martedì 15 luglio 2014

Senza Godimento non c'è Yoga




"yogo bhogāyate sākshāt duṣkṛtam sukritāyate 
mokṣāyate hi samsārah kauladharme kuleśvari" 
 (Kulārnava Tantra) 

Per il Tantrismo lo Yoga è godimento sensuale [yogo bhogāyate] e il piacere trasforma il mondo empirico, l'esistenza terrena, in un luogo di liberazione.
Per chi è abituato a pensare allo Yoga  come distacco e controllo delle passioni suona strano assai, ma se studiassero i primi canti dei Veda e le prime Upanishad si scoprirebbe che la realizzazione è la comprensione dell'identità di Essere e Divenire, di Nirvana e Samsara, diversi tra loro "come il mare e l'onda".
La natura dell'essere umano è ānanda, beatitudine suprema, che coincide con la libera comunicazione tra ambiente interno (CITTA AKASHA) e Universo (MAHA AKASHA), ma c'è un qualcosa, un blocco, un limite una specie di peccato originale che ci impedisce di vivere pienamente.
Al di là di tutte le teorie e le interpretazioni psicologiche e filosofiche, ciò che ci impedisce di "indossare" la vita terrena con la "dignità" che ci spetterebbe, è un errore di sintassi.





Sto parlando, dal mio punto di vista di yogin nato in occidente, sia di errori dovuti allo sviluppo, contemporaneo e interdipendente della società e dell'immaginario collettivo, sia di errori banali di interpretazione dei testi vedici.
Il linguaggio dello Yoga (e dell'Arte) è quello dei sogni e delle coincidenze significative;
si basa sull'intuizione e procede per analogie e balzi improvvisi senza tener conto delle categorie di spazio e tempo.
Il riferimento ultimo è l'universo e le lettere originarie dell'alfabeto universale sono le forze primarie della creazione: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, il Vento e lo Spazio che tutto contiene.
Ognuna di queste forze o energie è a sua volta una rappresentazione artistica di vibrazioni o note musicali che vengono riconosciute come modificazioni della vibrazione primaria, ciò che chiamiamo .
Energia allo stato puro, incontaminata, libera, "A-MORALE" e "A-LOGICA".
Le leggi umane, gli schemi di interpretazione, le categorie che crediamo eterne e assolute, nascono dopo, con la civiltà, e danno a questa energia A-MORALE e A-LOGICA una connotazione ora positiva ora negativa. 
L'acqua che ci disseta e rinfresca nell'afa estiva è la stessa che devasta i nostri campi.
Il fuoco che rallegra e riscalda è lo stesso che riduce in cenere le nostre case e i corpi dei nostri cari.
La natura non segue le nostre leggi, non rispetta né l'individuo né le relazioni grazie alle quali l'individualità prospera e trova giustificazioni alla sua stessa esistenza e questo per l'essere umano civilizzato è destabilizzante.
Non si tratta di un processo recente: le continue lotte tra Asura e Deva di cui abbonda la letteratura vedica testimoniano che si tratta di dinamiche antiche ed irrisolte.


 A prescindere dalle eventuali corrispondenze storiche (per alcuni i Devasarebbero gli invasori Arii e gli Asura le popolazioni originarie dell'India) le epiche battaglie tra "Angeli e Demoni" narrate dai poeti indiani ci raccontano gli sforzi dell'uomo civilizzato di controllare e indirizzare le energie della natura, tentando di porsi, così, al di fuori della Natura stessa.
La parola āsura, o asura che nella nostra cultura figlia del dualismo platonico e cristiano, viene tradotta con demone, demoniaco, infernale, in principio significava "divino" e indicava, anche, il sole.
Gli Asura sono le forze della Natura, figli e manifestazioni della Dea senza nome.
Sono coloro che "esistono" (ASte), "sono", "rimangono", a prescindere dalle idee e dalle vicende umane.
Sono fuori di noi e, assieme dentro di noi.
Anzi rappresentano il nucleo fondamentale, il seme di ciò che chiamiamo vita.
Nel profondo del nostro animo, nelle acque limacciose dell'inconscio, dormono le forze primarie della natura: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio.
Forze meravigliose e spaventose assieme.
Le costruzioni della mente umana, i legami familiari, sociali, culturali, sono le catene con cui cerchiamo di imprigionarle.
Qualche volta emergono in superficie e sbocciano come stelle luminose nell'animo degli artisti o degli innamorati, generando pura Bellezza.
Le melodie che innalzano lo spirito, i tratti di pennello che rapiscono il cuore, i baci che rinnovano il desiderio sono sempre il riflesso dell'infinita potenzialità creativa delle forze primarie dell'Universo.
Altre volte, quando tentiamo con troppa foga di tenerle a bada, le forze della natura esplodono in forma di  Odio e Rabbia, Invidia e Gelosia, Brama  di Possesso, Orgoglio e Presunzione, Ignoranza.
Sono queste le emozioni negative, i cinque veleni che l'India induista e buddista ci ha insegnato a riconoscere nelle cinque teste di Shiva o nei cinque Dhyani Buddha.
L'Odio  è l'elemento Acqua così come l'Invidia è l'elemento Aria, la Brama il Fuoco, l'Orgoglio, la Terra e l'Ignoranza lo Spazio.
E così come l'Amore è il padre di tutto ciò che è Bellezza e Armonia, i Cinque veleni vengono generati dalla PAURA.
La paura dell'Ego che si sente minacciato da tutto ciò che ha il sapore dell'Universale e dell'Eterno.
I maestri dei Veda lo sapevano, conoscevano i segreti dei moti psichici e la loro simmetria con i moti universali.
Hanno assistito al desiderio dell'essere umano di crearsi dei limiti, costruendo case, città, comunità legate da comuni tratti somatici o da leggende nate attorno ai focolari nelle notte d'inverno e, consci dei pericoli insiti nello mitizzazione della personalità individuale (che trae dalle forze primarie gli aspetti più nefasti), hanno messo gli Asura, le forze della natura, al di là dei confini, nelle foreste e nelle notti popolate da bestie, gnomi e spiritelli alati.
Gli Asura vengono cacciati dalle città, ma i nuovi dei, ingioiellati e ben vestiti, non erano sufficienti a garantire la felicità, la beatitudine suprema che di diritto spetta all'essere umano e così ad indicare la via della Liberazione viene messo, [sia nell'induismo che nel buddhismo sotto forma di MahakaalShiva, il distruttore, il danzatore sacro che anela a null'altro che ad unirsi con la Grande Dea.
Shiva, tra gli dei dell'olimpo vedico, è l'unico a non aver casa. va in giro nudo (coperto appena da un perizoma di pelle di tigre) si adorna di serpenti in guisa di gioielli, beve in un cranio svuotato, fuma marijuana: è un Asura e, insieme, il dio supremo (Shiva Hara) che insegna agli esseri umani lo Hatha Yoga.
Shiva è il DIO OLTRE I CONFINI.



Ma torniamo agli errori di sintassi e  di comprensione.
La liberazione di cui si parla nello Yoga coincide con la libera comunicazione tra "ambiente interno e ambiente esterno".
La pratica yogica sarà quindi la via per rimuovere i blocchi psicofisici che impediscono la comunicazione.
Per rimuovere questi blocchi bisogna prima imparare il "linguaggio degli Dei".
Un linguaggio che è dentro di noi, sommerso nelle acque dell'inconscio.
I simboli con cui si esprime sono i riflessi delle energie primarie, basterebbe dare un'occhiata, in teoria, ma le sovrastrutture culturali si sono accumulate al nostro interno nascondendo sotto gli strati dell'immaginario collettivo i segni originari.
Nell'inconscio dell'uomo comune Totti o Belen Rodriguez sono simboli più vivi e attivi di Shiva e Parvati, ed il ripetere i nomi del Nataraja e della sua sposa, o mostrarne le effigi non sarà certo sufficiente a risvegliare le coscienze.




Se l'Illuminazione è la totale comunicazione e la conseguente identificazione con l'Universo e se la comunicazione avviene  in tre fasi, SINTASSI-COMPRENSIONE-PRAGMATICA, noi non avendo modo di riconoscere il linguaggio yogico, rischiamo di fermarci alla prima fase, sguazzando tra simboli senza vita e sepolcri imbiancati. 
A meno che, come dicono alcuni, non ci affidiamo alla Tradizione, ovvero agli insegnamenti di maestri e istruttori che si rifanno, o dicono di rifarsi, ai Veda. 
Paradossalmente spesso i problemi veri cominciano a questo punto. 
Visto che la cultura dominante (termine trito e ritrito, diciamo quello che piace alla maggior parte delle persone) è basata sull'apparire, i nuovi/vecchi maestri tradizionali vedono come negativo o non importante  tutto ciò che rientra nella sfera del sensibile.
L'esperienza del godimento sensoriale diventa un limite alla conoscenza e ciò che riguarda la passione e il desiderio viene (non sempre ma quasi) catalogato come inutile, dannoso, negativo.
Se bisogna guardare al nostro interno, dicono costoro, è meglio distaccarsi da tutto ciò che è "esterno".
A pelle questo dualismo tra spirito e materia, tra corpo e anima non mi è mai piaciuto.
Il rifiuto del corpo, considerato un inutile sacco pieno di sangue, urina e feci da molti dei miei conoscenti buddisti, neo advaita o neoplatonici mi è sempre suonato stonato come una campana di latta.
E quando hanno cercato di convincermi citando le parole dei maestri del passato, da Buddha a Shankara a Ramana Maharishi, ho sempre storto un po' il naso.
Visto che tutti coloro che, nello yoga, si pongono come Maestri illuminati o discepoli di maestri illuminati, si rifanno (o dicono di rifarsi) ai quattro libroni dei Veda mi sono rivolto a quelli.
Ho letto poco, per adesso, ma quel poco mi ha fatto sorgere una domanda: 
i maestri che parlano di corpo come tomba dell'anima e di yoga come distacco dal godimento sensuale hanno mai letto i veda?


Ciò che io ho trovato sconvolgente e straordinario probabilmente in chi non ha il mio stesso interesse per la filosofia vedantica non sortirà gli stessi effetti. provo comunque a spiegarmi nella maniera più chiara possibile.
 In quarant'anni di studio e pratica dello yoga ho preso confidenza con una serie di termini e concetti come Manas, Buddhi, Jnana ecc. considerati fondamentali per la comprensione dello yoga.
In particolare Manas, o meglio la sua sospensione o il suo annichilimento è la chiave di volta dell'architettura yogica.
Prendo il Glossario sanscrito  delle edizioni dell'Ashram Vidya:

Manas: [...] mente individuata ed empirica, dotata di capacità razionale analitica[...] coscienza empirica, il pensiero individuato di ordine formale.

Il manas sarebbe quindi un qualcosa che appartiene all'individuo e che è responsabile della visione soggettiva del mondo. Vediamo che ne dicono i Veda:

nāsadāsīyasūkta 4 (RV, X, 129)

"kāmas [...] manaso retaḥ prathamaṃ

ovvero "la prima cosa ad essere generata dal manas fu kāma".



Il nāsadāsīyasūkta è l'inno vedico della creazione.
Descrive l'Oceano nero di prima dell'inizio, senza giorno né notte, senza morte né immortalità. Una immensità A-LOGICA racchiusa nello "SPAZIO ESIGUO DEL CUORE UMANO"!
Ad un tratto senza un come e un perché in quell'oceano si riversa il desiderio, kāma, la prima cosa ad essere generata dal manas che non è come comunemente si crede, la mente, ma è il nucleo delle emozioni primarie.
L'universo dei veda nasce nel cuore dell'uomo dal turbinio della passione e del desiderio.
C'è una connotazione emotiva che accompagna tutte le fasi della creazione e che, quindi, non può non accompagnare la via a ritroso dello Yoga.
Una via costellata di stupore e meraviglia, scandita dai samadhi, gli stati estatici comuni agli yogin, agli artisti e agli amanti.
Per comunicare con l'universo bisogna essere capaci di liberare le emozioni e di riversare il desiderio dentro di noi e fuori di noi, nei nostri pensieri  e nelle nostre azioni.
Le lettere dell'alfabeto della creazione sono le emozioni che producono la spinta al godimento sensoriale e da questo vengono nutrite: senza Bogha (o godimento sensoriale) non c'è Yoga e senza Yoga non c'è Bogha.

RITMO, RESPIRO E KRIYA

Vorrei proporre un giochino, un esercizio facile facile che ho preparato per i miei allievi del corso di hatha yoga. 
Per una volta eviterò, il più possibile, di usare termini tecnici e parole in sanscrito o cinese. 
C'è un motivo: passo ormai metà del mio tempo tra libri e vocabolari e mi viene spontaneo usare termini come citrupini omahakasha che, per me, sono assai più eloquenti e precisi dei giri di parole che si è costretti a fare per cercare di tradurli. 
Ma ho scoperto che chi non è ossessionato dal sapere vedico o taoista, reagisce, spesso, a certe parole dal suono esotico allontanandosi (-" Che inutile erudizione!"-) o sviluppando una specie di timore reverenziale. 
Il risultato è che né gli uni né gli altri chiedono il significato dei termini tecnici e le spiegazioni di concetti ed esercizi si trasformano, a volte, in un monologo nel deserto, altre in un dialogo tra sordi. 




L'esercizio che propongo è relativamente facile e può, secondo me, dare un'idea abbastanza precisa della potenza delle kriya
Ovviamente mi è subito scappata la parola kriya... 
Vediamo di spiegarla: 
La Kriya è l'utilizzazione del pensiero creativo nella pratica di asana e sequenze. 
Dapprima si conduce l'attenzione lungo precisi percorsi (ad esempio dalla fronte all'ombelico o lungo la colonna dal sacro al centro delle scapole)immaginando che i fluidi corporei "DENSI COME IL MERCURIO DEL TERMOMETRO" seguano il tragitto disegnato dalla mente. 
In un secondo tempo ascolto il movimento dei fluidi corporei (un suono, una sensazione tattile, una differenza di temperatura....). 
La kriya è il fondamento dello Hatha Yoga [una posizione o una sequenza senza kriya è "vuota"] e non differisce affatto dalle pratiche di circolazione energetica del Qi Gong o del Taijiquan. 

Ma veniamo all'esercizio che intendo proporre. 
Gli ingredienti sono: 


A) Un brano di tampura e tablas in fa "vilambit" 
In teoria va bene qualsiasi brano musicale con un ritmo lento e facilmente riconoscibile.
Consiglio il tampura (che è uno strumento a corde indiano usato per l'accompagnamento e l'intonazione) in Fa perché la musica classica indiana è stata creata insieme allo hatha yoga e per lo hatha yoga, e la frequenza del fa è quella che più si avvicina al "vero suono dell'AUM". 
Vilambit Laya è il tempo lento (da 10 a 40 battiti al minuto) dei raga "maggiori"indiani. 
Brani di Tampura e Tablas in fa vilambit si trovano facilmente su internet. 
A me lo ha passato Fabio Cozzi che studia flauto indiano (bansuri






B) Una sequenza che conosciamo bene (il saluto al sole ad esempio, o una singola posizione o una serie di esercizi di Qi gong o una forma di taijiquan ....). 

Pratica dell'esercizio: 
1)La prima fase consiste nell'ascolto. 
Ascolto nel vero senso della parola: ci siede a gambe incorciate (o su una sedia, tenendo la schiena dritta), con le mani appoggiate sotto l'ombelico e si cerca di individuare il tempo del brano contando in quattro (ogni battito un numero: 1-2-3-4 i primi quattro tempi e 5-6-7-8 i successivi quattro). 

2) Quando si è sicuri di aver individuato il tempo si cerca di adeguare la respirazione al ritmo. Ad esempio: inspiro (1-2-3-4) espiro (5-6-7-8 ). 
Dopo un po' di tempo noterò che tra una fase e l'altra ci sarà una tendenza a contrarre il diaframma toracico e/o i muscoli addominali. 
Con dolcezza devo cercare di eliminare "i confini" tra le due fasi ricordandomi di rilassare i muscoli addominali nel quarto tempo di ogni fase. Esempio: 
INSPIRO 1-2-3, RILASSO 4. 
ESPIRO 5-6-7, RILASSO 8. 
Piano piano le due fasi(inspiro ed espiro) entreranno l'una nell'altra dando circolarità al processo respiratorio. 

3) A questo punto cominciamo la visualizzazione partendo dal ventre






disegno nella mente il più precisamente possibile la zona dell'addome e del basso ventre. 
Immagino che l'aria sia una sfera che va a premere sul pavimento pelvico e "FACCIO RUOTARE LA SFERA" dall'alto in basso e in senso orario: 

INSPIRANDO (a tempo con il tampura: 1-2-3-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DALL'OSSO SACRO ALL'OMBELICO e "osservo" il movimento naturale dell'osso sacro in alto e in dietro e dell'osso pubico in alto e avanti.

ESPIRANDO ( a tempo con il tampura: 5-6-7-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DALL'OMBELICO AL SACRO (passando per i genitali, il perineo e l'ano) e osservo il riassestamento sul piano verticale di sacro e osso pubico.

Quando con le mani avverto nel ventre un aumento di calore, o la sensazione di un movimento circolare involontario o un'altra sensazione non ordinaria, passo alla fase successiva. 

4) porto l'attenzione al collo e alla testa





Appoggio le mani sulla nuca e visualizzo una sfera il cui centro è posto sul palato molle. 

La sfera si muove dal basso in alto e in senso orario. 
"Cerco" la simmetria con il bacino: la fontanella (la parte più alta del cranio) corrisponde al perineo. 
Il foro dell'occipite (dove si inseriscono prima e seconda cervicale) corrisponde all'ombelico.
Il punto in mezzo alla fronte corrisponde al sacro. 

INSPIRANDO (a tempo con il tampura: 1-2-3-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DAL CENTRO DELLA FRONTE ALL'OCCIPITE e "osservo lo spostamento in alto e in avanti del mento e in basso e in dietro dell'occipite.

ESPIRANDO ( a tempo con il tampura: 5-6-7-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DALL'OCCIPITE AL CENTRO DELLA FRONTE (passando per il cervelletto,la fontanella e l'attaccatura dei capelli) e osservo il riassestamento sul piano verticale di mento e occipite.

Quando con le mani avverto alla nuca un aumento di calore, o la sensazione di un movimento circolare involontario o un'altra sensazione non ordinaria, passo alla fase successiva. 

5) Porto l'attenzione sulla colonna, visualizzando due canali, due tubi di gomma morbida e trasparente: uno discendente "davanti" alla spina dorsale, ed uno ascendente "dietro" alla spina dorsale. 




Riporto le mani sotto l'ombelico, appoggio la lingua sul palato e avvicino dolcemente il mento al petto (non devo avvertire tensioni al collo e alla nuca). 
Inarco leggermente le dorsali portando un pochino avanti l'ombelico. 
Ruoto le spalle in avanti, in alto, in dietro e in basso per liberare il petto e porto all'attenzione sul punto tra le due scapole. 

A5) INSPIRANDO (a tempo con il tampura: 1-2-3-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DAL CENTRO DELLA FRONTE ALL'OCCIPITE E FACCIO SCENDERE UN LIQUIDO "DENSO COME IL MERCURIO DEL TERMOMETRO" DAL PALATO ALL'OMBELICO. 

B5) ESPIRANDO ( a tempo con il tampura: 5-6-7-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DALL'OMBELICO AL SACRO (passando per i genitali, il perineo e l'ano). 

C5) INSPIRANDO (a tempo con il tampura: 1-2-3-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DALL'OSSO SACRO ALL'OMBELICO E FACCIO SALIRE IL LIQUIDO FINO AL PUNTO TRA LE DUE SCAPOLE. 

D5) ESPIRANDO ( a tempo con il tampura: 5-6-7-rilasso) SEGUO IL MOVIMENTO DELLA SFERA DALL'OCCIPITE AL CENTRO DELLA FRONTE(passando per il cervelletto,la fontanella e l'attaccatura dei capelli) E FACCIO SALIRE IL LIQUIDO DAL CENTRO DELLE SCAPOLE AL PUNTO IN MEZZO ALLA FRONTE. 

Ripeto tutto il percorso da A5) a D5) per 9-18-36...108 volte, fin quando non avverto una sensazione tattile non ordinaria diffusa in tutto il corpo (formicolio, aumento di calore, percezione del movimento dei fluidi ecc.) 

6) A questo punto smetto di contare visualizzo la sequenza o la posizione che ho intenzione di assumere
Poi (sempre ascoltando la musica, ma senza contare) comincio la sequenza o assumo la posizione che ho visualizzato osservando la spontanea armonia che si crea tra la musica e i gesti.

martedì 8 luglio 2014

SPIRALI





Lo stato naturale (sahaja) è una condizione di libera e totale comunicazione.
Se pensiamo a ciascuno di noi come ad un campo morfico, una bolla di informazioni, il livello coscienziale dipenderà dall'ampiezza di questa bolla, ovvero dalla capacità di scambiare informazioni con il maggior numero possibile di esseri viventi.
Nell'illuminato il campo morfico è l'universo intero. Essendo l'illuminato o il liberato in vita, l'essere umano nel suo stato naturale, si deve praticare Yoga con la consapevolezza che la libera e totale comunicazione di energie (informazioni) dall'interno all'esterno sia uno stato accessibile a ciascuno di noi. 

Anzi, dovrebbe essere la condizione normale ("naturale") dell'Essere Umano.
la Non naturalità dibende dai "blocchi", dai contenuti psichici che impediscono parzialmente o totalmente il libero  fluire delle energie (informazioni). 





I blocchi psicofisici provengono, in genere, dalla "spirale centripeta del pensiero", una modalità "
non naturale", acquisita, di usare la mente.
In qualche modo, chissà quando e perché, l'essere umano ha imparato a recepire e trasmettere le informazioni in maniera obliqua o contraddittoria.
Itsuo Tsuda, in uno dei suoi libri, racconta un caso singolare trattato dal suo maestro Noguchi: un bambino, che non aveva mai dato segni di squilibrio psichico, improvvisamente comincia a gettare immondizia e cadaveri di animali nella stanza del fratello.

Noguchi scoprì che tutto era nato da un complimento
Un giorno la madre gli dice:

-"Come sei bravo tu.
Tuo fratello invece è proprio uno zozzone!
"-

Una frase, una frase sola, apparentemente inoffensiva può creare disastri.

Il bambino, probabilmente per la prima volta, fa caso alla differenza tra le due camere. 
Confronta la zozzeria del fratello con la propria pulizia, inizia discriminare tra bene e male, tra brutto e bello non in base ad una legge universale o qualche ideale estetico, ma usando come termine di paragone il giudizio della madre.
Se la madre avesse detto semplicemente -"Che bravo, è molto bello che a te piaccia la pulizia"- si sarebbe limitato a cercar di tener pulita la sua stanza o addirittura si sarebbe messo a pulire le altre stanze, perché la sua NATURAera tener pulito e in ordine.
Il riferimento al fratello ("Tuo fratello invece è proprio uno zozzone") insinua la malizia.
Nasce un qualcosa che non è nella sua natura, una diversa modalità o tecnica del pensare.
Se prima che la madre glielo facesse notare teneva pulita la sua stanza per il solo gusto di tenerla in ordine, adesso comincia ad agire per dimostrare di essere più pulito del frat
ello, di essere diverso.
Basta una frase o una sola parola per innescare, nella mente, la spirale centripetache allontana un essere umano dalla sua propria natura. 



Lavoro con le armi bianche da anni.
Mi piace e credo di essere abbastanza abile.
Supponiamo di parlare di spada con un gruppo di persone e supponiamo che io dica, citando un vecchio film: -"La spada è come il collo di una rondine, se la tieni stretta muore, se molli troppo la presa vola via"-
Uno dei presenti commenta la mia affermazione -"Si vede che non hai mai usato una spada in vita tua"-
Se in uno stato di "non vigilanza" faccio penetrare e agire quella frase nella mia mente, l'attenzione , mia e dei presentii, si sposterà dalla spada a me.
Punto nell'orgoglio potrei pensare "Perché questo afferma una falsità del genere?"
E magari comincerei a parlare delle mie esperienze precedenti, andrei a prendere video e foto, chiamerei qualcuno che possa testimoniare la mia abilità di spadaccino, o prenderei la spada con l'intenzione di dimostrare quanto sono bravo.
Se alla fine dimostrassi veramente di essere bravo e ricevessi gli applausi degli "spettatori"la frittata egotica sarebbe fatta.
Se in precedenza giocavo con la spada e ne parlavo per il solo piacere di farlo (cosa che in qualche modo è nella mia natura) adesso comincerei, probabilmente a giocarci ed a parlarne per ottenere l'apprezzamento altrui.



L'ego si sviluppa nella dinamica GRATIFICAZIONE - PUNIZIONE (Frustrazione).
Quando si parla Yoga o, come fanno alcuni, di "Filosofia Realizzativa" il discorso si fa più complesso, perché il fine dichiarato è la risoluzione dell'ego.  Facciamo un esempio: il discepolo X del  maestro di Yoga Y, un ricercatore serio, intelligente, preparato, diligente, sincero, mosso da quello che Raphael definisce "ardore realizzativo" per anni ed  anni sente il maestro Y ripetere  -"lo yoga è la pratica del Samadhi"-
Ma non ne ha mai fatto l'esperienza.
Sentendo e leggendo i racconti di altri che magari lui reputa più sciocchi o meno preparati o meno rispettosi del maestro, si sentirà frustrato.
La frustrazione (PUNIZIONE) avvierà una spirale centripeta che porterà alla rabbia ed alla insoddisfazione.
Inconsciamente con tutte le armi che ha a disposizione (logica, erudizione, titoli accademici...) cercherà di dimostrare che tutti coloro che affermano di averesperito il samadhi sono dei cialtroni o che il samadhi non è strumento essenziale ecc. ecc.
Anche qui c'è uno spostamento dell'obbiettivo .
All'inizio il discepolo è mosso dall'ardore realizzativo o dalla sete di conoscenza.
La ricerca fa parte della sua natura, ricerca perché non può farne a meno.
Quando comincia a farsi viva la frustrazione, il fine diviene  l'esperienza soggettiva del samadhi. 
Agli sforzi vani si accompagna l'aumento esponenziale della frustrazione e il  il fine ultimo diverrà il dimostrare che gli altri non sono ricercatori seri.



L'ego cerca sempre di affermare il suo essere unico.
Vuole  primeggiare perché si alimenta di gratificazioni e le gratificazioni giungono quando si vince, quando si è riconosciuti come il più buono, il più intelligente, il più furbo ecc. ecc.
Il discepolo X  non potendo dimostrare di essere il più qualcosa cercherà di dimostrare che nessun altro è più qualcosa di lui e maggiori saranno le sue qualità intellettuali e la sua erudizione maggiori saranno le possibilità di "successo".
L'esempio che ho fatto non è inventato: è la storia di uno dei più famosi yogin del XIX secolo, Vivekananda. Allievo del "folle amante della DeaRamakrishnaVivekananda, non avendo mai esperito il samadhi, per anni guardò con sospetto e sarcasmo le estasi del suo maestro e degli altri discepoli dandosi un gran daffare per dimostrare la cialtroneria di coloro che affermavano di aver "realizzato il Sé"

Quando finalmente, con Ramakrishna in punto di morte, visse uno stato di alterazione percettiva e di perdita della coscienza individuale si spaventò a morte (-"dov'è il mio corpo? Sento solo la mia testa....dove è finito il mio corpo..."-).
Appena fu in grado di camminare andò dal maestro che gli confermò la natura dell'esperienza e gli disse, più o meno: -"Adesso che sai cosa è l'esperienza del samadhi la custodisco io, tu hai altre cose da fare...." 



In qualche modo la spirale centripeta del pensiero, è contagiosa.

Quando si innesca quel particolare processo mentale ( 1)IO AMO TENER PULITO 2) SONO GRATIFICATO DAL MIO ESSERE PIU' PULITO DI ALTRI 3)SPORCO GLI ALTRI PER NON RISCHIARE DI NON RICEVERE PIU' LA GRATIFICAZIONE) si tirano fuori le parti peggiori di sé e degli altri.
Se nel tempo si è sviluppata una grande capacità di osservazione e si è mossi sostanzialmente da sentimenti di amore e benevolenza nei confronti dell'umanità il processo può rivelarsi positivo, ma se la capacità di osservazione è bassa e il desiderio primario, inconfessato, è quello di primeggiare o di mostrarsi non inferiori ad altri i risultati saranno nefasti.
La natura del praticante di Yoga è la liberazione.
La spirale centripeta, che spinge a cercare gratificazioni individuali o ad evitare che altri trovino gratificazioni non è naturale e, se spinta all'estremo, si trasforma nel seme della sofferenza e del dolore.

domenica 6 luglio 2014

DAKINI





Le Dakini sono Dee.
Le Dakini sono Donne.
Le Dakini sono Energie.
Letteralmente डाकिनी ḍākinī che viene tradotto con DANZATRICE DEL CIELO, è la compagna del ḍāka.
Parola che indica genericamente uno Yogin maschio, ma che sta per "GOBLIN", "spirito che si ciba di Carne Umana al servizio della dea KALI".

Padmasambhava, ad esempio, era un Daka.


Yeshe Tsogyal era la sua Dakini.

L'insegnamento dello Yoga come lo conosciamo oggi proviene quasi esclusivamente dagli ordini monastici che oltre ad essere prevalentemente in mano agli uomini, hanno anche per definizione, la necessità di sviluppare l'aspetto religioso, ma la tradizione dello Yoga ha anche un aspetto, per così dire, laico.
Se si legge con attenzione la biografia di Krishnamacharya( il "padre dello yoga moderno"da cui provengono il Vinyasa, l'Ashtanga, lo stile Ijengar e il Saluto al Sole che tutti noi, erroneamente, crediamo essere un antico rito vedico) si scoprirà che dopo essere stato mandato dal Raja di Mysore a studiare sette anni in Tibet viene rispedito in India dal suo maestro per trovare una compagna (sposò la sorella di Ijengar) perché "LO YOGI NON PUO' RAGGIUNGERE LA PERFEZIONE, SENZA UNA SPOSA. 




La carne umana di cui si nutrono il DAKA e la DAKINI è la loro stessa carne: unendosi sessualmente trascendono la condizione umana, creano l'ANDROGINO, il Dio riconosce la Dea e i due si uniscono: Shiva Shakti, Yub Yam, Amogasiddhi e Tara verde..... 


Le "Cinque Dakini",  spose mistiche o Paredre dei Dhyani Buddha, sono le cinque energie della natura, che nei mantra risuonano con i Bija LAM, VAM, RAM, YAM, HAM. 

I loro colori sono Bianco (la sposa di Vairochana), Rosso (la sposa di Amithaba),Blu (la sposa di Akshobia), Verde (la sposa di Amogasiddhi) e Giallo (la sposa diRatnasambhava). 

La Dakini Bianca è l'energia dello Spazio e del centro.


La Dakini Rossa è l'energia del Fuoco e dell'Ovest. 




La Dakini Blu è l'energia dell'Acqua e dell'Est.




La Dakini Verde è l'energia del Vento e del Nord.




La Dakini Gialla è l'energia della Terra e del Sud. 






Le Dakini non sono entità sovrannaturali o idee (almeno non solo) ma donne in carne ed ossa, come le cinque mogli di Padmasambhava (guru Rinpoche):

Mandarava di Zahor, detta la Principessa Bianca, 





Kalasiddhi, trovata neonata in un cimitero da Mandarava e cresciuta fino a diventare allieva e sposa di Padmasambhava,



la principessa Shakya Devi, figlia del Re del Nepal Shakya Devi,
 



la moglie dell'Imperatore del Tibet Yeshe Tsogyal.



e la senza casta Tashi Kyedren di solito rappresentata come una Tigre in cinta,

Ognuna di queste cinque donne (donne in carne ed ossa) rappresenta un  lignaggio femminile. Cinque dakini, cinque diverse linee di insegnamento di cui possiamo trovare traccia in tutte le discipline psicofisiche orientali. 

giovedì 3 luglio 2014

PERCHE' FAI YOGA? LA TERRA DELL'OLTRE







-"Perché fai Yoga?" - 
Lo domando spesso ai miei allievi. 
E non è una domanda retorica.
Io non lo so perché da quarantanni mi annodo le gambe, recito mantra, ascolto la respirazione, medito.
Non ne ho idea.
E se rispondessi che per me il fine dello Yoga è la Liberazione, mentirei.
Liberazione da che?
Ammetto di non aver mai trovato risposte dentro di me.
Le ho cercate nei libri e nei discorsi altrui, come tutti, in fin dei conti.
Ogni scuola, ogni "lignaggio", ha un suo concetto di liberazione o illuminazione o realizzazione, e, alla fin fine, se si legge o si ascolta, di quello si tratta: diconcetti




monte Kailash

Uno dei più antichi insegnamenti buddisti, ripreso poi da Ramakrishna,Vivekananda e altri, è quello della doppia catena.
Esistono due catene che impediscono all'uomo di elevarsi da una condizione, giudicata dagli yogin miserevole: la prima è una catena di ferro, l'altra è una catena d'oro.
La catena di ferro sarebbe per alcuni, il male, l'altra il bene.
Da una parte l'assenza di regole e leggi che non siano la legge del più forte, l'immoralità, le pulsioni più basse, dall'altra le leggi della società civile, la moralità, l'aspirazione al bene comune.
Gli anelli della catena di ferro sono le azioni che produrrebbero "karma cattivo", quelli della catena dorata, invece, sono le azioni che portano "karma buono".
Ovviamente il ferro porta al regno dei demoni e l'oro al regno degli dei anche se ogni religione  definirà, poi, i due regni in maniera diversa, Inferno e Paradiso, ad esempio, oppure rinascita infausta o fortunata. 





Il dividere le azioni in buone e cattive e il promettere Inferno e sofferenza a chi non è bravo e Paradiso e beatitudine a chi lo è ha degli effetti positivi sulla vita quotidiana ed ha il merito di essere un insegnamento semplice e accessibile anche alle menti meno brillanti.
Se ad un bambino insegno che l'avarizia conduce a rinascere scarafaggio, e la generosità ad una futura vita da principe probabilmente comincerà a regalare i suoi giocattoli a destra e manca.
Le credenze consolatorie, le prefigurazioni di immaginifici Regni dei Cieli sono finalizzate a spingere, giustamente, gli esseri umani verso il Bene, inteso come moralità. Se proprio si deve scegliere è meglio  scegliere la catena d'oro!
Eppure gli yogin parlano di doppia catena di cui liberarsi, o di doppia spina da estrarre dalla carne.
Leggendo, ascoltando, praticando, al di là delle infinite discussioni sul rapporto tra oriente e occidente, sulle divergenze vere o presunte tra Vedanta e Tantra, sugli influssi taoisti sul buddismo tibetano, sulla differenza tra samadhi nirvikalpa esavikalpa mi sono fatto l'idea che esistano, grosso modo, due diverse concezioni, due linee di insegnamento che affermano cose affatto diverse.
Da una parte le teorie consolatorie, necessarie alla conservazione del mondo come lo conosciamo, dall'altro gli insegnamenti dell'al di là, dove "al di là" non è il regno della morte, ma il territorio dell'OLTRE, "la terra Misteriosa dalla quale nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno" di Amleto e dei cavalieri del Graal.
Anche Lao Tse, mi pare, parla della terra da cui non si può tornare.
E pure il tantrismo tibetano. 





L'insegnamento dell'Oltre (oltre le leggi fisiche, oltre le leggi dell'uomo, oltre le leggi degli dei) si accompagna a quelli, spesso fraintesi, della VIA DIRETTA e della NON AZIONE.
Per descrivere lo stato del realizzato, di colui che si è liberato di entrambe le catene, taoisti e buddisti fanno l'esempio del viaggiatore che si costruisce una zattera per passare il fiume e raggiungere un paese sconosciuto.
La zattera è il praticante e il praticante è la pratica (Il Sadhana è il sadhaka...).
Una volta superate le acque ("... come quei che con lena affannata, uscito fuor dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e guata...") e raggiunta la terra dell'oltre il viaggiatore che fa?
Prosegue il suo viaggio, lasciando la zattera sulla riva.
Non la porta con sé.
L'Al di là, la "Terra Misteriosa dalla quale nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno" viene spesso identificata con la Morte, ed ha un senso:nessuno torna indietroperché chi ha intrapreso il viaggio non esiste più.
L'incarnazione, intesa come presa di coscienza della propria individualità del proprio essere altro dalla natura, è dovuta, per il buddhismo Mahayana, alle cinque emozioni negative: 


Ignoranza. 
Odio e Rabbia. 
Gelosia e Invidia. 
Passione e Desiderio di possesso. 
Orgoglio e Superbia.

La pratica, il Sadhana, consiste nel riconoscere queste emozioni negative, nel trasformarle e nell'integrarle.
Per farlo occorre scendere nell'inconscio (dove germogliano i semi della manifestazione) catturare le forze considerate negative e condurle alla luce, alla coscienza, per scoprire che si tratta di ciò che un tempo chiamavamo divinità.
Le forze del male, gli Asura, sono le forze stesse della natura, l'energia della generazione.
Credersi altro dalla natura significa credersi altro da Sé e tutto ciò che ci spinge all'integrazione, viene visto come un pericolo per la nostra individualità.
E' l'Ego a creare il male.
Ma l'Ego, per lo Yoga, semplicemente non esiste.
La luce è sempre bianca, è la percezione, la mente, a scinderla illusoriamente e a farci apparire i mille e mille colori diversi.
Ma la  natura della luce è sempre uguale a se stessa.
La simbologia del tantrismo tibetano è assai precisa.
I cinque colori, bianco, blu, verde, rosso, giallo, rappresentano i cinque elementi (spazio, acqua,aria, fuoco, terra), le cinque percezioni (udito,gusto,tatto,vista,odorato), le cinque azioni (parlare, generare, afferrare, andare, evacuare), i cinque dhyani Buddha (Vairochana, Akshobia, Amogasiddhi, Amithaba, Ratnasambhava) e le cinque emozioni negative (ignoranza, odio, gelosia, passione, orgoglio). 

Ma simboleggiano anche le cinque dakini, o dee o Tara dei cinque colori, che unite ai loro sposi sanciscono l'integrazione tra forze inconsce e coscienza, tra bene e male, tra spirito e materia. 




Chi riconosce in sé le cinque emozioni negative, le trasforma per poi integrarle nella luce della coscienza, raggiunge lo stato della non azione.
Che non significa non muoversi, rimanere in uno stato di passività, dedicare la vita alla contemplazione, ma essere "Libero" da quelle emozioni negative che "danno sapore" a quelle azioni.
Yama e Nyama , gli insegnamenti cosiddetti etici di Dattatreya e Patanjali, non sono, per chi ha integrato le emozioni negative, dei "comandamenti", delle regole da osservare, ma sono lo stato naturale di chi ha raggiunto la Terra dell'oltre.
Se io sono "natura", se io sono "tutti gli esseri viventi", perché dovrei , volontariamente, arrecare del male a qualcuno? 

Perché dovrei cercare di appropriarmi dei beni altrui?
L'essereumano soffre perché è continuamente in lotta con l'ego.
E l'ego è intessuto dei fili delle emozioni negative.
Una volta che si è data forma a quelle emozioni e le si è condotte alla luce, le vediamo come un fiume, un fiume che rappresenta l'esistenza stessa.
Lo yogin attraversa quel fiume e giunge nella terra dell'Oltre.
Abbandona la sua zattera (la pratica) e "torna a casa".
La luce è tutta bianca.
Anzi è incolore.
E' l'ego a creare i colori.
I colori sono l'Ego.
Lo yoga è un viaggio senza ritorno, ad ogni tappa ( samadhi) mente, parola, corpo, pensiero, energia e materia, si trasformano fino a scoprirsi Uno e alla fine il viaggiatore semplicemente non c'è.
Come potrebbe tornare indietro?
Se lo yoga ha un fine è quello di permetterci di creare un confine, una linea che separa il prima dal dopo.
Il fiume che, nei racconti taoisti e buddisti, ci si accinge a superare, riflette la nostra faccia, i nostri occhi, la nostra memoria.
La zattera, la pratica, è ciò che purifica la memoria e purificare la memoria significa portare alla luce le emozioni, le pulsioni che si celano dietro ad ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, e riconoscerle come spose, sorelle, madri delle forze della creazione.
Se si purifica la memoria lo sguardo si spinge oltre, si fa profondo, sempre più profondo.
Guardare dentro o fuori non fa differenza per lo yogin.
E' lì, sulla riva del fiume, con la nostra zattera piena di tecniche e di parole che si deve tracciare la linea di confine.
Se specchiandosi nelle acque, ci pigliamo paura guardando il deserto silenzioso in fondo agli occhi, la memoria (le emozioni) prende il sopravvento e ci "reincarniamo" nel senso che torniamo a ricostruirci un ego, una parvenza di individualità.
Se decidiamo di continuare il viaggio ci troveremo nella terra dell'Oltre, dove sia il viaggio che il viaggiatore saranno forse, solo un vago ricordo, come "un sogno sognato da un ombra". 

martedì 1 luglio 2014

OM VUOL DIRE SI!


La mente corrisponde al bija mantra OM.
La parola al bija mantra AH.
Il corpo al bija mantra HUM




Oṃ ॐ è l'inizio del canto rituale (il rito è la manifestazione) ed è il canto stesso.
Per questo è detto udgītha.
Secondo la Chāndogya Upaniṣad ( I,1,5):

"vāg evark prāṇaḥ sāma om ity etad akṣaram udgīthaḥ tad vā etan mithunaṃ yad vāk ca prāṇaś cark ca sāma ca"

ovvero:
La parola (vāg) è ṛk (Ṛgveda, il libro degli inni), il prāṇa è sāman (Sāmaveda),udgītha è la sillaba Oṃ
Parola e prāṇa formano una coppia così come ṛk con sāman.


E ancora (I, 1, 8):

"tad vā etad anujñākṣaram yad dhi kiṃcānujānāty om ity eva tad āha eṣo eva samṛddhir yad anujñā samardhayitā ha vai kāmānāṃ bhavati ya etad evaṃ vidvān akṣaram udgītham upāste"

ovvero:
Questa sillaba significa dire si. 
Quando si vuole dire si a qualcosa si dice Oṃ
E  quello a cui si dice si verrà realizzato. 
Colui che conosce questo venera udgītha come la sillaba Oṃ e realizzerà i suoi desideri.

Oṃ è la mente ma è anche ciò che sta prima della mente.
Il simbolo con cui viene rappresentato, come del resto tutte le lettere sanscrite, può essere considerato un disegno, una specie di Yantra.

ॐ 
L'analisi del significato dei singoli tratti da cui è composto esprime i tre (quattro) stati di coscienza dell'uomo:
La linea curva inferiore rappresenta la A,  l'inizio, lo stato di veglia , il dio Brahmāinteso come forma dell'Assoluto nelle vesti del demiurgo o del legislatore; è detta anche akāra o akāram ed è collegata alla funzione della mente dettaahaṃkāra ("ciò che fa l'io").




La linea curva orizzontale, centrale, rappresenta la ovvero lo stato del sogno, il dio Viṣṇu inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che mantiene e preserva; è detta anche ukāra o ukāram ed è collegata alla funzione della mente detta Buddhi



La linea curva superiore rappresenta la M ovvero lo stato di sonno profondo, il diośiva inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che riassorbe la manifestazione; è detta anche makāra o makāram ed è relata alla funzione della mente detta Manas o alla mente in generale.
Il fatto che M sia in alto ed A sia in basso ricorda il concetto della manifestazione grossolana come specchio della manifestazione allo stato potenziale. (MUA -AUM) e le modalità di recitazione dell'AUM di cui parla Shankara nel commento ai Mandukyakarika ( dice più o meno Shankara: "che la A e la U insorgano e vengano riassorbiti dalla M")
Sopra le tre linee curve ci sono altri due simboli :

ॐ 

La mezzaluna detta नाद nāda, ed il punto detto बिन्दु bindu.
Questi due segni sono così importanti da meritarsi un'intera upanishad tutta per loro, la nādabindu upanishad.
Nāda è la vibrazione iniziale, il primo suono e tutti i suoni.
Rappresenta la Shakti nell'atto di dare inizio alla manifestazione.
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda rappresenta il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi.
E' il primo fremito, potenziale, creato dall'unione di Shiva e shakti nell'isola delle gemme.
Il Bindu rappresenta l'anusvāra, reso nella pronuncia con la nasalizzazione (esempio Aummnnnnng) o, meno spesso, con l'allungamento della vocale precedente.
L'anusvāra è Shiva in unione con Citshakti o Cit Rupini.
E' l'amplesso di Shiva e Shakti.
Nāda sono i fluidi vaginali della dea uniti allo sperma del Dio. 
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda Binduinsieme rappresentano il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi



Le tre lettere A, U ed M sono in qualche modo le radici di AH, HUM ed OM ovvero, Parola, Corpo e Mente. 
Esiste quindi un OM che tutto racchiude ed è lo spazio alogico che trova espressione nel punto (l'infinatamente piccolo relato all''infinitamente grande)
Esiste un OM potenziale che è il primo suono o prima vibrazione.
Esiste un OM che rappresenta la mente.
Nella recitazione del Mantra (qualsiasi mantra) questa differenziazione (apparente) viene manifestazta attraverso una triplice modalità di recitazione: mentale,bofonchiata (o silenziosa muovendo solo le labbra) ed udibile.
Come abbiamo visto il corpo è rappresentato da HUM.
HUM è il Varmabija, il bija mantra dell'armatura.
L'armatura è quella di Shiva nelle vesti del Bhairava, il nobile distruttore del male.
H qui sta per Hara cisoè Shiva.
U sta per Bhairava.
L'insieme nāda-bindu rappresenta l'assoluto che dissolve il male e la sofferenza.
AH è invece rappresentativo delle quattordici vocali.
Le vocali sono ciò che rende percepibili le consonanti e quindi rappresentano l'origine della manifestazione grossolana e della sua intelligibilità.
Ogni volta che portiamo le mani alla fronte (OM) , alla gola (AH)ed al cuore (HUM), rinnoviamo l'atto d'amore di Shiva e Shakti che dà il via alla manifestazione.
Ripetendo i tre bija uno di seguito all'altro può capitare di percepire un altro suono, simile ai gemiti dell'amata durante l'amplesso.
Questo suono si può forse rappresentare con le sillabe HA ed UM.
HAUM diviene così il mantra nascosto (uno dei8 mantra nascosti) della manifestazione.
H sta per Hara,
AU sta per sadashiva 
M indica lo spazio, il vuoto, Citakasha  ciò che i buddhisti chiamano śūnya o vuota pienezza.




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