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mercoledì 16 ottobre 2013

SHANKARA E IL TANTRISMO

Il "Libro dei Libri" del mantra yoga è il saundaryalaharī सौन्दर्यलहरी di Shankara Bhagavadpada (Adi Shankara), 


un libricino (100 śloka o versetti) diviso in due sezioni: la prima formata da 41 versetti (35 secondo alcuni commentatori) è chiamataānandalaharī ("Onda di Beatitudine") ed è la cronaca della realizzazione di Shankara attraverso la pratica degli insegnamenti orali e scritti* (*il Subha Godaya Stuti in cui si descrive la pratica del "Kadi Mantra" e dello Sri Yantra) ricevuti dal suo maestro Gaudapadacharya. 


La seconda sezione, la saundaryalaharī vera e propria ("Onda di Bellezza") formata da 59 versi (65 secondo alcuni) è invece il resoconto del cambio di percezione della realtà che fa seguito alla realizzazione, lo stupore che nasce dalla visione della Dea, ovvero dalla trasfigurazione dell'intera manifestazione in Bellezza. 


Ma perchè questo libro è così importante? 
Per capirlo occorre cominciare dai titoli: 
ānanda ("beatitudine") è lo stato che insorge dall'unione della dea in forma dikuṇḍalinī con il suo sposo sādāśiva
L'unione genera il nettare "lunare" chiamatoसोम soma, parola che sta a significare "Sat(l'eterno) che si congiunge a Umā (la perfetta)

Il processo di realizzazione dello stato diānanda è espresso dal mantra vedico sat cit ānanda dove sat sta per sādāśivacit perkuṇḍalinī e ānanda per la beatitudine che nasce dall'abbraccio dei due. 


A chi è avvezzo a considerare lo Yoga tantrico come qualcosa di diverso dall'insegnamento advaita (advaita vedanta, il sistema di interpretazione deiveda attribuito a Shankara) l'identitificazione di cit (coscienza) con kuṇḍalinī può sembrar strana, ma occorre ricordare che kuṇḍalinī, nelle sue tre forme (Fuoco, Sole, Luna) rappresenta il sesto elemento della creazione: il principio cosciente che alberga in Spazio, Aria, Fuoco, Acqua e Terra. 


Il mantra sat cit ānanda esprime la risalita di kuṇḍalinī raccontata da Shankara nella prima parte del saundaryalaharī
Nella seconda parte Shankara racconta invece il percorso discendente della Dea, dalla testa fino al mūlādhāra cakra con l'energia creativa che rivitalizza i cakra e modifica la percezione della realtà vista, da qui in avanti, come la Dea tripurasundarī (la "bella dei tre mondi", epiteto di Durga) infinitamente bella, seducente, attraente. 

 

Questa seconda fase della realizzazione è espressa dal mantra sat cit ānanda nāma rūpa dove nāma indica la vibrazione, la vera essenza delle cose svelata dalla realizzazione ( ovvero i mantra e i bija mantra) e rūpa la manifestazione fisica delle cose, inseparabile dall'essenza vibrazionale (lo yantra) 

Nel loro insieme le due fasi della realizzazione (ascendente e discendente) sono espresse dal mantra 
ॐ sat cit ānanda rūpa śivo'ham - Io sonośiva, la forma di sat cit ānanda(parabrahman) la cui essenza vibratoria è - e dal 
mūlamantra ("mantra radice") 

ॐ sat cit ānanda parabrahma puruṣottama paramātma
śrī bhagavatī sameta
śrī bhagavate namaḥ
 

ovvero: Ti chiamo/ti rendo omaggio durga(śrī bhagavatī) che unita con il tuo sposo (śrī bhagavate/śiva) [sei, il pranava [vera essenza] di sat cit ānanda, il brahman supremo, l'Uomo universale, e l'Anima universale ( parabrahma puruṣottama paramātma). 


Visto che Shankara viene sempre associato a forme di speculazione intellettuale e di pratiche meditative nelle quali il corpo (cakra, nadi ecc.) sembra avere poco importanza, può apparire strano che abbia descritto la sua realizzazione in termini che possiamo definire tantrici, ma il testo del "saundaryalaharī" non sembra lasciare alcun dubbio. 
Prendiamo, ad esempio, il versetto 14 (la traduzione è mia ma fa riferimento a quella in inglese di PANDIT S. SUBRAHMANYA S'ASTRI, 1937): 

"Dai tuoi due piedi di loto sopra i Chakra, Così si irradiano i raggi:
cinquantasei in Muladhara rappresentazione della Terra, cinquantadue nell'acqua di Manipura acqua,
sessantadue nel fuoco di Svadhisthana, cinquantaquattro nell'Aria di Anahata ,
settantadue nello spazio di Visuddhi,
sessantaquattro nel manas di Ajna.



I raggi di cui parla Shankara sono dichiaratamente i मरीचि marīci, le vibrazioni delle stelle (360 come i gradi dell'Eclittica) delle tradizioni Siddha, Kaula e Nath ovvero del tantra. 
Ogni cakra è diviso in tre parti (definite talvolta cerchio interno, medio ed esterno): 
कला kalā, che significa sia "fase/parte" che "suono basso e dolce" e indica le sillabe inscritte nei petali dei cakra. 
नाद nāda che significa" suono forte e potente" e indica appunto i raggi o marīci, ovvero la "VOCE DELLE STELLE". 
बिन्दु bindu infine, che significa "goccia", "punto" e, nelle tecniche erotiche, un "particolare marchio lasciato con i denti sulle labbra dell'amante" indica i suoni radice (laṃ vaṃ raṃ yaṃ haṃ) che risuonano al centro dei cakra , lungo la "via mediana". 



Shankara usa lo stesso linguaggio di Abhinavagupta, Gorakanath e Babaji ed è lecito supporre che anche la pratica yoga sia la medesima, ma nel testo non parla esplicitamente né di asana, né di mudra, né di kriya e questa lacuna, se non si ha conoscenza dello Yoga tantrico, può giustificare le interpretazioni più astruse e bizzarre 

Il versetto 14 ad esempio (che ho citato sopra) fa, molto probabilmente, riferimento ad un preciso kriya(lavoro con le correnti di energia sottile) della tradizione Nath nel quale i 64 marīci del cakra della fronte e i 56 del cakra del perineo vengono fatti "risuonare" insieme nel cakra dell'ombelico, ma visto che Shankara non dice in quale posizione si debba praticare, quali mantra si debbano recitare ecc. ecc. risulta privo di valenze operative. 

Come spesso accade nello yoga chiunque può prendere il testo e interpretarlo a modo suo. 
I 64 raggi del cakra della fronte di cui parla Shankara per alcuni possono andare a rappresentare la luce della coscienza, per altri la grazia divina, per altri la metafora di una qualche riflessione intellettuale ed ognuno giustificherà la propria opinione con qualche brano suggestivo o con la parola di questo o quel maestro (vero o presunto) finendo per smarrire il senso autentico e profondo dell'insegnamento di Shankara. 

Io sono partito da una tesi: ogni versetto del saundaryalaharī è legato ad una sequenza di posizioni, mantra e dhyana. 


Perché l'autore non ne parla? Perché non descrive le pratiche che l'hanno condotto alla realizzazione? 

La risposta è arrivata da sola ed una parola sanscrita: 
प्रयोग prayoga 
Prayoga è la consuetudine, la prassi, la prova provata di una teoria e nella letteratura yoga è un manuale di applicazione. 
Nel saundaryalaharī non ci sono indicazioni di posizioni, mantra, mudra e yantra non per volontà dell'autore o dei suoi commentatori indiani, ma perché, in genere, in occidente il testo viene presentato senza i prayoga. 
Ogni śloka dell'ONDA DI BELLEZZA" è legato ad uno yantra riferito ad un determinato asterismo (aspetto astrale), 
 
ad un Bija (al centro di quello che ho pubblicato c'è il bija ठं ṭhaṃ), ad un mantra, ad una posizione, ad una serie di mudra.... 
Ogni versetto dell'Onda di Bellezza è un rituale dedicato ad una forma della divinità intesa come particolare frequenza vibrazionale e ciascun rituale ha degli effetti "pratici", sperimentabili, fisici. 
Io non so perché alcuni commentatori e alcuni editori trascurino i prayoga e presentino delle versioni incomplete dei testi di Shankara e di altri autori. 
E nemmeno so perché molti, sia in occidente che, alcuni, in oriente insistano ancora a separare lo yoga cosiddetto tantrico dal vedanta e dal sapere vedico in genere. 
So però che Shankara, il caposcuola dell'advaita vedanta, racconta nelsaundaryalaharī di aver realizzato lo stato di Ananda con la pratica tantrica del Nyasa, o localizzazione, che consiste nell'assumere determinati asana e mudra e nel far risuonare mantra e bija mantra in determinate parti del corpo. 


Un ultima considerazione: 
sono andato a ricercare nei testi le origini della tecnica Nyasa, della risalita di kuṇḍalinī e della tripartizione (कला kalāनाद nādaeबिन्दु bindu) dei cakra. 
Ecco qua il testo più antico che ho trovato (ma credo ve ne siano di precedenti): 

Atharvaveda - ṣaṭcakropaniṣad.

"Vi sono sei cakra di Narasimha [...] (ogni cakra è diviso in) tre cerchi. Essi sono il cerchio interno, il cerchio medio e il cerchio esterno[...]. Ve ne sono sei
(di cerchi interni) : Narasimha (kshaum), Mahalakshmya (shrim), Sarasvana (aim), Kamadeva (klim), Pranava (om), Krodhadaivata (hum).[...] Qual'è il luogo di tutti questi cerchi? Il primo è nel cuore, il secondo nella testa, il terzo alla radice dei capelli, il quarto in tutto il corpo, il quinto è negli occhi, e il sesto in tutte le regioni[...] Chi fa Nyasa su questi narasimha cakra [...] raggiunge infine kaivalya (la liberazione)."

lunedì 7 ottobre 2013

I CINQUE TIBETANI E LO YOGA TAROCCO



Negli anni'30, ad Hollywood, Peter Kelder, dopo aver letto "Orizzonte perduto" di James Hilton (il romanzo in cui si parla della ricerca di Shangri-la) scrisse un soggetto cinematografico sulla fonte dell'eterna giovinezza.
La storia era banale: un colonnello dell'esercito britannico, vecchio curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il segreto dell'eterna giovinezza. Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli.
La storia è banale e gli Studios la rifiutano.
Nel 1939 Kelder ci scrive un libro e lo chiama "The Eye of Revelation".
Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites"

Il libro non è un capolavoro e cade nel dimenticatoio fin quando, negli anni 80, nell'epoca delle "Profezie di Celestino", un antiquario, Jerry Watt, trova l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946.

"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller.

E' una storia meravigliosa.
Al giorno d'oggi ci sono milioni di persone che praticano, studiano, insegnano i cinque riti tibetani credendo siano un'antichissima e segreta tecnica orientale mentre, probabilmente si tratta dello spezzone coreografico di un vecchio film in costume, che Kelder ha mescolato con qualche vaga nozione di hatha yoga (nel libro si parla di sette cakra e e di vortici energetici).

Gli esercizi usciti dalla fantasia dello sceneggiatore americano dopo 70 anni sono diventati veri, più veri del vero.

Se nella stessa scuola di yoga di Roma o Milano si proponessero, contemporaneamente uno stage di yoga tantrico con un monaco ed uno sui cinque tibetani condotto da un ex agente immobiliare di Miami, quale sarebbe il più frequentato, secondo voi?

E' una storia fantastica.
Che può insegnarci molto.
I cinque tibetani nascono per il cinema.
Il loro fine è il successo è sono stati concepiti per essere facilmente comunicabili.

Le pratiche yogiche nascono invece in ambienti ristretti, devono essere comunicate da maestro a discepolo e spesso, per vari motivi, vengono "secretate". NON DEVONO ESSERE FACILMENTE COMUNICABILI.

Continuando così, tra dieci o vent'anni il falso facilmente comunicabile sarà ancora più vero e il vero secretato scomparirà anche dai ricordi perchè le case editrici, le palestre, le grandi scuole, lavorano per il profitto, ed il profitto ovviamente aumenta con l'aumentare del numero dei lettori e dei praticanti.

Se io gestissi una palestra e dovessi scegliere tra un corso sui cinque tibetani frequentato da 100 persone ed uno di meditazione mantrayana frequentato da tre persone ovviamente sceglierei il primo.
E' normale che sia così.
E' il mercato: bisogna dare ai clienti ciò che i clienti richiedono, bisogna fare ciò che piace ai clienti, non ciò che è vero.

E' la maniera di porgere un messaggio che è essenziale non il messaggio in sé e questo è valido in tutti i campi, anche nello Yoga, mi dicono.

"The Eye of Revelation - The Five Tibetan Rites of Rejuvenation". E' un titolo meraviglioso, chiaro e comprensibile.

"Glossa di Shankara al commento di Vyasa sugli aforismi di Patanjali" è un titolo pessimo, oscuro e noioso.

Sinceramente, se non conosceste nessuno dei due testi quale acquistereste?

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