venerdì 27 marzo 2020

IL DISTACCO IN PATAÑJALI - LEZIONE ON LINE YOGA CITRA del 27 marzo 2020




VERSETTI 1.12-16.



Testo in sanscrito e traduzione:

अभ्यासवैराग्याअभ्यां तन्निरोधः ॥१२॥
abhyāsa-vairāgya-ābhyāṁ tan-nirodhaḥ
12
                
Abhyāsa = “ripetizione, studio costante, addestramento militare”.
Vairāgya = “cambio o perdita di colore, avversione, pratica ascetica di distacco dai piaceri mondani”.
Ābhyāṁ = “con loro, con quei due”[1].
Tan = tat/tad “quello, qui, in questo luogo”.
Nirodha = estinzione, confinamento, imprigionamento, controllo, soppressione, annichilimento”.

12. L’arresto delle vṛtti si ottiene grazie al distacco e alla pratica assidua.


तत्र स्थितौ यत्नोऽभ्यासः ॥१३॥
tatra sthitau yatno-'bhyāsaḥ
13

Tatra = “lì, in quel luogo”
Sthitau = “situato, l’atto di mantenere, mantenimento/conservazione (del mondo materiale)[2]”.
Yatna = “frutto della volontà, volizione, performance, lavoro”.
Abhyāsa = “ripetizione, studio costante, addestramento militare”.

13. Abhyāsa consiste nello sforzarsi di rimanere stabilmente in una determinata posizione o stato coscienziale.
तु दीर्घकाल नैरन्तर्य सत्काराअदराअसेवितो दृढभूमिः ॥१४॥
sa tu dīrghakāla nairantarya satkāra-ādara-āsevito dṛḍhabhūmiḥ
14

Sa[3] tu = “ma in quel luogo”.
Dīrghakāla = “un lungo tempo[4]”.
Nairantarya = “continuamente, ininterrottamente”.
Satkāra = “rispetto, riguardo, reverenza”.
Ādara = “rispettosamente, con cura, con zelo”.
Āsevita = “ripetuto, praticato assiduamente”.
Dṛḍha = “fissato, fermo, solido, fermamente”.
Bhūmi = “Area, posizione, posto, territorio”.

14.  Ci si può radicare fermamente nello stato di sospensione delle Vṛtti solo praticando per lungo tempo, senza interruzioni, con fervore ed entusiasmo.


दृष्टानुश्रविकविषयवितृष्णस्य वशीकारसंज्णा वैराग्यम् ॥१५॥
dṛṣṭa-anuśravika-viṣaya-vitṛṣṇasya vaśīkāra-saṁjṇā vairāgyam
15

Dṛṣṭa = “visto, guardato, percepito, esperito”.
Anuśravika = “conosciuto attraverso gli śāstra, conosciuto attraverso le scritture tradizionali”.
Viṣaya = “ogni fenomeno che sia oggetto della percezione”.
Vitṛṣṇasya = “di chi è libero dai desideri, indifferente, soddisfatto” oppure “di chi spegne la sete”[5].
Vaśīkāra = “l’atto di soggiogare, piegare alla propria volontà, fascinazione tramite incantesimi”.
Saṃjñā[6] = “traccia, direzione, far capire, atto di farsi capire o riconoscere”.
Vairāgyam = “cambio o perdita di colore, avversione, pratica ascetica di distacco dai piaceri mondani”.

15. Vairāgya, è la condizione di chi, padroneggiando la “conoscenza distintiva” spegne la sete sia degli oggetti percepibili sia di quelli immaginati sulla base delle parole altrui.


तत्परं पुरुषख्यातेः गुणवैतृष्ण्यम् ॥१६॥
tatparaṁ puruṣa-khyāteḥ guṇa-vaitṛṣṇyam
16

Tat = “quello, di quello, di Lui”.
Para = “un altro, differente da Sé, precedente, antico”; nelle Upaniṣad, nel Rāmāyaṇa e nei Purāṇa rappresenta “l’Essere supremo, l’anima universale”.
Tat-para[7] = “quello assoluto, in relazione alla persona divina, in relazione con la divinità”[8].
Puruṣa [9] = “uomo, persona, essere vivente
Khyāti = “fama, celebrità” oppure “conoscenza, percezione, mente intuitiva”[10].
Guṇa[11] = “filo, corda dell’arco, corda musicale, qualità”; in filosofia “qualità fondamentali dei fenomeni percepibili (tamas = inerzia, rajas = impulso, accelerazione, sattva = mantenimento, onnipervadenza.
Vaitṛṣṇyam[12] = “estinzione della sete, libertà dai desideri”.

16.           Si realizza il supremo distacco (vairāgya) quando estinguendo il desiderio dei guṇa insorge la conoscenza del puruṣa.


COMMENTO


12.      L’arresto delle vṛtti si ottiene grazie al distacco e alla pratica assidua.
13.      Abhyāsa consiste nello sforzarsi di rimanere stabilmente in una determinata posizione o stato coscienziale.
14.      Ci si può radicare fermamente nello stato di sospensione delle vṛtti solo praticando per lungo tempo, senza interruzioni, con fervore ed entusiasmo.
15.      Vairāgya, è la condizione di chi, padroneggiando la “conoscenza distintiva” spegne la sete sia degli oggetti percepibili sia di quelli immaginati sulla base delle parole altrui.
16.      Si realizza il supremo distacco (vairāgya) quando estinguendo il desiderio dei guṇa insorge la conoscenza del puruṣa.

Nel versetto 1.12 ho tradotto nirodhaḥ con “arresto delle vṛtti”, uniformandomi alla maggior parte delle traduzioni, ma come si è visto[13] si potrebbe rendere con “flusso” o “flusso tranquillo” per cui il senso di 1.12 potrebbe essere “quel flusso (si realizza) con entrambi (i metodi): abhyāsa (pratica assidua) e vairāgya (distacco)”. Abhyāsa è propriamente la “ripetizione di gesti parole o esercizi”. L’addestramento militare ad esempio è Abhyāsa e così è chiamata la ripetizione incessante di un mantra, di una sequenza di posture o del tema fondamentale in un testo tradizionale. Vairāgya che viene tradotto di solito, correttamente, con “distacco” o “avversione”, significa anche “scolorire”, “mutare o far mutare colore”. Nel versetto 1.15[14]vairāgya” è accostato a due termini, “vaśīkāra” e “saṁjṇā”, che può essere interessante esaminare con attenzione.
Il primo, vaśīkāra, viene tradotto in genere con “controllo”, “maestria” o “padroneggiare”, ma indica specificamente “l’atto di soggiogare la volontà altrui con incantesimi”.
Saṃjñā, invece, solitamente viene tradotto come "percezione" o "cognizione", ma il suo significato è più complesso. Potremmo definirlo come “la modalità di afferrare le qualità o le caratteristiche distintive di un oggetto”. Nel buddismo è uno dei cinque skandha, o aggregati, che costituiscono e al tempo stesso spiegano i motivi dell'esistenza mentale e fisica di un essere senziente. I cinque aggregati sono:
1.     Forma (o materia o corpo) (rupa).
2.     Sensazioni (o sentimenti, ricevuti dalla forma) (vedana).
3.     Conoscenza distintiva (saṃjñā).
4.     Attività mentale (sankhara).
5.     Coscienza (vijñāna).

Si legge nell’Abhidharma-Samuccaya:

“Qual è la caratteristica assolutamente specifica di saṃjñā? È il sapere per associazione. Per vedere, ascoltare, specificare e conoscere un oggetto si prendono in considerazione le caratteristiche che lo definiscono e distinguono dagli altri oggetti”.
Significa in pratica che per conoscere la foglia di un albero nella foresta si pone l’accento sulle sue caratteristiche precipue, perdendo di vista l’insieme delle foglie, l’albero e la foresta.
Se teniamo conto della definizione buddhista vairāgya sarebbe qualcosa di più e di diverso dal semplice “distaccarsi dai piaceri sensoriali”. Si tratterebbe di “controllare magicamente saṃjñā” ovvero di forzare la naturale (o forse sarebbe meglio dire automatica) tendenza della mente a isolare il particolare dal generale, il soggettivo dall’oggettivo.
Spegnere la sete (vaitṛṣṇyam) sia degli oggetti percepiti sia di quelli immaginati in base alle parole altrui” non significherebbe quindi sviluppare avversione nei confronti dei piaceri sensoriali, come dicono taluni, ma coltivare “la visione d’insieme”, contemplare la foresta anziché la foglia dell’albero.
La pratica del “controllo di saṃjñā” alla fine porterà il praticante ad estinguere “la sete per i guṇa”, ovvero a non discriminare più tra le qualità intrinseche della manifestazione, spostandosi dal piano individuale al piano universale.
Letteralmente guṇa significa “filo, corda”. La corda dell’arco e la corda di uno strumento musicale, ad esempio sono guṇa, In filosofia prende il significato di “qualità della materia”. Per dirla in un linguaggio poetico, i guṇa sono i fili con cui la dea intesse la stoffa della manifestazione.
Nella scuola filosofica nyāya, affine al buddhismo, sono enumerati ventiquattro guṇa:

1.     Rūpa, forma, colore;
2.     Rasa, sapore;
3.     Gandha, odore;
4.     Sparśa, tangibilità;
5.     Saṃkhyā, numero;
6.     Parimāṇa, dimensione;
7.     Pṛthaktva, separatezza, individualità, unicità;
8.     Saṃyoga, combinazione, congiunzione;
9.     Vibhāga, distribuzione, disgiunzione (contrario di saṃyoga);
10.                 Paratva, distanza;
11.                 Aparatva, prossimità;
12.                 Gurutva, peso;
13.                 Dravatva, fluidità;
14.                 Sneha, viscosità;
15.                 Sabda, suono;
16.                 Buddhi-o Jñāna, comprensione o conoscenza;
17.                 Sukha, piacere;
18.                 Duḥkha, dolore;
19.                 Icchā-, desiderio;
20.                 Dveṣa, avversione;
21.                 Prayatna, sforzo;
22.                 Dharma, merito o virtù;
23.                 Adharma, demerito;
24.                 Saṃskāra, qualità riproduttiva del sé.

Ma in genere si parla di tre guṇa fondamentali:

1.       Tamas, inerzia;
2.       Rajas, impulso, accelerazione;
3.       Sattva, mantenimento, onnipervadenza.
Quando in 1.16[15] viene detto che l’estinzione della sete per i guṇa porta alla conoscenza del Puruṣa si sta indicando il fine ultimo del “controllo di saṃjñā”, ovvero il passaggio dal piano individuale al piano universale.
Puruṣa, talvolta usato per indicare il monte Meru, significa letteralmente “persona”, “essere umano”. Nella Manusmṛti, il più antico testo legale indiano si parla di tre diversi puruṣa, prathama – madhyama - uttama, che indicano tre diversi ruoli o livelli dell’amministrazione di una città o uno stato (servitore, funzionario, alto ufficiale). Nei Veda è usato come sinonimo di nārāyaṇa, (“il primo uomo”, “il primo figlio di Dio”). Quando compare insieme alle parole para, parama o uttama indica la “persona divina” identificabile con Brahmā, Viṣṇu, Śiva o Durgā.
I guṇa e i puruṣa nel vedānta sono collegati ai tre stati di coscienza sperimentabili dall’essere umano:

-      Jāgrat (“veglia”);
-      Svapna (“sogno”);
-      Suṣupti (“sonno profondo”).

Jāgrat, lo stato di veglia, è la condizione coscienziale in cui a causa del predominio di rajas guṇa l’anima individuale (jīva = “anima, essere vivente, ciò che causa la vita”) percepisce se stesso in uno spazio definito viśva (“universo, manifestazione grossolana”). Si tratta della condizione ordinaria di coscienza nella quale agiamo, pensiamo e parliamo normalmente.
Svapna, lo stato di sogno, è la condizione coscienziale in cui a causa del predominio di sattva guṇa il jīva percepisce se stesso in uno spazio definito taijasa (“brillante, luminoso, consistente di luce”). Si tratta della condizione “non ordinaria” di coscienza nella quale il sogno si mescola alla realtà vissuta o ricordata, la dimensione della magia e delle favole.
Suṣupti, lo stato di sonno profondo, è infine la condizione in cui il jīva, a causa del predominio di tamas guṇa, vive immerso nella luce di prājña senza essere in grado di percepirla, ma godendo di una condizione di inconscia beatitudine che nasce dall’apparente assenza di conflitti. Si tratta della condizione di “non coscienza, come nel sonno profondo, nello svenimento o nell’orgasmo.
Prājña, taijasa e viśva possono essere intesi come tre diversi palcoscenici, di un unico teatro, sui quali danza l’anima individuale in diversi momenti della propria esistenza (quando dorme, sogna ed è sveglio), tre territori di uno stesso regno che potremmo definire “individuale” o “soggettivo”.
Si tratta cioè della visione personale dell’universo creata dalla mente sulla base della memoria, dell’esperienza soggettiva e delle sovrastrutture culturali.
L’universo “personale” è lo specchio dell’Universo oggettivo, nel quale alle coscienze di veglia, di sogno e di sonno profondo corrispondono tre “entità” chiamate:

-      Vaiśvānara (“completo, onnipresente, universale”)
-      Hiraṇyagarbha (“feto d’oro, anima, corpo sottile”)
-      Īśvara (“colui che è abile, il Signore, il principe, il re, la regina”).

Vaiśvānara, Hiraṇyagarbha e Īśvara sono i “tre puruṣa” (prathama, madhyama e uttama) che rappresentano la realizzazione sul piano universale, del jīva allo stato di veglia, del jīva allo stato di sogno e del jīva allo stato di sonno profondo.
Quando in 1.16 Patañjali afferma che “si realizza il supremo distacco (vairāgya) quando estinguendo il desiderio dei guṇa insorge la conoscenza del puruṣa”, si riferisce alla realizzazione degli stati di coscienza del jīva “individuato” sul piano oggettivo, o universale.

Guṇa
Stati di coscienza
Piano individuale
(Jīva)
Piano universale
(Puruṣa)
Rajas
Jāgrat
Viśva
Vaiśvānara
Sattva
Svapna
Taijasa
Hiraṇyagarbha
Tamas
Suṣupti
Īśvara

I versetti 1.12-16 descrivono due metodi per purificare la mente, la pratica assidua, che porta alla stabilità della mente, e il distacco. Il distacco non va inteso come “avversione per gli stimoli sensoriali, ma come controllo della naturale tendenza alla “conoscenza distintiva”. Tale controllo conduce allo sviluppo della “visione d’insieme”, conducendo progressivamente all’equilibrio, o reintegrazione, dei guṇa, qualità intrinseche all’esistenza individuale. Ciò porta il praticante dal piano individuale al piano universale permettendogli di realizzare l’identità con il puruṣa.



[1] Vedi Bhāgavata Purāṇa 10.38.15 (“athāvarūḍhaḥ sapadīśayo rathāt pradhāna-puṁsoś caraṇaṁ sva-labdhaye dhiyā dhṛtaṁ yogibhir apy ahaṁ dhruvaṁ namasya ābhyāṁ ca sakhīn vanaukasaḥ”).

[2] Vedi Bhāgavata Purāṇa 4.8.7: “priyavratottānapādau śatarūpā-pateḥ sutau vāsudevasya kalayā rakṣāyāṁ jagataḥ sthitau”.
[3] La sillaba sa, posta all’inizio di una sentenza ha spesso il compito di rafforzare la parola successiva. In questo versetto viene tradotta in genere, correttamente con “quello” o “quel luogo”, ma essendo anche sinonimo di tad, “quello”, può assumere tuttavia molti altri significati come “divinità” (Viṣṇu, Śiva-o la devi), “meditazione” o “conoscenza” per cui il versetto 14 potrebbe anche intendersi in altro modo: “ci si può radicare fermamente nella divinità…”, “ci si può radicare fermamente in Viṣṇu…], “ci si può radicare fermamente nello stato meditativo…”ecc.
[4] Vedi Mahābhārata.
[5] Vedi la traduzione di svami Vivekananda:
That effect, which comes to those who have given up their thirst after objects, either seen or heard, and which wills to control the objects, is non attachment.

[6] Saṃjñā è un termine squisitamente buddista. Solitamente viene tradotto come "percezione" o "cognizione", ma il significato è più complesso. Potremmo definirlo come “modalità di afferrare le qualità o le caratteristiche distintive di un oggetto”. Nel Buddismo è uno dei cinque skandha, o aggregati che costituiscono e al tempo stesso spiegano completamente l'esistenza mentale e fisica di un essere senziente. I cinque aggregati sono:
1.      Forma (o materia o corpo) (rupa).
2.      Sensazioni (o sentimenti, ricevuti dalla forma) (vedana).
3.      Conoscenza distintiva (samjna).
4.      Attività mentale (sankhara).
5.      Coscienza (vijñāna). Si legge nell’ Abhidharma-samuccaya: “Qual è la caratteristica assolutamente specifica di saṃjñā? È il sapere per associazione. Per vedere, ascoltare, specificare e conoscere un oggetto si prendono in considerazione le caratteristiche che lo definiscono e distinguono dagli altri oggetti”. Significa in pratica che per conoscere la foglia di un albero nella foresta si pone l’accento sulle sue caratteristiche precipue perdendo di vista l’insieme delle foglie, l’albero e la foresta.

[7] La maggior parte dei commentatori collega “quello” (tat) del versetto 1.16 al distacco (Vairāgya) del versetto 1.15, ma c’è la possibilità che tatparaṁ vada considerato nel suo insieme nel senso di “essere supremo” o “legato all’essere supremo”.
[8] Vedi Bhāgavata Purāṇa 4.22.25:
“arer muhus tatpara-karṇa-pūra-guṇābhidhānena vijṛmbhamāṇayā bhaktyā hy asaṅgaḥ sad-asaty anātmanisyān nirguṇe brahmaṇi cāñjasā ratiḥ”.
[9] Puruṣa significa letteralmente “persona”, “essere umano”. Nella Manusmṛti, il più antico testo legale indiano si parla di tre diversi puruṣa, prathama, madhyama e uttama, che indicano, ad esempio, tre diversi ruoli o livelli dell’amministrazione di una città o uno stato (alto ufficiale, funzionario, servitore…). Nei Veda è usato come sinonimo di nārāyaṇa, parola che indica il “primo uomo”, “il primo figlio di Dio” ecc. Quando compare insieme alle parole para-, parama o uttama indica la “persona divina” identificabile con Brahmā, Viṣṇu, Śiva o Durgā. Talvolta viene usato per indicare il monte Meru.

[10] Vedi Tattvasamāsa e Sarvadarśana-saṃgraha, dove la parola khyāti è considerata sinonimo di buddhi.

[11] Nella scuola filosofica nyāya sono enumerati ventiquattro guṇa:
1.      Rūpa, forma, colore;
2.      Rasa, sapore;
3.      Gandha, odore;
4.      Sparśa, tangibilità;
5.      Saṃkhyā, numero;
6.      Parimāṇa, dimensione;
7.      Pṛthaktva, separatezza, individualità, unicità;
8.      Saṃyoga, combinazione, congiunzione;
9.      Vibhāga, distribuzione, disgiunzione (contrario di saṃyoga);
10.  Paratva, distanza;
11.  Aparatva, prossimità;
12.  Gurutva, peso;
13.  Dravatva-, fluidità;
14.  Sneha, viscosità;
15.  Sabda, suono;
16.  Buddhi-o Jñāna, comprensione o conoscenza;
17.  Sukha, piacere;
18.  Duḥkha, dolore;
19.  Icchā-, desiderio;
20.  Dveṣa, avversione;
21.  Prayatna, sforzo;
22.  Dharma, merito o virtù;
23.  Adharma, demerito;
24.   Saṃskāra, qualità riproduttiva del sé.

[12] In Bhāgavata Purāṇa 9.18.40 “indifferenza ai piaceri mondani”:
“notsahe jarasā sthātum antarā prāptayā tava aviditvā sukhaṁ grāmyaṁ vaitṛṣṇyaṁ naiti pūruṣaḥ”.
[13] Vedi “2. IL FLUSSO MENTALE (versetti 1.1-4):
“Continuando la lettura degli “aforismi dello yoga” scopriremo in 3.9 e in 3.10 che per Patañjali nirodha è “un flusso tranquillo”.
[14]Dr̥ṣṭa-anuśravika-viṣaya-vitr̥ṣṇasya vaśīkāra-saṁjṇā vairāgyam”.
[15]Tatparaṁ puruṣa-khyāteḥ guṇa-vaitṛṣṇyam”.

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