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domenica 16 marzo 2014

KUNDALINI, LA MADRE DEI VENTI

...Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squadema:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, par tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume...”

[Dante – Paradiso ]



Ero un bambino quando ho cominciato a fare i conti con gli stati di alterazione, le visioni e i sogni premonitori.
Per un periodo ho persino pensato di essere Shiva.
Capita.
Quando ho lavorato con Jinpa e Dhosam, i monaci che mi hanno iniziato al mantra yoga, avevo già trentasei anni.
Non ero buddista e né lo sono adesso.
Non ho mai aderito a nessun credo religioso, se devo dire la verità, e non ho mai cercato Dio, pensavo fosse ovunque, qui ed ora.
Non ho nemmeno mai cercato un guru.
In fin dei conti non ho mai cercato niente.
E mi sono sentito raramente “a casa”.
Quella di essere altro da me o di essere stato altro da me, è una sensazione che mi accompagna da sempre, ma non mi piace parlare di reincarnazione.
Spesso chi è insoddisfatto della propria esistenza trova rifugio in ricordi letti sui libri e si crea vite passate terribili o meravigliose.
Sapere che si è stati re, eroi, maghi o assassini rende meno noiosa la vita quotidiana.
Con i monaci tibetani mi ero trovato subito a casa.
Avevo incontrato Dhosam, Jinpa e Puntsok, il thailandese, nel maggio del 1996.
Vivevo a Roma, all'epoca.
Mi avevano chiesto di danzare durante una sfilata di moda.
Filena, la regista, aveva proposto di rasarmi a zero e a me era sembrata una buona idea.
Se si è abituati a portare i capelli lunghi, con la testa nuda ci si sente pulcini bagnati.
Per superare l'imbarazzo andai a passeggiare per via Cola di Rienzo, in centro e, subito, incrociai tre monaci tibetani con tanto di tunica amaranto e mala al collo.
- “What are you doing dressed like this? “- mi disse il più anziano dei tre - “it's funny! “-
Gli altri due ridevano come scemi.
Hanno un senso dell'umorismo particolare i tibetani.
Salutai a mani giunte e cambiai strada.
Dopo quattro mesi un regista greco, Kalitsis, mi chiamò per girare un video sui Misteri Eleusini. Era l'inizio di un progetto che mi tenne occupato per due anni, e che, in un certo senso, mi ha cambiato la vita. Quando arrivai sul set, la Scarzuola di Monte Gabbione, in Umbria, Dhosam, Puntsok e Jinpa furono i primi a venirmi incontro: -”Where is your tunic? ”- Per i tibetani il caso non esiste.



Una volta, durante le prove, mi prese male.
Tre monaci suonavano.
Gli altri cantavano in tibetano e danzavano.
A me girava la testa, poi a un certo punto mi alzai di scatto e mi misi a cantare e a danzare con loro.
La cosa più naturale del mondo.
Il problema è che non so il tibetano.
Non so bene nemmeno l'inglese, a dir la verità.
Ninad, il mio compagno di stanza, mi guardava come se fossi uno yeti.
Mi prese paura, scappai fuori a cercare una sigaretta e un caffè e un telefono.
Volevo chiamare mia moglie e mia figlia... volevo essere sicuro di parlare in italiano.
Ero stordito.
I vestiti mi davano fastidio.
Corsi in bagno e mi buttai sotto la doccia.
Gelata.
La stanza da bagno è un luogo che ritorna spesso nelle mie esperienze di yogin.
Chissà, magari è un messaggio dell'inconscio.
Mi asciugai con calma, poi mi sdraiai sul pavimento a contare le respirazioni.
È un buon metodo per centrarsi.
Dopo un'oretta tornai nella sala.
Gli altri erano seduti, in cerchio, e recitavano il mantra di Tara verde, Oṃ Tāre Tuttāre Ture Svāhā.
Presi posto di fronte a Jinpa, come al solito.
Non stavo bene, ero inquieto.
Come quando mentre cammini per le strade della tua città, discorri con gli amici o fai l'amore, un dettaglio, minimo, ma irrimediabilmente estraneo ti rammenta che è un sogno.
E rimani a metà, allora, tra la voglia di svegliarti e quella di restare lì, in quella terra di confine dove tutti sembrano ombre:
quelli della città di sogno e quelli che vivono alla luce del giorno.
Gli occhi iniziarono a vedere due film diversi: a sinistra un uovo blu fatto da migliaia di uova più piccole che scivolavano nella testa, in gola, nel petto.
Sentivo una specie di bruciore sulla fronte.
Ma era fresco.
Un bruciore fresco.
Mezzo cervello riusciva ancora a pensare e a sentire quello che succedeva intorno a me, l'altra metà era piena dell'uovo blu.
Provai ad alzarmi, ma non riuscivo a muovermi e c'era qualcuno, dentro, che mi parlava ”- “alzati, dai...lo sappiamo che sai stare seduto in padmasana.” - decisi di stare fermo e di riempirmi dell'uovo blu.



Mettersi improvvisamente a parlare in tibetano, o credere di averlo fatto non è proprio una cosa normale, con Jinpa se ne discusse a lungo.
Mi parlò delle vite precedenti, di come era possibile indovinarle da certi segni sul corpo e dalla forma del cranio, mi disse che il movimento a spirale che avevo sentito sotto il sacro era proprio “lei”, Kuṇḍalinī, la madre dei venti.
L'esistenza umana , per lo yoga, è una danza senza fine.
Le energie vitali si rincorrono, si abbracciano, si sfuggono l'un l'altra.
Come serpenti innamorati.
In sanscrito prendono il nome di vāyu, come il dio vedico dell'Aria.
Ce ne sono cinque e cinque sono i corpi dell'uomo, uno dentro l'altro, come una matrioska.
Il primo corpo, quello di carne ed ossa, o d'argilla, per i vāyu è una sala da ballo.
Sembra che ascoltino musiche diverse e che ognuno danzi per conto suo seguendo l'estro del momento.
Ma quando si incontrano, le movenze credute casuali si svelano parte di un disegno sapiente.
È blu il centro della sala, come il loto segreto ad otto petali che sboccia nel cuore, Padme Nonpo lo chiamava Jinpa.
Agli angoli il giallo del loto dell'ombelico (Padma Serpo), il verde del ventre (Padma Giangu), il rosso della gola (padma dmar po) e il bianco della fronte (padma dkar po).
Danzano, da un angolo all'altro i cinque vāyu.
Uno alla volta o tutti insieme.
Ci sono nove porte, nella sala da ballo: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca e poi i genitali e l'ano.
Entrano ed escono da quelle, i danzatori sacri.
Il Prāna vāyu preferisce il naso e la bocca, balla disegnando una doppia spirale e lo sento quando respiro.
Lo sento nel cuore, nei polmoni, nella parola.
Dicono sia blu zaffiro, come lo Spazio.
Vyāna vāyu invece è vestito d'argento, penetra ovunque, come l'Aria, senza fretta si sposta in tutti gli angoli della sala.
È lento e maestoso, Vyāna, danzando al ritmo del giorno e della notte porta il sonno ed il risveglio.
Samāna, bianco come le neve, rende il sole cibo per le piante e le piante cibo per l'uomo, la sua è la danza che trasforma.
Sono energie uguali e contrarie gli ultimi vènti, Udāna e Apāna.
Il primo si muove verso il cielo, come il fuoco, il secondo scende giù cercando di trascinare gli altri verso la terra come l'acqua
É Udāna che ci accompagna oltre il corpo nella meditazione e nel deliquio che precede la morte.





domenica 13 ottobre 2013

IL SIGNORE DEL TEMPO - LE PAROLE SEGRETE DI BABAJI, IIa PARTE

Nel "Gorakhvani" ("I SEGRETI DI GURU GORAKHNATH" - J.Amba edizioni) Babaji di Hairakhan insegna lo Yoga dei Nath.
babaji
Il Gorakhvani, tenendo conto della semplicità del Babaji "pubblico", è decisamente strano. E' pieno zeppo di citazioni delle scritture indiane (Veda e Purana), metafore tipiche del tantrismo e riferimenti alla numerologia. Ogni parola sembra contenere un insegnamento e il testo lo ribadisce spesso:
"Ascolta Kamalo [....]Le mie parole sono i miei grandi Mantra."
 Alcune frasi sono ripetute in maniera quasi ossessiva, secondo la tecnica dei cantastorie e dei poeti "a braccio". Ce ne è una in particolare, che riecheggia quasi in ogni pagina:
"Gorakhnath ha ottenuto la vittoria sul sonno".
Non è difficile intuire che si tratta di un espediente per portare l'attenzione del lettore/ascoltatore sul tema fondamentale dell'opera. E' una cosa comune nella filosofia indiana. Nelle tecniche di interpretazione dei testi sacri [NB: l'interpretazione fa parte del sadhana dell'Advaita Vedanta secondo gli insegnamenti diShankaracharya] per ripetizione si intende la Pratica del Temaअभ्यास abhyāsa.  In ambito tradizionale (Veda, Upaveda, Vedanta) il Tema viene ripetuto, tante volte (9, 18...108 ) da diventare un elemento ritmico. Se il Gorakhvani fosse un testo vedantico, il verso"Gorakhnath ha ottenuto la vittoria sul sonno" sarebbe senza dubbio. il TEMA della trattazione. Il Tema(abhyāsa), nel Vedanta, è collegato al Frutto (फल phala फलम् phalam ) ovvero agli effetti sperimentabili con la pratica. Babaji è molto chiaro in proposito:
"Chiunque conquista il sonno conquista Mahakal".
Mahakal è il "Signore del Tempo", da lui  scaturiscono i ritmi del cielo e le stagioni e le stagioni dell'uomo. Nel corpo, i ritmi sono scanditi dal fluire delle energie sottili nellenadi di destra [piṅgala nadi nella quale scorre "kuṇḍalinī di SOLE"] e di sinistra [iḍā nadi, nella quale scorre "kuṇḍalinī di LUNA"]. La"terza forma della Dea Serpente",kuṇḍalinī di FUOCO, è  la Divoratrice  del Tempo. nello Hatha Yoga, kuṇḍalinī di FUOCO, dopo aver dissolto e integrato SOLE e LUNA, risale al loto dei mille petali per poi ridiscendere fino al perineo, dando vita alla danza sacra della creazione.

tre kundalini
Nel Gorakhvani, Babaji ci insegna che per sconfiggere MAHAKAL, il signore del tempo, ovvero per far innalzare e ridiscendere kuṇḍalinī di fuoco, bisogna "sconfiggere la Signora del Sonnoe questa, secondo me è la chiave per comprendere l'intero testo, ma prima di andare a conoscere la "Signora del Sonno" (ūrmyā, la dea vedica della notte) vorrei esporre una mia tesi: il Gorakhvani è un'upaniṣad, ovvero la testimonianza di una realizzazione e, assieme, un manuale d'istruzione. Per tentare di dimostrarlo devo, mio malgrado, accennare al sadhanavedantico e al tarka (il lavoro di riflessione, discussione  e commento dei testi). Quando ne parlo, nelle lezioni e negli stage, il livello di attenzione scende vertiginosamente. Alcuni escono per improvvise necessità fisiologiche, altri mimetizzano gli sbadigli con smorfie mostruose, altri ancora, i più rispettosi, chiudono gli occhi fingendo di meditare. Di certo, almeno in parte, il calo di attenzione è spiegabile con il mio eloquio (diciamo che non ho il dono della sintesi...), ma ho il sospetto che dipenda anche da un'idea dello yoga un po' troppo naive in base alla quale si scambia l'esigenza della semplicità con il rifiuto dell'erudizione. Yogin comeAbhinavagupta, Gorakanath o Shankara si intendono di anatomia, astronomia, grammatica, musica, danza ecc. ecc. Sono artisti e scienziati. Nello Yoga la semplicità, la naturalezza e la spontaneità, salvo casi eccezionali,  vanno acquisite con lo studio e la pratica costante.
indian astronomy
Ma torniamo al Gorakhvani: se è un libro "sacro" tradizionale,  non va solo letto: va "PRATICATO". La tecnica di interpretazione e di "fruizione" di un testo tradizionale si basa su cinque "strumenti": śravaṇa (ascolto), manana (meditazione nel senso di comprensione letterale e riflessione), nididhyasanam (letteralmente "sedersi  a guardare il tesoro", la meditazione vera e propria) e samadhi (lo stato in cui "la mente riposa in se stessa"). L'ascolto, śravaṇa, di un libro consiste nel verificare se sia "tradizionale" o meno. Si tratta, cioè, di fare una prima lettura verificando la presenza di alcuni requisiti: se lo scritto[o l'esposizione orale] li possiede tutti è  considerato "operativo". Diciamo la verità: se un testo piace e colpisce la mente e il cuore chi se frega se è considerato un testo "tradizionale" o no! E se non piace non ci sarà nessuno che riuscirà mai a farcelo piacere, e quindi comprendere, veramente. Quello di cui stiamo parlando, però è un caso particolare. si dice che Babaji di Hairakhan abbia lasciato solo tre insegnamenti: il karma Yoga inteso come  il lavorare senza curarsi delle ricompense, la ripetizione del "NOME" [OM NAMAH SHIVAYA] e il sacrificio del fuoco. Il Gorakhvani, pieno di riferimenti alle pratiche alchemiche e alle scritture potrebbe essere il suo quarto dono. Studiarlo e analizzarlo come si fa [o si dovrebbe fare] con le upaniṣad  potrebbe riservare delle sorprese.
babaji
 I requisiti di un testo tradizionale sono 6:
INIZIO E FINE  -  RIPETIZIONE - UNICITA' - FRUTTO -  ELOGIO - VERIFICA,
e secondo me il Gorakhvani li possiede tutti. Per dare un'idea del lavoro che ho fatto sul testo ho preparato uno schema nel quale, alla breve descrizione di ognuno dei sei requisiti corrisponde una citazione tratta dal testo di Babaji:
1) INIZIO E FINE (उपक्रम upakrama e उपसंहार upasaṃhā) significa che in un testo tradizionale l'inizio e la fine di ogni singolo capitolo devono essere legati tra loro ed esporre con chiarezza il tema trattato
Gorakhvani, pg. 55, inizio capitolo -
"[...] 1 settembre 1976, mattino. Gorakhnath parla. Ascolta attentamente Kamalo. Ora ti darò gli insegnamenti segreti[....].
Pg. 61 fine capitolo -
" Le mie parole sono i miei grandi mantra[...] Gorakh adesso se ne va nel nord dell'Himalaya. Oggi la gente riposerà qui".
2) RIPETIZIONE DEL TEMA  (अभ्यास abhyāsa), come ho già scritto il tema del Gorakhvani è
"la sconfitta del Sonno"
3) UNICITA' E STRANEZZA (अपूर्वता apūrvatā), un testo deve essere originale e deve al tempo non essere in contrasto con la "Filosofia perenne" (Sanatana Dharma), nel caso del Gorakhvani non mi sembra ci possano essere dubbi.
4) FRUTTO, RISULTATO PREVISTO (फल phala o फलम् phalam), nel Gorakhvani il frutto è
"la conquista del Tempo"
5) ELOGIO, CELEBRAZIONE (अर्थवाद arthavāda).
Gorakhvani (p.e.) pg. 63:
Vieni Maestro Gorakh, mi inchino a te ripetutamente. Tu sei il supporto dei tre mondi, dei nove luoghi segreti, e dei quattordici regni"
6) VERIFICA LOGICA (उपपत्ति upapatti), ovvero la dimostrazione attraverso il ragionamento e la citazione di eventi passati e di brani delle scritture, della validità delle tecniche esposte nel testo.
Gorakhvani, (p.e.) pg. 71:
"[...] Immergiti in quel lago d'amore, Kamalo, dove risiede il Signore Samba Sada Shiva. Io ho dato questo nettare d'amore al re Gopichand, l'ho dato a Chandraval, a Bhartri."

 Il Gorakhvani, per quel che mi riguarda, è un testo sacro, la testimonianza di una realizzazione e, assieme , un manuale d'istruzione. Comprenderlo significa acquisire la conoscenza dello Yoga dei Nath. Così, almeno, dice Babaji:
babaji

Dhanyan, Almora, 2 ottobre 1976
"[...] Kamalo dice:
Balihari Shri Gorakh Baba, vittoria a te!
Tu hai dato così tanti insegnamenti in così poco tempo.
L'intero Universo nel cuore
medita ai tuoi piedi.-
Shri Gorakh dice:
-Sei stato meraviglioso Kamalo.
In un momento hai rubato tutta la conoscenza di Gorakh."




-fine seconda parte...

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