Roma, il Medio-oriente e la Cina, che portò ad un periodo di grande sviluppo culturale ed economico dell’India.

Kanishka è ricordato anche per aver indetto i il primo concilio del buddismo greco - allora conosciuto con il nome mahājāna che in gāndhārī[1] significa “grande conoscenza” - e di averne promosso la diffusione in tutto il mondo.

Il termine mahāyāna, “grande veicolo”, con cui oggi conosciamo il buddhismo indo-greco[2], sarebbe frutto di un errore compiuto durante la traduzione in sanscrito dei testi originali - scritti, evidentemente, in altre lingue[3]  - avvenuta dopo il II secolo d.C.: mahājāna (“grande conoscenza”) sarebbe diventato  appunto mahāyāna (“grande veicolo” in sanscrito).

A molti di noi può sembrare un errore veniale, ma se teniamo conto del fatto che stiamo parlando di una delle religioni più importanti del mondo e della lingua considerata la più antica del mondo”[4], custodita per millenni dai brahmini come un dono degli dei, la svista diviene tutt'altro che irrilevante: è come se parlando della Madonna la chiamassimo “Magia” invece di “Maria”, o se “Islam” venisse tradotto in inglese “Island”.

L’episodio, tra l'altro dimostra, fino a prova contraria:

1. Che almeno fino al II secolo d.C. i testi religiosi, almeno quelli buddhisti, non erano scritti in sanscrito;
2. Che alla corte di Kanishka, sovrano del più grande impero indiano dell’epoca, la conoscenza del sanscrito era poco diffusa[5].

In pratica la storia dell’errore e, soprattutto, il fatto che le traduzioni siano state realizzate in epoca cristiana, oltre a dirci che il Buddhismo mahayana è stata una operazione di Marketing  confermano l'origine recente  della scrittura sanscrita – o devanāgarī, “scrittura della città divina”) - e, quindi dei testi da cui abbiamo tratto la conoscenza dello Yoga, della filosofia indiana e delle discipline olistiche che ne derivano: i Veda.

Il sanscrito è una lingua moderna e il Buddhismo Mahayana è stato inventato dai greci.
Sembrano delle affermazioni folli, ma, per fortuna o purtroppo basta fare un minimo di ricerche storiche (o addirittura consultare wikipedia) per scoprire che, quando si parla di yoga e di filosofia indiana, la realtà è assai diversa da quanto ci raccontano....anzi, da quanto ci raccontiamo.




[1] Il gāndhā è una delle lingue parlate nel territorio indo-greco insieme al greco, al pāli e, pare, all’aramaico. Fonti:
-          Dipak Kumar Barua. An Analytical Study of Four Nikāyas. Munshiram Manoharlal Publishers Pvt. Ltd. Calcutta, 1971, sec. ed. 2003. ISBN 81-215-1067-8
-          Thomas Oberlies. Pali: A Grammar of the Language of the Theravāda Tipiṭaka. Walter de Gruyter, 2001 ISBN 3-11-016763-8
-          Kogen Mizuno. Buddhist Sutras - Origin, Development, Transmission. Tokyo, Kosei, 1995 ISBN 4-333-01028-4
[2] Fanno parte del buddhismo Mahāyāna il buddhismo tibetano, il buddhismo giapponese (zen) e il buddhismo cinese (Chan).
[3] Vedi:
-          Seishi Karashima, Some features of the Language of the Saddharma-pundarika-sutra, indo Iranian Journal 44.
[4] Come vedremo si tratta di un’affermazione falsa: il sanscrito non è la lingua più antica del mondo. I linguisti e gli archeologi sono perfettamente a conoscenza del fatto che il Sumero, il Greco, l’Aramaico e persino il latino sono lingue ben più antiche del sanscrito.
[5] Alcuni affermano che l’errore sia stato fatto volontariamente, per adeguare la nuova religione alla teoria buddhista dei veicoli (yana) affermando, nel contempo la superiorità del buddhismo mahāyāna sulle altre scuole (mahāyāna=grande veicolo). Un’altra ipotesi vuole che i Brahmini, custodi della lingua sanscrita, si siano rifiutati di collaborare con i buddhisti, considerati non ortodossi o addirittura eretici. Secondo noi la prima ipotesi potrebbe essere plausibile, ma la seconda è sicuramente infondata vista la provata appartenenza di molti “missionari” buddhisti alla casta dei brahmini.



[1] Fonti:
-          Diodoro Siculo, Bibliotheca historica.
-          Flavio Arriano, Anabasi di Alessandro.
-          Plutarco, Vite Parallele: Alessandro.
-          Quinto Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno.

[2] Diogene Laerzio “Vite dei Filosofi”.
[3] Strabo, XV.I.65.
[4] Nel 180 a.C., Demetrio I di Battria invase l'India e creò un'entità statale che si separò poi dal Regno greco-battriano divenendo il Regno indo-greco. Il regno ebbe numerose capitali, anche contemporanee l'un l'altra, in considerazione del fatto che sotto il nome di Regno indo-greco si riuniscono diverse linee dinastiche; una delle prime capitali fu Taxila, mentre altre dinastie ebbero la propria sede a Pushkalavati e Sagala (la più vasta capitale) e, secondo quanto scritto da Claudio Tolomeo nella sua Geografia e quanto deducibile dai nomi degli ultimi sovrani, la città di Theophila nel sud fu ad un certo punto una sede regale o quantomeno satrapale.Durante i due secoli di governo indo-greco, i sovrani combinarono le lingue e i simboli greci e indiani, come visibile sulla loro monetazione, operando una commistione di pratiche religiose greche, induiste e buddiste, come diviene chiaro esaminando i resti delle loro città. La cultura indo-greca raggiunse un elevato grado di sincretismo, il cui influsso è sentito ancor oggi, specialmente attraverso la diffusione dell'arte greco-buddhista.
Gli indo-greci terminarono di essere un'entità politica indipendente intorno all'anno 10, a seguito delle invasioni degli indo-sciti, sebbene sia plausibile ritenere che enclavi di popolazioni greche rimasero per secoli sotto le dominazioni indo-sasanidi e dell'Impero Kushan. Fonti:
-          Gauranga Nath Banerjee, Hellenism in ancient India, Delhi, Munshi Ram Manohar Lal., 1961.
-          William Woodthorpe Tarn, The Greeks in Bactria and India, Chicago, Ares, 1984, ISBN 0-89005-524-6.
[5] Il Regno Indo-greco, fu governato contemporaneamente da varie dinastie, con governo indipendenti che avevano la loro sede in diverse città come Alessandria del Caucaso, Theophila, Sagara e Taxila, sede come abbiamo visto, dell’incontra tra Alessandro magno e il Gymnosophista Calano.
[6] Ad essere sinceri prima delle nostre ricerche non immaginavamo neppure che fosse esistita una versione occidentalizzata del buddhismo: avevamo sentito parlare di buddhismo giapponese (Zen), cinese (Chan) e tibetano, ma mai di buddhismo greco.
[7] Secondo la tradizione cinese fi il monaco buddhista Bodhidharma, nel IV secolo, a creare la arti marziali conosciute oggi come Wushu Shaolin, modificando gli sport da combattimento indiani (malla-yuddha e Kalaripayattu), per adeguarli alla cultura cinese. Due secoli dopo altri due monaci buddhisti, Vajrabodi e Amogavajra, avrebbero invece istruito il giapponese Kukai, fondatore della prima scuola di arti marziali giapponesi nel monastero di Shingon.

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