Visualizzazione post con etichetta vyaghrapada. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vyaghrapada. Mostra tutti i post

4.19.2014

PIEDE DI TIGRE E LA DANZA DELL'UNIVERSO


Un giorno, nella Foresta di Thillay, Vyaghrapada (व्याघ्र vyāghra=Tigre, पाद pāda=Piede) trovò uno Shiva lingam.
Si dirà che oggi di Shiva Lingam, la pietra a forma di uovo venerata come pene di Shiva, se ne trovano a bizzeffe, di ogni materiale, foggia e dimensioni, ma all'inizio quel nome era riservato ai frammenti di  una stella caduta nel fiume Narmada migliaia e migliaia di anni fa.
Pietre rare, insomma.
Vyaghrapada lo prese come un segno divino
Per celebrare l'evento miracoloso ci voleva dell'acqua e guarda caso proprio lì vicino c'era una fonte.
Ci volevano anche dei fiori e la foresta ne era piena, ma quando cercò di raccoglierli migliaia e migliaia di api si gettarono su di lui.
Le api indiane sono assai selvagge, e grosse come dita. Spaventato dai ronzii "Piede di Tigre" optò per una fuga onorevole.
Ma non si diede per vinto: era uno Yogin.
Si mise seduto, calmò il respiro e la mente e cominciò a recitare il mantra di Shiva: "OM NAMAH SHIVAYA OMA NAMAH SHIVAYA OM NAMAH SHIVAYA....".
Si sa che Shiva, che vuol dire "il Benigno", accoglie ogni richiesta dei devoti, anche la più assurda.
Vyaghrapada, per poter resistere alle punture delle api assassine, chiese zampe, mani e occhi di tigre e il Nataraja lo accontentò, donandogli, giacché c'era, anche una bella coda lunga fino a terra.
La cerimonia ebbe inizio, il nostro Yogin cadde in Samadhi ed il Dio della Danza apparve tra gli alberi, mostrando per la prima volta ad un essere umano, i passi della Tandava.




La storiella è intrigante.
Nel luogo dell'apparizione, dove oggi sorge il Tempio di Chidambaram, si riunirono i prima Siddha (Patanjali, Tirumular, Nandikesvara...), i creatori dello Hatha Yoga, la Danza degli Dei, e questo, a me, da un po' da pensare sul reale significato delle api, dei fiori, degli occhi di tigre...
Nella Chandogya Upanishad, la più antica Upanishad dei Veda, credo, si parla della Madhu Vidya, o conoscenza del miele.
Un insieme di pratiche legate al suono e alla vibrazione.
Le api, per la Chandogya Upanishad, sono le lettere dei Veda, e i fiori sono il risultato da acquisire, la realizzazione, o l'identità con Brahma.
Analizzare tutti i simboli con le nostre menti di occidentali acculturali è pericoloso.
Si è vero che i Siddha erano esseri umani come noi e che le strutture mentali nostre e dei nostri avi sono assai simili, ma la mente moderna è complicata, tende a cibarsi della suggestione dell'immagine per adornarla di parole lette sui libri.
Loro invece, i Siddha, lavoravano sul corpo e intendevano il corpo come carne, pensiero e spirito insieme.
Ad occhio, se le api sono le parole dei Veda, la storia di Vyaghrapada ci confonde un po' le idee.
Vediamo: se i Veda sono la conoscenza e, insieme, la maniera per realizzarla, la conoscenza, perché le  lettere con cui sono scritti (le api) ci impediscono di "raccogliere i fiori"?
Ho provato a pensare nella maniera più semplice possibile, tralasciando le citazione sanscrite, le analisi linguistiche e le teorie junghiane.
Se le api sono lettere significa che comunicano, giusto?
E come comunicano le api? Con il ronzio (la vibrazione, la voce) e con la danza (avvertono le compagne della presenza di fiori creando figure nell'aria).
Ci sono allora due (almeno) modalità di informazione, una legata al suono ed una al gesto.
E se la comprensione letterale, intellettuale stavo per dire, fosse, ad un certo punto della pratica yoga, un ostacolo?
Che fa Vyaghrapada per poter cogliere i fiori? 
Si mette a praticare il mantra di Shiva e poi chiede di avere mani, piedi e occhi di tigre.
Non sarà per caso  un insegnamento pratico?
Per ottenere la conoscenza bisogna forse mutare la percezione visiva e la qualità del movimento  riappropriandoci, coscientemente, della nostra natura animale?




Ho fatto un esperimento, senza troppe pretese.
Da una serie di riproduzioni di statue ho preso alcune posizioni della Danza di Shiva e le ho "montate" in una specie di coreografia.
Una cosa senza pretese, senza riferimenti puntuali alla danza indiana.




  

Mi sono seduto ed ho recitato per 108 volte il mantra OM NAMAH SHIVAYA. Dopo di ché ho cominciato a visualizzare la sequenza.
Quando i movimenti immaginati hanno cominciato a dare dei riflessi motori ai muscoli, mi sono alzato ed ho eseguito più volte la coreografia, recitando mentalmente il mantra.
Il risultato dal punto di vista delle sensazioni fisiche è stato impressionante. 
Il corpo alla fine era completamente rilassato, ma soprattutto ero pieno di dolcezza, una dolcezza infinita, quasi da lacrime, con un velo di nostalgia. Come quando ti riciccia un grande e mai dimenticato amore del passato.
Miele? Non so, ma credo che la "Danza di Vyaghrapada", come l'ho chiamata, sia una pratica da ripetere e da studiare con molta attenzione.....










1.04.2014

HATHA YOGA - LA DANZA DEGLI DEI


Lo Hatha Yoga è una danza
I movimenti dello Yogin devono sempre essere morbidi ed eleganti, come quelli di un serpente che, lentamente, svolge le sue spire. L'āsana (la postura) deve essere assunto senza sforzo, con la naturale eleganza del gatto di casa che, risvegliato dall'odore del cibo, balza giù dal divano e si stiracchia la schiena. 
Il gesto dello Yogin DEVE essere bello. E questo non per rincorrere un qualche astratto ideale estetico, ma per una necessità pratica: la tensione muscolare rende difficile, se non impossibile, la percezione della circolazione delle energie sottili ("sottili come il filo del ragno", si legge nei testi tantrici) e senza percezione e utilizzazione delle correnti energetiche, le kriyā, non si può parlare di yoga. 

Piccola parentesi: la parola क्रिया kriyā, che significa "tecnica operativa", "azione","performance", nello yoga sta ad indicare il "lavoro" che si deve effettuare durante la pratica di un āsana o di una sequenza, per renderle efficaci, ed è femminile: la kriyā
In Italia, nelle scuole di Yoga, nei libri, sui siti internet specializzati, si volge quasi sempre al maschile, "il kriya" o " i kriya". 
Potrebbe sembrare un'errore di poco conto, una sciocchezza, ma, non lo è. 
Per il sanātana dharma (la "Filosofia perenne" che sta alla base dello Yoga) tutto ciò che è relativo all'azione, o è causa "efficiente" di un'azione, è femminile. Come femminile è l'energia che muove l'universo (la dea o śakti). Senza la dea śiva, che rappresenta la "manifestazione", è un "uomo morto" , il mahāpreta, o "grande defunto". 

 

La kriyā è, sul piano della pratica fisica l'equivalente della dea ("è" la dea), mentre l'āsana ( termine neutro, che, secondo me, sarebbe corretto volgere al maschile: "lo āsana" e "gli āsana") è l'equivalente di śiva mahāpreta, un forma vuota, che solo la dea può riempire di forza vitale. rendendolo una "forma danzante" 

 

Lo Hatha Yoga è una danza e gli āsana vanno praticati con morbidezza e fluidità, senza inutili tensioni muscolari. Per comprenderne il motivo basta immaginare i canali in cui circola l'energia sottile (le nāḍī, rappresentate, simbolicamente dai petali dei cakra) come dei tubi morbidi e sottili: la massa muscolare e le tensioni comprimono i tubi, impedendo il libero fluire delle energie (i vāyu, la cui frequenza vibratoria è invece rappresentata dalle sillabe sanscrite inscritte nei petali dei cakra), mentre una condizione di piacevole rilassamento (sukha in sanscrito) ne favorisce la circolazione. 

 
Il raggiungimento del rilassamento muscolare e della scioltezza delle articolazioni sono il primo passo della pratica dello Hatha Yoga, l'ABC: senza rilassamento e scioltezza non è possibile ottenere quell'eleganza e quella fluidità dei movimenti che, secondo me, devono sempre caratterizzare la pratica degli āsana e delle sequenze. 
Questo non significa che lo scopo della pratica debba essere la ricerca della bellezza o della perfezione del gesto, ma se si pratica davvero (ovvero se si assumono gli āsana con le giuste kriyā dopo aver messo sotto controllo respiro, postura e condizione mentale) la naturale eleganza dello Hatha Yoga "insorge come un fiore che sboccia" 

 

Spesso, negli anni, alcuni allievi e colleghi insegnanti mi hanno fatto notare che la mia "fissazione" per la morbidezza, l'eleganza e la fluidità, più che dalla pratica dello HathaYoga poteva derivare dalla mia esperienza di danzatore e coreografo. 
Un fondo di verità potrebbe esserci visto che mi sono guadagnato da vivere per qualche decennio lavorando nelle compagnie teatrali e nei teatri lirici, ma studiando e praticando con maestri e istruttori orientali mi sono convinto che lo Yoga è veramente una danza, anzi Yoga e Danza agli inizi erano una cosa sola, il NATYA YOGA di Nandikesvara, Patanjali e Tirumular. 

 

Qualche giorno fa un amico francese che si occupa di documentari mi ha fatto avere due filmati su Krishnamacharya [su You tube potete trovare " Krishnamacharya - Yoga Film (1938)"]. Per chi non lo conoscesse Krishnamacharya è il padre dello Yoga moderno: è stato lui a insegnare per la prima volta il "Saluto al Sole" come lo conosciamo adesso e da lui, tramite i figli e il genero, provengono l'Ashtanga Yoga e lo Yoga Ijengar. 
Mi sono divertito a "montare" (con Windows Movie Maker) alcune sequenze di posizioni di Krishnamacharya assieme a delle riprese che mi ha fatto mia figlia Francesca la scorsa primavera, durante una lezione di Yoga alla New Energy di Roma. 
Secondo me il video parla da solo...... 
Nei titoli di coda ho aggiunto una chicca: la moglie di Krishnamacharya che pratica degli asana "in apertura" con le stesse modalità e la stessa fluidità con cui si riscaldano i danzatori contemporanei... 
C'è poco da fare........."Lo Yoga è danza

"LA DANZA DEGLI DEI" 




Lettori fissi

privacy