lunedì 17 settembre 2018

PATAÑJALI, ĪŚVARA E IL FLUSSO MENTALE



Il prossimo fine settimana insieme a Chiara Mancini e Laura Nalin, condurrò il 18°incontro per gli allievi del corso di Formazione Citra Yoga di Padova (www.madreterraitalia.it.).
Come sempre alla pratica alterneremo lo studio e la riflessione su alcuni passi delle scritture, In questa occasione tratteremo dei versetti 1.1-4 e 1.23-28 degli Yoga Sūtra.
Ho pensato di pubblicare parte del materiale riservato agli allievi del corso, nella speranza di stimolare riflessioni e discussioni tra i miei colleghi yogin e gli appassionati di filosofie orientali.
Come sempre critiche consigli e osservazioni saranno molto più che bene accetti!!!.
Un sorriso,
P.

IL FLUSSO MENTALE (1.1-4)


समाधिपादः
samādhi-pādaḥ


Samādhi = “mettere insieme, unire, combinare”, nel Mahābhārata è usato nel senso di “trance yogica” [1].
Pāda = “piede, gamba, sezione, un quarto, la quarta parte di…”.

-     Libro del samādhi [dello yoga darśana di Patañjali].


अथ योगानुशासनम् ॥१॥
atha yoga-anuśāsanam II1II

Atha = “adesso, quindi, certamente”.
Yoga[2] = “disciplina psicofisica finalizzata alla realizzazione del Sé”.
Anuśāsanam = “istruzioni, guida pratica”.

1.     Adesso le istruzioni per la pratica dello Yoga.


योगश्चित्तवृत्तिनिरोधः ॥२॥
yogaś-citta-vṛtti-nirodhaḥ
2

Citta[3] = “cuore, mente, ragione, intelligenza”.
Vṛtti[4] = “attività, movimento, modo di essere, comportamento, predisposizione ad un determinato comportamento,”.
Nirodhaḥ = “estinzione, confinamento, imprigionamento, controllo, soppressione, annichilimento”.

2.    Lo Yoga è l’arresto delle modificazioni della mente.


तदा द्रष्टुः स्वरूपेऽवस्थानम् ॥३॥
tadā draṣṭuḥ svarūpe-'vasthānam
3

Tadā = “poi, in seguito”.
Draṣṭuḥ[5] = “del veggente”.
Svarūpe = “nella sua forma originaria”.
Avasthānam = “stare, risiedere, prendere dimora”.

3.    Una volta arrestate le vṛtti il vero Sé può dimorare nella sua vera natura.


वृत्ति सारूप्यमितरत्र ॥४॥
vṛtti sārūpyam-itaratra
4
Vṛtti = “attività, movimento, modo di essere, comportamento, predisposizione ad un determinato comportamento”.
Sārūpyam = “forma simile”.
Itaratra = “altrimenti”.

4.    Se ciò non accade ci identificheremo in una forma simile al Sé creata dalle vṛtti.


Yogaś-citta-vṛtti-nirodhaḥ”, il secondo aforisma degli Yoga Sūtra, è probabilmente il verso più citato della storia dello yoga. La traduzione “lo Yoga è l’arresto delle modificazioni della mente”, in linea con la maggior parte delle interpretazioni, non è in grado di rendere la complessità dell’originale. Vṛtti, tradotto solitamente con “modificazioni” nella forma equivalente vṛtta nel Ṛg veda assume il significato di “ruotato, messo in moto, fatto girare come una ruota” mentre nel Śatapatha Brāhmaṇa viene utilizzato nel senso di “rotondo, arrotondato, circolare”, per cui “citta vṛtti” potrebbe essere tranquillamente tradotto come “vortici della mente” o “movimenti circolari della mente”. Probabilmente Patañjali si riferisce a una serie di processi mentali che si innescano, in maniera autonoma, in determinate condizioni, allontanando l’essere umano dalla sua “vera natura” (svarūpe) che sarebbe quella “di colui che tutto vede” (draṣṭuḥ), il “veggente”, ciò che noi definiamo “il vero Sé”. Questi processi determinano cinque diverse condizioni della mente (dalle quali, a loro volta sono determinati dando vita ad un circolo vizioso) chiamate nel buddhismo delle origini cittabhūmi, o “territori della mente:

1.     Kṣipta, “confusione”.
2.     Mūḍha, “ottusità, stupidità”.
3.     Viksipta, “dispersione, agitazione”.
4.     Ekagra, “attenzione concentrata”.
5.     Niruddha, “controllo”.

Se teniamo conto degli insegnamenti del buddhismo, Yogaś-citta-vṛtti-nirodhaḥ, potrebbe significare che lo yogin deve mantenere la mente nella condizione di controllo (niruddha) dei vortici del pensiero.
Una condizione che favorirebbe la percezione (e l’utilizzazione) di un flusso di energia chiamato citta-saṃtāna (dove saṃtāna significa “serie di eventi in successione, continuità, flusso ininterrotto”). Continuando la lettura degli “aforismi dello yoga” scopriremo in 3.9[6] e in 3.10[7] che per Patañjali nirodha è “un flusso tranquillo”.
Ciò significa che potremmo considerare cittavṛtti -nirodha un sinonimo di citta-saṃtāna, per cui la traduzione del secondo versetto potrebbe essere questa:
“Lo yoga è il flusso mentale”.
Tecnicamente citta-saṃtāna è "il flusso, consequenziale, degli istanti di consapevolezza sperimentati dal praticante". Per fare un esempio è come se facessimo una serie di sogni nei quali, ogni volta, la storia comincia dal punto in cui si era interrotta nel sogno precedente. Anche se ciascun sogno avvenisse a distanza di mesi o anni dal precedente, avremmo la sensazione di un "continuum", come un film che, nonostante sia interrotto dagli spot pubblicitari, mantiene la propria coerenza narrativa. Citta-saṃtāna, inteso come sequenza di istanti di pura consapevolezza, è ciò che ci permette una continuità coscienziale sia durante la vita terrena (una specie di centro di gravità permanente), sia tra una vita all'altra, quasi fosse la fiamma che viene passata da una candela all'altra. Se si tiene conto dell’analogia tra cittavṛtti-nirodha e citta-saṃtāna i primi tre versetti diventano un invito a percepire (e utilizzare) il “flusso mentale” nel quale riconoscere il “vero Sé”. Cosa che è resa difficile dal potere creativo della mente:
Vṛtti sārūpyam-itaratra”, ammonisce Patañjali, “altrimenti ci identificheremo in una forma simile al Sé creata dalle vṛtti”.
Il potere della mente, secondo lo yoga, è immenso. Lo yogin realizzato può creare interi mondi, ma l’essere umano inconsapevole di quel potere diviene succube. I vortici della mente dipingono una forma fittizia del Sé, un feticcio di “io” formato delle impressioni causate dalla cultura, dalle emozioni e dalle azioni che ne scaturiscono. Di solito chiamiamo il feticcio “personalità” e lo identifichiamo con la Persona umana. Solo coloro che hanno accesso al “flusso mentale” diventano consapevoli del potere creativo della mente.
Nel buddhismo citta-saṃtāna è la base di ciò che viene talvolta chiamato "tulpa", ovvero la capacità, magica, di creare immagini, oggetti e fenomeni con il potere della mente. Buddha riesce a creare un corpo mentale, manomāyakāya[8], e a moltiplicarlo fino a riempire il cielo di infinite forme a sua somiglianza[9] proprio grazie all'utilizzazione del “flusso”.
Nel Patisambhidamagga (Canone Pāli) e nel Visuddhimagga di Buddhaghoṣa, si afferma che gli yogin, usando citta-saṃtāna possono creare un corpo mentale con il quale viaggiare nei regni terreni e nei regni celesti. Questa capacità di usare il flusso mentale viene definita nell'Abhidharmakośa di Vasubandhu "nirmita", mentre Asanga nel Bodhisattvabhūmi la chiama "nirmāṇa" e la definisce "un'illusione magica e fondamentalmente, qualcosa senza una base materiale".
In tempi moderni Alexandra David-Neel[10] (definisce i tulpa "formazioni magiche generate da una potente concentrazione di pensiero" e racconta di essere stata testimone di fenomeni paranormali legati al citta-saṃtāna nel Tibet del XX secolo.
Secondo David-Néel "un Bodhisattva completo è in grado di eseguire dieci tipi di creazioni magiche." Il potere di produrre formazioni magiche durature che abbiano effetti nella realtà materiale non apparterrebbe solo ai grandi illuminati: ogni essere vivente sarebbe in grado di generare delle "forme pensiero" il cui grado di "realtà" dipenderebbe solo dai diversi livelli di concentrazione del praticante.
Alexandra David-Néel scrive che i tulpa avrebbero la capacità di sviluppare una propria mente:

"Una volta che il tulpa è dotato di sufficiente vitalità per essere capace di recitare la parte di un essere reale, tende a liberarsi dal controllo del suo creatore. Gli occultisti tibetani, accade quasi meccanicamente, proprio come il bambino, quando il suo corpo è completato e capace di vivere a parte, lascia il grembo materno”[11].
La studiosa franco-belga sosteneva di aver creato personalmente un tulpa che aveva la forma di un "frate allegro". Il frate in seguito avrebbe sviluppato una vita propria e dovette essere distrutto.
"Forse" - scrive ancora David-Néel - "ho creato la mia allucinazione, ma anche gli altri potevano percepirla”.

Nel loro insieme i versetti 1.1-4 descrivono il fine dello yoga, ovvero la percezione e l’utilizzazione del “flusso mentale”, che è, insieme, un’energia e un luogo, il luogo in cui il “veggente riposa in se stesso”. Accedere a questo luogo, dimora naturale dell’essere, è reso difficile dalle oscillazioni della mente, ovvero dal suo passare inconsapevolmente attraverso cinque diversi stati o condizioni (confusione, ottusità ecc.) che sono “innescati” da una serie di processi mentali definiti vṛtti che producono, come effetto collaterale, una specie di “feticcio del Sé”, nel quale l’essere umano tende ad identificarsi.

ĪŚVARA (1.23-28)


ईश्वरप्रणिधानाद्वा ॥२३॥
īśvara-praṇidhānād-vā
23

Īśvara = “Colui che è abile, il Signore, il principe, il re”.
Praṇidhāna = “contemplazione, devozione”.
= “oppure”.

23.                     Oppure si può realizzare il secondo tipo di coscienza/conoscenza immergendosi nella contemplazione di īśvara.



क्लेश कर्म विपाकाअशयैःअपरामृष्टः पुरुषविशेष ईश्वरः ॥२४॥
kleśa karma vipāka-āśayaiḥ-aparāmṛṣṭaḥ puruṣa-viśeṣa īśvaraḥ
24
Kleśa = “pena, dolore, afflizione, angoscia”[12].
Karman = “azione, performance, rito o atto religioso”
Vipāka = “effetto, risultato, maturazione, conseguenza (soprattutto di azioni compiute nel passato o in esistenze precedenti).
Karmavipāka = "la maturazione delle azioni, le conseguenze buone o cattive in questa vita di atti umani compiuti nelle nascite precedenti (ottantasei conseguenze sono descritte nella śātātapa-smṛti[13])”.
Āśayaiḥ = “luoghi di riposo, letti, recipienti”[14].
Aparāmṛṣṭaḥ = “intonso, non toccato, non collegato in alcun modo”.
Puruṣa = “uomo, persona, essere vivente” [15]
Viśeṣa = “discriminazione, distinzione, differenza, peculiarità”.
Īśvara = “Colui che è abile, il Signore, il principe, il re”.

24.                    Īśvara è quel particolare puruṣa che non è toccato né dalle cinque afflizioni dell’essere umano né dalle conseguenze, positive e negative delle vite precedenti in quella attuale né dai semi di esperienze passate non ancora giunti a maturazione.


तत्र निरतिशयं सर्वज्ञबीजम् ॥२५॥
tatra niratiśayaṁ sarvajña-bījam
25

Tatra = “là, in quel luogo”[16].
Niratiśaya = “perfetto, insuperabile, infallibile”.
Sarvajña = “Colui che tutto sa, colui che conosce uomini e Dei, l’onnisciente”[17].
Bija = “seme, sperma, causa originaria”.

25.                     Là, in quel luogo (ovvero in īśvara) si trova il seme dell’insuperabile Signore dello Yoga.


एष पूर्वेषामपिगुरुः कालेनानवच्छेदात् ॥२६॥
sa eṣa pūrveṣām-api-guruḥ kālena-anavacchedāt
26

Sa eṣa = “Lui, Egli” [18]
Pūrveṣām = “antichi, gli Antichi dell’universo, dei nostri predecessori, di quelli del passato” [19].
Api = “anche”.
Guru = “grande, largo, pesante, venerabile” per estensione semantica indica anche “il pianeta Giove” e qualunque persona degna di rispetto che sia investita del ruolo di “maestro”, “maestro spirituale” o “precettore”.
Kālena = “dal corso del tempo, dagli effetti del tempo”[20]
Anavaccheda = “non limitato”

26.                     Non essendo limitato dal corso del tempo Lui è anche il Guru dei maestri antichi.


तस्य वाचकः प्रणवः ॥२७॥
tasya vācakaḥ praṇavaḥ
27

Tasya = “di lui, di quello”.
Vācaka = “colui che parla, colui che recita” oppure “suono significante, significante di, espressione di”[21].
Praṇava = “la sacra sillaba oṃ ()”.

27.                     Il suono con cui Lui si esprime è la sacra sillaba .


तज्जपः तदर्थभावनम् ॥२८॥
taj-japaḥ tad-artha-bhāvanam
28

Taj = “questo, quello”.
Japa = “mormorare, sussurrare”, nello yoga “ripetere, sussurrando, passi delle scritture, preghiere e mantra”.
Tad = “lei, lui, questo, quello, in quel modo, in quel luogo”.
Artha= “senso, significato, uso, sostanza, ricchezza, soldi, membro virile, oggetto dei sensi[22]”.
Tadartha = “intendendo per quello, avendo lo stesso significato, il suo (o il loro) significato”.
Bhāvanam = “stampi per modellare[23], causa, a causa di[24]”.

28.                      A causa della ripetizione del praṇava si realizza il suo reale significato.[25]


Īśvara, è il più alto dei tre puruṣa collegati, nel vedānta , agli stati di manifestazione dell’essere, “veglia, sogno e sonno profondo”. È costante immerso nella luce di Prājña, ragion per cui è libero dai kleśa, le cause di afflizione dell’essere umano e dagli effetti delle azioni passate (Karmavipāka).
Nello Yoga si parla di cinque kleśa:
-      Avidyā, "ignoranza";
-      Asmitā, "egotismo";
-      Rāga, "passione";
-      Dveṣa, "avversione";
-      Abhiniveśa, "attaccamento all’ esistenza mondana".
Per i buddhisti i kleśa sono invece dieci: tre del corpo [omicidio, furto, adulterio], quattro della parola [mentire, calunniare, far violenza verbale, parlare inutilmente] e tre della mente [cupidigia, malizia, scetticismo].
In 1.23, che letteralmente significa “oppure contemplando īśvara” ho aggiunto le parole “si può realizzare questo secondo tipo di conoscenza” intendendo che si tratta di un tipo di conoscenza diversa da quella descritta nei versetti precedenti come saṁprajñāta. Da quanto è dato di capire saṁprajñāta non coincide con la risoluzione dei contenuti psichici, o saṁskāra. La contemplazione di īśvara viene invece considerata, in questo senso, pienamente realizzativa e perciò legata al “secondo tipo di coscienza/conoscenza” detta asaṁprajñāta.
Ma in cosa consiste, praticamente la “contemplazione di īśvara?
Essendo legato, a livello di coscienza ordinario, al piano del sonno profondo, non può essere oggetto di conoscenza, né può essere “realizzato” prima della risoluzione dei guṇa, risoluzione che, in un certo senso, coincide con la “liberazione”, fine ultimo dello yoga.
Si può supporre che sia una forma di meditazione senza seme, oppure una meditazione (con seme) su un simbolo, un’immagine o un mantra significativi di īśvara.
Comunque sia īśvara è anche un luogo, una dimensione in cui il praticante può incontrare “niratiśayaṁ sarvajña bījam”, il “seme dell’insuperabile Signore dello Yoga”, il Maestro degli antichi maestri, la cui voce (vācakaḥ “suono significante”) è la sacra sillaba oṃ.
Ripetendo con devozione la sillaba oṃ, si può arrivare alla conoscenza di īśvara, lo si rende oggetto di percezione (taj-japaḥ tad-artha[26]-bhāvanam), quasi arrivasse in carne ed ossa per rispondere al richiamo del praticante.

Nei sutra 1.23-27 si introduce il concetto di īśvara, che è, al tempo stesso una Persona (puruṣa), una vibrazione (la sillaba oṃ) ed un “luogo” al di là delle ordinarie coordinate spazio-temporali.
La ripetizione della sillaba oṃ, voce di īśvara, provoca la risoluzione dei saṁskāra.





[1] Samādhi, talvolta usato come sinonimo di dhyāna o jhāna nel buddhismo è l’esperienza che apre le porte a prajñā, la condizione di conoscenza intuitiva che permette, a sua volta, di accedere alla bodhi, o Risveglio spirituale. Il Canone Pāli descrive otto stati progressivi di jhāna: quattro meditazioni con forma (rūpa) e quattro meditazioni senza forma (arūpa jhāna). Una nona forma è Nirodha-Samapatti. Come vedremo sia i termini che gli insegnamenti ad essi relativi, sono simili o identici a quelli che incontriamo in questo testo.
Secondo molti commentatori, i quattro rupa jhana sono un contributo originale del Buddha, ovvero non appartenente alla tradizione vedica. Gli arupa jhana invece erano incorporati nelle tradizioni ascetiche non buddiste.

[2] Il significato letterale di yoga è “uso, utilizzazione, modo di impiego” (vedi Ṛg veda). Nel Mahābhārata indica “l’atto di equipaggiare un esercito, di metterlo in condizione di combattere”.
[3] Per comprendere appieno il significato della parola citta e quindi del secondo, famosissimo, versetto del samādhi-pāda occorre far riferimento agli insegnamenti del primo buddhismo. Per spiegare l'unità della mente i maestri buddisti descrivevano la mente come un terreno o base che chiamavano Cittabhūmi, diviso in cinque parti, ovvero cinque diversi possibili stati della mente:
1.        Kṣipta, “confusione”.
2.        Mūḍha, “ottusità, stupidità”.
3.        Viksipta, “dispersione, agitazione”.
4.        Ekagra, “attenzione concentrata”.
5.        Niruddha, “controllo”.
Ognuno dei cinque stati è legato ad una delle cinque vr̥tti di cui parla Patañjali, ed ogni vr̥tti è legata ad un particolare stato dei guna (tamas, rajas, sattva).

[4] Nella forma equivalente vr̥tta nel Rg veda assume il significato di “ruotato, messo in moto, fatto girare come una ruota” mentre nel   Śatapatha Brāhmaṇa viene utilizzato nel senso di “rotondo, arrotondato, circolare”, per cui “citta-vr̥tti-nirodhaḥ” potrebbe essere tranquillamente tradotto come “estinzione dei vortici della mente” o “interruzioni delle rotazioni della mente”.
[5] In Bhāgavata Purāṇa 5.9.12, draṣṭuḥ viene inteso come “Colui che è il veggente di ogni cosa”, il vero Sé: “kartāsya sargādiṣu yo na badhyatena hanyate deha-gato ’pi daihikaiḥ draṣṭur na dṛg yasya guṇair vidūṣyatetasmai namo ’sakta-vivikta-sākṣiṇe”
.
[6] Vyutthāna-nirodha-saṁskārayoḥ abhibhava-prādurbhāvau nirodhakṣaṇa cittānvayo nirodha-pariṇāmaḥ 9

[7] Tasya praśānta-vāhitā saṁskārat 10

[8] Vedi Samaññaphala Sutta.

[9] Vedi Divyāvadāna.
[10] Vedi: David-Neel, Alexandra; DʼArsonval, A. 2000. “Magic and Mystery in Tibet”. Escondido, California: Book Tree.

[11] Vedi testo citato.
[12] Nello Yoga si parla di cinque cause di afflizione dell’essere umano chiamate kleśa: avidyā, "ignoranza", asmitā, "egotismo", rāga, "passione", dveṣa, "avversione" e abhiniveśa -, "attaccamento all’ esistenza mondana". Per i buddhisti i kleśa sono invece dieci: tre del corpo [omicidio, furto, adulterio], quattro della parola [mentire, calunniare, far violenza verbale, parlare inutilmente] e tre della mente [cupidigia, malizia, scetticismo].

[13] Śātātapa è uno dei più antichi autori indiani, citato da altri come Yājñavalkya, Parāśara, Viśvarupa e Haradatta. Il suo lavoro è citato specialmente per gli insegnamenti sul tema della prāyaścitta, che potremmo tradurre con “espiazione per i peccati”.

[14] Āśaya, di cui āśayaiḥ (āśayais) è plurale strumentale, significa solitamente “luogo di riposo, asilo, ricettacolo”, ma viene usato anche per definire gli organi del corpo (lo stomaco ad esempio è detto āśaya in quanto “ricettacolo del cibo”. Nello Yoga viene però inteso come “deposito di contenuti psichici” o “insieme dei frutti delle azioni non ancora giunti a maturazione” Si legge in sarvadarśana-saṃgraha 168, 16 (traduzione di Edward Byles Cowell:
“Āśaya […] stock or the balance of the fruits of previous works, which lie stored up in the mind in the form of mental deposits of merit or demerit, until they ripen in the individual soul's own experience into rank, years, and enjoyment".
[15] Puruṣa significa letteralmente “persona”, “essere umano”. Nella Manusmṛti, il più antico testo legale indiano si parla di tre diversi puruṣa, prathama, madhyama e uttama, che indicano, ad esempio, tre diversi ruoli o livelli dell’amministrazione di una città o uno stato (alto ufficiale, funzionario, servitore…). Nei Veda è usato come sinonimo di nārāyaṇa, parola che indica il “primo uomo”, “il primo figlio di Dio” ecc. Quando compare insieme alle parole para-, parama o uttama indica la “persona divina” identificabile con brahmā, Viṣṇu, Śiva o Durgā. Talvolta viene usato per indicare il monte Meru.

[16] Tatra, che in questo versetto viene tradotto in genere con “in Lui”, o “in īśvara”, significa letteralmente “là”, “in quel luogo”. Probabilmente, come accade spesso in questo testo, le varie “Persone divine” vanno sempre intese come dimensioni o luoghi o stati di coscienza a cui accedere.
[17] Sarvajña significa letteralmente onnisciente e viene usato come sinonimo di buddha inteso come illuminato. Nella letteratura sanscrita (Pañchatantra, Skanda Purana) è un epiteto di Śiva, “il Signore dello Yoga”.
[18] Quando la sillaba sa precede un pronome, in questo caso eṣa lo “enfatizza”. È come scrivere la terza persona singolare con la maiuscola (Lui, Lei) per esprimere rispetto o devozione.

[19]  Pūrveṣām, antico, nella letteratura sanscrito va a significare “dei nostri predecessori come il ṛṣi Nārada” (vedi: Bhāgavata Purāṇa 10,87,3), “degli antichi dell’universo come Marīci e gli altri (Bhāgavata Purāṇa 7,1,37).

[20] Vedi Bhāgavata Purāṇa 9.30.31 e 10.20.16.

[21] Vedi Mahābhārata.
[22] Artha indica anche il numero cinque, ma in genere significa “sostanza, proprietà, ricchezza, oggetto fisico”. Nel varāha mihira è sinonimo di “oggetto dei sensi”.

[23] Vedi Bhāgavata Purāṇa 3.26.46.

[24] Vedi Bhāgavata Purāṇa 3, 32, 7 e 4, 29, 76-77.

[25] Per la traduzione di questo versetto mi sono attenuto alle versioni più note, ma secondo me non sarebbe errato tradurre in questo modo:
“A causa della ripetizione (japaḥ)di questo (taj=quello) [ovvero del praṇava] quello (tad) [il Signore dello Yoga, diviene] oggetto di percezione (artha)”.

[26] Artha indica anche il numero cinque, ma in genere significa “sostanza, proprietà, ricchezza, oggetto fisico”. Nel VarāHa Mihira è sinonimo di “oggetto dei sensi”.



lunedì 10 settembre 2018

Vairāgya, il distacco secondo Patañjali


Dopo tre mesi di lavoro ho finito la traduzione del primo libro di Patañjali. 
Mi piaceva l'idea di confrontarmi da solo,senza intermediari, con uno dei miei  libri preferiti.
Ho lavorato sul testo sanscrito tenendo conto sia del significato letterale di ogni singola parola, sia dell'uso che, di quella, parola, si fa nella letteratura indiana, sia hindu che buddhista.
Tra qualche giorno lo pubblicherò su Amazon, ma vorrei darvi qualche anteprima per conoscere la vostra opinione.
Critiche e consigli sono ovviamente molto ben accetti.
Quello che segue è il commento ai sutra 1.11-16,che descrivono Vairāgya, il distacco yogico. 
Un sorriso
P.

4.  DISTACCO (1.12-16)


12.      L’arresto delle vṛtti si ottiene grazie al distacco e alla pratica assidua.
13.      Abhyāsa consiste nello sforzarsi di rimanere stabilmente in una determinata posizione o stato coscienziale.
14.      Ci si può radicare fermamente nello stato di sospensione delle Vṛtti solo praticando per lungo tempo, senza interruzioni, con fervore ed entusiasmo.
15.      Vairāgya, è la condizione di chi, padroneggiando la “conoscenza distintiva” spegne la sete sia degli oggetti percepibili sia di quelli immaginati sulla base delle parole altrui.
16.      Si realizza il supremo distacco (vairāgya) quando estinguendo il desiderio dei guṇa insorge la conoscenza del puruṣa.

Nel versetto 1.12 ho tradotto nirodhaḥ con “arresto delle vṛtti”, uniformandomi alla maggior parte delle traduzioni, ma come si è visto[1] si potrebbe rendere con “flusso” o “flusso tranquillo” per cui il senso di 1.12 potrebbe essere “quel flusso (si realizza) con entrambi (i metodi): abhyāsa (pratica assidua) e vairāgya (distacco)”.
Abhyāsa è propriamente la “ripetizione di gesti parole o esercizi”. L’addestramento militare ad esempio è Abhyāsa e così è chiamata la ripetizione incessante di un mantra, di una sequenza di posture o del tema fondamentale in un testo tradizionale. Vairāgya che viene tradotto di solito, correttamente, con “distacco” o “avversione”, significa anche “scolorire”, “mutare o far mutare colore”. Nel versetto 1.15[2] “vairāgya” è accostato a due termini, “vaśīkāra” e “saṁjṇā”, che può essere interessante esaminare con attenzione.
Il primo, vaśīkāra, viene tradotto in genere con “controllo”, “maestria” o “padroneggiare”, ma indica specificamente “l’atto di soggiogare la volontà altrui con incantesimi”.
Saṃjñā, invece, solitamente viene tradotto come "percezione" o "cognizione", ma il suo significato è più complesso. Potremmo definirlo come “la modalità di afferrare le qualità o le caratteristiche distintive di un oggetto”. Nel buddismo è uno dei cinque skandha, o aggregati, che costituiscono e al tempo stesso spiegano i motivi dell'esistenza mentale e fisica di un essere senziente. I cinque aggregati sono:

1.     Forma (o materia o corpo) (rupa).
2.     Sensazioni (o sentimenti, ricevuti dalla forma) (vedana).
3.     Conoscenza distintiva (saṃjñā).
4.     Attività mentale (sankhara).
5.     Coscienza (vijñāna).

Si legge nell’Abhidharma-Samuccaya:

“Qual è la caratteristica assolutamente specifica di saṃjñā? È il sapere per associazione. Per vedere, ascoltare, specificare e conoscere un oggetto si prendono in considerazione le caratteristiche che lo definiscono e distinguono dagli altri oggetti”.

Significa in pratica che per conoscere la foglia di un albero nella foresta si pone l’accento sulle sue caratteristiche precipue, perdendo di vista l’insieme delle foglie, l’albero e la foresta.
Se teniamo conto della definizione buddhista vairāgya sarebbe qualcosa di più e di diverso dal semplice “distaccarsi dai piaceri sensoriali”. Si tratterebbe di “controllare magicamente saṃjñā” ovvero di forzare la naturale (o forse sarebbe meglio dire automatica) tendenza della mente a isolare il particolare dal generale, il soggettivo dall’oggettivo.
Spegnere la sete (vaitṛṣṇyam) sia degli oggetti percepiti sia di quelli immaginati in base alle parole altrui” non significherebbe quindi sviluppare avversione nei confronti dei piaceri sensoriali, come dicono taluni, ma coltivare “la visione d’insieme”, contemplare la foresta anziché la foglia dell’albero.
La pratica del “controllo di saṃjñā” alla fine porterà il praticante ad estinguere “la sete per i guṇa”, ovvero a non discriminare più tra le qualità intrinseche della manifestazione, spostandosi dal piano individuale al piano universale.
Letteralmente guṇa significa “filo, corda”. La corda dell’arco e la corda di uno strumento musicale, ad esempio sono guṇa, In filosofia prende il significato di “qualità della materia”. Per dirla in un linguaggio poetico, i guṇa sono i fili con cui la dea intesse la stoffa della manifestazione.
Nella scuola filosofica nyāya, affine al buddhismo, sono enumerati ventiquattro guṇa:
1.     Rūpa, forma, colore;
2.     Rasa, sapore;
3.     Gandha, odore;
4.     Sparśa, tangibilità;
5.     Saṃkhyā, numero;
6.     Parimāṇa, dimensione;
7.     Pṛthaktva, separatezza, individualità, unicità;
8.     Saṃyoga, combinazione, congiunzione;
9.     Vibhāga, distribuzione, disgiunzione (contrario di saṃyoga);
10.                 Paratva, distanza;
11.                 Aparatva, prossimità;
12.                 Gurutva, peso;
13.                 Dravatva, fluidità;
14.                 Sneha, viscosità;
15.                 Sabda, suono;
16.                 Buddhi-o Jñāna, comprensione o conoscenza;
17.                 Sukha, piacere;
18.                 Duḥkha, dolore;
19.                 Icchā-, desiderio;
20.                 Dveṣa, avversione;
21.                 Prayatna, sforzo;
22.                 Dharma, merito o virtù;
23.                 Adharma, demerito;
24.                 Saṃskāra, qualità riproduttiva del sé.

Ma in genere si parla di tre guṇa fondamentali:

1.       Tamas, inerzia;
2.       Rajas, impulso, accelerazione;
3.       Sattva, mantenimento, onnipervadenza.

Quando in 1.16[3] viene detto che l’estinzione della sete per i guṇa porta alla conoscenza del Puruṣa si sta indicando il fine ultimo del “controllo di saṃjñā”, ovvero il passaggio dal piano individuale al piano universale.
Puruṣa, talvolta usato per indicare il monte Meru, significa letteralmente “persona”, “essere umano”. Nella Manusmṛti, il più antico testo legale indiano si parla di tre diversi puruṣa, prathama – madhyama - uttama, che indicano tre diversi ruoli o livelli dell’amministrazione di una città o uno stato (alto ufficiale, funzionario, servitore…). Nei Veda è usato come sinonimo di nārāyaṇa, (“il primo uomo”, “il primo figlio di Dio”). Quando compare insieme alle parole para-, parama o uttama indica la “persona divina” identificabile con Brahmā, Viṣṇu, Śiva o Durgā.
I guṇa e i puruṣa nel vedānta sono collegati ai tre stati di coscienza sperimentabili dall’essere umano:

-      Jāgrat (“veglia”);
-      Svapna (“sogno”);
-      Suṣupti (“sonno profondo”).

Jāgrat, lo stato di veglia, è la condizione coscienziale in cui a causa del predominio di rajas guṇa l’anima individuale (jīva = “anima, essere vivente, ciò che causa la vita”) percepisce se stesso in uno spazio definito viśva (“universo, manifestazione grossolana”). Si tratta della condizione ordinaria di coscienza nella quale agiamo, pensiamo e parliamo normalmente.

Svapna, lo stato di sogno, è la condizione coscienziale in cui a causa del predominio di sattva guṇa il jīva percepisce se stesso in uno spazio definito taijasa (“brillante, luminoso, consistente di luce”). Si tratta della condizione “non ordinaria” di coscienza nella quale il sogno si mescola alla realtà vissuta o ricordata, la dimensione della magia e delle favole.

Suṣupti, lo stato di sonno profondo, è infine la condizione in cui il jīva, a causa del predominio di tamas guṇa, vive immerso nella luce di prājña senza essere in grado di percepirla, ma godendo di una condizione di inconscia beatitudine che nasce dall’apparente assenza di conflitti. Si tratta della condizione di “non coscienza, come nel sonno profondo, nello svenimento o nell’orgasmo.

Prājña, taijasa e viśva possono essere intesi come tre diversi palcoscenici, di un unico teatro, sui quali danza l’anima individuale in diversi momenti della propria esistenza (quando dorme, sogna ed è sveglio), tre territori di uno stesso regno che potremmo definire “individuale” o “soggettivo”.
Si tratta cioè della visione personale dell’universo creata dalla mente sulla base della memoria, dell’esperienza soggettiva e delle sovrastrutture culturali.

L’universo “personale” è lo specchio dell’Universo oggettivo, nel quale alle coscienze di veglia, di sogno e di sonno profondo corrispondono tre “entità” chiamate:

-      Vaiśvānara (“completo, onnipresente, universale”)
-      Hiraṇyagarbha (“feto d’oro, anima, corpo sottile”)
-      Īśvara (“colui che è abile, il Signore, il principe, il re, la regina”).

Vaiśvānara, Hiraṇyagarbha e Īśvara sono i “tre puruṣa” (prathama, madhyama e uttama) che rappresentano la realizzazione sul piano universale, del jīva allo stato di veglia, del jīva allo stato di sogno e del jīva allo stato di sonno profondo.
Quando in 1.16 Patañjali afferma che “si realizza il supremo distacco (vairāgya) quando estinguendo il desiderio dei guṇa insorge la conoscenza del puruṣa”, si riferisce alla realizzazione degli stati di coscienza del jīva “individuato” sul piano oggettivo, o universale.

Guṇa
Stati di coscienza
Piano individuale
(jīva)
Piano universale
(puruṣa)
Rajas
Jāgrat
Viśva
Vaiśvānara
Sattva
Svapna
Taijasa
Hiraṇyagarbha
Tamas
Suṣupti
Īśvara



[1] Vedi “2. ILFLUSSO MENTALE (1.1-4):
“Continuando la lettura degli “aforismi dello yoga” scopriremo in 3.9 e in 3.10 che per Patañjali nirodha è “un flusso tranquillo”.
[2]Dr̥ṣṭa-anuśravika-viṣaya-vitr̥ṣṇasya vaśīkāra-saṁjṇā vairāgyam”.
[3] Tatparaṁ puruṣa-khyāteḥ guṇa-vaitṛṣṇyam”.

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