1.28.2022

La Pratica della Visualizzazione nello Hathayoga

 

Quando si parla di visualizzazioni, nello Yoga, ci si riferisce spesso a pratiche "immaginative" simili a certe tecniche usate nell'esoterismo occidentale, nell'ipnosi di Erikson o negli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola: "sei a piedi di una collina, vedi gli alberi che si stagliano nel cielo azzurro, i raggi del sole filtrano trai rami disegnando una spirale ecc. ecc. ecc."
Sono tecniche che hanno una loro funzione e sicuramente generano effetti positivi, ma credo sia interessante andare a leggere cosa intendevano gli antichi yogi per visualizzazione, nel gergo degli hathayogin lakṣya:


Il termine lakṣya (लक्ष्य) significa letteralmente “ciò che deve essere visto o notato”, “ciò che deve essere preso di mira”. Nello haṭḥayoga indica sia tecniche di visualizzazione -ovvero il “disegnare nella mente ”oggetti, simboli e colori – sia la visione di effetti luminosi e forme che accompagna la pratica della concentrazione sugli ādhāra, 16 particolari marma  sui quali lo yogi porta la mente durante l'apnea, in una pratica definita, in testi come Yoga Yājñavalkya, la Vasiṣṭhasaṃhitā e il Vimānārcanākalpa, Pratyāhāra.

Nello yoga, in genere, si parla di tre diverse modalità di visualizzazione (trilakṣya), ovvero:

  1. Antarlakṣya: "ciò che si deve vedere dentro", che si potrebbe intendere come una visualizzazione di oggetti di percezione dentro il corpo, ovvero organi interni, processi fisiologici ecc.
  2. Bahirlakṣya: "ciò che si deve vedere fuori", che si potrebbe intendere come una visualizzazione di oggetti esterni al corpo;
  3. Madhyamalakṣya: "visualizzazione media o neutra", né interna né esterna.

Una descrizione accurata delle tre modalità di visualizzazione si trova nella Advayatāraka Upaniṣad, un testo tardo (probabilmente XVII-XVIII secolo) che riprende ampi stralci di un altro testo attribuito a Gorakṣa, lo Āmanaska Yoga[2]..

Nella Advayatāraka Upaniṣad la visualizzazione interiore (antarlakṣya) riguarda la percezione di kuṇḍalinī śakti come un filo sottile e luminosissimo che scorre all’interno di brahma nāḍī. La visione di kuṇḍalinī si accompagna all’insorgere del suono interiore. Nella pratica si tappano le orecchie con le dita o i palmi delle mani e lo sguardo viene diretto verso il centro della fronte, dove il praticante visualizza un punto o un uovo di luce blu.

La visualizzazione esterna – o esteriore – (bahirlakṣya) consiste invece nell’osservare luci o forme di colore giallo brillante, rosso sangue, blu o nero che appaiono agli angoli dell’occhio, per terra o sopra la testa.

La pratica inizia con la meditazione sui soffi vitali - vāyu (वायु) – accompagnata dai bija mantra degli elementi, da una serie di mūdra e dalla visualizzazione di simboli di vari colori.

La fase finale di bahirlakṣya consiste nella contemplazione di una luce splendente sopra al sincipite.

La terza forma di visualizzazione, detta madhyamalakṣya consiste infine nel lavoro sui vyomapañcaka , ovvero i “i cinque Spazi” o “le cinque stanze”.

[Da notare che la visualizzazione delle luci o forme colorate realizzata durante la pratica di antarlakṣya e bahirlakṣya corrisponde quasi perfettamente alla “realizzazione dei dieci segni descritto nello Yoga di Nāropā[3], descritto nel Canone Buddhista Tibetano]

 La visione delle "cinque stanze" (vyoma pañcaka),  identificata con madhyamalakṣya, va considerata una conseguenza delle pratiche degli ādhāra, di antarlakṣya e di bahirlakṣya,.

Le cinque stanze, chiamate ākāśa, parākāśa, mahākāśa, tattvākāśa e sūryākāśa, vengono descritte in Siddha Siddhānta Paddhati 2.30 in questo modo:

 

"Ākāśa è lo Spazio che viene visualizzato all’esterno [bāhya] - e all’interno – [abhyantara] - uno spazio perfettamente immacolato [nirmala] - senza forma [nirākāra].

Parākāśa è visualizzato come uno spazio simile alla perfetta oscurità [andhakāra].

Mahākāśa è visualizzato come uno spazio simile kālānala, il “Fuoco della Morte”.

Tattvākāśa è visualizzato come lo Spazio la cui forma è la realtà, intesa come ciò che è manifestato.

Sūryākāśa è visualizzato, sia all’esterno sia all’interno, come la luce splendente di dieci milioni di sóli.

Contemplando i cinque (Ākāśa, Parākāśa, Mahākāśa, Tattvākāśa, Suryākāśa) si realizza l’identità con lo Spazio.”


La pratica dei vyoma pañcaka consiste quindi in cinque diverse visualizzazioni e/o pratiche meditative il cui fine è l’identificazione del praticante con lo Spazio. Questa identificazione secondo Śrīkaṇṭha[4] – un maestro Nāth la datazione delle cui opere appare incerta[5] - consisterebbe nel dissolversi dello Spazio interno o spazio della memoria (cittākāśa) sede della coscienza individuale, con la Spazio esterno (genericamente mahākāśa), in unico principio definito cidākāśa, spazio della coscienza universale detto anche parāprakṛti o cit śakti.Da notare che i “cinque Spazi” - ākāśa, Spazio; parākāśa[6], Spazio supremo; mahākāśa, grande Spazio; tattvākāśa, Spazio della Realtà, suryākāśa, Spazio del Sole - potrebbero essere messi in relazione anche con i cinque maṇḍala mistici, i cosiddetti Pañcakra, citati nel Kubjikāmatatantra, un altro testo attribuito a Gorakṣa[7].

 



[1] “ṣaṭcakraṃ ṣoḍaśādhāraṃ dvilakṣyaṃ vyomapañcakam / svadehe ye na jānanti kathaṃ siddhyanti yogiaḥ //12//”

 

[3] Vedi: NOTE FINALI;La Realizzazione dei Dieci Segni nel Kālacakra.

[4] Vedi: Jonathan Duquette, “Śrīkaṇṭha and the Brahmamīmāṃsābhāṣya” in “Defending God in Sixteenth-Century India: The Śaiva Oeuvre of Appaya Dīkṣita”. Oxford Scholarship Online: February 2021.  ISBN-13: 9780198870616

[5] Secondo lo Śābaratantra (Sabaratantra) uno dei primi testi Nāth, Śrīkaṇṭha farebbe parte del gruppo dodici siddha, che avrebbero dato vita al lignaggio Nāth, e sarebbe vissuto quindi prima del X secolo.Ognuno di essi avrebbe avuto un solo allievo,  Questa la lista completa dei primi dodici maestri (1) e dei primi dodici allievi (2):

1.        Ādinatha, Anadi, Kala, Atikalaka, Karala, Vikarala, Mahakala, Kalabhairavanātha, Baṭuka, Bhutanatha, Viranātha, Srikaṇṭha.

2.        Nagarjuna, Jaḍabharata, Hariscandra, Satyanatha, Bhimanātha, Gorakṣa, Carpata, Avadia, Vairagya, Kanthadharin, Jalandhara, Malayarjuna.

[6] Secondo la Ṣaṭsāhasrasaṃhitā il termine Parākāśa indica lo spazio privo di oggetti di conoscenza, ovvero la Realtà non manifestata. Per il Manthānabhairavatantra è una descrizione della dea suprema.

[7] Vedi: NOTE FINALI; I Cakra dei Nath.

1.24.2022

Cosa è Pratyāhāra?

 


Protagora diceva che la teoria senza la pratica è cieca, così come cieca è la pratica senza teoria.

Ultimamente mi sono trovato a riflettere molto sul rapporto tra teoria e pratica nello hathayoga e su come la conoscenza e lo studio dei testi sia utile solo per coloro che praticano costantemente con l'animo del ricercatore.

Uno dei temi che sto affrontando in questo periodo è Pratyāhāra. Tutti gli yogin sanno cosa sia, giusto? 

Pratyāhāra è il distacco sensoriale, l'allontanamento dagli oggetti  di percezione che conduce alla fine della dinamica desiderio-avversione. 

Così almeno pensavo. Poi, durante una ricerca sullo Hathayoga delle origini, ho trovato  nella Vasiṣṭhasaṃhitā  questa definizione, una definizione di cui, se non avessi praticato tecniche di meditazione, sia yoga sia taoista, non sarei riuscito a comprendere il significato:

Lo yogi dovrebbe mandare il respiro in questi punti [ādhāraper mezzo della mente e trattenere [sospendere il respiro] in ognuno di essi]. Spostando [l’attenzione] da un punto all’altro si realizza pratyāhāra.”

Stravagante, vero?

Avevo  cominciato ad approfondire il significato della parola ādhāra studiando il Gorakṣa Paddhati.

Al versetto 1.12 si legge:

“Come possono avere successo [nella pratica] gli yogi che non conoscono i sei cakra, i sedici ādhāra, le due modalità di visualizzazione – lakṣya - e i vyoma pañcaka nel proprio corpo?”

Già, "come possono avere successo gli yogi che non conoscono [...] i sedici ādhāra [...] nel proprio corpo?" 
Ma cosa sarebbero i sedici ādhāra che sono nel corpo? mi sono chiesto. e da questa domanda è nata una ricerca che ha messo in dubbio alcune delle mie credenze sulla pratica e sulle origini dello hathayoga.

I Sedici Ādhāra  e la Pratica di Pratyāhāra

Ādhāra (आधार) sinonimo di adhiṣṭhāna significa letteralmente “base”, “supporto”, “fondamenta”. In alcuni testi ne vengono elencati dodici, in altri sedici, in altri ancora diciotto. Nella pratica sono dei plessi energetici – marma - in cui lo yogi deve portare l’attenzione dopo averli visualizzate come sedi di simboli o di particolari sillabe.

Nella Ṣaṭsāhasrasaṃhitā[1] ad esempio si collegano dodici ādhāra alla recitazione dell’:

“A, U, M e il Bindu (बिंदु) sono [rispettivamente] nel cuore, nella gola e nel palato. La Luna, candra (चन्द्र), nirodhikā (निरोधिका)[2], il suono supremo, nāda[3] (नाद), la “fine del suono (nādānta), śakti, vyāpinī[4], samanā[5] e unmanā[6] [insieme ad A, U, M e il Bindu si dice siano i dodici adhara. Sappi che i dodici si dissolvono nella sillaba AUM [...]”.

Nel Manthānabhairavatantra[7], un testo dedicato al culto di Kubjikā, vengono descritti sedici ādhāra come "sedici tappe dell'ascesa di kuṇḍalinī".

Nel Siddha Siddhanta Paddhati (2.10-25) I sedici “sostegni” vengono elencati nel seguente ordine:

1.     Pādāṅguṣṭhādhāra - "centro dell'alluce”;

2.     Mūlādhāra - "radice, centro della base";

3.     Gudādhāra -"sopra il centro della base", zona dell’ano;

4.     Medhrādhāra - "centro del pene";

5.     Odyanādhāra – in relazione con Uddiyana Bandha (sotto l’ombelico);

6.     Nabhyādhāra "centro dell'ombelico";

7.     Hṝdayādhāra - "centro del cuore";

8.     Kaṇṭhādhāra - "centro della gola";

9.     Ghantikādhāra - "centro dell'ugola”;

10.Talvādhāra - "Centro del palato”;

11.Jihvādhāra - "centro della lingua";

12.Bhrūmadhyādhāra -"centro delle sopracciglia",

13.Nasādhāra - "centro della punta del naso";

14.Kavatādhāra - letteralmente "centro dell'ala della porta", cioè "centro della radice del naso" (Nasamūla);

15.Lalatādhāra - "centro della fronte";

16.Ākāṣa Cakra- "centro spaziale", all’apice del cranio (sincipite).

Dato che il Siddha Siddhanta Paddhati è attribuito a Gorakṣa è ragionevole supporre che siano questi i sedici ādhāra cui si fa riferimento nel versetto1.12, ma come abbiamo detto esistono vari elenchi di ādhāra che differiscono sia nei nomi che nel numero. e può essere utile verificare sia le concordanze sia le differenze.

Nella tabella seguente[8] sono evidenziate le sia le concordanze sia le differenze tra vari testi di yoga e āyurveda:

-                    Nella prima colonna a sinistra sono citati i nomi e la sede dei diciotto ādhāra (marman nei testi) elencati in Yogayājñavalkya, Vasiṣṭhasaṃhitā e Vimānārcanākalpa;

-                    Nella seconda colonna sono elencati gli śārīrasthāna (marman), corrispondenti agli ādhāra, elencati in Suśrutasaṃhitā e Aṣṭāṅgahṛdaya, due testi fondamentali di āyurveda;

-                    Nella terza colonna sono citati gli ādhāra elencati nella Netroddyota, un testo attribuito a Rajanaka Kṣemarāja (XI secolo).

-                    Nella quarta colonna, infine troviamo i tredici ādhāra elencati nello Śāradātilaka, un testo dell’XI secolo composto da Lakśmaṇa Deśikendra;

 

Tabella 2 - ādhāra e marma.

Yogayājñavalkya

ecc.

 

Suśruta

ecc.

Netrodyota

 

Śāradātilaka

1 Alluce

(pādāṅguṣṭha)

1 anguṣṭha

1 aṅguṣṭha

1 padāṅguṣṭha

2 Caviglie (gulpha)

2 gulpha

2 gulpha

2 gulpha

3 Centro della tibia.

(jaṅghāmadhya)

3 indravasti

 

 

4 Base della tibia

(citimūla)

 

 

 

5 Centro del ginocchio

(jānumadhya)

4 jānu

3 jānu

3 jānu

6 Centro della coscia

(ūrumadhya)

5 urvī

 

4 ūru

7 Ano/retto

(pāyumūla)

6 guda

 

5 guda

8 Centro del corpo

(dehamadhya)

 

 

 

9 Penis (meḍhra)

 

4 meḍhra

6 liṅga

10 Ombelico (nābhi)

7 nābhi

5 jaṭhara

7 nābhi

11 Cuore (hṛdaya)

8 hṛdaya

6 hṛd

8 hṛdaya

12 Gola/laringe

(kaṇṭhakūpa)

 

7 kaṇṭha

9 kaṇṭha

13 Palato molle/radice del palato

(tālumūla)

 

8 tālu

 

14 Radice del naso

(nāsāmūla)

 

 

10 nāsā

15 Bulbi oculari (akṣimaṇḍala)

 

 

 

16 Centro tra le sopracciglia

(bhrūmadhya)

9 sthapanī

9 bhrūmadhya

11 bhrūmadhya

17Fronte

(lalāṭa)

 

10 lalāṭa

12 alāṭāgra

18 Sincipite

(mūrdhan).

10 adhipati

11 brahmarandhra

13 mūrdhan

 

Dalla tabella possiamo notare, innanzitutto, che i sei cakra fanno parte dell’elenco degli ādhāra.

In secondo luogo, in alcuni casi non è chiara la localizzazione dei punti o comunque non c’è una perfetta corrispondenza tra gli ādhāra e i marma

Il primo ādhāra ad esempio, pādāṅguṣṭhādhāra – che viene posto al centro dell’alluce, in realtà dovrebbe corrisponde ai punti detti kṣipra, situati tra la base dell’alluce e la base del secondo dito – illice - di ciascun piede.

È dubbia anche la collocazione del punto della gola, detto Kaṇṭhādhāra o kaṇṭhakūpa, dato che nella zona del collo, secondo la Suśruta Saṃhitā  dodici marma: “quattro dhamanī [arterie]” e “otto mātṛkā[9]”.

Comunque sia a prescindere dalla questione, assolutamente non secondaria, dei loro nomi e della loro localizzazione, dal nostro punto di vista è importante stabilire quali siano la loro natura e la loro utilizzazione nella pratica dello yoga. Gorakṣa nel Pūrva Śatakam da indicazioni abbastanze vaghe e non chiarisce quale siano le modalità operative dei sedici ādhāra.

Il termine ādhāra compare in cinque versetti:

In 1.12, come abbiamo visto, Gorakṣa parla dei sedici ādhāra, senza specificarne posizione e funzione, ma indicandoli come realtà fisiche (“nel proprio corpo”):

12. “Come possono avere successo [nella pratica] gli yogi che non conoscono i sei cakra, i sedici ādhāra le due modalità di visualizzazione – lakṣya - e i vyoma pañcaka nel proprio corpo?”

In 1.14 e 1.16 usa il termine ādhāra per indicare il mūlādhāra cakra e in 1.17 sembra localizzarlo nella zona dell’ano, in corrispondenza con il terzo dei sedici ādhāra dell’elenco del Siddha Siddhanta Paddhati:

14. “Ādhāra, ha quattro ha quattro petali […]”

16. “Ādhāra, è il primo cakra […]”

17. “Gudasthāna è il loto a quattro petali chiamato ādhāra […]”

Infine, in 1.77 parla di oḍyāṇa-ādhāra, il marma sotto l’ombelico da cui si deve far nascere uḍḍiyāna bandha, indicato come quinto dei sedici ādhāra dell’elenco del Siddha Siddhanta Paddhati:

77. “Sotto l'ombelico, dall’addome alla schiena. Lì – nella zona di oḍyāṇādhāra - viene innescato il bandha chiamato uḍḍiyāna.”

Nel Pūrva Śatakam in sostanza non si chiariscono né la natura dei sedici ādhāra, né la loro posizione, né la loro utilizzazione nella pratica dello haṭḥayoga, per cui, al fine di comprendere l’importanza di questi speciali marma occorre riferirsi all’esperienza personale e ad altre fonti letterarie.

Partiamo da ciò che sappiamo, ovvero che i sedici ādhārache vanno conosciuti nel proprio corpo” citati in 1.12 sono marma, plessi fisici costituiti da articolazioni, ossa, muscoli, vene, arterie, e in quanto tali sono sensibili alle stimolazioni esterne.

In genere, nella ginnastica medica e nelle arti marziali indiane, i marma vengono stimolati con le dita, il pugno, il palmo, il piede o altre parti del corpo per cui una delle funzioni degli elenchi degli ādhāra riportati nel iddha Siddhanta Paddhati, nello Yoga Yājñavalkya ed in altri testi tradizionali potrebbe essere quella di indicare agli yogi i punti da premere durante la pratica degli āsana. Per trovare conferma a questa ipotesi basta rileggere istruzioni del versetto 1.10 a proposito di siddhāsana:

10. Metti un piede sotto il pavimento pelvico (yonisthāna) [in maniera che il tallone venga premuto sul perineo], posiziona l’altro piede in maniera che [il tallone] sia appoggiato su meḍhra, i genitali e premi il mento sulla zona del cuore. Quindi controllando i sensi, porta lo sguardo, immobile, al punto in mezzo alle sopracciglia. Questo āsana conduce – di certo - all’apertura della porta della liberazione. “

Nel versetto si parla della stimolazione di almeno cinque ādhāra:

1)                Yonisthāna, II e/o III ādhāra dell’elenco Siddha Siddhanta Paddhati, che va premuto con il tallone di un piede;

2)                Meḍhra, IV ādhāra dell’elenco Siddha Siddhanta Paddhati, che va premuto con il tallone dell’altro piede;

3)                Hṝdayā, VII ādhāra dell’elenco Siddha Siddhanta Paddhati, che va premuto con il mento;

4)                Kaṇṭhādhāra, VIII ādhāra dell’elenco Siddha Siddhanta Paddhati, che viene stimolato nel bandha precedente.

5)                Bhrūmadhyādhāra, XII ādhāra dell’elenco Siddha Siddhanta Paddhati, che viene stimolato dalla pressione dei bulbi oculari;

Ogni āsana ha, anche, la funzione di stimolare vari ādhāra, ma questa, secondo testi come lo Yoga Yājñavalkya, la Vasiṣṭhasaṃhitā e il Vimānārcanākalpa[10], sarebbe solo la prima fase di una pratica più complessa:

Lo yogi dovrebbe mandare il respiro in questi punti [ādhāra] per mezzo della mente e trattenere [sospendere il respiro] in ognuno di essi]. Spostando [l’attenzione] da un punto all’altro si realizza pratyāhāra.”[11]

 

Pratyāhāra, il terzo passo dello Ṣaḍaṅgayoga consisterebbe quindi nell’utilizzare la respirazione per condurre la mente lungo il percorso dei sedici ādhāradal piede al sincipite - dopo averli stimolati con la pratica degli āsana, dei bandha e delle mudr.



[2] Nirodhikā, identificata con la dea Raudrī, è una forma della śakti che ha il potere di bloccare le impurità.

[3] Nāda secondo Ambāmatasaṃhitā. indica propriamente il mantra assordante che insorge nel momento della nascita della dea. Per il Manthānabhairavatantra (vedi note seguenti) è il suono del respiro, Haṃsa.

[4] Vyāpinī (व्यापिनी), letteralmente la “pervasiva”, è una delle forme della dea. Secondo il Manthānabhairavatantra (vedi nota 102), è legata all’elemento Acqua ed è l’energia “che fa piovere il nettare supremo”.

[5] Samanā (समना), letteralmente “l’uguale, “colei che è identica”, è il centro, pieno di vitalità (ojikā), grazie al quale si crea il nettare (amṛtakalā). Si potrebbe intendere come causa di Vyāpinī.

[6] Unmanā (उन्मना) letteralmente “ciò che è oltre la mente” rappresenta la dea suprema (Parā).

[7] Vedi: “Manthānabhairavatantram: Kumārikākhaṇḍaḥ; the section concerning the Virgin Goddess of the Tantra of the Churning Bhairava” a cura di Mark Dyczkowski. New Delhi Indira Gandhi National Centre for the Arts 20XX. (1951). ISBN: 8124604983.

 

[8] Fonte: Jason Birch, op.cit.

[9] Suśrutasaṃhitā(Śā.6.27). Vedi: Jason Birch, School of Oriental and African Studies, London University, “Premodern Yoga Traditions and Ayurveda: Preliminary Remarks on Shared Terminology,Theory, and Praxis”. History of Science in South Asia, 6 (2018): 1–83. doi:10.18732/hssa. v6i0.25.

Online version available at: http://hssa-journal.org

[10] Vedi: Jason Birch, op.cit.

[11] Vasiṣṭhasaṃhitā 3.74 e Yogayājñavalkya

7.20cd–21cd (edition 76).

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