giovedì 23 settembre 2021

ORIGINI DELLO HATHAYOGA- LO YOGA ERETICO DEI GYMNOSOPHISTI DI ALESSANDRO MAGNO

 

Le origini dello haṭḥayoga, inteso come pratica psicofisica basata su un insieme di pratiche posturali e pratiche meditative, sono abbastanza misteriose. Se vogliamo dare credito ai biografi di Alessandro Magno[1] si può supporre che lo haṭḥayoga, inteso come disciplina psicofisica basata su un insieme di pratiche posturali e pratiche meditative, prenda le mosse dalla tradizione dei gymnosophisti indiani del IV secolo a.C., identificati di volta in volta con i digambara jaina [2], i monaci buddhisti[3] o con medici-maghi appartenenti ad una tradizione precedente alla “brahmanizzazione” dell’India[4].

Le notizie che abbiamo oggi sui gymnosophisti indiani provengono principalmente dal dialogo tra Alessandro e dieci gimnosofisti, accusati di aver organizzato la resistenza contro l’esercito macedone nella zona di Taxil[5] (Takaśilā तक्षशिला, in sanscrito). Alessandro aveva dichiarato di voler condannare a morte il primo di costoro che non avesse risposto correttamente alle sue domande, secondo il giudizio del più anziano tra loro.

Scrive Plutarco (“Vita di Alessandro”, 64, 2-12):

“Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose:

«I vivi, perché i morti non ci sono più».

 Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra; rispose:

«La terra, perché anche il mare è parte d’essa».

Chiese al terzo qual è l’animale più astuto. Rispose:

«Quel che l’uomo non ha ancora conosciuto».

Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose:

«Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse».

Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte:

 «Il giorno» disse «e precede d’un giorno [la notte]».

Il re rimase stupito, ed egli aggiunse:

«È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili».

Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado:

«Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse.

Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose:

«Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia»

All’altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la vita è più forte, perché sa sopportare così grandi mali; l’ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l’uomo viva, rispose:

«Fino a quando non ritiene che l’essere morto sia meglio del vivere». […]”

 

Alla fine, affascinato dall’arguzia dei dieci filosofi Alessandro li “congedò con ricchi doni e concesse loro salva la vita”. Della delegazione dei gymnosophisti faceva parte anche il saggio Calano (Kalyana) che decise di seguire il giovane conquistatore assumendo la carica di consigliere militare.

Plutarco descrive dettagliatamente le successive imprese e la morte eroica del saggio Kalyana (che all’epoca dell’incontro aveva 73 anni): un giorno, resosi conto che il peggiorare delle sue condizioni fisiche non gli avrebbe permesso di continuare a servire Alessandro nel migliore dei modi, fece preparare una gigantesca pira al centro dell’accampamento, regalò il suo cavallo ad un ufficiale macedone e si gettò, in silenzio, nel rogo. Le esequie furono degne di un re, con i soldati macedoni schierati lancia in resta e gli elefanti da guerra che barrivano tutti insieme, quasi volessero rendere, anche loro, un estremo omaggio allo yogin di Taxila[6].

 

Se i gymnosophisti di Taxila fossero gli antenati dei moderni haṭḥayogin, ipotesi tutt’altro che remota, i racconti del loro “duello filosofico” con Alessandro, delle gesta e della morte gloriosa di Calano potrebbero mettere in crisi molte delle attuali credenze sullo Yoga e sulla filosofia indiana.

La prima credenza che viene messa in discussione dai gymnosophisti di Alessandro è quella relativa alla non violenza, ahi (अहिंसा).

In tutte, o quasi, le scuole di Yoga moderne, è considerato di fondamentale importanza l’insegnamento – e la pratica - degli yama (यम) – i cosiddetti “cinque no” - ovvero “le cose da evitare nelle relazioni con gli altri” e dei niyama (नियम) – i cosiddetti “cinque si” - ovvero “le cose da praticare per migliorare la relazione con noi stessi”.

Yama – letteralmente “autocontrollo” – e niyama – “restrizione; regolamento; legame” – sono i primi due “passi dello aṣṭānga yoga di Patañjali, e vengono descritti in Yoga Sūtra 2.30, 2.32:

अहिंसासत्यास्तेय ब्रह्मचर्यापरिग्रहाः यमाः ३०

Ahisā-satya-asteya brahmacarya-aparigrahā yamā 30

 

शौच संतोष तपः स्वाध्यायेश्वरप्रणिधानानि नियमाः ३२

Śauca satoa tapa svādhyāy-eśvarapraidhānāni niyamā 32

 

I versetti sono chiari anche per chi non conosce il sanscrito; Patañjali scrive che i cinque yama[7] sono:

1.      Ahisā (non violenza);

2.      Satya (verità, veridicità);

3.      Asteya (non rubare);

4.      Brahmacarya (continenza, astinenza sessuale);

5.      Aparigraha (non possessività, non avidità).

Mentre i cinque niyama[8] sono:

1.      Śauca (purificazione);

2.      Satoa (soddisfazione, tendenza ad accontentarsi);

3.      Tapas (austerità);

4.      Svādhyāya (studio e recitazione delle scritture “per sé stessi”, talvolta inteso come “studio del Sé”);

5.      Īśvara praidhāna (devozione, abbandono al “Signore”).

Come è possibile, viene da chiedersi, conciliare l’insegnamento della non violenza - ahisā - con il comportamento dei gymnosophisti?

Non solo i dieci filosofi hanno organizzato la rivolta militare contro i macedoni ma alla domanda “Per quale ragione hai indotto Sabba alla rivolta?” il quarto filosofo risponde:

“Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse».

Prendere le armi, per uccidere o essere uccisi, per i gymnosophisti è quindi cosa buona e giusta, tanto è vero che l’anziano Calano seguirà le truppe macedoni e arriverà a togliersi la vita nel momento in cui prende coscienza del fatto “che il peggiorare delle sue condizioni fisiche non gli avrebbe permesso di continuare a servire Alessandro nel migliore dei modi”,

Un’altra indicazione interessante sulla filosofia dei gymnosophisti proviene dalla prima risposta fornita ad Alessandro:

“Al primo [gymnosophista] fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose:

«I vivi, perché i morti non ci sono più».”

Anche se l’affermazione “I vivi [sono più numerosi dei morti], perché i morti non ci sono più” potrebbe essere oggetto di varie sfumature interpretative, sembra di capire che i gymnosophisti non credessero né nella vita oltre la morte né nell’immortalità dell’anima, punti fondamentali del Sanātanadharma (सनातनधर्म)[9], la “filosofia perenne” nel cui ambito - ci hanno insegnato - si sarebbe sviluppato lo Yoga.

In altre parole: se accettiamo come valida l’ipotesi che “lo haṭḥayoga, inteso come disciplina psicofisica basata su un insieme di pratiche posturali e pratiche meditative, prenda le mosse dalla tradizione dei gymnosophisti indiani del IV secolo a.C.” dovremo anche considerare la possibilità che lo haṭḥayoga si sia sviluppato al di fuori dell’ortodossia brahmanica, ovvero delle scuole filosofiche che riconoscono l’autorità dei Veda.



[1] Vedi: L. Cracco Ruggini, L’Epitoma Rerum Gestarum Alexandri Magni e il Liber de Morte Testamentoque eius, “Athenaeum” 39 (1961), pp. 285-357, Ead., Sulla cristianizzazione della cultura pagana: il mito greco e latino di Alessandro dall’età antonina al medioevo, “Athenaeum” 43 (1965), pp. 3-80, il Talmud (babilonese) Tamid 31b-32a, e vari contributi in R.B. Finazzi - A. Valvo (a cura di), La diffusione dell’eredità classica nell’età tardoantica e medievale. Il Romanzo di Alessandro e altri scritti, Alessandria 1998.

[2] I Digambara (दिगंबर), letteralmente “vestiti d’aria”, sono una delle due principali scuole Jaina. Si distinguevano dagli Śvetāmbara (श्वेताम्बर) -vestiti di bianco – per la loro abitudine a praticare completamente nudi.

[3] Vedi: F. Pfister, Das Nachleben der Überlieferung von Alexander und den Brahmanen, “Hermes” 76 (1941), pp. 143-169; R.C. Majumdar, The Classical Accounts of India, Calcutta 1960, rist. 1981, pp. 425-448; I. Dziech, De Graecis Brahmanum aestimatoribus, “Eos” 44 (1951), pp. 5-16; W.H. Willis - K. Maresh, The Encounter of Alexander with the Brahmans: New Fragments of the Cynic Diatribe P. Genev. inv. 271, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik” 74 (1988), pp.59-83.

[4] Vedi: L. Skurzak, Études sur les fragments de Mégasthène. Bracmavna~-Sarmavna~, “Eos” 47 (1956), pp.95-100, citato in “Il colloquio fra Alessandro Magno e i Gimnosofisti: analisi e prospettive” di Cristiano Dognini, http://fimim.altervista.org/ASIM-1_QuSIM.14.Dognini.2a.pdf

[5] Taxila, sede di una delle più importanti Università buddhiste dell’antichità, era il principale centro economico e culturale del  Regno di Gandhāra.

[6] Fonti: Fonti:

-          Diodoro Siculo, Bibliotheca historica.

-          Flavio Arriano, Anabasi di Alessandro.

-          Plutarco, Vite Parallele: Alessandro.

-          Quinto Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno.

 

[7] Secondo la Varāha Upaniṣad (quinta sezione) gli yama sono dieci anziché cinque:

  1. Ahiṃsā (non violenza);
  2. Satya (verità);
  3. Asteya (non rubare);
  4. Brahmacarya (Continenza, astinenza, fedeltà al partner);
  5. Kṣamā (perdono);
  6. Dhṛti (forza);
  7. Dayā (compassione);
  8. Ārjava (non ipocrisia, sincerità);
  9. Mitahāra (dieta misurata);
  10. Śauca (purezza, pulizia).

[8] Secondo la Varāha-upaniṣad (quinta sezione) i niyama sono dieci:

  1. Tapas (penitenza austerità);
  2. Santoṣa (contentezza, accettazione degli altri e di sé, gioia);
  3. Āstika (riconoscimento dell’autorità dei Veda);
  4. Dāna (generosità, carità, condivisione con gli altri);
  5. Varapūjana (adorazione del “Signore”);
  6. Siddhāntaśrāvaṇa (ascolto delle antiche scritture, testi su etica, valori e principi);
  7. Hrī (rimorso e accettazione del proprio passato, modestia, umiltà);
  8. Mati (pensare e riflettere per comprendere, riconciliare idee contrastanti);
  9. Japa (ripetizione di mantra, recitazione di preghiere o conoscenza);
  10. Vrata (mantenimento delle promesse, rituali veloci, osservazione del pellegrinaggio e yajña).

[9] “Legge eterna”, reso talvolta in occidente con “filosofia perenne”. Rappresenta l’insieme di culti e concezioni filosofiche che definiamo induismo.

sabato 18 settembre 2021

ॐ नमः शिवाय - IL SIGNIFICATO DEL "MANTRA DELLE CINQUE SILLABE"

 




 नमः शिवाय - oṃ namaḥ śivāya


Ogni simbolo, mantra o sequenza tradizionale si rivolge a quattro diversi piani coscienziali definiti nella filosofia e nella teologia occidentale LetteraleAllegoricoMorale e Anagogico.

Il piano letterale è quello della comprensione, per esempio, delle singole parole i un mantra e di una scrittura, del riconoscimento dei simboli e della giusta maniera di assumere una posizione.
Si tratta di quella che potremmo definire conoscenza eruditiva.

Nel caso dello śiva pañcākṣara (il mantra delle cinque sillabe, OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA) la comprensione letterale consisterà, ad esempio, nella conoscenza della giusta pronuncia (OMNG NAMÀHA SCIVÀ YA) e nella traduzione, appunto, letterale, che in questo caso potrebbe essere “Io saluto/invoco il Benefico (Śiva)”.

Andando avanti, sul piano “Letterale” posso raccontare ai discenti che il mantra compare per la prima volta nello Yajurveda (TS 4.5.8.1), in un inno dedicato a रुद्र rudra, il “Terribile”, nella forma:
नमः शिवाय  शिवतराय 
namaḥ śivāya ca śivatarāya ca

Il piano Letterale è il piano della riflessione intellettuale, della logica razionale e della conoscenza eruditiva.

Il piano Allegorico è quello dell’intuizione, il docente dovrà dare la chiave per interpretare il mantra secondo la “simbolica” hindu, introducendo i discenti nella dimensione, paragonato al sogno o alla fiaba, in cui niente è come sembra e ogni lettera, gesto o posizione ha un significato nascosto, legato per lo più alle leggi naturali.
Così verrà spiegato al discente che:

1.     NA è il suono della Terra.
2.     MA è il suono dell’Acqua.
3.     ŚI il suono del Fuoco.
4.     VĀ il suono dell’Aria.
5.     YA il suono dello Spazio.
Ogni suono verrà collegato ad uno dei cinque sensi, una delle cinque azioni fondamentali, uno dei cinque elementi sottili ecc.:

1.     NA è legato all’Olfatto, al Naso, alla Defecazione, all’Ano e all’Odore
2.  MA è legato al Gusto, alla Lingua, alla Generazione, agli Organi Sessuali e al Sapore.
3.     ŚI è legato alla Vista, all’Occhio, al Movimento, al Piede e alla Luce.
4.     VĀ è legato al Tatto, alla Pelle, all’Afferrare, alla Mano, alla Tangibilità.
5.     YA è legato all’Udito, all’Orecchio, all’Esprimere, alla Gola, al Suono.

Il piano Allegorico è il piano della rivelazione, in cui il discente deve prendere coscienza della valenza operativa, cioè trasformativa, dei simboli e delle tecniche.

Il piano Morale è quello della comprensione reale delle leggi fondamentali della manifestazione.
Qui il docente metterà in relazione i nomi, i simboli e le tecniche con i principi religiosi e filosofici, innescando la meditazione e mettendo in contatto il discente con le parti più profonde del suo inconscio.
Su questo piano l’apparente differenza tra tecniche, concetti e credenze scomparirà lasciando il posto ad una comprensione unitaria.
Il Docente rivelerà al discente, ad esempio, che le cinque sillabe sono la rappresentazione grossolana dei cinque poteri della manifestazione e che coincidono con i gesti delle statue e delle posture yoga.

1.     NA rappresenta il potere dell'assorbimento o distruzione, manifestato, nelle statue nella mano posteriore sinistra che regge il fuoco
2.     MA rappresenta il potere del velamento manifestato nel passo del piede destro che schiaccia la testa del "nano dell'ignoranza) 
3.     ŚI è il potere della creazione manifestato nella mano posteriore destra che regge e suona il tamburello.
4.     VĀ è la grazia dello svelamento manifestata nel movimento del piede sinistro, sospeso a metà tra cielo e terra. 
5.     YA è il potere della protezione/mantenimento indicato dalla mano anteriore destra nell'atto di assumere la mudrā chiamato अभय मुद्रा abhaya mudrā, la mudrā che allontana la paura. 

Nelle posture invece:

1.     NA rappresenta i piedi dello yogin.
2.     MA rappresenta il suo ombelico.
3.     ŚI rappresenta le spalle.
4.     VĀ rappresenta la bocca.
5.     YA rappresenta la “Fontanella posteriore”, il “Sincipite”.





Meditando sui cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione, mantenimento, velamento, grazia) e sulle loro corrispondenze nella realtà grossolana può accadere che i pensieri comincino a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e il desiderio del voler conoscere/comprendere. La mente del discente a questo punto si può identificare completamente nel mantra  नमः शिवाय - OṂ NAMAḤ ŚIVĀYA - che “rimane” come seme della meditazione.

Il piano Morale è il piano della Meditazione, ovvero del “momentaneo” annichilimento dell’individualità dovuto alla realizzazione, magari per un istante, della sostanziale identità tra macrocosmo e microcosmo.
Infine vi è il piano Anagogico nel quale il docente non ha nessuna possibilità di intervento diretto, e la parola, il simbolo o la posizione non hanno alcuna rilevanza.

Il piano Anagogico è il piano della Contemplazione, nel quale il praticante, realizzata l’identità sostanziale tra microcosmo e macrocosmo, si svela a sé come Testimone nell’atto di contemplare se stesso.


[1] Samādhi, talvolta usato come sinonimo di dhyāna o jhāna nel buddhismo è l’esperienza che apre le porte a prajñā, la condizione di conoscenza intuitiva che permette, a sua volta, di accedere alla bodhi, o Risveglio spirituale. Il Canone Pāli descrive otto stati progressivi di jhāna: quattro meditazioni con forma (rūpa) e quattro meditazioni senza forma (arūpa jhāna). Una nona forma è Nirodha-Samapatti. Come vedremo sia i termini che gli insegnamenti ad essi relativi, sono simili o identici a quelli che incontriamo in questo testo.Secondo molti commentatori, i quattro rupa jhana sono un contributo originale del Buddha, ovvero non appartenente alla tradizione vedica. Gli arupa jhana invece erano incorporati nelle tradizioni ascetiche non buddiste.
[2] Samāpatti, termine usato in atharva-veda-prātiśākhya con il significato di “assumere la forma originale”, è considerato solitamente un sinonimo di samadhi. Nel buddhismo si opera invece una distinzione tra i due termini con samadhi che viene inteso come “meditazione che conduce all’identità della mente con un oggetto” e samāpatti che indica invece “la realizzazione, l’estasi”.
[3] Saṁskāra letteralmente significa “mettere insieme correttamente, formare nel modo corretto, rendere perfetto”, ma si usa anche nel senso di “realizzazione, abbellimento, ornamento, purificazione, pulizia, preparazione del cibo, estrazione e raffinazione dei metalli, lucidatura di gemme preziose, allevamento di animali” (vedi Mahābhārata), ma per estensione semantica va ad indicare anche “i sacramenti, le iniziazioni e le cerimonie di purificazione” (vedi manu-smṛti e Mahābhārata). Nella filosofia indiana saṁskāra indica “la facoltà della memoria, il ricordo, l'impressione mentale di atti compiuti nel passato in un precedente stato di esistenza”. Nel buddismo i saṁskāra sono le impressioni lasciate del karma passato che causano i fenomeni presenti. Sono in pratica i “semi dell’esistenza individuale” in quanto formerebbero formano la cosiddetta “coscienza deposito (ālayavijñāna) in cui si accumulano le tracce delle azioni passate. Ciò che facciamo nel presente non sarebbe altro che un riportare alla coscienza, rendendoli “attivi”, i saṁskāra giacenti nell’ ālayavijñāna. Nel Nyāya e nel Vaiśeṣika saṁskāra viene definito come “disposizione latente”, e viene suddiviso in tre tipi: inerzia, elasticità e traccia psichica (bhāvanā). “L’inerzia spiega la continuità del moto di una sostanza in una determinata direzione, mentre l’elasticità è la tendenza di certi oggetti, come il ramo di un albero, a riprendere autonomamente la posizione originale quando la sollecitazione esterna viene meno. La traccia psichica è la disposizione attitudinale degli individui, una qualità inerente al sé (ātman), che è prodotta da esperienze singole o abitudinarie ed è anche un elemento cardine del meccanismo della memoria”.

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